
Basilica di San Pietro
Lorenzo Gobbi, da "Verona Fedele", 15.01.2010, p. 4:
In ambito cattolico, non sono ancora molti, purtroppo, coloro che si rendono conto di quale sia la reale necessità del concreto dialogo tra Ebrei e Cristiani. Alcuni vedono nella conoscenza dell´Ebraismo una sorta di "archeologia" del Cristianesimo: ne fanno oggetto di studio amoroso e di immensa stima; giudicano tale conoscenza imprescindibile per la comprensione della fede cristiana dal punto di vista delle sue origini, utilissima per la preghiera e la riflessione sulla Scrittura, ma non sempre comprendono che essa è assolutamente irrinunciabile per la vita cristiana di tutti i giorni la nostra, oggi, anche nella nostra città. Degli Ebrei, spesso, parlano con ammirazione, ma al passato: "gli Ebrei dicevano, facevano, credevano, celebravano...". Eppure, gli Ebrei sono vivi e presenti: è con loro che possiamo parlare, qui e oggi. Altri sembrano perdersi d´animo di fronte alle difficoltà del cammino; altri ancora pensano che siano gli Ebrei, alla fine, a essere un po´ troppo suscettibili, poco disposti come sono a tollerare alcune formulazioni delle preghiere dei nostri messali e il decreto sulle virtù eroiche di papa Pio XII, il cui operato è oggetto di contrastanti valutazioni storiche.Non è solo la conoscenza della storia, della tradizione, della lingua e della cultura ebraiche ad essere vitale e imprescindibile per noi cattolici veronesi: piuttosto, è il rapporto con la comunità ebraica di Verona, la vicinanza rispettosa e discreta alla sua vita, la stima verso i suoi membri e i suoi rappresentanti, a essere una necessità assoluta e irrinunciabile.Gesù, ebreo, figlio di Myriyam di Nazareth, discendente di Davide, secondo le parole di Saulo di Tarso (anch´egli "ebreo figlio di ebrei"), "ha abbattuto il muro dell´inimicizia e ha fatto dei due un popolo solo": di noi, "che eravamo i lontani", ha fatto "i vicini" al cuore di Dio. La Promessa si è compiuta in Lui, e non è mai stata revocata, come ha affermato più volte a chiare lettere Giovanni Paolo II (ad esempio, nella *Catechesi*del 28 aprile 1999), anzi: è stata aperta e allargata; coloro che già erano "i vicini", gli Ebrei, sono rimasti tali, e noi che eravamo "i lontani" ci siamo avvicinati a nostra volta - per grazia di Dio, siamo stati posti accanto a loro, "nel seno di Abramo". Gesù stesso ha detto di essere venuto a compiere, non ad abolire ("nemmeno uno *yod* della *Torah* cadrà"); ai cristiani provenienti dall´Ebraismo, nei tempi apostolici, nessuno chiese di rinunciare all´Ebraismo, ed era al Tempio di Gerusalemme che gli Apostoli si recavano per pregare; ai cristiani provenienti dal paganesimo, invece, S.Paolo ottenne che non si chiedesse di abbracciare l´Ebraismo in tutti i suoi aspetti, ma solo nelle linee essenziali - certo com´era che Dio avesse inaspettatamente aperto ai pagani la salvezza, avesse allargato il suo popolo in un modo che nessuno poteva immaginare, avesse accolto "uomini di ogni tribù, razza, popolo e nazione": "tutte le genti verranno a te, Gerusalemme", aveva profetizzato Isaia, e tutti i popoli stavano realmente arrivando al Dio d´Israele, così com´erano, con la loro identità culturale e storica. Paolo, "ebreo figlio di ebrei", ne era stupefatto: la novità di Cristo poneva noi "gentili" accanto a loro, per grazia del loro Dio, in un tempo nuovo per tutti i popoli (gli *Atti degli Apostoli* sono il racconto di questa scoperta e dello stupore che l´ha accompagnata).Gli Ebrei vivono quotidianamente la propria fedeltà alla *Torah*: proclamano ogni giorno, nella preghiera, che il Signore è uno, e combattono con tutte le proprie forze contro il peggiore dei peccati - la fonte di tutti i mali:l´idolatria. Hanno una tale stima della Parola che Dio rivolse a Mosè, che adornano di una corona d´argento il rotolo della *Torah*, e si inchinano al suo passaggio; la scrutano per comprendere la volontà di Dio, e per obbedirle senza esitazioni; sanno che è necessaria una disciplina nella vita dello spirito e nella vita quotidiana, che dà sostanza all´obbedienza della fede e la sostiene, rendendola possibile. Non amano essere "studiati", né osservati con curiosità; accolgono, invece, chi voglia pregare, comprendere, ascoltare e onorare la *Torah*. Sanno che ci sono strade diverse per arrivare a Dio, e che la loro è la prima - e hanno perfettamente ragione:noi siamo stati chiamati per ultimi, e una nuova via ci è stata aperta per grazia di Dio, in Cristo, nell´alveo della Promessa fatta ad Abramo. Sono fieri di essere se stessi, benché ne avvertano tutta la difficoltà in un mondo disattento quando non minaccioso o addirittura pregiudizialmente ostile, che è arrivato, non molti decenni fa, fino allo sterminio organizzato. Scrive la Commissione vaticana presieduta dal card. Edward Idris Cassidy, nel 1998: "Nel dare la sua singolare testimonianza al Santo di Israele ed alla *Torah*, il popolo ebraico ha grandemente patito in diversi tempi e in molti luoghi. Ma la *Shoa* fu certamente la sofferenza peggiore di tutte" (*Noi ricordiamo. Una riflessione sulla Shoa*). E´ incredibile, alla luce di tutto ciò, che proprio qui e oggi, sul muro che fiancheggia la tangenziale sud-est di Verona, poco dopo lo svincolo per Belfiore, qualcuno abbia scritto a caratteri cubitali: "Padania cristiana né giudea né musulmana"...La nostra Chiesa ha tesori inestimabili d´arte, di cultura e di spiritualità; anche la Sinagoga li ha, altrettanto inestimabili. Ciascuno secondo la propria identità: ciascuno secondo la volontà dell´Unico Dio.Ogni giorno, tutti preghiamo con i *Salmi*: i canti di Davide, i canti del Tempio di Gerusalemme. Ebrei e Cristiani sono uniti agli occhi di Dio dalla stessa preghiera quotidiana. Tra il *Padre nostro* e il *Kaddish* (la preghiera ebraica del lutto) le consonanze non sono casuali: "sia santificato il Tuo nome... il Tuo regno venga... la Tua volontà si compia".
Della *Birkhat ha-mazon* ("benedizione del calice", o anche *Kiddush*) Gesù, che la celebrava da quando era nato, nella sua famiglia, con la madre e i familiari, ha fatto il nostro rito; ogni venerdì sera e ogni Sabato, gli Ebrei di Verona celebrano la benedizione del calice; ogni Sabato spezzano il pane, benedicendo Dio, di fronte alla tavola su cui ardono le candele della festa.
Da loro possiamo imparare la fedeltà, e anche l´umiltà: tutto è grazia, elezione, dono - la loro, che fu la prima; la nostra, che fu annunciata dai profeti. Come noi, essi obbediscono a Dio: prima di noi furono chiamati, e gli obbedirono prima di noi; continuano a farlo, un giorno dopo l´altro.Sono loro "l´olivo buono" sul quale noi siamo stati innestati: un olivo forte e puro, ferito e martoriato ma fecondo sempre. C´è una reciprocità tra noi e loro, ed è ancora tutta da scoprire, tutta da vivere - per entrambi: è nella volontà stupefacente di Dio, e ancora non ci ha sorpreso con la propria bellezza.Ci siamo creduti superiori, migliori, addirittura unici nel possesso della legittimità secondo la volontà di Dio; li abbiamo creduti un relitto del passato, un errore della storia, il rimasuglio illegittimo di una realtà finita; abbiamo disprezzato la loro obbedienza, la loro sapienza, la loro preghiera. Di questo Giovanni Paolo II ha chiesto perdono; di questo, spesso, ci dimentichiamo, e ci stupiamo se ancora non siamo riusciti a cancellare le ferite di secoli di diffidenza, di violenza e di odio. Ci vorrà tempo, pazienza, preghiera - e vicinanza discreta, rispettosa, orante, delicata, attenta. Ci vorrà la disponibilità della mente e del cuore a contemplare le meraviglie inimmaginabili che vengono da Dio.Sono due i polmoni della Chiesa, insegnò Giovanni Paolo II: l´Oriente ortodosso e l´Occidente cattolico. E il cuore del popolo di Dio pellegrino sulla terra, qual è? Personalmente, non ho dubbi: è quello pulsante della Comunità Ebraica. A coloro che riconoscono l´unico Dio, è chiesto di amarlo in un modo assoluto: "con tutto il tuo cuore", "con tutta la tua anima" e, nella esatta formulazione della Scrittura, "con tutto il tuo molto" (*ve khol mehodékha*). Loro sono "il cuore"; noi, invece, siamo "il molto" che nacque dalla stupefacente, imprevedibile carità di Dio, "nella pienezza dei tempi", "sotto la Legge", "dalla stirpe di Davide".Lasciamoci stupire da Dio!
In ambito cattolico, non sono ancora molti, purtroppo, coloro che si rendono conto di quale sia la reale necessità del concreto dialogo tra Ebrei e Cristiani. Alcuni vedono nella conoscenza dell´Ebraismo una sorta di "archeologia" del Cristianesimo: ne fanno oggetto di studio amoroso e di immensa stima; giudicano tale conoscenza imprescindibile per la comprensione della fede cristiana dal punto di vista delle sue origini, utilissima per la preghiera e la riflessione sulla Scrittura, ma non sempre comprendono che essa è assolutamente irrinunciabile per la vita cristiana di tutti i giorni la nostra, oggi, anche nella nostra città. Degli Ebrei, spesso, parlano con ammirazione, ma al passato: "gli Ebrei dicevano, facevano, credevano, celebravano...". Eppure, gli Ebrei sono vivi e presenti: è con loro che possiamo parlare, qui e oggi. Altri sembrano perdersi d´animo di fronte alle difficoltà del cammino; altri ancora pensano che siano gli Ebrei, alla fine, a essere un po´ troppo suscettibili, poco disposti come sono a tollerare alcune formulazioni delle preghiere dei nostri messali e il decreto sulle virtù eroiche di papa Pio XII, il cui operato è oggetto di contrastanti valutazioni storiche.Non è solo la conoscenza della storia, della tradizione, della lingua e della cultura ebraiche ad essere vitale e imprescindibile per noi cattolici veronesi: piuttosto, è il rapporto con la comunità ebraica di Verona, la vicinanza rispettosa e discreta alla sua vita, la stima verso i suoi membri e i suoi rappresentanti, a essere una necessità assoluta e irrinunciabile.Gesù, ebreo, figlio di Myriyam di Nazareth, discendente di Davide, secondo le parole di Saulo di Tarso (anch´egli "ebreo figlio di ebrei"), "ha abbattuto il muro dell´inimicizia e ha fatto dei due un popolo solo": di noi, "che eravamo i lontani", ha fatto "i vicini" al cuore di Dio. La Promessa si è compiuta in Lui, e non è mai stata revocata, come ha affermato più volte a chiare lettere Giovanni Paolo II (ad esempio, nella *Catechesi*del 28 aprile 1999), anzi: è stata aperta e allargata; coloro che già erano "i vicini", gli Ebrei, sono rimasti tali, e noi che eravamo "i lontani" ci siamo avvicinati a nostra volta - per grazia di Dio, siamo stati posti accanto a loro, "nel seno di Abramo". Gesù stesso ha detto di essere venuto a compiere, non ad abolire ("nemmeno uno *yod* della *Torah* cadrà"); ai cristiani provenienti dall´Ebraismo, nei tempi apostolici, nessuno chiese di rinunciare all´Ebraismo, ed era al Tempio di Gerusalemme che gli Apostoli si recavano per pregare; ai cristiani provenienti dal paganesimo, invece, S.Paolo ottenne che non si chiedesse di abbracciare l´Ebraismo in tutti i suoi aspetti, ma solo nelle linee essenziali - certo com´era che Dio avesse inaspettatamente aperto ai pagani la salvezza, avesse allargato il suo popolo in un modo che nessuno poteva immaginare, avesse accolto "uomini di ogni tribù, razza, popolo e nazione": "tutte le genti verranno a te, Gerusalemme", aveva profetizzato Isaia, e tutti i popoli stavano realmente arrivando al Dio d´Israele, così com´erano, con la loro identità culturale e storica. Paolo, "ebreo figlio di ebrei", ne era stupefatto: la novità di Cristo poneva noi "gentili" accanto a loro, per grazia del loro Dio, in un tempo nuovo per tutti i popoli (gli *Atti degli Apostoli* sono il racconto di questa scoperta e dello stupore che l´ha accompagnata).Gli Ebrei vivono quotidianamente la propria fedeltà alla *Torah*: proclamano ogni giorno, nella preghiera, che il Signore è uno, e combattono con tutte le proprie forze contro il peggiore dei peccati - la fonte di tutti i mali:l´idolatria. Hanno una tale stima della Parola che Dio rivolse a Mosè, che adornano di una corona d´argento il rotolo della *Torah*, e si inchinano al suo passaggio; la scrutano per comprendere la volontà di Dio, e per obbedirle senza esitazioni; sanno che è necessaria una disciplina nella vita dello spirito e nella vita quotidiana, che dà sostanza all´obbedienza della fede e la sostiene, rendendola possibile. Non amano essere "studiati", né osservati con curiosità; accolgono, invece, chi voglia pregare, comprendere, ascoltare e onorare la *Torah*. Sanno che ci sono strade diverse per arrivare a Dio, e che la loro è la prima - e hanno perfettamente ragione:noi siamo stati chiamati per ultimi, e una nuova via ci è stata aperta per grazia di Dio, in Cristo, nell´alveo della Promessa fatta ad Abramo. Sono fieri di essere se stessi, benché ne avvertano tutta la difficoltà in un mondo disattento quando non minaccioso o addirittura pregiudizialmente ostile, che è arrivato, non molti decenni fa, fino allo sterminio organizzato. Scrive la Commissione vaticana presieduta dal card. Edward Idris Cassidy, nel 1998: "Nel dare la sua singolare testimonianza al Santo di Israele ed alla *Torah*, il popolo ebraico ha grandemente patito in diversi tempi e in molti luoghi. Ma la *Shoa* fu certamente la sofferenza peggiore di tutte" (*Noi ricordiamo. Una riflessione sulla Shoa*). E´ incredibile, alla luce di tutto ciò, che proprio qui e oggi, sul muro che fiancheggia la tangenziale sud-est di Verona, poco dopo lo svincolo per Belfiore, qualcuno abbia scritto a caratteri cubitali: "Padania cristiana né giudea né musulmana"...La nostra Chiesa ha tesori inestimabili d´arte, di cultura e di spiritualità; anche la Sinagoga li ha, altrettanto inestimabili. Ciascuno secondo la propria identità: ciascuno secondo la volontà dell´Unico Dio.Ogni giorno, tutti preghiamo con i *Salmi*: i canti di Davide, i canti del Tempio di Gerusalemme. Ebrei e Cristiani sono uniti agli occhi di Dio dalla stessa preghiera quotidiana. Tra il *Padre nostro* e il *Kaddish* (la preghiera ebraica del lutto) le consonanze non sono casuali: "sia santificato il Tuo nome... il Tuo regno venga... la Tua volontà si compia".
Della *Birkhat ha-mazon* ("benedizione del calice", o anche *Kiddush*) Gesù, che la celebrava da quando era nato, nella sua famiglia, con la madre e i familiari, ha fatto il nostro rito; ogni venerdì sera e ogni Sabato, gli Ebrei di Verona celebrano la benedizione del calice; ogni Sabato spezzano il pane, benedicendo Dio, di fronte alla tavola su cui ardono le candele della festa.
Da loro possiamo imparare la fedeltà, e anche l´umiltà: tutto è grazia, elezione, dono - la loro, che fu la prima; la nostra, che fu annunciata dai profeti. Come noi, essi obbediscono a Dio: prima di noi furono chiamati, e gli obbedirono prima di noi; continuano a farlo, un giorno dopo l´altro.Sono loro "l´olivo buono" sul quale noi siamo stati innestati: un olivo forte e puro, ferito e martoriato ma fecondo sempre. C´è una reciprocità tra noi e loro, ed è ancora tutta da scoprire, tutta da vivere - per entrambi: è nella volontà stupefacente di Dio, e ancora non ci ha sorpreso con la propria bellezza.Ci siamo creduti superiori, migliori, addirittura unici nel possesso della legittimità secondo la volontà di Dio; li abbiamo creduti un relitto del passato, un errore della storia, il rimasuglio illegittimo di una realtà finita; abbiamo disprezzato la loro obbedienza, la loro sapienza, la loro preghiera. Di questo Giovanni Paolo II ha chiesto perdono; di questo, spesso, ci dimentichiamo, e ci stupiamo se ancora non siamo riusciti a cancellare le ferite di secoli di diffidenza, di violenza e di odio. Ci vorrà tempo, pazienza, preghiera - e vicinanza discreta, rispettosa, orante, delicata, attenta. Ci vorrà la disponibilità della mente e del cuore a contemplare le meraviglie inimmaginabili che vengono da Dio.Sono due i polmoni della Chiesa, insegnò Giovanni Paolo II: l´Oriente ortodosso e l´Occidente cattolico. E il cuore del popolo di Dio pellegrino sulla terra, qual è? Personalmente, non ho dubbi: è quello pulsante della Comunità Ebraica. A coloro che riconoscono l´unico Dio, è chiesto di amarlo in un modo assoluto: "con tutto il tuo cuore", "con tutta la tua anima" e, nella esatta formulazione della Scrittura, "con tutto il tuo molto" (*ve khol mehodékha*). Loro sono "il cuore"; noi, invece, siamo "il molto" che nacque dalla stupefacente, imprevedibile carità di Dio, "nella pienezza dei tempi", "sotto la Legge", "dalla stirpe di Davide".Lasciamoci stupire da Dio!
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