mercoledì 11 maggio 2011





Gerusalemme di shabbath


Salve a tutti, da poco più di un anno gestisco il sito http://www.aliyah.it tramite il quale cerco di dare tutte le informazioni che mi sarebbero state utili quando feci io l'aliyah nel 2009. All'epoca l'unico sito utile era quello di Nefesh B'Nefesh in inglese. Uno dei filoni di sviluppo del sito sarebbe quello delle interviste a chi l'aliyah l'ha già fatta in tempio più o meno recenti. Mi interesserebbe sentire le storie di chi,singoli o famiglie, ha passato questa esperienza. Mi interesserebbero anche (e forse ancor di più) le storie di chi poi è tornato in Italia per capire cosa non abbia funzionato. Se qualcuno è disponibile, sarei felice di rilanciare questa sezione del sito. Le interviste possono essere per iscritto, in audio od anche in video, a seconda della disponibilità dei singoli. Vi ringrazio sin d'ora per la vostra disponibilità. Edoardo Marascalchi

giovedì 28 aprile 2011





Lo sapevate che
Come se avesse attraversato l'Oceano e scoperto l'America dopo tutta quell'acqua, l' Europa si è accorta che mentre era in salotto e guardava la Tv, i popoli arabi erano governati da regimi anche violenti. Non solo quel Mubarak non era moderato come sembrava, ma Gheddafi non era un uomo elegante di una certa età, con gli occhiali da sole e il turbante alla Lawrence d'Arabia. Era un dittatore. Adesso l'ultima: in Siria non c'è il socialismo. Di questo passo tra un po' Israele è l'unica democrazia in migliaia e migliaia di chilometri. E' vita questa? Il Tizio della Sera http://www.moked.it/



La Shoah, Israele e l’ebreo diasporico
Il Novecento è stato per l’ebraismo un secolo da dimenticare. La crisi che ha prodotto nella psicologia ebraica è una ferita che ci porteremo dentro per un tempo inimmaginabile; come se la storia non ci avesse già segnato a sufficienza l’animo e la mente, lasciando nel nostro inconscio collettivo lo sfregio delle sue cicatrici. Il Novecento ha confermato e ha legittimato in noi antichi sentimenti: sospetto, paura, sfiducia, tentazione di fuga, il pensiero a un passaporto sempre valido; e un senso di precarietà che da ansia si è nel tempo trasformato in consuetudine. A dare sicurezza all’ebreo, dopo la Shoah, ce lo diciamo di continuo, è stata la nascita dello Stato di Israele. Ma se Israele ha rappresentato una rinascita dopo la tragedia, la gioia di quella rinascita ha anche portato con sé qualche complicazione di vita e di sentimenti. La Shoah e Israele hanno costituito per l’ebraismo una complicazione del sentire. Shoah e Israele mettono l’ebreo incessantemente alla prova, lo costringono a un confronto che non ha soluzione. L’ebreo potrebbe, naturalmente, starsene tranquillo e pensare ad altro, scansando ansie e crisi di coscienza, ma così sarebbe un caso poco rappresentativo del popolo ebraico, e la cosa non gli piacerebbe affatto. Della Shoah – diciamocelo con un po’ di ironia – non ci è bastata l’immane catastrofe; da sessant’anni ce ne portiamo dietro, oltre al ricordo, anche le conseguenze, e chissà per quanto tempo ancora ci toccherà farlo. Tralasciamo per una volta i risvolti antisemiti del dopo-Shoah e guardiamoci dentro. La sua conseguenza più fastidiosa è quella rappresentata dalla filosofia della Shoah, da coloro cioè che si interrogano sugli aspetti teologici della tragedia, sull’indifferenza di Dio, sulla Shoah come punizione divina per l’ebreo trasgressore. Ma soprattutto, ci si interroga sulle modalità di trasmissione della sua memoria. Dovremmo ricordare la Shoah come uno dei tanti accadimenti della storia, privo di eccezionalità, un avvenimento compensato da altri avvenimenti, dalle purghe staliniste ad esempio, uno dei tanti eventi alternatisi nel procedere sconsiderato della storia dell’uomo? Lo si dovrà considerare nel tempo un puro incidente di percorso? Questo non ci sembra possibile, a noi questo non basta, anzi, ci dà altra angoscia, fa sanguinare ancor di più le ferite. E allora, dovremmo forse ricordare la Shoah come un’eccezione della storia, come un accadimento che ha riguardato solo e proprio noi? E chissà perché noi in particolare? Per quali metafisiche colpe? Siamo colti dalla tentazione di farne un mito, un avvenimento pericolosamente fuori dalla storia, non perpetrato da uomini contro uomini, ma avvenuto per un tragico destino. Con i contorni, cioè, di una lontana tragedia greca, quasi un fatto letterario. E infatti molti ne fanno letteratura di finzione. E ci si chiede allora: abbiamo il diritto di sfruttare la Shoah per farne finzione letteraria? E ci si risponde che così la si fa almeno conoscere, se ne trasmette il ricordo. Certo, ma la si sfrutta, anche! E fare un mito della Shoah, poi, non è forse un segno della solita “arroganza” del popolo ebraico, come dicono gli antisemiti? In tutti questi interrogativi ci si dibatte, senza che si riesca a intravedere una risposta pacificante. Non diversa è la nostra crisi di fronte al problema di Israele. Che non dovrebbe essere un problema. Che per chiunque altro non sarebbe un problema. Tranne che per noi. Da una sessantina d’anni ormai ci siamo abituati a interrogarci sulla liceità di sostenere Israele ad ogni costo. E ci siamo divisi in sostenitori senza se e senza ma, da un lato, e sostenitori con diritto di critica, dall’altro. Forse i due campi in contesa sono stati condizionati e in parte prodotti da una politica non nostra, una politica esterna a cui non sempre si aderiva consapevolmente. Fatto sta che la divisione ha cominciato a operare non solo nel rapporto interpersonale (il che sarebbe normale nella dialettica spinta dell’ebraismo), ma anche all’interno del nostro animo. Eppure molti di noi non riescono a identificarsi totalmente con le scelte politiche di Israele (come peraltro con quelle italiane), o con lo sviluppo complesso della sua identità sociale, o con le sue battaglie interne fra un certo tipo di laicismo spinto e un certo altro tipo di spinta ortodossia; e il nostro sano orgoglio e le nostre emozioni per i raggiungimenti scientifici e tecnologici di Israele li sentiamo come qualcosa che ci deriva dall’appropriazione impropria di una cosa non nostra. L’opposizione fra un’adesione assoluta e un’adesione critica ha prodotto dentro di noi effetti spesso laceranti, per una disgraziata tensione a essere sempre un po’ più consapevoli, un po’ più oggettivi, una tensione a incarnare quella figura dell’ebreo ideale che si forma nella mente di coloro che ci apprezzano. Chi non ama l’ebreo addebita questo atteggiamento a quell’arroganza che a noi piace chiamare semplicemente ‘coscienza critica’. Dalla metà del Novecento, Shoah e Israele, con i loro problemi e i loro interrogativi, hanno assorbito giustamente gran parte delle nostre energie intellettuali, e non solo. Non sarebbe potuto essere diversamente. Nessuno di noi poteva dimenticare la Shoah, le persone perdute nell’orrore, e nessuno di noi poteva non stare a fianco di Israele, che, criticabile o meno, è un miracolo della storia. Ma Shoah e Israele hanno finito per assorbire ogni nostra attenzione, producendo un fenomeno che è forse altrettanto pericoloso di quanto non sarebbe stato se di Shoah e di Israele ci fossimo dimenticati. Nella tenaglia di questi due fenomeni della storia è rimasta intrappolata la nostra identità. Così, non mitizzare la Shoah e non tifare per Israele suscita un forte imbarazzo e senso di colpa. In entrambi i casi, ci si sente di volta in volta ingiusti, irriconoscenti, insensibili, traditori. Anche questa è la tragica eredità lasciataci dall’antisemitismo: un condizionamento psicologico che non lascia l’individuo libero di aderire o meno, e di aderire a modo suo, al sentimento collettivo. E del resto, il negazionismo e l’antisemitismo dei nostri giorni continuano a richiedere, quanto meno, un nostro compatto posizionamento su poche ma solide affermazioni di principio. Quasi tutti noi siamo diventati così gli ebrei della Shoah. Ne discutiamo, la insegniamo ai nostri figli, agli amici, la raccontiamo nelle scuole. Come non farlo? È un dovere etico. Lo dobbiamo ai morti, e lo dobbiamo ai vivi. Molti di noi sono diventati anche ebrei di Israele, e gli danno sostegno, e ne scrivono a difesa, e ne ricavano entusiasmo, talora senso di vita, e motivi di autenticazione. Ma potremmo chiederci che ebraismo sia il nostro. Un ebraismo in funzione di una tragica memoria, e un ebraismo in funzione di un sogno avverato. Una funzione, in entrambi i casi. Se il nostro ebraismo si riducesse a questo, se il nostro ebraismo si ridurrà a questo, sarebbe come ammettere che esso sia una contingenza, un caso fortuito. E se – Dio avesse voluto! – la Shoah non fosse mai avvenuta? E se lo stato di Israele non fosse nato? Che cosa ne sarebbe stato del nostro essere ebrei oggi, in Italia. Che tipo di ebraismo saremmo, senza Shoah e senza Israele? Certo, la storia non si fa con i se e con le domande retoriche, ma è un fatto che ci ritroviamo sempre e di continuo di fronte a interrogativi a cui non possiamo sfuggire, un dibattito interiore infinito, che dà vita e dà senso alla nostra coscienza. Bisogna avere il coraggio di tornare a chiedersi che cosa significhi per noi essere ebrei. Una domanda che ci facciamo da secoli ormai, ma ultimamente sembra che la risposta la si dia per scontata, perché non pensarci è più facile che cercare di rispondersi. Ma forse essere ebrei è proprio continuare a porsi la domanda, e non smettere mai di porsela. In uno slancio di onestà con noi stessi, poi, ci si accorge di coltivare il sospetto che non ci sia dispiaciuto più di tanto che Shoah e Israele ci abbiano distratto dal nostro problema centrale. In perfetta buona fede, si intende, abbiamo sospeso l’interrogativo e lo abbiamo nascosto dietro a un paravento. È indubbio che Shoah e Israele hanno resa più complessa la nostra identità, abbiamo assunto l’una e l’altro come parte di noi, della nostra storia e della nostra coscienza; ed è giusto: nessuna identità è cristallizzata, l’identità è una realtà virtuale, sempre mobile, in continua evoluzione; ma forse nell’assumere la coscienza traumatica della Shoah abbiamo messo in secondo piano questioni di identità che un tempo non erano ritenute eludibili, che, anzi, ci sembravano centrali, e sulle quali, magari, ci si accapigliava e ci si divideva. È vero che la Shoah ha reso più consapevole il nostro legame con il passato, e Israele quello con il nostro presente e con il nostro futuro. Ma c’è il rischio che riattualizzando nel ricordo della Shoah il dovere di ricordare Amalek, esauriamo il nostro debito continuo con lo spazio del passato e della memoria rischiando di trasformarlo in un mito; e nel nostro impegno nei confronti di Israele saniamo il nostro debito con il tempo futuro, come se il Mashiach fosse arrivato sotto forma di realtà politico-nazionale. Esauriamo così le possibilità dello spazio e del tempo. Diamo per saturo il passato, che è lo spazio del dolore, e diamo per già acquisito il tempo dell’aspirazione e la dimensione del desiderio. Come se avessimo concluso, o semplicemente chiuso, il percorso biblico della nostra esperienza individuale e collettiva. Si potrebbe allora chiudere l’esperienza con la nostra storia millenaria, ci si potrebbe dare all’universale e alla generica appartenenza all’umanità. Paradossalmente, nessuno di noi è tentato di farlo. Ci si chiede perché. Un altro interrogativo utile a indagare la nostra coscienza. Ma Shoah e Israele sono rispettivamente lo zachor e lo shamor della nostra esperienza di ebrei: la Shoah di cui si custodisce il ricordo – zachor ­–, e Israele che si ‘osserva’ soltanto nella misura in cui vi si abita – shamor. Ma di noi, ebrei della diaspora, che cosa rimane? Come per lo shabbat, forse è necessario far diventare un concetto unico (dibbur ehad) quello zachor e quello shamor, ossia: ricordare di essere ebrei per custodire, nella prassi, il nostro ebraismo. Lo sforzo necessario sarebbe dunque quello di unificare pensiero e azione, come vorrebbe il pensiero religioso. E forse non soltanto in campo religioso. Ma come? Per il pensiero ebraico interrogarsi non suscita scandalo. Anzi è una manifestazione imprescindibile del nostro esistere, ancor prima che della nostra evoluzione intellettuale. Ci chiediamo da sempre perché Avraham sia disposto a uccidere Itzchak, il figlio che ama, e perché Itzchak sia cieco e passivo di fronte all’inganno che si compie accanto al suo letto di morte, quando Ya’akov sottrae a ‘Esav la benedizione che gli spetta. Avraham non mostra libertà individuale, Itzchak fa la figura del gabbato, Ya’akov non mostra correttezza; ma si tratta dei nostri patriarchi, dei fondatori della nostra fede, e, con tutto il rispetto, le tante risposte dei Maestri sui loro comportamenti non soddisfano del tutto l’ansia di risposta. Ci si continua così a interrogare, e si sospetta che gli episodi e le figure del testo biblico abbiano come fine ultimo e profondo quello di costringere l’intelletto a continuare la speculazione, senza potersi mai dichiarare soddisfatti del risultato raggiunto. Le storie bibliche non sono né parabole né allegorie, sono interrogativi. E l’interrogativo è sempre di carattere etico, un interrogativo sui comportamenti e sulle reazioni, sulle modalità del vivere e sulle scelte personali in relazione all’altro e alla società nel suo insieme. Forse non è un caso che l’ebreo abbia rappresentato nella storia il diverso, l’estraneo, l’altro per definizione. Colui che arriva dall’altra parte del fiume. Colui che per arrivare deve viaggiare e spostarsi dal luogo di origine, muoversi verso, attraversare. Lo stato di Israele è un punto di arrivo, e per questo non ci può bastare come fine ultimo. Dobbiamo continuare a muoverci per essere e continuare a essere ebrei. La passività non ci si addice. Dobbiamo vivere la nostra identità prendendo sempre posizione, compenetrando la nostra etica individuale con quella comunitaria e sociale. E per non fare soltanto della filosofia astratta, vengono alla mente, a solo titolo esemplificativo, i molti argomenti su cui, come individui e come istituzioni, avremmo dovuto prendere una posizione chiara e forte per affermare a noi stessi di esistere in quanto ebrei, e abbiamo invece spesso contribuito al dibattito con un dignitosissimo silenzio o, tutt’al più, con qualche timida uscita, sottovoce. Si tratta di argomenti importanti, quali la difesa del debole e dello straniero, perché anche noi siamo stati stranieri, la difesa del principio di laicità dello stato (per un insegnamento laico nella scuola pubblica e per una classe – e un tribunale – senza crocifissi), la depauperizzazione della scuola pubblica in favore della scuola privata (cattolica), la difesa del relativismo culturale, perché l’assolutismo religioso propugnato dalla chiesa difende soltanto la religione di stato, la cosiddetta e tanto mitizzata verità cattolica, quella unica, che subordina ogni altra identità religiosa e ogni dignità individuale. Soprattutto di fronte a questa continua negazione cattolica del relativismo, come se si trattasse di una bestemmia contro Dio e l’umanità, noi abbiamo girato il capo dall’altra parte, fingendo di non sapere che è la negazione stessa di tutta la nostra cultura, il modo in cui il cristianesimo cerca di superare il suo più grande problema: l’ebraismo. La nostra tentazione invece è rimanere sempre un po’ ’l’altro’, mantenere la prospettiva dell’altro, la sensibilità dell’altro. Perché noi siamo stati l’altro per tutta la storia. Acquisire la visione conclusa della maggioranza significa cancellarsi, nascondersi, annullare ogni sensibilità per le difficoltà di chi vive ai margini, irriconosciuto, respinto, mentre attraversa i guadi. Non si vede differenza fra il dovere di recitare il kiddush con la propria famiglia e il dovere di levare la voce in favore dei principi di coesistenza civile e della libertà di scelta individuale. L’ebraismo è un’ortoprassi, la religione del fare, e lo è anche nel campo etico e culturale. Per essere etici non basta compiacersi perché la Torah è etica, come per vivere la nostra cultura ebraica non basta compiacersi perché Freud, Einstein, Kafka, Mahler erano ebrei. Se bisogna essere giusti nel giudizio e usare pesi e misure onesti (Levitico 19:35-36) è perché bisogna essere corretti nei riguardi dell’altro, ricordandoci oltretutto che per tanto tempo l’altro siamo stati noi. E lo siamo ancora. Se si è richiesti di rispettare i Maestri è perché la cultura, lo studio sono considerati un dovere etico. Per l’ebreo essere è studiare. L’ebraismo è impegno; se si vuole partecipare bisogna esserci, anche a costo di riconoscersi pericolosamente sospesi, in bilico fra religione, etica e cultura. C’è un’immagine che intriga la mia mente da una cinquantina di anni. Un’immagine che rappresenta bene la situazione in cui si trova l’ebraismo italiano (e forse l’ebreo tout court) È di Saul Steinberg, un illustratore e fumettista ebreo americano di origine rumena, morto nel 1999. Un’immagine che non è una risposta o una soluzione, ma è un’altra domanda. Una donna brandisce un martello confrontandosi con il suo punto interrogativo, e con quello si tiene in equilibrio. Montaigne si chiederebbe se sia lei a tenere in equilibrio il punto di domanda o se non sia il punto di domanda a tenere in equilibrio lei. È un fatto che l’equilibrio è dato necessariamente dall’esistenza di quelle due figure alle due estremità dell’asse. Se la donna colpisse davvero con il suo martello il punto di domanda si autoscaraventerebbe nell’abisso. Un suicidio, goffo, ma tanto reale quanto simbolico. Soltanto l’esistenza del punto interrogativo permette alla donna di esistere nel suo equilibrio; ma, passando dal piano grafico a quello intellettuale, un interrogativo si annulla fornendogli una risposta soddisfacente, fornendo, ad esempio, un significato all’immagine. In effetti, il colpo di martello sarebbe una risposta al punto di domanda, e lo annullerebbe, annullando tuttavia anche il soggetto che brandisce lo strumento. Potremmo complicare la nostra lettura di questa immagine, notando che il punto di domanda è rovesciato specularmente, come se si fosse girato a fissare la donna negli occhi per osservarla meglio, minaccioso. Oppure è l’intera immagine ad essere ribaltata specularmente, come se il punto di domanda e la donna si fossero scambiati le rispettive posizioni, come accade nel corso di un duello. O, ancora, la specularità vuol forse indicare il rivolgimento interiore, la speculazione analitica messa in atto dalla figura umana nel tentativo di vedere, di studiare quella domanda da ogni possibile prospettiva. Ma non occorre complicarsi la vita: è già abbastanza enigmatica di per sé. L’immagine di Steinberg sembra una splendida e ironica rappresentazione della nostra umanità, e del nostro ebraismo. Come si può pretendere di risolvere con un semplice atto univoco, con una semplice risposta, con una martellata, la complessità del nostro esistere e del nostro vivere? Come non riconoscere che la vita è lo spazio che intercorre fra due domande estreme irrisolvibili, uno spazio contraddittorio, sospeso fra due interrogativi? Sembra di dover dedurre alla fine che l’identità di quella figura sull’asse è segnata proprio da quel suo precario equilibrio, da quel suo stare sospesa, in attesa. Un’identità fra un prima e un dopo che la annullano. Essa esiste soltanto durante, e quel durante è contraddittoriamente fissato nella sospensione, fra un non più e un non ancora. L’unica desiderabilità è quel presente di crisi. Vien voglia di chiedersi se anche l’identità dell’ebraismo italiano non sia rappresentata da quell’immagine. Un ebraismo in crisi che ha forse spezzato i collegamenti con il proprio passato, e lo tratta troppo spesso come una storia da cui ci si è distanziati in modo definitivo, ben attenti peraltro a non farsi invischiare in una corsa verso un futuro che implicherebbe una partecipazione identitaria troppo coinvolgente. Un ebraismo in tensione fra la nostalgia di un passato più ortodosso e un futuro pìù moderno, un ebraismo che non ha il coraggio di rivendicare il diritto, il desiderio, di rimanere in bilico sull’asse della propria compromissoria identità di confine. Un ebraismo che dovrebbe soltanto riappropriarsi del proprio tradizionale modo di essere, dell’identità di chi non è e non vale finché non costituisce collettività, comunità, ed è comunità in quanto si appropria in modo attivo e continuo della propria cultura, dei propri valori, vivendoli e rappresentandoli senza esitazioni. Un’identità di confine, da conquistare tuttavia giorno per giorno, incessantemente, attraverso l’agire etico e culturale. Senza magari scordarsi del kiddush in famiglia, che ricordi da dove si viene e chi si è.
Forse, e malgrado certi sommovimenti dell’ultim’ora, il nostro ebraismo italiano si sta ancora muovendo, più di altri, fra il non più dell’ortodossia e il non ancora della riforma. A volte, per scansare il fardello non troppo desiderato della prima, ci si muove verso il rischio della seconda. Rimanere in bilico sull’asse della precarietà, assumendo consapevoli il proprio equilibrio precario, è forse l’opzione meno azzardata, a patto che non si perda mai il senso del proprio essere, a patto che non si smetta mai di confrontarsi con i punti interrogativi che ci portiamo dentro. Dario Calimani, Università di Venezia http://moked.it/



Il nuovo attentato al gasdotto presso El Arish nel Sinai, e la seconda interruzione - questa volta prevista nei tempi lunghi - delle forniture dall'Egitto a Israele, aggiungono rilievo al sondaggio di ieri sulle opinoni politiche degli egiziani. Non solo una maggioranza del 54 per cento si è espressa a favore dell'abrogazione del trattato di pace con Israele, contro il 36 per cento di favorevoli a mantenerlo in funzione. Il 75 per cento degli intervistati hanno una buona opinione dei Fratelli Musulmani, il 62 per cento pensano che le leggi in Egitto debbano essere basate sulle istruzioni del Corano, e il 31 per cento sono vicini a posizioni islamiste fondamentaliste, anche se solo il 17 per cento vorrebbero al potere un partito islamico. L'82 per cento pensano che il problema principale sia la situazione economica, il 60 per cento pensano che la libertà di parola sia importante, il 43 per cento chiedono di allontanarsi dagli Stati Uniti (che pure inviano cospicui aiuti economici all'Egitto) mentre il 15 per cento chiedono un riavvicinamento. Su queste basi, noti analisti occidentali ritengono che qualche prudente previsione sia possibile in Egitto dove la transizione è nelle mani dell’esercito, vale a dire di una istituzione con cui hanno una certa familiarità. Intanto il numero dei morti nelle dimostrazioni in Egitto è arrivato a 846. In Siria sono oltre 400, in Libia difficile dire – fra i 600 e i 6000.Sergio Della Pergola, Università Ebraica
di Gerusalemme http://www.moked.it/



Avdat - Neghev

Voci a confronto
Le notizie che giungono in queste ultime ore da quasi tutte le città della Siria sono sempre più drammatiche; forse solo molti quartieri di Damasco, oltre a quella città di Hama che Assad padre distrusse nel 1982 causando oltre 20.000 morti, sembrano essere più o meno tranquille. Le altre città sono sotto il fuoco dell’esercito alawita, la città di Deraa è assediata, e oltre alle centinaia di morti accertati, ricominciano le sparizioni tragicamente significative. “L’invio dei tank è stato deciso su richiesta dei cittadini, per proteggerli”, assicura il “riformista” Assad. E le parole di minaccia dette ieri a Roma da Sarkozy sembrano essere state pronunciate solo per far dimenticare la follia di aver invitato il rais siriano ad assistere alla sfilata sui Champs Elysées dal palco presidenziale. Che dire poi di quanto rischia di succedere all’ONU dove, al momento, non ci sono concorrenti al posto nel Comitato per i diritti umani che verrà assegnato, pare proprio alla Siria, nel prossimo mese di maggio? Di questo parlano diffusamente Cecilia Zecchinelli sul Corriere e numerosi altri quotidiani; se anche la Commissaria dell’ONU per i diritti umani Navi Pillay, da sempre molto paziente con Assad, si accorgerà che la realtà in Siria non è quella raccontata dall’ambasciatore siriano, potrà davvero fare qualcosa? Solo Francesca Paci, su La Stampa, ne parla come di “candidatura tramontata”: chissà quali sono le sue fonti. Il Foglio titola: “Il silenzio arabo sul sangue in Siria”; tace, in realtà, Erdogan, che deve preparare una nuova Flotilla, tacciono i palestinesi, amici e protetti da Assad, tace la lega araba, in attesa di un’eventuale riunione da organizzare, limitandosi a dichiarare che i manifestanti meritano aiuto e non proiettili. E se tace anche Netanyahu, questo diventa, per Liberazione, una prova di non volere la caduta del rais, considerato il male minore. In questa situazione, come scrive Alessandro Oppes sul Fatto Quotidiano, Chavez dal Venezuela accusa l’occidente di complotto per infiltrare terroristi nel paese e poi giustificare un intervento militare. Ma è davvero ipotizzabile un intervento militare di Francia ed Italia, che già sono in affanno in Libia dove, lasciati sostanzialmente soli da Obama, non paiono essere in grado di fermare Gheddafi? Attenta la analisi del Wall Street Journal, che critica le parole pronunciate dal presidente turco Gul e dall’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Scowcroft: il futuro della democrazia dipende davvero, come loro sostengono, dalla Palestina e dai territori occupati? Osserva giustamente il WSJ che Assad non avrebbe interesse alcuno a riprendersi il Golan perché dovrebbe abbandonare quel conflitto che, fino ad oggi, ha permesso al regime di sopravvivere. La democrazia, in realtà, ha bisogno di compiere un lungo cammino, da Tunisi a Tripoli, lasciando fuori Teheran. Quella democrazia che sembra essere sempre più a rischio nel mondo arabo, dove troppi commentatori gridarono troppo presto al miracolo. Molto istruttiva è la lunga storia del movimento dei Fratelli Musulmani che Carlo Panella descrive sul Foglio, partendo dai 40 guerrieri guidati da ibn Saud per arrivare alla variegata realtà dei giorni nostri, nei diversi paesi. Ed intanto, come scrive Meotti, ancora sul Foglio, per il 54% degli egiziani gli accordi di pace con Israele vanno interrotti, e solo il 15% ritiene giusto mantenere rapporti stretti con gli USA (nonostante il famoso discorso del Cairo pronunciato da Obama, ed evidentemente servito a ben poco ndr). Per guardare a quanto succede in casa nostra, da leggere sul Corriere Roma l’articolo che ritorna sulla scritta apparsa sopra il ponte pedonale romano del Pigneto: l’autore di quel gesto voleva far riflettere sui lager che sono nelle nostre città! Banalizzazione del male? Il guaio grosso, a mio parere, sta anche nel fatto che quel gesto è stato compiuto da un insegnante. Sul tema del razzismo scrive pure Le Monde che, in una corrispondenza dagli USA, afferma che, per poter parlare di razzismo, bisogna che ci sia l’intenzione di essere razzista. Ne siamo davvero sicuri? Anche su questo c’è molto da meditare. Emanuel Segre Amar 27 aprile 2011 http://www.moked.it/



Lo Tsunami dell'Onu
A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”. Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]). L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’. Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina. Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/





WOJTYLA: RABBINO DEL NEW JERSEY,EBREI GLI HANNO VOLUTO BENE'


L'immagine di un Papa fragile, che senza aiuto camminava lentamente verso il Muro per inserirvi la bellissima preghiera di perdono e riconciliazione' e' stata evocata oggi dal rabbino Jack Bemporad del New Jersey, teologo e biblista apprezzato in tutto il mondo, il quale si e' detto convinto che il Papa polacco con quel gesto 'abbia colpito indelebilmente i cuori degli ebrei, non solo di quelli di Israele ma degli ebrei di tutto il mondo'. Per il mondo ebraico e' stato importante anche, spiega Bemporad in un'intervista all'Osservatore Romano, 'il suo incontro con i sopravvissuti polacchi della Shoah, i quali riconobbero come questo Papa da giovane fosse stato testimone di quell'orrore, abbia dimostrato la sua solidarieta' con la sofferenza del popolo ebraico' . (27 aprile 2011) http://www.repubblica.it/



Malattie rare: Tay-Sachs. Aiutiamo la piccola Ludovica
La malattia di Tay-Sachs è una patologia a molti sconosciuta data la sua estrema rarità, un male dal nome quasi impronunciabile dovuto ad un deficit dell'enzima esosaminidasi che può presentarsi in tre distinte forme: infantile, giovanile e dell'adulto o cronica. Si tratta di una malattia degenerativa per la quale al momento non esiste una cura e, di conseguenza, per chi è afflitto da questo male non ci sono molte speranze. Il prossimo 30 Maggio, in occasione del Derby dei Campioni del Cuore che si terrà presso lo stadio Olimpico di Roma, sarà possibile sostenere diverse associazioni impegnate nella solidarietà e nella ricerca scientifica finalizzata alla lotta delle molte malattie che ancora oggi affliggono l’Umanità, tra le quali appunto la malattia di Tay-Sachs: chi vorrà infatti, potrà scegliere di aiutare, tra le altre cause benefiche cui è possibile rivolgere il proprio contributo, la piccola Ludovica di 5 anni, affetta da questa malattia sin da quando ne aveva 3........“Abbiamo trovato all’estero, in Israele, una cura che permette di far regredire la malattia e di migliorarne i sintomi. Abbiamo infatti scoperto che, in quel paese, la malattia è conosciuta molto meglio perché ne è colpita una fascia più ampia della popolazione rispetto a noi (la patologia è circa cento volte più frequente negli ebrei Ashkenazi che nelle altre popolazioni mondiali, ndr); uno scienziato russo che lavora in Israele ha trovato il metodo per dosare la dopamina, un neurotrasmettitore la cui carenza è alla base di alcune patologie neurologiche, utilizzando un farmaco usato per il morbo di Parkinson. Di conseguenza ci siamo recati in Israele, a Marzo, e abbiamo fatto un ciclo alla piccola Ludovica che ha dato risultati concreti. È migliorata tantissimo ed a Giugno ripartiamo.” ......
27 Aprile 2011 http://www.laveracronaca.com/



Caro Erdogan, perché non mandi in Siria un'altra "Freedom Flotilla"?
E' agghiacciante il pensiero di quante persone stiano morendo come mosche nelle strade della Siria e accettare che i feriti siano costretti a nascondersi nelle case dei privati per paura di essere catturati o per sottrarsi ad esecuzioni a sangue freddo. E' agghiacciante immaginare che processioni funebri, cerimonie fatte per stringersi nel cordoglio per un morto, siano state teatro di sparatorie nelle quali tante sono state le vittime. E' agghiacciante pensare che persone detenute siano state torturate e sepolte in fosse comuni e che, ciononostante, la comunità internazionale si sia dimostrata disposta solo a estendere qualche parolina di consolazione. Gente, dov'è finita la vostra coscienza? E' la domenica di Pasqua, per amor di Dio. E poi ci sono le convinzioni di Erdogan il quale è convinto che Gaza viva in una condizione tragica con le sue genti sotto l'assedio e la tirannia di Israele mentre i siriani, oppressi sotto il pugno del suo amicone Assad, godrebbero di benessere e democrazia. Dov'è la sua flottiglia umanitaria per la Siria, mister Erdogan? I nostri feriti, bersagli dei cecchini del suo caro amico Assad, non possono andare all'ospedale per paura di essere uccisi seduta stante o di essere arrestati, andando comunque incontro a morte certa da tortura. O forse ciò non coincide con la sua nozione di tragedia umana? Mi dica, forse lei pensa che gli abitanti di Gaza siano delle persone migliori dei siriani? Assad è forse troppo suo amico per disturbarlo? E dove sono i palestinesi di Hamas che sembrano dimenticare le tragedie di tutti gli altri eccetto le proprie? Dove sono le loro voci oggi? In futuro non aspettatevi che i siriani vengano più in vostro aiuto. Quando arriveranno le elezioni, faremo in modo che la fratellanza musulmana paghi il prezzo del vostro silenzio. E dov'è il re Abdullah d'Arabia Saudita? Che razza di leader è quello che governa sulla Mecca e su Medina, impaurito persino dalla sua stessa ombra? E perchè le giovani tigri della casa degli al-Saud non riescono a rovesciare un ottantenne aggrappato al potere come un paziente che si dimena per riavere il suo ossigeno? Vi siete forse adagiati nella vostra opulenza? Sveglia Bandar bin Sultan, questa è la tua ora. Dove sono gli altri leader arabi? E la Lega Araba? E quei codardi che danno banchetti per celebrare i loro debordanti conti in banca mentre la nostra gente muore sotto i loro occhi? Questa rivoluzione è per ogni età e contro ogni oppressore arabo - e non arabo - della regione. Questa rivoluzione è contro Assad, i mullah in Iran, quello sventurato che è l'attuale re d'Arabia Saudita. Questa rivoluzione è contro il fanatismo di Hezbollah, complice nell'uccisione dei siriani e contro i Pasdaran iraniani che istruiscono Assad su come trarre profitto dalla morte. Questa rivoluzione siriana non morirà mai finantoché non avremo messo sotto tutti i leader arabi. di Farid Ghadry 28 Aprile 2011 Tratto dal blog http://ghadry.com e apparso anche sul Wall Street Journal Traduzione di Edoardo Ferrazzani



Tel Aviv: oggi città internazionale
Mercoledì 27 Aprile 2011 http://www.etribuna.com/
Prima città moderna costruita in Israele, Tel Aviv è diventata oggi centro dell’economia e della cultura nazionale. Tel Aviv è la città che non dorme mai, una metropoli attiva 24 ore al giorno, con le sue spiagge, i suoi mercati, la vita notturna famosa in tutto il mondo., i suoi esclusivi centri commerciali; ma Tel Aviv è anche una città carica di storia e tradizione. Il Comune di Tel Aviv Jaffa ha lanciato recentemente un’iniziativa di carattere nazional - comunale per posizionare la città come “global city”. Il concetto di “global city”, città internazionale, si riferisce ad una città all’avanguardia nel campo dell’economia, della cultura e del sociale. La Global City Administration è l’organo responsabile del collocamento di Tel Aviv come città leader a livello internazionale il cui lavoro è ampiamente illustrato nel sito: www.tel aviv.gov.il/english/GlobalCity.htm La Global City Administration ha ospitato recentemente 15 editori e scrittori della rivista Time Out, nota in tutto il mondo. Agli editori provenienti da importanti città come New York, Londra, Madrid, Barcellona, San Paolo, Amsterdam, Mosca, Città del Capo, Lisbona, Budapest, Bombay e Hong Kong, sono stati illustrati i molteplici aspetti della città di Tel Aviv. I loro articoli sono stati pubblicati su un’edizione speciale intitolata “Time Out Tel Aviv Global City”, con ampia diffusione a livello internazionale.Tale rivista è un valido strumento per il settore che riesce ad evidenziare al meglio i punti di forza della città e del paese.