martedì 16 settembre 2008


Jiri Georg Langer, Eros nella Cabbalà, La Parola, Roma 2007

Jiri Langer (Praga 1894 - Tel Aviv 1943) a 19 anni decide di patire per Belz (Galizia Orientale) per vivere tra i Hassidim. Da questa sua esperienza nascono due libri: Le nove porte, pubblicato anni fa da Adelphi, e Eros nella Cabbalà, appena uscito per i tipi della nuova casa editrice romana La parola.
Il libro secondo le intenzioni dell’Autore - un raffinato intellettuale praghese la cui avventurosa esistenza di per sé potrebbe costituire un romanzo - costituisce un’introduzione ai misteri della Qabbalah e insieme una riflessione sulla natura e potenza di Eros considerato come suo fondamento. Non si tratta, beninteso, dell’eros tanto celebrato dalla nostra società segnata dal consumismo e da un vuoto edonismo, ma dell’Eros visto come principio dell’essere, Yesod, elemento di unione fra le dieci Sefirot, entità considerate emanazioni divine attraverso le quali D. crea e mantiene in vita tutto l’universo. Bellissime sono le espressioni con le quali Langer, ispirandosi ad antichi testi della tradizione cabbalista e biblica, parla di D. definendolo l’Infinito, l’En Sof, “che congiunge e unifica tutti coloro che si appartengono”, che abbellisce incessantemente la sua creazione e la porta, superando progressivamente il male stesso, i dolori e le sofferenze, verso il Bene assoluto. “L’intera creazione è simile a un albero che vive solo grazie alle proprie radici; così tutte le creature sussistono solo grazie alla Causa delle Cause, che è la radice che tutto vivifica”.
Per tentare di comprendere quale sia il posto di Eros nella Qabbalah, afferma Marco Morselli, curatore e, insieme a Daniele Capuano, traduttore del libro, dobbiamo ricordare che il mondo in cui viviamo costituisce solo una parte di un sistema di mondi molto complesso. Questi mondi spirituali si compenetrano e interagiscono tra loro e il mondo materiale. Ognuno di questi mondi corrisponde ad una delle quattro lettere del Nome di D. Tutti sono vivificati, circondati e compenetrati dal Suo amore. L’amore infinito è l’unica cosa che possiamo conoscere della natura di D., ed un suo riflesso possiamo sperimentarlo nella nostra vita ogni volta che facciamo esperienza dell’amore in tutte le sue sfaccettature.
Sottolineando come vi siano profonde connessioni tra pensiero cabbalistico e antichissime espressioni della mistica orientale (alla quale hanno attinto anche molti filosofi greci, tra i quali in particolare Platone), Langer, dopo aver paragonato il giudaismo ad “un albero spuntato in un abisso profondo coperto da spesse nubi” che però “ è fiorito magnificamente”, si chiede quale sia stata la forza misteriosa che lo ha reso così pieno di frutti. La risposta,secondo il suo parere, contenuta in due significativi brani dello Zohar (il testo basilare della Qabbalah), deriva dal passo del Levitico:” Voi sarete santi perché Io sono santo. Io, Colui che è, il vostro D.” (Lv 19). “Per questo il Santo, sia benedetto, scrive Langer, non prende dimora se non in chi è uno come Lui… E quand’è che l’uomo è detto uno? Quando l’uomo e la donna sono uniti durante l’atto sessuale… formando un unico corpo e un’unica anima”. Una tale affermazione, che a prima vista potrebbe sembrare quantomeno bizzarra a chiunque si accostasse con diffidenza al tema della sessualità e dell’amore, fa parte invece del patrimonio spirituale dell’ebraismo: “Chi non ha mai conosciuto la violenza di un amore appassionato nei confronti di una donna, non potrà mai giungere all’amore di D.” ribadisce il famoso cabbalista Rav Eliyahu di Vidas da Safed, ben noto per il suo rigore e per il suo ascetismo.
Ciò che leggiamo sull’eros nel Simposio di Platone o in altri importanti testi orientali,come le Upanishad indù, trova ampio riscontro negli scritti più significativi dell’ebraismo, dal libro del Genesi al Talmud. In quest’ultimo il versetto biblico: “E D. creò l’uomo a sua immagine, a immagine di D. lo creò, maschio e femmina li creò” (Gn 2,22) viene interpretato come: ”Egli li creò con due volti e solo dopo li separò”. Con tali parole viene spiegato ciò che è alla radice del desiderio erotico: la tensione alla ricomposizione di un’unità originaria perduta che possa nuovamente formare nella sua completezza il biblico Adam, l’essere terrestre in cui la componente maschile e quella femminile erano armoniosamente integrate. Da questa stessa radice deriva altresì l’ardente desiderio di accogliere intimamente, con profondo amore, le parole della Torah e di metterle in pratica nella vita. La stessa Torah è paragonata al volto dell’amata che, in un sottile e intenso gioco di seduzione, solo l’amato riesce a vedere.
Il potenziale straordinario dell’amore, la sconvolgente forza dell’Eros percorre dunque anche il pensiero biblico ed emerge con particolare impeto nell’ambito dei testi profetici e soprattutto nel Cantico dei Cantici, dove D. ed Israele sono rappresentati come due fidanzati, in un contesto sponsale. Tutto ciò mostra come, nel trascorrere dei secoli, sia progressivamente maturata una riflessione tesa ad estendere il rapporto dell’Eros non solo dal Creatore alla singola creatura, ma a tutto il popolo di Israele e poi al mondo intero. Una parte interessante del libro – che, ricordiamolo, alterna pagine dedicate alla riflessione filosofica e teologica con altre che ripercorrono le vicende biografiche di alcuni personaggi, capaci di avvalorare con il loro vissuto ciò che Langer espone a livello concettuale, è dedicata a descrivere due differenti modi di valutare e di vivere concretamente l’esperienza dell’Eros presenti nella spiritualità dell’ebraismo, pur partendo dalla stessa radice. Da una parte infatti si è assistito ad una vera e propria idolatria della donna, praticata prima dai sabbatiani ( discepoli di Shabbatai Sevi, l’aspirante Messia del XVII sec.), poi da Jakob Frank (1726-1816) e dai suoi seguaci, dall’altra all’esaltazione dell’amore fra uomini, inteso come conseguenza di una profonda attrazione sia fisica che spirituale, capace di legare un Maestro ai suoi discepoli e di fondare vere e proprie comunità come quella degli Esseni nel mondo antico, o quella dei Hassidim, fondata dal Rebbe Yisrael ben Eliezer Baal Shem Tov nel XVIII secolo.
Significative sono le pagine che descrivono la vita in questo ultimo tipo di comunità, segnate tutte da una vera e propria venerazione per il Rebbe che ne è a capo, dalla vita comunitaria, dalla preghiera e dall’incessante studio della Torah e degli altri grandi testi della spiritualità ebraica, le cui stesse lettere alfabetiche che li compongono, secondo i cabbalisti, possiedono una forza attiva soprannaturale, una profonda energia sessuale capaci di creare, attraverso la potenza di Eros/Yesod, arcane ed ineffabili corrispondenze tra il mondo materiale dell’azione (Asiyah) e i mondi superiori, la cui esistenza e la cui conservazione dipendono incessantemente da En Sof, Causa di tutte le cause, Motore di tutte le motivazioni. Concludendo, non ci si può che congratulare con la casa editrice La parola per avere messo a disposizione del lettore italiano quest’opera di Langer, poiché essa costituisce una positiva introduzione allo studio della Qabbalah per i lettori non esperti di tale materia, ma comunque interessati ad avere un corretto approccio con i suoi contenuti, ben oltre certe superficiali e distorte interpretazioni che in questi ultimi anni sono state proposte dai mass-media.
Ma la lettura può essere stimolante anche per chi possiede della Qabbalah già una certa conoscenza, in quanto offre l’occasione di un ulteriore approfondimento e inoltre può contribuire a sviluppare nuovi interrogativi e ricerche sull’influsso che i testi cabbalistici hanno avuto, talvolta anche in maniera occulta, su tanti aspetti del pensiero, della spiritualità, della letteratura e dell’arte europea. Di Gabriella Maestri

lunedì 15 settembre 2008

Gerusalemme, ponte Calatrava


Solo poche pagine di un dettagliato, splendido diario del nostro ultimo viaggio in Israele, febbraio 2008, scritto da Luisa Fazzini. Chi volesse l'intera opera può farne richiesta con un commento sul blog.

24 febbraio 2008 – domenica

Oggi visiteremo tre punte di diamante della realtà gerosoliminiana, la Knesset , la Corte Suprema , il grande Museo della Shoah, lo Yad Vashem e saranno emozione e commozione altissime, un’esperienza indimenticabile. Grandissimo è stato il mio coinvolgimento,al di là e al di sopra di quanto mi aspettavo.. Ho avuto davanti agli occhi come è stata realizzata, con sistematicità, l’attuazione di una minuziosa simbologia attraverso un’ architettura moderna di importante impatto visivo e di evidente intento didascalico in un contesto che non dimentica mai la dimensione estetica.
Arriviamo con il pullman alla Knesset, ma prima abbiamo percorso una vasta area che è la cittadella universitaria modernissima, frequentata da studenti provenienti da tutto il Paese ma anche dall’estero, con un vario programma di ricerche in tutti i settori. Ogni edificio è circondato da un parco di alberi di alto fusto e di ricco fogliame. Anche l’edificio del Parlamento ha tutto intorno distese di prati con aiuole fiorite, tra cui 15 acri che accolgono roseti con esemplari provenienti da tutto il mondo. Si può ammirare sull’orizzonte il Monte Herzl , coperto da un folto parco , che è dedicato a Theodor Herzl, l’ispiratore del Sionismo, sulla cima del monte, di più di 800 metri, c’è la tomba di Izhac Rabin e sul lato nord il cimitero militare dei 6.000 caduti in guerra. Davanti al Palazzo della Knesset (Assemblea) c’è una colossale Menorah di bronzo, opera di B. Elkan, donata dal governo inglese , che nelle sue braccia ha raffigurata in precisi riquadri la storia di Israele. Il Palazzo ha elementi ispirati alla classicità del Partenone e vuole ricordare anche la struttura del primo Tempio degli Ebrei, ha una base di cristallo trasparente perché così deve essere la vita dell’ organo di governo, l’opera è del 1966 dell’architetto Klarwin e di D. Karmi. All’interno, oltre alla sala del Parlamento, ad emiciclo, con poltrone di cuoio e prevalente colore marrone anche perché tutte le pareti sono ricoperte di legno, con la parete di fondo, dietro il tavolo della Presidenza, di pietra bianca di Gerusalemme, che vuole richiamare il Muro del Pianto, ammiriamo gli stupendi arazzi , il Trittico, ispirato alla Bibbia: Creazione – Esodo dall’Egitto – Entrata in Gerusalemme e i mosaici pavimentali, tutte opere di Marc Chagall, grande pittore ebreo russo, che ha voluto donare questi ornamenti al suo Paese.
[La rappresentazione di David che danza, desideroso di umiliarsi di fronte a Dio, felice, davanti all’arca che entra in Gerusalemme, con in un angolo, dietro una porta , la moglie Micol, che lo guarda con aria critica, è proprio come la descrive Dante nel Canto X del Purgatorio (vv. 64-69: “ Li precedeva al benedetto vaso , / trescando alzato, l’umile salmista, / e più e men che re era in quel caso. / Di contra, effigiata ad una vista / d’un gran palazzo, Micòl ammirava / sì come donna dispettosa e trista.” ( l’episodio è tratto dalla Bibbia, 2 Reg , VI,16) ]
Al vertice opposto di un ideale collegamento diretto rispetto alla Knesset c’è l’ardito edificio modernissimo, ideato dai coniugi Ram Carmi e Ada Carmi Malamed , una delle cose più interessanti ed indimenticabili di questo viaggio, la Corte Suprema (1993). Qui tutto è stato previsto per avere un significato allegorico preciso, a cominciare dalla scala di ingresso che deve far pensare alla salita al Cielo, anche attraverso la spettacolare vista che si ha di Gerusalemme dalla grande vetrata che si trova al punto terminale della scala. Nel corridoio d’entrata un muro è di pietra bianca di Gerusalemme, per ricordare la continuità del passato, l’altra parete è semplicemente bianca per accennare al futuro che è tutto da scrivere. L’edificio ha tre piani come ci sono tre Corti e tre tipi di giudizi. L’ampio spazio di accesso, di fronte alle aule, con pareti altissime e grandi vetrate e con emicicli corredati di comodi sedili e un sistema di insonorizzazione per consentire colloqui più discreti e privati di avvocati e ricorrenti, allude ad una strada o piazza a cui si accede senza difficoltà, perché così deve avvenire per chi adisce alla giustizia. Così sono state concepite le aule di giudizio , di misura e di struttura tali da essere accoglienti per ebrei, musulmani, cristiani ossia devono apparire come un spazio simile ad una sinagoga, ad una moschea o ad una chiesa. Il luminoso cortile interno conserva le scansioni austere di tutta la restante costruzione ed è attraversato da un solco in cui scorre acqua gorgogliante, nella direzione esatta della Knesset perché il Parlamento deve essere ispirato da quei principi di purezza e vitalità, rappresentati dall’acqua corrente, che gli provengono dalla Corte Suprema . All’interno dei vari piani si alternano continuamente, linee rette e linee curve, nell’intento di ispirare l’idea che le leggi devono essere rette, mentre il giudice deve giudicare dopo aver valutato la complessità della realtà in cui farà valere la sua sentenza.
Ma le emozioni non erano esaurite: mi attendeva quella che da sola può motivare questo viaggio.: la visita allo Yad Vashem, “Un monumento un nome”: questo è il significato delle due parole . Le lacrime mi sono salite, ma le ho trattenute, agli occhi sin dal primo impatto, benché ero abbastanza preparata a quanto avrei incontrato sul mio cammino. E’ stata una vera discesa nel Dolore; non so quanto condiviso da tutta quella folla di visitatori, certamente toccati da una simile atroce vista ma anche troppo intenti a fotografare, sedersi, bisbigliarsi qualcosa di immediato, non collegato con quanto li circondava.. Io ho sentito uno strappo nella mia carne. Mi è venuta in mente la descrizione dello stato d’animo della cosiddetta seconda generazione di ebrei, soprattutto americani, nati da sopravvissuti alla Shoah, che ho molto apprezzato nel libro “L’archivista” di Martha Cooley (Guanda,1998). Lì veniva messo in luce il senso di colpa per la propria vita rispetto a quella, stroncata, di tanti esseri fratelli e, comunque, il profondo senso di angoscia per quelle inenarrabili sofferenze, da esserne intaccati per sempre. Ho provato tutto questo di fronte sia alle immagini introduttive a questo luogo di memoria, quelle del Campo di sterminio di Clod, da cui nessuno è uscito vivo, sia a quelle degli incendi di libri nel famoso inizio dello sterminio e alla profetica frase , detta da Heine nel 1921, ancora lontano da quel furore : “Quando i libri vengono bruciati, anche l’essere umano verrà bruciato”. Ancora maggior commozione mi ha invaso di fronte alle originalissime fotografie animate con il computer da una fotografa americana, che è riuscita a far “muovere” le figure che erano state fissate su pellicole , nei loro gruppi famigliari o nelle loro occupazioni quotidiane o nel via vai di città o dei poverissimi ma intensi schtetl del centro Europa, dalla fine ‘800 ai primi decenni del ‘900.
In questa sorta di filmato un po’ più statico dell’abituale si potevano apprezzare le teste che si giravano verso di noi, mostrandoci il sorriso, o il faticoso pedalare di un contadino di uno schtetl polacco, che aveva caricato sulla sua bicicletta anche cesti di verdure o animali da cortile, o ancora il lento passo di eleganti figurine femminili a passeggio per i viali di un bel giardino di città o bambini intenti a rincorrere il rimbalzo di una palla. E poi, improvvisamente, altre immagini, più irrigidite e soprattutto viste dall’esterno di case, le cui finestre sempre più raramente erano aperte, sino a giungere allo squallore di uno scorcio di polverose strade abbandonate dove erano agitati da un turbine, metaforica allusione allo sconvolgimento imminente dello sterminio, di tristi e stentati cespugli: la parabola, neanche troppo velata, di una vitalità che da vigorosa e attiva si è andata restringendo e rallentando fino allo spegnimento. L’annullamento era in atto e stava quasi vincendo. Lo sgomento mi ha preso mentre mi infilavo nella via in leggera discesa che ci costringeva a procedere verso gli altri ambienti, l’uno svolgentesi nell’altro dove i nostri occhi non potevano posarsi se non su immagini che suscitavano continua costernazione per la loro moltiplicante dolorosità, senza però alcuna concessione a scorci di mestizia edulcorata; sono presentazioni di una pura e immane tragedia. Credo che il maggiore merito di questa esposizione è di dare la cognizione della enormità e della sistematicità dello sterminio, che però non è riuscito nel suo intento ultimo, la cancellazione del popolo ebraico, per un’unica forza, credo, quella della mente di coloro che sono riusciti a non piegarsi e a trovare in sé e in qualche altro compagno la tenacia della volontà di affermazione della loro umanità, prevalente su tutto. Ma è indicibile il male inferto e sopportato; quel peso mi è entrato dentro e non lo posso allontanare: ho temuto, ho patito, ho pensato che comunque era facile per me, che ero lì e guardavo: non avevo gli occhi pieni della vista di quel sangue, le narici piene di quegli odori, le membra tremanti per quel gelo e per quella fame. Ho meglio compreso la frase che mia madre diceva negli anni immediatamente dopo la guerra: “Non potrò mai più sorridere”. La sua lunga e operosa oltre che generosa vita l’ ha portata a godere, invece, di tanti buoni momenti, ma credo che Lei si sia sempre sentita una privilegiata, quindi con un obbligo sacrale e assolutamente mai rivelato, ma non per questo inconsapevole, all’impegno costante a vedere gli altri e a farsene carico, mai richiudendosi in una cieca e irraggiungibile staticità nel proprio, mai sentito come esclusivamente tale . Questa convinzione maturata davanti a quelle emozioni è una delle ricchezze che mi ha portato questo viaggio. Altre due forti esperienze, voglio ricordare di questa visita.
Una si è sviluppata quando abbiamo raggiunto l’ultima sala del nostro percorso, la Sala dell’Archivio. Siamo entrati in essa da una passerella sospesa, che collega due larghe pareti cilindriche concentriche.: su quella di fondo si stagliano le mensole concentriche , l’una sopra l’altra lungo tutta l’altissima parete e sono occupate da centinaia e centinaia di allineati dossier cartonati scuri, con sul dorso un’etichetta che porta scritti rigorosamente a mano, in elegante corsivo antico, un nome e un cognome, gonfi al loro interno di fitti fogli di carta, talora anche accartocciati e un po’ stracciati : gli unici documenti che attestano le singole vite di tutte quelle vittime. L’altra parete interna, che si rastrema ed incurva in una cupola è del tutto coperta di fotografie di uomini donne vecchi bambini, che ci guardano ma, nel contempo, si riflettono in uno specchio d’acqua contenuto in un bacino posto sul pavimento, sprofondato, in corrispondenza alla cupola. L’effetto di moltiplicazione di tutte quelle immagini lancia un chiaro messaggio di continuità e di collegamento di quei volti, di quelle persone con noi visitatori, a loro collegati attraverso questa corrente visiva. Qui le lacrime non le ho potute, né volute, trattenere.
Eppure da questo strazio venivamo obbligati a staccarci nel momento in cui ci siamo avviati sull’ultimo tratto di questa sorta di strada che ci aveva portato sin lì, ma, differentemente da prima, ora si stava innalzando verso una radiosa parete di cristallo, aperta su uno spettacolare panorama della vallata circostante, verdeggiante di tanti alberi e costellata dei colori dei fiori, dei prati, delle case, insomma , andavamo verso la vita. Gli stessi criteri architettonici e didascalici guidano il visitatore anche nel Memoriale dei Bambini, più di un milione, sterminati nei lager. Qui, tuttavia, è più forte e avvertibile il richiamo all’obbligo della memoria, che deve permanere squarciando le tenebre dell’oblio come fanno le illimitate fiammelle che tremolano nel buio di un passaggio, attraversato con l’aiuto di un corrimano e avanzando con la sensazione della cecità. Poi si ritrova la luce e si esce nel giardino che circonda anche questa costruzione. Quelle mille luci altro non sono che il riflesso in pareti di specchio di sole cinque candele, dimostrando ancora una volta quanto possa una forte e tenace volontà, quanto valga l’amore per la vita, magari nel ricordo. Bene hanno fatto a disseminare vari monumenti a persone che si sono impegnate in grandi imprese di salvazione nel parco tutto intorno; voglio ricordarne una sopra tutte, il monumento che eterna l’eroica azione di protezione e poi di personale sacrificio estremo del dott. Janusz Korczak, che aveva organizzato un ospedale-ricovero per bambini prevalentemente orfani e, pur potendo salvarsi, ha voluto seguirli nel lager per essere loro vicino fino all’ultimo; è commovente la rappresentazione dell’abbraccio di quell’uomo generoso che vuol creare uno scudo col suo braccio e con la sua grande mano ai suoi piccoli protetti. A questi luoghi si accede dal famoso Viale dei Giusti, dove ogni albero, di solito un olivo, benché inizialmente si volevano dei sicomori, molto diffusi in questo territorio e utilizzabili in tutte le loro parti nonché citati nella Bibbia e crescenti tanto lentamente che chi li pianta sa che lo fa per i suoi discendenti, porta il nome di una persona, non ebrea, che si è prodigata, a rischio della sua vita, per salvare un ebreo.
Dopo questa serie di visite di particolare valore e intensità di emozioni, che forse sarebbe stato meglio diluire in due giorni, a tutela di equilibri cardiaci messi a dura prova da tanta intensità di ondate emotive, raggiungiamo il complesso universitario dove avremo l’incontro con il prof. Sergio della Pergola, italiano ma ora docente presso l’Università di Gerusalemme, che sarà, in autunno nostro oratore a Trieste. Prima di arrivare però a questa meta, attraversiamo il quartiere abitato esclusivamente da ultraortodossi (haredim), detto Mea Schearim (che significa “cento porte o cento volte”). Qui, gli uomini non lavorano ma studiano soltanto il talmud e i sacri testi, perché rifiutano di modificare la natura che li circonda con il lavoro manuale, mentre le donne, rigorosamente a capo coperto con fazzoletti, cappelli o parrucca, vestite pesantemente con calze grosse, gonne lunghe e braccia completamente coperte, oltre a fare , mediamente, 5/6 figli, spesso lavorano per aiutare il mantenimento della famiglia. Lo Stato eroga un sussidio ai maschi, in segno di rispetto per i loro studi, ma questo non è sufficiente al mantenimento di tali numerose famiglie. Nel quartiere, tutto è separato; hanno propri negozi, ospedali, scuole, si cibano e si comportano nella piena osservanza del rituale più rigido; evitano di uscire dal quartiere stesso; hanno giornali e trasmissioni radio specifiche, ma vi ricorrono poco; preferiscono dare notizie attraverso un sistema di manifestini, che vengono attaccati agli alberi, sulle vetrine dei negozi o sui portoni. Ad uno sguardo rapido, la vita sembra molto povera e arretrata. Spesso, giovani promettenti di queste comunità scappano e, talora, vengono accolti da famiglie meno osservanti, vengono adottati e poi proseguono negli studi e raggiungono brillanti posizioni.. Incredibile il colpo d’occhio di queste strade affollate e animate da moltissimi giovani e ragazzini oppure austeri uomini con lunghe barbe fluenti e lunghi ricci, alle tempie , i peots, i riccioli rituali, che sbucano dai più strani cappelli, prevalentemente di feltro nero, a larga tesa, mentre altri portano dei grossi colbacchi di pelliccia; tutti sono coperti, in qualsiasi stagione, da lunghi e pesanti cappotti neri. Il tempo è scandito come negli schtetl del centro-Europa; si parla lo yiddish mentre l’ebraico è usato solo per i riti religiosi. Non riconoscono lo Stato di Israele perché non fondato dal Messia Come scoprirò dalla risposta che il prof. Della Pergola mi darà, gli ultra-ortodossi sono presenti in tutto Israele, calcolabili al 10 % e sono, quindi, un non piccolo problema per il Governo, che li deve mantenere. Si registra, ora, un compromesso per certi lavori nell’elettronica, in quanto ritenuta un campo di azione non manuale, per cui si può ipotizzare che le nuove generazioni saranno impegnate in qualche lavoro di questo tipo..
Attraverso un lungo tragitto che comprende il passaggio in una galleria , una specie di ambiente da metropolitana, dove invece gli studenti universitari prendono i vari mezzi per tornare a casa, procediamo verso il terzo piano di un edificio universitario e, in una bella aula ad emiciclo, ascoltiamo l’ interessante conversazione-lezione.del prof. Della Pergola, che ci illustra come è organizzata la società in Israele. Ci sono state molte domande molto ben impostate e fatte da persone preparate e intelligenti e anche la mia domanda al professore è stata molto apprezzata dai miei compagni di viaggio, che mi hanno dimostrato apertamente il loro consenso, e anche da lui, che si è molto divertito quando ho introdotto il quesito sul pesante problema economico rappresentato da questa fascia di cittadini non-lavoratori e ostili, pur riconoscendo l’alto valore ideale dello studio e della dedizione alla meditazione filosofico -religiosa .
La bella giornata si è conclusa quindi con questa immersione nella vita politica e quotidiana di Israele, poi siamo andati a cena e qui vale la pena di dire due parole su cosa e come si mangiava.
Nel bell’albergo di Gerusalemme, era sempre tutto preparato, con grande abbondanza e buon gusto nel porre insieme piatti di cibarie coloratissime e appetitose, sicchè bisognava stare attenti a non avere gli occhi più grandi della bocca, abbondavano verdure cotte e crude, salsine piccanti o dolci, ma sempre gustose, c’era varietà di carni rosse e bianche, c’era quasi sempre della minestra di cipolla, piuttosto delicata, e insalata di pasta (non so se una concessione agli ospiti italiani), c’era anche del pesce, che è stato gradito a chi lo ha assaggiato. Al mattino, la colazione, offriva una tale gamma di yogurt e di formaggi molli, insaporiti alle erbe o dolci, brioches e torte che, a lasciarsi andare, si rischiava una indigestione bella e buona. Non mi è accaduto nulla di tutto ciò. Ultimo pernottamento a Gerusalemme : è certo che è un luogo da rivisitare, è sicuramente un luogo dell’anima.

25 febbraio 2008 – lunedì


Si parte con puntualità dall’albergo con i nostri bagagli perché ora si incominciano i veri spostamenti, con una sequenza piuttosto fitta di visite ad Istituti di ricerca, monumenti e/o luoghi storici, kibbutz e visite a territori caratteristici. Questo viaggio è stato impostato sulla conoscenza dello Stato di Israele in occasione del 60° anniversario della sua fondazione perciò toccheremo certi punti , come l’Istituto di Ricerca Weizman o l’Ayalon Institut presso Rehovot, dove potremo valutare la capillarità e vastità dell’impegno dello Stato per approfondire studi e sperimentazioni in campo medico, agricolo, fisico-chimico, da cui trarre benefici per tutta la comunità con sistemi di avanguardia ma anche luoghi di memoria storica carissima ai fondatori di Israele, evocatori di tempi eroici..
Lo comprendiamo bene quando veniamo accolti con vivo senso di ospitalità e con una colazione gentilmente offerta da due delle organizzatrici dell’Istituto e della nostra visita, in un’originale sala di illustrazione, e vediamo, attraverso sistemi televisivi e cinematografici, da schermi posizionati anche in delle finestre alternate ai nostri sedili e attraverso le tradizionali proiezioni informative, le attività svolte nei laboratori attrezzatissimi e modernissimi dell’Istituto che prende il nome dal primo Presidente dello Stato israeliano. Abbiamo modo di ammirare la sua luminosa casa, di impronta assai borghese ma non certo lussuosa, sobria e corredata da elementi caratterizzanti l’uomo: un intellettuale, scienziato e studioso di grande spessore, pieno di libri, che fanno mostra di sé in una sala studio-biblioteca, che ha certamente molta più importanza, nella casa, di quanto ne abbia la sala di ricevimento. Mi sono molto piaciute le tante e tante fotografie che caratterizzano l’atmosfera di questa abitazione. Sono la testimonianza degli importanti incontri avuti dal padrone di casa con scienziati, artisti, dei viaggi in tantissimi paesi e dei colloqui con uomini politici e potenti di vario tipo , in cui è sempre accompagnato dalla elegante moglie, e pongono, altresì in risalto anche i gusti personali, come la musica, la pittura e la passione per un collezionismo raffinato di statuette orientali,. La villa , modesta di proporzioni, ha l’impronta di quegli anni ’30 del ‘900, evocatori dello stile della Bauhaus , che l’architetto Mendelsohn, infatti, aveva prima seguito e poi rinnegato.. Negli ultimi tempi di vita, Weizman aveva fatto apporre, sul davanzale della veranda rotonda della sua stanza da letto, una piccola mensola, a cui si faceva avvicinare perché impossibilitato a camminare, per mettere i semini a nutrimento degli uccellini del parco, così abituati da lui stesso. Mi ha colpito questo intreccio di dimensioni pubbliche e private, che vengono percorse con semplicità e duttilità, senza rinunciare a nulla e dando grande valore agli affetti, sia famigliari, come è dimostrato dalla forte presenza di immagini che ritraggono il Presidente con la amata moglie, che amicali. Così, mi sembra, di aver conosciuto un uomo vero. Siamo informati dalle nostre guide dell’imponenza dell’Istituzione di Ricerca, che spazia in vari campi, dalla medicina all’energia alternative alla biomatica, scienza tra biologia e matematica, dagli studi sul cervello e sul cancro alle 250 sperimentazioni più varie, a cui partecipano 2.200 tra studiosi e studenti , suddivisi in 100 gruppi, guidati da professori sia locali che esterni; la presenza studentesca è rispettosa del 50% di genere. Ci viene raccontato come la famosa Dichiarazione Balfour venne fatta a compenso di un’importante formula dell’acetilene, che era stata messa a punto in questo luogo di studio, e ritenuta, in quel momento, molto utile agli armamenti inglesi. Ed eccoci, dopo poco, inseriti in un ambiente del tutto opposto: raggiungiamo il Kibbutz Ayalon, un rustico e piuttosto povero luogo, caratterizzato da basse e antiquate casupole , che fanno pensare ad una piccola fabbrica anni ‘40/50. Infatti siamo arrivati in un’area che contava una lavanderia e un panificio. La strana presenza era motivata dalle esigenze dei contadini del kibbutz, pionieri, coltivatori, duramente e poco produttivamente impegnati nei primi tentativi di fertilizzazione del deserto, che infatti circonda con la sua riarsa distensione di sassi e terriccio tutto il territorio. Ma c’è una sorpresa, che, come ormai ci abitueremo a registrare, ci fa scoprire che, in realtà, tutto ciò che vediamo: attrezzi, macchinari, forni, camini, lavatrici arcaiche e stiratrici altrettanto improbabili, in quel momento era funzionante, con un rumore tale da costringere a tapparsi le orecchie per la sua intollerabilità ; apparentemente si provvedeva al servizio di lavatura dei panni e alla fornitura di pane e pasta per tutti i lavoratori della comunità di Ayalon e anche di abitanti di villaggi vicini.
Ma non era tutto qui, infatti, spostando a fatica una pesantissima macchina, si scopre una botola che permette di scendere di parecchie decine di metri sotto terra. Sotto entrambe le costruzioni, sempre passando da rocambolesche e segretissime aperture, si giunge ad ampi spazi , tutti attrezzati da macchine tutt’altro che imbelli: servivano per la produzione di proiettili, con cui rifornire il neocreato esercito di Israele, impegnato nella mortale guerra dichiarata da sei Stati Arabi, contemporaneamente, all’indomani della votazione dell’ONU, che aveva approvato la nascita dello Stato ebraico. Lavorarono qui,dal 1944 a metà del 1946, in assoluto segreto, affidato alla conoscenza di una sola donna, che aveva il compito, dopo che tutte le operaie della lavanderia-stireria erano andate nella mensa comune per il pranzo, di dare il segnale al gruppo dei 12 turnisti, che si alternavano nella fabbrica sotterranea ed emergevano per il cambio turno, in quel momento. Analoga operazione veniva fatta con coloro che lavoravano nel vasto complesso sotterraneo , rispondente al forno del pane. Entrambi gli edifici avevano dei camini da cui doveva fuoriuscire , giustificatamene, fumo, che ovviamente, non era solo quello delle operazioni di superficie ma anche quello prodotto dalle fusioni per i proiettili. I camini, inoltre, consentivano anche l’areazione dei locali interrati. Era stato escogitato un sistema vero e proprio di camuffamento di questi addetti, di colorito pallido e , naturalmente, puliti, per farli passare per normali contadini, scuriti dal sole e sporchi di terriccio o altro materiale proprio dei campi. Così, questi operai segreti si sottoponevano a lampade abbronzanti e a veri trucchi per simulare una condizione esteriore uguale a quella dei contadini. Un casuale ritardo di uscita di un’operaia aveva fatto scoprire a questa altra persona, che si era poi unita nel lavoro ai sotterranei, tutto il complicato andirivieni tra sopra e sotto terra, con la conseguenza che, dopo poco, si preferì abbandonare questo luogo, trasferendo altrove tutta l’attività clandestina. Tutta questa avventurosa storia è molto ben rappresentata poiché luoghi, oggetti, suppellettili sono stati conservati in originale e, addirittura, gli ambienti sono stati animati da figure a grandezza naturale di operai e operaie intenti a varie mansioni così da avere l’impressione di entrare in un mondo di più di 60 anni fa e, per chi quella realtà l’ ha vissuta in età di ragione, è un’esperienza assai emozionante
La meta di grande impatto emotivo ci aspettava, però, a Tel Aviv : la “Sala dell’Indipendenza”.Situato in quella che era stata la casa del primo sindaco di Tel Aviv, un po’ sotto il livello stradale, l’ambiente piuttosto spartano, di ampiezza limitata, mi ha dato l’impressione di una palestra, era stato scelto come luogo di riunione, nella urgenza di garantire un minimo di sicurezza a quello che era il parlamento provvisorio e ai personaggi che sarebbero diventati il nerbo del governo del nuovo Stato ebraico : Ben Gurion e Golda Meir, tra essi. L’impareggiabile guida, una giovane signora di origini albanesi, in ottimo italiano, ci ha trasmesso tutto il suo entusiasmo di appassionata patriota nel raccontarci le frenetiche ore, precedenti il grande annuncio del 14 maggio 1948, in cui , non soltanto si è dovuta allestire, sotto minaccia di continui bombardamenti, la sala adeguata a fare il grande annuncio della nascita dello Stato di Israele, ma si sono dovute decidere moltissime e fondamentali scelte: il nome del nascente Stato, i principi ispiratori dello stesso, i ministri e i rappresentanti del parlamento provvisorio, i riferimenti ai confini dello Stato, il collegamento per la diffusione radiofonica, ; era un venerdì, quel giorno e, per la differenza del fuso orario, si rischiava di entrare nello shabbat ossia nel periodo in cui gli ebrei osservano strette misure di comportamento. Sarebbe stato impossibile usare la radio o organizzare qualsiasi ufficiale cerimonia che dovesse servirsi di mezzi meccanici: il sabato è il momento della preghiera e della meditazione, quindi non si deve fare nulla di manuale. Decisero di chiamare il nuovo Stato Israele e fecero una serie di affermazioni di motivazione alla sua nascita e ai suoi futuri comportamenti, per cui si scrisse e si modificò il testo sino all’ultimo minuto. Grande polemica, ad esempio, era scoppiata se inserire un cenno alla volontà di Dio circa la nascita di Israele o no e si scelse una frase neutra “ si sarebbero poggiati sulla roccia di Israele”.
Abbiamo visto, in una teca esposta alla Knesset, il documento riportante questo testo e le firme dei rappresentanti del governo provvisorio . Ma è stato curioso sapere la faticosa gestazione di quello scritto, con un’antiquata macchina da scrivere, usata da un dattilografo che doveva continuamente ribattere dei tratti per le correzioni che venivano apportate, con l’affanno cui accennavo più sopra; segno di esso è la strana forma che assume l’ultima pagina di quello scritto : è letteralmente appiccicata all’ultima facciata ed ha una lunghezza diversa. Era accaduto che, per accorciare i tempi, si era fatto firmare i vari rappresentanti su un foglio a parte con l’intenzione di aggiungerlo, opportunamente, ma, nella concitazione degli ultimi istanti, il copista aveva rovesciato una boccetta di inchiostro, posta sul tavolo, e il liquido nero aveva macchiato proprio il bordo superiore di quel prezioso foglio, ma non, per fortuna, le firme autografe. Si era allora provveduto a tagliare la parte macchiata e incollare l’altra restante all’ultima pagina del documento. Questo continuo rimescolamento di atti sublimi e di piccoli, quando non buffi, eventi è un dato che mi è molto piaciuto dell’esperienza di vita in Israele: si percepisce un contatto continuo con l’umiltà della quotidianità, che appare sempre molto viva e mobile, e con l’austerità e importanza indiscutibile di tracce passate e attuali di fondamentale rilievo. E’ quell’impasto di passato-presente, con una forte ed esplicita spinta al futuro, che ho sentito qui, con una mia immediata sensazione di essere proiettata in una dimensione potentemente vitale raggiunta per merito di una vera e propria carica propulsiva.
Nella famosa giornata della dichiarazione dell’indipendenza ci fu anche un’altra forsennata diatriba. Sapevano chiaramente che, a votazione favorevole dell’ONU alla nascita di Israele, ci sarebbe stata, immediata, l’aggressione dei sei stati arabi coalizzati contro questa realtà, dotati di armamenti formidabili e, soprattutto, determinati a distruggere, prima ancora che si insediasse, la nuova realtà politica. Decisero di inviare un rappresentante dello Stato negli Stati Uniti per raccogliere fondi e poter, così, armare l’esercito, neppure ancora costituito e, comunque, privo di effettivo armamento. Ben Gurion sembrava e voleva essere quel rappresentante, ma Golda Meir fu determinata; sarebbe andata lei in America perché la presenza di una figura autorevole e riconoscibile come Gurion era necessaria nella difficilissima situazione locale. Così, infatti, a dichiarazione fatta, fu questa donna tenace e fortissima a partire, la sera stessa, e a raccogliere ben 40 miliardi di dollari, dalle comunità ebraiche americane.
Altro problema complicatissimo fu far entrare armi e danaro in Israele per i gravi ostacoli frapposti dagli altri Stati, timorosi del disequilibrio che poteva verificarsi nel Merio Oriente. La nostra guida ha anche raccontato come il tecnico radiofonico, che aveva offerto la sua opera gratuitamente, aveva avanzato una sola richiesta: che sul microfono centrale dal quale avrebbe parlato Ben Gurion ci fosse una piastrina con il nome della sua azienda, per motivi di pubblicità. Bello questo intrecciarsi della microstoria con la macrostoria !
Poi, anche noi, visitatori non casuali ma pur sempre di passaggio, abbiamo sentito la voce ferma ma contenuta nell’emozione affiorante di Ben Gurion che ha scandito parole a noi incomprensibili, che tuttavia ci sono sembrate sonanti: oggi nasce lo Stato di Israele; un’onda di suono travolgente, un colossale applauso, è dilagata nella Sala, che si è come animata, nuovamente, di partecipazione, di commozione, di esaltazione, di gioia, a ben 60 anni di distanza e tra persone che non erano le dirette interessate ! Credo che tutti coloro che assistono a questa commovente rievocazione la vivano raccordandola a loro esperienze; certamente noi triestini, così provati nella nostra volontà di affermare la nostra italianità, e così combattuti e spesso contrastati in questo cammino, abbiamo un motivo in più per partecipare completamente a questo entusiasmo e capirlo totalmente. Usciamo tutti con gli occhi lucidi di lacrime, presi da una profonda comprensione dello sforzo immane fatto dagli ebrei per guadagnarsi questa loro terra, che doveva e deve restare il loro Eretz Israel.
Ma la giornata non è ancora conclusa: mi attende uno splendido concerto dell’Orchestra Filarmonica di Israele, sotto la direzione del Maestro Itzak Perlman e il violinista Vladim Guzman. Le musiche sono: Stravinsky , Concerto in D for string orchestra; Mendelssohn, Concerto in E minor for violin and orchestra, op.64; Berlioz, Symphonie fantastique, op.14. L’Auditorium è un’imponente sala di 3.000 posti, mi impressiona, con ammirazione, il Maestro Direttore, che mi sembra molto valido, gravemente colpito nella deambulazione, sorretto da due stampelle, che depone nel momento in cui si siede su uno scranno un po’ elevato per dirigere. Anche questa è un’esperienza interessante: esempio di forza d’animo e volontà per attuare la propria vocazione artistica. Il violinista si rivela un virtuoso di altissima qualità e la musica che ne scaturisce mi rende felice per la sua doppia qualità, quella tecnica e interpretativa e quella del luogo in cui l’ascolto : Tel Aviv (Israele). Ecco , è questo che volevo: la mia agognata ( e impossibile, per la maggior parte) presenza in luoghi internazionali per seguire gli eventi di musica, arte, cultura in generale! Questa sarebbe vita se fossi ricca; non lo sono e, quando raggiungo questi traguardi, mi sento padrona del mondo, dato che essi mi accompagnano e moltiplicano dentro di me quel piacere estremo che è il contatto con la BELLEZZA, che voglio sempre raggiungere. Luisa Fazzini, Trieste


Abbiamo il piacere di informarvi che il Technion apre il "Technion International School of Engineering ", con tutti i corsi in inglese, a partire dal mese di agosto 2009. Queste le lauree:
* Civil Engineering
* Water and Environmental Engineering
* Transporation Engineering
oltre ad un ME (Master of Engineering) degrees in: Construction Management and Environmental Engineering - 40 crediti, 2 semestri. Il programma inizierà con la Mekhinah a partire da agosto 2009 (5 mesi) Lo Student authority of Israel offre un aiuto agli studenti che desiderano fare Aliyah mentre MASA potrà aiutarli economicamente prima dell'Aliyah.
I dettagli si trovano nel website:
http://www.blogger.com/www.ise.technion.ac.il <http://www.ise.technion.ac.il/>
La nostra associazione italiana è a disposizione per informazioni. Con i migliori saluti.
Nora Alkabes AIAT - ASSOCIAZIONE ITALIANA AMICI DEL TECHNION

domenica 14 settembre 2008




I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2007.

Marco Morselli, già ben noto come curatore e commentatore di opere filosofiche e teologiche nel campo dell’ebraismo, esordisce come autore con il libro I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, attraverso il quale si propone di offrire il proprio contributo al dialogo tra le due fedi.
Benché negli anni più recenti numerose siano state le pubblicazioni che hanno affrontato tale tema, lo studio di Morselli presenta indubbi caratteri di originalità e si segnala per il rigore intellettuale, la profonda conoscenza della materia trattata e al tempo stesso il coraggio da parte dell’Autore di “esporsi” nel proporre le modalità di un percorso che ebrei e cristiani potrebbero compiere insieme, pur mantenendo ciascuno la propria identità.
La venuta del Messia per gli ebrei, o il suo ritorno per i cristiani, costituisce l’evento che fa da sfondo a tutta la ricerca. «Tra Roma e Gerusalemme corre una particolare tensione messianica» afferma Morselli, il quale, sin dall’introduzione, confuta l’opinione ben diffusa secondo la quale il maggior problema nel rapporto tra le due fedi è costituito dalla questione se Gesù sia o no il Messia, mettendo invece in evidenza che l’interrogativo fondamentale riguarda la posizione assunta da Rabbì Yeshuà ben Yosèf nei confronti della Toràh: egli è venuto per abolirla o piuttosto per diffonderla nella sua pienezza? Purtroppo, fino all’epoca conciliare, la famigerata teologia della “sostituzione” ha pesantemente contrassegnato il pensiero e l’atteggiamento concreto della Chiesa, la quale, autoproclamatasi novus Israël, aveva reciso i suoi legami con l’ebraismo e si era impadronita della figura di Gesù, alterandone i connotati e cercando quanto più possibile di sradicarlo dal suo popolo e dal contesto in cui era vissuto.
Il cambiamento di rotta nei confronti dell’ebraismo verificatosi nel XX secolo nelle Chiese cristiane in generale e in quella cattolica soprattutto attraverso l’azione dei pontefici Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II ha portato abbondanti frutti. «Tutta la comunità pagano-cristiana è ospite della casa d’Israele…- afferma Karl Barth - Come potrebbe allora andare in missione presso Israele? …Cosa avremmo da insegnargli che egli non sappia, e che non dovremmo piuttosto imparare da lui?»
Sollecitato dal nuovo clima e dai conseguenti interrogativi da esso scaturiti, Morselli avverte l’esigenza di ripercorrere le tappe fondamentali dello sviluppo, nell’ambito dell’ebraismo, di una riflessione teologica sul cristianesimo in una prospettiva messianica, attraverso la presentazione della vita e del pensiero dei più significativi intellettuali, vissuti nell’Ottocento e nel Novecento, che si sono occupati di tale complesso problema e che hanno aperto nuove prospettive ad un fecondo dialogo interreligioso. I dieci capitoli che compongono il libro, dedicati rispettivamente a E. Benamozegh, A. Pallière, J. Klausner, J. Isaac, I. Zoller, F. Rosenzweig, G. Scholem, A. Chouraqui, L. Askénazi e J. Taubes, delineano con efficacia, accanto alle vicende personali dei singoli pensatori, gli aspetti più significativi e originali della loro riflessione, talvolta connessi con particolari esperienze di vita. Scorrono così davanti agli occhi del lettore pagine di estremo interesse che lo introducono in un universo variegato, ricco di straordinarie sollecitazioni intellettuali e spirituali: come dimenticare infatti le pagine dedicate a Elia Benamozegh, in cui si sottolineano i profondi legami del cristianesimo con l’ebraismo, da ricercarsi soprattutto nella linea del pensiero esoterico che ha dato vita alla Qabbalah, o come non essere colpiti dalla riflessione di Aimé Pallière – la cui “conversione” all’ebraismo non è consistita nell’abbandono del cristianesimo, ma in un radicale cambiamento del suo esser cristiano nei confronti di Israele, o dal proposito di Joseph Klausner di ridare a Yeshua (Gesù) il posto che gli compete all’interno della storia nazionale ebraica e della storia universale?



Musica/ McCartney: concerto Israele si farà, nonostante proteste
Attivisti anti-israeliani: non dimenticare occupazione e embargo

Roma, 12 set. (Apcom) - Il concerto in Israele "s'ha da fare", nonostante le proteste degli attivisti anti-israeliani: lo ha ribadito Paul McCartney, che si prepara a esibirsi il prossimo 25 settembre a Tel Aviv 43 anni dopo che i Beatles furono banditi dalla Terra Santa perchè considerati "pericolosi per la morale pubblica". Gli attivisti hanno chiesto allo storico chitarrista 65enne di cancellare lo spettacolo tenendo conto dell'occupazione israeliana della Cisgiordania e dell'embargo nella Striscia di Gaza. "Ho detto di no. Faccio quello che credo e ho molti amici che sostengono Israele", ha dichiarato al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth.
Nel 1965 il governo israeliano vietò il concerto dei Beatles perchè temevano che la band di Liverpool potesse corrompere i giovani israeliani. Per Sir Paul e compagni il gesto "fu un po' offensivo". "I Beatles avevano un'influenza molto positiva sul mondo e solo i regimi che volevano controllare la loro gente avevano paura di noi", ha spiegato il musicista al quotidiano. "Ci siamo fatti quattro risate davanti alla decisione del governo israeliano", ricorda.
Per il passato incidente, l'artista ha anche ricevuto le scuse dall'ambasciatore israeliano in Gran Bretagna all'inizio dell'anno. Ron Prosor ha inviato una lettera formale di scuse a McCartney e al batterista Ringo Star (ma anche ai parenti dei defunti George Harrison e John Lennon) invitandoli a suonare a Tel Aviv per le celebrazioni dei sessantanni dalla nascita di Israele. "Non c'è dubbio che abbiamo perso una grande opportunità a impedire a gente come voi, che ha formato le menti di una generazione, di venire in Israele a esibirsi", ha scritto Prosor qualche mese fa. "Abbiamo perso l'occasione di imparare dai musicisti più influenti del secolo", ha aggiunto. La performance, alla quale assisteranno 250mila spettatori, dovrebbe tenersi allo stadio di calcio Ramat Gan o al parco Hayarkon di Tel Aviv.

Eilat


U21, l'urna favorevole dice Israele

La nazionale di Pierluigi Casiraghi affronterà l’Israele nello spareggio che porterà una delle due squadre a partecipare ai prossimi Campionati Europei Under 21, che inizieranno il 15 giugno per poi terminare il 29 dello stesso mese, in Svezia. http://www.dottorsport.info/

LYDIA FLEM LETTERE D’AMORE IN EREDITA


(Titolo originale: Lettres d’amour in héritage, Editions du Seuil, 2006)Trad. Elena Pasini, Ed. Archinto, Milano 2008, pp. 185, €.14
“Era trascorso un anno e mezzo dalla morte di mia madre, tre anni e mezzo da quella di mio padre…..Nei miei sogni erano insieme….Ero curiosa di capire come si fosse formata la coppia…Volevo sapere da quale storia fossi nata”.
Quando lo scorso luglio segnalai all’amico Giuliano Berti Arnoaldi il romanzo di Lizzie Doron “Perché non sei venuta prima della guerra?” questi, di rimando, mi consigliò “un bellissimo libretto che ho letto, di Lydia Flem (una psicanalista francese), che si intitola ‘Lettere d'amore in eredità’,ed è edito da Archinto. Se ti capita, prendilo, perché secondo me potrebbe anche meritare una tua recensione”. Giuliano è persona sensibile e attenta, oltre che di solida cultura. Lo ringrazio per la stima che mi riserva. Ho seguito senza indugio il suo consiglio, incoraggiata dal fatto che vi sono libri/testimonianza che non figurano nelle classifiche stilate dalle rubriche culturali dei quotidiani, meritevoli, a maggior ragione, di interesse da parte di coloro sempre in caccia di “tesori letterari”, tesori che abbondano; basta aver la pazienza di cercarli. Ciò non impedisce, è ovvio, che possano nascondersi capolavori perfino sotto il luccichio del “più venduto in questa settimana”. Gli esempi non mancano.
Il libretto in questione è un’importante testimonianza d’Amore. L’Amore, come si legge nelle pagine di Lydia Flem, “è un oscillare tra tenere distanze e condividere, tra solitudine e presenze, un funambolo che cammina su un filo in un equilibrio da costruire a ogni secondo”.
Amore tra i genitori dell’Autrice, due giovani ebrei che s’incontrano per caso al termine della guerra: Edith Esser, di provenienza renana -il cui nome di nascita, di assonanza germanica, in seguito lascerà a favore del francese Jacqueline “per crearsi un’identità nella Resistenza” [in Francia]- e Boris Flem, russo di origine. Amore per i genitori da parte di una Figlia la quale, dopo averne svuotato la casa a seguito della loro scomparsa, si trova, tra i diversi oggetti e ricordi, il prezioso patrimonio di tre scatole di cartone, contenenti le lettere d’amore (circa 750, scritte in francese, che non era la lingua materna di nessuno dei due) che essi si erano scambiati nel periodo tra il loro primo incontro, alla fine di settembre 1946, e il matrimonio, l’1 dicembre 1949.
Colpisce prima di tutto il grande rispetto da parte di Lydia nei confronti di quel mondo che, per un verso, non è il suo, ma che, per un altro, le appartiene.
Leggere le loro lettere, scoprire com’erano da giovani, quali tracce aveva lasciato in loro la tragedia della guerra era una sorta di completamento di un’esperienza, un…chiudere il cerchio. Ciò nondimeno l’assillante domanda: “Ho il diritto di intromettermi nella loro vita?” Ella ritiene di averlo, tale diritto: “Non ero nata da quella corrispondenza, da quei doppi scritti?” si domanda.
Coinvolta sempre più in tale esperienza in barba agl’immancabili “silenzi infastiditi di alcuni amici quando li facevo partecipi del mio progetto”, ricopia paziente al computer (parte del) le lettere.
Lo sforzo fisico, ma soprattutto psicologico, è notevole, tanto che dopo diversi mesi di lettura, nascerà nell’Autrice l’esigenza di prendersi una pausa e occuparsi d’altro.
Ma intanto ella ripercorre le tappe della storia e della corrispondenza. Corrispondenza iniziata dopo l’incontro fortuito presso il sanatorio Grand Hôtel di Leysin in Svizzera, dove Jacqueline è ricoverata per curare la TBC contratta a seguito della terribile esperienza vissuta ad Auschwitz (campo di sterminio, seguito dalle tremende marce della morte), di cui ella non parla se non per brevi accenni, ma che ciononostante -anzi proprio per questo- emerge in tutta la sua tragica realtà. Lettera dopo lettera, davanti agli occhi e al cuore di Lydia, l’amore tra i due diventa adulto, sostenuto da quella indispensabile complicità, senza la quale un legame non è destinato a durare; ma è anche classico Amour/ Passion che si nutre, vive di ostacoli: la malattia di lei, la diffidenza degli altri, gli amici di lui che vorrebbero scoraggiarlo dal legare la sua esistenza a quella di una “Tutu” (termine scioccamente criptico, che vorrebbe essere scherzoso, per designare un ammalato, o reduce, di tubercolosi).
La Figlia, tra ricopiature e interruzioni, ritrova il carattere di ciascuno dei Genitori. Ella è a suo agio tra quelle lettere, anche perché, da tempo, “scrivere” [e dunque anche leggere] “è diventato il mio terreno di gioco….cerco le parole, provo un ritmo per condividerlo poi con gli altri”.
La Madre, “la francese”. Certo, la sua lingua dell’infanzia era stata il tedesco; ma poi era giunta a Strasburgo, nel 1933, a 12 anni e per lei il francese aveva finito per rappresentare la libertà e, successivamente, come sappiamo, l’impegno nella Resistenza. Dei due era Jacqueline il personaggio più brillante, più…eccessivo. Forte nella sua fragilità, a lungo concentrata su se stessa per guarire, una volta -a prezzo di tante sofferenze- ristabilitasi in qualche modo (ma della sofferenza interiore non ti liberi mai…), non si era impegnata in nulla al di fuori del limitato universo familiare; il suo mondo si era, in qualche modo, ristretto, tanto da entrare in contrasto con la figlia, ansiosa di vivere la propria esperienza fuori dei castranti schemi tradizionali. Jacqueline sognava solo “l’abito bianco” per Lydia, la quale, invece, si era sentita, nel protestare l’affermazione della propria individualità, fedele al passato della madre più della madre stessa.
Il Padre: tenero, segreto, ferito, dolcissimo prima con la figlia, poi con la nipote: l’essere rimasto presto orfano aveva indotto in lui una particolare sensibilità nei confronti dell’altrui sofferenza.
La lingua dell’infanzia per lui era stata il russo; aveva imparato il francese a Charleroi a 15 anni, lontano dai parenti più stretti. Aveva, a sua volta, sopportato dolorose vicissitudini: dalla Russia, alla Germania, all’Olanda, al Belgio….la prigionia per più di tre anni in un campo di lavoro in Baviera …Proprio dal racconto di tali peregrinazioni era nata quell’empatia verso Jacqueline (“Parlo del mio dolore come ha fatto lei nella sua lettera. Ho fatto come lei, come te”).
Attraverso le lettere l’Autrice entra in contatto con la parte russa (paterna) della famiglia, rimasta, fino ad allora, in ombra: ad esempio col Nonno, ucciso nel 1925 quando essi uscirono dall’URSS, personaggio affascinante; era un ingegnere e fine intellettuale.
Scritti in modo minuzioso, ma proprio per questo ricchi di fascino, sono i momenti in cui ella, ritornata bambina, riporta alcuni squarci di vita familiare, che tanti di noi hanno condiviso e ricordano. Ad esempio la magia di osservare, con un misto di stupore e di invidia, mamma e papà che, alla sera, si preparano per uscire: “E poi [mia madre] teneva a lungo le dita separate, soffiandoci sopra affinché lo smalto si asciugasse più rapidamente”….
La scrittrice sente il legame tra le generazioni, valore universale, certo, ma che, nella cultura (e sensibilità) ebraica, è pietra miliare. Un valore che prescinde dalla fede e dalla pratica religiosa, com’è nei protagonisti della nostra storia. Per Lydia Ebraismo significa Gioia, qualcosa “di intimo e misterioso”: “Non è sconvolgente essere legati così, una generazione dopo l’altra, ad una storia unica?” riflette. Torna, a più riprese, questo motivo: “La nostra storia non si scrive su un foglio bianco; fin dal nostro concepimento ci troviamo persi dentro un’altra storia, dei nostri genitori…dei nostri nonni…” Di generazione in generazione. Midor, Ledor.
Il libro, è semplice, essenziale, ma ricco di spunti e contenuti, che ritroviamo in tante opere; fiumi con diverso percorso. Tra i tanti: il sentimento ambivalente di Jacqueline circa le proprie origini. Ella avrebbe voluto assimilarsi, ma, nello stesso tempo, temeva la perdita delle sue radici. Condivideva la sensibilità dei cosmopoliti ebrei tedeschi, che si sentivano più tedeschi che ebrei e guardavano con una certa incomprensione, mista a disprezzo, i loro correligionari esteuropei, intrisi di cultura religiosa tradizionale: “Non ho niente in comune con quella gente….Una sola e unica cosa mi unisce a loro: la sofferenza; sofferenza dovuta alla comune persecuzione”. Il dolore vissuto, in quanto ebrea, ad Auschwitz, la esortava a desiderare più che mai di fondersi con tutti gli altri esseri umani; una visione opposta a quella di Herzl.
L’aspirazione sionista ad uno Stato per gli Ebrei non faceva parte del suo orizzonte: “L’idea stessa le ripugnava”. Nel pensare a Jacqueline mi viene in mente David Klausner, zio di Amos Oz, il brillante giovane professore che non se ne andò dall’Europa al momento del pericolo. Restò in prima linea a Vilna, contro la barbarie che avanzava e pagò con la vita la sua coerenza.
Tuttavia……Alla fine della vita Jacqueline aveva messo per iscritto i suoi ricordi d’infanzia nella placida campagna renana, dedicandoli alla nipote. Peraltro Lydia, ad un certo punto, venne a sapere che, nella casa dei nonni, dove l’allora piccola Edith aveva trovato calore ed affetto, tutti i venerdì sera e tutte le feste del calendario ebraico, brillavano le candele tradizionali.
Altri temi che emergono dal prezioso libretto: il lungo Silenzio dei Sopravvissuti: su ciò che era stato il loro patire “impossibile da raccontare, impossibile da credere”. Gli ex deportati volevano essere come gli altri, “senza storia”, ma, come scrive Jacqueline “Non si torna mai da laggiù”.
L’Eredità del trauma della Shoah. Che significa essere figli di Sopravvissuti? Tanti hanno dato risposte, tutte diverse. Emozionante quella di Daniel Vogelmann, fondatore della Casa Editrice Giuntina di Firenze, espressa nel saggio “Un editore di memorie ebraiche: nascita di una vocazione”, leggibile in “Le storie estreme e la storia-I racconti della Shoah”, 1999, a cura dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea della Provincia di Bologna. Su quanto Daniel ci dice non c’è nulla da aggiungere: alla lettura della sua testimonianza volentieri rimando.Il trauma ereditato deve spegnersi, perdere la sua forza, ma ciò è possibile? Jacqueline avrebbe voluto scrivere un libro sulla sua esperienza, ma il marito glielo impedì, per evitarle ulteriori sofferenze, e lei desistette.
E’ proprio col padre Boris che Lydia ha una profonda empatia, con quest’uomo entusiasta, fino alla fine, di tutto ciò che di nuovo c’era nella vita, compreso Internet. Ella aveva deciso di diventare psicanalista per “analizzare, curare” il dolore di lui, che tutta la vita aveva accudito la moglie, la sua Jacky, il suo “tutto”, le era sempre stato vicino, ma che serbava dentro di sé, ben nascosti nel buio dell’anima, emozioni e sentimenti, che “riguardavano storie del passato che mi [alla figlia, cioè] sfuggivano”. Un dolore nascosto, ma lancinante, che mi fa pensare a Fania Mussman (la mamma di Amos Oz) e al suo mondo di solitudine e silenzio. Ma Boris non è solo come Fania perché ha un capolavoro da accudire e da realizzare: l’amore per sua moglie. Un Amore che va oltre il Tempo.
Mara Marantonio Bernardini, 13 Settembre 2008 http://www.italiaisraele.free.bm/
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L'IMMORTALITÀ DELL'ANIMA
di Elia Benamozegh, pagg. 226, euro 16,00
Edizioni La parola, Roma

In questo libro prezioso, vero nutrimento per il ricercatore spirituale, il grande cabbalista maghrebino-livornese Elia Benamozegh (1823-1900) ci mostra il testo biblico come un magnifico tappeto di cui ordinariamente riusciamo a scorgere solo il rovescio, fitto intreccio di storie, ingiunzioni, insegnamenti, profezie: solo mettendo in risonanza i versetti intravediamo il disegno compiuto, l'immagine perfetta e intera, l'armonia umano-divina della Scrittura. L'autore ci accompagna con sapienza ed entusiasmo lungo i percorsi interni, intimi quasi, della Parola rivelata di Dio in un pellegrinaggio trasformante, esplorazione e iniziazione insieme.


LA SEGREGAZIONE APPARENTE

di Alberto Castaldini
Gli Ebrei a Verona nell’età del ghetto (secoli XVI-XVIII)
Il volume esamina le vicende di una città dell’Antico Regi­me, Verona nella Repubblica di Venezia, e del suo ghetto ebrai­co, osservati lungo due secoli di storia comune (1599-1797). I due contesti storico-sociali appaiono distinti, ma in essi le esperienze di uomini di diversa fede e cultura si formarono e confrontarono sul piano identitario.
Inoltre, lo sguardo ebraico spaziò dal ghetto su orizzonti religiosi, filosofici e politici più vasti, e Verona nell’età del ghetto fu in contatto con le capitali dell’ebraismo europeo, come Venezia, Amburgo, Amsterdam, Praga. Fra le abitazioni del suo ghetto trovarono poi ospitalità i maestri e i mistici della dia­spora. La riflessione intellettua­le, il dibattito teologico e filo­sofico (si veda nel secolo XVII l’operosa presenza del medico e filosofo Isaac Cardoso) in qualche modo annullarono gli effetti della residenza coatta, e – per tornare al titolo del libro – resero la segregazione in qualche modo «apparente».
Il primo secolo di vita del ghetto, il Seicento, fu il più ricco di fermenti sociali e culturali. Per gli Ebrei del ghetto vero­nese segnò una riscoperta della propria identità culturale e religiosa. Nel Sette­cento, il secolo in cui Venezia tramontò, si gettarono le fondamenta del riscatto sociale e culturale ebraico, creando le pre­messe dell’emancipazione ottocentesca.
An analysis of the historical events of the town of Verona in the Republic of Venice during the Ancient Regime and of its Jewish ghetto throughout two centuries of their common history (1559-1797). Verona and its ghetto were two distinct historical-social contexts, but within them people from different faiths and cultures underwent a process of identity formation. This phenomenon had a significant impact on the town and its environment, history, religious imagery and socio-economical system.
Alberto Castaldini (Verona, 1970) è attualmente Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest e Addetto Culturale italiano in Romania. Docente universitario e giornalista, è membro di accademie e società scientifiche italiane e straniere, tra cui la European Association for Jewish Studies (Oxford) e l’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (Ravenna). Autore di più di una decina di volumi e di un centinaio di contributi apparsi in Italia e all’estero, si occupa di storia moderna, in particolare degli Ebrei in Italia e in Europa centro-orientale tra i secoli XV e XVIII. Membro d’onore dell’Istituto di Storia «Nicolae Iorga» dell’Accademia Romena, è inoltre «Professor honoris causa» dell’Università «Babes-Bolyai» di Cluj-Napoca.

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domenica 7 settembre 2008



Parashah Ki Tezè
Quando uscirai in guerra


Uno dei crudeli aspetti della guerra, consueto nell’antichità e davvero non cessato ai nostri giorni, è l’abuso e lo stupro delle donne nel territorio o a scapito dei vinti. Il libro di Moravia La ciociara e il relativo film, splendidamente interpretato da Sofia Loren, è un moderno classico. Le vicende della Bosnia evidenziano in misura di massa il fenomeno. In Africa avviene molto frequentemente. Si sono avuti casi nel recente conflitto caucasico.
I profeti di Israele lo indicavano come parte della tragedia nazionale nella distruzione di Gerusalemme e del primo tempio. Così nel libro di Ekha (Lamentazioni) al capitolo 5, v. 11: “Violentarono le donne di Sion, le ragazze delle città di Giuda”.
Il poeta latino Orazio augurava ad un amico che partiva come comandante di una guerra in oriente il bottino di una sposa vedova del marito ucciso in battaglia o fatto fuori dopo la vittoria: “Sponso necato, tibi serviet”.
La Torah prevede e autorizza questo premio della vittoria per i guerrieri ebrei, ma lo disciplina, moralmente e giuridicamente, salvaguardando, in modi appezzabili per quei tempi e in tali situazioni, la dignità della donna catturata, la quale doveva essere rispettata nel lutto dei familiari perduti ed essere innalzata al rango di moglie. In caso poi di ripudio-divorzio, la donna non doveva essere venduta o esposta a maltrattamenti ma doveva avere uno status di libera. Ecco il testo: “Quando uscirai in guerra contro il tuo nemico ed il Signore tuo Dio lo darà in tua mano ed avrai catturato dei prigionieri, e vedrai tra i prigionieri una donna bella d’aspetto e la desidererai e vorrai averla come donna (sottinteso tua donna, considerando che il termine, così usato, implicava uno status familiare stretto di tipo coniugale), dovrai condurla nella tua casa ed essa si raderà i capelli e si taglierà le unghie, si toglierà la veste di prigioniera (si può intendere diversamente, che aveva da libera, cioè una bella veste, quando fu fatta prigioniera) e rimarrà in casa tua piangendo suo padre e sua madre per un intero mese. Dopo di che potrai unirti con lei e sarà per te una moglie (qui la parola donna viene tradotta senza dubbi per moglie). Ma se poi non ti piacesse più la dovrai mandare libera dove ella vorrà e non la potrai vendere per denaro, non potrai maltrattarla (si intende anche sfruttarla) dopo che è stata tua moglie”.
Si devono notare tre cose. 1) Il lungo periodo di lutto, ben un mese, durante il quale la donna appariva triste, dimessa, calva perché si era rasa i capelli e non portava più le unghie lunghe e curate, secondo usanze di popoli vicini, poteva servire anche a far decantare il desiderio e la passione dell’uomo, o a farlo riflettere sulla responsabilità che si assumeva. 2) Il lutto della donna è previsto per il padre e la madre. Non si parla del marito, se fosse già sposata, e di figli, se fosse madre e li avesse perduti o dovuti lasciare. Il problema intriga molto. In attesa di poterlo approfondire in testi di commento, posso pensare a due ipotesi: o una sorta di censura dell’autore biblico di fronte al caso delicatamente critico, oppure che la legittimazione matrimoniale supponesse lo stato di verginità della prigioniera, ma in tal caso non si sarebbe parlato di ishah (donna) bensì, piuttosto, di betulah. 3) Il matrimonio era evidentemente misto e la sua possibilità dimostra, se ve ne fosse bisogno, come gli ebrei, lungi dall’essere una stirpe chiusa ( la razza) sono stati un popolo relativamente aperto a mescolanze etniche, assimilando elementi stranieri nella loro civiltà e religione. Per corollario i figli avuti dalle prigioniere sposate erano evidentemente considerati ebrei e non sto qui ad entrare, onde evitare delicate discussioni, nella questione della parità tra discendenze patrilineare e matrilineare. Probabilmente il criterio matrilineare è invalso, a tutela delle donne ebree violate, quando divenne più probabile subire la violenza straniera che non catturare donne straniere.
Sposare la prigioniera straniera era facilitato dall’esistenza della poligamia. Questo istituto poteva dar luogo a preferenze per una moglie a detrimento di un’altra, sicché la Torah si è preoccupata di assicurare i diritti della primogenitura al figlio generato con una moglie che non piacesse più. Il primogenito doveva restare tale e il padre non poteva sostituirlo con il primo dei figli avuti dalla moglie verso cui si indirizzassero il suo piacere e la sua preferenza.
Venendo ai figli, c’era purtroppo il caso di qualche ragazzo difficile, traviato, ribelle, che i genitori non riuscissero a riportare sulla giusta strada. Nell’eventualità estrema di una non emendabile ribellione e dissolutezza, i genitori lo portavano davanti agli anziani della città dichiarando che avevano fatto il possibile per educarlo ma non ci erano riusciti. Allora tutti gli uomini della città lo lapidavano. Così, in relazione a costumi del tempo, si toglieva il male dalla comunità.
Radice Samekh Resh Resh: ribellarsi, disobbedire
Radice Mem Resh He: è un sinonimo del precedente, disobbedire, ribellarsi
Non confondere questo MORE’ Ribelle con il MORE’ Maestro, viene appunto dalla radice Mem Resh He = ribellarsi
Avendo parlato di pena di morte, la Torah di seguito precisa che il cadavere del giustiziato, appeso ad un albero, doveva essere sepolto entro la fine della giornata e non doveva essere lasciato così esposto durante la notte.
Da una disposizione crudele si passa, con nostro conforto, ad un principio di amichevole solidarietà civile, consistente nel prender cura e custodia di oggetti o animali perduti da un concittadino per esser pronti a restituirglieli. In altro punto della Torah, nel capitolo 23 dell’Esodo, la bella esortazione si estende a favore del nemico personale, cui si deve restituire l’animale perduto, se capita di imbattersi in esso (parashah Mishpatim).
Nel prescrivere l’atto di premurosa solidarietà verso il concittadino, il Deuteronomio, all’inizio del capitolo 22, insegna che non ci si deve disinteressare del prossimo. Il verbo ebraico è HITEALLEM, forma hitpael dalla radice ALAM, AIN, LAMED, MEM, che significa l’idea del NASCONDIMENTO, quindi, tra varie accezioni, il sottrarsi ad una responsabilità e ad un compito. Ecco precisamente il testo: “Tu non vedrai il toro del tuo fratello o il suo agnello smarriti e ti disinteresserai di loro”. Non ti disinteresserai, come a dire non ti volterai dall’altra parte
E pensiamo, naturalmente, a casi più importanti dell’agnello smarrito, con un moderno raffronto con l’inglese CARE. I care, mi do pensiero.
Un pensiero pietoso verso gli animali è di non catturare i piccoli dei volatili davanti alla madre che protegge il nido. Bisognava prima scacciare la madre. L’esito della cattura e della fine del pulcino non cambiava e la sofferenza della madre non diminuiva, ma apprezziamo il pensiero come simbolica premessa di un compassionevole trattamento degli animali, come parte di una civile etica.
Non si doveva unire allo stesso giogo nell’aratura un toro e un asino o comunque animali di non proporzionata forza. Il testo collega questo precetto alla proibizione di indossare tessuti misti di lana e lino, ad evitare mescolanze di materiali e di specie, ma la proibizione di aggiogare insieme il toro e l’asino implica anche un principio di rispetto della penosa fatica per l’animale meno forte. Mi viene da pensare, per un pietoso contrappasso, all’altruistico gesto di un detenuto più forte verso Primo Levi nel Lager, che invece gli si unì nel trasporto di un grave peso per alleviare la fatica al compagno più debole nella dura marcia in fila per due.
Il criterio della distinzione vigeva, e vige tuttora tra i haredim, differenziando nettamente il vestiario per sessi. Per non dire dello scandalo dei travestiti, i haredim non ammettono le donne in pantaloni.
Proibita era la prostituzione sacra, cioè un eros legato a culti di popoli vicini: colpisce, di conseguenza, ai versetti 18-19 del cap. 23, la designazione della donna che si offriva per tali riti, considerati dissoluti ed aberranti, come qedeshah cioè sacra, consacrata, con prestito terminologico da culture vicine, e del maschio analogamente soggetto a questi riti, in versione omosessuale, come qadosh.
Al versetto 12 si prescrivono le frange ai quattro angoli del vestito per gli uomini: lo zizit.
Viene poi ripreso il tema della moglie che diviene invisa al marito. La peggiore accusa che il marito poteva lanciarle, davanti ai suoi genitori, era di dire che non la aveva trovata vergine. I genitori della donna, come ancora avviene in società primitive, esibivano in sua difesa il lenzuolo sporco di sangue a prova della verginità, ed in tal caso l’ingiusto marito non poteva mai più ripudiarla. Ma se l’accusa fosse stata invece vera, la donna veniva lapidata, come ancora avviene in certi paesi islamici. Seguita, in questa parashah, l’argomento di peccati e reati di indole sessuale.
Nel capitolo 23 si interdice a uomini con i genitali difettosi e ai figli di incesti e di adultèri di far parte della radunanza del Signore (Kahal Adonai). Il termine è interpretato nel senso dell’accesso al diritto di contrarre matrimonio. Per i figli di adulterio o di incesto, mamzerim, la legge orale (halakhah) consente le nozze tra loro oppure con proseliti. Il mamzer conserva del resto ogni altro diritto e può perfino diventare re in Israele.
Vi fu in Italia, per un caso di impedimento di matrimonio religioso a ragazza mamzeret, avvenuto a Livorno nel 1912, una discussione e polemica, che ebbe risonanza nella stampa nazionale. Vi si distinse, per moderna sensibilità e posizione progressiva, Felice Somigliano, e, nella ripresa a distanza della discussione, il rabbino Dante Lattes, favorevole ad una umana revisione del criterio normativo. Ne ho scritto in “Nuovi Studi Livornesi”, volume I, 1993.
Il divieto di matrimonio vigeva altresì con le popolazioni dei moabiti e degli ammoniti, ma il re David, per portare il più celebre esempio, discenderà dalla moabita Rut, egregia protagonista dell’omonimo libro, che leggiamo a Shavuot. Infatti la proibizione venne meno.
Come mai? I saggi, in seguito a grandi invasioni, specie degli assiri, giudicarono che i confini netti tra le etnie fossero venuti meno, e questo è un bel criterio, valido contro i razzismi. Vero gli idumei e gli egiziani già nella Torah si raccomanda di non aborrirli: gli idumei perché sono un popolo fratello, disceso da Esaù, fratello di Giacobbe, e gli egiziani perché, dopo tutto, i figli di Israele furono loro ospiti per secoli.
Nel capitolo 23 (vv. 10-15) si prescrivono norme di igiene personale negli accampamenti militari.
Al v. 16 del cap. 23 troviamo un precetto che limitava la schiavitù: a differenza degli animali, che, se trovati, dovevano essere ricondotti al proprietario, se si vedeva entrare in casa uno schiavo fuggitivo, venuto a ripararsi, non lo si doveva consegnare. Si possono immaginare le richieste di consegna del padrone danneggiato economicamente dalla fuga dello schiavo e il suo risentimento verso il vicino che non lo consegnava, ma questi poteva giustificarsi proprio a norma della Torah. Ci si chiede poi cosa facesse lo schiavo fuggito, quanto tempo si trattenesse nella casa che aveva scelto e quanto fosse disposto il proprietario della casa ad ospitarlo. Poteva darsi che lo schiavo, confortato da un migliore trattamento, accettasse di servirlo, magari cambiando padrone.
Altro principio di benevolenza e di solidarietà sociale è la proibizione di esigere un interesse nel prestito tra connazionali (v. 20), si poteva prendere a garanzia un pegno ma restituirlo in giornata (cap. 24, 10-13) e ci si chiede come il debitore potesse restituire la somma così presto. Non si poteva prendere in pegno la veste della vedova (cap. 24, 17). Ma l’economia, con lo sviluppo della società, ha avuto poi bisogno del credito e questo difficilmente si fa senza profitto. Una riforma di Rabbi Hillel ha provveduto a mutare in parte le regole, interponendo il tribunale tra le parti del creditore e del debitore. Il problema del prestito e del credito si presenterà nella società cristiana, dove si lascerà la funzione feneratizia agli ebrei, pur essendovi nei fatti anche prestatori cristiani, e darà origine prima ai monti di pietà, poi allo sviluppo della moderna banca.
Piace senz’altro, ai versetti 14-15 del cap. 24, la raccomandazione della puntualità nel versare il salario all’operaio, addirittura in giornata, segno che la paga era giornaliera.
Ai versetti 22-23 si raccomanda la serietà nell’adempimento dei voti. Siamo ormai vicini, con lo Yom haKippurim, alla solenne formula del Kol Nidré per sciogliersi dai voti che non si sono potuti adempire.
Nel capitolo 24 si tratta del ripudio, che sarà corretto a garanzia maggiore delle mogli nel Medio Evo da Rabbenu Ghershom, lo stesso che impose in Europa la monogamia. Rammento il bel libro di Yehoshua Viaggio alla fine del millennio su un ricco mercante che viene in Europa dal Marocco con le due mogli e viene accusato di bigamia dagli ebrei di costì, che per la decisione di rabbenu Ghershon si sono fatti monogamici.
Si commina la giusta pena per i rapimenti delle persone. Si prevede un congedo di un anno agli sposi novelli dagli obblighi militari.
Nel capitolo 25 si stabilisce l’importante norma del levirato, per cui la vedova di un uomo morto senza darle figli, doveva sposare il fratello del defunto per assicurargli una prole e scalzava con un rito in origine disonorante il cognato che si rifiutasse. Questo rito avveniva con pubblica partecipazione nel ghetto di Roma fino a fine ‘800 e inizio ‘900: si veda lo studio di David Gianfranco Di Segni nell’ottavo volume della rivista “Zakhor”.
Al v. 11 si comminava la pena del taglio della mano per la moglie che in difesa del marito in pericolo, durante un alterco, afferrasse i genitali dell’avversario. Era un modo spedito per
salvare il coniuge, ma a questo punto il nostro maestro Moshè si preoccupava maggiormente del suo onore. La parashah si conclude con il ricordo di quel che fece Amalec al popolo di Israele: si legge il brano in uno Shabat segnalato, lo Shabat Zakhor, che precede la festa di Purim.
Bruno Reuven Di Porto
(ho dovuto eliminare alcuni termini ebraici perchè non venivano correttamente riportati sul blog nr)