E' stata una immagine caratterizzante l'ultimo conflitto a Gaza. Il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, e il primo ministro egiziano Hashim Kandil che reggono il corpo senza vita di un bambino palestinese, rivolti verso le telecamere. Il volto insanguinato, gli occhi senza vita, come ad implorare il mondo: «e voi, non vi rivolgereste contro Israele per questo omicidio?» Solo che non fu Israele ad uccidere Mohammed Sadallah, di appena 4 anni: fu invece la stessa Hamas. In una tragica ironia, uno delle migliaia di missili sparati contro i bambini israeliani ha invece colpito un bambino gazano. Il gruppo estremista islamico non ci ha pensato molto a trasformare il corpo senza vita del bambino in uno strumento di pubbliche relazioni, con la stampa internazionale ben felice di assecondarlo.Durante la stessa settimana, attivisti palestinesi hanno ripetutamente tentato di diffondere foto false di bambini arabi morti, spacciandoli per vittime di Israele. Le foto in realtà si riferivano a bambini siriani massacrati diverse settimane prima da Bashar Assad. Qualche giorno fa, sulla scia di polemiche senza precedenti, l'ONU ha licenziato Kulhood Badawi, un alto funzionario, che cercò di spacciare l'immagine di una bambina accidentalmente perita nel 2006 come vittima di Israele. Sia la Badawi che Hamas - il cui ministro nel 2009 esaltò «l'impiego di donne e bambini come scudi umani per sfidare la macchina sionista» - contano sul fatto che la stampa internazionale prende sistematicamente per vere le loro affermazioni; e così sinora è sempre stato.Diversi blogger hanno svelato le loro falsità, ma ormai il danno era fatto. E il danno che certi giornalisti creano nel favorire l'opera di demonizzazione di Israele ad opera di certi militanti filopalestinesi, si misura in vite umane spezzate: da ambo i lati.In questo attacco senza esclusione di colpi, i propagandisti filopalestinesi hanno imparato da tempo che le sensazioni prevalgono sui fatti reali. Le immagini e le accuse che scuotono l'opinione pubblico e sensibilizzano l'empatia naturale del pubblico, rappresentano armi insostituibili per catturare la simpatia verso i palestinesi e per provocare ostilità verso Israele. Lo stesso Yasser Arafat nel 2002 - due giorni prima che la sua organizzazione uccidesse sei persone in un Bat Mitzvah in Israele - sottolineò con cinismo il valore dei bambini palestinesi morti come mezzo di propaganda: «i bambini palestinesi che impugnano una pietra, e che fronteggiano un carro armato: non è questo il messaggio più efficace per il mondo, in cui un eroe diventa martire?».
venerdì 8 marzo 2013
Il giornalismo al servizio della propaganda palestinese (da Al Durah a Kulhood Badawi)
E' stata una immagine caratterizzante l'ultimo conflitto a Gaza. Il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, e il primo ministro egiziano Hashim Kandil che reggono il corpo senza vita di un bambino palestinese, rivolti verso le telecamere. Il volto insanguinato, gli occhi senza vita, come ad implorare il mondo: «e voi, non vi rivolgereste contro Israele per questo omicidio?» Solo che non fu Israele ad uccidere Mohammed Sadallah, di appena 4 anni: fu invece la stessa Hamas. In una tragica ironia, uno delle migliaia di missili sparati contro i bambini israeliani ha invece colpito un bambino gazano. Il gruppo estremista islamico non ci ha pensato molto a trasformare il corpo senza vita del bambino in uno strumento di pubbliche relazioni, con la stampa internazionale ben felice di assecondarlo.Durante la stessa settimana, attivisti palestinesi hanno ripetutamente tentato di diffondere foto false di bambini arabi morti, spacciandoli per vittime di Israele. Le foto in realtà si riferivano a bambini siriani massacrati diverse settimane prima da Bashar Assad. Qualche giorno fa, sulla scia di polemiche senza precedenti, l'ONU ha licenziato Kulhood Badawi, un alto funzionario, che cercò di spacciare l'immagine di una bambina accidentalmente perita nel 2006 come vittima di Israele. Sia la Badawi che Hamas - il cui ministro nel 2009 esaltò «l'impiego di donne e bambini come scudi umani per sfidare la macchina sionista» - contano sul fatto che la stampa internazionale prende sistematicamente per vere le loro affermazioni; e così sinora è sempre stato.Diversi blogger hanno svelato le loro falsità, ma ormai il danno era fatto. E il danno che certi giornalisti creano nel favorire l'opera di demonizzazione di Israele ad opera di certi militanti filopalestinesi, si misura in vite umane spezzate: da ambo i lati.In questo attacco senza esclusione di colpi, i propagandisti filopalestinesi hanno imparato da tempo che le sensazioni prevalgono sui fatti reali. Le immagini e le accuse che scuotono l'opinione pubblico e sensibilizzano l'empatia naturale del pubblico, rappresentano armi insostituibili per catturare la simpatia verso i palestinesi e per provocare ostilità verso Israele. Lo stesso Yasser Arafat nel 2002 - due giorni prima che la sua organizzazione uccidesse sei persone in un Bat Mitzvah in Israele - sottolineò con cinismo il valore dei bambini palestinesi morti come mezzo di propaganda: «i bambini palestinesi che impugnano una pietra, e che fronteggiano un carro armato: non è questo il messaggio più efficace per il mondo, in cui un eroe diventa martire?».
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