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mercoledì 22 maggio 2013

Umberto Saba e il sogno di Hitler
“A quelli che credono ancora che Adolfo Hitler… abbia almeno amata la Germania, racconto qui qual è stato veramente il suo Sogno. Ridurre la Germania un mucchio di macerie; e, fra nuvole di gas asfissianti, rimproverando ai tedeschi di averlo – per colpa degli ebrei – tradito, salire EGLI al cielo, in una specie di apoteosi, circondato dal fiore delle più giovani e fedeli S.S. Questo sogno egli lo ha sognato così profondamente … che si può dire che egli abbia vinta – almeno in parte – la SUA guerra”. Così scriveva Umberto Saba in Scorciatoie e Raccontini, pubblicato nel 1946.Non molti sanno che il grande poeta triestino fu uno dei primi intellettuali europei ad interrogarsi sul nazismo e la Shoah. Impagabile il ritratto di Hitler “eseguito nel 1933” e proposto in questa stessa opera: “Con quei baffetti sotto il naso, e quella smorfia facciale, come fiutasse sempre… un cattivo odore”.“Accanto alla metafisica post-Auschwitz di Primo Levi – come ha osservato acutamente Ettore Janulardo, in un saggio apparso sulla rivista Studi e ricerche di storia contemporanea – si situa la prosa lirica post-Majdaneck di Umberto Saba”.Majdaneck era un piccolo campo di concentramento tedesco, sito a Lublino, in Polonia: il primo scoperto dagli Alleati. Il 22 luglio 1944 vi giunsero le prime pattuglie russe, trovandovi qualche migliaio di sopravvissuti. Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Auschwitz erano allora sconosciuti. Costituito nel 1941, vi transitarono intorno a 300 mila deportati, di cui il 40 per cento ebrei di varie nazionalità. Campo di concentramento e di sterminio, fu un sito di morte con ogni mezzo: gas, armi da fuoco, impiccagioni. Vi morirono circa 80 mila persone.Majdaneck è per Saba il simbolo della vicenda concentrazionaria, l’inizio della conoscenza da parte dell’umanità degli orrori del nazismo (quello che è oggi Auschwitz). Egli in Scorciatoie e Raccontini si confronta con l’annullamento della persona al tempo dei lager: “Dopo Napoleone ogni uomo è un po’ di più, per il solo fatto che Napoleone è esistito. Dopo Majdaneck…”Quanto alla vicenda italiana, Saba è più indulgente del suo amico Giacomo Debenedetti, come ha rilevato di recente Alberto Cavaglion sulla rivista storiAmestre. Il poeta triestino scrive che “Gli ebrei italiani non potevano fare all’Italia (in quanto ebrei) né bene né male. Mediterranei come la maggioranza, viventi in Italia da secoli o da millenni; c’è – con qualche eccezione – meno diversità fra un italiano ebreo e un italiano non ebreo, che non, p. es., fra un bresciano e un calabrese”.
A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che nel nostro Paese non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.Mario Avagliano,http://moked.it/b (21 maggio 2013)

martedì 21 maggio 2013

E' morto qualche giorno fa in carcere, dove scontava la condanna all'ergastolo,  l'ex dittatore argentino antisemitismo, infatti, nessuno parla mai di quello dei militari argentini. Era un antisemitismo che non dette vita a legislazioni volte a limitare i diritti e la vita della grande comunità ebraica del Paese, ma si espresse soprattutto  in una particolare violenza della repressione nei confronti degli ebrei. Se la percentuale di ebrei sull'insieme della popolazione argentina era dell'1 per cento, quella di coloro che furono  fra i desaparecidos fu del 10 per cento. Fra i tanti casi che suscitarono l'attenzione internazionale, ricordiamo quello del direttore del giornale L'opinion, Jacobo Timerman, detenuto e torturato dai militari per due anni, scampato ed esiliato in Israele in seguito alle pressioni internazionali, autore di un libro di memorie sulla sua detenzione in cui caratterizzava come fortemente antisemita l'ideologia dei suoi torturatori. Ecco, credo che anche questo elemento sia da ricordare nel momento in cui apprendiamo la morte del dittatore Videla. Anna Foa, storica,http://moked.it/
Videla. Aveva ottantasette anni. E' raro che un dittatore muoia in carcere, il suo omologo cileno Pinochet per esempio  è morto in patria, nel suo letto. Nel ricordare la sua morte, e la feroce dittatura esercitata dalla sua giunta in Argentina, vorrei ricordarne anche un elemento assai poco ricordato, quello dell'antisemitismo. Quando si parla di

venerdì 17 maggio 2013

10 Unknown West Bank Facts 

video: https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=dp4f3wXwyZg

Farhud: il pogrom dimenticato del 1941 in Iraq 
Di Zvi Gabay,http://www.israele.net/
A Shavuot, la festa ebraica che quest’anno si inizia a celebrare dalla sera di martedì, gli ebrei iracheni ricordano il 72esimo anniversario del pogrom Farhud: i tumulti del 1941 in cui vennero massacrate fra 150 e 180 persone e altre migliaia ferite, mutilate, violentate.Il Centro per il Retaggio dell’Ebraismo Babilonese (iracheno), a Or Yehuda (Israele), ha catalogato i nomi delle vittime, mentre in tutto il mondo gli ebrei iracheni ricordano quei terribili disgraziati eventi così simili alla Notte dei Cristalli di tre anni prima in Germania.I tumulti Farhud (in arabo “espropriazione violenta”) videro protagonista una folla che era stata aizzata alla violenza e si tradussero, per la comunità ebraica irachena, nella perdita di ogni fiducia nel paese che avevano considerato casa loro per millenni: quella comunità di circa 140mila ebrei è oggi ridotta a pochi sparsi individui.Gli ebrei iracheni vennero perseguitati senza nessuna ragione evidente. Gli ebrei, che avevano vissuto in Iraq per 2.500 anni, non stavano sovvertendo il paese dall'interno, come gli arabi palestinesi che in quello stesso periodo combattevano contro le comunità ebraiche e poi contro lo Stato di Israele. In effetti, in quegli anni gli ebrei furono bersaglio di ostilità e persecuzioni praticamente in ogni paese arabo in cui vivevano, e non solo in Iraq. Centotrentatre ebrei vennero uccisi in Libia quando in quel paese nord-africano le violenze anti-ebraiche raggiunsero il culmine nel novembre 1945. Ad Aden, nello Yemen, un centinaio di ebrei vennero assassinati nel novembre 1947. In Egitto gli ebrei vennero buttati fuori dalle loro case ed espulsi dal paese.Nonostante tutta l’attenzione internazionale prestata alla “Nakba” palestinese, ben poco è stato detto sulla grave sopraffazione patita dagli ebrei dei paesi arabi. È vero che la storia non è una gara fra tragedie, ma è importante far conoscere la pulizia etnica che infuriò in tutte le nazioni arabe. Le dimensioni della tragedia furono pesanti: circa 850mila ebrei furono costretti a fuggire dalle loro case nei paesi arabi, a fronte dei 650mila profughi palestinesi. Eppure, per ragioni che non è facile capire, lo stesso governo israeliano non ha ancora posto la catastrofe che colpì gli ebrei arabi in cima alla sua agenda, interna e internazionale.Gli ebrei nei paesi arabi vennero perseguitati prima che fosse dichiarata l’indipendenza d’Israele. Gli storici Edwin Black, Shmuel Moreh e Zvi Yehuda hanno pubblicato una ricerca che mette in luce i legami fra il governo filo-nazista dell’allora primo ministro iracheno Rashid Ali al-Gaylani e il Terzo Reich in Germania. L’Iraq applicò contro gli ebrei normative discriminatorie che investivano ogni aspetto della vita quotidiana, e poi istigò la folla alla violenza fisica contro gli ebrei. Il pogrom Farhud del 1941 fu il culmine di questo processo. La fusione di un nazionalismo venato di xenofobia e di contagiosi sentimenti antisemiti creò una realtà impregnata di odio verso l’ebreo. L’ambasciatore di Germania in Iraq, Fritz Grobba, fu pronto a fomentare quest’attitudine, mentre il leader palestinese Haj Amin al-Husseini, fuggito dalla Palestina perché ricercato dagli inglesi, trovava in Iraq un’arena ideale per le sue attività anti-ebraiche. L’atmosfera brutalmente anti-ebraica culminò nell'impiccagione di Shafiq Ades, un facoltoso uomo d’affari ebreo, nella piazza centrale di Bassora, mentre l’aria era carica di trasmissioni radio anti-ebraiche e incendiari discorsi dal podio dell’Onu.Infine, senza altra possibilità di scelta, gli ebrei dell’Iraq raccolsero le loro cose e abbandonarono il paese, quell'Iraq che loro più di altri avevano fatto entrare nell'era moderna. Si lasciarono alle spalle i beni privati e tutte le proprietà delle loro antiche comunità, compresi i luoghi venerati come sepolture dei profeti Ezechiele, Giona, Naum di Alqoshi ed Esdra lo Scriba, delle quali si impossessò il governo iracheno.Vi furono naturalmente iracheni che si rifiutavano di giustificare le aggressioni contro la popolazione ebraica, ma furono zittiti. Gli ebrei divennero il capro espiatorio del conflitto fra sunniti e sciiti, proprio come oggi Israele si trova in mezzo al conflitto fra Iran e arabi. Se ancora oggi gli ebrei si fossero trovati in numero significativo nei paesi arabi, è del tutto ragionevole supporre che le loro comunità sarebbero state devastate nelle recenti rivolte in Egitto, Libia, Tunisia, Yemen e in Siria.Il numero di ebrei con alle spalle una vicenda di vita nei paesi arabi si sta fatalmente assottigliando di anno in anno. È giunto il momento di commemorare il loro retaggio in Israele, di impedire che abbia il sopravvento la propaganda araba, abbracciata da coloro che negano che pogrom arabi anti-ebraici abbiano mai avuto luogo, analogamente alla minaccia posta dai negazionisti della Shoà. Quanto prima Israele si impegnerà a preservare l’eredità degli ebrei arabi riconoscendone ufficialmente il carattere di vittime, tanto più rapidamente potrà migliorare la sua posizione interna e internazionale. Inoltre, custodendo questo pezzo di storia ebraica Israele può rafforzare le voci moderate nel mondo arabo, specialmente quelle provenienti da intellettuali che hanno riconosciuto una catastrofe mediorientale che vide vittime gli ebrei, e non solo i palestinesi. Allo stesso tempo, i dirigenti palestinesi dovrebbero smettere di coltivare nella loro gente l’illusione del cosiddetto “diritto al ritorno”, in modo che la tragica ruota della storia non abbia a rigirare su se stessa.(Da: Israel HaYom, 13.5.13)

mercoledì 15 maggio 2013

A New Israeli Air Force Documentary
video: 

http://www.blog.standforisrael.org/articles/above-and-beyond-a-new-israeli-air-force-documentary


Se non capite il parlato, lo scritto è molto chiaro

sabato 11 maggio 2013

8 maggio 2013: Yom Yerushalaim


Yom Yerushalaim è una festa nazionale che ricorda la liberazione di Gerusalemme e la sua successiva riunificazione dopo la Guerra dei Sei Giorni. La festa cade il 28 di Iyar e di solito avviene a maggio, questo perchè in quel giorno nel 1967, i soldati liberarono la zona orientale di Gerusalemme e ripresero il controllo.La città dalla Guerra di Indipendenza del 1948 alla Guerra dei sei Giorni era rimasta divisa con la parte occidentale sotto il controlo israeliano e la parte orientale sotto il controllo del Regno di Giordania. Una volta liberata il muro che divideva la città venne abbattuto e dopo tre settimane il Knesset, il parlamento israeliano, emanò un provvedimento per estendere il controllo e la sovranità degli israeliani anche alla parte est della città.Un anno dopo il 28 di Iyar venne istituito come giorno di commemorazione dell’evento, dell’unificazione della città e del legame con la città. La giornata non è festiva ma viene svolta una cerimonia importante ad Ammunition Hill, luogo in cui la guerra fu particolarmente difficile ed inoltre le comunità Sioniste di Gerusalemme danzano con le bandiere dal parco Sacher fino al Muro Occidentale, più comunemente chiamato Muro del Pianto.http://www.latavernadelghetto.com/

Nella notte fra il 13 e il 14 maggio del 1943 la Scuola Grande Tedesca, il centro pulsante della vita ebraica di Padova, veniva data alle fiamme dai fascisti. Già nel 1925, dopo il primo attentato a Mussolini, gli squadristi padovani avevano tentato di incendiarla. E ancora nel 1970 i neofascisti di Freda e Zorzi provarono ancora a ripetere il gesto dando fuoco al portone della sinagoga italiana. Quella sera di 70 anni fa Lea, la piccola figlia del rabbino Paolo Nissim, era stata svegliata da un insolito trambusto che così ricorda: “Era notte, io dormivo nel lettino accanto al letto dei miei genitori. Cosa insolita suona il telefono. Prima risponde la mamma che subito passa la cornetta al papà. Le voci sono concitate anche se a tono basso. Mi rendo conto che è successo qualcosa che fa paura. La luce della lampadina del corridoio rimane una visione che ritornerà sempre nei miei sogni notturni. Il papà si veste alla svelta e esce. Io e la mamma restiamo nel buio pauroso”. La stampa quotidiana di quei giorni non riporta la notizia, la questura invita pressantemente la comunità a considerare l’episodio un evento accidentale. Padova, presa nel turbinio della guerra, si dimentica presto e cancella dalla memoria questo atto di autolesionismo (in)civile: dei padovani che bruciano in una notte il simbolo della secolare presenza ebraica in città, cercando di anticipare i nazisti nell’operazione di rimozione della memoria. Lunedì sera Padova, assieme alla sua comunità ebraica, ricorderà.Gadi Luzzatto Voghera, storico,http://www.moked.it/(foto: Ghetto Venezia)

lunedì 6 maggio 2013

Gli ebrei dell'Armata rossa di nuovo in posa dopo 70 anni

Più di 500mila ebrei sovietici combatterono con l'Armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Alcuni di quei reduci hanno reindossato per un giorno la divisa e - medaglie bene in mostra - si sono messi in posa per uno scatto ricordo nelle loro case, in Israele. C'è chi ha scelto di posare sulla poltrona del salotto buono, chi a tavola, chi sul proprio letto. Qui il veterano Tchudnovsky Itzhak, ex comandante al fronte di Stalingrado    http://www.repubblica.it/

venerdì 12 aprile 2013




Israel: 65 Years of Achievement 

un video splendido:  http://www.youtube.com/watch?v=kB6AgwmJw5o&feature=youtu.be

Il papa Ebreo

Rubare bambini ebrei e battezzarli forzosamente a Roma era purtroppo una pratica abbastanza diffusa, fino al XIX secolo. Perfino Pio IX se ne rese tristemente protagonista. La pratica va fatta risalire all’età medievale e nel corso dei secoli é sempre stata accompagnata dal tentativo – meno violento ma altrettanto pesante – di convincere qualche famiglia ebrea a convertirsi in cambio di una somma di denaro e di varie regalie. Ciò nonostante le conversioni avvenivano molto raramente, ma quando accadevano facevano un grande effetto sulla piccola ma tenace comunità ebraica. Una delle più celebri, quasi leggendarie, fu quella della famiglia dei Pierleoni, una famiglia nobile allocata sull’Isola Tiberina, intorno al Mille. Si dice che questa famiglia fosse in realtà ebraica e che la conversione le consentì di ascendere ai più alti gradi della gerarchia cittadina, anche a quella curiale. Un Pierleoni fu perfino nominato papa nel XII secolo con il nome di Anacleto II, in opposizione a Innocenzo II.Questo evento, ma anche – come si diceva – il non raro rapimento di bambini ebrei che venivano battezzati e chiusi nei seminari, fece nascere nella comunità ebraica romana una leggenda che però -come si è visto – ha un consistente retroterra storico.
Al pio rabbino Simone fu rubato un figlio il quale, essendo stato battezzato e messo nel seminario per i chierici, salì di grado in grado e finalmente divenne Papa.Ma il germe del dubbio rimase oscuro e inquietante nella sua anima. Il Papa divenne presto preda di dubbi atroci intorno alle verità della dottrina cristiana. Ed allora egli minacciò i suoi servi di morte se non gli avessero rivelato il segreto della sua origine.Essi glielo confessarono scorgendo in questo il destino divino che voleva renderlo padrone del mondo.Il Papa allora fece chiamare il padre Simone, e gli domandò quanti figli avesse. Il pio rabbino li enumerò tutti salvo uno, Elhanan, finché, costretto dall’insistenza dell’interlocutore, raccontò che il figlio gli era stato rubato.Dai diversi connotati che il padre non poté fare a meno di indicare, il Papa riconobbe la verità e si confessò come suo figlio.Quindi, seguendo il suggerimento del padre, tenne un discorso al popolo, in cui negò senz’altro l’origine soprannaturale di Gesù e la verità del cristianesimo.E quando i Vescovi, credendo che il Papa fosse impazzito, lo circondarono per portarlo via, egli gridò a tutti che la loro fede era una vera pazzia. Dopo di ciò si gettò tragicamente dalla torre donde aveva tenuto il discorso evidentemente troppo sovversivo per la sua posizione.Al padre non restò quindi che comporre una preghiera di lutto per la ricorrenza della morte di Elhanan, il figlio perduto. http://criminiromamedievale.wordpress.com/2009/09/14/il-papa-ebreo/

giovedì 11 aprile 2013

Quando Ben Gurion invocava il diritto degli ebrei a difendersi dal nazismo come uomini liberi
“A nome di tutti gli ebrei noi chiediamo a voi, governati di Inghilterra, Russia e Stati Uniti, il nostro diritto ad un esercito ebraico”. Con queste parole David Ben Gurion apriva un suo discorso del 1942 in cui faceva appello alle forze alleate perché permettessero agli ebrei di formare una forza indipendente per combattere contro i nazisti.Il discorso è stato recentemente rivelato nella sua interezza dagli Archivi delle Forze di Difesa israeliane e dal Ministero della difesa, comprese alcune parti che erano state bocciate dal censore britannico perché facevano riferimento a un’indipendenza ebraica. Ora il testo completo è stato pubblicato on-line dalle Forze di Difesa israeliane, incluse le frasi cancellate dalla censura inglese che qui riportiamo, come quella di apertura.Ben Gurion continuava il suo discorso affermando “il nostro diritto di combattere contro il nostro più grande nemico in quanto ebrei, in un contesto ebraico, con un’organizzazione ebraica, un quartier generale ebraico, disciplina ebraica e sotto una bandiera ebraica. Le nostre esigenze non saranno soddisfatte dalle briciole che ci vengono consentite qui, per difendere la nostra patria e i paesi circostanti”.Il regime di Hitler, prevedeva Ben Gurion, verrà sconfitto, ma “noi non sappiamo se la vittoria della democrazia, della libertà e della giustizia non finirà col trovare in Europa un immenso cimitero cosparso delle ossa del nostro popolo, uomini e donne, giovani e vecchi”.“I delegati del popolo ebraico – proseguiva – sono chiamati oggi da Sion a sfidare, davanti al mondo, lo spargimento del nostro sangue ebraico”. Non sappiamo, diceva Ben Gurion, quanti sono già stati uccisi, e come. Ma il loro eccidio “è dovuto esclusivamente a un'unica colpa: quella di essere ebrei. Giacché solo gli ebrei sono senza difesa, senza soldati”. Questa frase passò il filtro dalla censura, che cancellò invece il successivo riferimento di Ben Gurion a una vera e propria indipendenza e le sue critiche al Libro Bianco varato dalla Gran Bretagna nel 1939: “Giacché gli ebrei non hanno status, non hanno un emblema statale, un esercito ebraico, un’indipendenza ebraica, una patria libera e sicura”.Ben Gurion scongiurava i leader delle forze alleate di “impedire l’annientamento di una nazione indifesa, incatenata, imprigionata”, e li esortava a lasciar immigrare almeno i bambini ebrei nella Palestina sotto Mandato britannico. “Rigettate le ignobili disposizioni per cui a un ebreo [in fuga] da un paese nemico non è permesso tornare nella sua patria. Finché esisteranno questi decreti vergognosi, finché le porte della nostra terra resteranno sbarrate ai profughi d’Israele, le vostre mani saranno intrise di sangue ebraico, versato nell'inferno nazista”. Tutto cancellato dal censore.
Ben Gurion chiedeva poi che gli inglesi permettessero agli ebrei di combattere contro i nazisti come un esercito ebraico: “Ogni ebreo porterà con orgoglio la stessa gialla, e se incontreremo i nostri fratelli dai ghetti nazisti li porteremo sulle nostre braccia con la stessa gialla. Sarà una vessillo d’onore, un contrassegno di martiri e santi”. E aggiungeva (ma la censura non lo permise): “Non i nazisti ma voi, nazioni civili, ci disonorate dal momento che ci private del nostro diritto come popolo, come nazione eguale alle altre, del nostro diritto di combattere Hitler in quanti ebrei”.Quello che chiedeva Ben Gurion non era una semplice forza ausiliaria, come la Brigata Ebraica, ma un vero esercito ebraico indipendente, richiesta che venne puntualmente censurata: “Noi vogliamo combattere come un esercito ebraico. Per tutti gli ebrei che non sono chiamati ad arruolarsi in un altro esercito [perché cittadini di paesi in guerra col nazismo], per tutti gli ebrei liberi di scegliere, noi chiediamo il loro diritto umano, il loro diritto all'onore di arruolarsi in un esercito ebraico sotto una bandiera ebraica, come un alleato alla pari delle forze alleate”.Al culmine del suo discorso, Ben Gurion chiedeva l’indipendenza in Terra d’Israele: “Noi chiediamo non solo il nostro diritto di combattere come ebrei; noi chiediamo il diritto che ha ogni nazione al mondo, piccola o grande che sia, il diritto a una patria indipendente. Tutte quelle vittime non necessarie, tutte le migliaia, le centinaia di migliaia, forse i milioni di vittime sono il prodotto della discriminazione contro la nazione ebraica. Sono le vittime di una nazione che non ha un paese e non ha libertà. Noi vi chiediamo di correggere questo torto: pari dignità nazionale, patria e indipendenza per il popolo ebraico”.Tutto censurato.Concludeva Ben Gurion, rivolgendosi direttamente agli ebrei in Europa: “Faremo il possibile per rendervi giustizia e non ci daremo pace fino a quando non vi avremo salvati dai nazisti e dalla atrofia della Diaspora, e non vi avremo portati tutti con noi, nella nostra terra redenta”. Ma anche quest’ultimo riferimento alla “nostra terra redenta” venne cancellato dalla censura.(Da: YnetNews, 8.4.13) http://www.israele.net/

Il mondo perduto di Oszpizin (Auschwitz)

Questa è la storia di un piccolo mondo ebraico che la Storia ha voluto trasformare nel luogo simbolo del male e della memoria del mondo. Vorremmo che questo luogo fosse ricordato, da chi vuole richiamare alla memoria le vittime dello Shoah, anche per questo mondo scomparso. 

Alfons Haberfeld era un industriale che possedeva una fabbrica di vodka e liquori in Polonia; essa era una delle fabbriche più  importanti della città insieme ad un’industria chimica la  AgroChemia.  La fabbrica prosperava e lui partecipava spesso alle Fiere Internazionali del settore. Egli era anche il Presidente della locale Comunità Ebraica.Nel 1936 si era sposato con una ragazza ebrea di Cracovia, Felicia Spierer. Nel luglio del 1939, essi partirono per una Fiera negli Stati Uniti, lasciando la loro figlia di 2 anni, Francziska Henryka  insieme con i nonni materni .Erano negli Stati Uniti, quando appresero dello scoppio della guerra. Immediatamente si imbarcarono per fare ritorno;  48 ore prima di arrivare a Gdynia la loro nave fu costretta dalle autorità britanniche a fare scalo ad Inverness in Scozia;  essi non avrebbero più fatto ritorno nella loro cittadina. Dopo poco riuscirono ad avere i visti necessari e ritornarono negli Stati Uniti. Dopo poco non ebbero più notizie della loro famiglia. In seguito vissero a Baltimora e poi a Los Angeles, mantenendo vivo il ricordo del loro mondo perduto.Il loro paese  era una località destinata a diventare tristemente famosa: Oswiecim, chiamato anche familiarmente dagli Ebrei Oszpizin, un nome che ricorda gli Ushpisin, i sette ospiti che la tradizione vuole che siano ospiti nella Succà durante la festa ed in onore dei quali la Succà viene decorata e resa accogliente.Oswiecim era infatti sede, prima della guerra, di una vibrante comunità ebraica. Nel 1939 la cittadina contava circa 14.000 abitanti di cui 8.200 ebrei (circa il 60% della popolazione).Il 3 settembre del 1939 le truppe tedesche catturarono Oswiecim; la città fu rinominata Auschwitz e annessa al Reich insieme alla contea a cui apparteneva, la contea di Bielsko (Amtbezirk Auschwitz, Kreis Bieliz, Oberschlesien).La casa di 40 stanze degli Haberfeld fu trasformata nel quartier generale dell’esercito tedesco.  Una caserma dell’esercito polacco fu adibita inizialmente a campo per prigionieri; sarebbe poi diventata famosa come il campo di Auschwitz 1, con all’ingresso la scritta ormai divenuta un simbolo Arbeit macht frei.La figlia di Jacob e Felicia, Franciszka Henryka fu nascosta  insieme alla nonna nel ghetto di Cracovia,  ma purtroppo furono scoperte dai tedeschi  e mandate a morire a Belzec.Ad Oswiecim i tedeschi proibirono agli Ebrei di esercitare attività commerciali e incendiarono la grande Sinagoga;  fu nominato un Consiglio degli Anziani e inizialmente fu costituito un Ufficio Centrale per l’Emigrazione con lo scopo di aiutare gli Ebrei ad andarsene, dopo averli naturalmente depredati di tutti i loro beni. Un’emigrazione che  non ebbe mai luogo: all’inizio del 1941 le case degli Ebrei furono espropriate per i lavoratori dell’industria chimica IG Farben di Monowice (dove avrebbe lavorato tra gli altri anche Primo Levi) .La popolazione ebraica fu espulsa tra Marzo ed Aprile del 1941 e deportata verso le località di Chrzanów, Będzin and Sosnowiec. Nell’estate del 1942 i ghetti furono liquidati e gli Ebrei di Oswiecim vennero  inviati al campo di Auschwitz. Per un tragico scherzo del destino la maggior parte degli abitanti ebrei di Oswiecim trovarono la propria fine proprio nel luogo natio.Il 27 gennaio 1945, Auschwitz venne raggiunta dalle prime unità dell’Armata Rossa  all’inseguimento dell’esercito tedesco in ritirata.Uno sparuto gruppo di superstiti ritornò al paesello natio; erano solo 28 alla fine della guerra e 186 nel settembre del 1945. Ma tornare a vivere in un luogo chiamato Auschwitz evidentemente era difficile poiché le loro famiglie, le loro case e soprattutto il mondo che ricordavano come era prima dello Shoah era finito per sempre.  La maggioranza lasciò definitivamente la cittadina; nel novembre del 1946 vi erano solo 40 ebrei.Ma qualcuno decise di restare; Leon Schonker venne  eletto a capo della sparuta comunità ebraica e tentò di ricostruire l’azienda di famiglia, la famosa Agrochemia d’anteguerra. Ma non aveva fatto i conti con il nuovo regime comunista polacco. Nel 1949  venne arrestato e imprigionato per “abusi economici”. In realtà il regime voleva mettere le mani sui suoi beni Nel 1955 egli abbandonò definitivamente Oswiecim con la sua famiglia ed emigrò prima a Vienna, poi in Israele dove morì a Holon nel 1965 all’età di 62 anni.Szymon Kluger ebbe invece un destino diverso. Emigrato in Svezia nel 1945, nel 1961 tornò e si stabilì nuovamente ad Oswiecim nella vecchia casa natia,vicino all’unica sinagoga rimasta, la Chevra Lomdei Mishnayot, ultimo superstite degli abitanti ebrei; vi restò fino alla morte il 26 maggio 2000. Egli fu l’ultimo abitante Ebreodi Oswiecim e fu sepolto, a differenza di tanti suoi coreligionari nel locale cimitero ebraico.Eppure questo era stato uno dei tanti villaggi in Polonia in cui la vita ebraica era prosperata nel corso dei secoli.Le prime notizie di insediamenti ebraici sono del 1549, gli ebrei provenivano dalla Germania, dalla Boemia e dalla Moravia. La cittadina era situata sulla strada che portava il sale dalle miniere a Breslavia, così occupazione principale era il commercio del sale; alcuni si occuparono anche della fabbricazione delle bevande alcoliche.Come in tutta la Polonia,  il destino degli Ebrei dipendeva dai privilegi accordati dai Re, così a periodi di prosperità seguivano anche periodi oscuri; così nel 1563 il Re Zygmunt August (Sigismondo Augusto) emanò un decreto per proibire l’immigrazione di nuovi Ebrei e un anno dopo solo 5 Ebrei abitavano la cittadina. Anche le accuse di profanazione delle ostie e di omicidio rituale non mancavano.Tuttavia la comunità ebraica di Oswiecim  si sviluppò,  fu costruita la prima sinagoga e il cimitero e venne costituita la Kehillà divenendo uno dei 23 centri importanti della regione della Piccola Polonia (Malopolska); la vicinanza di Cracovia e di altri centri della Slesia aiutò questo sviluppo.Nel 1565 la cittadina subì l’invasione svedese. Fu rasa al suolo e ancora una volta si dovette ricominciare.Con la spartizione della Polonia la regione venne a far parte dell’impero austro-ungarica nella regione della Galizia. L’economia della città rimaneva tuttavia stagnante e si basava sull’artigianato, la fabbricazione di vodka ed il commercio del sale. Anche le guerre napoleoniche portarono un ulteriore sconquasso nella vita cittadina.Il vero punto di svolta si ebbe quando a metà del 19° secolo,  la città divenne un importante nodo con la confluenza di tre linee ferroviarie al confine di Austria, Russia e Prussia; quello che sembrò l’inizio della prosperità avrebbe invece avuto  pesanti conseguenze non solo per la comunità ebraica locale ma per l’intero ebraismo europeo. La presenza del nodo ferroviario fu uno dei fattori che fecero di Auschwitz una scelta ideale per trasportarvi gli Ebrei deportati.Sorsero nuove fabbriche  per la maggior parte appartenenti a Ebrei, fra questi  Jakob Haberfeld che fondò nel 1804 una fabbrica di vodka e liquori e la AgroChemia. La popolazione crebbe: nel 1910 vi erano 10.106 abitanti di cui il 52,9% ebrei.La comunità ebraica era composita, vi erano progressisti e tradizionalisti questi ultimi divisi fra Ortodossi e Hassidim. Shlomo Halberstam che fu rabbino capo di Oswiecim dal 1874 al 1879 fondò la corte dei Bobover Hassidim.All’inizio del 20° secolo vi erano 15 sinagoghe a Oswiecim e nei villaggi vicini. La vita ebraica prosperava anche dopo che la Polonia divenne indipendente thra le due guerre mondiali; vi erano attività sociali, religiose e culturali.Gli Ebrei lavoravano nel piccolo commercio e nell’artigianato. Il trasporto pubblico fu sviluppato da imprenditori ebrei e vi erano anche alcune fabbriche. La comunità ebraica era dominata da Ortodossi e Hassidim, questi ultimi seguaci dei Bobover e Sanzer Rebbe. Vi erano anche rappresentati i diversi partiti Sionisti e no.Alla vigilia della guerra questo piccolo mondo ebraico esisteva ancora. Lo Shoah lo distrusse definitivamente.Il ricordo di quanto passato ancora è nella memoria di quanti persero i propri cari e si salvarono diventando così i superstiti del genocidio perpetrato; molti di essi hanno trovato una nuova patria in Israele.Oggi esiste un Centro Ebraico ad Oswiecim con sede nell’edificio che ospitava  l’unica sinagoga rimasta la Chevra Lomdei Mishnayot. Il Centro Ebraico consiste in un Museo, una Sinagoga ed un Centro Educativo. Ma molti edifici storici non esistono più: così la casa e la fabbrica degli Haberfeld è stata abbattuta perchè  sul punto di crollare e l’edificio che ospitava la yeshivà dei Hassidim di Bobov non esiste più. La stessa sede del Centro Ebraico e l’adiacente edificio che fu abitato da Szymon Kluger è pericolante.Chi si reca a visitare Auschwitz per ricordare ed onorare quanti sono periti nello Shoah, visiti anche la cittadina e ricordi che questo fu un luogo di  vita e non solo di morte.di Raffaele Picciotto,http://www.mosaico-cem.it/
Commenti.  Alisa Majer:
Mio padre era nato ed è cresciuto ad Oswiecim; la sua famiglia erano chassidim di Rodomsk e industriali e quando scoppiò la guerra scapparono, ritrovandosi nella zona russa, dove furono mandati in Siberia. Dopo la guerra mio padre si stabilì a Milano e i suoi zii e cugini emigrarono in Canada: provarono a tornare a Oswiecim per recuperare i loro beni e vedere che ne avevano fatto delle fabbriche, ma si ritrovarono davanti a polacchi che li cacciarono. Mio bisnonno materno era uno dei dayanim a Oswiecim, non erano chassidim ma mitnagdim: rav Eliezer Landau e lui con sua moglie e tutti i figli, nuore e generi e nipoti, furono uccisi ad Aushwitz. Mio nonno si trovava ad Anversa e si salvò…Le persone anziane nelle foto sono il Dayan Eliezer Landau e sua moglie Sarah Feiga. L’uomo con la barba nera è un figlio, credo Nussen (Natan). L’uomo senza barba è mio nonno, Shlomo Landau Z”L, unico sopravvissuto della famiglia dopo la guerra. Abitava in Svizzera, a Zurigo, dov’è riuscito ad entrare in forma ufficiale eccezionalmente nel 1942, dove sua moglie e figli (tra cui mia mamma) vivevano già.Le donne nella foto sono una figlia e la nuora (col cappello), moglie di Nussen e i loro figli. La casa dietro agli uomini era la sinagoga Chevre “Kove’a Itim” di mio bisnonno, dove era Dayan (conosciuto come Dayan of Kety, R’ Eliezer Landau).



mercoledì 10 aprile 2013

Margaret Thatcher (1925-2013)

Cambiò per sempre il volto della politica e della società nel Regno Unito, e forse anche del mondo intero. Dalla sua esperienza di governo, si creò una nuova dottrina economico-politica, il thatcherismo. Fu tanto amata, quanto odiata. Ma ciò che Margaret Thatcher, primo ministro britannico tra il 1979 e il 1990 scomparsa ieri all’età di 87 anni, considerò la sua più grande realizzazione, fu l’aver salvato la vita di una ragazza ebrea nel 1938. Si trattava di Edith Muhlbauer, diciassettenne austriaca amica di penna della sorella maggiore della futura Lady di Ferro, Muriel. Quando, dopo l’Anshluss, i nazisti cominciarono a portare via gli ebrei, la giovane si rivolse alla famiglia inglese in cerca di aiuto. Ma i signori Roberts, che gestivano una piccola drogheria nella cittadina di Grantham, come sottolineano oggi i giornali di tutto il mondo per ricordare le umili origini della Thatcher, non avevano le risorse per far scappare e ospitare Edith. Furono le due sorelle Muriel e Margaret, che all’epoca aveva 12 anni, a darsi da fare. Raccolsero i fondi, convinsero il Rotary club locale a prendere a cuore la vicenda. Edith si salvò, rimase in Inghilterra e poi riuscì a raggiungere alcuni parenti in America. Un episodio che, come ricorda il magazine ebraico statunitense Tablet, lasciò un segno profondo nella piccola Margaret “Non esitare mai nel fare tutto quello che puoi per salvare una vita” spiegò in un incontro pubblico nel 1995. E mentre il mondo intero rende omaggio a Margaret Thatcher, ammiratori e avversari, che ancora l’accusano di aver portato solo rovine, un ricordo speciale arriva dalla Comunità ebraica britannica, con cui la Thatcher mantenne sempre un rapporto stretto. A differenza di molti leader che l’avevano preceduta, ella non ebbe mai alcuna tolleranza nei confronti dell’antisemitismo, come ricordò Nigel Lawson, che Thatcher nominò suo ministro delle finanze facendo storcere il naso a molti compagni di partito proprio a causa della sua appartenenza ebraica. “Semplicemente non riesco a comprendere l’antisemitismo in sé” sottolineò la Thatcher nelle sue memorie.La Lady di Ferro si impegnò anche per imprimere una svolta alla politica britannica in Medio Oriente, tradizionalmente filo-araba. Ella stessa fu fondatrice dell’Associazione di amicizia anglo-israeliana di Finchley, sobborgo a nord di Londra dove fu finalmente eletta al Parlamento (dopo due tentativi andati a vuoto) e dove tra l’altro si concentra una parte cospicua della popolazione ebraica della Capitale inglese.“La baronessa Thatcher è stata un gigante che ha trasformato il Regno Unito – l’ha ricordata il rabbino capo del Commonwealth Jonathan Sacks – L’ho conosciuta molti anni fa, quando era il parlamentare del nostro collegio elettorale. È stata amata e ammirata da molti della nostra comunità, che ne sentiranno la mancanza. Sono poco le persone che nella mia vita hanno lasciato un’impronta tanto profonda nella società britannica”.Rossella Tercatin(9 aprile 2013) http://moked.it/blog/

lunedì 8 aprile 2013


Shoah, l'impegno dello Yad Vashem:dare un nome ai 6 milioni di vittime

GERUSALEMME - Dare un nome ai 6 milioni di ebrei vittime dello sterminio nazista, mentre oggi se ne conoscono circa la metà: questo l'auspicato obiettivo nei prossimi tre anni dello 'Yad Vashem', il Memoriale di Gerusalemme, che domani sera sarà il luogo di avvio delle manifestazioni - previste in tutto Israele fino alla sera di lunedì -per il Giorno della Shoah e dell'Eroismo ('Yom Ha Shoah Ve Hagvura«, in ebraico). Sarà lo stesso premier Benyamin Netanyahu a dare il via domani sera al tramonto alle iniziative solenni in una cerimonia ufficiale nella "Piazza del Ghetto di Varsavia" dello Yad Vashem. Introdotta nel 1953 da una legge firmata da David Ben-Gurion e Yitzhak Ben-Zvi (allora, rispettivamente primo ministro e presidente dello stato), 'Yom ha Shoah' (che cade il 27 di Nissan, secondo il calendario ebraico) è una ricorrenza importante durante la quale il paese si raccoglie per onorare le vittime di cui molti sono discendenti e parenti. Per due minuti le sirene risuoneranno ovunque per ricordare lo sterminio: ferme tutte le attività, celebrazioni in ogni luogo, trasmissioni radio e tv incentrate sul tema.Quest'anno il filo conduttore di 'Yom Ha Shoah' è il ricordo della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943: l'eroica ed accanita resistenza ebraica di 70 anni fa spazzata via dalla macchina da guerra nazista. Un inferno in cui perirono - secondo i dati - circa 7.000 ebrei ed altri 6.000 furono subito dopo avviati nei campi di sterminio. «Milioni di ebrei - ha detto al Jerusalem Post il capo archivista dello Yad Vashem Haim Gertner - furono uccisi: i più nell'Europa centrale e dell'Est, ma sfortunatamente oltre la metà dei nomi delle vittime è ancora sconosciuta. I nazisti non solo vollero distruggere gli ebrei ma anche cancellare la possibilità di sapere ciò che successe loro». Nel 2004 l'Istituto di Yad Vashem - che per legge si occupa del ricordo e dello studio del genocidio - aveva individuato approssimativamente 2.700.000 nomi; attualmente invece sono diventati 4.200.000, quindi più della metà: un aumento - l'ha definito Gertner -«immenso». Ora però la speranza è quella di poter completare in larga parte l'elenco con i nomi che ancora mancano: un obiettivo e una speranza che potrebbero essere resi possibili grazie all'apertura ai ricercatori dell'Istituto degli archivi dei paesi dell'ex blocco sovietico. «Conosciamo soltanto la metà dei nomi delle vittime polacche. Ma prima ne sapevamo ancora di meno. Oggi - ha spiegato Gertner - sappiamo un terzo dei nomi dalla Russia e dall'Ucraina«. Una delle difficoltà da superare per dare un nome agli altri ancora ignoti «è la tendenza negli archivi ex sovietici a riferirsi agli uccisi durante la guerra come cittadini sovietici e non come ebrei, così come avviene nei rapporti o nei monumenti per le vittime di guerra». Domani sera - come ogni anno - saranno sei sopravvissuti (uno di loro nel frattempo è morto e sarà sostituito dalla moglie) ad accendere, alla presenza di Netanyahu, altrettante fiaccole in ricordo dei sei milioni di ebrei uccisi: noti o senza nome. Per l'occasione anche l'ambasciata italiana in Israele, insieme alle organizzazioni degli ebrei italiani del paese, ha organizzato una serie di cerimonie a ricordo delle vittime italiane della Shoah. http://www.ilmessaggero.it/

sabato 30 marzo 2013

La libertà in una tazzina
A volte le buone notizie, sempre gradite, hanno una rilevanza particolare, e non solo perché si tratta di un successo per tutti. È di poche ora fa la notizia che la scommessa di Palazzo Madama – storico palazzo torinese, sede del Museo Civico di Arte Antica – di utilizzare il crowdfunding per acquistare un pezzo di storia è stata vinta. Il crowdfunding, quel processo collaborativo di finanziamento dal basso per cui un gruppo anche molto numeroso di persone decide di sostenere un progetto con il proprio denaro, non è uno strumento nuovo: in questi anni la stessa strategia è stata usata anche dalla National Gallery di Londra, e dal Louvre, che hanno acquistato, con l’aiuto dei cittadini, opere d’arte anche molto importanti per le loro collezioni. In questo caso si tratta di un servizio in porcellana di Meissen del 1730 circa (importante anche per la storia dell’industria europea, si tratta la prima porcellana prodotta in Occidente e non più in Cina) appartenuto a Roberto Taparelli d’Azeglio, che nel 1848, dopo la concessione dello Statuto Albertino, fu il grande promotore di una legge che concedesse pari diritti civili e in seguito anche politici agli “acattolici”.Non solo un’opera d’arte di valore, dunque: l’acquisto del servizio appartenuto alla famiglia d’Azeglio rappresenta per tutti, non solo a Torino, la valorizzazione della memoria, non solo quella del patrimonio storico-artistico, ma anche e forse soprattutto quella di una famiglia che tanto ha dato in termini di impegno civile e morale per l’Italia. Tutti i D’Azeglio ebbero un grande peso nello sviluppo politico e culturale dell’epoca ma in particolare Roberto si impegnò “per la fratellanza e per la giustizia”, sono queste le parole che usa nel giugno del 1848 quando, senatore del regno, chiede pari diritti per tutti nel suo discorso a Palazzo Madama, durante quello che nel verbale del Senato del Regno è intitolato “Relazione discussione e adozione del progetto di legge concernente i diritti civili e politici degli acattolici”. Il suo impegno per ottenere l’emancipazione degli ebrei e dei valdesi era tale che scrisse due intensi articoli: “Ama il prossimo tuo come te stesso” su La Concordia, il 3 gennaio del 1848, e in seguito “Emancipazione israelitica” su Il Risorgimento il 22 febbraio dello stesso anno.E Carlo Alberto, con le ben note Regie Patenti, pose fine a una secolare discriminazione e riconobbe a tutti i sudditi del regno la libertà di culto: il 17 febbraio 1848 i valdesi residenti nel Regno di Sardegna ottengono di “godere di tutti i diritti civili e politici al pari dei sudditi cattolici, frequentare le scuole dentro e fuori delle università e conseguire i gradi accademici”.E le cronache dell’epoca raccontano che “pochi giorni dopo, quando una folla plaudente si riunisce davanti alla casa del pastore Bert per salutare l’emancipazione dei valdesi, per solidarietà e in attesa di un provvedimento analogo, gli israeliti illuminano le loro case”. Numerose petizioni chiedono poi l’estensione agli ebrei dei diritti civili e politici, che arrivano pochi mesi dopo: il 29 marzo 1848, agli ebrei del Regno Sardo (dal 1824 erano stati nuovamente risospinti entro il perimetro del ghetto torinese) vengono riconosciuti i diritti civili, ma non ancora i diritti politici: lo sarebbero stati nel giugno seguente, grazie all’entrata in vigore della legge Sineo. E, per essere concreti, il 11 aprile 1848, “gli israeliti di Torino, anziché manifestare la loro gioia con conviti e luminarie, dopo aver ringraziato Dio con celebrazioni religiose, offrono ai poveri di Torino: 10.000 razioni di pane, 500 lire per le famiglie povere dei soldati al fronte, 400 lire al Ricovero di Mendicità, 400 lire all’Ospedale Cottolengo, 400 lire per gli israeliti poveri, 150 lire all’ospedale dei valdesi.”Così, dopo una lunga storia di vicinanza e solidarietà, saputo che il servizio Taparelli D’Azeglio di cui si erano perse le tracce all’inizio del Novecento era stato dopo lunga ricerca individuato e che era possibile acquistarlo, ma solo contando sul sostegno di coloro che potevano comprenderne il valore artistico, simbolico e storico, la collaborazione è continuata. Una grande mobilitazione, per promuovere il crowdfunding soprattutto sui social network, ma anche attraverso il passaparola, ha saputo raggiungere tante, tantissime persone, e – ovviamente in particolare a Torino – ha coinvolto anche tanti membri delle comunità ebraiche e valdesi, che insieme si sono spese per riportare a casa un pezzo di storia.Che in questo caso prende la forma di un bellissimo servizio da tè, da caffè e da cioccolata.Ada Treves (29 marzo 2013)

giovedì 28 marzo 2013

Medio Oriente: i dieci miti che allontanano la Pace
Il conflitto israelo-palestinese è probabilmente la questione politica più complessa della nostra epoca. Molti si limitano semplicemente a biasimare una parte piuttosto che l'altra. Ma se ci impegnamo a studiare la storia e a correggere le nostre visioni distorte, forse incomincia ad emergere qualche passo in avanti. Per cui cerchiamo di esaminare i fatti, rimuovendo dieci dei più grandi fraitendimenti esistenti.

1) "Israele ha sottratto illegalmente terra ai palestinesi".
Nel 1947, l'ONU votò una risoluzione che assegnava terra sia agli ebrei che ai palestinesi (agli arabi, nella dizione originale del 1947, NdT). Gli ebrei accettarono la partizione, e diedero vita legittimamente allo stato di Israele. Gli arabi respinsero il piano, e lanciarono un attacco. Anche dopo aver perso la guerra, gli arabi hanno detenuto la maggior parte della terra.

2) "Gli stati arabi confinanti in effetti vogliono dare vita ad uno stato palestinese".
Dopo la guerra (del 1948, NdT) il West Bank e Gaza sono risultate controllate rispettivamente dalla Giordania e dall'Egitto: per 19 anni! In questo arco di tempo, questi stati non hanno mai proceduto alla istituzione di uno stato palestinese; piuttosto, hanno utilizzato la terra occupata per i loro fini.

3) "Gli stati arabi vogliono risolvere la questione dei rifugiati".
I palestinesi (quelli convinti a lasciare Israele nel 1948 dagli stati arabi confinanti che si accingevano a dichiarare guerra al neonato stato ebraico, con la promessa che al loro ritorno avrebbero conquistate le case abbandonate dagli israeliani uccisi, NdT) si sono insediati negli stati arabi in tutto il Medio Oriente. Questi stati potevano risolvere immediatamente la crisi: consentendo ai rifugiati i medesimi diritti dei loro cittadini. Ma al contrario non hanno concesso loro il diritto di voto, non hanno consentito il possesso di terre; nemmeno di studiare nelle loro scuole. Ironicamente, l'unico stato del Medio Oriente che ha assegnato loro piena cittadinanza è stato proprio Israele: che ha assorbito 156 mila arabi dopo la guerra del 1948. Ancora oggi gli arabi siedono sui banchi del governo di Gerusalemme, della Corte Suprema (e delle altre istituzioni israeliane. Una cittadina di origine etiope è stato di recente incoronata Miss Israele, NdT).

4) "Gli sforzi delle Nazioni Unite stanno affrontando la questione dei rifugiati".
L'ONU è intervenuta per fornire assistenza ai rifugiati palestinesi. Ma anziché usare le istituzioni preesistenti per ricollocare le popolazioni in altri stati; ha creato appositamente l'UNRWA, che considera un palestinese rifugiato fino a quando uno stato palestinese sarà creato al posto dell'attuale stato d'Israele (NdT1: l'ANP, embrione di un futuro stato palestinese, che detiene la giurisdizione del West Bank, per bocca del suo leader ha chiarito che i "rifugiati" palestinesi - di fatto: figli, nipoti e pronipoti di coloro che abbandonarono Israele nel 1948 - non avranno mai e poi mai la cittadinanza del futuro stato. NdT2: La politica dell'UNRWA è del tutto differente da quella dell'UNHCR, che si occupa dei profughi di tutti gli altri conflitti mondiali: perché è stato necessario creare un'agenzia apposita? perché l'ONU non si è impegnata a risolvere la questione dei profughi in questi decenni? per perpetrare lo stato di rifugiato, e la stessa esistenza dell'UNRWA? perché i paesi arabi confinanti non hanno mai integrato i loro "fratelli" all'interno del proprio stato?) Ciò rende per i palestinesi estremamente arduo vivere nelle nazioni ospitanti, e congela a vita lo status di rifugiato, che si trasmette alla propria discendenza (i rifugiati UNHCR non trasmettono tale condizione ai loro figli, NdT), il che ha portato al moltiplicarsi dei rifugiati dai 500 mila del 1949 ai quasi 5 milioni di oggi.Con il deteriorarsi delle condizioni, sono sopravvenuti gli aiuti internazionali, il che ci porta al punto...

5) "La soluzione è fornire più denaro".
Davvero? gli stati occidentali hanno devoluto ai palestinesi massicci aiuti finanziari. Tenendo conto dell'inflazione, per ogni persona hanno fornito 25 volte di quanto ogni europeo ha indirettamente ricevuto per la ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dove si vedono i risultati per l'economia? perché le infrastrutture non sono migliorate? tutto questo denaro di sicuro avrebbe aiutato, ma è stato consegnato ad una leadership che aveva programmi diversi. Il che ci introduce al punto

6) "L'obiettivo primario dei leader palestinesi è la formazione di uno stato".
Tutto questo denaro è stato impiegato per alleviare le sofferenze di un solo uomo: Yasser Arafat. Dopo la sua morte, esperti contabili assoldati dalla stessa famiglia di Arafat hanno scoperto investimenti sconosciuti per più di un miliardo di dollari. Questa massa di denaro sarebbe stata minacciata se fosse stato creato uno stato palestinese; il che forniva ad Arafat (e a Mahmoud Abbas, se è per questo) un miliardo di buone ragioni per non sottoscrivere un definitivo trattato di pace. Il che ci porta al punto

7) "Israele può contare su un effettivo partner per la pace".
Ansiosi di una soluzione, nel 2000 gli israeliani hanno mandato al potere Ehud Barak, dotato di un mandato per conseguire la pace con i palestinesi. Barak offrì ad Arafat il 94% dei territori rivendicati, Gerusalemme esclusa. Arafat rifiutò seccamente. Clinton bollò il fallimento dell'accordo come la migliore opportunità persa in 60 anni, addossando le colpe ad Arafat (NdT: nel 2007 il suo successore Olmert propose una soluzione ancora più vantaggiosa, che includeva i quartieri orientali di Gerusalemme e il riconoscimento di un moderato "rientro" dei rifugiati. Malgrado lo stupore della Casa Bianca per l'offerta generosissima e al limite autolesionistica, Abu Mazen rispedì la proposta al mittente). Il che ci porta al più diffuso fraintendimento.
8) "Per conseguire la pace, Israele non deve fare altro che consegnare terra".
L'ultima volta che Israele c'ha provato risale al 2005, quando costrinse con la forza migliaia di coloni a lasciare le loro abitazioni a Gaza, in cambio della promessa palestinese di pace. Ma una volta che gli israeliani lasciarono la Striscia, i palestinesi consegnarono il potere ad Hamas: una organizzazione terroristica che da quando è salita al potere, ha sparato oltre 10 mila razzi verso le città meridionali di Israele (NdT: stessa sorte probabilmente toccherebbe allo stato ebraico se si ritirasse unilateralmente dai territori occupati nel West Bank: la leadership "moderata" di Abu Mazen sarebbe rimpiazzata da quella integralista di Hamas, che attaccherebbe immediatamente Israele). Qualcuno è sorpreso? perché, in caso affermativo, può aver preso per buono il prossimo fraintendimento.

9) "Molti palestinesi desiderano una pace duratura con Israele".
Alcuni in effetti lo vogliono; ma sono una minoranza. Da 60 anni, i responsabili dell'istruzione palestinesi hanno alimentato i bambini con robuste dosi di odio: esaltando nelle classi scolastiche gli attentatori suicidi e celebrando la morte.

10) "Fornire ora uno stato ai palestinesi è l'unico modo per porre fine alle loro sofferenze".
E' stato l'unico approccio tentato in questi ultimi 60 anni. Ma queste sono le persone di cui stiamo parlando, e attendere fino a quando avranno uno stato che fornisca loro gli stessi diritti, non ha fatto che peggiorare le cose.
In questo momento, Israele è l'unico stato che garantisce parità di diritti ai palestinesi nell'ambito dei loro confini, ma riconoscere loro parità di diritti in tutti gli stati in cui essi abitano, permetterebbe immediatamente di migliorare le loro condizioni di vita.
Siamo sinceri. Questi fraintendimenti hanno nascosto soluzioni potenziali. Ma se ci prendiamo la briga di rimuovere la confusione e affrontare la realtà, iniziare a scoprire la verità, ed è da qui che può iniziare la rincorsa verso la giustizia.
http://ilborghesino.blogspot.it/