domenica 5 giugno 2011



Israele: Hyundai la marca più popolare

Venerdì 03 Giugno 2011 http://www.focusmo.it/l
La Hyundai si conferma essere la marca di auto più popolare in Israele, strappando il primato alla Mazda. Nei primi cinque mesi del 2011, le due case automobilistiche hanno registrato livelli di vendite pari a 13.129 veicoli per la Hyundai (+ 14.5% rispetto allo stesso periodo del 2010) contro gli 11.454 della Mazda, che invece ha osservato un calo del 15% in confronto allo scorso anno. In generale, tra gennaio e maggio in Israele sono state acquistate 100.975 automobili (+22%); il mese migliore per i concessionari è stato maggio, in cui – come successe anche lo scorso anno – sono state battute le previsioni di vendite con 20.712 consegne. Il terzo posto tra i produttori di auto più amati dagli israeliani se lo aggiudica la Toyota, con 9.117 unità vendute (+15%), mentre alla Chevrolet va il quarto posto con 6.455. La casa francese si aggiudica anche il primo posto per margini di crescita realizzati nei cinque mesi presi in considerazione, avendo registrato un aumento del 51% rispetto allo stesso periodo del 2010.



L’Egitto lavora per riprendere le esportazioni di gas verso Israele

Venerdì 03 Giugno 2011 http://www.focusmo.it/
Il ministro egiziano del Petrolio, Abdullah Ghorab, ha detto di lavorare alla revisione degli accordi sulle forniture di gas per Israele. Il dossier è dunque di nuovo sul tavolo, dopo l’interruzione delle esportazioni causata da un attentato al gasdotto diretto a Gerusalemme il 27 aprile scorso. In concomitanza con lo stop, il nuovo governo egiziano aveva deciso di annullare i contratti precedenti, firmati all’epoca di Mubarak. Ma fino alle ultime dichiarazioni del ministro c’era grande incertezza sulla ripresa delle esportazioni di gas verso lo stato ebraico. Gerusalemme importa dal Cairo il 45% del suo fabbisogno di gas. A causa delle interruzioni nelle forniture, le imprese Israel export pipeline e Ampal American Israel CorP hanno chiesto un risarcimento per i danni causati dal ripensamento del governo egiziano. L’ultimo accordo tra Egitto e Israele era del 2005 e aveva una validità di 20 anni.


Tel Aviv
Israele una ne fa ma cento ne raccontano


Gli Stati Uniti non parteciperanno alla terza conferenza dell'Onu contro il razzismo prevista per il prossimo 21 settembre a New York. Anche il Canada boicotterà l’iniziativa ormai conosciuta come Durban III e non mancherà l’appoggio dell’Italia. La senatrice democratica Kirsten Gillibrand ha spiegato in questo modo la scelta dell’amministrazione Obama: “È un insulto per l'America che le Nazioni Unite abbiano deciso di tenere la conferenza Durban III a New York City, a pochi giorni dal 10° anniversario degli attacchi dell'11 settembre; abbiamo ascoltato tutti le voci anti-semite e anti-americane gridate durante Durban I e Durban II, e dovremmo aspettarci che la stessa cosa accada a Durban III”. Ma Durban III sarà anche un osservatorio particolare per rendersi conto della montante patologizzazione dei pregiudizi e della naturalizzazione degli stereotipi su Israele. Vediamo, allora, quali sono solo alcuni dei luoghi comuni propagandati per infangare lo stato di David, operazione nella quale ci è stato molto d'aiuto il prezioso e impagabile sito internet Informazione Corretta.In Israele c’è l’apartheid verso i palestinesi come nel Sudafrica degli afrikaner.Israele non è il paese dell’apartheid. Più di un milione di arabi israeliani lo testimoniano. In Israele non ci sono mezzi di trasporto, scuole, strutture dove gli arabi non possono entrare. Ci sono deputati arabi al parlamento israeliano, come Hanin Zoabi, che possono democraticamente partecipare alla Freedom flottilla e poi accusare il proprio governo di “pirateria” dagli stessi scranni della Knesset. O personaggi come la dottoressa Suheir Assady, la prima donna musulmana a dirigere un reparto ospedaliero in Israele; oppure come la dottoressa Rania el Hativ, la prima donna araba a diventare chirurgo plastico in Israele. Quella stessa nazione dove tutte le indicazioni, dai musei alle strade, sono scritte in lingua ebraica araba e in inglese. Eppure, a settembre per l’ennesima volta Gerusalemme verrà tacciata di essere, “la capitale dell’apartheid, del genocidio, della deportazione e dello sterminio di stampo sionista”. Questo anche grazie al contributo dei New Elders of Washington come Jimmy Carter.Israele ha fatto saltare gli accordi del vertice di Camp David del 2000.Israele aveva offerto ai palestinesi più del 95% della Cisgiordania e Gaza, con la possibilità di una strada extraterritoriale che unisse la prima alla seconda, e un settore orientale di Gerusalemme. L'offerta, avallata dall’allora presidente Clinton, venne però respinta da Arafat. Il rais palestinese volle aggiungere alle clausole di pace anche l'impegno d'Israele di prendersi quattro milioni di "profughi" palestinesi, quanti cioè sembravano essere diventati secondo i calcoli dell'OLP, i discendenti di quei 500.000 del 1948. In pratica, una nazione di sei milioni di abitanti (tra cui un milione di arabi) avrebbe dovuto accoglierne altri quattro milioni, forti del diritto di voto, e trasformarsi in questo modo in un secondo stato palestinese. Un suicidio demografico; mai nessun governo al mondo lo avrebbe accettato -e proposto- in qualsiasi trattativa diplomatica. Ma gli intenti di Arafat erano ben diversi. Infatti, prima del vertice americano di luglio Marwan Bargouti, capo di al Fath in Cisgiordania, dichiarava al giornale Ahbar al-Halil: "Dobbiamo iniziare una guerra sul campo contemporaneamente ai negoziati. Cioè un confronto armato". E in quell’estate al-Fath costruirà quaranta campi di addestramento per allenare i giovani palestinesi in vista della Seconda intifada che scoppierà dopo pochi mesi. Prima del 1948 Tel Aviv era una città palestinese, Tel Al-Rabi, poi gli ebrei le hanno cambiato il nome.Tel Aviv, la Collina della primavera, la Città bianca, la Città che non dorme mai, è stata fondata nel 1909 da sessantasei famiglie di Ebrei che abitavano a Jaffa. Guidati dal futuro sindaco Meir Diziengoff gettarono le prime le fondamenta di quella che in seguito sarebbe divenuta Tel Aviv. Il luogo, denominato Akhuzat Bayit (casa colonica), era originariamente unito a Jaffa, ma nel 1910 quando prese ad espandersi vide il suo nome mutarsi in Tel Aviv: la "Collina della primavera”, il luogo dove nella visione del profeta Ezechiele trovano casa i fuoriusciti rientrati in patria dopo l'esilio e anche il titolo della traduzione ebraica di Altneuland, il romanzo scritto nel 1902 da Theodor Herzl, fondatore del sionismo. Durante il Mandato britannico sulla Palestina anche gli ebrei hanno compiuto attentati terroristici attraverso gruppi come l’Irgun Zvai Leumi.L'Irgun, Organizzazione Militare Nazionale, è stata classificata dalle autorità della Gran Bretagna come un’organizzazione terrorista ma, e qui sta il punto, durante la guerra d’Indipendenza dello Stato ebraico. Siamo tra gli anni venti e trenta del novecento e in Europa gli ebrei vengono bruciati. Quelli arrivati nella “Palestina del Mandato britannico”, invece, per riprendersi la propria terra – anche se gli ebrei non hanno mai lasciato Gerusalemme secondo tutte le statistiche note, cioè dalla metà dell'800- hanno dovuto lottare contro uno degli eserciti più forti del mondo. L’esercito di Sua Maestà, oltre ad impedire di suonare il sofar (il corno d’ariete) per lo Shabbat, divulgava queste minacce: “Hitler ha assassinato sei milioni di ebrei. La nostra divisione aerotrasportata ne eliminerà sessanta milioni se non vi comporterete bene”. Eppure, prima di istallare una mina a contatto contro il sistema ferroviario o un altro ordigno, se le condizioni militari lo permettevano, venivano distribuiti avvertimenti preliminari in lingua inglese come questo: “Si richiede al governo di oppressione di evacuare donne, bambini, civili e dirigenti dai loro uffici”.Yaacov Meridor, eroe dello Stato ebraico, usava dire: “Le armi erano i nostri mezzi di attacco e la trasparenza del vetro il nostro scudo”. Erano partigiani e non terroristi, morivano per rendere Eretz Israel un paradiso e non per assicurarsene uno nell’Aldilà. Quando i combattenti andavano a compiere un’operazione non auguravano a se stessi il martirio come succede ai feddayn. I soldati dell’Irgun si auguravano come tradizionale saluto di commiato “Abi gesunt”, in yddish “conservati a lungo in buona salute”. Il desiderio degli ebrei che arrivano da tutto il mondo in Eretz Israel era quello di edificare un proprio focolare. Donne come Zippora Porath che per mesi hanno mangiato solo arance o che sono diventate intrepide paracadutiste hanno combattuto per costruire e non distruggere. Dopo la nascita dello Stato d’Israele, infatti, gli attacchi "terroristici" sono immediatamente terminati. Chissà se anche quando sorgerà uno Stato palestinese accadrà la stessa cosa nei confronti d'Israele.di Costantino Pistilli 4 Giugno 2011,http://www.loccidentale.it/


“Ho inciampato e non mi sono fatta male.”di Miriam Rebhun

Il bisogno di una "testimone di seconda generazione" di non dimenticare, di dare un volto a chi non ha conosciuto, e lo sforzo di mantenere la memoria anche in assenza di ricordi sono i temi di questa intensa opera prima autobiografica. Una storia familiare che attraversa il Novecento in lungo e in largo, tra l'Europa e il Mediterraneo, ricca di biografie e memorie alla ricerca di un passato, tragico, che sembrava perduto. Una ricerca personale, una scrittura semplice e immediata, un racconto affascinante, tanto bello da non sembrar vero.Miriam, oggi felice con marito, figlie e nipoti, ricostruisce e racconta la sua storia. A partire da Haifa, dove ha trascorso i primi anni di vita e dove suo padre era giunto in fuga da Berlino – lasciando i genitori di cui si perderanno le tracce – per costruire il futuro del suo popolo, la terra di Israele. Fino all’-arrivo a Napoli – a due anni, con la madre – nel secondo dopoguerra: la vita quotidiana e la lunga e difficile ripresa. E così la Germania di Hitler, la Palestina della speranza, e l’Italia dell’accoglienza, sono gli scenari che fanno da sfondo alle vite che si intrecciano o si perdono e che stanno lì a mostrare, ancora una volta, come le grandi storie siano fatte da centinaia di migliaia di piccole storie altrettanto importanti, necessarie ed essenziali. Esistenze che Miriam decide di riunire e fare tornare assieme almeno sulla carta. Un memoir felice e doloroso allo stesso tempo, un po’ come sono le vite di gran parte delle persone: dove la felicità sta nel dettato ebraico di accontentarsi di ciò che il destino ci riserva, retto anche dalla volontà di conoscere e ricostruire i pezzi mancanti dalla propria esistenza. Miriam Rebhun è una figlia della Shoah, una testimone di seconda generazione che non ha vissuto gli avvenimenti drammatici che sono stati però il presupposto della sua nascita. L’intreccio tra le vicende della sua vita, il bisogno di dare un volto a chi non ha conosciuto, lo sforzo di mantenerne la memoria anche in assenza di ricordi sono il tema della sua “opera prima”.Edizioni L'ancora del mediterraneo, pag. 192, euro 16,50 Il libro sarà presentato mercoledì 15 giugno ore 18.00 da La Feltrinelli, piazza dei Martiri, Napoli. Sullam n. 73


Brick

Ingredienti per la sfoglia: 2 bicchieri di farina, 1 bicchiere d’acqua Ingredienti per il ripieno: 2 pattate lesse, prezzemolo, pepe nero, 1 cucchiaino di cannella, sale, 1 uovo, succo di limone.
Preparazione: Ungete una padella antiaderente e mettetela su una fiamma debole, mecolate acqua e farina, versate la quantità di 1/2 mestolo del composto in padella per qualche secondo, otterrete cosi’ una sfoglia. Procedete fino ad ottenere il numero di sfoglie necessario. In una terrina amalgamate gli ingredienti del ripieno. Ora ponete al centro di ogni Brick un cucchiaio del ripieno e ripiegate la sfoglia a forma di mezza luna e friggete in olio ben caldo. Servite con una spruzzata di limone. Beteavòn! Sullam n. 73


Non prendiamoci troppo sul serio......

Un bravo figliolo di una classica Yedishmame decide di presentare la propria fidanzata alla mamma e le dice:“Mamma, per lo Shabat ti porterò tre ragazze a casa e tu dovrai indovinare quale è la mia fidanzata.”Il sabato si presenta con tre ragazze e la Mame immediatamente individua la fidanzata!Alla richiesta del figlio sul come avesse fatto, lei risponde:“E’ facilissimo! E' quella che sùbito non mi è piaciuta affatto!”
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Due amiche ebree, Sara e Zipi, chiacchierano dal parrucchiere:“Sai - dice Sara - mia figlia Rivka ha fatto un matrimonio splendido, con un dottore ebreo, un vero angelo...pensa che lui guadagna così bene che lei ha lasciato il suo lavoro e resta a casa, ma per non farla stancare a cucinare lui la porta sempre a mangiare fuori, e per non farle sciupare le mani con i servizi domestici hanno la domestica tutti i giorni e infine,pensa che per curare meglio i bambini le ha preso una tata che vive con loro!” “Grandioso- dice l'amica - e tuo figlio Joseph?” “Ahhh! quello è il mio più grande dolore!- risponde Sara - Si è sposato con una donna che è un vero tormento per il mio povero Joseph... pensa che sta sempre a casa perchè non ha voglia di andare a cercarsi un lavoro, ma si rifiuta anche di cucinare e lo costringe a portarla sempre fuori a pranzo e cena e non si cura dei bambini per cui lui ha dovuto prendere una tata fissa ed infine non alza un dito in casa per cui lui ha dovuto prenderle una cameriera!”
a cura di R. Modiano, Sullam n.73




Con Elena e Marcello abbiamo fatto questo video:

http://www.youtube.com/watch?v=e2b8X4q7bm0&feature=channel

Barbara


rive del Mar Morto
Ahmed: "Fatah non ha mai riconosciuto Israele"

"Fatah non ha mai riconosciuto il diritto di Israele ad esistere e non potrà mai farlo" a dichiararlo è Azzan al-Ahmed, membro del Comitato Centrale di Fatah, strettamente associato con il presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.
Ahmed, che è anche capo del gruppo di negoziazione tra Fatah e Hamas, ha dichiarato che le forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania stavano arrestando sostenitori di Hamas per proteggerli dall'esercito israeliano. Alla domanda se Fatah aveva parlato con Hamas per il riconoscimento di Israele, il funzionario di Fatah ha dichiarato: "Fatah non ha riconosciuto Israele. Né Fatah né Hamas sono tenuti a riconoscere Israele". Il funzionario di Fatah ha elogiato il capo di Hamas, Khaled Mashaal, per il discorso "meraviglioso" tenuto durante la cerimonia della firma per l'accordo di mediazione egiziana per la riconciliazione Fatah-Hamas al Cairo il 4 maggio. Egli inoltre si è detto felice di vedere gli egiziani manifestare all'esterno dell'ambasciata israeliana al Cairo in seguito alla partenza del regime di Hosni Mubarak. "Questo è un nuovo cambiamento e abbiamo visto come gli israeliani sono preoccupati per queste manifestazioni." (FocusMo, 3 giugno 2011) da "Notizie su Israele"


E Kerem Shalom avvia la campagna di ripopolazione del kibbutz

4 giugno 2011.http://www.linkiesta.it/
Razzo dopo razzo, è finita che sono scappati quasi tutti. Un po’ per lo spavento. Un po’ perché non si poteva proprio vivere in un pezzo di terra dove ti svegli la mattina e invece della pioggia, dal cielo, cadon bombe. Eppoi, da quando proprio lì han rapito il soldato simbolo di una nazione, Gilad Shalit, molti genitori hanno preferito trasferirsi altrove.E così il kibbutz di Kerem Shalom, a pochi passi dal confine con la Striscia di Gaza e con l’Egitto, per evitare di venire cancellato definitivamente dalle mappe ha lanciato una campagna promozionale particolare per attirare nuovi potenziali residenti: “Sionismo 2011”.S’invitano gl’israeliani a trasferirsi in massa a Kerem Shalom «non per vantaggi particolari» (in realtà qualche vantaggio c'è, come vedremo), ma perché – precisano i promotori - «si trova vicino alla frontiera con Gaza». Non ci abitano ebrei ultraortodossi. Ma una comunità di secolarizzati che vive nel mutuo rispetto e si occupa di tutto: dall’educazione alla cultura, dalla salute all’economia. A proposito di quest’ultima: la maggior parte è impegnata nell’agricoltura. Ma ce ne sono anche tanti che si occupano di tecnologia.In questo lembo, situato nel Consiglio regionale di Eshkol, vivono una trentina di famiglie. Pochissime, per una comunità che esiste dal 1967, che è sparita nel 1995 (se n’erano andati tutti) e che si è re-insediata nel 2001. Così è arrivata la decisione di investire 100mila nuovi shekel (circa 20mila euro) nella campagna promozionale. Non solo. Ai nuovi arrivati viene garantita una casa di almeno 100 metri quadrati e borse di studio per ognuno dei figli che intendesse studiare nelle università israeliane.Fino a ora, garantisce Ilan Regev, l’amministratore del kibbutz, «25 tra single e famiglie hanno mostrato interesse a trasferirsi qui da noi». L’unica paura di chi a Kerem Shalom ci vive già è che i nuovi arrivati non s’integrino pienamente. O che non ci venga nessuno perché, come dicono in molti, il kibbutz non è famoso per la sua quiete, ma perché «è il luogo del rapimento di Shalit e dei razzi Qassam».
P.S. A proposito di Gilad Shalit: dopo 1.805 giorni di prigionia qualcosa sembra muoversi sul serio. Fonti affidabili fanno sapere che entro qualche ora si saprà qualcosa sui tentativi di liberazione del soldato israeliano.


Nella Torino di Fassino i centri sociali giocano al "colpisci l'ebreo"
Al festival nazionale dei centri sociali, nel parco Ruffini di Torino, gli autonomi per divertirsi tirano le scarpe a un fantoccio con le sembianze del presidente israeliano Peres
Si insedia Piero Fassino e i centri sociali torinesi brin­dano al Parco Ruffini col fe­stival nazionale. Gli autono­mi per divertirsi si sono in­ventati un giochino a sfondo razziale: in uno stand della fe­sta col contributo di 1 euro si possono tirare scarpe (gesto di totale disprezzo nel mon­do arabo) a un fantoccio con le sembianze del presidente israeliano Shimon Peres con tanto di stella di Davide sul petto ( nella foto «l’attrazio­ne »). «Cosa doveva aspettar­si il Comune di Torino da in­dividui già abituati a brucia­re piazza tricolori italiani, ad inneggiare al terrorismo dei talebani e a ospitare nei cen­t­ri sociali comizi di ex brigati­sti rossi? Chiediamo al sinda­co Fassino di negare l’auto­rizzazione concessa agli squatter o sarà loro compli­ce », denuncia il vicecoordi­natore del Pdl in città Mauri­zio Marrone.sabato 04 giugno 2011,Il Giornale