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domenica 1 giugno 2008

















Studenti immigrati e veterani presso l’Università ebraica
No. 392 - 26.10.07

Il programma "B’bayit B’yachad": migliaia di famiglie israeliane al fianco dei nuovi immigrati
L’Agenzia Ebraica, Osem e YNet invitano le famiglie israeliane veterane ad unirsi al programma dell’Agenzia Ebraica “B’bayit B’yachad” (A casa insieme). Il programma cerca famiglie israeliane disposte ad accompagare i nuovi immigrati mentre questi intraprendono i loro primi passi in Israele, ad aiutarli a superare i problemi dell’integrazione, ad affrontare la burocrazia, a orientarsi nella sfera sociale e a trovare un impiego. Migliaia di famiglie israeliane veterane sono già parte del programma. Ora tocca a te seguire il loro esempio.
Ogni anno arrivano in Israele decine di migliaia di nuovi immigrati provenienti da tutto il mondo. Hanno deciso di costrire il loro futuro in Israele e per far questo si sono lasciati alle spalle appartamento, lavoro, paesaggi familiari, parenti e contatti sociali coltivati per anni. I problemi d’integrazione con cui i nuovi immigrati sono costretti a combattere nella fase di transizione non sono semplici e includono l’acquisizione di una nuova lingua, trovare lavoro, i problemi legati alla casa, lo stress finanziario e persino il dover affrontare le piccole questioni di ogni giorno come fare la spesa in un supermercato, aprire un conto in banca, pagare il conto del telefono, prendere appuntamento per un controllo medico, ecc.
Il processo d’integrazione comporta isolamento sociale e alienazione ambientale. Per esempio, i soldati che sono immigrati in Israele da soli di solito preferiscono trascorrere i fine settimana all’interno della base militare, poiché non hanno una famiglia che li possa ospitare. Il trauma della fase di transizione può spesso durare per anni.
Decine di migliaia di nuovi immigrati in Israele vivono situazioni simili, ma la maggior parte degli israeliani li incontra solo al supermercato o alla stazione di servizio e quasi mai ha occasione di condurre con loro una tranquilla conversazione nel salotto di casa. Per cambiare tutto ciò l’Agenzia Ebraica ha attivato il programma “B’bayit B’yachad”.
Contatto iniziale
L’idea che sta dietro al programma è semplice: “abbinare” famiglie israeliane di vecchia data a nuovi immigrati per costrire una relazione duratura, cosicché la famiglia israeliana possa accompagnare e guidare la famiglia immigrata o l’immigrato singolo nei loro primi passi in Israele.
I membri della famiglia li aiutano ad affrontare i problemi burocratici e a trovare casa e lavoro attraverso la rete di connessioni sociali di cui noi tutti disponiamo. Il contatto diretto che il programma “B’bayit B’yachad” stabilisce tra famiglie veterane e famiglie immigrate permette a queste ultime di espandere la propria rete sociale e di integrarsi senza intoppi nella società israeliana.
Coloro che si occupano di localizzare e arruolare i partecipanti al programma “B’bayit B’yachad” sono i coordinatori regionali che operano in tutto il Paese. Di solito l’abbinamento tra due famiglie viene fatto dopo numerosi incontri tra gruppi di israeliani di vecchia data e gruppi di nuovi immigrati, durante i quali le famiglie hanno l’opportunità di scegliersi a vicenda. Dopo che le famiglie si sono conosciute, vengono accompagnate e guidate da membri del programma e invitate a partecipare insieme ad attività di gruppo, come serate canore, gite, ecc.
Il contatto personale tra i veterani e i nuovi immigrati viene stabilito abbinando aree d’interesse. Vicinanza fisica, professione, hobby, età dei figli e lingua sono solo alcuni dei punti di contatto iniziale tra le persone. Gli israeliani veterani interessati ad aiutare i nuovi immigrati in aree più specifiche, senza coinvolgere la famiglia, possono iscriversi al programma “B’bayit B’yachad” come “volontari di missione”. Questi volontari possono aiutare gli immigrati a scrivere i loro curricula vitae, a trovare un lavoro adeguato, a imparare l’ebraico, ecc.
Programma social-nazionale
Il “B’bayit B’yachad” non è solo un programma che mette in relazione le persone, offrendo a tutti l’opportunità di dare una mano a coloro che hanno difficoltà ad integrarsi. È anche un programma social-nazionale che mira a facilitare l’integrazione degli immigrati, colmando i divari tra le popolazioni e incrementando l’immigrazione attraverso i contatti tra i nuovi immigrati e i loro parenti nella Diaspora che potrebbero, a loro volta, prendere in considerazione l’idea di immigrare in Israele. Il programma offre alle famiglie israeliane di vecchia data l’opportunità di dare un contributo alla società, di esporsi a nuove culture e di espandere i propri legami famigliari e sociali.
Il programma “B’bayit B’yachad” viene supervisionato da un consiglio pubblico presieduto da Ofra Strauss. Fino ad oggi circa 15.000 famiglie israeliane veterane, famiglie di nuova immigrazione e soldati “solitari” si sono iscritti al programma. Altri 1.700 volontari aiutano personalmente i nuovi immigrati durante il loro periodo d’integrazione.
Campagna pubblica per arruolare famiglie volontarie
Al fine di espandere il programma l’Agenzia Ebraica e Osem hanno lanciato una costosa campagna pubblica nella quale le famiglie israeliane sono invitate a unirsi al programma “B’bayit B’yachad” e ad accompagnare i nuovi immigrati nelle fasi iniziali del loro inserimento in Israele.
Per
incentivare le adesioni, Osem dona un pacco regalo a tutte le famiglie israeliane che si offrono di accompagnare una famiglia di immigrati nel programma.


Missione della giovane leadership greca

26 giovani greci sono arrivati in Israele il 30 aprile per una missione di sei giorni. Il loro programma era straordinario, commovente e divertente allo stesso tempo.
La delegazione ha visitato lo Yad Vashem, I tunnel del Kotel, il museo dell’aeronautica militare e Sdeh Boker.
Hanno visitato il confine settentrionale, hanno conosciuto gli studenti del villaggio studentesco “Ayalim” nel Negev, hanno incontrato nuovi immigrati etiopi nel centro di accoglienza di Hanita e hanno trascorso un po’ di tempo con i ragazzi del villaggio giovanile Ben Yakir – tutti progetti sponsorizzati dal Keren Hayesod.
I momenti di svago li hanno visti impegnati in sport estremi a "Danny Hi" e in una biciclettata nella valle di Hula.
I partecipanti a questa missione hanno concluso il loro indimenticabile viaggio dicendo di aver avuto allo stesso tempo l’occasione di vedere aspetti diversi del Paese e di essersi divertiti moltissimo.


Cerimonia della posa della prima pietra di un importante progetto per bambine con bisogni speciali

11 maggio 2008

Domenica 11 maggio 2008 decine di membri di una delle più grandi campagne sud-americane del KH, che si trovavano in Israele per celebrare il 60° compleanno dello Stato con una missione del Keren Hayesod, si sono riuniti a “Gan Assif”, presso l’ospedale Assaf Harofe vicino a Ramle. La ragione di questa riunione era la posa della prima pietra di una scuola per bambine con bisogni speciali. Alla cerimonia hanno partecipato il prestigioso Rishon Lezion, il rabbino capo d’Israele Shlomo Amar, il presidente mondiale del Keren Hayesod ambasciatore Avi Pazner e il membro del consiglio esecutivo del KH Danny Liwerant.
Le bambine hanno accolto gli ospiti con una canzone e due di loro hanno letto un messaggio di ringraziamento. Tutti coloro che hanno preso la parola hanno sottolineato l’importanza di aiutare questi bambini e il bisogno di fare tutto il possibile per dare loro pari opportunità di successo nella vita. Hanno anche fatto moltissimi complimenti al personale della scuola che, insieme al direttore, lotta per ogni bambina e riesce ad ottenere risultati straordinari. Molte bambine riescono ad inserirsi con successo nel sistema scolastico regolare, completano gli studi e fanno il servizio militare. La cerimonia si è conclusa con la firma del rotolo fondatore della nuova scuola, che poi – come da tradizione – è stato sepolto nel terreno su cui questo importante e meritevole progetto verrà costruito.

martedì 27 maggio 2008

Gerusalemme

No. 403 - 1.2.08

Uno studio: dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico

Secondo uno studio del Natal, il Centro Israeliano per le Vittime del Terrore e della Guerra, dal 75% al 94% dei bambini di Sderot di età compresa tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico.La ricerca del Natal, che verrà pubblicata a giorni, si basa su un campione rappresentativo. Lo studio ha evidenziato che il 28% degli adulti e il 30% dei bambini di Sderot soffre di disturbi da stress post-traumatico (PTSD). Lo studio è stato coordinato dalla dr. Rony Berger, direttore del Dipartimento dei Servizi Comunitari del Natal e dal dr. Marc Gelkopf, con l’assistenza della dr. Mina Tzemach, che ha condotto il sondaggio.La città di Sderot e il Negev occidentale nel suo complesso sono stati sottoposti al fuoco di fila dei razzi lanciati dai militanti palestinesi nella striscia di Gaza per più di sette anni.Berger sottolinea la differenza tra sintomi da stress post-traumatico, come difficoltà a dormire e problemi di concentrazione, e il PTSD vero e proprio, che può interferire seriamente con la vita di ogni giorno. Berger dice che lo studio ha evidenziato che i bambini di età scolare hanno gravi sintomi di ansia e ha richiamato l’attenzione su una correlazione tra l’ansia del genitore e quella del figlio.Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico.Dalia Yosef, direttore del centro per il trauma Hosen di Sderot, afferma che il numero dei bambini di 1-6 anni che soffrono di ansia e che hanno bisogno di cure di lungo termine è in aumento. La dottoressa sostiene che fino allo scorso maggio dei 305 bambini in questo gruppo di età che soffrivano di ansia, solo il 30% aveva bisogno di cure psicologiche di lungo termine. Gli altri hanno ricevuto solo cure immediate. Negli ultimi mesi, invece, sempre più bambini hanno avuto bisogno di cure ad ampio raggio per prevenire lo sviluppo del PTSD. Da maggio altri 105 bambini, il 70% dei quali ha ora bisogno di lunghe ed estese cure psicologiche, sono stati diagnosticati come sofferenti da trauma. Yaron Ben Shimol, la cui figlia Lior di 5 anni è stata ferita venerdì quando un razzo qassam ha colpito la casa dei vicini mentre lei stava giocando con i loro figli, ricorda che la bambina era stata curata da uno psicologo prima dell’incidente. Lior non è sola: 120 bambini di Sderot stanno ora seguendo una terapia di lungo termine per curare l’ansia. Yosef fa notare che alcune delle cure per l’ansia che vengono sviluppate a Sderot e in altre comunità vicino al confine con Gaza si concentrano sulla cura di stress costanti, senza poter prevedere una conclusione della terapia. Continua la dottoressa Yosef: “È un problema serio curare e prevenire lo stress post-traumatico quando non è post”. Noi prendiamo modelli esistenti per la cura dello stress e li adattiamo a una situazione in cui la minaccia non passa mai. Lavoriamo con i genitori per creare una dimensione in cui i loro bambini possano continuare a sorridere, a ricevere amore e a giocare, così che vengano creati per tutti ambienti positivi e sicuri”. Yosef racconta che al centro Hosen genitori e figli ricevono vari strumenti per gestire l’ansia, tra cui lezioni di respirazione e di tecniche di rilassamento. Va notato che a questo proposito il consiglio regionale dello Sha'ar Hanegev ha modificato il gioco del Monopoli per permettere ai giocatori di “lanciare” razzi Qassam come un modo per ridurre lo stress. È tutto finalizzato alla gestione di una situazione di lungo termine senza soluzione in vista.L’esperto: non portate via i bambini da soli Secondo il prof. Muli Lahad, direttore del Centro Comunitario per la prevenzione dello Stress Mashabim presso il college accademico Tel Hai, evacuare i bambini di età inferiore agli 11-12 anni senza i loro genitori non farebbe altro che accentuare i sintomi da stress post-traumatico. Quando i bambini vengono lasciati soli, lontani dalla loro comunità, immaginano che accadano cose orribili alla loro famiglia che è rimasta a casa. I bambini si convincono che tutto sia stato distrutto e ciò che vedono e sentono dai media non fa che rafforzare questa convinzione. “Quando è l’intera famiglia a venire evacuata, i problemi diminuiscono di molto, ma solo se si tratta di un’evacuazione di breve durata, per riposarsi e recuperare le forze”. Secondo una ricerca condotta dal centro Mashabim nelle comunità dell’Alta Galilea dopo la seconda guerra del Libano, l’evacuazione di una zona sotto bombardamento non è – come si crede di solito – la prima priorità per i residenti. La maggior parte delle persone intervistate ritiene che la preparazione dei rifugi pubblici sia la principale priorità per le autorità locali, quella che loro considerano la più importante. Di seguito nella lista delle priorità vengono la cura degli anziani e delle persone disabili e quindi i servizi sanitari.Quando è stato chiesto loro se erano disposti a rimanere nelle rispettive comunità senza i figli, la maggior parte dei residenti della Galilea ha risposto di no. “Chi pensa all’evacuazione senza considerarne le conseguenze, lavora sconsideratamente e non capisce qual è il prezzo da pagare”, dice Lahad, che in quanto residente di Kiryat Shmona, ha vissuto il problema sulla sua pelle.
L'Agenzia Ebraica per Israele sta offrendo assistenza finanziaria immediata alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam a Sderot, grazie alla recente decisione di usare i fondi del Fondo per le Vittime del Terrorismo per assistere subito questi cittadini.Questa assistenza d'emergenza viene offerta dal fondo per le Vittime del Terrorismo dell'Agenzia Ebraica, che è sottoscritto dall'Unione delle Comunità Ebraiche e dal Keren Hayesod.La decisione del mese scorso ha fatto sì che venissero stanziati 300.000 dolari per gli abitanti di Sderot, per offrire un primo soccorso alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam, in attesa dell'aiuto che riceveranno dal governo.

domenica 25 maggio 2008

la famiglia Levy

No. 412 - 4.4.08

La famiglia Levy – Dalla giungla peruviana a Ramle

Questa “hamula” è indubbiamente la più numerosa famiglia sud-americana in Israele. Fino ad oggi 150 membri della famiglia sono immigrati in Israele, ma in Perù ce ne sono ancora 800, e quasi tutti si stanno organizzando per venire in Israele. Un intervista con la famiglia Levy.

Qualcosa è cambiato a Ramle ultimamente. Per le strade della città si vedono sempre più facce nuove – facce diverse da quelle che si vedevano di solito da quelle parti. Cinque anni fa i membri del clan Levy, una delle più numerose famiglie sud-americane in Israele, hanno iniziato a stabilirsi a Ramle. Quando li abbiamo incontrati abbiamo scoperto che le famiglie di quattro fratelli sono già qui, compresi i membri più anziani del clan. In tutto la famiglia conta 24 fratelli, alcuni dei quali pensano di immigrare in Israele nel prossimo futuro. La maggior parte di coloro che si trovano già in Israele abita a Ramle, e benché essi rappresentino solo una parte del clan, sono già 150 persone. Se e quando tutti o la maggior parte dei 24 fratelli arriverà in Israele con le rispettive famiglie, il clan conterà circa 1000 persone, ovvero diventerà la più grande famiglia sud-americana in Israele e forse la più grande famiglia israeliana in assoluto.
La storia della famiglia Levy in Perù risale al 1880. Ai tempi del boom del cauciù gli ebrei marocchini arrivarono a Belem de Para, sul delta del Rio delle Amazzoni in Brasile. Da là questi giovani avventurosi attraversarono la foresta vergine in cerca di fortuna.
Mentre cercavano di realizzare i loro sogni non hanno mai dimenticato la loro identità ebraica e secondo Roberto Feldman, uno dei rabbini che hanno seguito la conversione della famiglia in Perù, anche se sposavano donne del posto, dicevano sempre ai propri figli: “Ricordate che siete ebrei”. In un secondo tempo arrivarono altre famiglie ebree, come i Bensimon, i Bendayan, i Bensus, i Toledano, i Cohen, i Levy e altri.
In cerca del cauciù
Mery Levy, 44 anni, spiega l’articolata storia della sua famiglia. “La culla della famiglia è Santa Maria de Nieva, nella giungla amazzonica peruviana. Questo villaggio di coloni è circondato da popolazioni indigene. La nostra presenza laggiù inizia con l’arrivo di Jose Levy, che approdò lì in cerca d’oro e di cauciù. Arrivò insieme a suo fratello David che in seguito emigrò negli Stati Uniti. Jose Levy sposò una donna che di cognome faceva Vardales. Loro figlio, Ramon Levy Varldales, era mio nonno. È lui il patriarca della famiglia che ora vive in Israele.
Ramon ebbe 24 figli da due mogli. La prima moglie si chiamava Hortensia Saravia e da lei Ramon ebbe nove figli. Hortensia contrasse la lebbra e i due furono costretti a separarsi quando la malattia era già in uno stadio avanzato e “parti del suo corpo cominciavano a cadere”. Ramon mise Hortensia in un lebbrosario a Leticia, sul Rio delle Amazzoni al confine con la Colombia. Quindi sposò Paquita e da lei ebbe 15 figli.
La madre di Mery si chiama Dora Levy Sarabia, ha 84 anni e ora vive in Israele; ha sei figli che vivono anche loro tutti in Israele.
Victor Levy, anche lui uno dei patriarchi he ora risiedono in Israele, ha vissuto in Amazzonia durante il servizio militare. Lì ha sposato una donna del posto che gli ha dato sette figli. Ad un certo punto ha perso ogni contatto con lei ed è rimasto solo con tre figli. In un secondo momento ha sposato una donna ebrea della famiglia Bensus che viveva nel villaggio di Santa Maria de Nieva. Hanno avuto otto figli che hanno cresciuto insieme.
Santa Maria de Nieva è un villaggio isolato, lontano da tutto. “Oggi si trova a due giorni di viaggio da Lima. Allora per arrivarci di giorni ce ne volevano quattro , prima in barca lungo il fiume e poi via terra su una strada sterrata”, racconta Mery parlando della sua città natale.
Un altro ramo della famiglia vive a Pucalpa, nella provincia dell'Ucayali nella regione della bassa Amazzonia. Alcuni dei 24 fratelli vengono da là. “Per andare a trovare questo ramo della famiglia dovevamo navigare su una barca a remi per due o tre giorni fino a Iquitos, il capoluogo di questa parte del Perù. Da lì dovevamo viaggiare per altri due o tre giorni lungo il fiume prima di raggiungere Pucalpa”, ci raccontano i Levy. Solo una minoranza di questo ramo della famiglia e venuta in Israele, ma alcuni stanno ora pensando di fare l'aliyah. Ci sono circa 300 membri della famiglia Levy a Pucalpa.
Ritorno alle origini
Col passare degli anni la famiglia ha lasciato Santa Maria de Nieva e si è trasferita a Iquitos. Nel frattempo le radici ebraice erano andate completamente perdute. Ciò accadde perché il nonno era morto prima che il figlio fosse grande abbastanza per apprendere le tradizioni ebraiche e fu così che quando erano ancora a Santa Maria de Nieva i Levy si convertirono al cristianesimo. “Sapevamo di avere origini ebraiche, ma non sapevamo nulla della religione ebraica. Eravamo isolati”, ricorda Mery. “Tutto è cambiato quando mio fratello, Ronald Reategui Levy, ha stabilito un contatto con la comunità ebraica di Iquitos (fondata nel 1909 da famiglie provenienti dal Marocco) e ha iniziato a studiare l'ebraismo. Il coinvolgimento di Ronald nella vita ebraica della città divenne così forte e profondo che alla fine fu eletto presidente della comunità. Ancora oggi ricopre la carica di vice presidente della comunità ed è un instancabile promotore del ritorno all'ebraismo e dell'aliyah in Israele tra i membri della sua famiglia. La moglie e i figli sono già qui e lui divide il suo tempo tra Israele e Perù. Vuole continuare il suo lavoro nella comunità di Iquitos prima di stabilirsi definitivamente in Israele”.
Il processo di riavvicinamento all'ebraismo è iniziato 15 anni fa. “All'inizio Ronald ci ha dato dei libri da leggere, per studiare l'argomento”, ci raccontano. L'idea venne inizialmente respinta in quanto la famiglia non vedeva alcun motivo per abbandonare il vecchio credo e le vecchie tradizioni.
Ora Mery è un'ebrea molto devota. “Così è e così doveva essere”, racconta. "Sono arrivata alla meta. Ho sempre cercato risposte al mio credo. In passato, in Perù, ho sempre sentito il bisogno di esplorare e studiare altri credi, ma quando ho conosciuto e sperimentato l'ebraismo ho trovato le risposte a molte delle mie domande”, confessa Mery. La sua famiglia ora festeggia Brit Mila e bar mitzvoth e si riunisce ogni venerdì sera per accogliere il sabato.
Hanno dovuto convertirsi quando erano ancora in Perù. A seguire il processo di conversione sono stati 3 rabbini affiliati al movimento conservative. “A convertirci sono stati i rabbini Marcelo y Guillermo, Saferstein e Fleishman. I primi due gruppi si sono convertiti nel 2002 e nel 2004. Ora stanno preparando alla conversione un nuovo gruppo, che pensa di venire in Israele l'anno prossimo. Anche la famiglia Bensus si sta convertendo e preparando a fare l'aliyah.
Dal caldo tropicale all'inverno di Ramle
Molti membri della famiglia sono arrivati in Israele insieme nel dicembre del 2005 e si sono stabiliti a Ramle. Era inverno, un inverno perticolarmente duro per chi viene da Iquitos, “un posto dove è estate tutto l'anno, anche se piove sempre”, spiegano i Levy.
I primi giorni sono stati molto difficili. “All'inizio eravamo in pochi e non conoscevamo la lingua. Ci sentivamo come se stessimo per morire”, racconta Mery. Confrontavano la moneta locale con quella peruviana e non riuscivano a capire perché qui un pezzo di pane costasse tanto di più che in Perù. “Non avremmo potuto comprare nulla nei negozi senza l'aiuto di altri sud americani che da tempo risiedevano a Ramle”, racconta Mery.
Perla Banner, nata in Argentina, ma in Israele da 30 anni, coordina il programma per l'America Latina del comune di Ramle. Il suo compito è di aiutare i nuovi immigrati sud-americani che si stabiliscono a Ramle ad organizzarsi, a trovare un appartamento a superare i primi intoppi burocratici. “La famiglia Levy è molto numerosa. Per me ogni aliyah è una benedizione e faccio del mio meglio per far sì che il primo periodo di adattamento e inserimento passi nel modo più tranquillo possibile.
La famiglia Levy riconosce e apprezza moltissimo l'aiuto che sta ricevendo. “All'inizio tutto sembrava difficilissimo”, ammettono Mery e suo marito. “Allora dissi a Perla che non eravamo sicuri di riuscire a pagare l'affitto”. Oggi sono grati al governo e sono molto più partecipi della vita della comunità locale. “Amiamo molto le persone che vivono in questo Paese. Siamo già sionisti convinti”, aggiungono con orgoglio. Mery, che lavora al banco alimentari del locale supermercato, ha due coppie di gemelli e tutti parlano bemissimo l'ebraico. Due dei gemelli stanno facendo il servizio militare nell'esercito. Mery e il marito, che lavora in in lavasecco, sono fieri che i figli stiano "proteggendo la loro patria”.
In genere si capisce che sono felici in Israele. Dicono che il Paese ha dato loro un caloroso benvenuto. Inoltre abitano tutti molto vicino gli uni agli altri e si vedono spesso. Sono una famiglia molto unita e festeggiano tutte le feste insieme, così come insieme celebrano lo Shabbat. “All'inizio ci riunivamo a casa di Maria Isabel, la sorella di Mery, nell'appartamento al piano terra. Ma ora siamo così tanti che non riusciamo ad entrare tutti in una sola casa. I prossimi eventi li festeggeremo tutti in un giardino pubblico”, ridono divertiti. Ci sono così tanti Levy qui che la comunità sud-americana ha iniziato a chiamare la città “Ramlevy”.
Questa famiglia, con la sua serie infinita di storie che si arrichisce ora del capitolo medio orientale, rappresenta una pietra miliare dell'immigrazione sud-americana in Israele. Si sono già creati una nicchia tra di noi in questo Paese. Prima o poi, in un paio di generazioni, saranno ebrei israeliani, veri “sabra”, che racconteranno a figli e nipoti la storia di una famiglia che è arrivata dal Perù e che ha iniziato una vita nuova in questa parte del mondo, proprio come tutte le precedenti ondate migratorie, quando persone provenienti dai quattro angoli del pianeta si sono riunite in Israele seguendo la stessa strada presa dal popolo ebraico durante tutta la sua storia.


No. 415 - 9.5.08

5/5/2008 – Giorno dell'aliyah / Giorno dell'immigrazione

Un numero record di centinaia di nuovi immigrati provenienti da 20 Paesi diversi sono arrivati in Israele il 5 maggio 2008, alla vigilia del 60° giubileo d'Israele. Il giorno dell'aliyah è stato organizzato dall'Agenzia Ebraica e dal Ministero per l'Accoglienza degli Immigrati per celebrare l'arrivo e l'integrazione di più di tre milioni di immigrati nei 60 anni che sono trascorsi dalla fondazione dello Stato d'Israele.
Gli immigrati sono stati accolti con una cerimonia ufficiale a cui hanno partecipato il ministro per l'Accoglienza degli Immigrati Yaakov Edery, il presidente dell'Agenzia Ebraica Zeev Bielski, il presidente mondiale del Keren Hayesod ambasciatore Avi Pazner, e il rabbino capo d'Israele Shlomo Amar.

venerdì 23 maggio 2008


No. 405 - 13.2.08

La sventura di Sderot – I bambini in prima linea

Il Fondo per le Vittime del Terrorismo, sostenuto dal Keren Hayesod e dal UJC (USA), in azione a Sderot

10 febbraio 2008 / 4 Adar I 5768

I miracoli non continuano a ripetersi in eterno e lo scorso sabato 9 febbraio sono improvvisamente finiti, quando la gamba sinistra di Osher Tuito, 8 anni, è stata amputata dalle schegge di un razzo kassam caduto a pochi metri da lui.

Era andato al locale bancomat per prelevare il denaro necessario ad acquistare un regalino per il compleanno di suo padre. Nell'attacco è stato colpito anche suo fratello maggiore, Rami Tuito, 19 anni. Entrambi sono stati feriti gravemente durante il fuoco di fila di razzi kassam che sabato scorso ha martoriato Sderot. In un primo momento sono stati ricoverati presso l'ospedale Barzilai di Ashkelon, ma data la gravità delle loro condizioni sono stati poi trasferiti all'ospedale Tel Hashomer d Ramat Gan, che è specializzato nella cura di questo tipo di ferite. Là si sottoporranno alle cure necessarie, trascorreranno il periodo di convalescenza e, se va tutto bene - come si spera - affronteranno la riabilitazione. La gamba sinistra di Osher è stata amputata dopo che i dottori, nonostante tutti i loro sforzi al limite dell'eroismo, non sono riusciti a salvarla e dopo che il bambino era rimasto privo di conoscenza per molte ore.
La notizia che i due ragazzi erano stati feriti si è diffusa in un lampo tra gli attivisti coinvoilti nel progetto Giovani Futuri nel sud d'Israele. Dopo lo schock iniziale, il personale dell'Agenzia Ebraica si è subito messo in moto per assistere la famiglia e tutte le persone direttamente coinvolte nei fatti. Prima di tutto hanno contattato Tami Betito, il consigliere del progetto Giovani Futuri che, all’interno del programma, era direttamente responsabile per Osher. In un effetto domino di atti di gentilezza e generosità, tutte le persone in qualche modo coinvolte nel progetto hanno voluto partecipare. Tutti si sono impegnati a prendersi cura del ragazzo, in particolare, e di Sderot, in generale.
L'Agenzia Ebraica e i suoi partner sono al fianco di Sderot dall'inizio del blitz di razzi kassam, offrendo sostegno finanziario attraverso il Fondo per le vittime del terrorismo, rimodernando i rifugi antimissile, riparando il centro per il trauma di Sderot, offrendo oasi di pace ai bambini e ai giovani di Sderot e sviluppando altri programmi di assistenza.
L'Agenzia Ebraica per Israele sta offrendo assistenza finanziaria immediata alle vittime dei bombardamenti di razzi kassam a Sderot, grazie alla recente decisione di usare i fondi del Fondo per le Vittime del Terrorismo per assistere subito questi cittadini. Il Fondo per le Vittime del Terrorismo è sottoscritto dal Keren Hayesod e dall'Unione delle Comunità Ebraiche.
A causa dell’escalation dei bombardamenti contro Sderot e contro le comunità limitrofe, il mese scorso il Fondo per le vittime del terrorismo ha stanziato più di 300.000 dollari per l’assistenza finanziaria immediata delle vittime dei razzi kassam, in attesa degli aiuti che riceveranno dal governo.
Le famiglie destinatarie degli aiuti di emergenza dal Fondo per le vittime del terrorismo, riceveranno subito 1.100 dollari per l’acquisto di cibo, medicine, prodotti di prima necessità danneggiati dai razzi kassam, ecc. questa donazione verrà pagata alle famiglie immediatamente per coprire le spese dei loro bisogni personali che non sono coperte da altri enti coinvolti nell’assistenza alle vittime dei razzi kassam.

Mizpè Ramon - stambecchi in libertà

No. 408 - 7.3.08

Pircha Wiesel (80), Sopravvissuto all’Olocausto, Ashkelon: "Non ho più la forza di fuggire"

David Reguev , Yediot Achronot 4.3.2008

Non ho paura. Non più paura di niente. Quando ero giovane sono riuscito a sfuggire ai Nazisti, ma ora sono vecchio e malato e non ho più la forza di scappare. Ho accettato il fatto che sto per morire. Spero che a uccidermi non sia un missile.
Fino ad oggi mi sono preoccupato solo per mio figlio, che vive in un kibbutz vicino alla striscia di Gaza: la sua famiglia si è salvata per miracolo quando un razzo è caduto a pochi passi dalla loro casa.
Ma l’altro ieri un missile Grad è esploso anche qui, ad Ashkelon, a 500 metri da casa mia. Ero solo. La badante era uscita. Sono sceso alla stazione dell’autobus e poi ho sentito l’esplosione non lontano da me. Poi ho sentito la sirena. Non c’è nessuno qui che può stare con me. Anche i miei vicini hanno lasciato i loro appartamenti. Sono completamente solo.
Sono nato in Ungheria tra le due guerre. Dopo l’invasione tedesca ho vissuto nel ghetto di Budapest. I nazisti hanno ucciso tutta la mia famiglia nei campi di concentramento, ma io sono riuscito a scappare e a sopravvivere.
Dopo la guerra ho iniziare una nuova vita e sono venuto in Israele, dove ho avuto due bambini. Ho sei nipoti e due bisnipoti. Li ho cresciuti insegnando loro ad amare Israele. Ma ciò che sta succedendo adesso mi ricorda quello che ho passato durante l’Olocausto, questa senzazione di impotenza che non si esaurisce mai perché non c’è nulla che si possa fare per fermare i razzi.
Quando ero giovane non sono potuto crescere come un ragazzo normale, perché dovevo lottare per la mia sopravvivenza. Durante quella guerra tememevo per la mia vita e scappavo da un rifugio all’altro. Ma non sono più giovane e ora non so più dove scappare.
I nazisti mi hanno rubato la giovinezza. Ora i terroristi mi stanno rubando la vecchiaia.
Ho esaurito le forze.
Pircha Wiesel, 80 anni, vive ad Ashkelon e riceve assistenza finanziaria dal fondo per i sopravvissuti all’Olocausto.


No. 417 - 23.5.08

Due vittime di attentati terroristici trionfano sulle loro ferite – Due storie di speranza
La vittoria di Orly
Orly Virani è stata gravemente ferita nell'attentato del 2002 contro il ristorante Matza di Haifa ● Oggi è in attesa del suo primogenito e sta pensando di partorire nello stesso ospedale dove ha lottato per la sua vita.

di Eitan Glickman - Yediot Ha’haronot 19.05.08

I dottori hanno lottato per cinque giorni per salvare la vita di Orly Virani, che era stata ferita gravemente nell'attentato suicida del marzo 2002 contro il ristorante Matza di Haifa. Temevano che non ce l'avrebbe fatta. Oggi Orly ha 27 anni, è felicemente sposata e aspetta il suo primogenito.
Il 31 marzo 2002 Orly doveva incontrare per pranzo Daniel Menchel, un suo caro amico. Un terrorista è entrato nel ristorante e si è fatto esplodere, uccidendo Daniel e altre 14 persone. Orly è rimasta ferita gravemente. Non è stato facile per Orly guarire dalle sue ferite sia fisiche che emotive, e sei mesi dopo lo scoppio della bomba è emigrata in Germania. “Sentivo che non ce la facevo più a vivere in Israele”, ha spiegato. “Ero completamente sopraffatta dalle mie paure, e ho deciso di trasferirmi da mia zia a Monaco di Baviera”.
In Germania Orly ha incontrato e sposato Sven. Oggi è incinta di sette mesi e la coppia sta easpettando il suo primogenito. La settimana scorsa Orly ha visitato l'ospedale Rambam per un controllo e ha deciso di cogliere l'occasione per chiudere il cerchio tornando nel luogo dove la sua vita è cambiata in modo così drammatico.
“Ero ferita molto gravemente”, ricorda. “Il mio corpo era pieno di schegge e mi hanno detto che la probabilità che una persona con quel tipo di ferite riesca a sopravvivere è inferiore al 20%. Nessuno allora parlava delle probabilità di rimanere incinta e di avere un bambino, ma io sapevo che sarei sopravvissuta. Sono forte. Lo sapevo che sarei sopravvissuta e ora, da un momento all'altro, diventerò mamma. Chi lo avrebbe mai detto! Per me venire a un controllo di gravidanza al Rambam, dove ho lottato per la mia vita, è una grande vittoria”.

Asael cammina di nuovo

Sei anni dopo aver perso una gamba in un attentato terroristico Asael Shabo, 15 anni, torna in Israele con una sofisticata protesi sportiva.

di Avi Zinger, Yediot Ha’haronot 19.05.08

Sei anni fa, nel giugno del 2002, un terrorista entrò nella casa della famiglia Shabo a Itamar nel Shomron, sparò a raffica e uccise Rachel Shabo e tre dei suoi figli: Neria (15 anni), Zvika (12) e Avishai (5). Asael Shabo aveva allora 9 anni e venne colpito da una scarica di proiettili che gli amputò la gamba.
Domani, sei anni dopo quel terribile attentato terroristico, Asael tornerà in Israele sulle sue due gambe, una delle quali è una sofisticata protesi che è stata messa a punto negli Stati Uniti e che costa 70.000 dollari. “Papà, posso correre con due gambe”, ha detto al padre un emozionato Asael prima di tornare in Israele.
Dal giorno in cui è stato ferito nell'attentato terroristico, Asael, che oggi ha 15 anni, aveva sempre rifiutato di indossare una protesi, preferendo usare le grucce o saltellare su una gamba sola. Prima dell'attentato giocava a calcio, ma dopo ha deciso di dedicarsi alla corsa e si era convinto che una protesi avrebbe ostacolato i suoi sforzi di primeggiare.
L'atteggiamento di Asael è cambiato quando ha incontrato Shlomo Nimrod, un uomo d'affari americano, veterano dello Tsahal e invalido di guerra, che indossa una protesi appositamente progettata per correre e fare sport (simile a quella che usa il campione olimpico sud africano Oscar Pistorius). Nimrod ha convinto Asael a farsi preparare una protesi simile alla sua e ha persino preso accordi con l'Istituto negli Stati Uniti che mette a punto questo tipo di protesi.
Asael è partito per gli Stati Uniti poco prima del Giorno dell'Indipendenza e un paio di giorni dopo già correva e saltava su due gambe. “Tutti erano senza parole; non potevano credere ai loro occhi”, ricorda Guy Solomon, un rappresentante dell'organizzazione Etgarim che ha accompagnato Asael in America. “Tutti sono rimasti sorpresi dalla velocità con cui si è adattato alla protesi. Asael è un ragazzo incredibile, con una gran voglia di vivere. È un adolescente molto coraggioso, che ha subito un terribile trauma e dopo tutto quello che ha passato sono felice che siamo riusciti a restituirgli alcune delle gioie della vita. Il sorriso stampato sul suo volto quando ha visto che stava in piedi su due gambe ci ripaga di tutto".
“Volevamo che fosse in grado di fare quello che fa ogni altro ragazzo della sua età, di giocare a calcio e di correre come chiunque altro”, ha aggiunto Guy. “Non appena torna in Israele cominceremo ad allenarci per le sfide sportive che lo aspettano”.
Boaz, il padre di Asael, era accanto a lui nella gioia e nell'emozione di ieri. “Dopo tutto quello che ha passato non vedo l'ora di vederlo su due gambe”, ha detto. “Lo so che riuscirà in qualunque cosa che deciderà di fare. È un lottatore testardo, un vincitore!

mercoledì 21 maggio 2008



No. 409 - 14.3.08

Terrorismo ieri e oggi – 60 anni dopo l’attacco omicida al Keren Hayesod e alle Istituzioni Sioniste a Gerusalemme – 12 vittime, tra cui Leib Jaffe, direttore generale del Keren Hayesod (11/3/1948)

Il giorno dopo l’esecutivo dell’Organizzazione Sionista Mondiale pubblicò il seguente annuncio:
“L’11 marzo 1948 alle 19:45, l’auto del console americano guidata da un autista arabo è entrata nel cortile delle Istituzioni Nazionali. L’autista è stato identificato con sicurezza dalle guardie all’entrata come l’autista del console, che si reca negli uffici dell’Agenzia Ebraica quotidianamente per gli impegni consolari statunitensi. L’auto si è fermata vicino agli uffici del Keren Hayesod e l’autista è sparito. Poco dopo l’auto è esplosa e l’onda d’urto ha distrutto il secondo piano dell’ala del Keren Hayesod e i muri interni degli uffici dell’Agenzia Ebraica e del Consiglio Nazionale. Le operazioni di soccorso sono iniziate immediatamente. Dodici membri del Keren Hayesod e del Consiglio Nazionale sono morti e decine sono stati feriti, alcuni gravemente. … Una delle vittime è il signor Leib Jaffe, uno degli ultimi delegati ancora in vita del Primo Congresso Sionista, uno dei fondatori del Keren Hayesod e uno dei suoi leader sin dagli esordi. E’ morto svolgendo il suo dovere. Il movimento sionista piange la sua perdita. Subito dopo essersi presi cura di tutti i feriti, sono iniziati i lavori per togliere le macerie e ricostruire l’edificio. Negli uffici che non erano stati danneggiati dall’esplosione si è ripreso subito a lavorare. I lavori di restauro procedono speditamente e si spera che gli edifici delle Istituzioni Nazionali possano essere di nuovo operativi entro pochi giorni.

Eilat - museo oceanografico

No. 416 - 16.5.08

Israele feteggia 60 anni: Gli ultimi dati sulla popolazione

http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Society_&_Culture/newpop.html
Il 31 dicembre 2007 la popolazione israeliana ha raggiunto la cifra di 7.241 milioni di abitanti. Di questi 75,6% sono ebrei (5.472 milioni), 20% sono arabi (1.449 milioni) e 4,4% (320.000) sono ‘altri’ — ovvero gli immigrati che al Ministero dell'Interno non sono registrati come ebrei, i cristiano non-arabi e i residenti senza denominazione religiosa.
Durante il 2007 la popolazione israeliana è aumenta dell'1,7%, solo un decimo di punto in meno rispetto all'anno scorso. Inoltre nel 2007 sono arrivati 18.000 immigrati e sono nati 149.400 bambini.
Nel complesso durante l'anno la popolazione israeliana è aumanta di 124.000 unità, di cui l'88% è il risultato della crescita naturale della popolazione (la nascite meno la morti) e il rimanente 12% è dato dal fattore immigrazione: la differenza tra il numero degli immigrati e il numero degli emigrati.
Nel giorno del 59° anniversario dell'Indipendenza israeliana, il 24 aprile 2007, lo Strato d'Israele contava circa 7.150.000 di abitanti, 121.000 in più rispetto al 2006, con un tasso di crescita dell'1,8%. Dal 2003 il tasso di crescita è rimasto pressoché stabile. Come nel 2007, anche nel 2006 l'incremento è dovuto in massima parte (88%) alle nascite, che nel 2006 sono state 148.000. Nello stesso periodo 18.400 nuovi immigrati avevano fatto l'aliyah in Israele, il che corrisponde al rimanente 12% della crescita della popolazione israeliana nel 2006.
La maggioranza degli israeliani (92%) vive in aree urbane. Un quarto della popolazione israeliana vive o a Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa o a Rishon Letzion. Con i suoi 719.900 abitanti Gerusalemme è la città più grande d'Israele. La maggioranza della popolazione israeliana si concentra nel centro del Paese attorno a Tel Aviv, che conta 378.900 abitanti.
Una delle 14 maggiori città israeliane è Rishon Letzion, fondata nel 1882, che è passata dagli 11.000 abitanti del 1948 ai 219.500 del 2007. La sua vicina a sud, Rehovot, anch'essa fondata alla fine dell'Ottocento, è cresciuta dai 12.500 abitanti del 1948 ai 100.300 del 2003. Ashkelon e Ashdod sono state fondate nel 1948 e nel 1955 alla periferia del popoloso centro del Paese. Nel 2003 la popolazione di Ashkelon ammontava a 104.700 unità e nel 2007 Ashdod conta 200.600 abitanti.
Be'er Sheva, "La capitale del Negev" e la maggiore città del Sud, aveva 183.200 abitanti nel 2003. La terza maggiore città del Paese e la maggiore città del Nord è Haifa con i suoi 267.000 abitanti.
Il 65% della popolazione ebraica e non-araba è nata in Israele. Nel 1948solo il 35% degli ebrei erano nati nel Paese.
Gli ebrei e i non-arabi che non sono nati in Israele sono 1.930.000; quelli che vengono dall'ex-Unione Sovietica rappresentano il maggiore gruppo "straniero" in Israele. Oltre ai 950.000 che sono arrivati dall'ex URSS, 157.000 persone che ora vivono in Israele sono nate in Marocco, 110.000 vengono dalla Romania, 77.000 sono originarie del Nord America, 70.000 vengono dall'Iraq, 70.000 dall'Ethiopia e 64.000 dalla Polonia. Dal 1948 sono immigrati in Israele tre milioni di persone, di cui più di un milione solo dal 1990.

lunedì 12 maggio 2008

Gerusalemme - Museo della Shoa (Yad Vashem)

No. 402 - 25.1.08

27 gennaio: Giorno Internazionale della Memoria in onore delle vittime della Shoa
4 luglio 1946 – il pogrom di Kielce: un crimine contro i sopravvissuti

A Kielce furono massacrati più di 40 ebrei. Quei fatti scatenarono la corsa all’esilio di quei membri di una comunità ebraica polacca un tempo fiorente, che erano sopravvissuti all’Olocausto.

A provocare i tragici eventi di Kielce fu la voce senza fondamento che una famiglia di ebrei avesse sequestrato per una notte un bambino cristiano di nove anni. Secondo quella voce, che aveva subito assunto proporzioni grottesche, la comunità ebraica della città, che era stata quasi annientata durante la guerra, avrebbe avuto bisogno di trasfusioni di sangue di bambini cristiani per continuare ad esistere. Alcune persone sostennero di aver visto teschi e scheletri di bambini nella cantina di una famiglia ebrea e diffusero la frottola che quella famiglia avesse compiuto omicidi rituali per ottenere una goccia di sangue cristiano, che secondo loro era un ingrediente essenziale per la preparazione delle matzot, il pane azzimo ebraico. Il padre del ragazzo che si diceva fosse stato tenuto in ostaggio dalla famiglia ebrea per una notte – ma che poi risultò aver trascorso la notte a casa di un amico in campagna – chiese alla polizia di aprire un’inchiesta.
Accompagnato dai vicini si recò con la polizia in via Planty, dove risiedevano molte famiglie ebree. La delegazione divenne una folla quando ad essa si unirono dei soldati e i membri della milizia comunista. Un ufficiale della polizia ordinò agli ebrei di consegnare le armi ed è stato allora che si sono sentiti i primi spari. Nessuno può dire con certezza chi sia stato ad aprire il fuoco e contro chi, ma la battaglia che ne seguì coinvolse soldati, polizia e civili che o spararono agli ebrei o li picchiarono a morte. Alcuni vennero lanciati fuori dalle finestre dei loro appartamenti. Trentasette ebrei e tre cristiani polacchi vennero uccisi dalla violenza di quel giorno; altri attacchi contro gli ebrei della città vennero registrati nei giorni successivi. Secondo alcuni sopravvissuti che ora vivono in Israele, parecchi giorni prima di quei tragici eventi, una delegazione ebraica,
avendo percepito la tensione nell’aria, aveva chiesto udienza al vescovo, il quale aveva risposto che la chiesa non poteva intervenire a favore degli ebrei, “in quanto essi hanno portato in Polonia il comunismo”. Quegli eventi scatenarono un’enorme ondata migratoria, che coinvolse decine di migliaia di ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto nazista. "Dopo il pogrom di Kielce la situazione era inesorabilmente cambiata”, sostiene la storica Bozena Szaynok dell’Università di Wroclaw. "Subito dopo la guerra molti ebrei emigrarono in Palestina perché ai loro occhi la Polonia era diventata un enorme cimitero in cui non si poteva più vivere. "Dopo il pogrom, gli ebrei furono presi dal panico. Non si sentivano più al sicuro in Polonia”, dice. Nei tre mesi che seguirono il pogrom circa 70.000 ebrei lasciarono la Polonia – più dei 50.000 che erano emigrati durante tutto l’anno precedente. Prima della seconda guerra mondiale la Polonia ospitava la comunità europea più grande d’Europa (circa 3.5 milioni di persone). La maggior parte di loro fu spazzata via durante l’Olocausto. Atmosfera matura L’atmosfera post-bellica in Polonia era matura per il pogrom di Kielce. "Il pogrom non sarebbe mai avvenuto se non fosse stato per il clima di antisemitismo che allora pervadeva la Polonia: gli ebrei erano stati disumanizzati, si pensava che fossero stati “puniti” durante la guerra e il mito dell’ebreo comunista che aveva portato al potere gli odiati comunisti veniva propagato liberamente”, dice lo storico Andrzej Paczkowski.
“I polacchi temevano che gli ebrei che erano sopravvissuti alla guerra tornassero e pretendessero la restituzione delle case che avevano abbandonato quando erano sfuggiti ai nazisti”, racconta. Sebbene il pogrom di Kielce rappresenti il maggior massacro di ebrei nella Polonia del secondo dopo guerra, in tutto il Paese si registrarono massacri simili, spesso scatenati da dispute per questioni di proprietà. Secondo gli storici, solo nel dopo guerra, in Polonia vennero uccisi tra i 600 e i 1500 ebrei.

Basato sul materiale pubblicato dall’European Jewish Press, l’unica agenzia di stampa ebraica europea online Articolo originale: www.ejpress.org/article/9420

Gerusalemme

No. 413 - 11.4.08

60 anni dopo l'attentato terroristico contro il convoglio dell'ospedale Hadassah: 13 aprile 1948 –
70 vittime, tra morti e feriti

"LO SCANDALO DEL QUARTIERE SHEIKH JARRAH"
Estratto dal Palestine Post del 15 aprile 1948

La strada, che da Gerusalemme al Monte Scopus porta solo all'ospedale Hadassah e all'Università Ebraica, viene spesso scelta dagli arabi per attaccare i trasporti ebraici. A riferirlo è stato ieri il partavoce dell'Agenzia Ebraica a Gerusalemme, mentre parlava di quello che lui ha definito lo "Scandalo del quartiere Sheikh Jarrah", ovvero dell'assalto ad un certo numero di veicoli ospedalieri chiaramente contassegnati.
"Questi sono gli attentati più vigliacchi", ha detto, perché i veicoli che percorrono quella strada non sono scortati da automezzi con armi pesanti, in quanto trasportano solo personale medico e scientifico e professori universitari: "Probabilmente si tratta dei convogli più disarmati che in questi giorni attraversino la Palestina".
Quello di giovedì è stato il peggiore di questo tipo di incidenti. Gli attacchi c'erano sempre stati, ma l'esercito inglese si era assunto la responsabilità di proteggere i convogli, cosa che aveva fatto fino ad oggi. Questo era stato deciso molto in alto, molto tempo fa.
Il portavoce ha rivelato che sir Leon Simon, presidente del consiglio esecutivo dell'Università, aveva ottenuto dal segretario coloniale, il signor Creech Jones, un'assicurazione scritta che il traffico medico e civile verso il Monte Scopus sarebbe stato protetto. Il dr. J.L. Magnes, rettore dell'Università e presidente del consiglio dell'ospedale Hadassah, aveva ricevuto assicurazioni simili ai livelli più alti dell'amministrazione palestinese.

Convoglio ospedaliero bombardato e bruciato
Il personale dell'ospedale Hadassah e dell'università bersagliato da colpi d'arma da fuoco

Estratto dal Palestine Post del 14 aprile 1948.

Un convoglio dell'ospedale Hadassah, composto da 10 veicoli con a bordo medici, infermieri, pazienti, personale dell'Università Ebraica e viveri destinati al Monte Scopus, è stato pesantemente attaccato per sette ore dagli arabi mentre attraversava il quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme poco prima delle 10 di ieri mattina.
Tra le vittime ebree si contano 35 morti e 20 feriti. Tutti i morti, tra cui il dr. Haim Yassky, direttore dell'organizzazione medica Hadassah, erano sul convoglio, i cui veicoli erano in parte chiaramente contassegnati con il simbolo della Magen David Adom o della Croce Rossa.
Il convoglio era partito dal quartiere Beit Israel dopo aver ricevuto dalla polizia la comunicazione che la strada era libera.
Mentre il veicolo di testa si avvicinava a un punto sul Monte Scopus vicino al Karem el Mufti (la casa del Mufti), solitamente occupato dalla signora George Antonius, ma che ora funge da postazione militare, un impulso elettrico ha fatto esplodere una mina vicino a un cratere causato da un'altra mina che era esplosa sotto a un altro veicolo ospedaliero alcune settimane fa.
Il veicolo di testa è riuscito ad evitare il cratere, ma i due veicoli che lo seguivano sono rimasti bloccati. Altre sei autovetture sono riuscite a tornare in città sane e salve. Uno degli autisti, benché ferito al volto, è riuscito a portare in salvo i suoi passeggeri.
Pneumatici bucati
Subito dopo l'esplosione della mina, gli arabi – che si erano appostati in una trincea nei pressi del Karem el Mufti – hanno aperto un pesante fuoco incrociato contro i veicoli che si erano arenati, due autobus Hamkashar, un'ambulanza e un veicolo di scorta, riuscendo a forare le gomme. Benché in grave inferiorità numerica, la scorta è riuscita ad evitare che gli attentatori sopraffacessero subito il personale medico ed universitario sotto assedio.
Tra le 11 e mezzogiorno è arrivata un'unità militare britannica e il comandante ha cercato di negoziare un cessate il fuoco. Il fuoco ebraico si è fermato, ma le vedette nel quartiere Beit Israel hanno notato che un gran numero di arabi provenienti dalla città vecchia stava convergendo sul posto. La tregua stava per finire; alle 2 del pomeriggio il distaccamento dell'esercito aveva già abbandonato la scena.
Nel frattempo l'esplosione e gli spari avevano attirato un'unità di rinforzo dell'Haganah, che cercava di impegnare gli attentatori (tra i quali c'erano molti iracheni) in uno scontro a fuoco.
Alle tre è tornato l'esercito con le armi pesanti e ha sparato parecchi colpi, uno dei quali è caduto vicino alle linee di difesa ebraiche, che fino a quel momento erano riuscite ad impedire che la folla degli arabi, guidata – si dice – dai capi delle bande della zona di Gerusalemme, si avvicinasse troppo al convoglio intrappolato.
Poi, lanciando bombe molotov e granate, gli arabi si sono avvicinati quanto bastava per incendiare uno degli autobus.
Costretti dalle fiamme e dal fumo ad uscire dal veicolo, i passeggeri venivano colpiti mentre rotolavano fuori. È stato allora che il dr. Yassky, che sedeva vicino all'autista nell'ambulanza dell'ospedale Hadassah, è stato colpito tre volte, l'ultima a morte. Sapendo che stava per morire ha detto "Shalom" alla moglie e ai suoi collaboratori ed è spirato pochi minuti dopo. La signora Yassky, che doveva raggiungere il suo appartamento in ospedale, è rimasta incolume.
Erano le cinque del pomeriggio quando le truppe hanno fatto scendere cortine fumogene. A quel punto uno degli autobus era completamente bruciato e l'altro in fiamme. Un'ora dopo le prime vittime venivano portate via dall'esercito. Solo sette delle 60 persone che erano a bordo di quei veicoli ne sono usciti incolumi. Si sono diretti tutti verso l'ospedale.
Del convoglio facevano parte anche due camion carichi di materiale edile che doveva servire a costruire le cisterne dell'acqua dell'ospedale; due ambulanze con a bordo due malati e il personale medico; due autobus con a bordo il personale dell'ospedale e dell'università e i veicoli di scorta.
Si tratta dell'attacco più pesante registrato fino ad oggi sulla strada che porta al Monte Scopus. Si è verificato lungo un breve tratto di strada che viene colpito da quando sono iniziati i disordini lo scorso dicembre.
Secondo un annuncio del governo della scorsa notte un distaccamento militare è arrivato sulla scena alle 12:30 e i rinforzi due ore dopo. Appena arrivati, i rinforzi hanno sparato colpi di mortaio contro gli arabi che sono stati visti ritirarsi in direzione della porta di Erode.
Le vittime militari sono un soldato ucciso e due gravemente feriti.
Un poliziotto è stato ferito gravemente.
Ufficialmente risulta che un arabo è morto e quattro sono stati feriti gravemente. Sempre ufficialmente la zona era di nuovo tranquilla prima delle 4:30 del pomeriggio.

Gerusalemme

No. 414 - 30.4.08

La testimonianza del partigiano polacco Jan Karski sul ghetto di Varsavia:
"Non c’era più nulla di umano, era una specie di inferno"

Nel gennaio del 1940 Karski (1914 –2000), iniziò ad organizzare staffette tra i partigiani polacchi in clandestinità e il governo polacco in esilio. Per raccogliere prove su quello che stava succedendo agli ebrei polacchi, Karski è entrato per due volte nel ghetto di Varsavia aiutato dai capi della resistenza ebraica. Nel 1942 Karski ha fatto rapporto ai governi polacco, britannico e statunitense sulla situazione in Polonia, in particolare sulla distruzione del ghetto di Varsavia e sull’olocausto degli ebrei. Nel luglio del 1943 Karski ha di nuovo personalmente parlato con il presidente Roosvelt della situazione in Polonia. Nel 1994 in riconoscimento dei suoi sforzi a favore degli ebrei polacchi Karski è stato nominato cittadino onorario d’Israele. Nel 1982 è stato piantato un albero in suo onore nel viale dei Giusti tra le Nazioni a Gerusalemme.
Il racconto di Jan Karski
[Tratto da I Giusti tra le Nazioni, edito da Zofia Lewin e Wladyslaw Bartoszewski, Earlscourt 42 Publications Ltd., Londra 1969]
Poco prima della mia partenza dalla Polonia il delegato del governo polacco a Londra e il comandante dell’esercito clandestino [AK] organizzarono per me un incontro con due uomini che avevano occupato posizioni di rilievo all’interno della comunità, e che ora dirigevano il lavoro della resistenza ebraica. Uno era il capo dell’organizzazione sionista, l’altro aveva guidato l’Alleanza socialista ebraica o Bund. Il secondo aveva anche il difficile e pericoloso compito di dirigere i lavori di uno speciale dipartimento dell’ufficio delegato del governo polacco, che organizzava le operazioni di soccorso per la popolazione.
(…)
La prima cosa che ho capito sedendo a parlare con loro nel silenzio serale di una Varsavia di periferia è stata che la loro situazione era senza speranza. Per loro, per i poveri ebrei polacchi, questa era la fine del mondo. Per loro e per i loro compagni non c’era via d’uscita. Inoltre questa era solo una parte della loro tragedia e solo in parte la causa della loro disperazione e della loro agonia. Non avevano paura di morire e infatti accettavano la morte come se fosse un evento quasi inevitabile. A questa consapevolezza si aggiungeva l’amara realizzazione che in questa guerra, per loro, non c’era alcuna possibilità di vittoria di nessun tipo. Per loro non ci sarebbe stata alcuna delle soddisfazioni che a volte addolciscono la prospettiva della morte. Il capo sionista ha messo subito le carte in tavola.
"Voi altri polacchi siete fortunati", ha esordito. "Anche voi state soffrendo. Molti di voi moriranno, ma quanto meno la vostra nazione sopravviverà. Dopo la guerra la Polonia risorgerà. Le vostre città saranno ricostruite e le vostre ferite lentamente guariranno. Da questo oceano di lacrime, dolore, rabbia e umiliazione il vostro Paese emergerà di nuovo, ma allora gli ebrei polacchi non esisteranno più. Noi saremo morti. Hitler perderà la sua guerra contro contro tutto ciò che è umano, giusto e buono, ma avrà vinto la sua guerra contro gli ebrei polacchi. No, non sarà una vittoria: il popolo ebraico sarà stato assassinato.
(…)
Improvvisamente il capo del Bund ebbe un’idea: "Io conosco l’Occidente. Tu negozierai con gli inglesi e trasmetterai loro a voce il tuo rapporto. Sono sicuro che apparirà più convincente se potrai dire: 'Io l’ho visto'. Possiamo organizzare per te una visita al ghetto. Va bene? Se la risposta è sì, io verrò con te e mi occuperò della tua sicurezza". ...
C’era un tunnel scavato sotto quell’edificio il cui retro faceva parte integrante del muro del ghetto e la cui facciata si aspriva sul lato ariano; siamo passati senza problemi. E improvvisamente sbucammo in un mondo completamente diverso. Il capo del Bund che fino a poco prima era sembrato un nobile polacco improvvisamente si piegò come un ebreo del ghetto, come se fosse stato lì da sempre. Questa era la sua natura, il suo mondo. Camminavamo lungo le strade, lui alla mia sinistra e non parlavamo molto. C’erano cadaveri nudi abbandonati lungo le strade. Gli ho chiesto: "Perché sono rimasti qui?” Mi ha risposto: "Questo è un problema. Quando un ebreo muore e la famiglia vuole seppellirlo, i parenti devono pagare. Non hanno soldi e allora gettano i loro morti sulla strada. Anche il più misero straccio vale qualcosa ed è per questo che li abbandonano nudi. Quando i corpi nudi finiscono sulla strada diventano un problema del Consiglio ebraico".
Donne che allattavano i figli davanti a tutti, senza pudore. Solo che non avevano seni... I loro petti erano completamente piatti. Bambini piccolissimi ci guardavano con occhi da pazzi. Questo non era questo mondo: non c’era più nulla di umano.
Le strade erano affollate, piene di gente, come se tutti vivessero all’aperto. Mettevano in mostra le loro poche povere cose; ognuno cercava di vendere quello che aveva: tre cipolle, due cipolle, un paio di puntine. Tutti vendevano qualcosa, tutti chiedevano la carità. Fame. Bambini terrificanti. Bambini che correvano da soli. Bambini che sedevano accanto alla madre. Non c’era più nulla di umano, era una specie di inferno.
Gli ufficiali tedeschi avevano l’abitudine di passare attraverso questa parte centrale del ghetto. I soldati tedeschi in licenza prendevano una scorciatoia camminando attraverso il ghetto. Così anche allora dei tedeschi in uniforme stavano passando di lì. Piombò il silenzio. Tutti li guardavano passare, congelati e ammutoliti dalla paura. I tedeschi erano sprezzanti: era evedidente che non guardavano a questo sporchi sub-umani come se fossero esseri umani. Improvvisamente ci fu il panico. Gli ebrei scappavano dalle strade lungo cui noi stavamo camminando. Corremmo verso una delle case e il mio compagno sussurrò: “La porta, aprite la porta”. Qualcuno aprì ed entrammo. Siamo corsi verso le finestre che si affacciavano sulla strada. Poi siamo tornati indietro verso la donna che era rimasta accanto alla porta. Il mio compagno disse: "Non avere paura, siamo ebrei". Mi ha spinto verso la finestra: “Guarda”. Due bei ragazzi che indossavano l’uniforme della Hitlerjugend stavano passando in quel momento. Parlavano tra di loro. Ad ogni loro passo gli ebrei si disperdevano in ogni direzione, si dileguavano. Improvvisamente uno ha messo la mano in tasca e senza un attimo di esitazione ha sparato. Il suono di un vetro rotto, il grido di un uomo. L’altro si è congratulato con lui e se ne sono andati per la loro strada.
Ero paralizzato. E allora la donna ebrea che doveva aver capito che io non ero ebreo mi ha abbracciato: "Vattene, non è per te. Vattene".
Abbiamo lasciato la casa e siamo usciti dal ghetto. Il mio compagno mi ha detto: "Non hai visto tutto. Vuoi tornare? Verrò con te. Voglio che tu veda tutto".
Siamo tornati il giorno seguente passando attraverso lo stesso edificio. Questa volta lo shock non è stato troppo grande e sono riuscito a natore altre cose. Puzza, sporco. Un puzzo soffocante. Strade sporche. L’atmosfera eccitata, tesa, frenetica. Questa era piazza Muranowski. In un angolo dei bambini giocavano con degli stracci. Si gettavano gli stracci l’uno contro l’altro. Il mio compagno mi ha detto: "Guarda: I bambini stanno giocando. La vita continua". Ho risposto: "Non stanno giocando. Stanno solo facendo finta". Lì vicino c’erano parecchi alberi malati. Siamo passati oltre senza parlare con nessuno. Abbiamo continuato a camminare così per circa un’ora. Una volta mi ha fermato: "Guarda questo ebreo", un uomo che se ne stava in piedi immobile. Ho chiesto: "È ancora vivo? " -- "Certo, è ancora vivo", ha risposto. "Ricorda, per favore: sta morendo. Sta solo morendo. Guardalo, per favore, e raccontalo. Tu lo hai visto: per favore, ricorda". Abbiamo proseguito. Orrore! Di tanto in tanto mi sussurrava: "Devi ricordare questo e questo e quello. E questa donna". Spesso gli ho chiesto: "Che cosa sta succedendo a queste persone?" Mi ha risposto: "Stanno morendo. Non dimenticare. Per favore, ricorda".
Abbiamo continuato così per circa mezz’ora e poi siamo tornati indietro. Non ce la facevo più. "Per favore, portami fuori di qui".
Non era il mondo quello che avevo visto. Non c’era nulla di umano. Non ero stato là, non appartenevo a quel luogo. Non avevo mai visto niente di simile prima in vita mia.

venerdì 18 aprile 2008

verso Gerusalemme - i boschi del Keren Kaiemeth


No. 393 - 4.11.07

Immigrati seduti sulle valigie

Il nuovo immigrato del 21° secolo vuole realizzare il sogno sionista senza rinunciare al benessere economico. Vive in Israele – quanto meno nei fine settimana – ma continua a lavorare o a gestire i suoi affari all’estero. Si tratta del cosiddetto immigrato ricorrente

Il più famoso nuovo immigrato israeliano degli ultimi anni è, senza alcun dubbio, il governatore della Banca d’Israele, prof. Stanley Fischer. La disponibilità del noto economista americano ad assumere questo incarico era stata vista non solo come una conquista per l’economia locale, ma anche come un raro atto di sionismo. In apparenza, l’immigrazione di Fischer è priva delle difficoltà che caratterizzano l’esperienza degli altri nuovi immigrati. Sono molto pochi i nuovi immigrati che possono sperare di ottenere un lavoro prestigioso dove possano utilizzare tutte le capacità e conoscenze accumulate nel Paese d’origine. Tuttavia, da molti punti di vista Fischer rappresenta il prototipo del potenziale immigrato del 21o secolo: un libero professionista, che guadagna molto e che desidera realizzare il suo sogno sionista mantenendo i guadagni e lo stile di vita pregressi.
Questi immigrati sono disposti a legare il loro futuro a quello dello Stato d’Israele, a costruire le loro case e a crescere i loro figli in Israele. Tuttavia, se Israele non può offrire una soluzione economica adeguata ai loro bisogni, allora ci pensano da soli: per esempio, continuano a lavorare a Wall Street cinque giorni alla settimana e trascorrono i week end in Israele; oppure si trasferiscono in un appartamento a Tel Aviv, ma non prendono la cittadinanza per anni. O forse solo un genitore e i figli acquisiscono la cittadinanza, mentre l’altro genitore, ovvero il titolare del fascicolo finanziario della famiglia, rimane con il solo passaporto straniero.
Dopo la massiccia immigrazione etiope e le grosse ondate immigratorie provenienti dall’ex-Unione Sovietica, il 90% degli ebrei della Diaspora vive in Paesi ricchi e sviluppati. La maggior parte ha raggiunto uno stile di vita più alto di quello a cui potrebbe aspirare in Israele; e persino in Russia e in Ucraina la maggior parte degli ebrei che non sono immigrati in Israele appartiene all’elite cittadina. A mettere in moto le grandi ondate migratorie del passato sono state soprattutto la necessità fisica o quella economica—la fuga da una persecuzione, dalla fame o da una crisi economica—mentre la nostalgia della terra d’Israele e l’ideologia sionista hanno spesso giocato un ruolo di secondo piano, se anche tanto. Sebbene l’antisemitismo non sia scomparso, nel mondo non esistono oggi comunità ebraiche che si sentano costrette a fuggire—nemmeno in Iran, dove i 25.000 membri della comunità possono, se vogliono, lasciare la repubblica islamica e immigrare in Israele attraverso un Paese terzo e con un visto turistico. Pochi sfruttano questa opportunità, perché significherebbe rinunciare al loro patrimonio. Anche le previsioni di una fuga degli ebrei francesi di fronte all’ondata crescente di antisemitismo islamico in Francia sono state smentite.
Gli ebrei non hanno mai smesso di vagare da un Paese all’altro, ma a quanto pare hanno a loro disposizione varie opzioni e non necessariamente Israele risulta la preferibile. Paesi occidentali come il Canada e la Spagna sono alla ricerca di immigrati provenienti da Paesi occidentali e di professionisti qualificati, e il governo tedesco investe decine di milioni di euro nell’accoglienza e integrazione degli immigrati provenienti dall’Europa orientale. E infatti la metà degli ebrei che hanno lasciato la Russia dal crollo della cortina di ferro si è diretta in Germania, negli Stati Uniti e in Canada, e ha scelto di fondare comunità russofone in quei Paesi. Inoltre, solo una minoranza degli ebrei venezuelani, spaventati dai piani del presidente Hugo Chavez, sta immigrando in Israele: gli altri (e sono migliaia) si sono trasferiti a Miami, da dove è molto più facile controllare i propri affari e mantenere viva una vita culturale e sociale in spagnolo.

Il numero telefonico francese
“In passato la maggior parte degli ebrei migrava da Paesi meno sviluppati a Paesi più sviluppati”, racconta Israel Pupko, che sta scrivendo il suo dottorato sui processi migratori degli immigrati provenienti da Paesi sviluppati. “Inoltre la globalizzazione, lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione e la politica migratoria multiculturale di molti Paesi hanno moltiplicato le opzioni migratorie per coloro che hanno professioni o abilità richieste dal mercato, e questo si traduce in iper-mobilità. Persino dopo essere immigrate, le persone rimangono economicamente, socialmente e politicamente legate ai Paesi d’origine”.
Pupko, un ricercatore associato all’Istituto per la Politica di Pianificazione del Popolo Ebraico (JPPPI) dell’Agenzia Ebraica per Israele, sta lavorando al suo dottorato presso l’Istituto dell’Ebraismo Contemporaneo dell’Università Ebraica, sotto la supervisione del demografo, prof. Sergio Della Pergola. Secondo Pupko, il mondo accademico sta studiando il fenomeno dell’immigrazione “multi-nazionale” da molti anni. Tuttavia, nonostante il numero sproporzionatamente alto di ebrei coinvolti in questo processo, non è stata condotta alcuna ricerca avente Israele come oggetto. Pupko sostiene che questo fenomeno riguarda soprattutto gli immigrati provenienti da Paesi occidentali negli ultimi anni. “Stando agli studi più recenti, circa il 20% - 25% dei capi-famiglia che negli ultimi anni è immigrato in Israele da Paesi di lingua inglese continua a lavorare nel Paese d’origine. Tra gli immigrati francesi che sono arrivati in Israele dal 2000 questo valore sale al 50%. Alcuni si recano in Francia ogni due o tre settimane; altri invece amministrano i propri affari a Parigi dalle loro case a Gerusalemme. Hanno un numero di telefono francese e i loro clienti non si rendono nemmeno conto che stanno chiamando Gerusalemme. Sebbene questo modello, in cui il capo-famiglia—di solito il padre—continua a lavorare nel Paese d’origine, fosse già abbastanza diffuso in passato, ultimamente è diventato la soluzione preferita dai più”.
Al momento Pupko si trova in Francia, dove sta intervistando potenziali nuovi immigrati. Il suo studio si basa soprattutto su interviste con immigrati provenienti da Paesi occidentali e dalla Russia, e con politici israeliani: "La maggior parte dei politici è ancora legata all’idea che si deve immigrare portandosi dietro tutto, senza lasciare alcuna proprietà nei Paesi d’origine. L’approccio è ancora quello del melting pot totale, del tutto o niente. I parametri di un’immigrazione riuscita sono quelli dell’adattamento strumentale, dell’acquisizione della lingua e del trovare un lavoro e una casa. Tuttavia ci sono anche coloro che semplicemente non sono interessati ad entrare nel locale mercato del lavoro, e questo non dovrebbe essere visto come qualcosa di negativo. Alcune persone che in passato non avrebbero nemmeno sognato di immigrare in Israele ora possono farlo grazie a questi nuovi modelli".

Haaretz Online 16.10.07 di Anshel Pfeffer




















No. 394 - 11.11.07
La prima missione in Etiopia dell’International Women's Division del Keren Hayesod

4-8 novembre 2007

Per la prima nella sua storia l’International Women's Division del Keren Hayesod ha organizzato una missione in Etiopia per incontrare i falashmura etiopi che continuano a immigrare in Israele al ritmo di 300 al mese.
Laurence Borot, presidente dell’International Women's Division: "Questo viaggio è stato un’esperienza molto emozionante. Ci siamo spesso commosse, in particolare quando abbiamo preso parte a un servizio religioso nella sinagoga di Gundar, dove gli uomini pregavano con immenso fervore.
Ci siamo sentite molto orgogliose sapendo che i nostri sforzi quotidiani sono essenziali alla salvezza dei nostri fratelli.
La nostra delegazione è tornata in Israele insieme a un gruppo di nuovi immigrati provenienti dall’Etiopia e il momento in cui le famiglie si sono riunite all’aeroporto è stato molto commovente.
Per esempio, una coppia di anziani che aveva viaggiato con noi è stata ricevuta dai figli e dai nipoti.
Israele è l’unico Paese che va in Africa non per schiavizzare le genti, ma per liberarle dalle catene della povertà e della miseria”.

sabato 5 aprile 2008


No. 395 - 23.11.07

L’incredibile storia del salvataggio di migliaia di ebrei siriani da parte di Judy Feld Carr (CM), di Toronto, Canada, membro della direzione internazionale del KH-AUI
Il 25 settembre 2007 la casa editrice Lester, Mason & Begg ha ripubblicato una “The Rescuer”, il libro di Harold Troper che racconta l’incredibile storia della nostra amica Judy Feld Carr e del suo impegno lungo 28 anni nell’opera di salvataggio di più di 3000 ebrei siriani. È con grande onore che portiamo questo libro e la storia che racconta all’attenzione dei nostri lettori.
È difficile credere che una modesta insegnante di musica in pensione e nonna di dieci nipoti sia responsabile del salvataggio di 3.228 ebrei siriani in più di 28 anni: una storia di intrighi internazionali che ha il sapore della leggenda.
Le famiglie ebree che ha salvato la conoscono solo come signora Judy, o anche tanto. È stato solo dopo che era riuscita a portare clandestinamente l’ultima famiglia ebrea fuori dalla Siria (sono arrivati a New York meno di un’ora prima che i dirottatori facessero schiantare i due aereoplani contro il World Trade Centre) che la storia di questa donna straordinaria è diventata di dominio pubblico.
Nata a Montreal e cresciuta a Sudbury, la signora Feld Carr ha sofferto a causa dell’antisemitismo di chi la circondava sin da bambina. “Sono cresciuta in una piccola città ed ero l’unica ebrea a scuola. Sono stata picchiata in seconda elementare per aver ucciso Cristo – per le botte ho perso i quattro incisivi”.
È stato attraverso la sua vicina e reduce dell’Olocausto, la signora Sophie, che la Feld Carr dice di aver preso coscienza dell’orribile condizione del popolo ebraico. Sophie, i cui due figli erano stati uccisi ad Auschwitz e che era stata vittima dei terrificanti esperimenti del dottor Joseph Mengele, le ha dato l’ispirazione.
“Quando avevo 10 anni Sophie mi ha ditto: ‘Tu devi fare qualcosa perché tutto questo non accada mai più al popolo ebraico’. Non ho mai dimenticato queste parole”, dice la Feld Carr. “Ogni voltra che pensavo di rinunciare e lasciare perdere tutto, ovvero un giorno sì e uno no, mi tornava in mente Sophie e dicevo: va bene, torno al lavoro. Gliel’ho promesso e l’ho fatto”.
Com’è finite nel pericoloso mondo del contrabbando, della corruzione, delle vie di fuga e degli agenti segreti?
“Infinite sono le vie del Signore”, dice la Feld Carr. “Io non vengo da questo mondo. Sono cresciuta a Sudbury. Come potevo sapere come portare a termine un progetto simile? È tutto così surreale”.
La storia ha inizio nel 1972, Quando la signora Feld Carr e il suo primo marito, il dottor Ronald Feld, vengono a conoscenza del destino di 12 giovani ebrei morti nel tentativo di fuggire dalla Siria.
Decidono, insieme ad alcuni amici, di prendersi carico della causa degli ebrei siriani. Con una semplice telefonata (“L’unica telefonata che sia mai stata fatta da una comunità ebraica alla Siria”), la Feld Carr riesce a parlare con Abraham Hamra, il rabbino capo della Siria a Damasco e casse di libri religiosi iniziano a volare da Toronto alla Siria. I due gruppi comunicano attraverso un codice nell’indirizzo dei telegrammi.
Nel 1973 muore suo marito. La Feld Carr decide di continuare il lavoro, aiutata in questo dal Fondo Ronald Feld per gli ebrei nei Paesi arabi creato dal comitato esecutivo della congregazione Beth Tzedec. Lancia una campagna per i diritti umani per esercitare pressione su politici e opinione pubblica. Nel 1977 sposa Donald Carr, il quale la sostiene nei suoi sforzi.
Col passare del tempo si capisce che in Siria c’erano persone disposte a farsi corrompere e che si poteva pagare un riscatto per far uscire gli ebrei dal Paese. “Così ho cominciato a comprare le persone”. La Feld Carr sviluppa una rete attraverso la quale convoglia il denaro ad agenti incaricati di pagare il riscatto e a contrabbandieri affidabili. “Questa operazione di salvataggio ha avuto tanto successo perché non ha detto a nessuno come funzionava”.
“La tensione era terribile”, aggiunge. La Feld Carr ha viaggiato in tutto il mondo per intraprendere i suoi negoziati segreti, che si svolgevano sempre attraverso intermediari. “Dovevo vivere due vite – una vita di intrighi internazionali e una in cui ero una mamma che faceva le cose normali di una vita normale”.
Il pericolo era enorme, sia per le famiglie che cercava di salvare e che se scoperte potevano venire uccise, sia per la Feld Carr, che ha ricevuto numerose minacce. “Che io sia ancora viva è un miracolo”, dice.
A volte il lavoro era ripugnante. “Dover comprare un altro essere umano era disgustoso. Come si stabilisce il prezzo di una vita umana? Separavo i figli dai loro genitori. Era come negli anni ’40: cercavano disperatamente di mettere in salvo i figli”, nota la Feld Carr.
La maggior parte delle persone salvate dalla signora Feld Carr vivono oggi in Israele, ma è possible trovarne anche a Città del Messico e San Paolo in Brasile. E molti di loro hanno chiamato le figlie Judy.
La signora Feld Carr ha ricevuto molti riconoscimenti per i sui eroici sforzi da parte della comunità ebraica siriana, ma quello a cui tiene di più è làOrdine del Canada. “È incredibile: ho ricevuto l’Ordine del Canada per aver salvato degli ebrei. Non era mai successo nella storia del Canada. Ecco, questo sì che è importante. Ciascuno fa quello che può. Tutti possono fare la differenza”.
(Fonte: La federazione della Grande Toronto dell’AUI)

venerdì 4 aprile 2008


No. 397 - 14.12.07
40° anniversario della campagna in difesa degli ebrei sovieticiUn omaggio agli eroi della battaglia per la libertà degli ebrei sovietici Una cerimonia a Gerusalemme
In occasione del 40 anniversario della battaglia per la libertà degli ebrei sovietici, il Ministero dell’Immigrazione e l’Agenzia Ebraica per Israele hanno organizzato una serata di gala alla presenza del primo ministro Ehud Olmert, del ministro dell’Immigrazione Yaakov Edri, del presidente dell’Agenzia Ebraica per Israele Zeev Bielski e del presidente del comitato pubblico per il 40° anniversario della battaglia per la libertà degli ebrei sovietici Nathan Sharansky e del Direttore-Generale del Keren Hayesod-UIA, Greg Masel. La celebrazione fa parte di una serie di eventi organizzati in tutto il mondo per commemorare la battaglia per la libertà degli ebrei sovietici.
Durante i difficili anni in cui l’Unione Sovietica non garantiva la libertà di religione, chi voleva studiare l’ebraico e immigrare in Israele lo faceva clandestinamente. Gli ebrei venivano continuamente perseguitati e molestati; molti sono stati imprigionati per le loro attività sioniste e nazionaliste e per molti anni è stato loro impedito di lasciare l’Unione Sovietica. Alla fine la resistenza ha prevalso e negli anni ’70 130.000 ebrei sovietici hanno fatto l’aliyah, i prigionieri di Sion sono stati liberati (il più famoso è Natan Sharansky) e dal 1991 più di un milione di ebrei provenienti dall’ex-Unione Sovietica sono immigrati in Israele
“Il regime sovietico ha tentato di liquidare il movimento sionista” ha detto il primo ministro Olmert durante la cerimonia. “Stiamo parlando di David di fronte a Golia”, ha continuato, cercando di dare un’idea delle proporzioni dello scontro.
Nathan Sharansky, presidente del comitato pubblico per il 40° anniversario della battaglia per la libertà degli ebrei sovietici e uno dei più famosi attivisti ebrei sovietici ha raccontato: “Le centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza per manifestare, lo hanno fatto dopo che un pugno di attivisti le aveva precedute ed era finito in prigione in Siberia. Abbiamo tratto la nostra forza da Israele e sono stati le sue vittorie e i suoi successi che ci hanno dato il coraggio di continuare la battaglia”.
Il ministro dell’Immigrazione Edri ha dichiarato che l’Aliyah è il futuro d’Israele, mentre il presidente dell’Agenzia Ebraica ha ammesso: “Lo Stato d’Israele non è più quello che era prima di questa immigrazione… ma il compito non è ancora finito. Ci sono centinaia di migliaia di ebrei, cittadini dell’ex-Unione Sovietica, che vivono in stati che erano un tempo parte dell’USSR, in Germania, a New York e in altri paesi. Dobbiamo fare tutto il possibile per portarli in Israele”. Il signor Bielski ha promesso che l’Agenzia Ebraica continuerà a consolidare il legame con gli ebrei russi della Diaspora e a permettere loro di ricevere l’educazione ebraica sionista per incoraggiarli a visitare e sostenere Israele e a considerare l’idea di fare l’aliyah.Hanno partecipato a questo evento speciale ex-prigionieri di Sion e refuseniks (ebrei ai quali era stato rifiutato il permesso di immigrare in Israele) che avevano partecipato alla battaglia per la libertà, ex-attivisti provenienti da tutto il mondo, rappresentanti delle organizzazioni che si occupano dell’aliyah e dell’accoglienza degli ebrei sovietici – in particolare l’Agenzia Ebraica e il ministero dell’Immigrazione – e centinaia di giovani che sono arrivati in Israele negli ultimi mesi attraverso veri programmi dell’Agenzia Ebraica.