Eyes Wide Open (Israele, 2009) di Haim Tabakman, è sicuramente uno dei film più belli della passata stagione (presentato a Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard) e da diversi critici associato al film culto di Ang Lee Brokeback Mountain. L’amore gay (impossibile?) tra ebrei ortodossi fa da sfondo alle vicende di Aaron, macellaio kosher in un quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, che alla morte del padre assume come aiutante il giovane e bell’Ezri. A poco a poco succede quello che, secondo i precetti dell’ultraortodossia ebraica non dovrebbe accadere: Aaron si sente attratto da Ezri, che lo ricambia. Dopo un primo tentativo di “resistere” alla passione incombente i due cedono e si abbandonano all’amore. La faccenda, però, non passa del tutto inosservata. L’opera prima del regista israeliano Haim Tabakman ha ottenuto numerosi premi, tra cui il premio Eros And Psyche al MedFilm Festival, il Best Movie al Flanders International Film Festival Ghent, e il Gran Prix Award al Cape Winelands Film Festival in Sud Africa. Tra i protagonisti Zohar Strauss, interprete del film Leone d’Oro Lebanon.......24 aprile http://it.paperblog.com/
mercoledì 27 aprile 2011
Eyes Wide Open: il Brokeback Mountain per la comunità ebrea ortodossa
Eyes Wide Open (Israele, 2009) di Haim Tabakman, è sicuramente uno dei film più belli della passata stagione (presentato a Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard) e da diversi critici associato al film culto di Ang Lee Brokeback Mountain. L’amore gay (impossibile?) tra ebrei ortodossi fa da sfondo alle vicende di Aaron, macellaio kosher in un quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, che alla morte del padre assume come aiutante il giovane e bell’Ezri. A poco a poco succede quello che, secondo i precetti dell’ultraortodossia ebraica non dovrebbe accadere: Aaron si sente attratto da Ezri, che lo ricambia. Dopo un primo tentativo di “resistere” alla passione incombente i due cedono e si abbandonano all’amore. La faccenda, però, non passa del tutto inosservata. L’opera prima del regista israeliano Haim Tabakman ha ottenuto numerosi premi, tra cui il premio Eros And Psyche al MedFilm Festival, il Best Movie al Flanders International Film Festival Ghent, e il Gran Prix Award al Cape Winelands Film Festival in Sud Africa. Tra i protagonisti Zohar Strauss, interprete del film Leone d’Oro Lebanon.......24 aprile http://it.paperblog.com/
Eyes Wide Open (Israele, 2009) di Haim Tabakman, è sicuramente uno dei film più belli della passata stagione (presentato a Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard) e da diversi critici associato al film culto di Ang Lee Brokeback Mountain. L’amore gay (impossibile?) tra ebrei ortodossi fa da sfondo alle vicende di Aaron, macellaio kosher in un quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, che alla morte del padre assume come aiutante il giovane e bell’Ezri. A poco a poco succede quello che, secondo i precetti dell’ultraortodossia ebraica non dovrebbe accadere: Aaron si sente attratto da Ezri, che lo ricambia. Dopo un primo tentativo di “resistere” alla passione incombente i due cedono e si abbandonano all’amore. La faccenda, però, non passa del tutto inosservata. L’opera prima del regista israeliano Haim Tabakman ha ottenuto numerosi premi, tra cui il premio Eros And Psyche al MedFilm Festival, il Best Movie al Flanders International Film Festival Ghent, e il Gran Prix Award al Cape Winelands Film Festival in Sud Africa. Tra i protagonisti Zohar Strauss, interprete del film Leone d’Oro Lebanon.......24 aprile http://it.paperblog.com/
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L'angolo del cinema
Netanyahu gioca contro l'attivista Nathan Sharansky
Scuola e Olimpiadi: scacco doppio della FIDE ad Israele
Grandi notizie per gli scacchisti del Medio Oriente. Il programma Chess in Schools della FIDE, seguito dal vice-presidente Ali Nihat Yazıcı, sta dando i suoi frutti molto velocemente. A soli tre mesi dall'elezione in Siberia abbiamo già tre stati conquistati sulla scacchiera: Algeria, Sudafrica e Israele. Il 18 e 19 dicembre infatti Ilyumzhinov si è recato a Tel Aviv dove ha incontrato le maggiori personalità dello sport e degli scacchi nello specifico. L'esito è stato più che soddisfacente: i rappresentanti israeliani hanno promesso di introdurre gli scacchi nei curriculum scolastici... come materia obbligatoria! Ma vediamo cosa è successo più nel dettaglio. Proprio il 19 dicembre Kirsan ha incontrato il Ministro dell'Istruzione Shimshon Shoshani per discutere la possibilità e i problemi con connessi con questo ambizioso progetto. Shoshani ha subito garantito i fondi e i documenti necessari, assicurando che un accordo tra il ministero e la federazione di scacchi israeliana verrà firmato a breve, mentre quello tra la FIDE e la federazione scacchistica era già stato siglato. All'incontro hanno partecipato anche scacchisti di indubbia fama come Sutovsky e Gelfer, attualmente vice presidente della FIDE. Ilyumzhinov si è poi intrattenuto con Varshavyak, a capo della Commissione Olimpica Israeliana, con l'incredibile proposta di introdurre gli scacchi nelle Olimpiadi Invernali a cui Varshavyak sembra si sia detto favorevole, promettendo di discutere la questione già a gennaio con Jacques Rogge, presidente della IOC (International Olympic Committee). Ci sono alcuni punti da notare: •a differenza di altri stati (ad esempio la Turchia), gli scacchi in Israele saranno una materia obbligatoria! •gli scacchi saranno introdotti già alla scuola materna ("preschool institutions") •perché Ilymzhinov ha parlato di Olimpiadi Invernali? Forse le considera delle olimpiadi "minori" in cui gli scacchi hanno più chances di entrare? Quello che dobbiamo notare poi è che il comunicato FIDE mostra, per ora, solo promesse: il Ministro firmerà un accordo a breve, Varshavyak discuterà a gennaio... non ci resta che restare con gli occhi ben aperti e puntati su Tel Aviv per nuove e, speriamo, belle notizie. Per ora sul sito della Israel Chess Federation non c'è ancora nessun commento.http://blogchess.blogosfere.it/
Scuola e Olimpiadi: scacco doppio della FIDE ad Israele
Grandi notizie per gli scacchisti del Medio Oriente. Il programma Chess in Schools della FIDE, seguito dal vice-presidente Ali Nihat Yazıcı, sta dando i suoi frutti molto velocemente. A soli tre mesi dall'elezione in Siberia abbiamo già tre stati conquistati sulla scacchiera: Algeria, Sudafrica e Israele. Il 18 e 19 dicembre infatti Ilyumzhinov si è recato a Tel Aviv dove ha incontrato le maggiori personalità dello sport e degli scacchi nello specifico. L'esito è stato più che soddisfacente: i rappresentanti israeliani hanno promesso di introdurre gli scacchi nei curriculum scolastici... come materia obbligatoria! Ma vediamo cosa è successo più nel dettaglio. Proprio il 19 dicembre Kirsan ha incontrato il Ministro dell'Istruzione Shimshon Shoshani per discutere la possibilità e i problemi con connessi con questo ambizioso progetto. Shoshani ha subito garantito i fondi e i documenti necessari, assicurando che un accordo tra il ministero e la federazione di scacchi israeliana verrà firmato a breve, mentre quello tra la FIDE e la federazione scacchistica era già stato siglato. All'incontro hanno partecipato anche scacchisti di indubbia fama come Sutovsky e Gelfer, attualmente vice presidente della FIDE. Ilyumzhinov si è poi intrattenuto con Varshavyak, a capo della Commissione Olimpica Israeliana, con l'incredibile proposta di introdurre gli scacchi nelle Olimpiadi Invernali a cui Varshavyak sembra si sia detto favorevole, promettendo di discutere la questione già a gennaio con Jacques Rogge, presidente della IOC (International Olympic Committee). Ci sono alcuni punti da notare: •a differenza di altri stati (ad esempio la Turchia), gli scacchi in Israele saranno una materia obbligatoria! •gli scacchi saranno introdotti già alla scuola materna ("preschool institutions") •perché Ilymzhinov ha parlato di Olimpiadi Invernali? Forse le considera delle olimpiadi "minori" in cui gli scacchi hanno più chances di entrare? Quello che dobbiamo notare poi è che il comunicato FIDE mostra, per ora, solo promesse: il Ministro firmerà un accordo a breve, Varshavyak discuterà a gennaio... non ci resta che restare con gli occhi ben aperti e puntati su Tel Aviv per nuove e, speriamo, belle notizie. Per ora sul sito della Israel Chess Federation non c'è ancora nessun commento.http://blogchess.blogosfere.it/
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Curiosità
Nablus
ISRAELIANO UCCISO E ALTRI 4 FERITI, SCONTRI A NABLUS
(AGI) - Gerusalemme, 24 apr. - La tensione nei territori occupati e' destinata ad aumentare dopo un incidente avvenuto alla Tomba di Giuseppe, a Nablus. Un israeliano e' stato ucciso e altri quattro feriti dai proiettili sparati da un poliziotto palestinese di sorveglianza. I quattro, a bordo di tre veicoli, erano entrati nelle prime ore del mattino nell'area, sotto il controllo palestinese, per pregare. Ma, secondo quanto ha riferito l'autorita' palestinese, non avevano il permesso per accedere alla Tomba. Un agente ha ritenuto, a quel punto, di aprire il fuoco su "elementi sospetti". Secondo i coloni si e' trattato di un gesto deliberato: "Avevano pregato alla Tomba di Giuseppe per pochi secondi. Quando stavano per andar via", ha affermato Yosi Dagan del Consiglio regionale dei coloni della Samaria, "sono stati presi nel mirino da quei terroristi chiamati poliziotti palestinesi". Jibreen al-Bakri, governatore di Nablus, ha ribadito che il gruppo era entrato nel sito "senza coordinarsi con l'Autorita' palestinese, cosi' come previsto da un'intesa con Israele". In ogni caso, ha aggiunto, "gli agenti responsabili della sicurezza nell'area sono stati fermati e un'inchiesta e' stata avviata". I quattro erano ebrei ultraortodossi hassidici, e il 24enne ucciso e' il nipote del ministro della Cultura Limor Livnat, considerato un falco del governo israeliano. E' frequente l'ingresso non autorizzato di ebrei in quella che per i musulmani e' la tomba del profeta Giuseppe, sepolto due secoli fa. L'ultimo incidente di rilievo, pero', accadde nel 2003, quando sette ebrei restarono feriti in un agguato teso loro mentre si recavano a sito. Nell'area sono cominciati scontri con decine di palestinesi. Polizia e militari israeliani sono dovuti intervenire per disperdere la folla. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha definito un "omicidio ingiustificato" la morte di un israeliano a Nablus. L'uomo, nipote del ministro del Likud Limor Livnat, era andato a pregare alla tomba di Giuseppe, che si trova nell'area controllata dai palestinesi, ma non aveva il permesso per accedervi. Insieme con lui c'erano altri quattro ebrei ultraortodossi hassidici. Gli agenti palestinesi hanno sparato sulle auto, dopo aver notato "movimenti sospetti". L'Autorita' palestinese ha poi ribadito che chiunque voglia accedere nell'area deve "coordinarsi" con l'Autorita' palestinese, come previsto da un'intesa con Israele. "Nessun coordinamento", ha sottolineato b, "puo' giustificare un incidente simile e il gesto i sparare contro innocenti". L'esercito israeliano si ritiro' dal sito della Tomba di Giuseppe nel 2000. Spesso gli ebrei vi si recano scortati dai soldati. (AGI) .
(AGI) - Gerusalemme, 24 apr. - La tensione nei territori occupati e' destinata ad aumentare dopo un incidente avvenuto alla Tomba di Giuseppe, a Nablus. Un israeliano e' stato ucciso e altri quattro feriti dai proiettili sparati da un poliziotto palestinese di sorveglianza. I quattro, a bordo di tre veicoli, erano entrati nelle prime ore del mattino nell'area, sotto il controllo palestinese, per pregare. Ma, secondo quanto ha riferito l'autorita' palestinese, non avevano il permesso per accedere alla Tomba. Un agente ha ritenuto, a quel punto, di aprire il fuoco su "elementi sospetti". Secondo i coloni si e' trattato di un gesto deliberato: "Avevano pregato alla Tomba di Giuseppe per pochi secondi. Quando stavano per andar via", ha affermato Yosi Dagan del Consiglio regionale dei coloni della Samaria, "sono stati presi nel mirino da quei terroristi chiamati poliziotti palestinesi". Jibreen al-Bakri, governatore di Nablus, ha ribadito che il gruppo era entrato nel sito "senza coordinarsi con l'Autorita' palestinese, cosi' come previsto da un'intesa con Israele". In ogni caso, ha aggiunto, "gli agenti responsabili della sicurezza nell'area sono stati fermati e un'inchiesta e' stata avviata". I quattro erano ebrei ultraortodossi hassidici, e il 24enne ucciso e' il nipote del ministro della Cultura Limor Livnat, considerato un falco del governo israeliano. E' frequente l'ingresso non autorizzato di ebrei in quella che per i musulmani e' la tomba del profeta Giuseppe, sepolto due secoli fa. L'ultimo incidente di rilievo, pero', accadde nel 2003, quando sette ebrei restarono feriti in un agguato teso loro mentre si recavano a sito. Nell'area sono cominciati scontri con decine di palestinesi. Polizia e militari israeliani sono dovuti intervenire per disperdere la folla. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha definito un "omicidio ingiustificato" la morte di un israeliano a Nablus. L'uomo, nipote del ministro del Likud Limor Livnat, era andato a pregare alla tomba di Giuseppe, che si trova nell'area controllata dai palestinesi, ma non aveva il permesso per accedervi. Insieme con lui c'erano altri quattro ebrei ultraortodossi hassidici. Gli agenti palestinesi hanno sparato sulle auto, dopo aver notato "movimenti sospetti". L'Autorita' palestinese ha poi ribadito che chiunque voglia accedere nell'area deve "coordinarsi" con l'Autorita' palestinese, come previsto da un'intesa con Israele. "Nessun coordinamento", ha sottolineato b, "puo' giustificare un incidente simile e il gesto i sparare contro innocenti". L'esercito israeliano si ritiro' dal sito della Tomba di Giuseppe nel 2000. Spesso gli ebrei vi si recano scortati dai soldati. (AGI) .
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Cari amici, ho caricato sul YouTube il mio Dossier su Gerusalemme. Aspetto i vostri commenti, Grazie Claudio Pagliara
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Cultura
Aryeh e Liora, dopo l'abbraccio al museo Yad Vashem di Gerusalemme
E il database dell'Olocausto riunisce due cugini
26 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
Vivevano a un’ora di macchina di distanza. Dopo decenni di persecuzioni, campi di concentramento, espulsioni di massa, torture, viaggi attraverso l’Europa, avevano deciso di trascorrere i loro ultimi anni di vita in Israele. Lei, Liora Tamir, 65 anni, aveva preso una casa a Tel Aviv. Lui, Aryeh Shikler, 73, ad Haifa. Non due sconosciuti, Liora e Aryeh, ma parenti. Di più: cugini. Solo che non lo sapevano. Tanto da aver fatto credere alla donna di essere rimasta sola al mondo. Ma l’insistenza di Ilana, la figlia di Liora, il lavoro decennale del museo dell’Olocausto e Internet hanno portato i propri frutti. E hano fatto abbracciare – per la prima volta – i due cugini allo Yad Vashem di Gerusalemme. Liora è l’unica, della sua famiglia, scampata ai lager nazisti prima e ai campi di lavoro sovietici poi. A dodici anni era completamente sola. «Mia mamma non mi ha mai parlato di tutti i parenti», racconta la donna. «Così quando è morta ho pensato fossi l’ultima sopravvissuta». Decenni dopo, la figlia Ilana inizia a fare le sue ricerche. Trova riscontri, incrocia nomi, cognomi e legami parentali. Poi approda all’ampio database dello Yad Vashem. E qui trova la famiglia Shikler. Cerca di capire se c’è ancora qualcuno in vita. Si imbatte in un certo Aryeh, un’anziano di Haifa. Si mette in contatto con lui. E alla fine si scopre che sono parenti. I due s’incontrano. Piangono. Si abbracciano. I responsabili del museo, gli stessi che si sono posti l’obiettivo di inserire nel database generale tutte le vittime ebree dell’Olocausto (più di sei milioni), ecco i responsabili si commuovono. «Ci vorrà un po’ di tempo per riassestare le cose», dice la figlia Ilana. «Ma finalmente abbiamo un albero genealogico».
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Concentration camp prisoners working in the old brickworks.
Sono di ritorno da Bullenhuser Damm. Ogni anno che passa aumentano le persone presenti il 20 aprile alla cerimonia del "ricordare". Quest'anno è stata inaugurata una Mostra all'interno della scuola. Potete vederla qui: http://www.kz-gedenkstaette-neuengamme.de/index.php?id=20
Maria Pia Bernicchia
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Dai nostri lettori
martedì 26 aprile 2011
Tel Aviv, fermato autista per guida contromano. A 92 anni
26 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
«Scusate, avevo fretta: dovevo andare a una festa di compleanno». Quando i poliziotti telavivini l’hanno fermato in mezzo alla strada non si aspettavano proprio questa sincerità. E nemmeno un altro particolare: l’età. A 92 anni suonati, l’uomo – di cui non è stata resa nota l’identità – verso le due del pomeriggio di lunedì 25 aprile ha imboccato a tutta velocità e contromano la tangenziale Ayalon, una delle arterie più trafficate di Tel Aviv. L’allarme è scattato subito. Alcune pattuglie hanno rallentato il traffico in transito in quel pezzo di strada. Mentre un'altra ha incrociato subito l’uomo – a bordo di un auto grigia metallizzata – e l’ha fermato. Dopo avergli chiesto il perché, l’uomo ha ammesso candidamente di non essersi reso conto dell’errore. Del resto andava di fretta: «All’ospedale Ichilov festeggeremo il compleanno di un mio amico», ha detto agli agenti, più stupiti per l’età che per l’errore. Per lui, però, nessuna pietà. A 92 anni gli è stata ritirata la patente di guida e consigliato di fare una visita medica per cercare di stabilire se l’uomo sia ancora in grado di guidare.
26 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
«Scusate, avevo fretta: dovevo andare a una festa di compleanno». Quando i poliziotti telavivini l’hanno fermato in mezzo alla strada non si aspettavano proprio questa sincerità. E nemmeno un altro particolare: l’età. A 92 anni suonati, l’uomo – di cui non è stata resa nota l’identità – verso le due del pomeriggio di lunedì 25 aprile ha imboccato a tutta velocità e contromano la tangenziale Ayalon, una delle arterie più trafficate di Tel Aviv. L’allarme è scattato subito. Alcune pattuglie hanno rallentato il traffico in transito in quel pezzo di strada. Mentre un'altra ha incrociato subito l’uomo – a bordo di un auto grigia metallizzata – e l’ha fermato. Dopo avergli chiesto il perché, l’uomo ha ammesso candidamente di non essersi reso conto dell’errore. Del resto andava di fretta: «All’ospedale Ichilov festeggeremo il compleanno di un mio amico», ha detto agli agenti, più stupiti per l’età che per l’errore. Per lui, però, nessuna pietà. A 92 anni gli è stata ritirata la patente di guida e consigliato di fare una visita medica per cercare di stabilire se l’uomo sia ancora in grado di guidare.
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Curiosità
Le due feste
Capita abbastanza spesso come quest'anno che la Pasqua cristiana cada assai vicino o addirittura sia inclusa nel periodo della festa ebraica di Pesach. Ciò non fa meraviglia, dato che quella deriva da questa, sia stata l'"ultima cena" di Gesù un seder come i vangeli sinottici lasciano capire o una sua preparazione alla vigilia, come ha sostenuto di recente il papa seguendo Giovanni. Originariamente le date delle due feste coincidevano sempre, poi fra il terzo e quarto secolo la Chiesa stabilì un proprio metodo di calcolo diverso da quello ebraico e fissò la Pasqua sempre di domenica, anche per riaffermare la propria indipendenza religiosa rispetto all'ebraismo da cui divergeva. Non ho la pretesa di affrontare qui gli aspetti storici di questa vicinanza temporale, cioè da un lato il rapporto di Gesù con l'ebraismo e dall'altro i grandi lutti inflitti al popolo ebraico proprio nella ricorrenza pasquale a causa dell'accusa di deicidio - certamente infondata, come ha riconosciuto ancora lo stesso papa Benedetto XVI riprendendo una tesi conciliare, ma profondamente radicata nell'antigiudaismo dei vangeli e fonte di persecuzioni a non finire. Voglio solo proporre una riflessione per così dire di antropologia religiosa sulla differenza fra le due feste. L'andamento passionale è simile, da una situazione di angoscia e dolore al trionfo finale. La Pasqua cristiana è però, nel suo svolgimento, soprattutto un grande funerale, la celebrazione di una vittima innocente che si risolve infine positivamente nella sua resurrezione. In Pesach l'accento è posto sulla liberazione di un popolo dalla schiavitù, non sul passato di oppressione. Nel testo dell'haggadà, il rituale della cena pasquale ebraica, si ricorda naturalmente l'aspetto doloroso di quella schiavitù, la persecuzione e l'afflizione che ne vennero, e anzi si dice che "in ogni generazione" c'è chi "si leva contro di noi per distruggerci"; ma il fuoco è sulla gratitudine e la gioia per la libertà riconquistata. Dunque nel confronto fra le due feste si contrappone non solo un singolo di natura divina al collettivo di un popolo direttamente salvato dal Signore "senza mediatori" - tant'è vero che Mosè è clamorosamente quasi assente nella versione del racconto contenuta nell'haggadà. Ma si nota anche una scelta di tempi e di emozioni, di punti di vista assai diversi: l'accento ebraico è messo sulla festa della libertà e non sulla sofferenza dell'oppressione; i miracoli (le piaghe) sono moltiplicati dall'esegesi rabbinica fino a quasi normalizzarli. L'accento cristiano va invece sulla vittima e sulla sua resurrezione, che è il riconoscimento di uno stato divino più che un normale miracolo. Mi sembra importante sottolineare soprattutto che Pesach non si centra affatto sulla condizione di vittima, ridotto a un elemento fra i tanti. E' importante stabilirlo perché esiste una tendenza nel Cristianesimo ma anche in certi ambienti ebraici, a valorizzare l'aspetto di "vittime innocenti" del popolo ebraico, soprattutto dopo la Shoah. L'affermazione di Papa Wojtyła per cui Auschwitz sarebbe stata "un nuovo Golgota" si incontra con quella di coloro che di fronte all'autodifesa ebraica attuale in Israele rimpiangono "l'innocente sopportazione" degli ebrei chassidici distrutti dalla Shoah. Al di là del folklore in stile "violinista sul tetto" che ha largo corso nei mass media, vi sono degli eminenti pensatori, come Joshua Leibowitz a sostenere l'aspetto positivo di essere "portati al macello come pecore". E vi è una teoria filosofica dell'ebraismo come primato dell'altro, in cui ciascuno sarebbe chiamato quasi ad annullarsi in nome di ciò. E però "porgere l'altra guancia" non è un tema ebraico (mentre amare il prossimo come se stesso sì), dunque l'altruismo è sempre tenuto lontano dall'autonegazione e ancorato alla propria conservazione. E non solo Pesach, ma nessuna festa ebraica è la celebrazione dello statuto di vittime: non certo Channukkà o Purim, che ricordano vittorie sul genocidio, sempre mettendo in rilievo il miracolo della sopravvivenza; ma neppure le ricorrenze più tristi come Kippur o Tishà beAv (in cui si ricorda la distruzione di Gerusalemme) hanno al centro una condizione vittimaria, semmai l'analisi lucida e razionale degli errori e dei peccati commessi che giustificano la punizione. In realtà l'ebraismo non si concentra su vittime e martiri: se al centro del racconto cristiano Gesù muore sulla croce, nel racconto ebraico è importante che Isacco non perisca ma sia salvato prima di essere immolato; la storia sacra ebraica si concentra sul superamento di prove e sull'arrivo alla terra promessa, poi sull'obbligo di mantenere la purezza religiosa; se i profeti minacciano spesso dolori e parlano di Israele come "servo sofferente", lo fanno in vista di una restaurazione messianica del regno di Israele che dovrà avvenire nel tempo e mondo e non in una condizione trascendente. Nella storia ebraica la prima forte menzione di martiri - fedeli che muoiono per non rinnegare la fede - compare in un testo che i Saggi non vollero includere nel canone, il secondo libro dei Maccabei, peraltro tardo, risalente al primo o al secondo secolo prima della nostra era. Nel seguito della nostra storia i martiri (o piuttosto caduti per la "santificazione del Nome") non mancano, naturalmente; ma noi non li trattiamo da santi per questo, non abbiamo agiografie e martirologi, e preferiamo ricordarli per le loro altre virtù, com'è il caso di Rabbi Akivà, ucciso atrocemente dai romani, ma che è importante nel mondo ebraico soprattutto per il suo sapere e la sua autorità rabbinica. Insomma, non vi è affatto nell'ebraismo una vocazione vittimaria (e quindi non vi è quella "religione olocaustica" che ci rinfacciano i negazionisti). L'ebraismo è fortemente legato all'idea di realizzarsi nella vita e indica come modello non la sofferenza per la fede, non l'ascetismo o il martirio, ma la "gioia" della vita buona e piena di senso vissuta secondo le sue regole. Naturalmente questo non vuol dire che non ci siano stati ebrei asceti o martiri, né cristiani interessati ad affermare i loro ideali nel mondo, anzi. Ma che, nonostante la parentela d'origine, l'orientamento antropologico fondamentale delle due religioni, in questa festa come in altre è assai diverso. Ricordarselo è la base indispensabile di ogni dialogo ben fondato. Ugo Volli http://www.moked.it/
Capita abbastanza spesso come quest'anno che la Pasqua cristiana cada assai vicino o addirittura sia inclusa nel periodo della festa ebraica di Pesach. Ciò non fa meraviglia, dato che quella deriva da questa, sia stata l'"ultima cena" di Gesù un seder come i vangeli sinottici lasciano capire o una sua preparazione alla vigilia, come ha sostenuto di recente il papa seguendo Giovanni. Originariamente le date delle due feste coincidevano sempre, poi fra il terzo e quarto secolo la Chiesa stabilì un proprio metodo di calcolo diverso da quello ebraico e fissò la Pasqua sempre di domenica, anche per riaffermare la propria indipendenza religiosa rispetto all'ebraismo da cui divergeva. Non ho la pretesa di affrontare qui gli aspetti storici di questa vicinanza temporale, cioè da un lato il rapporto di Gesù con l'ebraismo e dall'altro i grandi lutti inflitti al popolo ebraico proprio nella ricorrenza pasquale a causa dell'accusa di deicidio - certamente infondata, come ha riconosciuto ancora lo stesso papa Benedetto XVI riprendendo una tesi conciliare, ma profondamente radicata nell'antigiudaismo dei vangeli e fonte di persecuzioni a non finire. Voglio solo proporre una riflessione per così dire di antropologia religiosa sulla differenza fra le due feste. L'andamento passionale è simile, da una situazione di angoscia e dolore al trionfo finale. La Pasqua cristiana è però, nel suo svolgimento, soprattutto un grande funerale, la celebrazione di una vittima innocente che si risolve infine positivamente nella sua resurrezione. In Pesach l'accento è posto sulla liberazione di un popolo dalla schiavitù, non sul passato di oppressione. Nel testo dell'haggadà, il rituale della cena pasquale ebraica, si ricorda naturalmente l'aspetto doloroso di quella schiavitù, la persecuzione e l'afflizione che ne vennero, e anzi si dice che "in ogni generazione" c'è chi "si leva contro di noi per distruggerci"; ma il fuoco è sulla gratitudine e la gioia per la libertà riconquistata. Dunque nel confronto fra le due feste si contrappone non solo un singolo di natura divina al collettivo di un popolo direttamente salvato dal Signore "senza mediatori" - tant'è vero che Mosè è clamorosamente quasi assente nella versione del racconto contenuta nell'haggadà. Ma si nota anche una scelta di tempi e di emozioni, di punti di vista assai diversi: l'accento ebraico è messo sulla festa della libertà e non sulla sofferenza dell'oppressione; i miracoli (le piaghe) sono moltiplicati dall'esegesi rabbinica fino a quasi normalizzarli. L'accento cristiano va invece sulla vittima e sulla sua resurrezione, che è il riconoscimento di uno stato divino più che un normale miracolo. Mi sembra importante sottolineare soprattutto che Pesach non si centra affatto sulla condizione di vittima, ridotto a un elemento fra i tanti. E' importante stabilirlo perché esiste una tendenza nel Cristianesimo ma anche in certi ambienti ebraici, a valorizzare l'aspetto di "vittime innocenti" del popolo ebraico, soprattutto dopo la Shoah. L'affermazione di Papa Wojtyła per cui Auschwitz sarebbe stata "un nuovo Golgota" si incontra con quella di coloro che di fronte all'autodifesa ebraica attuale in Israele rimpiangono "l'innocente sopportazione" degli ebrei chassidici distrutti dalla Shoah. Al di là del folklore in stile "violinista sul tetto" che ha largo corso nei mass media, vi sono degli eminenti pensatori, come Joshua Leibowitz a sostenere l'aspetto positivo di essere "portati al macello come pecore". E vi è una teoria filosofica dell'ebraismo come primato dell'altro, in cui ciascuno sarebbe chiamato quasi ad annullarsi in nome di ciò. E però "porgere l'altra guancia" non è un tema ebraico (mentre amare il prossimo come se stesso sì), dunque l'altruismo è sempre tenuto lontano dall'autonegazione e ancorato alla propria conservazione. E non solo Pesach, ma nessuna festa ebraica è la celebrazione dello statuto di vittime: non certo Channukkà o Purim, che ricordano vittorie sul genocidio, sempre mettendo in rilievo il miracolo della sopravvivenza; ma neppure le ricorrenze più tristi come Kippur o Tishà beAv (in cui si ricorda la distruzione di Gerusalemme) hanno al centro una condizione vittimaria, semmai l'analisi lucida e razionale degli errori e dei peccati commessi che giustificano la punizione. In realtà l'ebraismo non si concentra su vittime e martiri: se al centro del racconto cristiano Gesù muore sulla croce, nel racconto ebraico è importante che Isacco non perisca ma sia salvato prima di essere immolato; la storia sacra ebraica si concentra sul superamento di prove e sull'arrivo alla terra promessa, poi sull'obbligo di mantenere la purezza religiosa; se i profeti minacciano spesso dolori e parlano di Israele come "servo sofferente", lo fanno in vista di una restaurazione messianica del regno di Israele che dovrà avvenire nel tempo e mondo e non in una condizione trascendente. Nella storia ebraica la prima forte menzione di martiri - fedeli che muoiono per non rinnegare la fede - compare in un testo che i Saggi non vollero includere nel canone, il secondo libro dei Maccabei, peraltro tardo, risalente al primo o al secondo secolo prima della nostra era. Nel seguito della nostra storia i martiri (o piuttosto caduti per la "santificazione del Nome") non mancano, naturalmente; ma noi non li trattiamo da santi per questo, non abbiamo agiografie e martirologi, e preferiamo ricordarli per le loro altre virtù, com'è il caso di Rabbi Akivà, ucciso atrocemente dai romani, ma che è importante nel mondo ebraico soprattutto per il suo sapere e la sua autorità rabbinica. Insomma, non vi è affatto nell'ebraismo una vocazione vittimaria (e quindi non vi è quella "religione olocaustica" che ci rinfacciano i negazionisti). L'ebraismo è fortemente legato all'idea di realizzarsi nella vita e indica come modello non la sofferenza per la fede, non l'ascetismo o il martirio, ma la "gioia" della vita buona e piena di senso vissuta secondo le sue regole. Naturalmente questo non vuol dire che non ci siano stati ebrei asceti o martiri, né cristiani interessati ad affermare i loro ideali nel mondo, anzi. Ma che, nonostante la parentela d'origine, l'orientamento antropologico fondamentale delle due religioni, in questa festa come in altre è assai diverso. Ricordarselo è la base indispensabile di ogni dialogo ben fondato. Ugo Volli http://www.moked.it/
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Pincio: quell'hotel a zero stelle a Tel Aviv
Qui sotto, un brano da «Hotel a zero stelle», il nuovo romanzo dello scrittore romano Tommaso Pincio (pagine 240, euro 12,00, Laterza, collana Contromano): un viaggio tra vita e letteratura all’interno di un insolito albergo dove gli ospiti dovrebbero essere vagabondi dell’anima.
Qui sotto, un brano da «Hotel a zero stelle», il nuovo romanzo dello scrittore romano Tommaso Pincio (pagine 240, euro 12,00, Laterza, collana Contromano): un viaggio tra vita e letteratura all’interno di un insolito albergo dove gli ospiti dovrebbero essere vagabondi dell’anima.
Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote. Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita. A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale. Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky». Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile. La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome. Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa. L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo. Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso. È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha. 21 aprile 2011,http://www.unita.it/
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Israele: approvato trasferimento di basi militari nel Negev
21 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/
Il Parlamento israeliano ha approvato un piano da 19 miliardi di NIS (poco meno di 4 miliardi di euro) per spostare nel deserto del Negev le basi militari e i campi di addestramento di Tzahal, l’esercito israeliano, situati attualmente nella regione del Centro. Il progetto dovrebbe essere portato a compimento nel 2018. Nei prossimi sette anni circa 25mila soldati saranno inviati nel sud del Paese. Una misura che, secondo il Primo ministro, Benjamin Netanyahu, offre due vantaggi: «Decentralizzare la popolazione e permettere alle regioni meridionali di svilupparsi». Oltre cinque chilometri quadrati di terreni situati nei dintorni di Tel Aviv saranno dunque liberati, e venduti come lotti edificabili.
21 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/
Il Parlamento israeliano ha approvato un piano da 19 miliardi di NIS (poco meno di 4 miliardi di euro) per spostare nel deserto del Negev le basi militari e i campi di addestramento di Tzahal, l’esercito israeliano, situati attualmente nella regione del Centro. Il progetto dovrebbe essere portato a compimento nel 2018. Nei prossimi sette anni circa 25mila soldati saranno inviati nel sud del Paese. Una misura che, secondo il Primo ministro, Benjamin Netanyahu, offre due vantaggi: «Decentralizzare la popolazione e permettere alle regioni meridionali di svilupparsi». Oltre cinque chilometri quadrati di terreni situati nei dintorni di Tel Aviv saranno dunque liberati, e venduti come lotti edificabili.
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