martedì 27 settembre 2011


Per iniziativa di un gruppo di studenti musulmani all'Università Al-Khawayn di Ifrane, un paese arabo ha organizzato la prima conferenza sulla Shoah. L'unico precedente è quello della conferenza negazionista di Teheran del 2006.

In Marocco la prima conferenza del mondo arabo sulla Shoah

http://www.mosaico-cem.it/ 26.9.11

Nei giorni scorsi, mentre alle Nazioni Unite il premier iraniano Mahmoud Ahmadinejad, portava in scena per l’ennesima volta il suo show antisemita, in Marocco, presso l’Università Al-Akhawayn di Ifrane, appena due ore a sud di Rabat, si svolgeva una storica conferenza. Per la prima volta un paese arabo ospitava un seminario di studi dedicato alla memoria (e non alla negazione!) della Shoah – un evento al quale, proprio per la sua portata epocale, ha dedicato spazio e attenzione non solo il quotidiano israeliano Haaretz, ma anche il New York Times.Artefice dell’iniziativa, Elmehdi Boudra, 24 anni, laureando in scienze politiche e presidente del club Mimouna, un’associazione di studenti musulmani dell’Università Al-Khawayn che ha per scopo la conoscenza della storia e della cultura ebraica in Marocco e il dialogo fra ebrei e musulmani marocchini.La sensibilità del giovane Boudra per la storia degli ebrei del Marocco, è stata alimentata soprattutto dai racconti della nonna che viveva vicino al quartiere ebraico di Casablanca. La curiosità suscitata da questi racconti ha portato Boudra a studiare insieme a Simon Levy, studioso presso il Museo ebraico di Casablanca, e a leggere classici della letteratura sulla Shoah come “Se questo è un uomo” di Primo Levi e il Diario di Anna Frank.Assieme a Boudra e al club Mimouna, ha partecipato all’organizzazione dell’evento, Peter Geffen, fondatore nel 1998 del programma di studio “Kivunim” per studenti ebrei dei colleges americani. “Kivunim” ha per scopo principale quello di riallacciare e stabilire relazioni con gli ebrei nel mondo, attraverso i viaggio (“Our travels build Jewish identity within the development of a profound sense of “world-consciousness” both as Jews and as citizens of the world”). E il Marocco è stato uno dei paesi in cui gli studenti del programma si erano recati già in passato. Proprio in occasione di uno di questi viaggi, lo scorso dicembre è avvenuto l’incontro con i giovani di Mimoum e infine l’idea di organizzare il convegno di questi giorni, a cui hanno partecipato sia studiosi, sia sopravvissuti e testimoni della Shoah.
“La straordinarietà di questo evento deriva dal fatto che sono stati gli studenti di Minoum a lanciare l’idea del convegno” ha osservato Geffen in una recente intervista; “la primavera araba non era ancora cominciata e un gruppo di studenti musulmani di 20-21 anni, di una università araba di un paese arabo, ha voluto una conferenza sulla Shoah. Aprire una discussione su questo argomento in un momento in cui sembra diffondorsi l’idea della negazione della Shoah, è un indiscutibile passo in avanti”.Lo scopo della conferenza è stato duplice: da un lato insegnare cosa è stata la Shoah in Europa, dall’altro rendere omaggio al re Mohammed V, che durante la seconda guerra mondiale resistette agli ordini del governo francese di Vichy di radunare gli ebrei del Marocco e consegnarli per l’internamento e quindi la deportazione. (vedi foto in alto)
Forse per l’eredità lasciata dal re Mohammed V, il Marocco è oggi l’unico tra i paesi arabi ad aver accettato la realtà della Shoah, anzichè respingerla o negarla o utilizzarla strumentalmente per accusare l’Europa della creazione dello Stato di Israele.Lo storico Michael Barembaum ha parlato del genocidio ebraico in Europa e degli ebrei che il re Mohammed V riuscì a tenere in Marocco; Elizabeth Citron ha raccontato la sua esperienza di ebrea in Romania e poi Ungheria, l’obbligo di portare la stella gialla e poi la deportazione ad Auschwitz Birkenau dove ha visto tanta gente essere selezionata ogni giorno per le camere a gas. “non mi aspetto che voi capiate perchè oggi sono qui” ha detto la Citron, “non lo so nemmeno io”.Andrè Azoulay, consigliere ebreo dell’attuale re del Marocco, Mohammed VI, ha preso la parola alla fine dei lavori: “voi giovani avete deciso di essere qui, voi lo avete voluto, è stata una vostra decisione. Voi studenti musulmani avete deciso di identificarvi con la nostra liberazione; e non è un fatto usuale”.

L’Egitto: stop all’export di foglie di palma. E in Israele una festa è a rischio

26 settembrehttp://falafelcafe.wordpress.com/

«A.A.A. Foglie di palma cercasi per importante festività. No perditempo. Pagamento immediato». A immaginarlo, l’annuncio, potrebbe essere più o meno così. Quel che è vero, però, è l’appello. A tratti disperato.Lo Stato ebraico di Israele sta cercando qualcuno – un Paese, un’azienda – che possa metterle a disposizione almeno 700 mila foglie di palma da utilizzare il prossimo 12 ottobre (e per una settimana circa) in occasione della festa ebraica del Sukkot, da noi meglio conosciuta come dei Tabernacoli o delle capanne. Le foglie non sono un elemento di arredo, ma un vero e proprio simbolo della celebrazione.L’Egitto, l’importatore un tempo storico e fidato, ha fatto sapere che le foglie di palma nate e cresciute sul suo suolo non andranno a finire nelle case degl’israeliani. Non solo quest’anno, ma anche in quello prossimo. Un annuncio «ad personam», visto che il divieto scrive espressamente che vale solo per Israele. Qualcosa di simile era successa nel 2005. Ma allora sembrava fosse tutto frutto di accordi commerciali per far alzare il prezzo del prodotto.

È a quel punto che il ministero dell’Agricoltura dello Stato ebraico ha inserito l’annuncio sul suo sito web. «Il nostro Paese cercherà di aumentare la produzione locale», hanno detto alcuni funzionari del dicastero. L’altra soluzione sarebbe quella di chiedere una mano a Spagna e Giordania. E se questo non dovesse bastare, ci sarebbe sempre la decisione estrema: bussare alle porte di Gaza City e chiedere ad Hamas di prendere qualche foglia.Le relazioni fra Israele ed Egitto hanno toccato il minimo nelle ultime settimane. Cioè dopo la morte di sei poliziotti egiziani, uccisi dall’esercito israeliano mentre dava la caccia, il 18 agosto scorso, agli autori degli attentati nella zona di Eilat, sul mar Rosso, vicino al confine tra i due Paesi. Il 9 settembre una folla inferocita ha attaccato al Cairo l’ambasciata israeliana, saccheggiandola in parte e costringendo quasi tutto il personale diplomatico a fuggire in Israele nel cuore della notte.Quanto alla festa, le foglie di palma servono a coprire i tetti delle capanne che i fedeli costruiscono per ricordare l’esilio del popolo ebraico nel deserto del Sinai, dopo la fuga dall’Egitto. Per la celebrare la ricorrenza, la Torah ordina di utilizzare quattro specie di vegetali: il lulav (un ramo di palma), l’etrog (un cedro), un ramo di mirto ed un ramo di salice.

Tutte le mosse palestinesi contro la pace

Israele, allerta attentati

Si teme attacco da Sinai per sabotare iniziativa Onu dell'Anp

24 settembre, http://www.ansa.it/
Israele ha elevato le misure di sicurezza lungo il confine con l'Egitto, nel timore che sia imminente un attentato terroristico analogo a quello condotto il mese scorso a nord di Eilat da un commando giunto dal Sinai.Secondo il portavoce militare, dietro al nuovo possibile attacco sembrano esserci "Hamas e altre organizzazioni terroristiche" e potrebbe trattarsi di un tentativo dei radicali islamici di sabotare l'iniziativa diplomatica dell'Anp all'Onu.

Chiodi: l'università è una priorità

L'AQUILA. «E' un segno tangibile della solidarietà dimostrata verso il territorio abruzzese dopo il sisma del 6 aprile del 2009, ma è anche il simbolo della rinascita dell'Aquila come città universitaria, che punta sugli studenti come risorsa indispensabile per il rilancio socio-economico del capoluogo e dell'intera regione».
Così Gianni Chiodi ha commentato, ieri,l'inaugurazione del Centro universitario polifunzionale realizzato a Campo di Pile all'Aquila.L'intervento, dal costo di 1,9 milioni di euro, è stato realizzato grazie alle donazioni di questi soggetti: il governo di Israele, l'associazione dipendenti del ministero degli Affari esteri, la Banca popolare di Sondrio, la Coca-Cola Italia, il comune di Campione d'Italia, Sky Italia, l'università Bocconi di Milano e l'Adsu (Azienda per il diritto agli studi universitari) dell'Aquila che si farà carico anche della gestione..................................24 settembre http://ilcentro.gelocal.it/

lunedì 26 settembre 2011



UN Choir presents: Somebody To Hate: http://www.youtube.com/watch?v=bsnU1RkRXeg&feature=email

Paul Simon performs 'The Sounds of Silence' at Ground Zero for the 9/11 Anniversary:
http://www.youtube.com/watch?v=kQjH1t3Ddlc&feature=player_embedded

domenica 25 settembre 2011


Israele: Heliofocus Ltd. sperimenta un nuovo generatore



Heliofocus Ltd., compagnia israeliana produttrice di energia solare, sta mettendo a punto un sistema per generare elettricità a partire dall’aria calda. Il dispositivo sperimentale è attualmente in costruzione presso il Centro per l’energia rinnovabile delle Industrie Rotem, nel deserto del Negev, che hanno messo a disposizione di Heliofocus le infrastrutture necessarie per eseguire la sperimentazione. Collabora al progetto anche l’istituto scientifico Weizmann.Secondo gli inventori, il dispositivo dovrebbe riuscire a produrre energia scaldando l’aria, a differenza di altri impianti termosolari che funzionano a olio o acqua. Il generatore comprende un ricevitore sistemato nel punto focale di una parabolica larga 30 metri, che riflette i raggi solari su di esso. Il ricevitore, a quel punto, converte i raggi in aria calda e poi in elettricità. Il dispositivo, alto 35 metri, si trova in un sito ampio 5mila metri quadrati. Occupa dunque meno terreno rispetto ai sistemi termosolari utilizzati oggi. 23 sett.http://www.focusmo.it/



Herbert Pagani - Arringa per la mia terra

Video: http://www.youtube.com/watch?v=QV462ehIVfw

E' MERAVIGLIOSO!!!!!!



Fra i commenti in un blog ho trovato questo testo, che mi sembra straordinariamente utile. Quando scriviamo ai giornalisti che pubblicano dati e fatti errati dovremmo sempre ricordare loro che hanno il preciso dovere di rettificare.Barbara

Per esempio, un giornalista che scopre in qualsiasi modo, di aver pubblicato dei dati errati, deve per deontologia professionale, rettificarli, invece di trincerarsi dietro alla libertà di opinione. Come recita la carta dei doveri del giornalista: "Il giornalista corregge tempestivamente e accuratamente i suoi errori o le inesattezze, in conformità con il dovere di rettifica nei modi stabiliti dalla legge, e favorisce la possibilità di replica."
Il testo completo è qui: http://www.odg.it/content/carta-dei-doveri-del-giornalista


Abu Mazen va all'Onu, tanto rumore per nulla: solo Israele vuole trattare


Il leader palestinese attacca Gerusalemme e la accusa perfino di apartheid. Invece Netanyahu chiede un incontro per cercare davvero la pace

L’arena della corrida dell’Onu ieri ha infilzato il suo solito toro, Israele. La richiesta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di stabilire unilateralmente, senza nessuna trattativa, uno Stato Palestinese è stata consegnata e annunciata con suono di trombe. Abu Mazen, il presidente palestinese, l’ha annunciato nel suo discorso dopo aver porto a Ban Ki Moon la richiesta scritta. Dall’altra parte Benjamin Netanyahu, il premier israeliano ha invece riproposto molto decisamente la strada della trattativa diretta, «Sediamo e trattiamo “dughri”» (si dice sia in arabo che in ebraico), subito, adesso, qui a New York, perché altrimenti non verrà mai la pace, un Paese piccolissimo come Israele deve trattare la sua sicurezza, non regalarla all’Onu, organizzazione - ha detto Bibi - «sempre prevenuta contro di noi».«Sarà bene - ha detto Netanyahu - che i palestinesi trattino per due stati, lo stato ebraico e quello palestinese, invece di sottrarsi sperando nella nostra scomparsa e negando la nostra appartenenza a questa terra». Ma il primo ministro ha preso la parola dopo un discorso aggressivo oltre ogni aspettativa, carico di eco arafattiane, di delegittimazione di Israele non dal ’67, per gli insediamenti, ma dal ’48, la fondazione; carico di demonizzazioni estremiste quali non si pensava potessero essere usate altro che da Ahmadinejad o da Erdogan, come di fatto è accaduto nei giorni scorsi. Il discorso di Abu Mazen, tutto costruito sulle ragioni per cui i palestinesi non si vogliono più sedere al tavolo delle trattative, ha fornito il film di un’Israele diabolica, portata per natura all’oppressione. Il presidente palestinese l’ha accusata di tutti i crimini possibili, fino al paradosso, costruendo il punto d’arrivo nell’accusa di pulizia etnica e di apartheid, assurdità che illuminano le intenzioni vere di Abu Mazen: non lo Stato, che comunque Abu Mazen sa non passerà da qui perché quando si arriverà al Consiglio di sicurezza gli Usa porranno il veto, ma una grande campagna che punta sugli umori della primavera araba e sulle incertezze degli europei.Abu Mazen ha anche puntato per motivi di leadership sulla sfida agli Usa dopo il discorso contrario alla dichiarazione unilaterale fatto da Obama. Il discorso ha descritto Israele come un Paese sadico, paracadutato nell’area senza motivo, senza volontà di pace, una caricatura che ha forse poi meglio illuminato, invece, il pacato racconto di Netanyahu dei disperati tentativi di pace e anche degli sgomberi (il Sinai, Libano, Gaza) in cui Israele si è giuocata fino in fondo. La «Naqba» del 1948 è stata descritta come un assalto assurdo alla popolazione civile, come se gli arabi non avessero rifiutato la partizione e poi attaccato Israele che aveva invece accettato, come se fosse esistito allora uno stato palestinese poi invaso da colonialisti ebrei. Abu Mazen si è avventato su Israele fino ad arrivare alla parola «apartheid»: assalti ai civili innocenti, terrorismo di stato, occupazione senza pietà, assassini mirati, detenzione di prigionieri colpevoli solo di reati di opinione!, attacchi a scuole, ospedali, muro e check point, senza menzionare mai il proprio terrorismo. Secondo Abu Mazen è stata colpa di Israele se i negoziati sono falliti: si è dimenticato il suo stesso svanire nell’aria non appena trovato un accordo completo con Olmert, il rifiuto di Arafat di fronte a Barak e Clinton, le mille occasioni fornite da Israele compreso il congelamento degli insediamenti, tutte vicende ricordate da Netanyahu pacatamente. Bibi non ha detto una parola contro Abu Mazen, è stato molto lieve, ma ha ricordato i pericoli del terrorismo e dell’islam militante. Ha parlato anche dell’Iran come del maggior pericolo, annunciando: «Noi non lasceremo che il terrorismo atomico ci minacci». Ma soprattutto ha invitato i palestinesi a trattare, e subito. Ma Abu Mazen era già sull’aereo di ritorno a Ramallah, dove lo attendono i suoi con festeggiamenti e una domanda pressante: qual è la prossima mossa? Abu Mazen ha voluto mostrarsi duro, un nuovo Arafat; ha riproposto «il diritto al ritorno» che distruggerebbe Israele con le armi della demografia, ha chiamato Gerusalemme «territorio occupato», non ha detto una parola di condanna per il terrorismo. Abu Mazen ha suonato la bucina della mobilitazione globale. E ha preso gli applausi dell’Onu, naturalmente.