venerdì 19 marzo 2010


In Memory's Kitchen, vecchi sapori di cucina ebraica nel ricettario della Memoria delle donne di Terezin

Per un gruppo di donne internate nel campo di Terezin, la cucina non era solo un argomento di conversazione. Esse riuscirono a scrivere un libro di ricette nonostante gli stenti, sapendo di non poter mai più preparare i piatti che così minuziosamente descrivevano. Quello che ne esce rappresenta un elemento quasi unico nella letteratura sulla Shoah, un libro di ricette sognate, immaginate: un ricettario della memoria.Di questo parla il libro In Memory’s Kitchen, caso letterario dell’anno per il New York Times, presentato l'altra sera dall’autrice Cara de Silva e introdotto da Shaul Bassi, professore di Lingua e Letteratura Inglese all'Università di Ca' Foscari, in collaborazione con Il Museo ebraico di Venezia, il Centro veneziano di studi ebraici internazionali, la Biblioteca Renato Maestro, il Centro interdipartimentale di studi balcanici e il Centro studi e documentazione della cultura armena.Cara de Silva è una scrittrice e una giornalista pluripremiata. Per dieci anni ha scritto per il New York Newsday, uno dei giornali più diffusi negli Stati Uniti, con una rubrica dedicata alla gastronomia newyorkese. Oltre a In Memory’s Kitchen è stata autrice e coautrice di una serie di saggi apparsi in pubblicazioni dai nomi piuttosto accattivanti come Gastropolis: Food and New York City, Food and Judaism, A Slice of Life: Contemporary Writers on Food. Cara ha inoltre collaborato con giornali e riviste come il New York Times, il Washington Post, il Los Angeles Times Syndicate, Food & Wine, Eating Well, Martha Stewart Living, Cuisine.La vicenda ha inizio 25 anni dopo la morte a Terezin di Mina Pächter, una delle autrici del ricettario, quando uno sconosciuto contattò telefonicamente la figlia, Anny Stern e le comunicò di avere un pacchetto per lei da parte di sua madre. Per più di dieci anni Anny non aprì il pacchetto, per lei rappresentava qualcosa di sacro, un ultimo ricordo della madre. Ebbe poi il coraggio di farlo visionare a una collezionista di libri di cucina, che subito si rese conto del valore intrinseco del manoscritto. Si misero quindi in contatto con una traduttrice, Bianca Steiner Brown, sopravvissuta del campo di Terezin, per poi arrivare alla giornalista Cara de Silva che decise di raccontare la storia di questo ricettario.“Quando vidi per la prima volta il manoscritto – spiega Cara de Silva – scritto con calligrafie diverse, tremolanti, non mi resi subito conto che, al pari del diario di Anna Frank, queste ricette erano un documento altrettanto commovente e importante. Non sono solo ricette, ma sono autobiografie di persone. Ogni ricetta ha una storia da raccontare, nuovi elementi sulla vita a Terezin.”Terezin era una città fortezza, costruita dall’imperatore d’Austria Giuseppe II alla fine del ‘700. Sotto il Terzo Reich divenne però un luogo di morte. La Gestapo utilizzò Terezin, più conosciuta con il nome tedesco di Theresienstadt, come campo di concentramento. Circa 144 mila ebrei furono imprigionati qui (tra questi 15 mila bambini), dei quali 33 mila morirono, a causa della fame, delle malattie e del sovrappopolamento. Terezin infatti era stata inizialmente progettata per ospitare circa 7 mila persone e arrivò ad ospitarne invece più di 90 mila. Si viveva cibandosi di rifiuti e più di cento persone al giorno morivano di stenti: i cadaveri sparsi ovunque per le strade della città destinata da Hitler agli ebrei, una città scenario principe della bieca propaganda nazista che dissimulò la vita del campo in favore di una realtà edulcorata da poter esibire in occasione della visita di alcuni osservatori della croce rossa.Attraverso la vitalità del ricordo prende corpo una lotta contro l’oblio, il tentativo di lasciare non solo un segno di sé, ma il ricordo di un’intera tradizione. Le persone che hanno scritto le ricette contenute in questo libro non erano di certo le uniche che hanno tentato di preservare le proprie tradizioni, ma rispetto ad altri libri di questo genere Memory’s Kitchen ha permesso ai lettori di avvicinarsi al tema della Shoah da una prospettiva più intima, più a misura d’uomo.“Il cibo - secondo l’autrice - quando si unisce al ricordo riesce a superare qualsiasi confine, diventa un linguaggio universale che tutti riusciamo a comprendere e ad assimilare”.Per sopravvivere in quelle condizioni la fantasia era un elemento essenziale e Mina Pächter insieme alle sue compagnie di prigionia cercarono di rendere più vivido il ricordo di un mondo al quale volevano disperatamente tornare attraverso le ricette della tradizione ebraica. Ciò dimostra quale sia il potere del cibo come metafora di vita, come tratto identitario di un popolo, una forma di resistenza psicologica contro chi, in questo caso, cerca il tuo annientamento.Michael Calimani http://www.moked.it/

lunedì 15 marzo 2010




Kuala Lampur


Kuala Lumpur: quell’islam che ama la diversità. Ebrei globali

Nel groviglio di strade che attraversano Kuala Lumpur, l’avveniristica e svettante capitale della Malesia, a ogni passo si incontrano volti dai tratti somatici differenti, che raccontano l’appartenenza a comunità distinte per storia, lingua, tradizione e religione, ma unite nella convivenza quotidiana. È proprio questo l’aspetto che più colpisce, al primo impatto, il visitatore occidentale. In Malesia vive una società storicamente multirazziale, formata, nei secoli, dalle successive ondate migratorie di popoli provenienti dai Paesi vicini, come la Cina e l’India e, più recentemente, dalle Filippine. Oggi, i malesi costituiscono poco più della metà della popolazione; la seconda comunità è costituita dai cinesi, mentre gli indiani rappresentano la terza comunità. Il resto della popolazione è composto da numerose minoranze. Inoltre, nelle foreste pluviali incontaminate degli Stati del Borneo malese, il Sarawak e il Sabah, risiedono gli abitanti originari della Penisola, che, ancora oggi conservano abitudini nomadi, di cacciatori-raccoglitori, e praticano un’economia di sussistenza legata al baratto dei prodotti della giungla. Ma nel cuore della moderna capitale, immersi in una babele di lingue mimetizzate dietro l’inglese coloniale, non poteva mancare una Comunità Ebraica. Fra il milione e mezzo di abitanti di Kuala Lumpur e i circa 27 milioni in Malesia, Gary Braut è l’unico a indossare una kippah. Nato e cresciuto a Brooklyn, precisamente “a Crown Heights, accanto alla casa del Rebbe”, come si affretta a puntualizzare, Gary “Leibel Ben Peretz Ha Levi” Braut, 62 anni, si è stabilito in Malesia poco più di vent’anni fa, con lo scopo di avviare un commercio oggi fiorente. Senza alcun dubbio, il presidente della “Mist Judaic Foundation” e fondatore della “Worldwide Pirkei Association” testimonia la vita di un ebreo a Kuala Lumpur. “La presenza ebraica in Malesia - racconta Braut - non è da rintracciarsi qui, nella capitale, ma più a Nord, nello Stato di Penang, dove, agli inizi del XIX secolo, si stabilì Ezekiel Menassah, il primo ebreo giunto in Malesia da Baghdad. Per più di trent’anni, Menassah rimase l’unico ebreo residente nel Paese, continuando a osservare le festività e la Kasherut”. Qualcosa iniziò a cambiare dopo la prima Guerra Mondiale, quando alcune famiglie, provenienti dal Medioriente, si stabilirono in Malesia. Negli anni del Secondo Conflitto Mondiale, la Comunità Ebraica di Penang venne sfollata a Singapore dalle forze armate britanniche, che temevano rappresaglie e deportazioni da parte dei militari Giapponesi.Dall’inizio dei primi anni Sessanta, in Malesia risiedono una ventina di famiglie ebraiche. “Nella capitale dello Stato di Penang, George Town - prosegue Braut - in quella che, un tempo, era la Jahudi Road (la strada degli ebrei), oggi ribattezzata Jalan Zainal Abidin, si trovano una piccola congregazione e un cimitero ebraico, ritenuto il più antico della Malesia, se non, addirittura, dell’intero Sud Est asiatico. Lì, sono presenti circa settanta tombe e sono sepolti i soldati ebrei inglesi caduti sul suolo Malese durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1976, purtroppo, la sinagoga fu chiusa per mancanza di un minian. Nonostante la mancanza di una comunità vera e propria, il cimitero è tuttora visitabile e mantenuto in ottime condizioni”. Per Braut, essere ebreo in uno Stato musulmano non costituisce un problema: Gary non nasconde in alcun modo la sua identità religiosa, tanto che tutti coloro che varcano l’ingresso della sua abitazione non possono fare a meno di notare la scritta “Chabad House, Mikvah Malaysia” e, una volta all’interno, sono colpiti dal solido Aron HaKodesh in marmo e dalle numerose fotografie che ritraggono il “Sultan” of World Jewry, Rabbi Menachem Mendel Schneerson, the Lubavitcher Rebbe. “Qui - ha aggiunto Gary Braut - abbiamo piena libertà di culto e religione. Una comunità tanto piccola attira poca attenzione e così ci lasciano liberi di manifestare la nostra fede. Le difficoltà, semmai, nascono proprio dall’isolamento e dall’esiguità numerica che, molto spesso, mi impediscono di essere pienamente osservante, anche se rispetto shabbat e le festività. Mi piace dire e pensare che la forza della mia fede si manifesta nel riconoscere ogni persona che incontro, ebrea o non ebrea, come figlia di Dio”. Campioni di convivenzaPasseggiando per Kuala Lumpur, è davvero facile imbattersi nei luoghi di culto delle religioni praticate dalle diverse comunità. Malesia quindi come luogo di integrazione, dove tutti hanno la libertà di credo e di seguire la propria cultura? Sì. “Questo moderno Paese asiatico - ha scritto in un articolo Ben Mollov, docente di Scienze Politiche e Gestione dei conflitti alla Bar-Ilan University di Tel Aviv - è un vero pioniere, un campione della buona convivenza sociale. Per ragioni accademiche, sono stato in Malesia in due diverse occasioni, nel 2005 e nel 2008. La mia conclusione non cambia anche dopo essere entrato maggiormente in contatto con la realtà locale e avere osservato una disparità di diritti fra le diverse comunità, che hanno inevitabilmente appannato la prima immagine di perfetta fusione fra culture che avevo ipotizzato”. Secondo il parere di Mollov, pur con evidenti limiti che coinvolgono soprattutto le minoranze più esigue, la Malesia si è sforzata di trovare un equilibrio multiculturale pur tenendo salda la sua identità musulmana. “Nel corso della sua storia, questo Paese ha affrontato più volte le problematiche legate all’integrazione. Al ritorno dal mio primo viaggio considerai la Malesia come un esempio per superare le differenze sia culturali, sia religiose che, al giorno d’oggi affliggono Israele e molti altri Paesi. Tornai a casa vedendo la Malesia come una possibile società islamica aperta e tollerante. Nonostante le restrizioni osservate, anche oggi sono certo che possa essere un modello per il mondo, in grado di guidarci verso un sereno incontro di civiltà”. http://www.mosaico-cem.it/


Come combatto i razzisti in Rete » Intervista a Beppe Severgnini

Giornalista cresciuto alla scuola di Indro Montanelli, scrittore e opinionista, da dieci anni con la rubrica on line Italians risponde ai suoi lettori dal sito del Corriere della Sera. Non solo Beppe Severgnini è quindi uno dei grandi opinion leader della stampa italiana, ma ha anche condotto la diretta video del recente Giorno della Memoria, ospiti Nedo Fiano e Patrizia Cocchi: tema, come trasmettere ai giovani il ricordo della Shoà. Tra i primi a credere alle potenzialità di Internet, è perfettamente consapevole di vantaggi e pericoli della comunicazione on line. E poiché il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di pregiudizio hanno eletto la Rete come proprio privilegiato domicilio, abbiamo rivolto a Severgnini alcune domande.Il calciatore italiano Balotelli, nero, che veste la maglia della tua squadra del cuore, l’Inter, è vittima di vergognosi cori, quasi ogni domenica. E tu hai scritto: “Non si abituerà - non deve abituarsi - al razzismo”. Quanto razzismo naviga in rete e approda a Italians? Che filtro usi, qual è il limite che se superato impedisce di pubblicare le lettere?Io non credo che la Rete sia un luogo più buono o più cattivo di altri. È il luogo dove il mondo ha trovato un’espressione. Qual è la novità? Che è una espressione pubblica. Mentre i giornalisti, i professori universitari, hanno sempre saputo che le loro parole hanno un certo peso quando vengono pronunciate in pubblico, la gente comune, anche in buona fede, non si rende conto che ha in mano uno strumento che fino a dieci anni fa era riservato a certe professioni. L’idiozia, l’insulto, l’apologia di reato o la battuta razzista, che rimane grave anche se detta al bar, su Internet diventa informazione di massa. La gente non pensa a questo, commenta con leggerezza, incoscienza, ignoranza. Ma quello che leggiamo su Internet, lo sappiamo perché diventa pubblico, ma non è che altrimenti non esisterebbe: starebbe nella pancia della gente. La “gastroenterologia sociale” non è un grande spettacolo, ma è meglio saperlo, che esistono certe cose, che girano certi umori. Girano i razzisti, a volte inconsapevoli, gli antisemiti, i violenti. Meglio saperlo. Non servono norme speciali, censure, ma la magistratura deve poter perseguire i reati di istigazione all’odio, la violenza, la diffamazione anche su Internet. Su Italians arrivano lettere anche molto pesanti e stiamo molto attenti a che cosa pubblicare; anche se, lo ammetto, a volte ho voluto deliberatamente far vedere quello che gira nella pancia della rete, ma commentandolo, chiarendo. Il mio criterio è la buona fede di chi scrive e la possibilità di spiegare.Il presidente Napolitano, in occasione del Giorno della Memoria, disse qualche anno fa che l’antisionismo è la forma moderna dell’antisemitismo. Per quel che senti in giro, condividi?Io penso che molti antisemiti siano semplicemente degli ignoranti e che non sappiano neppure che cosa significa la parola sionismo. Antisionismo come forma moderna di antisemitismo? Sì, condivido, c’è anche questo. Ma voglio chiarire che troppo spesso l’accusa di antisionismo e antisemitismo viene rivolta anche a chi intende solo criticare una determinata azione politica di Israele. “Antisemitismo” è una parola pesantissima che non va banalizzata. Amos Oz, Abraham B. Yehoshua, David Grossman e molti altri intellettuali israeliani criticano la politica degli insediamenti. Anche secondo me è una politica sbagliata, poco lungimirante. Gli insediamenti sono un macigno sul cammino della pace tra israeliani e palestinesi. E voglio essere libero di dirlo anche se sono un giornalista italiano che vive a Crema e non un intellettuale israeliano che vive a Gerusalemme, e non tollero di poter essere chiamato antisemita per questo. Per quanto riguarda il Giorno della Memoria, qualche anno fa mi sono chiesto se è ancora necessario un giorno della Memoria, talmente è nota la cosa; ma poi mi sono convinto che sia indispensabile perché quando il mio amico Marcello Pezzetti, che era con me al liceo, porta i ragazzi delle scuole ad Auschwitz, e poi io parlo con quei ragazzi, capisco che non avevano capito. Perché hanno 16 anni. I giovani vanno istruiti, preparati. La Shoà è unica per i suoi numeri, per l’organizzazione con cui è stata perseguita, per la vicinanza temporale e la civiltà del Paese che l’ha generata, il Paese che negli ultimi 300 anni in Europa ha espresso la maggiore profondità di pensiero, la Germania. Ma è bene anche attualizzarla e confrontarla con altre, diverse, tragedie, perché l’intolleranza per il diverso prende oggi molte forme. Io credo che la cosa da cui più dobbiamo guardarci adesso non è il calcolo dei perfidi, che ci sono sempre, ma l’incoscienza degli ignoranti. Quando vedo le bande dei ragazzini che giocano a fare i neonazisti, con i simboli... loro mi fanno pena, ma i genitori mi fanno rabbia. Ho un figlio adolescente, con cui parlo di queste cose: i genitori hanno il dovere di passare le informazioni su ciò che è stato. Avere un figlio razzista dovrebbe essere il dolore più grande per un genitore. I cattivi maestri sono all’opera, anche su Internet appunto. In Germania bastarono un paio di libri a fomentare l’odio antiebraico, bisogna stare in guardia. E i cosiddetti leader, parola che viene dall’inglese to lead, guidare, dovrebbero fare il loro mestiere. Spesso sono invece followers, come quelli di Twitter. Molti “vanno dietro”, ragionano e governano con i sondaggi e avallano gli istinti che girano e questo per un leader è una colpa gravissima. Se tu usi un certo linguaggio, aggressivo, violento, gli adulti bene o male capiscono, ma i ragazzini no. Se un ministro dice che bisogna “imbracciare il fucile”, ci sono ragazzi che rischiano di prendere alla lettera il messaggio. A volte su Italians arrivano lettere che iniziano con la tipica frase: “non sono razzista, ma...”Sì, oppure anche “Ho tanti amici ebrei, ma...”. Chi esordisce in questo modo di solito è a disagio, non sa cosa dire, né come dirlo. È disorientato e siccome c’è qualcuno che di mestiere disorienta la gente, bisogna essere attenti ma magnanimi: non verso le espressioni, ma verso gli uomini e le donne che manifestano questo disagio. Ecco, non direi “perdona loro perché non sanno quello che fanno”, ma “correggi coloro che non sanno”. Periodicamente tu incontri i tuoi lettori. Specie quelli che risiedono all’estero: andate in pizzeria e ormai questo appuntamento è noto come Pizza Italians. Ne hai fatte due anche in Israele, con i tuoi lettori di Tel Aviv e Haifa...Gli incontri sono stati molto belli. Quello di Haifa è stata, guardando indietro, quasi malinconico, perché avvenuto poco prima degli attacchi missilistici. È una città che mi è molto cara, la trovo affascinante perché è un simbolo di convivenza vera. Ci sono ebrei, musulmani, i cattolici di San Giovanni. Alla pizzata c’era questa atmosfera, molto serena. La prima volta sono stato in Israele nel 1988, durante la prima Intifada; Montanelli mi mandò per un mese e Dan Segre mi fece da guida. Allora il libro più significativo per me fu In the Land of Israel di Amos Oz, in particolare una pagina dove si parlava del lungomare di Tel Aviv, dove le gente passeggiava, sedeva nei caffè, un’immagine difficile da credere per chi viene da fuori. Per me Haifa rappresenta questo, la possibilità di vivere Israele come Paese normale. A Tel Aviv invece è stato un incontro molto vivace, eravamo in tanti, ebrei di origine italiana; anche l’organizzatrice della serata era un’ebrea italiana che lavorava per una associazione che si occupa di mostrare ai giornalisti stranieri le inesattezze o i pregiudizi anti-israeliani presenti nel loro lavoro. Era, diciamo, di “destra” secondo i criteri israeliani; molti partecipanti venivano dai kibbutz, erano di “sinistra”. Tutta la serata è stata animata da discussioni, tra cinque o sei linee politiche diverse, per me straordinariamente utile e interessante. Avrei voluto che assistesse chi pensa a Israele come a un mondo monolitico.“L’Islam è moderato fin quando non accendi la miccia. Allora secoli di frustrazione anti-occidentale esplodono pervasi di rancore, rivincita, odio e violenza”.
 Questi - hai scritto - sono commenti che arrivano a Italians. Ho scritto sul Corriere che la discussione tra Giovanni Sartori e Tito Boeri, sulla possibilità di integrare l’Islam in Italia, è stata opportuna. Penso che l’Europa sia il risultato di 2500 anni di Diritto romano, 2000 anni di cristianesimo, dell’Illuminismo, di presenza islamica ed ebraica, Costituzione e televisione. Io credo che chi viene in Italia debba accettare le regole della vita civile e non seguire solo le proprie tradizioni isolato dal contesto, perché questo crea - come si vede in Inghilterra - schizofrenia identitaria soprattutto nei giovani. Però penso che la discussione debba essere finalizzata alla ricerca di una soluzione, non basta negare la possibilità di integrazione perché la presenza islamica è una realtà consolidata in Europa, con 12 milioni di cittadini. Bisogna controllare e cacciare gli istigatori d’odio e convincere gli altri a lavorare sulle nuove generazioni. Ester Moscati 5/03/10 http://www.mosaico-cem.it/

domenica 14 marzo 2010


Gerusalemme

Hamas non fa più paura: presa in giro anche a teatro

Israele lo tiene nel mirino. Il popolo lo detesta. I commedianti lo irridono. I gruppi più fanatici gli fanno concorrenza. E i suoi capi si disperano. Cinque anni dopo il ritiro israeliano dalla Striscia, quattro anni dopo il trionfo alle elezioni palestinesi, tre anni dopo la conquista di Gaza e la sconfitta dei rivali di Fatah, Hamas è a un passo dal fallimento. L’organizzazione che, solo tre anni fa, sognava d’imprimere una svolta alla lotta palestinese e d’arrivare a controllare anche la Cisgiordania è in crisi nera. E il buco più nero è proprio quella Striscia destinata, nei sogni, a trasformarsi nel prototipo di un nuovo Stato palestinese libero dalla corruzione, saldo nei principi religiosi e inflessibile nella contrapposizione a Israele. Oggi a Gaza si respira invece aria di fallimento. La cartina di tornasole del “disastro Hamas” si chiama Cordone Ombelicale ed è una commedia satirica che da settimane fa il tutto esaurito entusiasmando migliaia di palestinesi decisi a farsi beffe dei loro capi. Le gag di quella commedia irridente - che nessun leader fondamentalista osa ancora a censurare - danno voce al malessere profondo di Gaza. Nei suoi dialoghi riecheggiano la rabbia per una guerra a Israele risoltasi con una strage di civili, il risentimento per le scelte oltranziste che hanno portato a un isolamento insopportabile, il rancore per le condizioni di vita sempre più miserabili.«Una vita da cani, una vita senza elettricità, una vita senza pane e senza lavoro», ripete una protagonista di Cordone Ombelicale interpretando le proteste di chi ormai non vede futuro. E così mentre la commedia attira ogni sera più di mille spettatori le moschee di Hamas si svuotano. Come se non bastasse, l’organizzazione fa i conti con la concorrenza di organizzazioni ancor più estremiste. Perso il consenso dei settori della popolazione più laica, quella che sperava in Hamas solo per farla finita con la corruzione e i fallimenti di Fatah, i signori di Gaza devono fronteggiare l’ascesa dei cosiddetti gruppi salafiti, portabandiera di un integralismo assai vicino a quello di Al Qaida. I primi segnali del truce scontro tra fanatismi erano già emersi la scorsa estate. Il 15 agosto Hamas aveva attaccato una moschea considerata il quartier generale di un’organizzazione “qaidista” uccidendo - dopo un violento scontro a fuoco - il predicatore Abdel Latif Moussa e una ventina di suoi militanti. Il sanguinoso blitz ha solo moltiplicato la rabbia dei nuovi integralisti. Così - mentre Hamas fatica ad attirare nuovi militanti - le organizzazioni salafite reclutano centinaia di giovani e non esitano a minacciare i leader della Striscia.«Non la smetteremo di colpire i capi di questo governo pervertito e corrotto», spiegava il comunicato diffuso da un gruppo denominatosi “Soldati della Brigata Monoteista” subito dopo l’attentato a un influente comandante di Hamas. «Se questo fenomeno è veramente diffuso allora dovremo affrontarlo parlandone con nostri giovani», ha detto di recente l’ex premier di Hamas Ismail Haniyeh ammettendo l’esistenza del problema.L’emorragia di militanti preoccupa soprattutto l’ala militare dell’organizzazione. Ahmed Jabri, capo del braccio militare del movimento a Gaza, ha indirizzato un’allarmata lettera al suo capo Khaled Meshaal - in esilio a Damasco – descrivendo i recenti attacchi e parlando di «situazione in rapido deterioramento, molto vicina all’anarchia». Sul piano militare non va meglio. La distruzione e la chiusura di molti tunnel sotterranei che collegavano il sud della Striscia all’Egitto ha reso più difficile il rifornimento di armi in arrivo dall’Iran. E l’uccisione a Dubai di Mahmoud al-Mabhouh, il grande armiere caduto vittima del Mossad mentre cercava nuovi canali per far arrivare le armi iraniane a Gaza, ha inferto un altro micidiale colpo all’organizzazione. Assediata da Israele, priva di collegamenti certi con gli iraniani, abbandonata dalla sua popolazione, insidiata dalla concorrenza salafita Hamas rischia insomma di scomparire nelle stesse sabbie di Gaza da cui era venuto alla luce nel lontano dicembre 1987. 14 marzo 2010


Ramallah

Israele arresta un capo di Hamas

Era ricercato dalla fine degli anni '90
Uno dei capi di Hamas in Cisgiordania è stato arrestato dai servizi di sicurezza israeliani, che lo cercavano da diversi anni. Maher Uda, 47 anni, uno dei fondatori del braccio armato di Hamas, è stato catturato nella regione di Ramallah: "Era ricercato dalla fine degli anni '90 per il suo coinvolgimento in una serie di attentati suicidi compiuti in Israele che hanno provocato 70 morti", ha precisato un portavoce militare israeliano.14.3.2010,http://www.tgcom.mediaset.it/


Progetto per salvare il cimitero del Lido

Conferenza stampa a Ca’Farsetti per la presentazione del piano di riordino e riqualificazione del cimitero ebraico del Lido, presenti all’incontro il presidente della Comunità Ebraica di Venezia, Vittorio Levis, Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, Emanuela Zucchetta della Soprintendenza per beni architettonici e paesaggistici di Venezia, il responsabile Veritas, Marino Bressan.Negli ultimi trent’anni il cimitero è stato oggetto di interventi di recupero e valorizzazione con una schedatura informatizzata delle lapidi del cimitero antico e la ricollocazione di alcune di esse in un apposito lapidario nel cimitero moderno. Queste operazioni si sono potute realizzare grazie al contributo di enti pubblici quali il Comune di Venezia, la Regione Veneto e la Soprintendenza per i beni artistici e storici di Venezia e ad alcune fondazioni per la salvaguardia di Venezia.Con il contributo straordinario erogato dal Comune, verrà infine portata a termine la prima fase del progetto che prevedeva l’abbattimento degli alberi morti e le operazioni di pulizia del sottobosco. Questi interventi hanno consentito di riportare alla luce le lapidi più antiche occultate e rese inaccessibili dalla fitta vegetazione. Quello che però era partito come una messa in sicurezza del verde, in realtà si sta rivelando il punto di partenza per una riqualificazione di uno dei patrimoni storici ed artistici più importanti e a volte poco conosciuti, di Venezia. Un complesso unico, le cui prime attestazioni risalgono al 1389, che si contraddistingue per il fascino storico e romantico, che stregò scrittori quali Johann Wolfgang Goethe, Lord Byron, Alfred de Musset e Théophile Gautier.“Un unicum tale - spiega Vittorio Levis - che non ha uguali in Europa. La dimostrazione di quanto l’ebraismo veneziano sia legato a filo doppio con la storia della Repubblica di Venezia. Attraverso le lapidi del cimitero ebraico del Lido viene tramandata l’arte, la letteratura, la simbologia religiosa e familiare, elementi che nei secoli hanno contraddistinto la Comunità Ebraica di Venezia”. Dello stesso avviso il sindaco Massimo Cacciari che ha ribadito l’importanza del cimitero ebraico, parte della storia italiana e europea e testimonianza del rapporto tra l’ebraismo e le altre culture presenti in città: ”Una grande pagina della storia veneziana da rendere godibile ai veneziani e ai turisti. A Praga c'è una folla che visita il locale cimitero ebraico, ma quel sito non è paragonabile al nostro cimitero. Dobbiamo compiere un'operazione di promozione analoga a quella che è stata fatta per il Ghetto in cui il museo, la casa dell'Ospitalità, le sinagoghe sono viste oramai da decine di migliaia di persone. La bellezza, la cultura ebraica è qualcosa di assolutamente vivo in laguna, non è pura archeologia”.Riguardo all’aspetto tecnico delle operazioni è intervenuto il responsabile Veritas, Marino Bressan che ha messo in luce le difficoltà sorte nella bonifica di quest’area che si estende per più di 35 mila metri quadrati. I due elementi di maggior problematicità sono stati l’inclemenza di 4 mesi di maltempo e la necessità di dover intervenire manualmente sulla potatura della vegetazione, affinché non venissero compromesse le parti monumentali. Anche in questi ultimi giorni le condizioni metereologiche hanno creato non pochi problemi con l’apertura di una breccia nel muro di cinta per la caduta di alcuni alberi.In chiusura, Emanuela Zucchetta ha auspicato che gli interventi ora in atto sulla vegetazione siano propedeutici a un ulteriore interessamento relativo alla parte monumentale: “Centinaia di Lapidi - spiega Emanuela Zucchetta – che ora stanno riemergendo e che dovranno essere censite e catalogate, per rilevare anche il loro stato di conservazione. Un’indagine conoscitiva che potrebbe spingere i comitati privati a farsi avanti per il reperimento dei fondi”. Michael Calimani, moked.it


Auschwitz

Sull'ex ufficiale nazista Adolf Eichmann c'è un segreto di Stato che il tribunale di Lipsa potrebbe obbligare a rendere pubblico

Berlino, 11 mar -Il tribunale amministrativo di Lipsia potrebbe abolire presto il segreto di Stato sui documenti che raccontano gli ultimi 15 anni di vita di Adolf Eichmann, l'ex ufficiale nazista rifugiatosi in Sud America nel 1950 e rapito dagli agenti del Mossad 10 anni dopo per essere processato in Israele, dove fu impiccato nel 1962. Il ricorso era stato mosso da una giornalista tedesca, Gabriele Weber. La Weber, scrive il settimanale Der Spiegel, sostiene che i documenti su Eichmann - uno dei principali architetti della 'soluzione finale' di Adolf Hitler - debbano essere di dominio pubblico. I servizi segreti tedeschi Bnd, invece, non hanno alcuna intenzione di cedere alla richiesta, poiché sostengono che gran parte delle informazioni contenute nel voluminoso dossier sono state fornite da un servizio di intelligence straniero. Se fossero divulgate, secondo la Bnd, verrebbe compromesso il rapporto di fiducia tra gli 007 tedeschi e quelli di altri paesi, che in futuro non sarebbero più così disposti a collaborare con Berlino. Tuttavia, un giornalista argentino, Uki Goni, che per anni ha seguito casi di ex ufficiali nazisti fuggiti in Sud America, è convinto che quei documenti nascondano le prove dell'aiuto dato ad Eichmann dal governo tedesco e da funzionari italiani e del Vaticano.
Netanyahu assente all'inaugurazionedi una nuova sinagoga nella Città Vecchia
Gerusalemme, 12 mar -L'inaugurazione di una sinagoga, appena restaura, all'interno della Città Vecchia, sta facendo salire la tensione a Gerusalemme. La cerimonia avrà luogo lunedì e saranno presenti, fra gli altri, alcuni ministri israeliani e i rabbini capo Yona Metzger e Shlomo Amar. Ma il premier Benyamin Netanyahu ha fatto sapere oggi che non ci sarà. Preferisce accontentarsi di un messaggio televisivo registrato per non creare irritazione, in particolar modo dopo il recente confronto con gli Stati Uniti sui progetti di estensione del rione ebraico di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est. moked.it


Henry Moore, Tel Aviv Museum of Art

L’arte come ponte di dialogo

Firenze e Tel Aviv hanno due storie molto diverse. Una è conosciuta in tutto il mondo per i suoi plurisecolari gioielli, l’altra sorse nel bel mezzo del nulla poco più di un secolo fa. Eppure le due città hanno deciso di camminare insieme nel nome dell’arte, grazie ad un progetto di interscambio culturale fortemente voluto da Alfonso De Virgiliis, presidente della Fondazione Premio Galileo 2000, e da Rodolfo Foti, presidente dell’associazione Italia-Israele di Firenze.Il progetto, presentato in conferenza stampa insieme a Omer Mordechai, direttore del Tel Aviv Museum of Art, si svilupperà in due fasi. La prima prevede una mostra di una sessantina di opere degli artisti israeliani Adam Berg e Yossef Krispel. I dipinti verranno esposti per cinque settimane nelle sale del Palazzo Medici Riccardi, attuale sede della Provincia (l’inaugurazione è prevista per il prossimo settembre). E non sarà certo un’esibizione modesta e priva di appeal. La garanzia della bontà dell’evento - spiega De Virgiliis - “è la grande attenzione ad ogni minimo dettaglio mostrata da Mordechai in questi giorni”. In un secondo momento, nell’estate del 2011, saranno invece alcuni artisti toscani ad avere l’onore di esporre le proprie opere a Tel Aviv. Alle domande incalzanti dei giornalisti su chi saranno i fortunati, i due rispondono: “Non facciamo ancora dei nomi perché non vogliamo illudere nessuno”. Il Tel Aviv Museum of Art rappresenta una vetrina di primissimo piano, che al suo interno ospita numerosi quadri di artisti di fama internazionale. Tra di essi molti italiani: fiore all’occhiello della collezione sono quattro opere realizzate da Giorgio de Chirico nel suo fertilissimo periodo metafisico. E presto ci sarà anche un quadro di Caravaggio. Il dipinto, che sarebbe dovuto arrivare in Israele insieme alla delegazione che ha recentemente accompagnato Silvio Berlusconi in Terra Santa, è ancora nel nostro paese. Colpa della stiva dell’aereo, troppo piccola per ospitare un quadro di quelle dimensioni. Episodio vagamente imbarazzante, tanto che l’ambasciatore italiano si è mobilitato per sbloccare in breve tempo la situazione. Mordechai ha la battuta pronta: “Saremmo stati contenti anche se ci avessero mandato un Caravaggio più piccolo”.Adam Smulevich, moked.it


Comix - “Mickey Mouse in Gurs”

Se si esamina con attenzione la produzione di fumetti legati alla Shoah, si può notare che gli autori sono tutti figli o nipoti di deportati, che cercano di raccontare gli eventi drammatici dei parenti. Si può tranquillamente parlare di seconda generazione, così oggi si identificano coloro che raccontano i ricordi e soprattutto gli stati d’animo, i sentimenti con cui sono convissuti in casa nel dopoguerra.Per citarne una Lizzie Doron, pubblicata in Italia dalla Giuntina, è un evidente esempio di seconda generazione di “testimoni”. Si tratta dei testimoni indiretti, di coloro che raccontano l’atmosfera e l’ambiente umano in cui sono cresciuti.In realtà già nel 1942 un deportato iniziò a raccontare la sua Shoah. Si tratta di Horst Rosenthal e del suo “Mickey Mouse in Gurs”. Gurs era un campo di concentramento francese.Andrea Grilli, moked.it



Haggadà di Pesach

Si avvicina Pesach

e già si apprestano i preparativi che tra qualche giorno ferveranno nelle case ebraiche: riordini, pulizie, inviti per il Seder, riproposizione di antiche ricette e di tradizioni famigliari. Gérard Haddad, psichiatra ebreo francese che ha analizzato i riti alimentari che caratterizzano la vita ebraica, rileva: l'’integrazione dell’individuo nel gruppo è determinata da un atto di divorazione molto particolare che consiste nel "mangiare" le parole del Libro. Se il mangiare dunque trascina il sapere, Pesach è un punto centrale della riflessione sulla propria identità ebraica a cui raramente anche i più lontani rinunciano.Sonia Brunetti Luzzati, moked.it