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venerdì 10 febbraio 2012

Il salotto di Gabriella: i tesori di Israele con Umberta Gnutti Beretta

Sono davvero felice di poter proseguire con i miei racconti di viaggio. Come anticipato, ecco giunto il turno di Israele, un Paese tormentato da una guerra terribile e feroce, che però conserva ancora intatto il suo spirito, la sua autenticità ed una sacralità che toccano l’anima.Sono riuscita a realizzare questo viaggio che progettavo ormai da tempo, grazie al prezioso aiuto della Young President Organization. La YPO è un’associazione che programma tour in giro per il Mondo, organizzando tutto nei minimi dettagli, con grande professionalità e accuratezza, proponendo esperienze uniche che difficilmente sarebbero possibili girando da soli. Ogni gruppo è infatti formato solo da una trentina di coppie e gli spostamenti avvengono unicamente in elicottero. Inoltre va detto che vi è una particolare attenzione, nonostante si tratti di un viaggio organizzato, a mantenere intatta l’atmosfera di scoperta, aspettativa e sorpresa: il programma viene comunicato solo alla mattina, così che ogni giorno rappresenta una vera sfida e un’avventura per ognuno dei viaggiatori!La lista di quello che la Palestina (Israeleeeeeeee!! nr)può offrire di indimenticabile è davvero sconfinata. Ricordo in particolare un biciclettata sullo splendido lungomare di Tel Aviv; la bellezza del Mar Morto, che non tutti sanno trovarsi a 400 metri sotto il livello del mare ed essere saturo di 350 grammi di sale ogni litro; il suggestivo panorama del Mare di Galilea, che in realtà è un lago; le montagne di Golan Heights, sul confine, che possiedono delle delle cantine ottime, anche se poco conosciute in Occidente. C’è poi la grande, preziosa Gerusalemme, con il Santo Sepolcro, la Moschea della Roccia e il Muro del pianto – e bisogna ricordarsi di non voltare mai le spalle al muro, per rispetto e per far sì che il desiderio venga esaudito.Emozionanti, poi, sono stati due particolari incontri. Innanzitutto quello con Tzippi Lisni, leader dell’opposizione all’interno del Parlamento israeliano – che, tra l’altro, un edificio imponente e meraviglioso; poi, la visita ai soldati israeliani, tra cui sono stata stupita di scoprire molte donne; in Israele, infatti, il servizio militare è obbligatorio sia per gli uomini, per 3 anni, che per le donne, per 2 anni. Sono state esperienze uniche, toccanti, dal prezioso valore umano ed etico. Non le dimenticherò.Accanto a queste esperienze più formali e – diciamocelo – seriose, abbiamo avuto anche la possibilità di svagarci e goderci degli entusiasmanti momenti di leggerezza. Abbiamo partecipato a due feste: una nelle cave di Salomone, cosa generalmente non consentita ai turisti, e una in mezzo al deserto con i beduini. Il mattino dopo, con sole due ore di sonno, abbiamo scalato il Monte Masada: un panorama incantevole, ma quanta fatica!http://www.luukmagazine.com/

mercoledì 1 febbraio 2012


UNO STUPORE DA 5 SHEKEL

Gerusalemme si mostra al mondo sempre più splendente con le sue costruzioni di pietre bianche,
i lunghi e moderni viali che conducono al nucleo cittadino della Old City, dove ha avuto inizio la grande avventura cristiana e che ancora oggi, a distanza di 2000 anni,vanta i luoghi che hanno visto sorgere e diffondersi il cristianesimo.Una nuova strada, in particolare, chiamata Mamilla porta ad una scalinata che collega la Gerusalemme Nuova alla Porta di Giaffa, un viale elegantissimo, con boutique e negozi con articoli di marca. Lungo la strada fra un negozio e l’altro
spiccano moderne sculture tutte ispirate a personaggi ed eventi dell’Antico Testamento. Non a caso si accede a Mamilla attraverso una porta davanti a cui si leva imponente la statua in bronzo di un uomo in catene ed a fianco un tentativo di riproduzione dell’Arca dell’Alleanza, finemente lavorata in materiale simile all’oro.Insomma si tratta di un spazio molto curato che, anche se riservato a Israeliani con alto reddito,vuole essere un luogo di memoria, un monito ai passanti: anche se si è economicamente benestanti e senza problemi è necessario non dimenticare che la libertà è dono di Dio e la terra, dove oggi germoglia una florida economia, è anche questa un dono di Dio.Ricordare è importante, soprattutto dopo tanta sofferenza legata alla shoah.Anche noi turisti non disdegniamo una puntata a Mamilla, perché è una bella e larga strada solo pedonale e, soprattutto, perché è un comodo e veloce accesso per raggiungere il nostro albergo a Gerusalemme.Quando imbocco Mamilla sono ancora piena delle emozioni della Old City, la Chiesa del Golgota e del Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, tutto evoca nel mio intimo la Parola di Dio che mi risuona nella mente e nel cuore con la speranza di non dimenticare i particolari vissuti affinché entrino definitivamente nel patrimonio delle esperienze importanti dove le sensazioni, i paesaggi, le persone, gli sguardi, i profumi, i sospiri, gli stupori, vengono trasformati in memoria.
Ed ecco che lungo il viale Mamilla, mentre cammino con i miei compagni di viaggio che condividono con me questa toccante esperienza nella Terra di Israele, due ragazzini di 8-9 anni mi si affiancano con aria timida ed uno di loro mi offre delle gomme da masticare all’arancia al prezzo di 5 shekel (un euro circa). Mi fermo e lo guardo con l’aria un po’ infastidita perché non mi piacciono le gomme all’arancia e, tra l’altro, mi fanno venire le afte in bocca. Ma lo sguardo d’attesa speranzosa di quel bambino mi fa cambiare idea, dico OK con un bel sorriso da turista compiacente e compro le sue gomme per 5 shekel e mi incammino nuovamente.Ma l’affare non è concluso. Il bambino, forse arabo da cui ho comprato le gomme, mi viene ancora dietro, lo fisso interrogativamente, lui mi guarda e indicandomi il suo amichetto, socio nell’impresa di chewing gum, mi invita ad acquistare anche da lui analogo prodotto: gomme, anche se stavolta sono al gusto di limone.Questo atteggiamento mi fa riflettere, mi richiama il senso di solidarietà e di condivisione che ogni persona è chiamata ad esercitare nei confronti di chi è meno fortunato. La richiesta è una grande lezione. È vero come dice la Scrittura “Con la bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode…” (Sl 8,3; Mt 21,16).Mi sento edificata dall’atto di solidarietà di questo bambino e pesco dalla tasca dei miei bermuda altri 5 shekel e li consegno al suo compagno. Evidentemente non si aspettavano una facile resa da parte mia e, davanti a quella moneta generosamente data in cambio delle gomme al limone, un suono di stupore esce dalle labbra del bambino, uno “eh” pieno di meraviglia che è difficile da descrivere e scrivere con parole umane.Un suono che mi è rimasto nelle orecchie e che non riesco a dimenticare e ne sono contenta perchè mi richiama alla mente la generosità semplice di un bambino che non vuole godere da solo dell’onesto profitto, la sua voglia di condividere un successo, il suo spontaneo e cristallino stupore per qualcosa di inaspettato.E’ stato un modo per richiamare la mia attenzione ai doni che ci giungono inaspettati e a cui talvolta non sappiamo dare il giusto valore. E’ stato un invito a recuperare la capacità di stupirci davanti a qualcosa che è andata bene, è un invito a riprendere il tipico atteggiamento dei bambini sempre capaci di sorprendersi nello scoprire in ogni fatto e in ogni persona le meraviglie di Dio.Uno stupore da 5 shekel è stato il più bel ringraziamento che potessi ricevere e, soprattutto, una delle più belle lezioni di amore e solidarietà che io abbia mai ricevuto. Grazie ragazzini di cui non conosco il nome, avete insegnato, con un solo gemito, ad un adulto che è proprio necessario diventare bambini per entrare nel Regno dei cieli e sperimentarne fin da ora la gioia e la pace.Franca Soldato Roma. viaggio giugno 2011

martedì 18 gennaio 2011


il gruppo di questo viaggio

Cara Chicca,
finalmente ho terminato il Diario di Viaggio della primavera 2010: un libro, suddiviso in 24 puntate, con riflessioni, foto e quant'altro.Ti mando il relativo link, per chi sia (eventualmente) interessato.Un saluto cordiale. Mara
VIAGGIO IN ISRAELE 21.4/1.5.2010 Prima Puntata - Vigilia, Partenza, Arrivo a Tel Aviv

domenica 28 novembre 2010


Viva Verdi! e Viva Tel Aviv!

Ultimamente il mio Diario di Viaggio è diventato stanziale. Sono in Israele da circa due anni, a 20′ minuti da Tel Aviv. Quando posso scappo dalla vita residenziale e mi rituffo nella città vibrante, allegra, caotica e colta.Un’iniezione di vita dai quartieri satellitari residenziali stile americano che anche qui si stanno spandendo a macchia d’olio, con relativi prezzi $$.Ma Tel Aviv rimane la città che mi ha fatto innamorare di Israele, quando venticinquenne ricercatrice universitaria precaria con contratto in scadenza vi arrivai la prima volta. Ricordo con 4 parole di ebraico, Shalom, Polizia, attentato, terrorista.Insomma avevo ancora la benda sugli occhi dopo anni di notizie di “guerra”. Ed invece appena arrivai a Tel Aviv, pensai di essere a Miami, solo più pulita e senza cubani che ti davano, loro sì un colpo alle coronarie.E questo video della Filarmonica Israeliana, con i suoi cantanti che cantano le arie di Verdi il venerdì al centro commerciale Dizengoff, nel centro di Tel Aviv, è il vero Israele. Un miscuglio di popoli, cibo e culture, gente che vuole divertirsi e vivere tranquilla. Gli israeliani al contrario di quanto si creda sono molto più allegri di noi italiani, la voglia di vivere, di stare fuori e godersi la vita fino all’ultimo minuto è tipica di questa nazione giovane, vibrante e problematica. A volte, non sempre.Insomma, da italiana dico Viva Verdi! e anche Viva Tel Aviv! http://miriampr.wordpress.com/

martedì 12 maggio 2009

Il Neghev

RIFLESSIONI FINALI SUL VIAGGIO IN ISRAELE 22 FEBBRAIO / 3 MARZO

Questo viaggio ha significato per me l’immersione piena in una realtà complessa, multiforme, le cui eco restano a lungo dell’anima; o meglio non ti abbandonano mai.Oz, Grossman, Yehoshua, Appelfeld, Shifra Horn, passando per Keret, così razionale nel suo essere paradossale…….tutti li ho incontrati; materializzati ad ogni angolo di strada. Un Paese all’avanguardia in molti campi, dalla letteratura, alle scienze, all’alta tecnologia, ai diritti umani (checché ne dicano i suoi odiatori di professione). Certo non perfetto, con difficili nodi da sciogliere, ma in grado di dare un contributo essenziale alla crescita civile del mondo. Questo accade in barba ai vari boicottaggi, inventati in primo luogo da associazioni o istituzioni occidentali, i governi delle quali, magari con la collaborazione di altre istituzioni, operano spesso in modo fattivo con Israele, in diversi settori.
Un rompicapo, se ci si pensa bene, che spesso e volentieri ha effetti comici.Un caso, fra i numerosi che si potrebbero citare: un anno dopo che il partito norvegese della sinistra socialista ha lanciato la sua campagna per il boicottaggio di Israele, l’importazione in Norvegia di merci israeliane è aumentata del 15% , l’incremento più alto da molti anni a questa parte (fonte: Statistics Norway).Il maggiore paradosso sta comunque nell’essere l’unico Stato al mondo minacciato di distruzione, senza che ciò susciti particolare sdegno negli organismi internazionali, ONU in testa; l’unico in ordine al quale ci si chieda ancora, dopo ormai 61 anni, se abbia diritto all’esistenza; ritenendolo, come disse un giorno un mio amico, quasi un “Paese di seconde case”.
Regolarmente oggetto di violenta esecrazione da parte dell’ONU e addirittura imputato n. 1 nelle Conferenze di Durban I e Durban II, le due vergognose kermesse del razzismo antisemita, tuttavia esso è nato grazie ad una Risoluzione ONU -preparata beninteso dal movimento sionista di circa un secolo prima e da una bimillenaria aspirazione al “ritorno”- e non dai capricci (chiamiamoli esigenze strategiche) delle grandi potenze, contrariamente ai Paesi limitrofi, la cui “artificialità”, quella sì, è riscontrabile solo osservandone, carta geografica alla mano, i confini, tracciati con riga e squadra.Vorrei che i politici, in primo luogo di casa nostra, quando si esprimono in merito al conflitto mediorientale, lo facessero a ragion veduta, senza quello sterile distacco, quella freddezza, accompagnata da superficialità e mancanza di senso della realtà, esprimentesi nel chiedere le rinunce, più o meno (più “più” che “meno”) dolorose sempre ed esclusivamente ad una parte sola.A questo proposito mi piacerebbe, è un esempio (ma se ne potrebbero scegliere altri), che, prima di usare in modo improprio o sbagliato, brandendoli come clave, termini quali “restituzione” o “occupazione”, a proposito del Golan, essi compissero un viaggio sull’altopiano: si rendessero conto dell’importanza strategica del luogo per Israele e di quanto esso sia stato amorevolmente curato e fatto prosperare in questi quarant’anni, dopo i venti di totale disamore e incuria siriani. In una recente intervista il grande architetto, di origine polacca e cittadino israeliano, Daniel Libeskind afferma, da una parte, che il combattere per l’identità ebraica ha sempre fatto parte della sensibilità del popolo di Israele perché significa battersi per una società libera e aperta, e, dall’altra, che i nemici delle democrazie occidentali e degli ebrei vedono in costoro e nelle suddette democrazie un nemico da contrastare con ogni mezzo, proprio perché rappresentanti di una società moderna, illuminista, matura.Ciò che mi ha impressionato, sopra ogni altro aspetto, in questo Paese è la sua contagiosa, traboccante gioia di vivere. Non sai se è l’entusiasmo di chi si spreme fino in fondo perché sa di essere a rischio, oppure c’è, in tutto ciò, una sorta di fede (religiosa o laica poco importa) nella propria capacità di durare, al di là del drammatico scenario mondiale e dei gravi pericoli. Forse entrambi gli aspetti.
Questa è la grande forza di Israele, sempre diverso, nuovo, con le sorprese ad ogni momento della Storia.
Spero che un giorno, mi auguro, non lontano, i popoli i cui governi sono suoi nemici, lo comprendano appieno. La Speranza e l’impegno per darle concretezza non costano nulla in confronto al valore della posta in gioco.
25 aprile 2009, Festa della Liberazione Mara Marantonio Bernardini

giovedì 22 gennaio 2009

Tel Aviv - parco sul fiume Yarkon

IL VIAGGIO
Erano più di vent’anni che non partecipavo a un viaggio organizzato, ed ero un po’ intimorita da tutta quella serie di cose che sono intrinseche a un viaggio di questo genere e alle quali non ero più abituata: orari prestabiliti, levatacce mattutine, programmi intensissimi ai quali non ero sicura di poter reggere e, non ultime, le condizioni non ancora perfette delle mie zampe. Invece è andato tutto bene. Ho avuto momenti di emozione e commozione intensissime. La registrazione della proclamazione dello stato di Israele da parte di Ben Gurion, che infinite volte avevo già sentito – e ogni volta mi aveva scossa fino al midollo – ma risentirla là dove era stata pronunciata, il trovarmi là dove la Storia era avvenuta, è stato qualcosa di sostanzialmente diverso.E Yad Vashem. Non ce l’avevo fatta, l’altra volta, ad entrarci, e anche questa volta temevo di non riuscirci; poi ho provato, sono andata avanti, ad ogni passo mi dicevo basta, non ce la faccio, adesso torno indietro, poi facevo ancora un passo, e ancora uno, alla fine sono riuscita a farlo tutto. Anche il padiglione dei bambini. Sono contenta di averlo fatto, ma è stata una sofferenza davvero indicibile. E sempre, dietro al pensiero di ciò che stavo vedendo e vivendo, dietro alle impressioni ed emozioni del momento, una sorta di retropensiero: vengono qua, si commuovono da matti per gli ebrei morti, ma ogni volta che gli ebrei vivi si difendono per restare vivi cominciano a latrare come cani rabbiosi, ogni volta che gli ebrei vivi tengono fede al “mai più come pecore al macello” si indignano come vergini violate. E il tunnel, quello che corre all’esterno del muro occidentale, detto muro del pianto e che i palestinesi hanno propagandato come “il tunnel che passa sotto le moschee e rischia di far crollare tutta la spianata” - propaganda prontamente raccolta dai generosi amanti della pace nostrani. Risultato di questa menzogna: almeno un centinaio di morti israeliani, travolti dalla “rabbia popolare” dei poveri palestinesi, indignati per l’affronto. Lungo il tunnel, di tanto in tanto, alcune nicchie, dove alcune donne si recano a pregare nel luogo più vicino a quello del Tempio originario; così profondamente immerse nella loro preghiera che probabilmente neppure si accorgono delle centinaia di visitatori che passano a pochi centimetri da loro. E le due notti passate nel kibbuz di Kfar Giladi, al confine con il Libano, chiedendoci se i missili avrebbero cominciato a piovere subito o avrebbero cortesemente aspettato la nostra partenza. Hanno aspettato, ma va detto che quasi nessuno di noi era davvero preoccupato. Lì abbiamo anche incontrato un colonnello che ci ha informati sulla situazione. Ha spiegato che questa operazione è stata preparata durante molto tempo, studiando accuratamente la guerra del Libano di due anni e mezzo fa, analizzandone dettagliatamente tutti gli errori. Uno degli errori è stato quello di condurre l’operazione quasi esclusivamente con azioni condotte dall’aria, e questo errore, ha detto, non sarebbe stato ripetuto. Quando è stato dato spazio alle domande ho chiesto se oltre che della lezione del Libano sull’errore del condurre solo azioni dall’aria, è stato tenuto conto anche della lezione di Jenin sui rischi, per i nostri soldati, connessi alle operazioni di terra. Ha risposto: «Un esercito che, trovandosi nella situazione in cui noi ci troviamo, non è disposto a mettere in gioco la vita dei suoi soldati, non merita di vincere»: una risposta davvero degna di un soldato israeliano. E la meravigliosa Angela – un’autentica forza della natura - che ci ha guidati, infaticabile e indistruttibile, per tutto il viaggio, con la sua competenza, con la sua dedizione, con la sua passione.E poi ancora visi e paesaggi e incontri e racconti e storie ed emozioni ed esperienze e le discese ardite e le risalite su nel cielo aperto e poi giù il deserto e poi sì, è andata a finire ci siamo anche persi, nel deserto. Ma questa è un’altra storia – e comunque il record dei quarant’anni non lo abbiamo battuto. Barbara

domenica 18 maggio 2008

Galilea - kibbutz Gazit

«Il nostro appassionante viaggio in Israele»
Il diario della trasferta degli studenti pavesi che hanno vinto il concorso della Provincia

I ragazzi pavesi che quest'anno hanno vinto il concorso "Il tempo della Storia", i loro accompagnatori e alcuni ex vincitori di edizioni precedenti hanno intrapreso un viaggio appassionante in Israele, visitando Tel Aviv, Haifa, le alture del Golan, la Galilea, il kibbutz Degania, il lago di Tiberiade, il Mar Morto e infine Gerusalemme, la città delle tre religioni.

E' la luce quel che resta dei giorni di Israele. Luce mattutina posseduta da un antico splendore a Cesarea Marittima, città di Erode il Grande. Dipinto policromatico mediorientale a San Giovanni d'Acri. Crepuscolo grigio cenere e rosa sul Lago di Tiberiade. Alba di fervida operosità nel kibbutz Degania Bet. Orizzonte di sguardi sulle alture del Golan. Epifania incandescente nella roccaforte di Masada. Bluastra corona salina sul Mar Morto. Divina presenza a Gerusalemme. Insostenibile chiaro/scuro di memorie allo Yad Vashem, il museo della Shohà. Partiti con un po' di preoccupazione (per gli atti di terrorismo accaduti ad inizio marzo), ma con il sostegno convinto dei familiari, siamo stati per sette giorni in un luogo che è tempo e storia, sovrannaturale e terrestre, testimonianza e progetto, fede e slanci utopistici, ferro e fuoco, latte e miele, lacerazione e coesione, ortodossia e integrazione, guerra e pace: museo della storia del mondo, arca delle religioni monoteiste, stazione meteorologica della contemporaneità. Da un'altra prospettiva. Così abbiamo vissuto i nostri giorni, guardando i "passages" d'Israele. Senza pregiudizi, senza la coltre nebbiosa di ottuse contrapposizioni, senza pagare pegno a disinformazione e strumentalizzazione. Liberi di giudicare, con senso critico, il bene e il male, il giusto e l'ingiusto. Consapevoli che la complessità della Storia e delle storie non è riducibile a slogan, formule, schiavitù ideologiche. Quella terra è il nostro passato perenne. Dura, ci riguarda. Dalla Torah, dal Libro viene Gesù ebreo. Dal Discorso della Montagna viene il bisogno di un cristianesimo mite e misericordioso, la necessità del riscatto degli umiliati e degli offesi. L'Islam annovera Cristo tra i profeti. La convivenza tra le religioni ha un nemico comune: i pasdaran d'ogni chiesa, d'ogni pensiero religioso elevatosi a dogma infallibile. A Gerusalemme capisci che ad ogni angolo di strada il divino ti insegue come un vento calmo, paziente e irresistibile. Sta a te capire: il Muro del Pianto, la spianata delle Moschee, il Santo Sepolcro non sono idoli, sono incarnazioni del sacro, della sacralità dell'uomo, di tutti gli uomini. Quella terra è un lungo medioevo di sangue; ma è anche crogiuolo di culture che si sono parlate, che si sono interconnesse, che si sono scambiate lingue, gastronomie, metafore, aneddoti, sillabari dell'esistenza comune. La città crociata di Acco, le bianche trincee del Golan, i bunker rifugio nei kibbutz: memorie di sangue. La spropositata bellezza dei giardini Bahai ad Haifa, le improvvise dolci acque di Banias e di Ein Gedi (concrete apparizioni di vita in mezzo al nulla), l'incomparabile suggestione dell'anfiteatro romano nel sito archeologico di Beith Shean: ritratti a testimonianza di una ostinata ricerca della pace, in ogni epoca, durante qualsivoglia guerra. Quella terra è questione politica di uno ieri recente (i sessanta anni dello Stato di Israele), di oggi e di domani. E' democrazia imperfetta (come tutte le democrazie), ma ha un Parlamento (la Knesset). Dove i profeti di sventura trovano opposizione nei sostenitori delle ragioni della pace e del dialogo. Non dimenticherò facilmente l'immagine del soldato israeliano che cerca un po' di refrigerio in una zona d'ombra seduto accanto a una ragazza araba. Entrambi con un libro in mano. La questione mediorientale ci obbliga a pensare che ogni soluzione sarà per tutti o per nessuno. E noi europei non potremo mai chiamarci fuori da questa vicenda: essa è anche nostra. Quella terra è la terra dei sopravvissuti e dei figli e dei nipoti dei sopravvissuti allo sterminio nazista del popolo ebraico nella "civile" Europa degli anni Quaranta del secolo scorso. Non possiamo dimenticarlo. Non dobbiamo raffreddare, con lo scorrere del tempo, le nostre emozioni. Lo Yad Vashem, il Museo della Shohà, è un ammonimento per sempre. Alle ragazze e ai ragazzi del viaggio studio 2008 del "Tempo della Storia", visibilmente scossi dopo aver visto soprattutto la Sala dei Nomi degli scomparsi e la Sala Memorial dei bambini uccisi nella più grande razzia che sia mai accaduta, dico solo questo: ricordate e raccontate. Avital, una delle nostre guide, aggiunge: «Volevano ucciderci tutti: noi siamo ancora vivi». C'è speranza dunque: una umana e ragionevole speranza nel futuro dell'umanità c'è. di Antonio Sacchi

I commenti dei Ragazzi
MELISSA FERRARI L'emozione di questo viaggio è impossibile da descrivere. Bisognerebbe andare in Israele per capire. Non dimenticherò mai Gerusalemme e neanche la piccola escursione a Betlemme, per non parlare del Kibbutz e delle emozioni provate allo Yad Vashem, dove le parole si trasformano in silenzi carichi di significato.
ANDREA ENRICI Cosa ricordare di questo viaggio? Il Kibbutz o il Mar Morto, il sito di Beith Shean o il Muro Occidentale, la Spianata delle Moschee o lo Yad Vashem? Ogni luogo, ogni momento del viaggio ci ha trasmesso un'emozione forte, unica che abbiamo condivisa con persone belle e speciali come la terra d'Israele.
MARTA FOSSATI E' stato ma un vero e propio viaggio studio che mi ha portato a conoscere la realtà di Israele in tutti i suoi aspetti: storico, sociale, politico. Ho potuto comprendere che Israele non è solo guerra, terrorismo e pericolo ma un luogo così ricco culturalmente, che cambia per sempre il tuo modo di vedere le cose.
ALESSANDRA MERLINI Insieme a nuovi amici ho condiviso un'esperienza di arricchimento culturale e spirituale. Abbiamo compiuto un percorso nello spazio e nel tempo e sono stata sorpresa dal rapido succedersi di paesaggi e intrecci differenti in luoghi così vicini. Vorrei non dimenticare nulla e mantenere l'amicizia con tutti i compagni.
MATTIA CARBONE Un viaggio straordinario come la sua meta. Israele è Europa, è Oriente, è cristiano, è ebraico e musulmano, è integralista e laico, ha sessant'anni di vita e una storia di millenni. Non c'è nulla di ordinario in un posto del genere.
MIRELA CALIMACHE Per descrivere ciò che ho provato in questo viaggio non mi basterebbe un libro intero. E' infatti stata un'esperienza che mi ha fatto crescere da tutti i punti di vista. Un viaggio coinvolgente, interessante, emozionante... semplicemente indimenticabile.
LUIGI DAPRA' Quando sono partito sapevo che stavo per vivere un'esperienza unica. Non ha paragoni la ricchezza che ci è stata donata in una settimana durante la quale abbiamo potuto conoscere culture, storia e persone in un viaggio che rimarrà indimenticabile.
SARA DATTURI Tante emozioni mi invadono il cuore. Il confronto con la realtà è complesso e spesso troppo strumentalizzato per una intera popolazione sia essa Ebraica, araba ortodossa cristiana o musulmana che ha tanta voglia di vivere.
FRANCESCA DATTURI Spazi infiniti e limitati, dal profumo di un passato che riflesso nel presente ritorna a cantare la gloria e la forza di un popolo che ha costruito uno stato a quella che era ed è una nazione. E sia davvero la pace in questo paese di "profughi e santi".
MARIA MIRANDO Visitare Gerusalemme mi ha permesso di conoscere la sua bellezza e la sua eterogeneità: la città, "anima della terra d'Israele" in ogni suo più minuto aspetto dimostra di essere come un mosaico, costituita com'è da lingue, costumi e culture differenti.
MARTA BACCHI La via che abbiamo percorso ci ha trasportati lontano e vicino nello spazio e nel tempo; portandoci a una più acuita percezione delle cose e a una consapevolezza nuova e fortificata. Abbiamo imparato molto, osservando luoghi e panorami mozzafiato ma l'insegnamento più grande è stato quello derivato dalla nostra convivenza e dal confronto con la storia. Questo viaggio incredibile e meraviglioso resterà nei cuori di tutti noi.
FRANCESCA GARDINO Non potrò mai dimenticare le emozioni che mi ha dato queso piccolo, immenso Paese, col suo intreccio di culture e religioni: la pace del deserto, la calma del denso Mar Morto, la frenesia dei mercati arabi, l'allegria della vita nel Kibbutz, la modernità di Tel Aviv, l'antichità e la spiritualità di Gerusalemme. L'intensità del Muro del Pianto, e quel senso di immobilità e devastazione dopo la visita al Museo dell'Olocausto.
RICCARDO MONTAGNA In giro per Israele ci siamo divertiti a passeggiare per città che sembravano incantate; ci siamo anche istruiti sulla storia incredibile di quel paese straordinario e di tutta l'umanità. A contatto diretto con certi luoghi, sacri sia per le religioni sia per la storia, credo di non sbagliarmi affermando che molti di noi hanno penetrato la propria spiritualità arricchendo il sapere enormemente e segnando un'esperienza
ILARIA PADOVAN Il viaggio in Israele è stata davvero un'esperienza fantastica, molto ricca umanamente e culturalmente, capace di far comprendere realtà diverse, ma troppo spesso distorte dai nostri mass media. Un'opportunità regalataci per insegnarci la storia vivendola e non solo studiando date e accadimenti sui libri di storia. Un'occasione unica capace di dare emozioni fortissime. Grazie a chi lo ha reso possibile.
ALESSANDRA CALVI Che dire... una settimana in compagnia di persone fantastiche visitando posti stupendi... c'è qualcosa di meglio? E' stato possibile unire la cultura al divertimento, e penso che questo sia fondamentale per noi giovani. Le emozioni sono state tante: vedere il muro del pianto, visitare il museo dell'olocausto, il sacro sepolcro, gerusalemme, farsi un'idea su come sia la vita in un luogo tanto diverso e lontano dal nostro... insomma, non sono cose da tutti i giorni!! Credo che non mi dimenticherò mai di questa esperienza israeliana!!
DAVIDE MARIA DACCO' Nel viaggio la percezione del tempo si è alterata, dilatandosi e spandendosi. E' stata una settimana che è durata un mese, almeno per me, la settimana più intensa della mia vita e sicuramente quella intellettualmente più formativa: questa sola settimana insieme a Israele mi ha fatto imparare e mi ha fatto crescere più di un intero anno di scuola.
ALESSIA NEGRI Israele è una realtà policromatica, pur avendo una superficie simile a quella della Lombardia, racchiude in se tanta ricchezza, sia a livello culturale e religioso, ma anche per quanto riguarda il paesaggio, il clima, le persone, che mi spinge a gridare a tutti: andate a vedere questo paese, perchè merita davvero e purtroppo noi lo sottovalutiamo, ingiustamente!
BEATRICE FARINA Differenti lingue, culture, religioni, entità etniche ogni giorno convivono in questa terra rendendo Israele un paese unico. Ripartirei subito per rivivere questo viaggio fantastico e indimenticabile, per le emozioni indescrivibili che possono essere provate solo vivendo pienamente Israele.
(09 aprile 2008) http://laprovinciapavese.repubblica.it/

mercoledì 2 aprile 2008

Università di Gerusalemme

E’ passato un mese dal nostro ritorno a casa - Parma 2 aprile 2008


riordino le foto del mio primo viaggio in Israele e mi rendo conto di quanto le mie aspettative al riguardo fossero alte e di come quel che ho visto e vissuto sia stato veramente alla loro altezza.
Era il mio primo viaggio ma ho vissuto la strana sensazione (non poi così strana a dire la verità) di esserci già stata.
50 anni di letture su Israele, dai saggi alle testimonianze e alla narrativa ,di visioni di film e documentari, di ascolto di musica klezmer, hanno sviluppato in me una sensibilità molto “ ebraica” , comunque un amore forte . E’ per questo che quando anche a casa o fra amici parlo di Israele devo premettere di essere forse un po’ parziale come ogni volta che si parla di qualcuno o qualcosa che si ama molto.


Ma ciò nonostante parlando di Israele non posso non pensare all’altro popolo che gli vive così vicino e il cui destino è così inestricabilmente unito al suo. La mia emozione più grande è stata essere nella Sala dell’indipendenza, ascoltare la voce di Ben Gurion che proclamava la nascita dello Stato, e dopo le parole della guida ( albanese se non ricordo male) che ci ha parlato della speranza di pace del suo popolo, ma anche della pietà per le madri palestinesi e per il loro dolore così simile al dolore di tante madri israeliane.
Pochi giorni dopo a casa ho assistito ad una conferenza per l’8 marzo fatta da una musulmana italiana che ha parlato di donne nell’Islam e il discorso è ovviamente scivolato su Gaza e sulle madri e figli palestinesi…..Le ho parlato del mio viaggio, delle donne israeliane, del loro amore per la vita e di quanto avevo visto e ascoltato. In un discorso fra donne tutto questo è stato possibile, doloroso ma comprensibile ,assolutamente umano .


Ecco cosa ho portato a casa da Israele oltre alla bellezza dei luoghi, alla bravura di Angela e alla simpatica ed efficiente presenza della nostra “emerita” Chicca: immagini di persone, , testimonianze , racconti, le immagini dello Yad Vashem ma anche dei soldati della base e dei loro racconti, della famiglia che mi ha ospitato per la cena dello shabbat, e dei volontari di Zaka……E mi viene in mente anche Yosh Amishav con il quale l’ultima sera mi sono sentita in profonda sintonia umana e politica e col quale sarei rimasta a parlare a lungo se solo ci fosse stato più tempo.
Ma forse nel prossimo viaggio……
Ciao a tutti i compagni di viaggio da


Laura

lunedì 31 marzo 2008

Masada - perimetro accampamenti romani


Tra la gente di Israele - Parma 30 marzo 2008


La sicurezza anzitutto. A Fiumicino il personale della El Al è gentile, scrupoloso, determinato e non perde tempo.Un breve essenziale interrogatorio e il controllo rigoroso dei bagagli . Quando sali sull’aereo sai che volerai sicuro perché nessun terrorista riuscirebbe a superare lo sbarramento con esplosivi o armi improprie.
L’aeroporto di Tel Aviv è moderno, grande funzionale e tuttavia è lo stile architettonico che lo differenzia da altri altrettanto grandi e moderni. Il marmo e la pietra usati con maestria realizzano una plastica fusione tra il passato e la modernità e l’elegante classico si coniuga con la più efficiente funzionalità.. In altri luoghi si ripeterà questa evocativa sintesi architettonica, come il palazzo della Knesset e quello della Corte Suprema. Qui all’interno una costante ricerca di spazi ampi e di luminosità, con la città di Gerusalemme distesa in piena luce oltre le grandi vetrate.


Non intendo fare un riassunto del nostro itinerario. Solo alcune impressioni di un turista che non appartiene alla tradizione ebraica e, per questa estrazione, più a rischio di soggiacere a preconcetti e stereotipi.
Abito in una piccola città italiana dove una complessiva uniformità di costumi, di abbigliamenti, di convincimenti si accompagna spesso a tensioni velleitarie e pretenziose. Per le strade di Gerusalemme mi sento come su un altro pianeta. Incredibile la varietà umana sia nell’aspetto fisico che nell’abbigliamento . Ma quell’insieme così variegato è frutto non di velleitario e narcisistico individualismo. Si connette invece in modo naturale alla reale storia del popolo di Israele ricchissima di tradizioni , di riti e di forme anche molto diversificate , di complessi convincimenti religiosi e di posizioni del tutto laiche. L’attenzione è subito catturata dagli ebrei ortodossi che distingui per quei lunghi cappotti neri, per vari e anche strani copricapo , per le lunghe barbe ed i riccioli nei capelli, fatti crescere con cura. Rappresentano percentualmente un nucleo abbastanza numeroso, con probabili ulteriori differenziazioni al suo interno che sfuggono alla capacità interpretativa di un profano della cultura religiosa ebraica. Ma nella spianata del Muro del Pianto comprendi comunque questa grande testimonianza , la forza spirituale che emana dall’ortodossia ebraica, quella stessa spiritualità che nei secoli ha sempre prevalso sul ferro e sul fuoco delle persecuzioni . In fondo è a questi uomini, così vestiti di nero che pregano davanti a questo muro abbagliante, che interpretano nelle pieghe più sottili le pagine della Torah o che stanno in silenzio ad occhi chiusi appoggianti alle pietre, che si deve l’esistenza dello Stato di Israele perché attraverso duemila anni hanno saputo mirabilmente conservare, difendere e approfondire la fede e la religione dei profeti. contro i nemici ricorrenti e contro la macina del tempo.


Per le strade di Gerusalemme e di Tel Aviv gli ebrei laici si mostrano a loro volta molto sobri negli abiti. Complessivamente ho avuto l’impressione che anche i negozi qui offrissero beni essenziali. Non si ripetono come accade nelle nostre città, una dopo l’altra, decine di vetrine più o meno eguali ciascuna esponendo gli stessi abiti , le stesse scarpe e gli stessi orologi dell’ultima moda. E nelle strade pur molto trafficate, raramente si notano auto di gran lusso o i mastodontici suv che invece intasano i centri storici delle città italiane. Complessivamente ho tratto l’impressione che in Israele domini il sobrio e l’essenziale, segno distintivo di un maggior grado di consapevolezza e di una comune condivisione di obiettivi e di ideali che cancellano nella psicologia di questo popolo gran parte del peso che l’effimero e il transeunte esercitano – specie nei giovani - in Italia. Consapevolezza della propria storia e della propria situazione , energia morale, e valori condivisi sono i reali fattori che pongono Israele all’avanguardia nella scienza , nelle lettere, nella tecnica nell’economia e nel funzionamento delle istituzioni democratiche.


Osservando la serenità dei soldati e delle soldatesse che pattugliano strade e luoghi, quella dei kibbutzik , degli studenti e dei professori delle splendide università, ti viene spontaneo legare questa psicologia e questa calma spirituale alle radici storiche della nascita di questo Stato, alla precisa coscienza di essere circondati oggi più di ieri da feroci nemici imbevuti ormai di un antisemitismo preso a prestito dalle più bieche tesi del nazismo e all’orgoglio dei successi conseguiti in tanti campi. E non sono queste qualità le ragioni ultime della determinazione che ha indotto e ancora induce giovani e meno giovani a vivere insieme nei soleggiati kibbutz , molto lontano da quel mondo che rappresenta invece il nostro ambiente quotidiano? E impegnati nell’ ostile deserto del Neghev in una lotta che muta quel deserto in giardino e che fa comparire l’acqua dalla roccia e dalla sabbia.
Il mio tour è stato questo. Non solo la suggestione dei luoghi e l’incanto di Gerusalemme , ma la percezione di un’umanità della quale avverto la nostalgia nel contrasto con tanta nostra superficialità.


Vittorio

lunedì 17 marzo 2008

Tel Aviv


Le memorie di Welda - Genova 8 marzo 2008


21 febbraio 2008. Ecco, sto scendendo…sto arrivando in Israele. Certo, ne sono certa, ma…qualcosa non va. Dunque, vediamo: non lo riconosco. Non lo riconosco da quando ci sono stata “l’ultima volta”

Beh, risale a un pochetto di tempo indietro. Pochetto. Si fa per dire. Però si dice che il tempo è relativo…

Mezzo secolo fa, non arrivavo a Tel Aviv, ecco la prima differenza. La Terra Promessa la vivi dal mare. Arrivavo con la “Theodor Herzl”, l’allora orgogliosa “capitana” della flotta passeggeri della ZIM (compagnia di trasporti). Capitana …di una piccola flotta, per favore! Allora, torniamo un po’ indietro…..

Mentre la nave (20.000 tonnellate di stazza , pensa te!)si avvicina lentamente all’attracco , trascinata dalle pilotina, suonano tante sirene e vedo delle piccole barche che ci vengono incontro . Braccia levate al cielo e tanti canti. Ci fanno festa! Proprio come se fossimo amici da tanto tempo attesi. Andiamo lentamente avanti, circondati dalle piccole barche e da volti ridenti e commossi. Qualcuno piange e non capisco perché. Sono troppo giovane e stupida per capire i miracoli.
Piango io adesso, che capisco, perché sono vecchia ed ho sofferto e capisco qualcosa di più. E sento un nodo alla gola. Commozione? Penso di si. Adesso. Dopo mezzo secolo. Rivedo quei visi e penso che ora saranno come me, nonni e nonne. Occhi stanchi con un ‘ombra di perduta bellezza e tanta, tanta esperienza sofferta, qualche volta straziante.

Ecco: ho 24 anni ed arrivo. Un giovane uomo Yoram (che un anno prima ho aiutato ad imbarcarsi su una minuscola nave da carico, la “Caterina Madre” di 500 tonnellate, comandata dal Capitano Sardi) mi aspettava. Yoram diventerà poi un grande, meraviglioso medico ricercatore alla UCLA di Los Angeles e poi… ma questo lo racconto dopo.

Sbarco tra la gente che continuo a non capire perché in festa.
Comincia la mia avventura. Haifa è piccola e bella. Il Carmel verde e poco abitato e io sono giovane e sciocca. Sembra proprio un piccolo Paese, questo. Nel mio Paese ci sono i grattacieli, perbacco! Qui no, è tutto semplice e gentile, direi.

Partiamo. Tel Aviv, ecco Tel Aviv. Sono segretaria della Compagnia ZIM di Genova, scrivo e ricevo continuamente posta da questi posti. Li immaginavo più grandi. Bello, però. E poi vedo la gente in torno a me. E comincio a pensare che c’è qualcosa in loro, una fierezza che percepisco, senza spiegarmela. Uomini e donne in abiti quasi militari, passi decisi e consapevoli…

E poi via, per la spiaggia di Tel Aviv, libera, piccole onde di traverso. Si può camminare e raccogliere conchiglie. Ne faccio un bel mucchio. Le ho ancora, adesso, dopo. .non voglio parlare del tempo, non conta.

A Netanya, la famiglia Heller ha una piccola, deliziosa casetta, con piccolo, incantevole giardino proprio sulla spiaggia. Tanta spiaggia, pochissime costruzioni.

E poi continua il mio viaggio, ma forse a questo punto penso sia chiaro che visitavo un piccolo paese ancora lontano dallo sviluppo del nostro vecchio Occidente. Già, mi sentivo sempre …”in campagna”…

Sono a Nazareth, salgo nella piccola strada, tagliata nel centro, come un piccolo canale per non so cosa. Mercanzia sulla strada, intendo di ogni tipo, anche commestibile. Donne e uomini con abiti lunghi…penso di trovarmi in un settore arabo. Odori particolari. Un anziano signore, in un angolo, fuma (credo) da un grosso contenitore,, attraverso un lungo, spesso spago (forse). Nazareth è proprio piccolina, forse come quando ci camminava Gesù o quasi.

Sono a Tiberiade, tanto bellissimo lago e poca, pochissima gente. Ci arrivo in autostop, con i fratelli Yoram e Eri, tirati su a bordo di una camionetta di giovani vestiti da militari. Poi Kfar Naum (Cafarnao). Grandi sassi, residui credo di una vecchia sinagoga o giù di lì. Mi dicono che ci pregava Gesù. Intorno il nulla, solo delle grosse lucertolone (che poi saprò essere iguane) che scorrazzano qua e là. Non ci credete? A vedere come stanno le cose ora – quasi non ci credo neppure io!

Ed ecco Gerusalemme, beh, quel pezzetto visitabile! All’epoca era stata annessa alla Giordania che non permetteva nessuna visita. Salgo sulla terrazza di un edificio e guardo al di là, verso la città vecchia. Ai piedi dell’edificio, si allunga una quindicina di metri di lamiera ondulata alta più di due metri (almeno così ricordo), bucata da proiettili,così mi dice Yoram. Di là non si può andare, che rabbia! E’ bella e mistica questa città, ma mi sembra triste e come “appannata”, come se in qualche modo fosse in lutto. Sono triste ed anche le persone che vedo sono tristi e diverse. Ma i giovani no. Loro sono sempre fieri. E belli. E determinati.

Via. Verso Eilath. E il deserto del Negev. Un incubo. Ore e ore, da Tel Aviv. Quante non so, ma troppe. E solo e sempre deserto, senza nulla, solo, solo deserto. Eilath…è una lunga spiaggia bianca. Là in fondo si vede Acaba in Giordania. Forse camminando sulla spiaggia calda, posso arrivarci a piedi.

La città? Beh, nessuna città! Quattro casupole, fatte di niente. Niente strade, solo tracciati polverosi. E un piccolissimo molo per tenerci le barche dei pescatori. Poi vedo un ‘imbarcazione un po’ più grande. Forse piccoli trasporti, non so.

Il tempo: Il tempo. Ora lo sento tutto. Sono stanca, ho 74 anni e sono in visita con un gruppo di amici di Israele ad una base militare e…. Mio Dio, ragazzi: io vi conosco, certo, vi conosco! Siete voi, io lo so, vi conosco! Siete belli, giovani e fieri e determinati….ed io sono giovane come voi…ma certo, siete voi, io…mi sento strana: Come posso spiegare… io vi ho conosciuto 50 anni fa, ma…erano i vostri nonni, ma uguali a voi. Ho un nodo alla gola: Siete voi ed io sono profondamente triste. Ho capito tante cose, ma soprattutto una, sconvolgente , agghiacciante e tremendamente reale: la guerra non vi ha mai lasciati. E’ sempre lì. I vostri volti sono quelli dei vostri nonni. Fieri e determinati. Avanti così ragazzi, anche se è nella pace che dobbiamo mettere tutti i nostri sogni, i nostri desideri, il nostro – o meglio – il vostro futuro. Avanti così, bimbi miei, difendete questa vostra bellissima terra. Onorate i vostri nonni che hanno saputo crescere datteri, pomodori e …. Tutto quello che ora si vede su una terra aggressiva e desertica. Pochi ci avrebbero scommesso. Ed invece, eccovi lì, belli, fieri, determinati e forti.

Io sono stanca e vecchia , ma con tutta lo voce che mi rimane vi dico: avanti così, ragazzi!


Welda

domenica 16 marzo 2008

Gerusalemme - King David


I giardini di Israele - Trieste, 19 febbraio 2008

Ho letto con molto interesse l'articolo di Massimo Orbach dell'ultimo numero di Iarchon, riguardo l'apertura alle conversioni dei figli nati da matrimoni misti (con madre non ebrea).
Trovo l'argomento, non solo di grande interesse, ma anche di assoluta attualità, soprattutto in Comunità storiche come quella triestina.
Molti di quelli che leggeranno quest'articolo mi conoscono, o personalmente o attraverso miei articoli precedenti, e sanno quanto laico io sia. Ma in questo caso non è la mia laicità a portarmi a sostenere la tesi di Massimo, bensì un senso di protezione e di affetto nei confronti della nostra Comunità ed in senso più ampio del popolo ebraico.
Di recente sono stato, assieme all'Associazione Italia-Israele, in Heretz Israel (un viaggio organizzato da Chicca Scarabello) dove ho trascorso i 12 giorni più intensi della mia vita. Non era la prima volta che visitavo il paese, ma questo viaggio è stato diverso da quello che avevo fatto nel '93 (all'epoca avevo 16 anni). Questa volta avevo la maturità e la sensibilità per capire, per osservare, per apprendere, ma soprattutto per sentire. Per sentire quel senso di appartenenza, quel senso di familiarità, quella sensazione magica che solo noi Ebrei possiamo provare camminando in Israele. In ogni luogo si respira storia, la nostra storia, e ogni persona che vive in Israele rappresenta quella storia, ma anche il futuro di Israele. Ho camminato nel deserto della Giudea e attraverso il deserto del Neghev, ho provato una sensazione forte che mai dimenticherò, una sensazione di attaccamento e di ritorno alle radici. Ho calpestato la sabbia dove hanno vagato i nostri padri per 40 anni, ma dove pochi decenni fa, un tale di nome Ben Gurion ha dichiarato che "solo chi crede nei miracoli è davvero realista". Oggi quei deserti sono degli enormi giardini a cielo aperto, dove si coltivano vino, olio, grano, ortaggi, fiori, dove pascolano bovini. Oggi quel deserto dove gli Ebrei aspettavano la manna dal cielo si è trasformato, grazie all'ingegno dell'uomo e al suo amore per quella terra. Solo chi ama in modo straordinario una terra ed il suo popolo è in grado di trasformare il deserto in giardino (e ne è dimostrazione il fatto che oltrepassando i confini di Israele, il deserto rimane deserto e i giardini si vedono solo nelle ville degli sceicchi).
Oggi quei giardini e quegli uomini che continuano a coltivarli e ad abitarli rappresentano il nostro presente ed il nostro futuro, sono la testimonianza vivente di come il popolo ebraico trovi la linfa vitale da se stesso, dalla sua volontà e dal suo attaccamento ad Heretz Israel. Oggi quegli uomini lottano ogni giorno contro la siccità della terra, contro la penuria d'acqua e contro gli uomini che invece quella terra non la amano, sia laggiù in Medio Oriente che in giro per il mondo. Oggi quegli uomini rappresentano la nostra prima linea, la nostra avanguardia, rappresentano la speranza che vive dentro di noi, come una fiammella sempre accesa, che un giorno potremmo essere noi o i nostri figli quella avanguardia a difesa della nostra terra e del nostro popolo. Quei giardini vanno difesi, come fossero figli nostri, come fossero parte della nostra famiglia, come fossero la stessa nostra casa. Quei giardini rappresentano il miracolo di cui parlava Ben Gurion, il miracolo della fede dell'uomo che crede, che crede nella sua terra, nelle sue capacità e nella forza del suo popolo. Quei giardini sono la prova tangibile che i miracoli esistono, ma esistono solo se li si vuole davvero.
Se penso a questo miracolo, non posso nemmeno pensare alla possibilità che quei giardini un giorno tornino di nuovo deserto. Eppure la possibilità non è così remota. Il popolo ebraico ha dovuto sempre fare i conti con l'ostilità ed il sospetto degli altri, ha dovuto sopportare esili, privazioni, umiliazioni, distruzioni, persecuzioni,fino alla tragedia della Shoà. Nonostante questo, è sempre riuscito a sopravvivere, ad andare avanti, facendo forza su se stesso, sul suo amore per la Torah e per Heretz Israel, facendo ricorso alla speranza, alla speranza che un giorno loro o i loro figli potessero vivere in pace nella Terra dei Padri. E' questa speranza, questa fiammella che ha fortificato il popolo, che l'ha reso sempre più unito anche nella diaspora, ma sempre proteso con il cuore e con la mente a Gerusalemme. Oggi il popolo ebraico ha la sua terra ed i suoi giardini, prova di questo amore e di quella speranza divenuta realtà. Oggi però il popolo ebraico deve superare una prova ancora più ardua, forse la più ardua di tutte. Deve superare se stesso ed i suoi limiti. Deve superare le rigidità di una tradizione spesso anacronistica, per il bene della sua stessa esistenza. Oggi il popolo ebraico, specialmente quello che vive nella diaspora, deve accettare l'idea che non vive in Israele, ma in paesi a maggioranza non ebraica. E con questo deve convivere. Ma non vuol dire assolutamente che il popolo ebraico si deve assimilare, anzi. Deve lottare per mantenere vive le sue tradizioni, la sua cultura, la sua fede ed il suo messaggio. Deve lottare per rispetto nei confronti dei nostri padri che sono morti nelle camere a gas mentre stringevano i propri figli e vedevano infrangersi il sogno di un ritorno in Heretz Israel. E deve lottare per poter coltivare la speranza, ed insieme alla speranza, anche quei giardini che proprio rappresentano la concretizzazione di un sogno e della sua speranza. Quei giardini hanno bisogno del popolo ebraico proprio come il popolo ebraico ha bisogno di quei giardini.
Ma non ci potranno più essere giardini senza il popolo ebraico e senza popolo ebraico non ci sarà più la speranza e senza la speranza non ci sarà più Israele dove continuare a coltivare giardini.
Il pericolo di estinzione del popolo ebraico e di ri-desertificazione di Israele non deriva dalle folli dichiarazioni di Ahmadinejad o dai missili Qassam che quotidianamente vengono lanciati su Israele. E nemmeno dai rigurgiti di antisemitismo che stiamo vivendo in Europa in questi anni. Il popolo ebraico ha sempre dimostrato nella storia che nessuna persecuzione o guerra o attacco è in grado di distruggerlo. Il popolo ebraico sa difendersi, trova sostegno e forza nella sua unione e nella sua coesione. Il popolo ebraico sa difendersi dagli attacchi esterni. Ma sarà in grado di difendersi da quelli interni? Sarà in grado di superare le sue stesse barriere ed evitare l'estinzione naturale? Dove non è riuscito l'uomo a distruggere un popolo, potrebbe la natura e la miopia.
La miopia dell'uomo e dei nostri Rabbini che non capiscono che il male di oggi non si chiama assimilazione, bensì estinzione naturale. Quando un uomo non ha più figli perde tutto, il futuro e la speranza. Non è l'assimilazione il problema dei nostri giorni, quanto la rigidità di certi Rabbinati che non riescono ad andare oltre le proprie barriere, non riescono a superare l'ostacolo della rigida osservanza del precetto. Ma questa rigidità ci porterà a perdere tutto, popolo, terra e quella speranza che ci ha tenuto in vita per millenni, quella speranza che ci ha regalato quei meravigliosi giardini.
Oggi un Ebreo che vive nella diaspora ha statisticamente una possibilità molto limitata di incontrare una ragazza ebrea da sposare e con cui avere figli ebrei a cui insegnare la nostra cultura e a cui tramandare la speranza. Oggi i matrimoni misti sono all'ordine del giorno, ma non per questo i figli che da queste unioni vengono al mondo non hanno diritto di vivere quella speranza e di coltivare quel sogno meraviglioso che è un bocciolo che spunta tra la sabbia del deserto.

Edoardo

il diario di viaggio di Luisa

Neghev - Masada - Palazzo di Erode



Un viaggio di tante emozioni - Trieste, 4 marzo 2008

Lo guardo con un pizzico d’orgoglio il bel foglio-cartoncino con la sua menorah circondata dalle foglie di olivo, simbolo dello Stato di Israele, la sua decorata intestazione piena di immagini, che sfumano l’una nell’altra, di monumenti o paesaggi caratteristici del Paese e l’elegante scritta in armonioso corsivo: offerto in segno di Riconoscimento a me, nome e cognome, per essere venuta in Israele per la prima volta e, per questo, nominata Ambasciatore Dell’Amicizia Verso Israele.
Sì, certamente, lo sono sempre stata entusiasta di questo popolo cui mi legano profondi richiami familiari, che determinano questo mio senso di appartenenza, ma era un legame dello spirito e della immaginazione, ora è diverso; ora ho visto e so: Israele è un Paese eccezionale che concretamente opera, secondo la splendida prospettiva espressa da Ben Gurion con paradossale e insieme incontestabile evidenza: “Chi non crede nei miracoli non è realista”. Lo poteva ben dire lui, un ebreo, in questo Stato, che Egli aveva contribuito, con una testardaggine pari soltanto alla sua tenacia, a fondare, che, anche solo limitandosi all’osservazione del kibbutz Sde Boker, in cui egli risiedeva, può proprio apparire una realtà miracolosa: fiori, aiuole erbose, alberi da frutta, palmeti rigogliosi, persino acqua gorgogliante di fontana e tutto ciò in mezzo ad una sconfinata landa completamente glabra, una distesa di sassi e terriccio di un monotono colore giallognolo, prevalentemente privo di sfumature. E’ la prima stupefacente immagine che Israele mi ha lasciato: un deserto sonnacchioso, che sembra minacciato da tutta quella improvvisa vegetazione, fresca e ben sistemata, che sembra lì da chissà quanto tempo e invece, noi lo sappiamo, è stata sviluppata da pochi anni, risultato di una progressiva seminazione di piante via via sempre più resistenti e meglio radicate e radicabili in quel terreno inizialmente ostile, che viene domato attraverso lo studio della sua natura, partendo dai suggerimenti delle descrizioni bibliche per impiantarvi quelle piante che ivi vengono nominate perché evidentemente allora presenti. Il risultato di queste ricerche e sperimentazioni è che Israele è l’unico paese al mondo in cui il deserto si ritira contro la funesta realtà del suo avanzamento in tutti gli altri luoghi della terra.
Ma non è solo questo imperiosa e grandiosa, oltre imponenti spalti, si fa spazio nella mia mente, circonfusa da quella sfavillante luce mediterranea, che si ammira anche in Sicilia, d’inverno, e qui si riconosce analoga, l’immagine prima di Gerusalemme, che si erge, potente, città di pietra bianca, quella che la caratterizza per l’omogeneità del suo colore e con la quale soltanto si può costruire al suo interno.
Che forte emozione quell’impasto di profili di casamenti moderni, alti, più spesso dal tetto a terrazza che mi danno l’impressione di una città, comunque, orientale e, subito, misteriosa e seduttiva, anche per l’alternarsi di cupole, minareti, arcate a tondo e ogivali, torri e campanili. Attorno a quelle superbe mura, ho visto, per influsso della mia univoca cultura occidentale, le fluttuanti bandiere, le lance e gli archibugi, le corazze e gli elmi, nella enfatica e trionfante descrizione delle armate crociate che il Tasso ci trasmette:”…con raggi assai ferventi e in alto sorge, ecco apparir Gerusalem si vede, ecco additar Gerusalem si scorge, ecco da mille voci unitamente Gerusalemme salutar si sente …” (G.L.,III,3).
Reazione impulsiva, dettata da sedimentate immaginazioni, che si riveleranno subito inesatte, già nella passeggiata della prima sera, quando, ancora incredula di essere in quel luogo prestigioso, scoprivo grandi e trafficate arterie e viali metropolitani, circondati da palazzi e grattacieli, sedi di Istituzioni Statali o Finanziarie o Scientifiche, dall’architettura avveniristica e da grande capitale moderna, ma mi riservava immediato stupore, quando mi infilavo in un illuminato e affollato slargo che andava declinando in una via, letteralmente contrappuntata di negozi, bar, locali di indefinibile natura, vivacissimi, colorati, con arredi talora rutilanti talora piuttosto polverosi e scalcinati, con vetrine splendenti o assolutamente scure e disordinate, con ogni tipo di merci, da pregiati gioielli a paccottiglia globalizzata come portachiavi con insegne sportive o...addirittura di ispirazione religiosa, sia ebraica che cristiana. Ero capitata nella via –mercato Ben Yehuda, il grande linguista che aveva costruito e fatto adottare l’ebraico nazionale, come il primo collante del nuovo Stato, a dimostrazione, anche espressiva, di una nazione millenaria , che in questa terra trovava le sue radici originarie.
Si verificano qui sensazioni estremamente fluttuanti nel tempo e nello spazio: i tuoi occhi non hanno ancora cessato di ammirare il luccichio dorato di una cupola di cappella o di moschea o lo svettare di un minareto che lo sguardo deve sostare e ammirare la sobria eleganza di una sfilata di colonne che appartenevano al cardo costruito dai Bizantini , non seguendo quello voluto da Adriano, quando ordinò la sua nuova Gerusalemme, cambiandole addirittura nome, a modello del suo prenome, Aelia Capitolina. Ma già deve volgersi all’incredibile sfilata di fogge d’abiti e di copricapo che ti fanno sentire nel pieno di un antico schtetl oppure, per gli svolazzi chiari di tessuti di cotone, ti fanno pensare ad un accampamento arabo. Vieni affascinato dalla concentrata lettura di un libro sacro da parte di un uomo, appoggiato all’antico muro di bianca pietra, in tunica e calzoni bianchi, coperti da un pesante cappotto nero così come nero, a larga tesa, è il cappello posto sulla cima del capo. ai lati del quale sfuggono tutti arricciolati due vigorosi peots. E le donne, con il capo avvolto da fazzoletti o da cappelli di fogge antiquate, o portano pesanti e lunghe gonne su gambe pesantemente calzate, che arretrano dal Santo Muro, con lento e rispettoso passo, nello striminzito settore loro riservato al Cotel, il muro del pianto, occupato in tutta la sua restante ampiezza, da uomini che , dopo l’abluzione rituale delle mani, si accostano a quel mistico simbolo, con un libro sacro in mano, oscillando in movimento ripetitivo, sprofondati in assorta preghiera.
Però si è sbalzati, ma non strappati, da questi legami al passato, che non viene dimenticato, anzi, si intreccia e permea, seppur come spinta e stimolo al procedere, in un futuro altamente significativo, quando ci si trova di fronte al monumentale edificio della Corte Suprema, opera dei due architetti, Ram Carmi e Ada Carmi Melamed. Sin dalla prima soglia, entriamo in un corridoio in cui sono affrontate due pareti, l’una di pietra bianca di Gerusalemme, simbolo del passato, l’altra, di un bianco smagliante, simbolo di un futuro ancora da realizzare. Ma anche l’alternarsi continuo, armonioso e sapiente di linee curve che si intersecano a linee rette, è una allegoria su come le leggi devono essere rette e i giudizi adeguati e attenti alle circostanze dei fatti, e l’abbagliante luce, che allude alla rettitudine e all’ampiezza di visione di chi giudica, che entra da splendide vetrate, da cui si ha una visione a 360 gradi del verde, folto e ricco, del parco, prodigiosamente tutto nato grazie all’irrigazione a goccia, su terreno desertico, con un intero settore fiorito di rose provenienti da tutto il mondo. Il vasto ambiente di accesso alle aule delle varie Corti di giudizio risponde anch’esso a precisi criteri ispiratori di pensieri di accoglienza di chiunque faccia ricorso ai vari tribunali, anzi, le aule sono concepite come ambienti di strutture architettoniche tali da richiamare i rispettivi luoghi sacri delle tre religioni del Libro, per mettere a proprio agio ebrei, cristiani, musulmani.
In questa severa impostazione altamente simbolica si inquadra il grande Museo della Shoah, lo Yad Vashem. Non può essere descritta la tremenda impressione che si prova ad iniziare a procedere per una sorta di strada leggermente in discesa, che si va restringendo man mano si avanza, mentre i tuoi occhi sono attratti e inorriditi alle immagini di tutte quelle persone, martoriate nei corpi, estenuate nelle anime , con degli occhi profondi e dolenti, che pongono una costante, sommessa domanda: perché? O essa è, piuttosto, dentro di te, che ti senti coinvolto e colpito da quell’ immenso dolore. Là, raggiungi l’annichilimento, nella Sala cilindrica dell’Archivio, tutta circondata da mensole su cui sono allineati, tutti uguali e gonfi di carte ingiallite, i dossier, con i documenti di tutte quelle vite a cui corrispondono le centinaia e centinaia di foto di uomini donne vecchi bambini che ti guardano dalla volta di una cupola interna, sovrastante una vasca piena d’acqua, nella quale quei volti si specchiano, moltiplicandosi all’infinito, per dirci che sono a noi uniti in una solidale catena. Proprio come le fiammelle che si immillano nelle tenebre profonde, che pur ne vengono squarciate, nel Memoriale dei Bambini, per ricordarli, ancora e sempre, nei loro nomi, nelle loro brevi vite spezzate.
In questo sorprendente Paese è straordinariamente facile entrare e uscire nella Storia perciò si può essere partecipi delle sofferenze novecentesche senza sentire lontana la tenace resistenza dei ribelli Zeloti, che, asserragliati nella rocca di Masnada, nel 73 d.C., hanno preferito rinunciare alla vita, dopo una strenua resistenza durata, oltre ogni attesa, per tre anni, all’assedio di ben 10.000 soldati romani, disseminati negli otto accampamenti di accerchiamento. Una poderosa rampa da essi costruita nell’unico passaggio, indifendibile dall’interno della fortezza, ha consentito la presa della rocca ma non dei suoi difensori che si suicidarono, lasciando intatte le riserve di cibo per dimostrare che non per fame erano morti, ma per un superiore amore per la libertà. Ancora oggi, le reclute dell’esercito israeliano, in loro ricordo, giurano al grido: Masada non cadrà una seconda volta!
Ma ci attendono continue altre sorprendenti scoperte di luoghi come Bet a lam, la Betlemme del Bambin Gesù, in cui una stella d’argento, affondata nella grotta sotto la Chiesa della Natività , vorrebbe segnare il punto dove avvenne quella nascita portentosa. Nell’ampio e monumentale interno dell’ antico edificio , costruito da Costantino, per volontà della madre Elena, poi riedificato da Giustiniano, e ornato dai Crociati con mosaici, ancora parzialmente conservati, si entra per la bizzarra Porta dell’Umiltà, abbassata in periodo ottomano per non farci entrare i cavalli, che costringe i visitatori a piegarsi a 90° per entrare. Qui siamo in terra sotto amministrazione dell’Autonomia Palestinese dove, seppure sono evidenti gli sforzi di qualche miglioramento, c’è una palpabile diversità di condizioni di vita, molto più povera e arretrata rispetto a quella che appare a pochi chilometri di distanza, nella grande progredita moderna Gerusalemme.
Ma ancor più straordinari e certamente quasi incredibili mi appariranno la vita, l’ambiente naturale, la fauna, la flora, l’organizzazione sociale che scoprirò quando conoscerò i kibbutz di Mashabim, di Neot Semadar o di Sde Boker, quello in cui è vissuto il personaggio che mi ha più profondamente entusiasmata, il fondatore dello Stato di Israele, quel Ben Gurion che, con voce vibrante anche se trattenuta, ha annunciato al trepidante popolo degli ebrei la nascita dello Stato d’Israele e ha fatto rivivere anche a noi, visitatori a 60 anni di distanza di quella Sala dell’Indipendenza di Tel Aviv, quella intensa emozione, attraverso la registrazione radiofonica. Conosceva 9 lingue, che aveva imparato per leggere in originale libri di narrativa o testi tecnici, perché non si fidava delle traduzioni! Il suo spirito deve molto compiacersi nel poter ammirare quanto è stato realizzato dai suoi conterranei: quei pendii verdeggianti di erba, alberi, cespugli, zone fiorite o coltivazioni sterminate di frutteti o vigneti o agrumeti o solchi protetti da coperture per far crescere in condizioni protette primizie di ogni genere in ordinatissime serre. Un impegno di lavoro in continua sperimentazione e con risultati sempre migliori, che si decide insieme, in riunioni comuni, nel più autentico spirito del kibbutz, come ci spiega il preciso ed entusiasta responsabile del rinnovato complesso di Neot Semadar, di cui ci mostra il Centro di Aggregazione, appena inaugurato, una specie di palazzo delle meraviglie, di un favolistico color rosa, ornato di stucchi e volute, e dotato di un complesso sistema di areazione e refrigerazione, che sfrutta l’aspirazione dell’aria calda esterna, ne sottrae l’umidità facendola passare per una sorta di camino, e la diffonde nei vari locali, rinfrescandoli.
E attorno a queste frondose zone, si scorge un paesaggio accidentato di corrugamenti sassosi e totalmente brulli, solcati da una bianca e tortuosa strada assai poco trafficata da veicoli motorizzati, ma non disdegnati da gruppi non sparuti di notevoli esemplari di…stambecchi, dalle inconfondibili corna arcuate e puntute, un’altra bizzarria di questi luoghi. Attraversiamo il deserto del Negev, che si estende per i 2/3 dello Stato d’Israele e che, dico io, se questi indomiti coltivatori di terreni impossibili potessero applicare i loro ingegnosi sistemi di desalinizzazione della terra, anche con lavaggi degli strati sotterranei per ridurne la salinità, credo che, nel giro di una trentina d’anni, riuscirebbero a rendere produttiva anche questa desolazione.
Ma temo che non sarà così, purtroppo. Il terrorismo esercitato attraverso i fanatici suicidi, che si fanno esplodere nei punti più esposti anche perché tanto frequentati, e colpiscono la popolazione inerme, riescono nel loro duplice intento, la destabilizzazione di ogni tentativo di instaurare la pace e la diffusione dell’odio e dell’intolleranza dell’altro, condizione forse ancora più perniciosa perché sprofondata nel tessuto più interno della società, quindi quasi inestirpabile, tanto è profondamente radicato.
Quando si arriva all’estremo punto meridionale, sulla riva che dà sul Mar Rosso, ci troviamo in un punto in cui si affacciano 4 Paesi: Egitto, Arabia Saudita, Giordania ed Israele e, se si arriva di sera, si ammira una sfavillante sequenza di luci di due città che stanno affrontate e appartengono a due Paesi diversi, ma quasi si toccano, la giordana Aqaba e l’israeliana Eilat, accomunate dai fondali corallini del Mar Rosso, di un intenso blu e di cristallina limpidezza, con una flora sommersa e una fauna ittica dai rutilanti colori vivacissimi e fantasmagoriche forme. Qui, se si naviga con la barca dal fondo trasparente, da cui si può ammirare lo spettacolo dei vari fondali, sembra distantissimo e irreale lo scontrarsi degli uomini; qui tutto sembra radioso e sereno, inattaccabile da qualsiasi perturbazione.
Con queste luci azzurrine ed il movimento sinuoso e fluttuante degli innumerevoli colonie di pesci e le seducenti concrezioni di specie coralline dai nomi favolosi come le alcionarie, le acropore, i delicati ventagli di mare, mi piace concludere questo mio itinerario con l’auspicio di poter essere immersi in un mondo di bellezza e di poter godere, in pace, dei tanti doni di queste terre, cui auguro, con tutto il cuore, il mio beneauspicante Shalom!

Luisa