domenica 9 maggio 2010
Tel Aviv - museo dell'Haganà
Marrani, un'identità negata e incompleta
Nell’antica Sefarad si calcola che in un quarto di secolo, dal 1391 al 1415, la comunità ebraica perse almeno centomila membri. Nacque la figura ibrida e complessa dei “marrani”. Il battesimo forzato si rivelò una barriera insuperabile che segnò il destino dei marrani, li separò dalla comunità, senza offrirgliene una nuova, li bandì in una terra di nessuno, chiusi nel mezzo tra ebraismo e cristianesimo, li destinò ad una tensione irrisolvibile, ad una scissione che li lacerò prima ancora di ogni tortura.Così i marrani furono improvvisamente l’“altro” rispetto ai cristiani, ma anche rispetto agli ebrei. Sensi di colpa, rimorso e privazione, inadeguatezza, non-appartenenza, estraneità, impossibilità di essere sé, li accompagnarono nella loro storia secolare. Furono condannati ad una identità negata e incompleta, ad un sé scisso e frammentato.Soffrirono per un triplo esilio: come ebrei erano esiliati da Sion; come conversos erano esclusi dalla vita ebraica; come giudaizzanti sopravvivevano in un ambiente sempre più ostile, circondati da spagnoli in cerca di “identità” autentica e purezza del sangue. Esiliati nell’esilio, si considerarono ebrei potenziali per aspirazione, per il loro persistere in un ebraismo sempre più privato di contenuti, un ebraismo per sottrazione. Scherniti dai cristiani, perché non riconoscevano che il messia era già venuto, non abbandonarono mai la “esperanza” nel loro Messia, una speranza che cedeva spesso a una nostalgia verso un passato immemoriale, ma che non si spense mai e restò, ancora nel Novecento, una delle poche indelebili tracce del marranesimo.Un nuovo capitolo dell’ebraismo italiano potrà essere scritto quando ai marrani del sud verrà concesso il riscatto e il ritorno che hanno atteso.Donatella Di Cesare, filosofa http://www.moked.it/
Nota: I marrani (in spagnolo marranos, probabilmente dall'arabo moharrama, muharram, che significa "cosa proibita") erano ebrei sefarditi (ebrei della Penisola iberica) che vennero costretti ad abbracciare la religione cristiana, sia con la coercizione come conseguenza della persecuzione degli ebrei da parte dell'inquisizione spagnola, sia per "libera" scelta, per una questione formale. Molti marrani mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli al giudaismo.
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Cultura
Lo show di Salam Fayyad
Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad va ripetendo che sta lavorando per arrivare nell’agosto 20011 a dichiarare l’indipendenza su “tutti i territori occupati”. Dice che, sebbene sia disposto a impegnarsi in negoziati con Israele, non vede tali negoziati come un requisito necessario per la creazione di una “Palestina indipendente”. I palestinesi chiedono l’applicazione delle leggi internazionali sull’autodeterminazione, dice, aggiungendo che Israele non è l’unico attore nella partita. Fayyad ha anche minacciato di agire unilateralmente: “Non abbandoniamo il negoziato come metodo per arrivare alla creazione di uno stato – ha dichiarato – Ma nel caso questo non funzionasse, siamo pronti per una seconda opzione: trasformare direttamente il nostro sogno in realtà”.Fayyad non è un leader militare. In questo periodo si sta costruendo un’immagine di leader politico, e non c’è modo migliore per giudicare la sua opera che esaminare le sue azioni sul fronte economico: un esame che rivela l’enorme gap che esiste fra le sue parole e le sue intenzioni.Se la sua intenzione fosse davvero quella di diventare il Ben-Gurion palestinese, Fayyad agirebbe nel senso di favorire l’indipendenza economica e la costruzione di un’infrastruttura per il suo stato in fieri. Invece devolve gli enormi fondi che riceve dal resto del mondo al pagamento di stipendi nell’evidente tentativo di rafforzare il consenso attorno a se stesso. Fayyad certamente non ha dimenticato che il partito da lui creato alcuni anni fa riuscì a guadagnarsi meno del 2% dei voti nelle elezioni palestinesi. Come per ogni politico, questo è ciò che veramente gli interessa: crearsi una base di sostegno personale.Di recente Fayyad ha iniziato a ricompensare non solo 150.000 dipendenti dell’Autorità Palestinese e delle sue forze di sicurezza. Ha anche creato un fondo (apparentemente destinato a scopi di sviluppo) che distribuisce direttamente i fondi degli stati donatori per pagare gli stipendi in più di 500 municipalità e consigli locali istituiti dall’Autorità Palestinese: che, negli ultimi sedici, si sono moltiplicati per sei.Il primo ministro palestinese si vanta di essere un riformatore economico, ma in pratica la crescita che si è vista sotto la sua leadership trae origine dagli accresciuti aiuti internazionali, che sono andati aumentando in seguito alla sua promessa, mai mantenuta, di ridurre al minimo la burocrazia del governo palestinese.Non basta. Fayyad ha potuto beneficiare di un ulteriore, inconsueto contributo: il boom di acquisti fatti dagli arabi israeliani, con l’approvazione del governo, nelle città palestinesi. Questi acquisti hanno incrementato l’economia palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania) di più del 10%, aumentando in questo modo di centinaia di milioni di shekel il gettito totale nelle casse dell’Autorità Palestinese dell’imposta sul valore aggiunto. Non solo il governo israeliano ha rinunciato a chiedere il rimborso di queste somme IVA, stimate in circa un miliardo di shekel all’anno (approssimativamente 280 milioni di dollari), che spettano a Israele per legge e in base agli accordi con l’Autorità Palestinese. Secondo un documento recentemente distribuito dal ministero degli esteri di Gerusalemme, Israele ha anche esonerato di fatto i commercianti palestinesi dall’emettere fattura. Così Israele sta facendo all’Autorità Palestinese (in modo totalmente volontario e in contrasto con la legge, stando al documento del ministero degli esteri) un regalo che ammonta ad altre centinaia di milioni di shekel all’anno.Fayyad vuole che gli si dia più territorio, apparentemente quello necessario per l’ “indipendenza”. Ma vuole anche che Israele continui a servirgli da alibi per non investire nello sviluppo i fondi a sua disposizione: tutti i rapporti che inoltra alla Banca Mondiale sono zeppi di giustificazioni sul perché i fondi per lo sviluppo non sono stati pienamente utilizzati. Indovinereste mai a chi viene data la colpa?Se Fayyad coltivasse autentici progetti per l’indipendenza, avrebbe già iniziato a preparare le infrastrutture per una moneta palestinese indipendente. Uno stato che vuole sviluppare un settore privato e la possibilità di remunerare le esportazioni non può farlo restando aggrappato allo shekel, che è la moneta di un’economia moderna e sviluppata come quella di Israele. In qualità di economista che ha lavorato per il Fondo Monetario Internazionale, Fayyad sa bene che la capacità di attuare un deprezzamento della moneta è una delle più importanti funzioni richieste dal FMI a qualunque stato indipendente. Ma a quanto pare questo non vale per la “Palestina”.È la chiara prova che Fayyad non intende promuovere una vera indipendenza. Quello che vuole è continuare a far affidamento su Israele rimanendo in uno stato indefinito di “mezza occupazione e mezza indipendenza”, fino a quando la dinamica della demografia risolverà da sola la partita. Ciò che Hamas cerca di fare sul piano militare, e che Yasser Arafat tentò di faro sul piano diplomatico, Fayyad cerca i farlo sul piano dell’economia.L’Accordo di Parigi, che è la chiave di volta economica che fa da base all’esistenza stessa dell’Autorità Palestinese, prevede per entrambe le parti la facoltà di chiedere di ridiscutere i dettagli dell’accordo. L’accordo venne firmato sedici anni fa. Eppure, nonostante tutti i cambiamenti politici ed economici nel frattempo intercorsi, Israele continua ad aderirvi, introducendo anzi delle aggiunte volontarie nella speranza che queste “regalie” possano mitigare le pressioni internazionali.Nondimeno Israele dovrebbe rivolgere all’Autorità Palestinese alcune precise richieste, che ne rivelerebbero la mancanza di indipendenza economica e la dipendenza da Israele: – che i palestinesi intraprendano immediatamente passi verso l’emissione di una moneta palestinese indipendente, assicurandosi di stabilizzarla: che l’utilizzo dello shekel israeliano nei territori palestinesi venga abolito nell’agosto 2011, la data fissata da Fayyad per l’“indipendenza”;– che l’Autorità Palestinese si metta nell’ordine di idee di dover compensare Israele per i danni causati da attività criminali palestinesi (furti d’auto, furti di medicinali, furti agricoli.);– che l’Autorità doganale palestinese si decida a riscuotere da sola, senza l’aiuto di Israele, le imposte sul valore aggiunto e altre tasse che attualmente vengono riscosse per suo conto dal governo israeliano: basta coi trasferimenti mensili dei fondi IVA. Volete l’indipendenza? Prego. Quando i funzionari doganali di Fayyad saranno impegnati a riscuotere le tasse non avranno più molto tempo per dedicarsi il nuovo compito che Fayyad ha ideato per loro: la distruzione delle merci israeliane importate nell’Autorità Palestinese.Se Fayyad perseguisse questi obiettivi economici, potrebbe diventare un capo di stato modello.E se vorrà estendere il suo governo alla striscia di Gaza, Israele non sarà costretto a imbarcarsi in un’altra campagna militare per prendere il controllo della striscia e consegnargliela su un piatto d’argento. Israele dovrebbe piuttosto permettere al ben addestrato esercito di Fayyad di passare dalla Cisgiordania a Rafah, in Egitto: da lì potrebbe fare il suo ingresso nella striscia di Gaza e prenderne possesso, come fece sedici anni fa un altro rinomato capo palestinese. Pensate che Hamas permetterebbe a Fayyad di farlo? Ebbene, questo sarebbe il vero test dell’indipendenza palestinese. (Da: YnetNews, 25-26.4.10)Di Avi Trengo 4.5.2010 http://www.israele.net/
Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad va ripetendo che sta lavorando per arrivare nell’agosto 20011 a dichiarare l’indipendenza su “tutti i territori occupati”. Dice che, sebbene sia disposto a impegnarsi in negoziati con Israele, non vede tali negoziati come un requisito necessario per la creazione di una “Palestina indipendente”. I palestinesi chiedono l’applicazione delle leggi internazionali sull’autodeterminazione, dice, aggiungendo che Israele non è l’unico attore nella partita. Fayyad ha anche minacciato di agire unilateralmente: “Non abbandoniamo il negoziato come metodo per arrivare alla creazione di uno stato – ha dichiarato – Ma nel caso questo non funzionasse, siamo pronti per una seconda opzione: trasformare direttamente il nostro sogno in realtà”.Fayyad non è un leader militare. In questo periodo si sta costruendo un’immagine di leader politico, e non c’è modo migliore per giudicare la sua opera che esaminare le sue azioni sul fronte economico: un esame che rivela l’enorme gap che esiste fra le sue parole e le sue intenzioni.Se la sua intenzione fosse davvero quella di diventare il Ben-Gurion palestinese, Fayyad agirebbe nel senso di favorire l’indipendenza economica e la costruzione di un’infrastruttura per il suo stato in fieri. Invece devolve gli enormi fondi che riceve dal resto del mondo al pagamento di stipendi nell’evidente tentativo di rafforzare il consenso attorno a se stesso. Fayyad certamente non ha dimenticato che il partito da lui creato alcuni anni fa riuscì a guadagnarsi meno del 2% dei voti nelle elezioni palestinesi. Come per ogni politico, questo è ciò che veramente gli interessa: crearsi una base di sostegno personale.Di recente Fayyad ha iniziato a ricompensare non solo 150.000 dipendenti dell’Autorità Palestinese e delle sue forze di sicurezza. Ha anche creato un fondo (apparentemente destinato a scopi di sviluppo) che distribuisce direttamente i fondi degli stati donatori per pagare gli stipendi in più di 500 municipalità e consigli locali istituiti dall’Autorità Palestinese: che, negli ultimi sedici, si sono moltiplicati per sei.Il primo ministro palestinese si vanta di essere un riformatore economico, ma in pratica la crescita che si è vista sotto la sua leadership trae origine dagli accresciuti aiuti internazionali, che sono andati aumentando in seguito alla sua promessa, mai mantenuta, di ridurre al minimo la burocrazia del governo palestinese.Non basta. Fayyad ha potuto beneficiare di un ulteriore, inconsueto contributo: il boom di acquisti fatti dagli arabi israeliani, con l’approvazione del governo, nelle città palestinesi. Questi acquisti hanno incrementato l’economia palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania) di più del 10%, aumentando in questo modo di centinaia di milioni di shekel il gettito totale nelle casse dell’Autorità Palestinese dell’imposta sul valore aggiunto. Non solo il governo israeliano ha rinunciato a chiedere il rimborso di queste somme IVA, stimate in circa un miliardo di shekel all’anno (approssimativamente 280 milioni di dollari), che spettano a Israele per legge e in base agli accordi con l’Autorità Palestinese. Secondo un documento recentemente distribuito dal ministero degli esteri di Gerusalemme, Israele ha anche esonerato di fatto i commercianti palestinesi dall’emettere fattura. Così Israele sta facendo all’Autorità Palestinese (in modo totalmente volontario e in contrasto con la legge, stando al documento del ministero degli esteri) un regalo che ammonta ad altre centinaia di milioni di shekel all’anno.Fayyad vuole che gli si dia più territorio, apparentemente quello necessario per l’ “indipendenza”. Ma vuole anche che Israele continui a servirgli da alibi per non investire nello sviluppo i fondi a sua disposizione: tutti i rapporti che inoltra alla Banca Mondiale sono zeppi di giustificazioni sul perché i fondi per lo sviluppo non sono stati pienamente utilizzati. Indovinereste mai a chi viene data la colpa?Se Fayyad coltivasse autentici progetti per l’indipendenza, avrebbe già iniziato a preparare le infrastrutture per una moneta palestinese indipendente. Uno stato che vuole sviluppare un settore privato e la possibilità di remunerare le esportazioni non può farlo restando aggrappato allo shekel, che è la moneta di un’economia moderna e sviluppata come quella di Israele. In qualità di economista che ha lavorato per il Fondo Monetario Internazionale, Fayyad sa bene che la capacità di attuare un deprezzamento della moneta è una delle più importanti funzioni richieste dal FMI a qualunque stato indipendente. Ma a quanto pare questo non vale per la “Palestina”.È la chiara prova che Fayyad non intende promuovere una vera indipendenza. Quello che vuole è continuare a far affidamento su Israele rimanendo in uno stato indefinito di “mezza occupazione e mezza indipendenza”, fino a quando la dinamica della demografia risolverà da sola la partita. Ciò che Hamas cerca di fare sul piano militare, e che Yasser Arafat tentò di faro sul piano diplomatico, Fayyad cerca i farlo sul piano dell’economia.L’Accordo di Parigi, che è la chiave di volta economica che fa da base all’esistenza stessa dell’Autorità Palestinese, prevede per entrambe le parti la facoltà di chiedere di ridiscutere i dettagli dell’accordo. L’accordo venne firmato sedici anni fa. Eppure, nonostante tutti i cambiamenti politici ed economici nel frattempo intercorsi, Israele continua ad aderirvi, introducendo anzi delle aggiunte volontarie nella speranza che queste “regalie” possano mitigare le pressioni internazionali.Nondimeno Israele dovrebbe rivolgere all’Autorità Palestinese alcune precise richieste, che ne rivelerebbero la mancanza di indipendenza economica e la dipendenza da Israele: – che i palestinesi intraprendano immediatamente passi verso l’emissione di una moneta palestinese indipendente, assicurandosi di stabilizzarla: che l’utilizzo dello shekel israeliano nei territori palestinesi venga abolito nell’agosto 2011, la data fissata da Fayyad per l’“indipendenza”;– che l’Autorità Palestinese si metta nell’ordine di idee di dover compensare Israele per i danni causati da attività criminali palestinesi (furti d’auto, furti di medicinali, furti agricoli.);– che l’Autorità doganale palestinese si decida a riscuotere da sola, senza l’aiuto di Israele, le imposte sul valore aggiunto e altre tasse che attualmente vengono riscosse per suo conto dal governo israeliano: basta coi trasferimenti mensili dei fondi IVA. Volete l’indipendenza? Prego. Quando i funzionari doganali di Fayyad saranno impegnati a riscuotere le tasse non avranno più molto tempo per dedicarsi il nuovo compito che Fayyad ha ideato per loro: la distruzione delle merci israeliane importate nell’Autorità Palestinese.Se Fayyad perseguisse questi obiettivi economici, potrebbe diventare un capo di stato modello.E se vorrà estendere il suo governo alla striscia di Gaza, Israele non sarà costretto a imbarcarsi in un’altra campagna militare per prendere il controllo della striscia e consegnargliela su un piatto d’argento. Israele dovrebbe piuttosto permettere al ben addestrato esercito di Fayyad di passare dalla Cisgiordania a Rafah, in Egitto: da lì potrebbe fare il suo ingresso nella striscia di Gaza e prenderne possesso, come fece sedici anni fa un altro rinomato capo palestinese. Pensate che Hamas permetterebbe a Fayyad di farlo? Ebbene, questo sarebbe il vero test dell’indipendenza palestinese. (Da: YnetNews, 25-26.4.10)Di Avi Trengo 4.5.2010 http://www.israele.net/
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il Kinnereth
Israele, turismo in crescita
Lunedì, 03 Maggio 2010, http://www.travelquotidiano.com/
Trimestre positivo per il turismo verso Israele. Il mese di marzo in particolare ha registrato una crescita del 56% rispetto al 2009. Tra gennaio e marzo i 747 mila turisti che hanno visitato Israele sono aumentati del 54%. Secondo il ministro del turismo, Stas Misezhnikov, i dati sono legati alla realizzazione del piano di lavoro triennale avviato nel novembre scorso. Significativi i dati dall'Italia: in marzo i turisti in movimento verso Israele sono cresciuti dell'87%
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Curiosità
istituto Weizmann
RICERCA: NASO ARTIFICIALE RICONOSCE GLI ODORI COME QUELLO UMANO
(AGI) -4 mag. - L'olfatto non e' un senso personale. Tant'e' che un gruppo di ricercatori israeliani e' riuscito ad 'allenare' un sistema elettronico capace di prevedere la gradevolezza di nuovi odori. Lo studio, pubblicato sulla rivista Plos Computational Biology e riportato dal notiziario Cordis, e' stato sostenuto dall'UE attraverso una borsa del Settimo programma quadro (70 PQ) da parte del Consiglio europeo della ricerca (CER). I risultati potrebbero potenzialmente portare a nuovi metodi per lo screening degli odori e per il monitoraggio ambientale. Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito a rapidi sviluppi della tecnologia dei nasi artificiali, o 'eNasi' come vengono anche chiamati. Questi dispositivi elettronici possono rilevare e riconoscere odori grazie a sensori chimici 'ospitati' dentro dei nasi. Uno degli obiettivi della tecnologia dei nasi artificiali e' quello di riferire sulle qualita' percettive di nuovi odori. In questo studio, gli scienziati dell'Istituto delle scienze Weismann e del Centro medico Edith Wolfson, entrambi in Israele, sostengono che la percezione della gradevolezza di un odore e' naturalmente collegata alla sua struttura molecolare. Le differenze personali o culturali sono evidenti solo all'interno di contesti specifici. Ai fini della loro ricerca, gli scienziati hanno regolato un 'eNaso' sulle stime di gradevolezza degli odori umane e poi hanno usato il dispositivo per prevedere la gradevolezza di nuovi odori. Il team ha chiesto a un gruppo di israeliani di dare un voto a una selezione di odori usando una scala da 1 a 30, da 'molto gradevole' a 'molto sgradevole'. Il gruppo di ricerca ha usato i risultati di questi test per sviluppare un algoritmo di 'gradevolezza degli odori' che hanno poi programmato nell''eNaso'. I ricercatori hanno quindi usato l'eNaso cosi' programmato per dare un voto a una serie di odori sconosciuti. Per scoprire se la comprensione dell'eNaso di cosa abbia un buon odore collimi con l'opinione di un naso umano, gli scienziati hanno chiesto a un secondo gruppo di israeliani (che non avevano partecipato alla prima parte dell'esperimento) di dare un voto a questi nuovi odori. Gli scienziati hanno riscontrato che i voti dati dal dispositivo sulla gradevolezza degli odori erano per oltre l'80 per cento simili a quelli dati dagli esseri umani. I giudizi dell'eNaso erano inoltre precisi per oltre il 90 per cento nel discriminare tra odori decisamente gradevoli o sgradevoli. La nostra cultura influenza le nostre opinioni su cosa abbia un buon odore? Per scoprirlo, il gruppo di ricerca ha testato le previsioni dell'eNaso su un gruppo di etiopi che erano di recente immigrati in Israele. Gli scienziati hanno scoperto che l'eNaso era in grado di prevedere le opinioni degli etiopi su un nuovo odore anche se era 'regolato' sulla gradevolezza degli odori percepita dagli israeliani. Secondo gli scienziati, questo suggerisce una somiglianza cross-culturale nella gradevolezza degli odori. ''La cultura influenza la percezione della gradevolezza olfattiva principalmente in contesti particolari'', ha spiegato Noam Soble del Dipartimento di neurobiologia dell'Istituto delle scienze Weismann. ''Per sottolineare questo punto - ha continuato - molti si chiederanno come mai ai francesi piace l'odore del loro formaggio, mentre la maggior parte delle persone lo trova disgustoso. Crediamo che il punto non e' che i francesi pensano che quell'odore sia gradevole in se' e per se', pensano semplicemente che sia indicativo di un buon formaggio. Se pero' l'odore fosse loro presentato fuori contesto in un barattolo probabilmente i francesi lo riterrebbero sgradevole proprio come chiunque altro; e questo e' il motivo per il quale i francesi non fanno profumi con l'odore del formaggio''. Gli scienziati hanno affermato che le caratteristiche molecolari di un odore stimolano i sensori chimici dell'eNaso, innescando un percorso elettrico particolare, cio' che gli studiosi chiamano 'l'impronta digitale dell'odore' che caratterizza quello specifico odore. Secondo i ricercatori, l'eNaso deve essere 'allenato' con campioni di odore in modo da creare un database di riferimento. Cio' che differenzia i nasi umani dall'eNaso e' che i primi sono capaci di riconoscere e persino classificare un odore nuovo anche se non e' disponibile l'impronta digitale nel database. .
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Curiosità
sala da pranzo di kibbutz
"JCall" rischia di spezzare il fronte della fermezza riunito attorno a Israele
di Bernardino Ferrero 5 Maggio 2010 http://www.loccidentale.it/
I fatti: un gruppo di 3.000 ebrei europei, meglio noto come “JCall”, ha firmato una petizione presentata al Parlamento Europeo in cui si definisce l’occupazione israeliana dei territori palestinesi “moralmente e politicamente sbagliata”, accusando il governo Netanyahu di delegittimare con le sue scelte lo stato ebraico a livello internazionale. Le critiche mosse nel documento, intitolato “Un appello alla ragionevolezza”, non sono il frutto delle paranoie di un pericoloso nemico di Israele. Il gruppo è guidato da David Chemla, un ebreo che oggi vive in Francia dopo aver trascorso dieci anni in Israele e aver combattuto nell’esercito di Davide, e può contare sull’appoggio di intellettuali francesi – come Bernard Henry Levi – che in passato hanno difeso lo stato ebraico, durante l’Operazione Piombo Fuso o dopo il Rapporto Goldstone che accusava Tel Aviv di crimini di guerra e contro l’umanità. JCall s’ispira all’americano “JStreet”, un gruppo della sinistra ebraica americana che si dichiara alternativo al più conservatore AIPAC.
Potremmo cavarcela dicendo che la posizione espressa dai firmatari dell’appello esprime la pluralità di posizioni all’interno della comunità ebraica internazionale sulla questione palestinese (vi è mai capitato di ascoltare appelli alla ‘ragionevolezza’ di questo tipo fra gli alti ranghi dell'ANP?), se non fosse che gli autori cadono in una serie di trabocchetti per cui da una parte emerge il carattere un po’ utopico della loro iniziativa, e dall’altra rischiano di spezzare quel "fronte della fermezza" che fino adesso ha protetto Israele dalla minaccia concentrica di Hamas, dell'Hezbollah e dell'Iran. Va segnalato, per esempio, il prevedibile effetto virale ottenuto dalla difussione del documento sul web, nella miriade di siti pro-palestinesi che hanno ripreso con grande evidenza l'appello di JCall, usandolo come il fulcro per far leva sull’“olocausto” che sarebbe in atto in Medio Oriente. In un post di Indymedia Francia, il network antagonista, antisionista e antiamericano, leggiamo: “I palestinesi sono i grandi assenti del testo di JCall, non si parla di Gaza, non si parla del diritto dei rifugiati a tornare in Israele, non si parla dei diritti degli arabi che vivono nello stato ebraico ad avere una completa cittadinanza”. “Trovo che il documento di JCall sia inappropriato – dice Yael Kahn, un ebreo israeliano a capo degli attivisti dell’Islington Friends of Ibna con sede a Londra – perché non fa riferimento al fatto che gli insediamenti sono illegali e non si parla di Gaza e delle barbariche condizioni di vita che Israele impone a un milione e mezzo di palestinesi”. Per i pacifisti, come pure per i negoziatori palestinesi, accontentarsi mai è la regola, qualsiasi cosa dica lo stato ebraico, qualsiasi concessione faccia, qualsiasi autocritica arrivi dalle fila della comunità della Diaspora. I firmatari dell’appello di JCall non si accorgono di quanto sia inutile trattare da questo punto di partenza. Henry Levi e gli altri si presentano come dei realisti pronti a trovare delle soluzioni praticabili per risolvere lo "status quo", ma la loro fiducia quasi ‘religiosa’ nel processo di pace li rende incapaci di accorgersi che non sempre il praticabile coincide con il realizzabile. La Road Map si è rivelata fallimentare e il problema, oggi, non è tanto e solo l'intransigenza della destra israeliana, ma i palestinesi che continuano a rifiutarsi di trovare una soluzione che vada proprio nella direzione dei “due popoli/due stati”, posto che essa non sia già al tramonto. Il premier Netanyahu, durante il discorso all’università di Bar-Ilan, nel giugno dello scorso anno, aveva accettato la ‘soluzione’ collegandola a nuovi negoziati con i palestinesi. Israele ha chiuso alcuni degli avamposti e dei posti di blocco israeliani nella West Bank e nelle ultime settimane i lavori per le nuove costruzioni a Gerusalemme si sono fermati. Ogni volta però Abu Mazen rilancia, mettendo al primo posto problemi e questioni che per adesso, francamente, visti anche i rapporti fra Washington e Tel Aviv, sembrano insormontabili, come il rientro dei profughi in Israele o Gerusalemme Est capitale del futuro stato. Alla pace non si arriverà in tempi brevi o prendendo delle scorciatoie, così come non è detto che la road map e la soluzione “due popoli/ due stati” sia l'unica praticabile, a differenza di quanto scrivono gli autori di JCall. Per tutte queste ragioni, nei prossimi giorni l’Occidentale, insieme ad altre testate giornalistiche italiane, pubblicherà un appello di risposta a quello di JCall. Non perché si voglia mettere a tacere qualcuno ma semplicemente per spiegare meglio alcune delle ragioni anticipate sommariamente oggi, ovverosia i rischi a cui andrebbe incontro Israele se il fronte della fermezza che le ha fatto da scudo dovesse, di colpo, apparire meno coeso.
Potremmo cavarcela dicendo che la posizione espressa dai firmatari dell’appello esprime la pluralità di posizioni all’interno della comunità ebraica internazionale sulla questione palestinese (vi è mai capitato di ascoltare appelli alla ‘ragionevolezza’ di questo tipo fra gli alti ranghi dell'ANP?), se non fosse che gli autori cadono in una serie di trabocchetti per cui da una parte emerge il carattere un po’ utopico della loro iniziativa, e dall’altra rischiano di spezzare quel "fronte della fermezza" che fino adesso ha protetto Israele dalla minaccia concentrica di Hamas, dell'Hezbollah e dell'Iran. Va segnalato, per esempio, il prevedibile effetto virale ottenuto dalla difussione del documento sul web, nella miriade di siti pro-palestinesi che hanno ripreso con grande evidenza l'appello di JCall, usandolo come il fulcro per far leva sull’“olocausto” che sarebbe in atto in Medio Oriente. In un post di Indymedia Francia, il network antagonista, antisionista e antiamericano, leggiamo: “I palestinesi sono i grandi assenti del testo di JCall, non si parla di Gaza, non si parla del diritto dei rifugiati a tornare in Israele, non si parla dei diritti degli arabi che vivono nello stato ebraico ad avere una completa cittadinanza”. “Trovo che il documento di JCall sia inappropriato – dice Yael Kahn, un ebreo israeliano a capo degli attivisti dell’Islington Friends of Ibna con sede a Londra – perché non fa riferimento al fatto che gli insediamenti sono illegali e non si parla di Gaza e delle barbariche condizioni di vita che Israele impone a un milione e mezzo di palestinesi”. Per i pacifisti, come pure per i negoziatori palestinesi, accontentarsi mai è la regola, qualsiasi cosa dica lo stato ebraico, qualsiasi concessione faccia, qualsiasi autocritica arrivi dalle fila della comunità della Diaspora. I firmatari dell’appello di JCall non si accorgono di quanto sia inutile trattare da questo punto di partenza. Henry Levi e gli altri si presentano come dei realisti pronti a trovare delle soluzioni praticabili per risolvere lo "status quo", ma la loro fiducia quasi ‘religiosa’ nel processo di pace li rende incapaci di accorgersi che non sempre il praticabile coincide con il realizzabile. La Road Map si è rivelata fallimentare e il problema, oggi, non è tanto e solo l'intransigenza della destra israeliana, ma i palestinesi che continuano a rifiutarsi di trovare una soluzione che vada proprio nella direzione dei “due popoli/due stati”, posto che essa non sia già al tramonto. Il premier Netanyahu, durante il discorso all’università di Bar-Ilan, nel giugno dello scorso anno, aveva accettato la ‘soluzione’ collegandola a nuovi negoziati con i palestinesi. Israele ha chiuso alcuni degli avamposti e dei posti di blocco israeliani nella West Bank e nelle ultime settimane i lavori per le nuove costruzioni a Gerusalemme si sono fermati. Ogni volta però Abu Mazen rilancia, mettendo al primo posto problemi e questioni che per adesso, francamente, visti anche i rapporti fra Washington e Tel Aviv, sembrano insormontabili, come il rientro dei profughi in Israele o Gerusalemme Est capitale del futuro stato. Alla pace non si arriverà in tempi brevi o prendendo delle scorciatoie, così come non è detto che la road map e la soluzione “due popoli/ due stati” sia l'unica praticabile, a differenza di quanto scrivono gli autori di JCall. Per tutte queste ragioni, nei prossimi giorni l’Occidentale, insieme ad altre testate giornalistiche italiane, pubblicherà un appello di risposta a quello di JCall. Non perché si voglia mettere a tacere qualcuno ma semplicemente per spiegare meglio alcune delle ragioni anticipate sommariamente oggi, ovverosia i rischi a cui andrebbe incontro Israele se il fronte della fermezza che le ha fatto da scudo dovesse, di colpo, apparire meno coeso.
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1909: inizio lavori di Tel Aviv a Ahuzat Bayit
Israele valuta maggior trasferimento sicurezza a polizia Anp
Potrebbe pattugliare armata anche località vicine a Gerusalemme
4 mag. (Apcom) - Israele sta vagliando la possibilità di trasferire alla polizia dell'Autorità Nazionale palestinese la responabilità della sicurezza in alcune località cisgiordane come Abu Dis: è quanto riporta il quotidiano israeliano Ha'aretz. L'ipotesi - che prevede la possibilità per i poliziotti palestinesi di prestare servizio armato - fa parte del pacchetto di iniziative che potrebbe accompagnare la ripesa dei negoziati indiretti fra lo Stato ebraico e L'anp, prevista nei prossimi giorni. Fonti della sicurezza palestinese hanno confermato che gli Stati Uniti hanno chiesto ad Israele di trasferire all'Anp una quota maggiore della sicurezza in alcune località, oltre a rilasciare alcuni detenuti e rimuovere dei posti di blocco per facilitare gli spostamenti. Fino ad oggi Israele non ha mai permesso alla polizia dell'Anp di pattugliare armata località vicine a Gerusalemme come Abu Dis: un accordo in tal senso potrebbe quindi indicare un importante progresso nelle trattative.
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Abraham Foxman
L'Anti Defamation League loda la protesta anti Iran all'Onu
Washington, 4 mag - "Come ci potrebbe essere l'obbligo legale e diplomatico di assicurare al presidente iraniano un podio all'Onu c'é anche l'obbligo morale di condannare le sue parole e le sue azioni" A dichiararlo Abraham H. Foxman, direttore dell'Anti Defamation League, l'organizzazione che dal 1913 si batte conto l'antisemitismo. Foxman ha lodato i paesi le cui delegazioni hanno protestato oggi contro il leader iraniano Mahmud Ahmadinejad lasciando la sala del Palazzo di Vetro durante il suo intervento alla conferenza Onu sul Trattato di non Proliferazione. "Ahmadinejad nega l'Olocausto, - ha proseguito Foxman - nega la presenza di omosessuali in Iran, nega l'esistenza di un programma di armi nucleari nel suo Paese. A tutta questa lunga lista di bugie, oggi ne ha aggiunta un'altra, e cioé che esiste una minaccia nucleare da parte d'Israele contro l'Iran. La verità è esattamente il contrario". "La sua presenza a New York - ha affermato Foxman - ha offerto a tutta la comunità internazionale l'opportunità di mandare all'Iran un messaggio molto chiaro che lui dovrebbe ascoltare: se l'Iran non fermerà il suo programma di armamento nucleare ci saranno conseguenze molto serie".
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Ecco il cartone choc di Hamas: la bara con il soldato israeliano
Il Giornale, 26 aprile 2010 di Fiamma Nirenstein
Il Giornale, 26 aprile 2010 di Fiamma Nirenstein
Immagini in 3D per l'aut aut degli integralisti a Gerusalemme: liberate i prigionieri palestinesi o il giovane Shalit tornerà morto. Guarda il video
A coloro che spesso suggeriscono che bisogna parlare con Hamas, che l’organizzazione palestinese essendo stata eletta dal popolo ha una sua legittimità, che Gaza è ingiustamente bloccata, suggeriamo innanzitutto di dare un’occhiata al cartone animato messo in circolazione ieri da Hamas: a quasi quattro anni dal sequestro, parla del soldato di leva Gilad Shalit. Hamas immagina, dopo aver mostrato il tragico peregrinare del padre Noam da un presidente all’altro con la foto del figlio in mano, che Gilad gli sia riconsegnato, sì, ma in una bara coperta dalla bandiera israeliana. Noam, tradito e disperato grida «no!» quando si vede recapitare il suo feretro. Il cartone dura tre minuti, la colonna sonora è la voce vera di Gilad, piana e sommessa come la si sentì durante il video che alcuni mesi fa lo mostrava vivo dopo il sequestro. Il cartone vuole essere un’arma di pressione dopo lo stallo della trattativa in cui si ipotizzava la consegna di mille prigionieri circa in cambio di Shalit. Israele rifiutò tuttavia qualche nome troppo insanguinato, e pose la clausola che alcuni prigionieri liberati sarebbero stati dislocati fuori dai confini israeliani e del West Bank. Di Noam e sua moglie, la cui campagna ha raggiunto anche Roma (dove Shalit è cittadino onorario) sono noti i toni quieti che suscitano l’ammirazione di tutto il mondo. È incredibile a una mente normale che si possa sfotterlo e usarne l’immagine per minacciarlo della morte del figlio se non porta a casa l’accordo. Noam ha risposto lamentando la manipolazione orribile. Proprio la sofferenza della famiglia, insieme a Gilad stesso, diventa col film di Hamas l’oggetto del più audace cinismo. Noam viene mostrato ormai vecchio: si appoggia a un bastone e si trascina davanti ai ritratti dei crudeli primi ministri israeliani (Olmert, Netanyahu); trova in una pattumiera un giornale su cui si offrono 50milioni dollari per notizie sul figlio, e subito sotto appare, che ironia acuta! l’offerta di 10 milioni per informazioni su Ron Arad, il pilota che è stato inghiottito nel nulla durante la prima guerra del Libano. La sua unica penosa foto in prigionia tormenta l’inconscio collettivo di Israele quanto l’immagine del ragazzino Gilad, magro, pallido, con un sorriso impaurito mentre si rivolge ai suoi e prega di liberarlo. Alla fine del video fra ambulanze e macchine blindate, viene recapitata al padre la bara di Gilad. Non gli viene in mente, che strano, che gli assassini comunque sarebbero loro.È uno dei tanti festival della morte di Hamas, una totale assenza dai codici di civilizzazione di cui tuttavia non vogliamo saper niente. Bernard Lewis, il maggior storico del Medio Oriente, dice che è una forma di razzismo. Solo così si spiega il generale silenzio sull’altra novità di Hamas, ovvero la fucilazione la settimana scorsa di due «collaborazionisti», Mohammed Ismail e Nasser Abu Freh. Altri otto condannati aspettano. L’accusa di collaborazionismo è stata causa in tutto il mondo palestinese di centinaia di uccisioni, di torture, di linciaggi. Ora però è la prima volta, da quando tre anni fa Hamas prese il potere a Gaza che è stata resa effettiva la condanna a morte. La legge palestinese prevede che il presidente, cioè Abu Mazen, debba ratificarla. Ma a Gaza, la pena di morte è una prosecuzione del costume locale. Hamas durante la guerra precipitò persone dai tetti, uccise negli agguati anche i bambini; il gruppo si è liberato di altri oppositori fucilandoli davanti a una moschea; è rifornito e armato dall’Iran; non ha mai permesso alla Croce Rossa di vedere Shalit; perseguita e uccide i cristiani di Gaza. E, nonostante atti continui contro i diritti umani e la conferma della linea totalitaria, anticristiana e antisemita, gode di aiuti internazionali. La Comunita Europea visita Gaza, le Ong formano squadre di soccorso. Proprio in questi giorni parte dalla Turchia una convoglio di navi per salvare Gaza. Non si sa chi salverà il mondo dall’odio che ne promana.
A coloro che spesso suggeriscono che bisogna parlare con Hamas, che l’organizzazione palestinese essendo stata eletta dal popolo ha una sua legittimità, che Gaza è ingiustamente bloccata, suggeriamo innanzitutto di dare un’occhiata al cartone animato messo in circolazione ieri da Hamas: a quasi quattro anni dal sequestro, parla del soldato di leva Gilad Shalit. Hamas immagina, dopo aver mostrato il tragico peregrinare del padre Noam da un presidente all’altro con la foto del figlio in mano, che Gilad gli sia riconsegnato, sì, ma in una bara coperta dalla bandiera israeliana. Noam, tradito e disperato grida «no!» quando si vede recapitare il suo feretro. Il cartone dura tre minuti, la colonna sonora è la voce vera di Gilad, piana e sommessa come la si sentì durante il video che alcuni mesi fa lo mostrava vivo dopo il sequestro. Il cartone vuole essere un’arma di pressione dopo lo stallo della trattativa in cui si ipotizzava la consegna di mille prigionieri circa in cambio di Shalit. Israele rifiutò tuttavia qualche nome troppo insanguinato, e pose la clausola che alcuni prigionieri liberati sarebbero stati dislocati fuori dai confini israeliani e del West Bank. Di Noam e sua moglie, la cui campagna ha raggiunto anche Roma (dove Shalit è cittadino onorario) sono noti i toni quieti che suscitano l’ammirazione di tutto il mondo. È incredibile a una mente normale che si possa sfotterlo e usarne l’immagine per minacciarlo della morte del figlio se non porta a casa l’accordo. Noam ha risposto lamentando la manipolazione orribile. Proprio la sofferenza della famiglia, insieme a Gilad stesso, diventa col film di Hamas l’oggetto del più audace cinismo. Noam viene mostrato ormai vecchio: si appoggia a un bastone e si trascina davanti ai ritratti dei crudeli primi ministri israeliani (Olmert, Netanyahu); trova in una pattumiera un giornale su cui si offrono 50milioni dollari per notizie sul figlio, e subito sotto appare, che ironia acuta! l’offerta di 10 milioni per informazioni su Ron Arad, il pilota che è stato inghiottito nel nulla durante la prima guerra del Libano. La sua unica penosa foto in prigionia tormenta l’inconscio collettivo di Israele quanto l’immagine del ragazzino Gilad, magro, pallido, con un sorriso impaurito mentre si rivolge ai suoi e prega di liberarlo. Alla fine del video fra ambulanze e macchine blindate, viene recapitata al padre la bara di Gilad. Non gli viene in mente, che strano, che gli assassini comunque sarebbero loro.È uno dei tanti festival della morte di Hamas, una totale assenza dai codici di civilizzazione di cui tuttavia non vogliamo saper niente. Bernard Lewis, il maggior storico del Medio Oriente, dice che è una forma di razzismo. Solo così si spiega il generale silenzio sull’altra novità di Hamas, ovvero la fucilazione la settimana scorsa di due «collaborazionisti», Mohammed Ismail e Nasser Abu Freh. Altri otto condannati aspettano. L’accusa di collaborazionismo è stata causa in tutto il mondo palestinese di centinaia di uccisioni, di torture, di linciaggi. Ora però è la prima volta, da quando tre anni fa Hamas prese il potere a Gaza che è stata resa effettiva la condanna a morte. La legge palestinese prevede che il presidente, cioè Abu Mazen, debba ratificarla. Ma a Gaza, la pena di morte è una prosecuzione del costume locale. Hamas durante la guerra precipitò persone dai tetti, uccise negli agguati anche i bambini; il gruppo si è liberato di altri oppositori fucilandoli davanti a una moschea; è rifornito e armato dall’Iran; non ha mai permesso alla Croce Rossa di vedere Shalit; perseguita e uccide i cristiani di Gaza. E, nonostante atti continui contro i diritti umani e la conferma della linea totalitaria, anticristiana e antisemita, gode di aiuti internazionali. La Comunita Europea visita Gaza, le Ong formano squadre di soccorso. Proprio in questi giorni parte dalla Turchia una convoglio di navi per salvare Gaza. Non si sa chi salverà il mondo dall’odio che ne promana.
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Odio, insulti, falsità L’orrore antisemita dilaga su Internet
Milano, allarme del Centro di documentazione ebraica: "Cospirazioni giudaiche, racket sul traffico d'organi, aumento di siti negazionisti"
Milano, 4 maggio 2010 - È BOOM dell’antisemitismo online. Se nel ’95 ne esisteva solo uno, oggi nel mondo si contano 8mila siti e blog antiebraici. Una miriade di spazi nel social network, forum e chat che ripropongono gli orrori classici dell’odio antisemita con l’aggravante della pervasività del mezzo. E, in Italia, tra i 40 e i 50 quelli di rilievo. A dare l’allarme è l’Osservatorio dell’antisemitismo del Cdec di Milano (Centro di documentazione ebraica contemporanea). Una puntuale rassegna di siti antisemiti è stata presentata da Stefano Gatti, dell’Osservatorio, ascoltato come esperto, insieme ad Andrè Oboler, giovane ricercatore australiano, in un’audizione in Parlamento nell’ambito dell’Indagine conoscitiva sull’antisemitismo, svolta dalle Commissioni Esteri e Affari Costituzionali congiunte. "Sul web si trova di tutto — precisa Gatti che ha suddiviso i siti in quattro gruppi —. C’è un classico sito catto-integralista come Holy War, che ripropone, tra l’altro, il falso storico dei Protocolli dei Savi di Sion. E ci sono pagine web che presentano il tema della cospirazione giudaica per impadronirsi del mondo. Siti anticonciliari. Nostalgie ariane. Siti apertamente negazionisti. L’agenzia Infopal, sulle cui pagine web si parla anche di ‘pulizia etnica sionista’. Fino ad arrivare a spazi online che diffondono la calunnia che vedrebbe gli ebrei impegnati in un racket internazionale del traffico di organi". Gruppi sdoganati da internet. Prima scrivevano su riviste di settore, difficili da divulgare e soprattutto da acquistare. Si pensi al film Suss l’ebreo, proibito in Germania e Francia e facilmente scaricabile dalla Rete in tutte le lingue. Come ha spiegato anche Oboler, "l’impatto dei social media è 50 volte più potente rispetto ai mezzi convenzionali della carta stampata".OBOLER ha studiato l’aspetto della diffusione dell’antisemitismo online a livello globale sviluppando un concetto di ‘Antisemitismo 2.0’, cioè la sempre più diffusa accettazione nel mondo di internet dell’antisemitismo, o di altri atteggiamenti discriminatori che la società reale in cui viviamo ha imparato a ripudiare. Uno fra i siti più gettonati è Holy War, gestito da un italo-norvegese. Ricco di materiale antiebraico e vignette terribili, è da più di 15 anni online. L’Osservatorio del Cdec (le cui ricerche sono finanziate anche con i proventi dell’8 per mille all’Ucei, Unione delle Comunità ebraiche italiane) ha censito anche i siti negazionisti, cresciuti negli ultimi anni. Nove quelli più corposi. E Marcello Pezzetti, storico della Shoah, auspica che il nuovo Museo della Shoah non si occupi soltanto di Memoria, ma anche di denunciare e combattere ogni forma di antisemitismo.
di Stefania Consenti
di Stefania Consenti
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Atlit campo internamento inglese
L'associazione "Tsad Kadima "da' un caldo abbraccio di benvenuto a Salvatore Cimmino in Israele e sara' presente a Ein ghev il 7 maggio per applaudire la sua importante impresa .Mercoledì 5 maggio Salvatore e il suo seguito hanno visitato il centro educativo –riabilitativo di "Tsad Kadima " esprimendo cosi un forte sentimento di amicizia nei confronti dell' 'associazione che mette in primo piano l'inserimento del giovane cerebroleso nella vita e nella societa' normale.L’atleta Salvatore Cimmino, privo di una gamba dalla gioventu' nuotera' a forza di sole braccia venerdi’ 7 maggio da Cafarnao (Kfar Nahum) a Ein-Gev (circa 18 Km )per costruire un ponte virtuale tra un villaggio cristiano ed un villaggio ebraico in segno di amicizia e per dimostrare che i diversamente abili possono/devono condurre una vita come i normalmente abili. venite tutti ad appaudire Salvatore al suo arrivo a Ein Ghev al termine della sua traversata !Alessandro Viterbo "Tsad Kadima" Gerusalemmehttp://www.tsadkadima.org.il/
Dopo aver già traversato lo stretto di Messina, lo stretto di Gibilterra e ilcanale della Manica, il nuotatore disabile napoletano SalvatoreCimmino ha attraversato venerdi 7 maggio in tutta la sua lunghezza il Lagodi Tiberiade ricorrendo essenzialmente alla forza delle braccia,dato che è amputato di una gamba. Per l'occasione Cimmino ha scelto un tragitto altamenteevocativo, partendo da Kfar Nahum - la Cafarnao di evangelicamemoria - per arrivare alla sponda meridionale di Ein Gev, unvillaggio ebraico. "Il mio intento - aveva detto alla partenza- è di rafforzare le relazioni fra Italia ed Israele e diattirare l'attenzione sui diritti dei disabili nel mondo,dimostrando che anch'essi possono condurre una vita normale". Di primo mattino Cimmino è sceso in acqua, dove erano adattenderlo alcune imbarcazioni e altri nuotatori decisi adincoraggiarlo. La traversata - della lunghezza di oltre 15chilometri - si è svolta secondo i piani prestabiliti: latemperatura era tiepida, e le correnti moderate. Dopo tre ore emezzo il nuotatore del Circolo Canottieri Aniene di Roma haraggiunto Ein Gev, dove in suo onore è stata tenuta unacerimonia a cui hanno preso parte personalità locali, ilministro consigliere dell'Ambasciata di Italia Gabriele Altana erappresentati dell'Istituto Technion di Haifa. "Si tratta -secondo Cimmino - di un Istituto all' avanguardia nella ricercae nello progettazione di protesi e di tecniche riabilitative". Ad incoraggiare l'atleta italiano era giunta a Tiberiadeguidata da Alessandro e Yoel Viterbo anche una delegazione di 'Tsad Kadima',
un'associazione che in Israele aiuta (senza distinzioni di religione o nazionalità) ilpercorso formativo dei bambini dai due anni in su che soffronodi lesioni cerebrali. Le iniziative di questa associazione hannodestato grande interesse in Cimmino secondo cui la lotta deidisabili per assicurarsi una vita normale deve avere inizio senecessario fin dalla più tenera età. La delegazione del nuotatore ha visitato il centro di Tsad Kadima a Riscion lezion esprimendo cosi un forte sentimento di amicizia nei confronti dell' 'associazione che mette in primo piano l'inserimento del giovane cerebroleso nella vita e nella societa' normale. Adattato da comunicato Ansa di Aldo Baquis
un'associazione che in Israele aiuta (senza distinzioni di religione o nazionalità) ilpercorso formativo dei bambini dai due anni in su che soffronodi lesioni cerebrali. Le iniziative di questa associazione hannodestato grande interesse in Cimmino secondo cui la lotta deidisabili per assicurarsi una vita normale deve avere inizio senecessario fin dalla più tenera età. La delegazione del nuotatore ha visitato il centro di Tsad Kadima a Riscion lezion esprimendo cosi un forte sentimento di amicizia nei confronti dell' 'associazione che mette in primo piano l'inserimento del giovane cerebroleso nella vita e nella societa' normale. Adattato da comunicato Ansa di Aldo Baquis
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