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lunedì 9 giugno 2008

L'irredentismo anti-israeliano nella pubblicistica arabo-palestinese: "La Palestina sarà libera dal fiume al mare"



Marco Paganoni per NES n. 4, anno 20 - aprile 2008
A chi domanda come si possa negoziare con Hamas, che non riconosce lo Stato di Israele, Sergio Romano risponde dicendo che il diritto ad esistere di Israele è appunto la materia del contendere, per cui non può pretendere che venga concesso prima del negoziato (così al Tg de La 7 del 13.03.08): sarebbe come pretendere che gli interlocutori "arrivino nudi al tavolo delle trattative" (Corriere della Sera, 27.03.08).Dunque ciò che è in discussione non è - come noi ci illudevamo - la legittimità come interlocutore di un movimento stragista, apertamente antisemita e dalla vocazione genocida qual è Hamas. Ciò che è in discussione è il diritto ad esistere dello Stato ebraico nato sessant'anni fa, in base a una decisione della Società delle Nazioni (1922) e delle Nazioni Unite (1947), sulla terra (come dice la Dichiarazione d'Indipendenza del 14 maggio 1948) dove "il popolo ebraico nacque", dove "si era formata la sua identità spirituale, religiosa e politica", dove "aveva vissuto una vita indipendente, creando valori culturali di portata nazionale e universale"; la terra verso cui "generazioni di ebrei erano tornate in massa, costruendo villaggi e città e creando una comunità in crescita, capace di gestire la propria economia e la propria cultura"; la terra dove il popolo ebraico aspirava al "diritto naturale di essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio stato sovrano", a maggior ragione dopo aver subito la Shoà e aver "dato il proprio attivo contributo" alla lotta contro nazismo e fascismo. Dunque secondo Romano, lo Stato di Israele, già da tempo riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei governi e dei popoli, deve ancora guadagnarsi il diritto di esistere.La brutta notizia è che probabilmente ha ragione. "Il punto da capire - si legge in un editoriale del Jerusalem Post (24.03.08 ) - è se il conflitto ruoti intorno alla questione dei confini o a quella dell'esistenza. Se è sui confini, allora si tratta di premere sulle parti perché arrivino a un accordo negoziato. Se invece al cuore della questione c'è ancora un rifiuto di accettare Israele entro qualunque confine, allora il vero ostacolo che blocca la pace è questo rifiuto, e non il presunto rifiuto da parte di Israele di uno stato palestinese".
D'altra parte, se così non fosse, se fosse solo questione di concordare un confine tra Israele e stato palestinese, come si potrebbe spiegare la rabbiosa aggressività anti-israeliana di un movimento libanese, e non palestinese, come Hezbollah? Come si potrebbero spiegare i virulenti sermoni e le apocalittiche minacce anti-israeliane di un regime iraniano, e non arabo, come quello di Mahmoud Ahmadinejad? Come si potrebbe spiegare lo stolido rifiuto dei leader sauditi e di altri stati arabi di incontrare i leader israeliani quando il presidente palestinese Abu Mazen li incontra normalmente? E come si potrebbe spiegare il rifiuto arabo del 1948 e la conseguente ventennale occupazione araba di territori palestinesi? Chiunque frequenti anche solo di sfuggita la pubblicistica del nazionalismo palestinese, del revanscismo anti-israeliano e dei loro innumerevoli sodali in giro per il mondo, può facilmente constatare che la rappresentazione grafica - ufficiale e ufficiosa, pervasiva e martellante - della mappa delle rivendicazioni territoriali arabe prevede sempre e costantemente la totale cancellazione di Israele. Chi detesta l'esistenza stessa di Israele e vuole tutta la terra, perché mai dovrebbe negoziare un ritiro israeliano dai territori, oggi che Israele si è già ritirato dalla striscia di Gaza e ha già accettato la soluzione due popoli-due stati? Ecco perché, oggi, al centro della polemica anti-israeliana non figura più tanto il reato di "occupazione", cui anche gli israeliani vorrebbero porre fine, bensì l'accusa di "apartheid". La denuncia di un'occupazione, nota Sever Plocker (YnetNews, 3.01.08), evoca naturalmente il ritiro dell'occupante all'interno dei suoi confini, quali che siano. Viceversa, la denuncia di un apartheid invoca automaticamente un ribaltamento istituzionale. L'occupazione si risolve spartendo il territorio fra due stati; un regime di apartheid non si risolve spartendo la terra, si risolve capovolgendo gli assetti di potere.I nemici d'Israele hanno tentato invano di distruggere la sovranità ebraica in Medio Oriente con mezzi militari, economici, propagandistici, diplomatici, terroristici. Ora, a sessant'anni dalla quell'indipendenza legalmente proclamata e strenuamente difesa, vorrebbero vendere a Israele qualcosa di cui semplicemente non dispongono: il diritto ad esistere come stato sovrano e democratico, sede nazionale del popolo ebraico. E tirano anche sul prezzo.Come disse Abba Eban nel lontano 1981, nessuno fa un favore a Israele proclamando il suo diritto ad esistere. Il diritto ad esistere di Israele c'è come c'è quello degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita e degli altri 190 stati del mondo. La legittimità di Israele non è sospesa a mezz'aria in attesa che un re saudita, un rais arabo (o palestinese) o un autocrate musulmano la concedano graziosamente. Di certo, concludeva Abba Eban, nessuno stato, piccolo o grande, giovane o antico, accetterebbe di considerare il riconoscimento del suo diritto ad esistere come una concessione da pagare a caro prezzo. Tutto si può discutere, ma l'esistenza di Israele non è materia di negoziato, ed è da lì che si deve partire. 2008-06-08 http://www.icn-news.com/


A Roma corteo per Israele

ROMA (8 giugno) - Una passeggiata colorata di bianco e azzurro dall'Arco di Tito al Portico d'Ottavia, palloncini bianchi e bandiere per festeggiare Israele. Si è connotata così, a Roma, la marcia che collega luoghi simbolo della storia delle comunità ebraiche in più di cento città in tutto il mondo col titolo «Walk the Land». Il corteo romano - promosso dal Keren Kayemeth Leisrael, associazione no profit che si occupa dello sviluppo, bonifica e rimboschimento di Israele presentandosi come «la più antica organizzazione ecologica del mondo» - si inserisce nei festeggiamenti per il 60/o anniversario della nascita dello Stato ebraico. Alla manifestazione, secondo una stima delle forze dell'ordine, partecipano circa 500 persone che hanno esposto una grande bandiera di Israele e una italiana oltre ad alcuni striscioni con la scritta «Israele per sempre». Ad una cerimonia svoltasi sotto l'Arco di Tito erano presenti il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il ministro dell'ambasciata d'Israele in Italia, Elazar Cohen, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, il rabbino capo ed il presidente della comunità ebraica di Roma, rispettivamente Riccardo Di Segni e Riccardo Pacifici. La passeggiata attraversa Via dei Fori Imperiali, Piazza Venezia e Monte Savello per concludersi al Portico d'Ottavia.«Il modo in cui avete celebrato il vostro anniversario, con gioia e protagonismo, è servito a farlo sentire ad una città spesso distratta dalla vita quotidiana». Con queste parole il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha salutato i rappresentanti della comunità ebraica di Roma. Dal palco allestito sotto l'Arco di Tito, punto di partenza del corteo, Alemanno ha definito l'iniziativa« molto positiva perchè i tempi che ci attendono non sono semplicissimi». Il sindaco ha ricordato le polemiche e le proteste sulla presenza «inaccettabile del presidente dell'Iran al vertice della Fao». Alemanno ha parlato di rispetto delle regole e accoglienza delle diverse identità all'interno della città. http://www.ilmessaggero.it/

giovedì 5 giugno 2008

Gerusalemme

Auguri Israele!

Dopo sessant'anni c'è ancora chi, odiando la democrazia israeliana e la libertà fino alla morte, nega la stessa esistenza dello Stato di Israele e ne profetizza una fine inesorabile. Ma Israele, consapevole della propria identità e di una crescente solidarietà internazionale, si dimostra più forte dei suoi nemici. Per questo è importante dichiarare la propria amicizia verso lo Stato di Israele, terra del popolo ebraico ma anche patrimonio dell'intera umanità. Essere amici di Israele, tengo quindi a precisarlo, non significa da questo punto di vista essere contro i palestinesi o i Paesi arabi, ma al contrario credere in un futuro di tolleranza, di convivenza, di libertà e di pace per tutti, ed in particolare nel Mediterraneo, che deve diventare sempre più un mare di dialogo e di convivenza solidale. Difendere l'esistenza e la sicurezza di Israele ci porta a scommettere sulla possibilità della convivenza tra Occidente e Oriente, civiltà giudaico-cristiana e islamica, e a guardare ad un avvenire migliore per i popoli del Mediterraneo; un avvenire dove diritto, democrazia e benessere siano considerati i principali strumenti per promuovere la dignità della persona, i diritti dell'uomo, la solidarietà tra il genere umano, l'amore per la creazione di Dio. Davvero Auguri Israele! Con immenso rispetto e rinnovata amicizia.
Cordialmente, Matteo Prandi il mio Bloghttp://matteolibero.splinder.com/

domenica 1 giugno 2008


Missione dalla Finlandia

Un gruppo di amici cristiani finlandesi del Keren Hayesod e dello Stato d’Israele, membri dell’organizzazione Patmos, hanno visitato Israele in maggio. Circa 30 amici d’Israele sono venuti ad esprimere la loro solidarietà con Israele durante Yom Ha'atzmaut. Una visita a Sderot era inclusa nel loro itinerario, così come la partecipazione ai due eventi principali organizzati dal Keren Hayesod in occasione di Yom Ha'atzmaut: il ballo all’Avenue Hall e il picnic a Neot Kdumim. Il gruppo Patmos era felice di celebrare Yom Ha'atzmaut con le missioni del Keren Hayesod e ha promesso di tornare presto a trovarci.



















Picnic del giorno dell’Indipendenza per i membri della Missione Neot Kedumim

8 maggio 2008

Circa 800 membri della Missione del KH hanno partecipato a un simpatico picnic del Giorno dell’Indipendenza nell’atmosfera informale del parco naturale di Neot Kedumim, dove li aspettava una piacevole sorpresa.
L’intero parco era stato trasformato in un variopinto mercato con moltissime bancarelle che servivano specialità israeliane e presentavano il lavoro di artisti e artigiani locali, tra cui molti nuovi immigrati. A completare il tutto sono stati chiamati gruppi folkloristici e musicali che si sono cimentati in spettacoli gioiosi e commoventi.
Gli ospiti sono stati invitati a fare il giro del parco con un treno speciale e con una guida che ha mostrato e spiegato le caratteristiche uniche del parco. Tutti hanno avuto modo di apprezzare la vista spettacolare e il tempo magnifico.
Il picnic ha dato ai membri della Missione l’opportunità di vivere il giorno dell’Indipendenza in autentico stile israeliano, trascorrendo la giornata all’aperto e assaporando i sapori e gli aromi tipicamente israeliani.

sabato 31 maggio 2008


La difficile situazione di Israele a 60 anni dalla sua nascita: il paese con i peggiori vicini al mondo

Due nuovi stati religiosamente identificabili sono emersi dai frammenti dell'Impero britannico successivamente alla Seconda guerra mondiale. Ovviamente, uno era Israele e l'altro il Pakistan.
Essi formano una coppia interessante, anche se i due paesi di rado sono messi a confronto. L'esperienza del Pakistan con la dilagante povertà, i pressoché costanti disordini interni e le tensioni esterne, culminanti nella sua attuale condizione di stato canaglia "in pectore", fa venire in mente i pericoli che Israele ha evitato grazie alla sua stabile e progressista cultura politica, a un'economia dinamica, a un settore high-tech all'avanguardia, a una cultura pulsante e ad una impressionante coesione sociale.
Ma a causa di tutti i suoi successi, lo Stato ebraico vive con una spada di Damocle sul capo, un'insidia che il Pakistan e la maggior parte di altri stati non hanno mai dovuto fronteggiare: la minaccia dell'eliminazione. I suoi notevoli progressi conseguiti nel corso dei decenni non lo hanno liberato da un pericolo proveniente da più fronti che annovera quasi tutti i mezzi immaginabili: armi di distruzione di massa, attacchi militari convenzionali, terrorismo, sovversioni interne, blocchi economici, assalti demografici e indebolimenti ideologici. Nessun altro stato si trova a dover fronteggiare una serie di minacce del genere. Anzi, per meglio dire, probabilmente nel corso della storia nessuno stato ha mai dovuto far fronte ad esse.
I nemici di Israele si suddividono in due principali schieramenti: la Sinistra (ovviamente solo la parte radicale nr) e i musulmani, con l'estrema Destra che costituisce un terzo elemento minoritario. La Sinistra include una fanatica frangia estrema (International ANSWER, Noam Chomsky) e un centro più diplomatico (l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Liberal Party canadese, i media tradizionali, le principali chiese, i libri di testo). Ma in ultima analisi, la Sinistra è poco meno di una forza ausiliaria rispetto al principale attore antisionista per eccellenza, vale a dire la popolazione musulmana. Quest'ultima, a sua volta, può essere divisa in tre raggruppamenti distinti.
Il primo equivale ai paesi stranieri. Cinque forze armate che invasero Israele al momento della proclamazione della sua dichiarazione di indipendenza nel maggio 1948 e poi gli eserciti dei paesi vicini, le forze aeree e navali che combatterono nelle guerre del 1956, 1967, 1970 e 1973. Se la minaccia convenzionale è andata scemando, la proliferazione delle armi da parte dell'Egitto, finanziata dagli Stati Uniti, costituisce un pericolo e le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa (specialmente da parte dell'Iran, ma altresì provenienti dalla Siria e in fieri da molti altri paesi) costituiscono un'insidia ancor più grave.
Nel secondo gruppo rientrano i palestinesi residenti all'estero, quelli che vivono fuori i confini di Israele. Messi in disparte dai governi dal 1948 al 1967, Yasser Arafat e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ebbero la loro opportunità al momento della sconfitta di tre eserciti nazionali nella guerra dei Sei Giorni. I successivi sviluppi, come la guerra del Libano del 1982 e gli Accordi di Oslo del 1993, confermarono la centralità dei palestinesi residenti all'estero. Oggi, essi conducono il conflitto, attraverso la violenza (terrorismo, lancio di missili da Gaza) e cosa ancor più importante, veicolando l'opinione pubblica mondiale contro Israele grazie a uno sforzo di pubbliche relazioni, con ampia risonanza tra i musulmani e la Sinistra.
Del terzo gruppo fanno parte i cittadini musulmani di Israele, le cellule dormienti dell'equazione. Nel 1949, essi ammontavano appena a 111.000 ovvero il 9 percento della popolazione israeliana, ma nel 2005 il loro numero si è decuplicato fino a toccare punte di 1.141.000, il 16 percento della popolazione. Costoro hanno beneficiato della mentalità aperta di Israele, crescendo demograficamente ed evolvendosi da docile e inefficiente comunità in una assertiva, di quelle che rifiutano sempre più la natura ebraica dello stato israeliano, con delle conseguenze potenzialmente profonde per la futura identità di quello stato.
Se questa lunga lista di pericoli differenzia Israele da tutti gli altri paesi occidentali, costringendolo a tutelarsi quotidianamente dalle fila dei suoi innumerevoli nemici, la difficile situazione in cui esso versa lo rende stranamente simile ad altri paesi mediorientali, che fronteggiano altresì una minaccia di eliminazione.
Il Kuwait sconfitto dall'Iraq è di fatto scomparso dalla faccia della terra tra l'agosto del 1990 e il febbraio 1991 e se non fosse stato per una coalizione guidata dagli Stati Uniti, esso di certo non sarebbe mai risorto. Il Libano è sotto il controllo della Siria dal 1976 e se gli sviluppi dovessero giustificare un'annessione formale, esso potrebbe essere ufficialmente incorporato da Damasco. Il Bahrein è occasionalmente reclamato da Teheran come parte del territorio iraniano, come è accaduto nel luglio 2007, quando un portavoce dell'Ayatollah Ali Khamenei, leader supremo iraniano, asserì che "oggi la principale richiesta del popolo del Bahrein consiste nel restituire questa provincia (...) alla madrepatria, l'Iran islamico". L'esistenza della Giordania come stato indipendente è sempre stata precaria, in parte, perché esso è ancora considerato uno stratagemma coloniale di Winston Churchill e, in parte, perché diversi stati (Siria, Iraq, Arabia Saudita) e i palestinesi lo ritengono un'ottima preda.
Il fatto che Israele si trovi in compagnia di questi paesi ha delle diverse implicazioni. Ciò mette in prospettiva il dilemma esistenziale dello Stato ebraico. Se nessun paese al di fuori dell'area mediorientale rischia l'eliminazione, all'interno della regione ciò costituisce un problema di pressoché ordinaria routine, denotando che lo status non-definito di Israele non troverà una repentina soluzione. Questo paradigma evidenzia altresì la vita politica unicamente crudele, instabile e fatale del Medio Oriente. Senza ombra di dubbio, si ritiene che la regione annoveri i peggiori vicini al mondo. Israele è il bambino con gli occhiali che cerca di andare bene a scuola, pur vivendo in una zona della città infestata da gang.
La grave ed estesa malattia politica del Medio Oriente dimostra quanto sia errato considerare il conflitto arabo-israeliano come la forza motrice dei suoi problemi. È più ragionevole considerare la difficile situazione di Israele come il risultato della politica tossica della regione. Prendersela con l'autocrazia mediorientale, il radicalismo e la violenza contro Israele è come biasimare lo scolaro diligente per le gang. Viceversa, risolvere il conflitto arabo-israeliano non fa altro che dirimere solamente quello specifico conflitto senza sanare i problemi della regione.
Se tutti i membri di questo quintetto in pericolo si preoccupano per l'estinzione, i guai di Israele sono quelli maggiormente complessi. Essendo lo Stato ebraico sopravissuto alle innumerevoli minacce alla sua esistenza nei passati sessant'anni, ed avendolo fatto senza perdere l'onore, ciò offre un motivo di festeggiamento alla sua popolazione. Ma il giubilo non può durare a lungo, poiché Israele è giusto che torni sulle barricate per difendersi dalla prossima minaccia.
Daniel Pipes National Post 6 maggio 2008 http://it.danielpipes.org/article/5560


Pezzo in lingua originale inglese: Israel's Predicament at 60: World's worst neighbourhood

mercoledì 21 maggio 2008

Mar Morto

I 60 ANNI D’ISRAELE

A 60 anni dalla nascita dello Stato di Israele, il 15 maggio 1948, esso non è ancora accettato da una parte della politica e della cultura italiana, come hanno platealmente dimostrato le tensioni sorte attorno alla Fiera del libro di Torino. Non si tratta di antisemitismo ma di antisionismo. Ma il dato non è allarmante perché lo stato di Israele è il prodotto dello sterminio degli ebrei, un fenomeno che appartiene alla nostra storia; non riconoscerlo quindi vuol dire cancellare il nostro passato. Senza voler indulgere alla storia fatta partendo con un se, mi sembra difficile negare che senza la Shoah assai più contrastata sarebbe stata la strada del sionismo in Palestina. Gli unici che hanno avuto chiaro fin dall'inizio il nesso inestricabile fra lo sterminio degli ebrei e la creazione di quello che già prima si era chiamato il focolare ebraico in Palestina furono gli americani, e in particolare il presidente Truman. Per costoro l'unico risarcimento credibile era appunto la creazione dello stato di Israele e, pur di propiziarne la nascita, non temettero di scontrarsi duramente con il loro più fedele alleato da sempre, gli inglesi cioè. A dire il vero, il primo a riconoscere Israele fu l'Unione Sovietica: ma lo fece per ragioni ideologiche, perché sembrava che certe esperienze di collettivismo da parte dei coloni ebrei lo avrebbe spostato da quella parte. A Mosca dovettero rapidamente ricredersi, perché è con gli Stati Uniti che Israele costruì un rapporto solido anche se non affatto idilliaco, come ancora si favoleggia. Più di uno fra i presidenti americani ha cercato di contenere l'attività delle lobby ebraiche, soprattutto quando queste hanno tentato di condizionare i comportamenti dell'amministrazione. Solo verso la metà degli anni sessanta a Washington si è definito Israele come un vantaggio strategico americano nel teatro del Medio Oriente. Dichiarazione assai impegnativa, questa, che fa di Israele un alleato, anche se non attraverso legami formali, con un peso del tutto a quello dei paesi dell'Europa occidentale; fra l'altro grazie a un impegno del genere Israele è stata aiutata a sviluppare tecnologia nucleare anche in campo militare ed è stato in seguito tollerato da parte americana la sua non adesione al trattato di non proliferazione nucleare, che pure ebbe negli Stati Uniti uno dei maggiori promotori.
Quanto agli europei la nascita di Israele come atto di risarcimento pressoché nessuno ha voluto intenderlo; tranne forse la Germania che negli anni sessanta il diritto al risarcimento lo riconobbe, ma lo concretò in termini piuttosto prosaici: in carri armati (attraverso una triangolazione con gli americani). Eppure oggi questo ritardo potrebbe essere definitivamente colmato da parte italiana e in generale europea col riconoscimento che nel Medio Oriente il primo nostro impegno dovrebbe essere volto a garantire la sicurezza di Israele, il diritto dei suoi cittadini a vivere entro confini sicuri: il che vuol dire confini che non si possano violare ogni volta che arrivano alla parte opposta congrui rifornimenti di missili. Per l'Italia in particolare un compito ancora spetterebbe: ridefinire il ruolo della missione militare in Libano, una missione alla quale non sono state dati neanche occhi per vedere, e che in tali condizioni nessuno capisce a cosa serva.
di Giampaolo Valdevit http://ilpiccolo.repubblica.it/ 20 maggio 2008

lunedì 19 maggio 2008


14 maggio 1948 - 14 maggio 2008

60° anniversario
dello Stato d'Israele

Buon compleanno Israele !
A 60 anni dalla nascita dello Stato ebraico il 14 maggio 1948 sulla base della risoluzione 181 delle Nazioni Unite, oggi Israele è l’unico Stato al mondo la cui legittimità viene messa in discussione dalla maggioranza dei Paesi arabi e musulmani. Questi, pur essendo membri dell’Onu e pur avendo il dovere di attenersi alla sua Carta, continuano a negare il diritto all’esistenza di uno Stato anch’esso membro dell’Onu e pienamente legittimato dal diritto e dalla comunità internazionale. Ancor più preoccupante è il fatto che alcuni di questi Paesi, con in testa il regime nazi-islamico iraniano di Khamenei e di Ahmadinejad, perseguono deliberatamente e pubblicamente l’obiettivo della distruzione di Israele anche con la minaccia della bomba atomica che mirano ad ottenere in flagrante violazione delle risoluzioni dell’Onu. Nonché tramite il sostegno ai gruppi terroristici dell’Hezbollah, di Hamas e di altre sigle palestinesi, arabe ed islamiche che hanno fatto dell’eliminazione fisica di Israele la loro stessa ragion d’essere ricorrendo all’arma disumana e abietta del terrorismo suicida.
L'auspicio è che nel sessantesimo della nascita di Israele si sradichi definitivamente l’ideologia di odio, violenza e morte generata dal rifiuto pregiudiziale all'esistenza dello stato ebraico e che finalmente Israele possa vivere in pace e sicurezza.

Fondazione Giorgio Perlasca

domenica 18 maggio 2008

Rehovot - casa Weizmann

Israele e i suoi piedi sinistri

Vorrei fare i miei auguri di compleanno a quel paese di carattere che è Israele. Lo faccio pubblicamente, provo per questo paese una gratitudine infinita. Sono stata in Israele anni fa, per lavoro. L’innamoramento è scattato subito, istintivo, così a fine viaggio ho deciso di spostare il rientro di dieci giorni. Sono rimasta a girare quelle terre: in autobus, nei taxi collettivi, a piedi. Gerusalemme ha una luce magica. La sera andavo al pub. Mi stupiva trovarli pieni, qualche mese prima un terribile attentato si era visto proprio in un locale frequentato da universitari. Dopo due giorni era diventato normale anche per me aprire la borsa prima di entrare, farla controllare a un ragazzo - mio coetaneo, ma imbracciava un’arma. In giro, giovanissime facce (anche felici) sopra tute mimetiche e armi a tracolla. Lì le armi non impressionano nessuno. I giovani crescono in fretta, si sposano presto, fanno tre anni di militare, hanno figli. Hanno il senso del tempo che noi abbiamo perso. Salire sugli autobus era un'angoscia. Appena su, studi le facce dei compagni di viaggio, e se hanno zaini, borse, vestiti troppo ampi, pensi se mai scenderai vivo. Un terrorista non porta la divisa. Eppure gli israeliani continuano a riempire ristoranti e fermate di autobus. Sono stata in un mercato affollatissimo a fare la spesa, poi in un bazar tipico, vendevano anticaglie e ho comprato tre piastrelle vecchie a forma di stella con il disegno di pesciolini. Un pomeriggio c’è un attentato, in un centro commerciale non lontano da Tel Aviv, dove mi trovo. Propongo un articolo al giornale per cui ero partita e salto su un taxi. Le transenne iniziano molto prima di arrivare all’angolo dove un ragazzo si è fatto esplodere. Con l’attentatore è morto anche il giovane che faceva la guardia, ha bloccato il kamikaze bloccandolo all’ingresso ed evitando una strage. L’angolo di quel centro commerciale è sventrato. Fili, calcinacci, vetri. C’è odore di bruciato, sembra pollo bruciato. Ci sono piccoli sacchi neri ordinati, per terra, ognuno con una scritta diversa. Non so leggere l’ebraico. Chiedo a un ragazzo cosa ci sia scritto su uno, mi dice: “Piede sinistro”. Israele è lì che combatte, unica democrazia in Medio Oriente. E’ lì che combatte anche per noi, con tutti i suoi piedi sinistri.
Il Foglio.it 17 maggio 2008 di Diana Zuncheddu

venerdì 16 maggio 2008


domenica 11 maggio 2008


Grazie, Israele, esempio di tolleranza per l’Oriente, e anche per l’Europa

Lo Stato d’Israele compie 60 anni. E oggi a Torino si apre con la presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Salone Internazionale del Libro, quest’anno dedicato proprio al sessantennale.E’ una data che emoziona perché carica di significati simbolici. Si tratta dei primi sessant’anni travagliati ed eroici dalla "palingenesi", cioè dal ritorno a nuova vita del popolo ebraico, che per la prima volta nella sua storia ha interrotto, anzi ha invertito la diaspora, e ha ritrovato finalmente la Terra dei Padri. Sono gli anni tumultuosi della nuova storia di Israele-Stato e non più soltanto popolo, quelli che ci separano dal 1948.
Auguri, Israele, e che tu possa vivere almeno altri 6000 anni.
Ma implicitamente la ricorrenza diventa occasione per denunciare all’Italia e al Mondo la vergogna dell’antisemitismo, spesso nascosto e mascherato da "anti-sionismo" o camuffato da apparentemente democratiche "critiche al Governo israeliano". Anche oggi i giornali dell’ultra-sinistra, col pretesto di difendere il diritto alla patria e alla libertà dei Palestinesi, che nessuno al mondo – tantomeno israeliani ed ebrei – contesta, e che anzi tutti appoggiano, si esercitano in penosi e imbarazzanti distinguo tra antisemitismo e antisionismo. Che vergogna.
A parte la patetica interpretazione veteromarxista da bar, secondo cui Israele è per principio colpevole perché è ricco, capitalistico e bene armato, mentre i Palestinesi hanno sempre ragione perché poveri, disorganizzati e addirittura "male armati", come se non ci fossero state le ruberie miliardarie di Arafat e dei corrotti governanti palestinesi, o i carichi di armi dall’Iran e dai Paesi arabi che alimentano scontri militari e attentati continui. Vulgata che oltretutto non tiene conto della verità storica, che cioè è stato proprio il rifiuto dei Paesi arabi ricchi e tradizionalisti dell’accettazione di un eversivo e populistico Stato palestinese alle loro porte l’origine del problema palestinese.
Basta considerare come hanno fatto cronicizzare i campi profughi, ormai più che ventennali.Ma oggi le cose sono cambiate, e in peggio. Fa comodo agli arabi estremisti e ai musulmani fondamentalisti che la "questione palestinese" non venga mai risolta: è una spada di Damocle che sta sopra la testa di Israele e dell’Occidente.Ma anche in Europa e in Italia, i 60 anni di Israele sono una data critica. Le bandiere israeliane bruciate in piazza il I maggio a Torino ci ricordano che la risorgenza dell’odioso pregiudizio nazista – questa volta più all’estrema sinistra che a destra – costituisce un pericolo grave per le Comunità ebraiche in Europa e nel Mondo, per la stessa Israele (attentati, attacchi militari, rischio di distruzione per attacco nucleare), per tutto il mondo libero d’Occidente. Con la sua democrazia liberale, che avrà pure i suoi difetti – come in tutti gli altri paesi liberi – ma vale mille volte il dispotismo medievale e reazionario dei Governi arabi, col suo coraggio eroico, con l’equilibrio del suo grande popolo (immaginiamo che succederebbe a Napoli o Milano se ci fossero attentati sanguinosi e casuali ogni giorno), Israele sta insegnando a tutto il mondo medio-orientale, anzi al Mondo intero, non solo la liberal-democrazia spicciola d'ogni giorno, che è quella su cui cadono parecchi Stati, non solo la virtù civile della dignità, ma anche la psicologia sociale. E sì, perché il popolo israeliano mostra a tutti, a reti tv unificate, come si può convivere in democrazia col dramma quotidiano senza perdere la testa e senza ricorrere a Governi autoritari.
Del resto, la tolleranza e il pacifismo tradizionale del popolo d’Israele sono testimoniati dal buon trattamento della forte minoranza araba israeliana, che oltretutto è cresciuta dal 1948, fino a superare il 30 per cento. Arabi che non vorrebbero mai stare dall’altra parte. E all’opposto, quanti sono gli ebrei felici e contenti in un Paese arabo? Perciò "è giunta l'ora di dire grazie a Israele", riconosce nel suo ultimo numero il settimanale Famiglia Cristiana, più consapevole di altri cattolici delle gravissime colpe della Chiesa di Roma contro gli ebrei: E così argomenta l'editoriale del vicedirettore Fulvio Scaglione: "Mentre sulle piazze ricompare la miseria dei bruciatori di bandiere, noi cittadini dell'Europa e delle democrazie liberali [be’, finalmente un corretto aggettivo, non è la solita solfa antistorica della cosiddetta "Europa cristiana" NdR] riconosciamo il debito con lo Stato di Israele.
La ragione è semplice: Israele, come peraltro il vicino Libano [ahiahi, uno Stato autoritario messo alla pari di uno democratico, solo perché non uccide i cristiani. NdR], è uno Stato multireligioso, multiculturale e multietnico in un Medio Oriente che pratica, al contrario, l'esclusivismo religioso, culturale o etnico, quando non tutti e tre insieme". Israele è insomma "un modello di apertura alla diversità", scrive il settimanale cattolico. "Se un giorno i Paesi arabi sapranno meditare la propria storia e farsi competitivi nella gara della pace, molto del merito andrà a Israele".Grazie, Israele, aggiungiamo noi, perché così cominciò nei Paesi protestanti anche il Liberalismo: con la libertà di credere in ciò che si vuole (o anche di non credere), in tempi in cui – e Famiglia Cristiana diventata "liberale" ha un’improvvisa amnesia – la Chiesa per questa "libertà religiosa" oggi tanto cara a Famiglia Cristiana comminava la pena di morte, in quanto eresia grave da punire col rogo. Insomma, amici cattolici di Destra e Sinistra, un po’ di coerenza, che diamine! Quando riconoscerete che fino a ieri l'altro eravate come l’Islam più fanatico dei nostri giorni, allora forse potrete essere considerati, se non proprio liberali, almeno, che so, "neo-lib".
Nico Valerio
Salon Voltaire, maggio 08, 2008 http://salon-voltaire.blogspot.com/

sabato 10 maggio 2008

kibbutz Mashabim - deserto del Neghev

Buon compleanno Israele!

Sto immaginando di essere a Tel Aviv nella "palestra" dove e' nato lo Stato indipendente di Ben Gurion, Golda Meier e tutti gli Altri componenti di quello storico momento. Sento dentro di me l'Inno Nazionale dell'amata Terra e ho ancora l'emozione e sono ancora commosso al ricordo di quei momenti cosi' intensi, cosi' amati! Buon sessantesimo cara Terra dei nostri Padri e che la Pace sia con Voi e con Noi. Renzo Barison

Gerusalemme

AUGURI, ISRAELE!
The Faces and Places of Israel in the 21st Century

08-05-2008 Israele
Oggi Oggi lo Stato di Israele del 2008 assomiglia poco al piccolo paese agricolo che dichiarò l’indipendenza 60 anni fa. Oggi Israele è un paese di punta in campi come l’high-tech, il biotech, l’ecologia, la cultura e le arti. In occasione del 60esimo anniversario dell’indipendenza ISRAEL21c dedica questo video ai volti e ai luoghi di Israele nel XXI secolo.
Per vedere il video, clicca su:http://it.youtube.com/watch?v=jZX7WKsn5QE

giovedì 8 maggio 2008

le torri di Tel Aviv

PER ALCUNI GIORNI TERRO' APERTO QUESTO SPAZIO PER CHI VOLESSE INVIARE UN CONTRIBUTO PER I 60 ANNI D'iSRAELE

Shalom, buon compleanno alla Patria del mio cuore, condivido con te la mia gioia per la nascita sessant’anni fa di questa meravigliosa nazione che ha reso il mondo migliore
Maria Pia da Milano

mercoledì 7 maggio 2008

Gerusalemme - Corte Suprema

"L'esistenza e la legittimita' dello Stato di Israele sono un pilastro delle relazioni internazionali e della politica estera italiana. E' certamente legittim ocriticare azioni e decisioni dello Stato di Israele. Ma e' illecito, oltre che illegittimo, bruciare bandiere israeliane nelle piazze, inneggiare all'intolleranza, promuovere boicottaggi anti-israeliani''...''tutto cio' che esula da una costruttiva 'critica politica', induce all'antisemitismo, contro cui Europa ed Italia devono e possono reagire senza ammiccamenti o tolleranza''. On . Franco Frattini

"Non si deve permettere a nessuno di bloccare le occasioni di dialogo, perche' bloccando il dialogo si blocca la pace ... Le scuse andrebbero fatte anche al presidentedella Camera Gianfranco Fini, le cui parole, a favore del dialogo, sono state travisate. Per me, assistere a certe polemiche e' stato uno shock: e' assurdo perdere occasioni di dialogo, ma questo accade anche perche' l'Europa vive la pressione di un certo estremismo che non fa certo bene al confronto, che invece ci deve essere, fra le diverse culture".... " In Marocco, si cerca con impegno il dialogo interculturale tra le diverse religioni". On. Souad Sbai (Pdl)


AUGURI, ISRAELE

Mi sono sempre chiesta da dove nasca il mio amore per lo Stato di Israele, premesso che non sono ebrea e dunque non ci sarebbe di mezzo una questione di appartenenza. Uso il condizionale perché, anche se non sono in ballo la nascita o la famiglia, tuttavia condivido in pieno i valori ebraici e cerco di farli miei: il diritto al dubbio, la continua ricerca, la sete di D-o, ma anche la sacra presunzione di litigare con Lui, se ritengo di farlo. E non c’è barba di prete, o mediatore, o persona di buon senso che mi possa fermare.
Quando, nel giugno 1967, avevo 19 anni…..eh sì, Israele ed io abbiamo la stessa età, tra l’altro siamo nati negli stessi giorni…. Quando, nel giugno 1967, tutti, da noi, davano addosso ad Israele che aveva osato beffare Amalek giocando d’anticipo, fui l’unica, tra i miei amici, a difenderlo; e quanto mi arrabbiavo a sentire i loro discorsi imparati a pappagallo, identici a quelli attuali dei vari Vattimo e sodali! Mi arrabbiavo, ma mi veniva anche da ridere, perché nella crudeltà, nella stupidità e nella malafede c’è una forte vis comica. Pensiamo al Grande Dittatore di Chaplin. Logico che ridi, non mediti subito sull’orrore della Shoah.
E’ un grande amore che dura da allora, con approfondimento costante della storia e della sua realtà.
Una realtà fatta di un ethos nazionale molto forte, di accoglienza nei confronti del diverso che non ci sogniamo neppure; di amore per la natura e gli animali; di progresso scientifico e tecnologico senza uguali….. Quelli che scrivono sul web spazzatura contro lo-Stato-razzista-che-pratica-l’apartheid dovrebbero usare solo carta e penna, se fossero coerenti…
Poi c’è la letteratura: fantastica, con quegli Autori semplicissimi da leggere in apparenza, molto complessi da penetrare nel profondo. Ogni romanzo, una volta terminato, dovrebbe essere riletto: ci troveresti sempre qualcosa di nuovo. A volte me la prendo con gli scrittori perché, nelle loro valutazioni politiche, spesso vedo dei wishful thinking; ma la sfuriata dura poco. Li amo anche per questo. Magari tra me e me ci litigo.
Poi c’è anche…….
Basta! Buon compleanno Fratello Gemello Israele; o Sorella, se preferite

Mara Marantonio (Bologna)

La bandiera Israeliana venne adottata il 28 ottobre 1948. Rappresenta una stella di David blu, su sfondo bianco, posta tra due strisce blu che ricorda il “tallit”, il manto di preghiera ebraico.

Per chi volesse ascoltare l’Hatikvà, l’inno nazionale d’Israele, rimando a:
http://it.encarta.msn.com/encnet/refpages/RefMedia.aspx?refid=221623552&artrefid=761575008&sec=-1&pn=1

La mia proposta agli italiani per i 60 anni di Israele: il 14 maggio esponiamo pubblicamente la bandiera israeliana
Il presidente Giorgio Napolitano dia l'esempio accogliendo simbolicamente la bandiera con la stella di David alla Fiera del Libro di Torino

di Magdi Cristiano Allam

In Italia esporre la bandiera israeliana è di fatto vietato perché considerata di per sé come “provocatoria”, in quanto espressione di uno Stato percepito come illegale e criminale che può essere, per forza maggiore, tollerato ma mai e poi mai pienamente legittimato come qualsiasi altro paese del mondo. Ne abbiamo avuto conferma con la reiterata aggressione, nel corso del corteo romano del 25 aprile, contro i superstiti della “Brigata Ebraica” e i sopravvissuti ad Auschwitz, rei di aver sfilato sventolando la bandiera con la stella a sei punte. Così come si è verificato il giorno prima a Torino quando il questore, Stefano Berrettoni, ha negato ad alcuni esponenti della comunità ebraica l’autorizzazione a sostare pacificamente con la bandiera israeliana accogliendo il presidente Napolitano all’inaugurazione della Fiera del Libro l’8 maggio che, proprio quest’anno, ha Israele quale ospite d’onore nel sessantesimo della sua fondazione.
Il questore ha addotto “motivi di ordine pubblico”, precisando che l’esposizione delle bandiere israeliane davanti all’ingresso della Fiera del Libro “sembrerebbe una provocazione”, che rischierebbe di far esplodere lo scontro con i manifestanti ostili alla presenza di Israele e che il 10 maggio sempre a Torino indiranno una manifestazione nazionale per la “Palestina libera”. Il questore ha quindi disposto che l’accoglienza del capo dello Stato avverrà all’interno della Fiera. Di fatto a Torino da mesi questi manifestanti, appartenenti perlopiù all’area della sinistra radicale, espongono liberamente bandiere palestinesi ovunque e imbrattano impunemente la città di scritte anti-israeliane. Tutto ciò a loro è consentito perché appartiene, piaccia o meno, a una consolidata tradizione politica filo-araba e filo-palestinese che l’Italia ha promosso sin dal dopoguerra. E anche se oggi è una minoranza ad esprimerla pubblicamente, di fatto sono molti di più quelli che condividono il pregiudizio anti-israeliano.Dobbiamo prendere atto del fatto che in Italia è del tutto legittimo sventolare la bandiera di uno Stato inesistente e che non è mai esistito nella storia, la Palestina, mentre si può rischiare il linciaggio se ci si espone pubblicamente con la bandiera di uno Stato esistente e pienamente legittimato dalle Nazioni Unite. Il fatto assume connotati ancor più incresciosi considerando che la Palestina vagheggiata non è uno Stato che dovrebbe convivere pacificamente al fianco di Israele, bensì sostituirsi ad Israele di cui si nega il diritto all’esistenza. Questo paradosso non viene meno anche di fronte all’orientamento della comunità ebraica di assecondare la decisione del questore di Torino all’insegna del quieto vivere e per non creare alcuna tensione che potrebbe portare all’annullamento della presenza di Napolitano.Ebbene proprio il capo dello Stato, che si è già coraggiosamente schierato a difesa del diritto di Israele all’esistenza condannando l’anti-sionismo quale nuova forma di antisemitismo, potrebbe nel sessantesimo della fondazione dello Stato ebraico assumere una decisione altrettanto coraggiosa per legittimare a pieno titolo l’esposizione della bandiera israeliana ovunque in Italia. Napolitano potrebbe dare lui stesso l’esempio accogliendo una bandiera israeliana offertagli dall’ambasciatore Gideon Meir, nel giorno dell’inaugurazione della Fiera del Libro. Il suo esempio potrebbe essere raccolto dalle istituzioni pubbliche e dagli enti locali, esibendo nel giorno dell’indipendenza di Israele, il prossimo 14 maggio, la bandiera israeliana. Sarebbe un gesto simbolico che, oggi più che mai, in una fase storica in cui l’Iran e la Siria rincorrono l’arma atomica per distruggere lo Stato ebraico, corrisponderebbe a una precisa scelta etica a favore del diritto alla vita.
http://www.magdiallam.it/node/4841