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lunedì 20 maggio 2013
Quanto la letteratura israeliana sia sempre più amata e popolare è il
Salone del Libro, ancora una volta, a darne efficace dimostrazione.
Dopo il consenso tributato nel 2010 ad Amos Oz cui la giuria dei
visitatori che ogni anno prendono d’assalto i padiglioni del Lingotto
aveva assegnato il Premio come miglior autore contemporaneo, sono in
migliaia gli appassionati ad attendere compostamente il proprio turno
per ascoltare le parole di David Grossman, protagonista all’Auditorium
di una straordinaria testimonianza che racchiude l’essenza stessa del
suo essere scrittore e la difficile sfida di raccontare, nelle pagine di
un libro, la sofferenza di un dolore interiore indicibile come la
scomparsa del figlio. Tema che è centrale nel suo ultimo lavoro, Caduto
fuori dal tempo (Mondadori, 2012), che proprio attorno a quel lutto
impossibile da metabolizzare costruisce un formidabile intreccio tra
romanzo e poesia che commuove. Nel fitto dialogo con Gian Luca Favetto,
Grossman si lascia andare ad alcune considerazioni sul senso della vita e
sulla capacità intrinseca alla scrittura di poter scoprire e viaggiare
in mondi sconosciuti. “Questo libro – afferma – va contro il naturale
istinto di protezione che è in ognuno di noi. Ho deciso di espormi. Al
lutto, al dolore, alla paura. Un percorso cui sono arrivato nella
consapevolezza di voler andare oltre quanto provato finora”.Oggi intanto Grossman sarà a Cagliari per una due giorni densa di
appuntamenti. Nell’occasione riceverà anche la cittadinanza del
capoluogo sardo e un riconoscimento dalle mani di Alessandro Matta del
locale Memoriale della Shoah.(19 maggio 2013),http://moked.it/blog/
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lunedì 13 maggio 2013
Narrativa israeliana: Shimon Adaf e i ‘Volti bruciati dal sole’
C’è un denominatore comune nella narrativa israeliana contemporanea
che non riguarda il nucleo tematico dei romanzi né il rapporto che essi
intercorrono con la complessa realtà storica e geografica a cui si
riferiscono, ma che ha piuttosto a che fare con lo stile, con un’idea
della lingua letteraria. È l’uso di un linguaggio denso, ricchissimo, dal suono dolce e dalla formidabile ricercatezza, che contraddistingue le opere della maggior parte degli autori d’Israele.L’ultimo che mi è capitato di leggere appartiene alla generazione dei quarantenni, è Shimon Adaf, di cui l’editore Atmosphere ha avuto qui in Italia la lungimiranza e il buon gusto di pubblicare Volti bruciati dal sole
(la traduzione è di Olga Dalia Padoa), il suo terzo romanzo. Un
gioiello di rara ricchezza che si muove su più registri per narrare la
storia di Ori, da quando bambina le appare Dio nel televisore e le
intima “Alzati Ori, perché è giunta la tua luce” – lei che fino a quel
momento si era chiamata Flora, lei che da quell’istante in poi scoprirà
l’incanto della scrittura, una sorta di riparo che la proteggerà e al
tempo stesso la isolerà dal mondo – fino alle traversie dell’età adulta.
Un
romanzo di quasi quattrocento pagine in cui la lingua in certi passaggi
edifica un mondo che non appartiene solo al dominio dell’immaginazione
letteraria, ma che si fa quasi palpabile (ci sono frasi come “Rimase
sveglia finché l’alba colmò la stanza di un lago di cenere uniforme,
senza peso”), caratteristica che si deve forse al fatto che Adaf è anche
poeta.E proprio dalla sua produzione poetica ricordavo di aver letto Sderòt, un componimento pubblicato in Poeti israeliani a cura di Ariel Rathaus, una raccolta pubblicata da Einaudi nel 2007, che si apre così:“Vent’anni
ci ho messo ad amare / questo buco in mezzo al nulla. / I ciuffi di
cotone spandevano una fiamma bianca / e il vento intorbidiva i cipressi,
/ finché non vidi per la prima volta, / con giusti occhi, / le rozze
case sotto il tetto di nuvole, / finché non udii / lo stupendo brontolìo
della vita”. Sderòt è la cittadina nel sud di Israele in cui si svolge la vita di Ori in Volti bruciati dal sole, ed è anche la città natale dello stesso Adaf, un posto situato a un chilometro di distanza dalla striscia di Gaza, ma che in questo romanzo non ci viene presentato nella sua essenza politica, ma piuttosto come contraltare dell’immaginazione.Adaf,
come molti suoi conterranei, è soprattutto uno straordinario cantore
del quotidiano, di quei piccoli gesti ordinari di cui si compone
l’esistenza umana, un narratore di interni di famiglia, di tepori
notturni, di rapporti sociali che intercorrono nell’ambito di una
qualsiasi comunità di esseri umani, e in questo sta la forza e la
suggestione della sua scrittura, che è capace di renderci familiari
personaggi e mondi che nella realtà storica e sociale del presente ci
sono lontani anni luce.http://www.ilfattoquotidiano.it/
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sabato 11 maggio 2013
Giustamente
Francesco
Lucrezi
la settimana scorsa parlava del pessimismo di Philip Roth, eppure
paradossalmente in questo periodo mi capita spesso di ripensare ad un
suo libro di alcuni anni fa per trarne qualche ragione di ottimismo.
Complotto contro l'America, del 2004, è romanzo un po' insolito, una
versione alternativa della Storia, in cui l'autore immagina cosa
sarebbe successo se alle elezioni americane del 1940 si fosse
presentato per i Repubblicani l'aviatore Charles Lindbergh, che aveva
manifestato simpatie per la Germania nazista e qualche antipatia per
gli ebrei. La storia, possibile ma fortunatamente non accaduta, del
trionfo di Linbergh su Roosvelt, del conseguente avvicinamento tra
gli Usa e la Germania di Hitler e della progressiva diffusione
dell'antisemitismo nella società americana è narrata attraverso gli
occhi del piccolo Philip di sette anni, cioè lo stesso Roth come
sarebbe stato in quel contesto. Il romanzo è angosciante perché
suona terribilmente credibile: leggendolo si ha l'impressione che
sarebbe bastato pochissimo perché le cose andassero in quel modo;
forse davvero un fatto banale come la scelta da parte di un
personaggio celebre se candidarsi o meno alle elezioni può
determinare il nostro destino in modi difficilmente immaginabili. Il
libro suona credibile anche perché descrive con efficacia un
antisemitismo diffuso che probabilmente negli USA degli anni ’30
era molto più forte che nell’Italia degli anni ’30; eppure
mentre in Italia abbiamo avuto le leggi razziali e la Shoah, negli
Usa gli ebrei hanno conosciuto un'integrazione nella società forse
mai vista nella storia. Dunque non sempre l’antisemitismo diffuso
comporta davvero guai per gli ebrei, così come purtroppo non è
detto che dove l’antisemitismo è scarso gli ebrei possano sempre
stare tranquilli. La ragione di ottimismo sta nel fatto che possiamo
chiudere il libro (il cui finale, per la verità, a mio parere non è
all'altezza del resto), tirare un sospiro di sollievo e rallegrarci
perché le cose non sono andate così; ad ogni pagina ci conforta
ricordare che nella realtà la Storia ha preso una direzione del
tutto diversa. Il romanzo mi ha trasmesso, forse contro le intenzioni
del suo autore, una speranza tenue ma difficilmente cancellabile: non
è accaduto, quindi può non accadere di nuovo.http://www.moked.it/
Anna Segre, insegnante
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Gino Bartali e la strada del coraggio
Arriva nelle librerie italiane
il volume “La strada del coraggio – Gino Bartali, eroe silenzioso”
scritto dalla giornalista del New York Times Aili McConnon e da suo
fratello Andres sulla base delle ultime testimonianze relative
all'eroismo di Gino Bartali e alla sua opera di salvataggio di numerosi
perseguitati durante il nazifascismo. Uscito originariamente negli
Stati Uniti sotto il titolo di Road to valour (ed. Crown), il corposo
scritto – oltre 300 pagine – sarà in circolazione a partire da giovedì
23 maggio grazie alla casa editrice indipendente 66thand2nd che ne ha
curato la traduzione. Suddiviso in tre parti – l'infanzia e la
giovinezza fino al trionfo del Tour de France del 1938; il periodo
bellico e l'attività clandestina; il ritorno alle competizioni e la
seconda memorabile vittora al Tour nel 1948 – La strada del coraggio
ruota attorno alla testimonianza di Giorgio Goldenberg, ebreo di
origine fiumana rintracciato nel dicembre 2010 dalla redazione di Pagine Ebraiche. Una volta aperto
il cassetto dei ricordi, Goldenberg – che da quando vive in Israele ha
cambiato il suo nome in Shlomo Pas – ha immediatamente inviato allo Yad
Vashem il resoconto del contributo dato da Ginettaccio per salvare la
sua famiglia dai nazifascisti. Un nuovo appassionante capitolo
nell'eroica vicenda extrasportiva di Bartali che ha suscitato grande
emozione nell'opinione pubblica italiana e internazionale arricchendo
di particolari inediti il fascicolo già da tempo depositato a
Gerusalemme.http://www.moked.it/
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giovedì 9 maggio 2013
Israele e Giordania online in casa Rusconi Viaggi
Rusconi Viaggi presenta i nuovi cataloghi online dedicati rispettivamente a Israele e Giordania.
La
pubblicazione riservata ad Israele, valida fino a febbraio 2014,
propone tra le prime pagine alcune informazioni utili per il viaggiatore
e una breve descrizione delle località di interesse da poter visitare.
Si passa poi alla programmazione vera e propria con il tour “Israele
Classico”, di 8 giorni e 7 notti, che prevede la guida parlante
italiano, e “Weekend a Gerusalemme”, della durata di 4 giorni e 3 notti,
che comprende una visita di intera giornata a Gerusalemme e Betlemme
con guida parlante italiano. In catalogo anche varie soluzioni di
soggiorno a Gerusalemme, Tel Aviv e sul Mar Morto presso strutture
quattro e cinque stelle. Il catalogo si chiude poi con i fly & drive
“Tour Classico”, di 8 giorni e 7 notti, e “Gran Tour”, di 10 giorni e 9
notti, per scoprire la destinazione in piena libertà.La
pubblicazione relativa alla Giordania è valida invece fino a ottobre
2013. Anche qui tra le prime pagine è possibile avere una prima
panoramica sul Paese attraverso i luoghi di interesse e alcune
importanti notizie utili. Sulla meta Rusconi Viaggi propone in
particolare tre soluzioni: “Giordania Classica”, della durata di 8
giorni e 7 notti, con guida parlante italiano e partenze garantite da
Milano ogni sabato e domenica, da Roma ogni sabato, domenica e martedì
con un minimo di 2 partecipanti; “Giordania e Mar Morto”, della durata
di 8 giorni e 7 notti, con guida parlante italiano e partenze garantite
da Milano e Roma ogni domenica con minimo 2 partecipanti; “Petra
Express”, della durata di 5 giorni e 4 notti, con guida parlante
italiano e partenze garantite da Milano e Roma ogni sabato con un minimo
2 partecipanti.
http://www.guidaviaggi.it/
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sabato 6 aprile 2013
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Pubblicato da Neri Pozza il romanzo di Sayed
Kashua Due in uno, traduzione di Elena Loewenthal
Beit Safafa è il quartiere più ricco di Gerusalemme est. Prediletto
dagli arabi israeliani provenienti dal nord, il quartiere ha prezzi
di case, carne e altri generi di prima necessità così alti che
nelle panetterie vi sono due tariffari, uno per i locali e un altro
per gli immigrati. A Beit Safafa vive l'avvocato protagonista di
queste pagine, un giovane procuratore con una promettente carriera da
principe del foro gerosolimitano davanti a sé. Vive in una villetta,
due piani con salotto spazioso, cucina ultramoderna e due ampie
stanze da letto. E ogni giorno raggiunge il centro a bordo della sua
elegante Mercedes nera. Insomma, l'avvocato è, come si usa dire, un
uomo che ne ha fatta di strada, un bravo ragazzo che ha di certo
realizzato il sogno di sua madre, comune a tutte le madri arabe in
Israele: avere un figlio medico o avvocato di successo. Tuttavia, ha
anche un cruccio che l'affligge non poco. Si vergogna delle sue
lacune in fatto di musica, letteratura, teatro e cinema. Lacune
rilevanti, visto che suoi colleghi israeliani parlano disinvoltamente
di tali argomenti. Perciò, di tanto in tanto fa una capatina in una
vecchia libreria a dare una sbirciata ai titoli di narrativa
raccomandati da Ha'aretz, il giornale cui è opportunamente abbonato.
Un giorno, nel settore dei libri usati della libreria, scopre, e
decide di comprare all'istante, una copia gualcita di "Sonata a
Kreutzer", celebre racconto di Tolstoj, che sua moglie gli ha
una volta stranamente menzionato...Ufficio culturale – Ambasciata
di Israele
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venerdì 5 aprile 2013
Una signora sensibile e in gamba – di quel genere di individui che
per comodità o pigrizia intellettuale chiamiamo “ebrei lontani” – un bel
giorno di qualche anno fa sente l’imperativo intimo di approfondire le
proprie origini. Sarà perché è una italiana di sinistra o per chissà
quale altra bizzarria, fatto sta che quel suo zio Claudio unitosi dopo
l’8 settembre 1943 ai partigiani jugoslavi e morto da combattente del
Plotone ebraico le fa, come si dice, scattare la scintilla. Ma siccome
Vera Paggi è una brava giornalista, la sua personale “inchiesta” non può
che condurla lontano, in una affascinante ragnatela di parentele,
affetti, storie. Così, ciò che avrebbe dovuto essere un libriccino a
circolazione esclusivamente familiare, magari il regalo da spedire a
cugini e nipoti e sorelle e fratelli per un anniversario, è diventato un
libro vero, acuto, curioso, a modo suo importante. Si intitola Vicolo
degli azzimi – Dal ghetto di Pitigliano al miracolo economico, lo ha
pubblicato PanozzoEditore. Buona lettura.Stefano Jesurum, giornalista (4 aprile 2013)http://moked.it/blog
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mercoledì 3 aprile 2013
ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi
“Israele e la Sinistra” di Matteo Di Figlia (Donzelli, 2012) è un
libro destinato a chi vuole approfondire la stretta relazione tra la
sinistra italiana e i figli di Israele, quelli della Diaspora e i
sionisti.Questo saggio analizza questo rapporto a partire dal 1945, anno
carico di significati per tutti gli italiani in generale e per i
comunisti e ebrei in particolare perché, nonostante il doveroso sguardo
al passato dell’autore è da questo momento in poi che il mondo si
divide, si frantuma in più categorie:
- comunisti e non comunisti,
- ebrei della diaspora e non,
- ebrei d’Italia e ebrei di Israele.
Nel 1945 - ma già qualche anno prima - molti ebrei, di importanti e
ramificate famiglie, direi soprattutto nel nord Italia, abbracciano la
teoria comunista, in parte come dottrina anteposta ai fascismi che hanno
visto milioni di ebrei sparire nei campi di concentramento. Nel nuovo
stato italiano il Partito Comunista e le sinistre che hanno condotto la
lotta partigiana hanno un ruolo importante e il Partito Comunista
primeggia in questo schieramento anche grazie al filo diretto che lo
lega a Mosca. Sarà proprio questo filo diretto con la Russia di Stalin,
nella quale è in atto una politica discriminatoria nei confronti del
popolo ebraico, a dare avvio a una lunga e continua discussione
all’interno della compagine dei comunisti italiani ebrei, tra coloro che
prendono le distanze da un partito troppo succube nei confronti di
Mosca, che non leva una forte e decisa condanna nei confronti di quelle
politiche e troppo incentrato su posizioni filo arabe che, dal 1948 in
poi, anno della fondazione dello stato di Israele, saranno sempre più
accentuate, mettendo i suoi militanti politici quasi nella condizione di
dover giustificare l’operato di un Stato, Israele, con il quale
condividono l’etnia e null’altro, considerandosi essi italiani.
Il burrascoso rapporto tra sinistra italiana e Israele vive momenti
chiave legati ad eventi che non toccano direttamente l’Italia, ma che
sono l’eco di quanto accade appunto in Palestina. Basti qui ricordare il
1967 e il 1982, anni chiave per la presa di coscienza di molti
intellettuali di sinistra ebrei che, davanti a guerre e attacchi al
proprio popolo, dopo una vita vissuta in modo laico, riscoprono la
propria ebraicità. In questo senso Matteo Di Figlia, per meglio
consentire al lettore di cogliere come gli eventi in Medio Oriente
impattassero la politica italiana e il dibattito intellettuale in una
certa cerchia sociale, riporta molti testi di figure di spicco di quegli
anni che levarono la loro voce in un dibattito che troppo spesso non
teneva conto dell’empatia che necessariamente coinvolge persone
appartenenti a un medesimo popolo. Molto più incentrato su singole
figure di uomini che di partiti, ciò nonostante il libro mostra come
questi abbiano preso posizione su un tema ancora oggi centrale come
quello del Medio Oriente.http://www.sololibri.net/
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martedì 26 marzo 2013
Tea for Two -
Laureande disperate (prima parte)

Un
anno fa aprivo pigramente il Corriere della Sera e leggevo un
esilarante articolo di Alessandro Piperno sull'Anonimo Triestino o
meglio, Giorgio Voghera, scrittore del caso letterario del 1961: Il
Segreto. Libro oramai praticamente introvabile. Qualche mese più tardi,
il direttore di questa testata mosso da quella che impropriamente
chiamo 'ciccitudine' (atto di bontà immotivato), mi regala Il Segreto.
Poche ore dopo assisto a una conferenza di Claudio Magris nella quale
cita distrattamente Giorgio Voghera. Il libro è nella mia borsa. Come
direbbe Dante: "Scolorocci". Mesi di errabonde visite all'università mi
conducono nello studio del relatore della mia tesi, un professore di
quelli che si incontrano poche volte nel proprio percorso formativo.
Dopo avergli proposto un argomento un tantino complesso (una strana
poltiglia che suonava come "Il conflitto tra identità italiana ed
ebraica in alcuni scrittori del Novecento") - me tapina -, mi propone
di dedicarmi a uno scrittore triestino poco conosciuto dal grande
pubblico: Giorgio Voghera. A quel punto mi arrendo al destino, Giorgio
Voghera sia. Seguono mesi che nei film monterebbero a rallentatore con
il sottofondo di Time after time, come nel dipanarsi di una storia
d’amore. Leggo Quaderno di Israele, il primo libro firmato senza
pseudonimo e ne sono totalmente stregata. Vorrei piangere perché parla
di ebraismo italiano e ne ha capito quasi tutto e non ha paura di
mostrarne vizi e virtù. Per quanto Montale lo definisca un egolatra,
Voghera non guarda il proprio ombelico; è libero e la sua libertà
libera anche me. Racconta della sua Trieste, dei suoi amici; gente come
Roberto Bazlen, Umberto Saba e Virgilio Giotti per intenderci. Uno che
alle volte è stato compagno di banco di Leo Castelli, prima che
diventasse il gallerista più cool di New York e dava ripetizioni a
Linuccia Saba tirandole le orecchie. Trasloco qualche giorno al Centro
di Cultura Ebraica e mi imbatto in un saggio di Alberto Cavaglion che
riassume in cinque pagine il lavoro letterario di Voghera ed apre mille
porte nelle quali mi vorrei fiondare. Sono completamente preda degli
eventi, una febbre d’amore da soap opera in fascia pomeridiana. Fare
delle ricerche è devastante e appagante allo stesso tempo. Divento
distratta, nervosa, adrenalinica e assonnata (il potere confortante
dell’allitterazione). Bevo succhi di frutta alla Biblioteca Nazionale e
litigo con i microfilm alla ricerca di articoli di giornale. Devo
essere seria, eppure delle volte vorrei semplicemente vedere serie tv
in pigiama e non pensare a lei, la Tesi. Che incombe. Ansia. Pecco di
Ybris e penso a Micol Finzi Contini che scrive la sua su Emily
Dickinson. Ma la patina di magia che ha ricoperto l’intero periodo è
destinata a colpire ancora.Rachel
Silvera, studentessa -http://www.moked.it
-To be continued…-*Niente paura, non durerà più di due puntate, come nelle miniserie Rai
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lunedì 18 marzo 2013
Hannaleh e l’innocenza d’Israele
C’è
un’immagine, la pagina di un piccolo libro, che tutta Israele porta
impressa nelle esperienze infantili della memoria condivisa. Quella di
Hannaleh e dei suoi vestiti dello Shabbat. La bimba di quattro anni che
si ferma lungo la strada per aiutare un vecchio carbonaio a trascinare
il suo fardello, i vestiti che finiscono irrimediabilmente per
macchiarsi e sono infine resi più splendenti di prima dai raggi della
luna e dalla carezza delle stelle capaci di salvare la situazione.
Israele aveva da poco conquistato la propria indipendenza al prezzo di
una guerra e di durissimi sacrifici. I suoi bambini erano il tesoro e
l’orgoglio di una società alla disperata ricerca di un futuro lontano
dagli orrori delle persecuzioni e della Shoah, quando il libro I vestiti
dello Shabbat di Hannaleh apparve per la prima volta nelle librerie.
Divenuto subito il titolo di punta delle celebre collana per l’infanzia
delle edizioni Ofer, la storia raccontata da Itzhak Schweiger Dmi’el è
stata a lungo il libro per l’infanzia più diffuso in lingua ebraica.
Innumerevoli generazioni, dai nonni, ai genitori, ai piccoli lettori, lo
hanno visto come un luogo del pensiero intimo e confortante. Niente di
strano, per chi ha conosciuto la forza dei sogni, la semplicità,
l’Israele dei grandi ideali. Ma oggi? Non è il disincanto, il
consumismo, l’eclisse degli grandi ideali sionisti, insomma il freddo
egoismo, a farla da padrone? Un libro così ingenuo, come si fa a
metterlo nelle mani dei bambini di un paese che dimostra tutto il
dinamismo e le dure contraddizioni di oggi? Quando si entra a
Gerusalemme al Museo di Israele e ci si dirige alla Ruth Youth Wing
Library che continua a proporre un programma intenso e prestigioso di
attività per i giovanissimi visitatori, la mostra dove Hannaleh torna
protagonista (Days of Innocence: Illustrator Eva Itzkowitz and the Ofer
Library, visitabile fino al 31 dicembre di quest’anno e curata da Orna
Granot) consente invece di rispondere a molti interrogativi proprio
sulla società israeliana attuale. Hannaleh, rigorosamente ristampato e
ben evidenziato nel catalogo della gloriosa casa editrice, è ancora il
più diffuso libro per bambini. E i visitatori di tutte le generazioni
che vengono a godersi l’esposizione non ci tengono a coltivare
sentimenti nostalgici. Preferiscono piuttosto chiedersi cosa è rimasto
vivo e cosa è profondamente mutato nella nostra maniera di vedere
l’infanzia e l’educazione. Ma soprattutto vogliono fare la conoscenza di
un’artista straordinaria, che con il proprio disegno ha popolato la
mente di chi è cresciuto con la lingua ebraica nel cuore. Lei, l’autrice
di Hannaleh e di tanti altri celebri libri per l’infanzia, per oltre
sessant’anni è entrata nelle menti di tutti, ha abitato sugli scaffali
di ogni casa, ha fatto ridere e piangere, ha liberato l’immaginazione,
senza mai dire il suo nome. Tutti i libri della collana Ofer per
l’infanzia riportano il nome degli autori dei testi, mai quello
dell’illustratrice. Per una sua modestia eccessiva, quasi un vezzo,
mentre Israele nasceva, cresceva, combatteva, sognava, ha preferito
rimanere nell’ombra. Immagini abbaglianti nella loro purezza e totale
silenzio sulla propria identità. Oggi, grazie proprio all’impegno dei
ricercatori del più autorevole museo di Israele, Eva Itzkowitz ha
deciso, compiuti i novant’anni, di lasciar cadere il velo e di rivelare
la propria identità. E la mostra vuole celebrarla, incontrarla di
persona, dirle grazie. Proprio con l’intento di incontrare l’autrice,
rivedere il suo lavoro paziente e lontano dai riflettori e rendere
omaggio alla madre dei propri sogni, tanta gente di tutte le età viene
ora a visitarla. Ci sono ovviamente molti giovanissimi lettori, ma anche
tantissimi adulti e ognuno a proprio modo ha da commentare, da
raccontarsi quale immagine, quale personaggio porta sempre vividamente
impresso nel cuore. La Itzkowitz non è stata, come qualcuno forse
avrebbe creduto, una fata disegnatrice, ma apprendiamo oggi che la sua
vita è stata segnata dalle vicende di molti ebrei della sua generazione.
Tedesca, nata nel Land di Sassonia nel 1922, in fuga dalle persecuzioni
già nel 1939, ha studiato disegno ad Atene, dove era riuscita a
rifugiarsi prima di raggiungere la Palestina del Mandato britannico nel
1945. I britannici avevano bloccato e respinto la famiglia che tentava
di raggiungere Israele negli anni del conflitto. Tornati ad Atene il
padre, morto nella Shoah, fu identificato e deportato dagli occupanti
nazifascisti. Eva, la madre e la sorella riuscirono a sopravvivere sotto
falso nome. Cominciata una nuova vita in Israele, il tratto della
disegnatrice anonima entrò in tutte le case e accompagnò la crescita
della nuova gioventù di un popolo intero nelle numerosissime
pubblicazioni per l’infanzia che la Ofer e altri editori diffusero fino
al 1975. Nessuno si chiese chi era veramente l’autrice, né pensò che si
trattasse di un’artista di prima grandezza. La mostra al Museo di
Israele rende ora giustizia al suo nome, ma anche alla sua arte. Orna
Granot, che dirige il centro di ricerche per l’infanzia in seno al museo
nazionale, ha fatto emergere nell’esposizione dei disegni originali il
tratto limpido, diretto, volutamente semplice. “C’è una bellezza –
afferma ora la Granot – in questa semplicità. Oggi i libri per
l’infanzia sono spesso strutturati per parlare agli adulti con un
linguaggio e ai bambini con un altro. Pongono problemi e pretendono di
risolverli. Allora non era così. Il messaggio era molto semplice, più
diretto e meno sofisticato”. Emerge ovviamente anche l’impostazione
ideologica che contrassegnava l’Israele di allora. Il tentativo di
indicare ai bambini un percorso di crescita per assumere un loro ruolo
nella società, raggiungere con fiducia le abilità dimostrate dai
genitori, identificarsi in un modello positivo. Tutti ideali che oggi
potrebbero forse far sorridere, ma che hanno sorretto e accompagnato
l’infanzia di numerosi bambini nati in famiglie spesso uscite da traumi
indescrivibili. Fedele alla tradizione culturale tedesca, il tratto
dell’autrice tradisce un’estetica iper ashkenazita che sembra estranea
alla multietnicità dell’Israele di oggi e riflette piuttosto la
tranquillizzante, asettica bellezza delle icone di bambini nordeuropei.
Attraverso una rilettura della sua opera è oggi consentito comprendere
lo sforzo immenso delle generazioni che ci hanno preceduto di
rielaborare gradualmente le loro identità di europei e di mediare fra la
codificazione estetica, il gusto occidentale e i nuovi impulsi di vita
che Israele a contribuito a moltiplicare nel corso della sua evoluzione
verso una società estremamente diversificata, complessa e talvolta
tumultuosa. Proprio nella sua apparente ingenuità, nella sua tenera
nostalgia, il lavoro della Itzkowitz ritrova, attraverso questa
rilettura nuova luce. E Israele riscopre l’emozione di dire grazie,
chiamandola per la prima volta con il suo vero nome, all’autrice di quel
tenero mondo incantato destinato a simboleggiare eternamente
l’immaginario dell’infanzia di un paese intero.Guido Vitale, Pagine Ebraiche,(18 marzo 2013)
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martedì 12 marzo 2013
Sono nato diviso in due
Yoram Kaniuk, Un arabo buono, Giuntina, pp. 225, 15 euro
Non ha una ruga questo bel romanzo di Yoram Kaniuk, attualissimo, sebbene sia stato scritto nel 1983. Il tema è potente: la doppia identità, il dualismo, l’essere per metà israeliano e per metà arabo. Una lacerazione percepibile fin dal titolo che trasforma l’amaro detto “un ebreo buono è un ebreo morto”, e inserisce al posto del sostantivo ebreo il sostantivo arabo. Perché se un arabo buono, oggi in Israele, è un arabo morto, come fa allora Yosef Sherara Rosenzweig, di madre ebrea e di padre arabo, a convivere con la memoria di Terezin dove fu deportata parte della famiglia materna e la memoria araba allontanata dalle proprie case? Come si fa a vivere con due carte d’identità, con un destino ibrido nel quale si fanno contemporaneamente il Bar-mitzvà e le feste arabe, e dove entrambe le parti guardano male il povero Yosef allorquando vuole frequentare una ragazza ebrea, la bellissima Dina che piange “le sue lacrime ovali”? Come si fa ad abitare uno spazio interiore che è una terra di mezzo, terra di tutti e di nessuno? E se non valessi nemmeno il costo della pallottola che mi ucciderà?, e se fossi un falso storico, addestrato alla disfatta?, si chiede il protagonista. «Sono nato diviso e diviso morirò», scrive. E per riacciuffare i brandelli del proprio Io sfilacciato, a Yosef non resta che dipingere il deserto di rosso, partire per Parigi e Vienna, scendere nell’inferno-paradiso degli avi e della memoria familiare, e srotolare per noi la storia d’Europa e del Medioriente. Leggere Kaniuk è un’esperienza dei sensi: una prosa sapida e profumata, romanzi pieni di poesia visionaria, realtà a fiumi, il rumore delle illusioni infrante, la qualità vellutata degli smarrimenti dell’Io. «Avrei voluto violentare il deserto, fissare dei confini, forse riposare», dice Yosef pensando alla deriva interiore che la mancanza di confini gli procura. Kaniuk è nato nel 1930, nel Palmach ha fatto la guerra d’Indipendenza ed è forse tra i più grandi scrittori israeliani viventi. Certamente il più scomodo, controcorrente, lucido, provocatorio. È di due anni fa la sua richiesta di cancellazione della dicitura ebreo dal passaporto: «voglio essere parte della nazione ebraica ma non di religione ebraica», disse. «Sono il solo ebreo non-religioso per scelta oggi in Israele». http://www.mosaico-cem.it/ 11/03/2013 Di: Fiona Diwan
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venerdì 8 marzo 2013
Il lungo viaggio
di Primo Levi e chi ignora la Storia
E
dopo Silvio Berlusconi venne la neoeletta “grillina” Roberta Lombardi.
Dopo che lui disse, il Giorno della Memoria, che «... dentro questa
alleanza ci fu l'imposizione della lotta e dello sterminio contro gli
ebrei quindi il fatto delle leggi razziali è la peggiore colpa di un
leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene»
arriva lei a rivalutare il «primo fascismo». Posizioni ignoranti della
Storia e quindi miserabilmente strumentali o abissalmente viscerali,
condivise – temo – da molti, troppi. Di tutto ciò non avrei però più
parlato se non avessi letto un libro di Frediano Sessi appena uscito da
Marsilio, Il lungo viaggio di Primo Levi. Una lettura che mi impedisce
di tacere la rabbia e lo sgomento verso chi ancora ha l'impudicizia di
sostenere certe tesi. Sessi ci racconta come si arriva alla gelida
notte tra il 12 e il 13 dicembre del '43, quando un rastrellamento
della milizia fascista arresta in valle d'Aosta la piccola banda
partigiana affiliata a Giustizia e Libertà e di cui fanno parte Primo
Levi, Luciana Nissim, Vanda Maestro. Ci racconta come Primo, Luciana e
Vanda arrivano alla Resistenza, come sono traditi, e anche perché Levi
di tutto questo parlò così poco.Stefano
Jesurum, giornalista http://www.moked.it/
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L'angolo della lettura
lunedì 18 febbraio 2013
"Lui è tornato"
“Er Ist Wieder Da” ovvero “Lui è tornato”. Chi? Adolph Hitler.Il romanzo di Timur Vermes, dal titolo così inquietante, in realtà è tutto da ridere. Ma di uno strano sorriso, come dicono alcuni dei critici.Uscito in Germania nell’autunno del 2012 ( e prossimamente in Italia per le edizioni Bompiani) “Er Ist Wieder Da” secondo le classifiche di vendita di Der Speigel, è uno dei libri più venduti in Germania e sta sollevando un ampio dibattito fra i lettori.La storia è semplice, e peraltro non nuova: Adolph Hitler, come una bestia che riapre gli occhi dopo il letargo, si risveglia nel 2011. Apre gli occhi e si ritrova nello stesso quartiere in cui li aveva chiusi il 30 aprile del 1945. Scopre però che non è più la Berlino che conosceva: niente più svastiche, niente più guerra. Al governo del paese ora c’è una donna, e ad ogni angolo di strada ci sono lavanderie gestite da turchi e edicole invase dalla Bild Zeitung. Ingaggiato dai produttori di uno show televisivo per la sua straordinaria somiglianza con il Fuhrer, il redivivo Hitler si rivela presto un personaggio carismatico quanto l’originale, e riesce a conquistare la gente che lo segue in televisione, sui social networks, su youtube.L’intento dichiarato di Vermes – 45 anni ed ghostwriter di professione – è abbastanza evidente: mostrare come oggi, media e social network potrebbero fare da volano a figure raccapriccianti come Adolph Hitler. E il ritorno delle destre estreme in Germania come nel resto d’Europa, ne fanno un tema di terribile attualità. Ma se gli scopi sono plausibili e comprensibili, rimane l’effetto straniante che, a detta dei critici, la lettura di questo libro provoca. La novità del romanzo di Vermes infatti non sta tanto nel soggetto e nella trama, quanto piuttosto nel modo in cui è scritto. Hitler infatti lungo tutto il romanzo parla in prima persona, non solo: fa lunghi, tediosi, deliranti monologhi tratti dal Mein Kampf. Di fronte a ciò il rischio, come scrivono quelli della Süddeutsche Zeitung, è di ridere sì, ma con un riso che rimane in gola, “di ridere non di Hitler, ma con Hitler”.http://www.mosaico-cem.it/
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giovedì 14 febbraio 2013
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Zeruya
Shalev alla rassegna "Libri Come" per presentare il suo nuovo
romanzo Quel che resta della vita, Feltrinelli editore
Auditorium
Parco della Musica di RomaTeatro
Studio16 marzo
2013, ore 21.00
Sinossi
Tutto parte da un'anziana in un letto
d'ospedale di Gerusalemme. Hemda Horowitz giace inerte nel suo letto,
circondata dai due figli a cui ha dato un amore diseguale. Ripercorre i
ricordi della propria vita: il severo padre pioniere, la sua infanzia vissuta
in kibbutz e un difficile matrimonio con un marito sopravvissuto alla Shoah.
Ma è il rapporto dell'anziana madre con i due figli il vero cuore del romanzo
e si delinea fin dalle prime pagine: se con la figlia Dina ha un legame
faticoso e conflittuale, per il figlio Avner prova una sorta di adorazione.
Avner è un avvocato che combatte per i diritti delle minoranze, un uomo
pesante e angosciato, frustrato sul lavoro, tormentato dalla propria
inettitudine sentimentale. Dina cerca di essere una madre opposta a quella
che ha avuto. È sposata con un fotografo schivo e di poche parole e ha messo
da parte la propria vita professionale per trasmettere tutto quell'amore
materno, che a sua volta non ha ricevuto, alla figlia adolescente Nizan. Ma
quando vede quest'ultima allontanarsi, Dina entra in crisi e viene
progressivamente posseduta da un imperioso desiderio di adottare un bambino
abbandonato, desiderio che incontra la netta opposizione della famiglia e la
costringe in un vicolo cieco che minaccia di distruggere tutto ciò che in
realtà desidera salvare, la sua famiglia. Zeruya Shalev esplora la vecchiaia
e le complesse dinamiche del rapporto tra genitori e figli.Ufficio culturale – Ambasciata di Israele
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martedì 29 gennaio 2013
Dallo
scudetto ad Auschwitz, Matteo Marani
Sono
tante le eccellenze che il regime nazifascista ha annientato durante
la Seconda Guerra mondiale: eccellenze nell’arte, nella musica,
nella letteratura ma anche nello sport.E’
una storia sconosciuta ai più quella che il giornalista Matteo
Marani, docente di giornalismo all’Università di Bologna e
direttore del Guerin Sportivo, racconta con puntiglio storico e
passione sportiva nel libro “Dallo scudetto ad Auschwitz “,
regalandoci un nuovo tassello che si aggiunge alle molte narrazioni
sulla Shoah, preziose come perle rare e uniche come solo può essere
la vita di ciascun essere umano.Il
sottotitolo del libro recita “Vita e morte di Arpad Weisz
allenatore ebreo”.Per
molti è un nome sconosciuto e prima di cimentarsi in questa
avventura lo era anche per il giornalista che “ricordava a malapena
che si trattasse di un allenatore di calcio degli anni Trenta e che
era stato obbligato, dalle leggi razziali, a lasciare il nostro paese
alla vigilia della seconda guerra mondiale…” Di quell’ungherese
inghiottito in un forno crematorio di Auschwitz nessuno sa nulla, né
gli storici, né i giornalisti ma Matteo Marani non demorde e più si
rende conto che la storia è misteriosa più aumenta in lui la
passione di scoprirla e di scavare per ricostruire la vita di Weisz:
un compito arduo e impegnativo cui si è dedicato con la tenacia di
un “detective della Memoria” e di un archeologo riportando alla
luce la storia straordinaria racchiusa in questo bel libro.A
sessant’anni dalla morte - che si immagina avvenuta in un lager
nazista - e nonostante la sua fama di allenatore che aveva fatto
vincere scudetti e coppe, di Arpad Weisz non vi sono tracce. L’unica
eccezione è un cronista locale che negli anni Sessanta, sulla
rivista del Bologna, fornisce alcuni dettagli sul tormentato percorso
della famiglia Weisz prima della fine.Ed
è proprio dalla fine che parte Matteo Marani per ricostruire la vita
dell’allenatore ungherese. Dopo aver letto carte e documenti,
visitati archivi e uffici anagrafe, interrogato giornali dell’epoca,
la prima svolta concreta arriva da Michele Sarfatti, direttore del
Centro documentazione ebraica di Milano, con il consiglio di
consultare lo Yad Vashem, il sito della memoria che contiene i nomi
dei morti dei campi di sterminio e dei ghetti. Successivamente è
grazie all’aiuto di Claudio Roncarati, il responsabile
dell’anagrafe storica di Bologna, che l’autore ottiene il
certificato di residenza di Weisz e il suo stato di famiglia: Arpad
ha una moglie, Elena, con due figli piccoli, Roberto e Clara e ha
vissuto a soli 300 metri dall’abitazione di Marani, in Via
Valeriani al numero 39.Con
l’intuizione di un detective l’autore rintraccia gli elenchi
della scuola dove il piccolo Roberto ha frequentato la prima e
seconda elementare ed entra in contatto, compulsando l’elenco
telefonico, con Giovanni Savigni, l’amico d’infanzia che da quasi
settant’anni cerca di scoprire quale sia stato il destino di
Roberto.Sono
piccoli passi ma molto significativi per Matteo Marani che lo portano
negli uffici della squadra di calcio del Dordrecht per conoscere gli
anni trascorsi da Weisz in Olanda e poi a Westerbork, ultima tappa
prima della deportazione ad Auschwitz.Piano
piano si delinea un quadro dove ogni tassello occupa un posto preciso
e il risultato è un libro di forte impatto emotivo per il quale non
si può che essere grati all’autore.Chi
è Arpad Weisz? Un genio della panchina, un innovatore quasi
rivoluzionario per l’epoca, un uomo coscienzioso, nato per allenare
ma anche un giocatore di talento.Nato
a Solt in Ungheria nel 1896 dove muove i primi passi nel calcio,
giunge in Italia con una notevole esperienza che mette a frutto
facendo conseguire prima all’Inter e poi al Bologna l’ambito
scudetto. Ed è proprio in questa città che si apre il libro di
Marani dove Arpad arriva nel 1935 chiamato dal Presidente Renato
Dall’Ara, consapevole di aver acquisito un professionista di alto
livello. Weisz sostituisce il connazionale Lajos Kovacs e adottando
il metodo che lo ha reso famoso – scendere in campo durante
l’allenamento dei calciatori di cui cura meticolosamente la
preparazione, valorizzare al massimo i giovani, prevedere i ritiri di
squadra ecc. – mette mano alla squadra costruendo quello che è
stato il Bologna più forte di tutti i tempi.E’
un uomo colto, tranquillo, schivo che non ama farsi riprendere in
pubblico Arpad Weisz, un fine psicologo che preferisce dialogare con
i suoi calciatori anziché urlar loro in faccia. Un uomo amato,
stimato che però già dalla primavera del 1938 si sente inquieto per
i soprusi contro gli ebrei e i tragici eventi che accadono in
Germania e che piano piano si profilano anche nell’Italia di
Mussolini.Le
leggi razziali sono un duro colpo per la famiglia Weisz: il piccolo
Roberto non può più frequentare la scuola e anche Arpad,
personaggio conosciuto che svolge un lavoro molto popolare, compare
già da settimane nella lista degli ebrei stranieri da cacciare.Al
bravo allenatore ungherese non resta che andarsene dall’Italia,
prima in Francia poi in Olanda dove trova rifugio nella cittadina di
Dordrecht, iniziando ad allenare con la consueta passione e
professionalità la locale squadra di calcio.L’Olanda
sembra un porto sicuro e in questa città i Weisz cercano di
riprendere, pur fra mille difficoltà, una vita con una parvenza di
normalità: il piccolo Roberto va a scuola anche se non capisce una
parola, la mamma Elena si dedica alla cura della famiglia e prende
confidenza con i nuovi vicini.Weisz
non pensa di fuggire con la famiglia in Palestina o in America come
hanno fatto altri correligionari. Perché, viene da chiedersi? Non è
certo il solo ad aver creduto che tutto si sarebbe sistemato e forse
anche chi è fuggito mai avrebbe immaginato l’immane tragedia che
si stava abbattendo sul popolo ebraico.Nemmeno
la paura e l’inquietudine che sicuramente albergano negli ultimi
mesi nel suo animo inducono l’allenatore ungherese a prendere la
via dell’esilio.E’
dunque nella piccola dimora di Bethelehemplein 10 road che lo trovano
gli agenti della Gestapo il 2 agosto 1942 quando fanno irruzione per
arrestare la famigliola di ebrei.Il
primo approdo, il campo di smistamento di Westerbork, mimetizzato nel
paesaggio, a undici chilometri di distanza da Assen, è difficile da
scorgere. In questa città fantasma dominio indiscusso di Rauter, un
losco figuro “molto apprezzato da Himmler per la sua efficienza, il
ricambio dei reclusi è sistematico, organizzato, ma sempre senza
dare nell’occhio…è tutto registrato perché la più grande
sciagura nella storia dell’umanità è stata una gigantesca
operazione amministrativa”.“Quei
treni sono l’incubo del campo…l’attesa della prossima lista e
della nuova spedizione è l’elemento che detta la vita di
Westerbork”.E
da qui, proprio il 2 ottobre 1942, compleanno della piccola Clara che
in pochi anni ha dimenticato la spensieratezza e visto frantumarsi il
suo universo infantile, parte un nuovo convoglio diretto ad
Auschwitz. Anche i Weisz sono saliti su uno di quei vagoni che li
porteranno a morire.Il
libro di Matteo Marani, arricchito da preziose fotografie d’epoca
che restituiscono il volto di un uomo “cancellato” dalla Storia,
oltre che da testimonianze commoventi, non è solo un’occasione per
riflettere sul valore imprescindibile della memoria e sul veleno
dell’antisemitismo che, come questa storia ci insegna, può
infiltrarsi anche nel mondo dello sport ma è soprattutto un atto di
“riparazione” nei confronti di una persona che, pur avendo dato
tanto agli altri con la dedizione e l’amore per il suo lavoro, è
stata inspiegabilmente e ingiustamente dimenticata.L’opera
di Marani, molto accurata sia sotto il profilo storiografico che
narrativo, è un libro appassionante che si legge d’un fiato fino
all’ultima pagina e che consiglio non solo agli estimatori del
calcio, ma a tutti coloro che aspirano a tenere viva la fiaccola
della Memoria: per ricordare ma soprattutto per non dimenticare.Giorgia
Greco
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