FIRMA E CONTINUA A DIFFONDERE L'APPELLO "CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"CLICCA SU QUESTO LINK: http://www.petitiononline.com/israel48/petition-sign.html%208MAG.- "Sono già oltre 1500 le adesioni, tra cui quelle di numerosi personaggi di rilievo internazionale, all’appello in risposta a JCall, lanciato giovedì da Fiamma Nirenstein, giornalista e parlamentare, dal quotidiano Il Foglio, dal sito “Informazione Corretta” e da L’Occidentale. Tra le ultime firme celebri quelle di Vittorio Sgarbi, Raffaele La Capria e Oliviero Toscani, che vanno ad affiancare Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Alain Elkann, l’On. Enrico Pianetta, presidente dell’Associazione parlamentare di Amicizia Italia-Israele, Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, Dore Gold, ex Ambasciatore di Israele all’Onu, il filosofo francese Shmuel Trigano, Norman Podhoretz , scrittore americano ed ex direttore di Commentary Magazine, l a studiosa americana Phyllis Chesler, il professor Giorgio Israel, i giornalisti Angelo Pezzana, Giancarlo Loquenzi, Giulio Meotti e Carlo Panella e numerosi parlamentari.L’appello, diffuso anche in inglese, francese e spagnolo vuole essere una risposta a JCall, il gruppo di intellettuali francesi che lunedì scorso ha presentato al Parlamento Europeo un documento chiamato “Appello alla ragione”, in cui si oppone all’odierna politica israeliana.“Con Israele, con la ragione” – così è intitolato il documento promosso da Nirenstein e gli altri - sostiene invece che il principale ostacolo al processo di pace sia il rifiuto arabo e palestinese di accettare lo Stato d'Israele come dato permanente nell'area mediorientale e che solo una rivoluzione culturale in tal senso potrà favorire un reale cambiamento. L'appello si ripropone inoltre di creare in Europa un movimento di sostegno alle ragioni di Israele come premessa basilare per un reale ed effettivo percorso di pace”.ALCUNI ARTICOLI:"Israele divide gli ebrei d'Europa", di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 7 maggio 2010"Un nuovo manifesto per condividere le ragioni di Israele", di Angelo Pezzana, Libero, 7 maggio 2010"Se Israele seguisse JCall a Gerusalemme pioverebbero razzi", Il Foglio, 6 maggio 2010"Il JCall degli ebrei? Pressione indebita", di Anna Momigliano, Il Riformista, 5 maggio 2010"Salviamo la ragione d'Israele - doppio appello italiano e francese contro la 'resa' chiesta da JCall", di Giulio Meotti, Il Foglio, 5 maggio 2010
lunedì 10 maggio 2010
FIRMA E CONTINUA A DIFFONDERE L'APPELLO "CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"CLICCA SU QUESTO LINK: http://www.petitiononline.com/israel48/petition-sign.html%208MAG.- "Sono già oltre 1500 le adesioni, tra cui quelle di numerosi personaggi di rilievo internazionale, all’appello in risposta a JCall, lanciato giovedì da Fiamma Nirenstein, giornalista e parlamentare, dal quotidiano Il Foglio, dal sito “Informazione Corretta” e da L’Occidentale. Tra le ultime firme celebri quelle di Vittorio Sgarbi, Raffaele La Capria e Oliviero Toscani, che vanno ad affiancare Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Alain Elkann, l’On. Enrico Pianetta, presidente dell’Associazione parlamentare di Amicizia Italia-Israele, Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, Dore Gold, ex Ambasciatore di Israele all’Onu, il filosofo francese Shmuel Trigano, Norman Podhoretz , scrittore americano ed ex direttore di Commentary Magazine, l a studiosa americana Phyllis Chesler, il professor Giorgio Israel, i giornalisti Angelo Pezzana, Giancarlo Loquenzi, Giulio Meotti e Carlo Panella e numerosi parlamentari.L’appello, diffuso anche in inglese, francese e spagnolo vuole essere una risposta a JCall, il gruppo di intellettuali francesi che lunedì scorso ha presentato al Parlamento Europeo un documento chiamato “Appello alla ragione”, in cui si oppone all’odierna politica israeliana.“Con Israele, con la ragione” – così è intitolato il documento promosso da Nirenstein e gli altri - sostiene invece che il principale ostacolo al processo di pace sia il rifiuto arabo e palestinese di accettare lo Stato d'Israele come dato permanente nell'area mediorientale e che solo una rivoluzione culturale in tal senso potrà favorire un reale cambiamento. L'appello si ripropone inoltre di creare in Europa un movimento di sostegno alle ragioni di Israele come premessa basilare per un reale ed effettivo percorso di pace”.ALCUNI ARTICOLI:"Israele divide gli ebrei d'Europa", di Antonio Carioti, Corriere della Sera, 7 maggio 2010"Un nuovo manifesto per condividere le ragioni di Israele", di Angelo Pezzana, Libero, 7 maggio 2010"Se Israele seguisse JCall a Gerusalemme pioverebbero razzi", Il Foglio, 6 maggio 2010"Il JCall degli ebrei? Pressione indebita", di Anna Momigliano, Il Riformista, 5 maggio 2010"Salviamo la ragione d'Israele - doppio appello italiano e francese contro la 'resa' chiesta da JCall", di Giulio Meotti, Il Foglio, 5 maggio 2010
p.s. stiamo convincendo amici e conoscenti a visitare i posti che ci avete fatto vedere:ancora grazie!!!!! da Padova e Mestre viaggio aprile 2010
domenica 9 maggio 2010
Gli ebrei italiani contro il «documento dei 99» Lo storico Calimani: alle pietre non do alcun peso, alla vita umana e alle idee sì. Poi non sono io a dover dare soluzioni politiche
L' appello Il 16 aprile, Elie Wiesel pubblica un' inserzione su tre giornali (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal) «Per Gerusalemme». L' appello scatena molte reazioni (anche «dai 99 intellettuali» israeliani) che contestano a Wiesel di ignorare il problema degli insediamenti MILANO - La Gerusalemme «al di sopra della politica» di Elie Wiesel («per me, per l' ebreo che sono») o quella da «condividere tra i due popoli che ci vivono», rivendicata dai 99 intellettuali della sinistra israeliana. Le pietre del cuore e della religione o quelle scagliate negli scontri di strada. La città ultraterrena (e intoccabile) o la terra da misurare nei negoziati di pace. Alcuni esponenti della comunità ebraica italiana discutono - e per lo più difendono - le parole del premio Nobel, sopravvissuto ad Auschwitz. E nel dialogo a distanza tra la diaspora e Israele, raccontano la loro Gerusalemme (e quello che dovrebbe diventare o rimanere). Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: «Sono pronto a raccogliere le firme in sostegno a Elie Wiesel. Ognuno di noi prega tre volte al giorno rivolto verso Gerusalemme, che preferisco chiamare Yerushalayim. Nella diaspora esiste un trasporto religioso verso la capitale, ma rispetteremo qualunque decisione dovesse prendere la democrazia israeliana. La questione della città dovrebbe essere il punto finale nei negoziati». Tobia Zevi fa parte dell' assemblea nazionale dei giovani del Partito democratico: «Quella che viene chiamata sinistra ebraica è oggi in difficoltà, il pericolo vissuto da Israele rende più complesso il lavoro di chi è impegnato sul fronte della pace. Lo status di Gerusalemme dev' essere affrontato in termini politici e territoriali, non religiosi. Tra me e Pacifici esiste un perimetro condiviso: vanno spiegate le ragioni dello Stato ebraico, va sancita l' irrinunciabilità alla sua esistenza e va garantita la possibilità di critica alle scelte dei governi israeliani». Roberto Jarach, candidato alle elezioni per il consiglio della comunità milanese con Yes Oui Ken (significa nido in ebraico): «La politica estera non entra nella campagna, il nome della nostra lista non vuole creare connessioni con lo slogan scelto da Barack Obama. Io credo che il valore di Gerusalemme per Israele e per gli ebrei sia maggiore di quello artificiosamente costruito dagli arabi. Quando la stampa o i telegiornali italiani dicono "il governo di Tel Aviv", mi fanno venire la pelle d' oca». Riccardo Calimani, storico dell' ebraismo: «Alle pietre non do alcun peso, alla vita umana e alle idee sì. La pace è il primo obiettivo che bisogna cercare di coltivare in maniera instancabile. Non sono io a dover consigliere soluzioni politiche, ma le premesse da cui parto sono queste». Fiamma Nirenstein, deputata per il Popolo della Libertà, in un editoriale sulla rivista Shalom: «Qualcuno dovrebbe far vedere a Obama un piccolo film sul formicolio di vita ebraica del tutto integrata da decenni. Sono certa che poiché glieli descrivono sempre come "insediamenti" lui si immagina dei recinti, delle colonie chiuse, corpi estranei rispetto a un tessuto antropologicamente e religiosamente diverso». Andrea Jarach, fino al 2008 presidente federazione delle associazioni Italia-Israele: «Sono contrario all' ipotesi di un controllo internazionale su Gerusalemme. Mi baso sulla Storia e su questa storia. Nel 1948, prima della conquista giordana, la parte orientale era sotto dominio britannico. Il 13 aprile un convoglio che trasportava pazienti, medici e infermieri dalla zona occidentale verso l' ospedale Hadassa venne attaccato dagli arabi e sotto gli occhi dei soldati inglesi tutte le 79 persone vennero sterminate. Tra loro, Anna Cassuto, sopravvissuta ad Auschwitz, dove invece era morto il marito». Yasha Reibman, consigliere nella comunità milanese, lista Per Israele: «La maggioranza degli ebrei italiani, fino a otto-nove anni fa, non difendeva Israele, riteneva che non fosse elegante. Adesso è cambiato. Non dobbiamo e non possiamo decidere al posto di Israele, abbiamo il dovere di spiegarne le scelte. Gerusalemme è la capitale di Israele e nella città esiste la libertà di religione. Anche per questo ci auguriamo che resti israeliana». Johanna Arbib, presidente consiglio internazionale del Keren Hayesod: «La lettera di Wiesel è un modo molto diplomatico, elegante e profondo di spiegare al mondo qual è l' importanza di Gerusalemme per il popolo ebraico. Anche se vive nella diaspora, è legittimato a scrivere perché è riconosciuto come rappresentante dello Stato ebraico. Ed è legittimato perché il suo non è un parere personale: ha offerto la definizione dello status di Gerusalemme secondo la religione ebraica e spiegando la presenza storica degli ebrei in questa città». Emanuele Fiano, deputato del Partito democratico: «Sul piano sentimentale, capisco Wiesel. Mio padre Nedo, sopravvissuto ad Auschwitz, quando scende dall' aereo in Israele, si inginocchia e bacia la terra. Io ho un amore sconfinato per il Paese, ma evito un rapporto irrazionale, voglio mantenere il mio diritto di critica all' operato dei governi israeliani. Il percorso della pace richiederà rinunce e compromessi, anche su Gerusalemme». Giuseppe Piperno, presidente dell' Unione Giovani ebrei d' Italia: «Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico. Nella comunità esistono opinioni diverse nei confronti dei governi israeliani, ma credo che sulla città la posizione sia unanime». Victor Magiar, tra i fondatori del Gruppo Martin Buber - Ebrei per la pace: «La Gerusalemme di Wiesel è quella del nostro cuore, ma noi abbiamo bisogno di scelte realistiche ed è realistico pensare che ci dovrà essere un compromesso ragionevole. Ero bambino nel 1963, in Libia, e ricordo molto bene le parole di Gamal Abdel Nasser: "Possiamo perdere cento guerre, ci basta vincere l' ultima" e "Abbiamo le nostre donne, li sommergeremo con i nostri figli". Se Israele non si sbriga a trovare la pace, pur non perdendo militarmente, rischia di sparire sommersa dalla demografia». Davide Frattini RIPRODUZIONE RISERVATA Posizioni Riccardo Pacifici «Preghiamo tre volte al giorno rivolti verso Gerusalemme» Roberto Jarach Il valore della città è maggiore per Israele e per gli ebrei Tobia Zevi Lo status di Gerusalemme dev' essere affrontato in termini politici, non religiosi Johanna Arbib Quella di Wiesel non è un' opinione personale, rappresenta tutto il popolo ebraico.Frattini Davide,1 maggio 2010) - Corriere della Sera
C’è qualcosa di più di un tocco di schizofrenia nella politica dell’Egitto verso Israele. L’atteggiamento egiziano appare a volte positivo, ma l’Egitto rimane anche un focolaio di greve propaganda anti-israeliana e continua a partorire iniziative che non possono essere considerate altro che profondamente ostili.L’Egitto aspira al ruolo di corretto mediatore fra Israele e palestinesi. E in effetti questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà il presidente egiziano Hosni Mubarak. A quanto risulta, l’Egitto si è anche adoperato affinché la Lega Araba forzasse il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a uscire dalla sua intransigenza. Gli sforzi egiziani per fermare la massiccia corsa al riarmo della striscia di Gaza dominata da Hamas possono non essere ancora sufficienti, ma sono certamente aumentati dopo la campagna israeliana anti-Hamas del gennaio 2009. Lo stesso vale per i tentativi di limitare i traffici illegali di esseri umani dall’Africa attraverso il Sinai, anche se i metodi della polizia di frontiera egiziano risultano talvolta discutibili.Sul versante negativo, però, si registra la smaccata giudeo fobia, così tanto endemica in Egitto. A parte la famigerata circostanza che il “Mein Kampf” e i “Protocolli dei Savi di Sion” restano in Egitto tra i massimi best-seller, e che la stampa controllata dal governo continua a pubblicare nefaste calunnie antisemite e vignette in perfetto stile Der Sturmer, c’è anhe il fatto che le più ascoltate personalità egiziane lanciano spesso e volentieri feroci invettive contro Israele, per cui il clima dominante scoraggia pesantemente anche i contatti più costruttivi fra israeliani ed egiziani.La contraddittorietà intrinseca dell’atteggiamento egiziano è esemplificata dal recente incidente in cui il ministro degli esteri del Cairo, durante una visita ufficiale in Libano, ha etichettato Israele come stato “nemico”. Successivamente ha cercato di rimediare, sostenendo che intendeva riferirsi al come Beirut considera Israele.Questo sdoppiamento di personalità diplomatico è forse ancora più evidente nella incessante campagna egiziana volta a privare Israele di qualsivoglia forza nucleare si ritenga che sia in suo possesso. È un tema costante della politica egiziana. L’ultima mossa del Cairo è quella di cercare di costringere Israele a firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1970.I 189 paesi firmatari del Trattato si riuniranno ai primi di maggio nella sede dell’Onu, e l’Egitto farà la sua parte per cercare di spostare l’attenzione dei lavori dall’Iran su Israele. Anzi, l’Egitto minaccia apertamente di bloccare tutte le risoluzioni della Conferenza di Revisione del Trattato se non verrà preso di mira il presunto arsenale atomico israeliano. In effetti l’Egitto già fece naufragare la precedente conferenza del 2005.Il pericolo questa volta è che un numero sempre più alto di paesi, e tra loro anche paesi democratici magari in buona fede, si dimostrino disponibili a seguire l’Egitto su questa strada. L’attuale amministrazione americana è chiaramente assai più disponibile della precedente all’idea di rivitalizzare la vecchia retorica del “bando alla bomba” per un mondo “libero dal nucleare e dalle minacce”. Lo scorso autunno il presidente Usa Barack Obama ha presieduto con grandi fanfare la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha rilanciato la visione del disarmo nucleare. Inoltre, esiste una marcata inclinazione in occidente a sfogare la frustrazione, generata dall’Iran, puntando i riflettori contro Israele. L’Egitto sfrutta cinicamente questa propensione e si è già assicurato molti co-promotori per la sua risoluzione.A prima vita l’Egitto può accampare la pretesa di un’equivalenza morale. Ma è una pretesa fraudolenta. Sia l’Egitto sia i suoi co-sponsor sanno benissimo che Israele è una democrazia moderata come tutte le altre. Se Israele ha davvero la bomba, vuol dire che ce l’ha da cinquant’anni: quasi altrettanto delle potenze del “club atomico” originario. In tutto questo tempo, coerentemente con l’impegno formale a non essere il primo a introdurre l’utilizzo delle armi nucleari in Medio Oriente, Israele non ne ha fatto nessun uso iniquo né illegittimo. L’Iran, per contro, è dimetricamente l’opposto di Israele: un regime che professa una teologia islamista millenarista estremista, le cui parole d’ordine sono instabilità e imprevedibilità. Non c’è nessuna equivalenza fra una democrazia che esercita il proprio diritto all’autodifesa e una tirannide aggressiva ed espansionista.Il piano dell’Egitto è quello di esigere un Medio Oriente “nuclear-free” in base alla Risoluzione di Revisione del Trattato del 1995 volta a creare una zona regionale “libera da armi di distruzione di massa”. Ma è quasi vergognoso ignorare la varietà delle armi di distruzione di massa e concentrare tutto sull’unica democrazia di tutto il Medio Oriente, assediata e minacciata. Il risultato è che il democratico Israele potrebbe essere sottoposto a fortissime pressioni, mentre il dispotico Iran potrebbe farla franca con un flagrante ostruzionismo. I moderati verranno disarmati mentre l’aggressore fuori da ogni controllo si ritroverà armato fino ai denti. È questo che vuole ottenere l’Egitto? Vuole indebolire Israele? Vuole accendere nuove tensioni fra Gerusalemme e Washington? Quali che siano gli obiettivi dell’Egitto, non si tratta certo di mosse amichevoli.L’ironia della cosa sta nel fatto che l’Egitto sa benissimo che gli ayatollah di Teheran non minacciano soltanto Israele. La loro incendiaria versione dell’islam prende di mira innanzitutto i cosiddetti arabi moderati, Egitto in testa. L’Egitto farebbe meglio a comportarsi come una forza di pace e stabilità, e non una forza che acuisce attriti e contrasti.(Da: Jerusalem Post, 28.4.10)http://www.israele.net/









