A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che nel nostro Paese non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.Mario Avagliano,http://moked.it/b (21 maggio 2013)
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mercoledì 22 maggio 2013
“A quelli che credono ancora che Adolfo Hitler… abbia almeno amata la
Germania, racconto qui qual è stato veramente il suo Sogno. Ridurre la
Germania un mucchio di macerie; e, fra nuvole di gas asfissianti,
rimproverando ai tedeschi di averlo – per colpa degli ebrei – tradito,
salire EGLI al cielo, in una specie di apoteosi, circondato dal fiore
delle più giovani e fedeli S.S. Questo sogno egli lo ha sognato così
profondamente … che si può dire che egli abbia vinta – almeno in parte –
la SUA guerra”. Così scriveva Umberto Saba in Scorciatoie e Raccontini,
pubblicato nel 1946.Non molti sanno che il grande poeta triestino fu uno dei primi
intellettuali europei ad interrogarsi sul nazismo e la Shoah. Impagabile
il ritratto di Hitler “eseguito nel 1933” e proposto in questa stessa
opera: “Con quei baffetti sotto il naso, e quella smorfia facciale, come
fiutasse sempre… un cattivo odore”.“Accanto alla metafisica post-Auschwitz di Primo Levi – come ha
osservato acutamente Ettore Janulardo, in un saggio apparso sulla
rivista Studi e ricerche di storia contemporanea – si situa la prosa
lirica post-Majdaneck di Umberto Saba”.Majdaneck era un piccolo campo di concentramento tedesco, sito a
Lublino, in Polonia: il primo scoperto dagli Alleati. Il 22 luglio 1944
vi giunsero le prime pattuglie russe, trovandovi qualche migliaio di
sopravvissuti. Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Auschwitz erano allora
sconosciuti. Costituito nel 1941, vi transitarono intorno a 300 mila
deportati, di cui il 40 per cento ebrei di varie nazionalità. Campo di
concentramento e di sterminio, fu un sito di morte con ogni mezzo: gas,
armi da fuoco, impiccagioni. Vi morirono circa 80 mila persone.Majdaneck è per Saba il simbolo della vicenda concentrazionaria,
l’inizio della conoscenza da parte dell’umanità degli orrori del nazismo
(quello che è oggi Auschwitz). Egli in Scorciatoie e Raccontini si
confronta con l’annullamento della persona al tempo dei lager: “Dopo
Napoleone ogni uomo è un po’ di più, per il solo fatto che Napoleone è
esistito. Dopo Majdaneck…”Quanto alla vicenda italiana, Saba è più indulgente del suo amico
Giacomo Debenedetti, come ha rilevato di recente Alberto Cavaglion sulla
rivista storiAmestre. Il poeta triestino scrive che “Gli ebrei italiani
non potevano fare all’Italia (in quanto ebrei) né bene né male.
Mediterranei come la maggioranza, viventi in Italia da secoli o da
millenni; c’è – con qualche eccezione – meno diversità fra un italiano
ebreo e un italiano non ebreo, che non, p. es., fra un bresciano e un
calabrese”.
A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che nel nostro Paese non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.Mario Avagliano,http://moked.it/b (21 maggio 2013)
A differenza di Debenedetti, Saba sostiene che nel nostro Paese non vi era stato bisogno di difendersi dall’antisemitismo: “non c’è mai stato in Italia – tolti gli anni dell’agonia del fascismo – un bisogno di difendersi da queste cose”. Una visione generosa dei fatti. Pesa in questo, probabilmente, la sua esperienza personale di discriminato, grazie al risolutivo intervento dello stesso Benito Mussolini. Per questo motivo, il giudizio sul duce, pur restando negativo, è più conciliante: per Saba infatti Mussolini non fu antisemita o sanguinario ma “carcerario”.Si tratta di testi scritti, come Saba stesso annota, “sotto l’impressione, estremamente piacevole, della dissoluzione di un incubo”. Ma lo stesso poeta triestino avverte: “Dieci anni ancora di fascismo, nazismo, razzismo e si regrediva tutti (vero alla lettera) al cannibalismo”.Mario Avagliano,http://moked.it/b (21 maggio 2013)
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martedì 21 maggio 2013
E' morto qualche giorno
fa in carcere, dove scontava la condanna all'ergastolo, l'ex
dittatore argentino antisemitismo, infatti,
nessuno parla mai di quello dei militari argentini. Era un
antisemitismo che non dette vita a legislazioni volte a limitare i
diritti e la vita della grande comunità ebraica del Paese, ma si
espresse soprattutto in una particolare violenza della
repressione nei confronti degli ebrei. Se la percentuale di ebrei
sull'insieme della popolazione argentina era dell'1 per cento, quella
di coloro che furono fra i desaparecidos fu del 10 per cento.
Fra i tanti casi che suscitarono l'attenzione internazionale,
ricordiamo quello del direttore del giornale L'opinion, Jacobo
Timerman, detenuto e torturato dai militari per due anni, scampato ed
esiliato in Israele in seguito alle pressioni internazionali, autore
di un libro di memorie sulla sua detenzione in cui caratterizzava
come fortemente antisemita l'ideologia dei suoi torturatori. Ecco,
credo che anche questo elemento sia da ricordare nel momento in cui
apprendiamo la morte del dittatore Videla. Anna Foa, storica,http://moked.it/
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venerdì 17 maggio 2013
10 Unknown West Bank Facts
video: https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=dp4f3wXwyZg
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Di Zvi Gabay,http://www.israele.net/
A Shavuot, la festa ebraica che quest’anno si inizia a celebrare dalla
sera di martedì, gli ebrei iracheni ricordano il 72esimo anniversario
del pogrom Farhud: i tumulti del 1941 in cui vennero massacrate fra 150 e
180 persone e altre migliaia ferite, mutilate, violentate.Il Centro per il Retaggio dell’Ebraismo Babilonese (iracheno), a Or
Yehuda (Israele), ha catalogato i nomi delle vittime, mentre in tutto il
mondo gli ebrei iracheni ricordano quei terribili disgraziati eventi
così simili alla Notte dei Cristalli di tre anni prima in Germania.I tumulti Farhud (in arabo “espropriazione violenta”) videro
protagonista una folla che era stata aizzata alla violenza e si
tradussero, per la comunità ebraica irachena, nella perdita di ogni
fiducia nel paese che avevano considerato casa loro per millenni: quella
comunità di circa 140mila ebrei è oggi ridotta a pochi sparsi
individui.Gli ebrei iracheni vennero perseguitati senza nessuna ragione evidente.
Gli ebrei, che avevano vissuto in Iraq per 2.500 anni, non stavano
sovvertendo il paese dall'interno, come gli arabi palestinesi che in
quello stesso periodo combattevano contro le comunità ebraiche e poi
contro lo Stato di Israele. In effetti, in quegli anni gli ebrei furono
bersaglio di ostilità e persecuzioni praticamente in ogni paese arabo in
cui vivevano, e non solo in Iraq. Centotrentatre ebrei vennero uccisi
in Libia quando in quel paese nord-africano le violenze anti-ebraiche
raggiunsero il culmine nel novembre 1945. Ad Aden, nello Yemen, un
centinaio di ebrei vennero assassinati nel novembre 1947. In Egitto gli
ebrei vennero buttati fuori dalle loro case ed espulsi dal paese.Nonostante tutta l’attenzione internazionale prestata alla “Nakba”
palestinese, ben poco è stato detto sulla grave sopraffazione patita
dagli ebrei dei paesi arabi. È vero che la storia non è una gara fra
tragedie, ma è importante far conoscere la pulizia etnica che infuriò in
tutte le nazioni arabe. Le dimensioni della tragedia furono pesanti:
circa 850mila ebrei furono costretti a fuggire dalle loro case nei paesi
arabi, a fronte dei 650mila profughi palestinesi. Eppure, per ragioni
che non è facile capire, lo stesso governo israeliano non ha ancora
posto la catastrofe che colpì gli ebrei arabi in cima alla sua agenda,
interna e internazionale.Gli ebrei nei paesi arabi vennero perseguitati prima che fosse
dichiarata l’indipendenza d’Israele. Gli storici Edwin Black, Shmuel
Moreh e Zvi Yehuda hanno pubblicato una ricerca che mette in luce i
legami fra il governo filo-nazista dell’allora primo ministro iracheno
Rashid Ali al-Gaylani e il Terzo Reich in Germania. L’Iraq applicò
contro gli ebrei normative discriminatorie che investivano ogni aspetto
della vita quotidiana, e poi istigò la folla alla violenza fisica contro
gli ebrei. Il pogrom Farhud del 1941 fu il culmine di questo processo.
La fusione di un nazionalismo venato di xenofobia e di contagiosi
sentimenti antisemiti creò una realtà impregnata di odio verso l’ebreo.
L’ambasciatore di Germania in Iraq, Fritz Grobba, fu pronto a fomentare
quest’attitudine, mentre il leader palestinese Haj Amin al-Husseini,
fuggito dalla Palestina perché ricercato dagli inglesi, trovava in Iraq
un’arena ideale per le sue attività anti-ebraiche. L’atmosfera
brutalmente anti-ebraica culminò nell'impiccagione di Shafiq Ades, un
facoltoso uomo d’affari ebreo, nella piazza centrale di Bassora, mentre
l’aria era carica di trasmissioni radio anti-ebraiche e incendiari
discorsi dal podio dell’Onu.Infine, senza altra possibilità di scelta, gli ebrei dell’Iraq
raccolsero le loro cose e abbandonarono il paese, quell'Iraq che loro
più di altri avevano fatto entrare nell'era moderna. Si lasciarono alle
spalle i beni privati e tutte le proprietà delle loro antiche comunità,
compresi i luoghi venerati come sepolture dei profeti Ezechiele, Giona,
Naum di Alqoshi ed Esdra lo Scriba, delle quali si impossessò il governo
iracheno.Vi furono naturalmente iracheni che si rifiutavano di giustificare le
aggressioni contro la popolazione ebraica, ma furono zittiti. Gli ebrei
divennero il capro espiatorio del conflitto fra sunniti e sciiti,
proprio come oggi Israele si trova in mezzo al conflitto fra Iran e
arabi. Se ancora oggi gli ebrei si fossero trovati in numero
significativo nei paesi arabi, è del tutto ragionevole supporre che le
loro comunità sarebbero state devastate nelle recenti rivolte in Egitto,
Libia, Tunisia, Yemen e in Siria.Il numero di ebrei con alle spalle una vicenda di vita nei paesi arabi
si sta fatalmente assottigliando di anno in anno. È giunto il momento di
commemorare il loro retaggio in Israele, di impedire che abbia il
sopravvento la propaganda araba, abbracciata da coloro che negano che
pogrom arabi anti-ebraici abbiano mai avuto luogo, analogamente alla
minaccia posta dai negazionisti della Shoà. Quanto prima Israele si
impegnerà a preservare l’eredità degli ebrei arabi riconoscendone
ufficialmente il carattere di vittime, tanto più rapidamente potrà
migliorare la sua posizione interna e internazionale. Inoltre,
custodendo questo pezzo di storia ebraica Israele può rafforzare le voci
moderate nel mondo arabo, specialmente quelle provenienti da
intellettuali che hanno riconosciuto una catastrofe mediorientale che
vide vittime gli ebrei, e non solo i palestinesi. Allo stesso tempo, i
dirigenti palestinesi dovrebbero smettere di coltivare nella loro gente
l’illusione del cosiddetto “diritto al ritorno”, in modo che la tragica
ruota della storia non abbia a rigirare su se stessa.(Da: Israel HaYom, 13.5.13)
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mercoledì 15 maggio 2013
A New Israeli Air Force Documentary
video:
http://www.blog.standforisrael.org/articles/above-and-beyond-a-new-israeli-air-force-documentary
Se non capite il parlato, lo scritto è molto chiaro
video:
http://www.blog.standforisrael.org/articles/above-and-beyond-a-new-israeli-air-force-documentary
Se non capite il parlato, lo scritto è molto chiaro
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sabato 11 maggio 2013
8 maggio 2013: Yom Yerushalaim
Yom Yerushalaim è una festa nazionale che ricorda la
liberazione di Gerusalemme e la sua successiva riunificazione dopo la Guerra
dei Sei Giorni. La festa cade il 28 di Iyar e di solito avviene a maggio,
questo perchè in quel giorno nel 1967, i soldati liberarono la zona orientale
di Gerusalemme
e ripresero il controllo.La
città dalla Guerra di Indipendenza del 1948 alla Guerra dei sei Giorni era
rimasta divisa con la parte occidentale sotto il controlo israeliano e la parte
orientale sotto il controllo del Regno di Giordania. Una volta liberata il muro
che divideva la città venne abbattuto e dopo tre settimane il Knesset, il
parlamento israeliano, emanò un provvedimento per estendere il controllo e la
sovranità degli israeliani anche alla parte est della città.Un
anno dopo il 28 di Iyar venne istituito come giorno di commemorazione
dell’evento, dell’unificazione della città e del legame con la città. La
giornata non è festiva ma viene svolta una cerimonia importante
ad Ammunition Hill, luogo in cui la guerra fu particolarmente difficile ed
inoltre le comunità Sioniste di Gerusalemme
danzano con le bandiere dal parco Sacher fino al Muro Occidentale, più
comunemente chiamato Muro del Pianto.http://www.latavernadelghetto.com/
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Nella
notte fra il 13 e il 14 maggio del 1943 la Scuola Grande Tedesca, il
centro pulsante della vita ebraica di Padova, veniva data alle fiamme
dai fascisti. Già nel 1925, dopo il primo attentato a Mussolini, gli
squadristi padovani avevano tentato di incendiarla. E ancora nel 1970 i
neofascisti di Freda e Zorzi provarono ancora a ripetere il gesto dando
fuoco al portone della sinagoga italiana. Quella sera di 70 anni fa
Lea, la piccola figlia del rabbino Paolo Nissim, era stata svegliata da
un insolito trambusto che così ricorda: “Era notte, io dormivo nel
lettino accanto al letto dei miei genitori. Cosa insolita suona il
telefono. Prima risponde la mamma che subito passa la cornetta al papà.
Le voci sono concitate anche se a tono basso. Mi rendo conto che è
successo qualcosa che fa paura. La luce della lampadina del corridoio
rimane una visione che ritornerà sempre nei miei sogni notturni. Il
papà si veste alla svelta e esce. Io e la mamma restiamo nel buio
pauroso”. La stampa quotidiana di quei giorni non riporta la notizia,
la questura invita pressantemente la comunità a considerare l’episodio
un evento accidentale. Padova, presa nel turbinio della guerra, si
dimentica presto e cancella dalla memoria questo atto di autolesionismo
(in)civile: dei padovani che bruciano in una notte il simbolo della
secolare presenza ebraica in città, cercando di anticipare i nazisti
nell’operazione di rimozione della memoria. Lunedì sera Padova, assieme
alla sua comunità ebraica, ricorderà.Gadi Luzzatto Voghera, storico,http://www.moked.it/(foto: Ghetto Venezia)
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lunedì 6 maggio 2013
Gli ebrei dell'Armata rossa di nuovo in posa dopo 70 anni
Più di 500mila ebrei sovietici combatterono con l'Armata rossa durante la seconda guerra mondiale. Alcuni di quei reduci hanno reindossato per un giorno la divisa e - medaglie bene in mostra - si sono messi in posa per uno scatto ricordo nelle loro case, in Israele. C'è chi ha scelto di posare sulla poltrona del salotto buono, chi a tavola, chi sul proprio letto. Qui il veterano Tchudnovsky Itzhak, ex comandante al fronte di Stalingrado http://www.repubblica.it/
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venerdì 12 aprile 2013
Israel: 65 Years of Achievement
un video splendido: http://www.youtube.com/watch?v=kB6AgwmJw5o&feature=youtu.be
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Il papa Ebreo
Rubare bambini ebrei e battezzarli forzosamente a Roma era
purtroppo una pratica abbastanza diffusa, fino al XIX secolo. Perfino
Pio IX se ne rese tristemente protagonista. La pratica va fatta risalire
all’età medievale e nel corso dei secoli é sempre stata accompagnata
dal tentativo – meno violento ma altrettanto pesante – di convincere
qualche famiglia ebrea a convertirsi in cambio di una somma di denaro e
di varie regalie. Ciò nonostante le conversioni avvenivano molto
raramente, ma quando accadevano facevano un grande effetto sulla piccola
ma tenace comunità ebraica. Una delle più celebri, quasi leggendarie,
fu quella della famiglia dei Pierleoni, una famiglia nobile allocata
sull’Isola Tiberina, intorno al Mille. Si dice che questa famiglia fosse
in realtà ebraica e che la conversione le consentì di ascendere ai più
alti gradi della gerarchia cittadina, anche a quella curiale. Un
Pierleoni fu perfino nominato papa nel XII secolo con il nome di
Anacleto II, in opposizione a Innocenzo II.Questo evento, ma anche – come si diceva – il non raro rapimento di
bambini ebrei che venivano battezzati e chiusi nei seminari, fece
nascere nella comunità ebraica romana una leggenda che però -come si è
visto – ha un consistente retroterra storico.
Al pio rabbino Simone fu rubato un figlio il quale, essendo stato
battezzato e messo nel seminario per i chierici, salì di grado in grado
e finalmente divenne Papa.Ma il germe del dubbio rimase oscuro e inquietante nella sua anima. Il
Papa divenne presto preda di dubbi atroci intorno alle verità della
dottrina cristiana. Ed allora egli minacciò i suoi servi di morte se non
gli avessero rivelato il segreto della sua origine.Essi glielo confessarono scorgendo in questo il destino divino che voleva renderlo padrone del mondo.Il Papa allora fece chiamare il padre Simone, e gli domandò quanti figli
avesse. Il pio rabbino li enumerò tutti salvo uno, Elhanan, finché,
costretto dall’insistenza dell’interlocutore, raccontò che il figlio gli
era stato rubato.Dai diversi connotati che il padre non poté fare a meno di indicare, il Papa riconobbe la verità e si confessò come suo figlio.Quindi, seguendo il suggerimento del padre, tenne un discorso al popolo,
in cui negò senz’altro l’origine soprannaturale di Gesù e la verità del
cristianesimo.E quando i Vescovi, credendo che il Papa fosse impazzito, lo
circondarono per portarlo via, egli gridò a tutti che la loro fede era
una vera pazzia. Dopo di ciò si gettò tragicamente dalla torre donde
aveva tenuto il discorso evidentemente troppo sovversivo per la sua
posizione.Al padre non restò quindi che comporre una preghiera di lutto per la ricorrenza della morte di Elhanan, il figlio perduto. http://criminiromamedievale.wordpress.com/2009/09/14/il-papa-ebreo/
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giovedì 11 aprile 2013
“A nome di tutti gli ebrei noi chiediamo a voi, governati di
Inghilterra, Russia e Stati Uniti, il nostro diritto ad un esercito
ebraico”. Con queste parole David Ben Gurion apriva un suo discorso del
1942 in cui faceva appello alle forze alleate perché permettessero agli
ebrei di formare una forza indipendente per combattere contro i nazisti.Il discorso è stato recentemente rivelato nella sua interezza dagli
Archivi delle Forze di Difesa israeliane e dal Ministero della difesa,
comprese alcune parti che erano state bocciate dal censore britannico
perché facevano riferimento a un’indipendenza ebraica. Ora il testo
completo è stato pubblicato on-line dalle Forze di Difesa israeliane,
incluse le frasi cancellate dalla censura inglese che qui riportiamo,
come quella di apertura.Ben Gurion continuava il suo discorso affermando “il nostro diritto di
combattere contro il nostro più grande nemico in quanto ebrei, in un
contesto ebraico, con un’organizzazione ebraica, un quartier generale
ebraico, disciplina ebraica e sotto una bandiera ebraica. Le nostre
esigenze non saranno soddisfatte dalle briciole che ci vengono
consentite qui, per difendere la nostra patria e i paesi circostanti”.Il regime di Hitler, prevedeva Ben Gurion, verrà sconfitto, ma “noi non
sappiamo se la vittoria della democrazia, della libertà e della
giustizia non finirà col trovare in Europa un immenso cimitero cosparso
delle ossa del nostro popolo, uomini e donne, giovani e vecchi”.“I delegati del popolo ebraico – proseguiva – sono chiamati oggi da Sion
a sfidare, davanti al mondo, lo spargimento del nostro sangue ebraico”.
Non sappiamo, diceva Ben Gurion, quanti sono già stati uccisi, e come.
Ma il loro eccidio “è dovuto esclusivamente a un'unica colpa: quella di
essere ebrei. Giacché solo gli ebrei sono senza difesa, senza soldati”.
Questa frase passò il filtro dalla censura, che cancellò invece il
successivo riferimento di Ben Gurion a una vera e propria indipendenza e
le sue critiche al Libro Bianco varato dalla Gran Bretagna nel 1939:
“Giacché gli ebrei non hanno status, non hanno un emblema statale, un
esercito ebraico, un’indipendenza ebraica, una patria libera e sicura”.Ben Gurion scongiurava i leader delle forze alleate di “impedire
l’annientamento di una nazione indifesa, incatenata, imprigionata”, e li
esortava a lasciar immigrare almeno i bambini ebrei nella Palestina
sotto Mandato britannico. “Rigettate le ignobili disposizioni per cui a
un ebreo [in fuga] da un paese nemico non è permesso tornare nella sua
patria. Finché esisteranno questi decreti vergognosi, finché le porte
della nostra terra resteranno sbarrate ai profughi d’Israele, le vostre
mani saranno intrise di sangue ebraico, versato nell'inferno nazista”.
Tutto cancellato dal censore.
Ben Gurion chiedeva poi che gli inglesi permettessero agli ebrei di combattere contro i nazisti come un esercito ebraico: “Ogni ebreo porterà con orgoglio la stessa gialla, e se incontreremo i nostri fratelli dai ghetti nazisti li porteremo sulle nostre braccia con la stessa gialla. Sarà una vessillo d’onore, un contrassegno di martiri e santi”. E aggiungeva (ma la censura non lo permise): “Non i nazisti ma voi, nazioni civili, ci disonorate dal momento che ci private del nostro diritto come popolo, come nazione eguale alle altre, del nostro diritto di combattere Hitler in quanti ebrei”.Quello che chiedeva Ben Gurion non era una semplice forza ausiliaria, come la Brigata Ebraica, ma un vero esercito ebraico indipendente, richiesta che venne puntualmente censurata: “Noi vogliamo combattere come un esercito ebraico. Per tutti gli ebrei che non sono chiamati ad arruolarsi in un altro esercito [perché cittadini di paesi in guerra col nazismo], per tutti gli ebrei liberi di scegliere, noi chiediamo il loro diritto umano, il loro diritto all'onore di arruolarsi in un esercito ebraico sotto una bandiera ebraica, come un alleato alla pari delle forze alleate”.Al culmine del suo discorso, Ben Gurion chiedeva l’indipendenza in Terra d’Israele: “Noi chiediamo non solo il nostro diritto di combattere come ebrei; noi chiediamo il diritto che ha ogni nazione al mondo, piccola o grande che sia, il diritto a una patria indipendente. Tutte quelle vittime non necessarie, tutte le migliaia, le centinaia di migliaia, forse i milioni di vittime sono il prodotto della discriminazione contro la nazione ebraica. Sono le vittime di una nazione che non ha un paese e non ha libertà. Noi vi chiediamo di correggere questo torto: pari dignità nazionale, patria e indipendenza per il popolo ebraico”.Tutto censurato.Concludeva Ben Gurion, rivolgendosi direttamente agli ebrei in Europa: “Faremo il possibile per rendervi giustizia e non ci daremo pace fino a quando non vi avremo salvati dai nazisti e dalla atrofia della Diaspora, e non vi avremo portati tutti con noi, nella nostra terra redenta”. Ma anche quest’ultimo riferimento alla “nostra terra redenta” venne cancellato dalla censura.(Da: YnetNews, 8.4.13) http://www.israele.net/
Ben Gurion chiedeva poi che gli inglesi permettessero agli ebrei di combattere contro i nazisti come un esercito ebraico: “Ogni ebreo porterà con orgoglio la stessa gialla, e se incontreremo i nostri fratelli dai ghetti nazisti li porteremo sulle nostre braccia con la stessa gialla. Sarà una vessillo d’onore, un contrassegno di martiri e santi”. E aggiungeva (ma la censura non lo permise): “Non i nazisti ma voi, nazioni civili, ci disonorate dal momento che ci private del nostro diritto come popolo, come nazione eguale alle altre, del nostro diritto di combattere Hitler in quanti ebrei”.Quello che chiedeva Ben Gurion non era una semplice forza ausiliaria, come la Brigata Ebraica, ma un vero esercito ebraico indipendente, richiesta che venne puntualmente censurata: “Noi vogliamo combattere come un esercito ebraico. Per tutti gli ebrei che non sono chiamati ad arruolarsi in un altro esercito [perché cittadini di paesi in guerra col nazismo], per tutti gli ebrei liberi di scegliere, noi chiediamo il loro diritto umano, il loro diritto all'onore di arruolarsi in un esercito ebraico sotto una bandiera ebraica, come un alleato alla pari delle forze alleate”.Al culmine del suo discorso, Ben Gurion chiedeva l’indipendenza in Terra d’Israele: “Noi chiediamo non solo il nostro diritto di combattere come ebrei; noi chiediamo il diritto che ha ogni nazione al mondo, piccola o grande che sia, il diritto a una patria indipendente. Tutte quelle vittime non necessarie, tutte le migliaia, le centinaia di migliaia, forse i milioni di vittime sono il prodotto della discriminazione contro la nazione ebraica. Sono le vittime di una nazione che non ha un paese e non ha libertà. Noi vi chiediamo di correggere questo torto: pari dignità nazionale, patria e indipendenza per il popolo ebraico”.Tutto censurato.Concludeva Ben Gurion, rivolgendosi direttamente agli ebrei in Europa: “Faremo il possibile per rendervi giustizia e non ci daremo pace fino a quando non vi avremo salvati dai nazisti e dalla atrofia della Diaspora, e non vi avremo portati tutti con noi, nella nostra terra redenta”. Ma anche quest’ultimo riferimento alla “nostra terra redenta” venne cancellato dalla censura.(Da: YnetNews, 8.4.13) http://www.israele.net/
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Il mondo perduto di Oszpizin (Auschwitz)
Questa è la storia di un piccolo mondo ebraico che la Storia ha voluto trasformare nel luogo simbolo del male e della memoria del mondo. Vorremmo che questo luogo fosse ricordato, da chi vuole richiamare alla memoria le vittime dello Shoah, anche per questo mondo scomparso.
Alfons Haberfeld era un industriale che possedeva una fabbrica di
vodka e liquori in Polonia; essa era una delle fabbriche più importanti
della città insieme ad un’industria chimica la AgroChemia. La
fabbrica prosperava e lui partecipava spesso alle Fiere Internazionali
del settore. Egli era anche il Presidente della locale Comunità Ebraica.Nel 1936 si era sposato con una ragazza ebrea di Cracovia, Felicia
Spierer. Nel luglio del 1939, essi partirono per una Fiera negli Stati
Uniti, lasciando la loro figlia di 2 anni, Francziska Henryka insieme
con i nonni materni .Erano negli Stati Uniti, quando appresero dello scoppio della guerra.
Immediatamente si imbarcarono per fare ritorno; 48 ore prima di
arrivare a Gdynia la loro nave fu costretta dalle autorità britanniche a
fare scalo ad Inverness in Scozia; essi non avrebbero più fatto
ritorno nella loro cittadina. Dopo poco riuscirono ad avere i visti
necessari e ritornarono negli Stati Uniti. Dopo poco non ebbero più
notizie della loro famiglia. In seguito vissero a Baltimora e poi a Los
Angeles, mantenendo vivo il ricordo del loro mondo perduto.Il loro paese era una località destinata a diventare tristemente
famosa: Oswiecim, chiamato anche familiarmente dagli Ebrei Oszpizin, un
nome che ricorda gli Ushpisin, i sette ospiti che la tradizione vuole
che siano ospiti nella Succà durante la festa ed in onore dei quali la
Succà viene decorata e resa accogliente.Oswiecim era infatti sede, prima della guerra, di una vibrante
comunità ebraica. Nel 1939 la cittadina contava circa 14.000 abitanti di
cui 8.200 ebrei (circa il 60% della popolazione).Il 3 settembre del 1939 le truppe tedesche catturarono Oswiecim; la
città fu rinominata Auschwitz e annessa al Reich insieme alla contea a
cui apparteneva, la contea di Bielsko (Amtbezirk Auschwitz, Kreis Bieliz, Oberschlesien).La casa di 40 stanze degli Haberfeld fu trasformata nel quartier
generale dell’esercito tedesco. Una caserma dell’esercito polacco fu
adibita inizialmente a campo per prigionieri; sarebbe poi diventata
famosa come il campo di Auschwitz 1, con all’ingresso la scritta ormai
divenuta un simbolo Arbeit macht frei.La figlia di Jacob e Felicia, Franciszka Henryka fu nascosta insieme
alla nonna nel ghetto di Cracovia, ma purtroppo furono scoperte dai
tedeschi e mandate a morire a Belzec.Ad Oswiecim i tedeschi proibirono agli Ebrei di esercitare attività
commerciali e incendiarono la grande Sinagoga; fu nominato un Consiglio
degli Anziani e inizialmente fu costituito un Ufficio Centrale per
l’Emigrazione con lo scopo di aiutare gli Ebrei ad andarsene, dopo
averli naturalmente depredati di tutti i loro beni. Un’emigrazione che
non ebbe mai luogo: all’inizio del 1941 le case degli Ebrei furono
espropriate per i lavoratori dell’industria chimica IG Farben di
Monowice (dove avrebbe lavorato tra gli altri anche Primo Levi) .La popolazione ebraica fu espulsa tra Marzo ed Aprile del 1941 e
deportata verso le località di Chrzanów, Będzin and Sosnowiec.
Nell’estate del 1942 i ghetti furono liquidati e gli Ebrei di Oswiecim
vennero inviati al campo di Auschwitz. Per un tragico scherzo del
destino la maggior parte degli abitanti ebrei di Oswiecim trovarono la
propria fine proprio nel luogo natio.Il 27 gennaio 1945, Auschwitz venne raggiunta dalle prime unità
dell’Armata Rossa all’inseguimento dell’esercito tedesco in ritirata.Uno sparuto gruppo di superstiti ritornò al paesello natio; erano
solo 28 alla fine della guerra e 186 nel settembre del 1945. Ma tornare a
vivere in un luogo chiamato Auschwitz evidentemente era difficile
poiché le loro famiglie, le loro case e soprattutto il mondo che
ricordavano come era prima dello Shoah era finito per sempre. La
maggioranza lasciò definitivamente la cittadina; nel novembre del 1946
vi erano solo 40 ebrei.Ma qualcuno decise di restare; Leon Schonker venne eletto a capo
della sparuta comunità ebraica e tentò di ricostruire l’azienda di
famiglia, la famosa Agrochemia d’anteguerra. Ma non aveva fatto i conti
con il nuovo regime comunista polacco. Nel 1949 venne arrestato e
imprigionato per “abusi economici”. In realtà il regime voleva mettere
le mani sui suoi beni Nel 1955 egli abbandonò definitivamente Oswiecim
con la sua famiglia ed emigrò prima a Vienna, poi in Israele dove morì a
Holon nel 1965 all’età di 62 anni.Szymon Kluger ebbe invece un destino diverso. Emigrato in Svezia nel
1945, nel 1961 tornò e si stabilì nuovamente ad Oswiecim nella vecchia
casa natia,vicino all’unica sinagoga rimasta, la Chevra Lomdei
Mishnayot, ultimo superstite degli abitanti ebrei; vi restò fino alla
morte il 26 maggio 2000. Egli fu l’ultimo abitante Ebreodi Oswiecim e fu
sepolto, a differenza di tanti suoi coreligionari nel locale cimitero
ebraico.Eppure questo era stato uno dei tanti villaggi in Polonia in cui la vita ebraica era prosperata nel corso dei secoli.Le prime notizie di insediamenti ebraici sono del 1549, gli ebrei
provenivano dalla Germania, dalla Boemia e dalla Moravia. La cittadina
era situata sulla strada che portava il sale dalle miniere a Breslavia,
così occupazione principale era il commercio del sale; alcuni si
occuparono anche della fabbricazione delle bevande alcoliche.Come in tutta la Polonia, il destino degli Ebrei dipendeva dai
privilegi accordati dai Re, così a periodi di prosperità seguivano anche
periodi oscuri; così nel 1563 il Re Zygmunt August (Sigismondo Augusto)
emanò un decreto per proibire l’immigrazione di nuovi Ebrei e un anno
dopo solo 5 Ebrei abitavano la cittadina. Anche le accuse di
profanazione delle ostie e di omicidio rituale non mancavano.Tuttavia la comunità ebraica di Oswiecim si sviluppò, fu costruita
la prima sinagoga e il cimitero e venne costituita la Kehillà divenendo
uno dei 23 centri importanti della regione della Piccola Polonia
(Malopolska); la vicinanza di Cracovia e di altri centri della Slesia
aiutò questo sviluppo.Nel 1565 la cittadina subì l’invasione svedese. Fu rasa al suolo e ancora una volta si dovette ricominciare.Con la spartizione della Polonia la regione venne a far parte
dell’impero austro-ungarica nella regione della Galizia. L’economia
della città rimaneva tuttavia stagnante e si basava sull’artigianato, la
fabbricazione di vodka ed il commercio del sale. Anche le guerre
napoleoniche portarono un ulteriore sconquasso nella vita cittadina.Il vero punto di svolta si ebbe quando a metà del 19° secolo, la
città divenne un importante nodo con la confluenza di tre linee
ferroviarie al confine di Austria, Russia e Prussia; quello che sembrò
l’inizio della prosperità avrebbe invece avuto pesanti conseguenze non
solo per la comunità ebraica locale ma per l’intero ebraismo europeo. La
presenza del nodo ferroviario fu uno dei fattori che fecero di
Auschwitz una scelta ideale per trasportarvi gli Ebrei deportati.Sorsero nuove fabbriche per la maggior parte appartenenti a Ebrei,
fra questi Jakob Haberfeld che fondò nel 1804 una fabbrica di vodka e
liquori e la AgroChemia. La popolazione crebbe: nel 1910 vi erano 10.106
abitanti di cui il 52,9% ebrei.La comunità ebraica era composita, vi erano progressisti e
tradizionalisti questi ultimi divisi fra Ortodossi e Hassidim. Shlomo
Halberstam che fu rabbino capo di Oswiecim dal 1874 al 1879 fondò la
corte dei Bobover Hassidim.All’inizio del 20° secolo vi erano 15 sinagoghe a Oswiecim e nei
villaggi vicini. La vita ebraica prosperava anche dopo che la Polonia
divenne indipendente thra le due guerre mondiali; vi erano attività
sociali, religiose e culturali.Gli Ebrei lavoravano nel piccolo commercio e nell’artigianato. Il
trasporto pubblico fu sviluppato da imprenditori ebrei e vi erano anche
alcune fabbriche. La comunità ebraica era dominata da Ortodossi e
Hassidim, questi ultimi seguaci dei Bobover e Sanzer Rebbe. Vi erano
anche rappresentati i diversi partiti Sionisti e no.Alla vigilia della guerra questo piccolo mondo ebraico esisteva ancora. Lo Shoah lo distrusse definitivamente.Il ricordo di quanto passato ancora è nella memoria di quanti persero
i propri cari e si salvarono diventando così i superstiti del genocidio
perpetrato; molti di essi hanno trovato una nuova patria in Israele.Oggi esiste un Centro Ebraico ad Oswiecim con sede nell’edificio che
ospitava l’unica sinagoga rimasta la Chevra Lomdei Mishnayot. Il Centro
Ebraico consiste in un Museo, una Sinagoga ed un Centro Educativo. Ma
molti edifici storici non esistono più: così la casa e la fabbrica degli
Haberfeld è stata abbattuta perchè sul punto di crollare e l’edificio
che ospitava la yeshivà dei Hassidim di Bobov non esiste più. La stessa
sede del Centro Ebraico e l’adiacente edificio che fu abitato da Szymon
Kluger è pericolante.Chi si reca a visitare Auschwitz per ricordare ed onorare quanti sono
periti nello Shoah, visiti anche la cittadina e ricordi che questo fu
un luogo di vita e non solo di morte.di Raffaele Picciotto,http://www.mosaico-cem.it/
Commenti. Alisa Majer:
Mio padre era nato ed è cresciuto ad Oswiecim; la sua famiglia
erano chassidim di Rodomsk e industriali e quando scoppiò la guerra
scapparono, ritrovandosi nella zona russa, dove furono mandati in
Siberia. Dopo la guerra mio padre si stabilì a Milano e i suoi zii e
cugini emigrarono in Canada: provarono a tornare a Oswiecim per
recuperare i loro beni e vedere che ne avevano fatto delle fabbriche, ma
si ritrovarono davanti a polacchi che li cacciarono. Mio bisnonno
materno era uno dei dayanim a Oswiecim, non erano chassidim ma
mitnagdim: rav Eliezer Landau e lui con sua moglie e tutti i figli,
nuore e generi e nipoti, furono uccisi ad Aushwitz. Mio nonno si trovava
ad Anversa e si salvò…Le persone anziane nelle foto sono il Dayan Eliezer Landau e sua
moglie Sarah Feiga. L’uomo con la barba nera è un figlio, credo Nussen
(Natan). L’uomo senza barba è mio nonno, Shlomo Landau Z”L, unico
sopravvissuto della famiglia dopo la guerra. Abitava in Svizzera, a
Zurigo, dov’è riuscito ad entrare in forma ufficiale eccezionalmente nel
1942, dove sua moglie e figli (tra cui mia mamma) vivevano già.Le donne nella foto sono una figlia e la nuora (col cappello), moglie di
Nussen e i loro figli. La casa dietro agli uomini era la sinagoga
Chevre “Kove’a Itim” di mio bisnonno, dove era Dayan (conosciuto
come Dayan of Kety, R’ Eliezer Landau).
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mercoledì 10 aprile 2013
Margaret Thatcher (1925-2013)
Cambiò per sempre il volto della politica e della società nel Regno
Unito, e forse anche del mondo intero. Dalla sua esperienza di governo,
si creò una nuova dottrina economico-politica, il thatcherismo. Fu tanto
amata, quanto odiata. Ma ciò che Margaret Thatcher, primo ministro
britannico tra il 1979 e il 1990 scomparsa ieri all’età di 87 anni,
considerò la sua più grande realizzazione, fu l’aver salvato la vita di
una ragazza ebrea nel 1938. Si trattava di Edith Muhlbauer,
diciassettenne austriaca amica di penna della sorella maggiore della
futura Lady di Ferro, Muriel. Quando, dopo l’Anshluss, i nazisti
cominciarono a portare via gli ebrei, la giovane si rivolse alla
famiglia inglese in cerca di aiuto. Ma i signori Roberts, che gestivano
una piccola drogheria nella cittadina di Grantham, come sottolineano
oggi i giornali di tutto il mondo per ricordare le umili origini della
Thatcher, non avevano le risorse per far scappare e ospitare Edith.
Furono le due sorelle Muriel e Margaret, che all’epoca aveva 12 anni, a
darsi da fare. Raccolsero i fondi, convinsero il Rotary club locale a
prendere a cuore la vicenda. Edith si salvò, rimase in Inghilterra e poi
riuscì a raggiungere alcuni parenti in America. Un episodio che, come
ricorda il magazine ebraico statunitense Tablet, lasciò un segno
profondo nella piccola Margaret “Non esitare mai nel fare tutto quello
che puoi per salvare una vita” spiegò in un incontro pubblico nel 1995.
E mentre il mondo intero rende omaggio a Margaret Thatcher, ammiratori e
avversari, che ancora l’accusano di aver portato solo rovine, un
ricordo speciale arriva dalla Comunità ebraica britannica, con cui la
Thatcher mantenne sempre un rapporto stretto. A differenza di molti
leader che l’avevano preceduta, ella non ebbe mai alcuna tolleranza nei
confronti dell’antisemitismo, come ricordò Nigel Lawson, che Thatcher
nominò suo ministro delle finanze facendo storcere il naso a molti
compagni di partito proprio a causa della sua appartenenza ebraica.
“Semplicemente non riesco a comprendere l’antisemitismo in sé”
sottolineò la Thatcher nelle sue memorie.La Lady di Ferro si impegnò anche per imprimere una svolta alla politica
britannica in Medio Oriente, tradizionalmente filo-araba. Ella stessa
fu fondatrice dell’Associazione di amicizia anglo-israeliana di
Finchley, sobborgo a nord di Londra dove fu finalmente eletta al
Parlamento (dopo due tentativi andati a vuoto) e dove tra l’altro si
concentra una parte cospicua della popolazione ebraica della Capitale
inglese.“La baronessa Thatcher è stata un gigante che ha trasformato il Regno
Unito – l’ha ricordata il rabbino capo del Commonwealth Jonathan Sacks –
L’ho conosciuta molti anni fa, quando era il parlamentare del nostro
collegio elettorale. È stata amata e ammirata da molti della nostra
comunità, che ne sentiranno la mancanza. Sono poco le persone che nella
mia vita hanno lasciato un’impronta tanto profonda nella società
britannica”.Rossella Tercatin(9 aprile 2013) http://moked.it/blog/
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lunedì 8 aprile 2013
Shoah, l'impegno dello Yad Vashem:dare un nome ai 6 milioni di vittime
GERUSALEMME - Dare un nome ai 6 milioni di ebrei vittime dello sterminio nazista, mentre oggi se ne conoscono circa la metà: questo l'auspicato obiettivo nei prossimi tre anni dello 'Yad Vashem', il Memoriale di Gerusalemme, che domani sera sarà il luogo di avvio delle manifestazioni - previste in tutto Israele fino alla sera di lunedì -per il Giorno della Shoah e dell'Eroismo ('Yom Ha Shoah Ve Hagvura«, in ebraico). Sarà lo stesso premier Benyamin Netanyahu a dare il via domani sera al tramonto alle iniziative solenni in una cerimonia ufficiale nella "Piazza del Ghetto di Varsavia" dello Yad Vashem. Introdotta nel 1953 da una legge firmata da David Ben-Gurion e Yitzhak Ben-Zvi (allora, rispettivamente primo ministro e presidente dello stato), 'Yom ha Shoah' (che cade il 27 di Nissan, secondo il calendario ebraico) è una ricorrenza importante durante la quale il paese si raccoglie per onorare le vittime di cui molti sono discendenti e parenti. Per due minuti le sirene risuoneranno ovunque per ricordare lo sterminio: ferme tutte le attività, celebrazioni in ogni luogo, trasmissioni radio e tv incentrate sul tema.Quest'anno il filo conduttore di 'Yom Ha Shoah' è il ricordo della rivolta del ghetto di Varsavia del 1943: l'eroica ed accanita resistenza ebraica di 70 anni fa spazzata via dalla macchina da guerra nazista. Un inferno in cui perirono - secondo i dati - circa 7.000 ebrei ed altri 6.000 furono subito dopo avviati nei campi di sterminio. «Milioni di ebrei - ha detto al Jerusalem Post il capo archivista dello Yad Vashem Haim Gertner - furono uccisi: i più nell'Europa centrale e dell'Est, ma sfortunatamente oltre la metà dei nomi delle vittime è ancora sconosciuta. I nazisti non solo vollero distruggere gli ebrei ma anche cancellare la possibilità di sapere ciò che successe loro». Nel 2004 l'Istituto di Yad Vashem - che per legge si occupa del ricordo e dello studio del genocidio - aveva individuato approssimativamente 2.700.000 nomi; attualmente invece sono diventati 4.200.000, quindi più della metà: un aumento - l'ha definito Gertner -«immenso». Ora però la speranza è quella di poter completare in larga parte l'elenco con i nomi che ancora mancano: un obiettivo e una speranza che potrebbero essere resi possibili grazie all'apertura ai ricercatori dell'Istituto degli archivi dei paesi dell'ex blocco sovietico. «Conosciamo soltanto la metà dei nomi delle vittime polacche. Ma prima ne sapevamo ancora di meno. Oggi - ha spiegato Gertner - sappiamo un terzo dei nomi dalla Russia e dall'Ucraina«. Una delle difficoltà da superare per dare un nome agli altri ancora ignoti «è la tendenza negli archivi ex sovietici a riferirsi agli uccisi durante la guerra come cittadini sovietici e non come ebrei, così come avviene nei rapporti o nei monumenti per le vittime di guerra». Domani sera - come ogni anno - saranno sei sopravvissuti (uno di loro nel frattempo è morto e sarà sostituito dalla moglie) ad accendere, alla presenza di Netanyahu, altrettante fiaccole in ricordo dei sei milioni di ebrei uccisi: noti o senza nome. Per l'occasione anche l'ambasciata italiana in Israele, insieme alle organizzazioni degli ebrei italiani del paese, ha organizzato una serie di cerimonie a ricordo delle vittime italiane della Shoah. http://www.ilmessaggero.it/
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sabato 30 marzo 2013
La libertà in una tazzina
A volte le buone notizie, sempre gradite, hanno una rilevanza
particolare, e non solo perché si tratta di un successo per tutti. È di
poche ora fa la notizia che la scommessa di Palazzo Madama – storico
palazzo torinese, sede del Museo Civico di Arte Antica – di utilizzare
il crowdfunding per acquistare un pezzo di storia è stata vinta. Il
crowdfunding, quel processo collaborativo di finanziamento dal basso per
cui un gruppo anche molto numeroso di persone decide di sostenere un
progetto con il proprio denaro, non è uno strumento nuovo: in questi
anni la stessa strategia è stata usata anche dalla National Gallery di
Londra, e dal Louvre, che hanno acquistato, con l’aiuto dei cittadini,
opere d’arte anche molto importanti per le loro collezioni. In questo
caso si tratta di un servizio in porcellana di Meissen del 1730 circa
(importante anche per la storia dell’industria europea, si tratta la
prima porcellana prodotta in Occidente e non più in Cina) appartenuto a
Roberto Taparelli d’Azeglio, che nel 1848, dopo la concessione dello
Statuto Albertino, fu il grande promotore di una legge che concedesse
pari diritti civili e in seguito anche politici agli “acattolici”.Non solo un’opera d’arte di valore, dunque: l’acquisto del servizio
appartenuto alla famiglia d’Azeglio rappresenta per tutti, non solo a
Torino, la valorizzazione della memoria, non solo quella del patrimonio
storico-artistico, ma anche e forse soprattutto quella di una famiglia
che tanto ha dato in termini di impegno civile e morale per l’Italia.
Tutti i D’Azeglio ebbero un grande peso nello sviluppo politico e
culturale dell’epoca ma in particolare Roberto si impegnò “per la
fratellanza e per la giustizia”, sono queste le parole che usa nel
giugno del 1848 quando, senatore del regno, chiede pari diritti per
tutti nel suo discorso a Palazzo Madama, durante quello che nel verbale
del Senato del Regno è intitolato “Relazione discussione e adozione del
progetto di legge concernente i diritti civili e politici degli
acattolici”. Il suo impegno per ottenere l’emancipazione degli ebrei e
dei valdesi era tale che scrisse due intensi articoli: “Ama il prossimo
tuo come te stesso” su La Concordia, il 3 gennaio del 1848, e in seguito
“Emancipazione israelitica” su Il Risorgimento il 22 febbraio dello
stesso anno.E Carlo Alberto, con le ben note Regie Patenti, pose fine a una secolare
discriminazione e riconobbe a tutti i sudditi del regno la libertà di
culto: il 17 febbraio 1848 i valdesi residenti nel Regno di Sardegna
ottengono di “godere di tutti i diritti civili e politici al pari dei
sudditi cattolici, frequentare le scuole dentro e fuori delle università
e conseguire i gradi accademici”.E le cronache dell’epoca raccontano che “pochi giorni dopo, quando una
folla plaudente si riunisce davanti alla casa del pastore Bert per
salutare l’emancipazione dei valdesi, per solidarietà e in attesa di un
provvedimento analogo, gli israeliti illuminano le loro case”. Numerose
petizioni chiedono poi l’estensione agli ebrei dei diritti civili e
politici, che arrivano pochi mesi dopo: il 29 marzo 1848, agli ebrei del
Regno Sardo (dal 1824 erano stati nuovamente risospinti entro il
perimetro del ghetto torinese) vengono riconosciuti i diritti civili, ma
non ancora i diritti politici: lo sarebbero stati nel giugno seguente,
grazie all’entrata in vigore della legge Sineo. E, per essere concreti,
il 11 aprile 1848, “gli israeliti di Torino, anziché manifestare la loro
gioia con conviti e luminarie, dopo aver ringraziato Dio con
celebrazioni religiose, offrono ai poveri di Torino: 10.000 razioni di
pane, 500 lire per le famiglie povere dei soldati al fronte, 400 lire al
Ricovero di Mendicità, 400 lire all’Ospedale Cottolengo, 400 lire per
gli israeliti poveri, 150 lire all’ospedale dei valdesi.”Così, dopo una lunga storia di vicinanza e solidarietà, saputo che il
servizio Taparelli D’Azeglio di cui si erano perse le tracce all’inizio
del Novecento era stato dopo lunga ricerca individuato e che era
possibile acquistarlo, ma solo contando sul sostegno di coloro che
potevano comprenderne il valore artistico, simbolico e storico, la
collaborazione è continuata. Una grande mobilitazione, per promuovere il
crowdfunding soprattutto sui social network, ma anche attraverso il
passaparola, ha saputo raggiungere tante, tantissime persone, e –
ovviamente in particolare a Torino – ha coinvolto anche tanti membri
delle comunità ebraiche e valdesi, che insieme si sono spese per
riportare a casa un pezzo di storia.Che in questo caso prende la forma di un bellissimo servizio da tè, da caffè e da cioccolata.Ada Treves (29 marzo 2013)
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giovedì 28 marzo 2013
Medio Oriente: i dieci miti che allontanano la Pace
Il
conflitto israelo-palestinese è probabilmente la questione politica più
complessa della nostra epoca. Molti si limitano semplicemente a
biasimare una parte piuttosto che l'altra. Ma se ci impegnamo a studiare
la storia e a correggere le nostre visioni distorte, forse incomincia
ad emergere qualche passo in avanti. Per cui cerchiamo di esaminare i
fatti, rimuovendo dieci dei più grandi fraitendimenti esistenti.1) "Israele ha sottratto illegalmente terra ai palestinesi".
Nel 1947, l'ONU votò una risoluzione che assegnava terra sia agli ebrei che ai palestinesi (agli arabi, nella dizione originale del 1947, NdT). Gli ebrei accettarono la partizione, e diedero vita legittimamente allo stato di Israele. Gli arabi respinsero il piano, e lanciarono un attacco. Anche dopo aver perso la guerra, gli arabi hanno detenuto la maggior parte della terra.
2) "Gli stati arabi confinanti in effetti vogliono dare vita ad uno stato palestinese".Dopo la guerra (del 1948, NdT) il West Bank e Gaza sono risultate controllate rispettivamente dalla Giordania e dall'Egitto: per 19 anni! In questo arco di tempo, questi stati non hanno mai proceduto alla istituzione di uno stato palestinese; piuttosto, hanno utilizzato la terra occupata per i loro fini.
3) "Gli stati arabi vogliono risolvere la questione dei rifugiati".
I palestinesi (quelli convinti a lasciare Israele nel 1948 dagli stati arabi confinanti che si accingevano a dichiarare guerra al neonato stato ebraico, con la promessa che al loro ritorno avrebbero conquistate le case abbandonate dagli israeliani uccisi, NdT) si sono insediati negli stati arabi in tutto il Medio Oriente. Questi stati potevano risolvere immediatamente la crisi: consentendo ai rifugiati i medesimi diritti dei loro cittadini. Ma al contrario non hanno concesso loro il diritto di voto, non hanno consentito il possesso di terre; nemmeno di studiare nelle loro scuole. Ironicamente, l'unico stato del Medio Oriente che ha assegnato loro piena cittadinanza è stato proprio Israele: che ha assorbito 156 mila arabi dopo la guerra del 1948. Ancora oggi gli arabi siedono sui banchi del governo di Gerusalemme, della Corte Suprema (e delle altre istituzioni israeliane. Una cittadina di origine etiope è stato di recente incoronata Miss Israele, NdT).
I palestinesi (quelli convinti a lasciare Israele nel 1948 dagli stati arabi confinanti che si accingevano a dichiarare guerra al neonato stato ebraico, con la promessa che al loro ritorno avrebbero conquistate le case abbandonate dagli israeliani uccisi, NdT) si sono insediati negli stati arabi in tutto il Medio Oriente. Questi stati potevano risolvere immediatamente la crisi: consentendo ai rifugiati i medesimi diritti dei loro cittadini. Ma al contrario non hanno concesso loro il diritto di voto, non hanno consentito il possesso di terre; nemmeno di studiare nelle loro scuole. Ironicamente, l'unico stato del Medio Oriente che ha assegnato loro piena cittadinanza è stato proprio Israele: che ha assorbito 156 mila arabi dopo la guerra del 1948. Ancora oggi gli arabi siedono sui banchi del governo di Gerusalemme, della Corte Suprema (e delle altre istituzioni israeliane. Una cittadina di origine etiope è stato di recente incoronata Miss Israele, NdT).
4) "Gli sforzi delle Nazioni Unite stanno affrontando la questione dei rifugiati".L'ONU è intervenuta per fornire assistenza ai rifugiati palestinesi. Ma anziché usare le istituzioni preesistenti per ricollocare le popolazioni in altri stati; ha creato appositamente l'UNRWA, che considera un palestinese rifugiato fino a quando uno stato palestinese sarà creato al posto dell'attuale stato d'Israele (NdT1: l'ANP, embrione di un futuro stato palestinese, che detiene la giurisdizione del West Bank, per bocca del suo leader ha chiarito che i "rifugiati" palestinesi - di fatto: figli, nipoti e pronipoti di coloro che abbandonarono Israele nel 1948 - non avranno mai e poi mai la cittadinanza del futuro stato. NdT2: La politica dell'UNRWA è del tutto differente da quella dell'UNHCR, che si occupa dei profughi di tutti gli altri conflitti mondiali: perché è stato necessario creare un'agenzia apposita? perché l'ONU non si è impegnata a risolvere la questione dei profughi in questi decenni? per perpetrare lo stato di rifugiato, e la stessa esistenza dell'UNRWA? perché i paesi arabi confinanti non hanno mai integrato i loro "fratelli" all'interno del proprio stato?) Ciò rende per i palestinesi estremamente arduo vivere nelle nazioni ospitanti, e congela a vita lo status di rifugiato, che si trasmette alla propria discendenza (i rifugiati UNHCR non trasmettono tale condizione ai loro figli, NdT), il che ha portato al moltiplicarsi dei rifugiati dai 500 mila del 1949 ai quasi 5 milioni di oggi.Con il deteriorarsi delle condizioni, sono sopravvenuti gli aiuti internazionali, il che ci porta al punto...
5) "La soluzione è fornire più denaro".Davvero? gli stati occidentali hanno devoluto ai palestinesi massicci aiuti finanziari. Tenendo conto dell'inflazione, per ogni persona hanno fornito 25 volte di quanto ogni europeo ha indirettamente ricevuto per la ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dove si vedono i risultati per l'economia? perché le infrastrutture non sono migliorate? tutto questo denaro di sicuro avrebbe aiutato, ma è stato consegnato ad una leadership che aveva programmi diversi. Il che ci introduce al punto
6) "L'obiettivo primario dei leader palestinesi è la formazione di uno stato".
Tutto questo denaro è stato impiegato per alleviare le sofferenze di un solo uomo: Yasser Arafat. Dopo la sua morte, esperti contabili assoldati dalla stessa famiglia di Arafat hanno scoperto investimenti sconosciuti per più di un miliardo di dollari. Questa massa di denaro sarebbe stata minacciata se fosse stato creato uno stato palestinese; il che forniva ad Arafat (e a Mahmoud Abbas, se è per questo) un miliardo di buone ragioni per non sottoscrivere un definitivo trattato di pace. Il che ci porta al punto
Tutto questo denaro è stato impiegato per alleviare le sofferenze di un solo uomo: Yasser Arafat. Dopo la sua morte, esperti contabili assoldati dalla stessa famiglia di Arafat hanno scoperto investimenti sconosciuti per più di un miliardo di dollari. Questa massa di denaro sarebbe stata minacciata se fosse stato creato uno stato palestinese; il che forniva ad Arafat (e a Mahmoud Abbas, se è per questo) un miliardo di buone ragioni per non sottoscrivere un definitivo trattato di pace. Il che ci porta al punto
7) "Israele può contare su un effettivo partner per la pace".Ansiosi di una soluzione, nel 2000 gli israeliani hanno mandato al potere Ehud Barak, dotato di un mandato per conseguire la pace con i palestinesi. Barak offrì ad Arafat il 94% dei territori rivendicati, Gerusalemme esclusa. Arafat rifiutò seccamente. Clinton bollò il fallimento dell'accordo come la migliore opportunità persa in 60 anni, addossando le colpe ad Arafat (NdT: nel 2007 il suo successore Olmert propose una soluzione ancora più vantaggiosa, che includeva i quartieri orientali di Gerusalemme e il riconoscimento di un moderato "rientro" dei rifugiati. Malgrado lo stupore della Casa Bianca per l'offerta generosissima e al limite autolesionistica, Abu Mazen rispedì la proposta al mittente). Il che ci porta al più diffuso fraintendimento.
8) "Per conseguire la pace, Israele non deve fare altro che consegnare terra".L'ultima volta che Israele c'ha provato risale al 2005, quando costrinse con la forza migliaia di coloni a lasciare le loro abitazioni a Gaza, in cambio della promessa palestinese di pace. Ma una volta che gli israeliani lasciarono la Striscia, i palestinesi consegnarono il potere ad Hamas: una organizzazione terroristica che da quando è salita al potere, ha sparato oltre 10 mila razzi verso le città meridionali di Israele (NdT: stessa sorte probabilmente toccherebbe allo stato ebraico se si ritirasse unilateralmente dai territori occupati nel West Bank: la leadership "moderata" di Abu Mazen sarebbe rimpiazzata da quella integralista di Hamas, che attaccherebbe immediatamente Israele). Qualcuno è sorpreso? perché, in caso affermativo, può aver preso per buono il prossimo fraintendimento.
9) "Molti palestinesi desiderano una pace duratura con Israele".Alcuni in effetti lo vogliono; ma sono una minoranza. Da 60 anni, i responsabili dell'istruzione palestinesi hanno alimentato i bambini con robuste dosi di odio: esaltando nelle classi scolastiche gli attentatori suicidi e celebrando la morte.
10) "Fornire ora uno stato ai palestinesi è l'unico modo per porre fine alle loro sofferenze".
E' stato l'unico approccio tentato in questi ultimi 60 anni. Ma queste sono le persone di cui stiamo parlando, e attendere fino a quando avranno uno stato che fornisca loro gli stessi diritti, non ha fatto che peggiorare le cose.
In questo momento, Israele è l'unico stato che garantisce parità di diritti ai palestinesi nell'ambito dei loro confini, ma riconoscere loro parità di diritti in tutti gli stati in cui essi abitano, permetterebbe immediatamente di migliorare le loro condizioni di vita.
Siamo sinceri. Questi fraintendimenti hanno nascosto soluzioni
potenziali. Ma se ci prendiamo la briga di rimuovere la confusione e
affrontare la realtà, iniziare a scoprire la verità, ed è da qui che può
iniziare la rincorsa verso la giustizia.
http://ilborghesino.blogspot.it/
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