Hamas e il Barcellona alla disfida del tifo
Il club invita il soldato israeliano Shalit. E il Real Madrid: noi vicini alla Palestina
Giù le bandiere blaugrana. Via le maglie d'Iniesta. Si spengano le tivù,
tacciano le radio. E d'ora in poi, guai a chi ne parlerà in strada o ne
scriverà sui giornali o ne canterà ancora le gesta. Il Barça è un
nemico, ha deciso Hamas. Quasi peggio d'Israele. Il principio val bene
un Messi e a Gaza su certe cose, siano le gonne corte o il mitico
tiki-taka del calcio catalano, non si transige. Quelli del Camp Nou
hanno ancora sette giorni per pensarci e sbarrare l'ingresso a Gilad
Shalit: il soldato israeliano che per cinque anni fu ostaggio delle
brigate Qassam, che oggi fa il cronista sportivo e che il 7 ottobre,
ospite d'onore, avrà posto sulla tribuna di Barcellona-Real Madrid, il
Super Clasico della Liga spagnola. «Un invito vergognoso - protesta il
leader Ismail Haniyeh - con la scusa dello sport, s'insabbiano di nuovo i
crimini sionisti. Come può un club così considerato, che parla sempre
di valori e d'umanità, invitare un simile assassino?». Vai con la fatwa
sportiva, allora, vietato esultare: domenica, nella Striscia, scatterà
il primo boicottaggio del tifo. E la più guardata squadra del mondo sarà
cancellata, almeno nelle intenzioni, dalla mappa sentimentale di questo
piccolo angolo chiuso al mondo. Un Clasico, il pregiudizio mischiato allo sport. In realtà non è la
prima volta che Shalit, da ragazzino portiere del kibbutz Cabri,
commenta per una testata israeliana: era alla finale degli Europei di
calcio in Ucraina, era a quelle Nba a Miami. Nella celle di Hamas,
spesso guardava in tv la Champions e faceva un po' di basket, «m'aiutava
a dimenticare dove stavo». Con quel che ha passato, ci vuol altro a
spaventarlo: «Certo che andrò, speriamo sia solo una tempesta in un
bicchier d'acqua...». Con la fama terzomondista che ha, invece, basta un
urletto di Hamas a imbarazzare il Barcellona: mès que un club , dicono
in catalano, molto più che una squadra, pasiòn de un pueblo , amatissima
in Palestina e nel mondo arabo per la sua storia autonomista, per la
sua scelta di pubblicizzare sulle maglie solo l'Unicef e la Qatar
Foundation, per aver organizzato anni fa una celebre amichevole mista
d'israeliani e palestinesi... «Nessuno ha invitato Shalit - è ora la
giustificazione un po' goffa - è stato un ministro israeliano a
chiederci il biglietto: questo non significa che stiamo prendendo
posizione nel conflitto... Nel 2011, è stato nostro ospite anche Abu
Mazen. Chi poteva pensare a una reazione del genere?».La reazione è il catenaccio. Con l'appello palestinese a oscurare il Barça su tutti i media del mondo musulmano.
E l'insolito sostegno anche dell'Anp di Abu Mazen, che oggi non
definisce più Shalit un ostaggio, ma «un ex prigioniero di guerra che da
un tank sparava sui civili» (particolare che peraltro non risulta).
Senza dire dei 1.500 attivisti dei centri sociali spagnoli, pronti a
clamorose contestazioni allo stadio «per ricordare i 4.660 palestinesi
che languono nelle prigioni israeliane»... In zona Cesarini, la società
ha provato a calmare la piazza, invitando in tribuna il presidente della
federcalcio palestinese Rajub e l'ambasciatore dell'Anp a Madrid, oltre
che un calciatore di Gaza, Mahmoud al Sarsak, appena rilasciato
dagl'israeliani dopo tre mesi di sciopero della fame e gli appelli dei
campioni Cantona e Anelka. Inutile: «Non faccio la foglia di fico - ha
risposto sdegnoso il giocatore della Striscia - se mi sedessi vicino a
Shalit, sarebbe come se normalizzassi i rapporti con Israele». La
tribuna del rancore, un Clasico anche questo, fa godere quelli del Real.
Che in un sobrio comunicato, perfidia in puro stile Mourinho, ricordano
quanto s'impegnino, loro, per aprire scuole di sport in Palestina. E
che nei blog dei tifosi fanno pure dell'ironia: il calcio è una guerra,
cari avversari, ma non vi sembra d'esagerare?
FRANCESCO BATTISTINI http://www.corriere.it/
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