martedì 4 ottobre 2011


Gerusalemme - Ghilo
La responsabilità di Israele

«Kol Israel arevim ze la-ze». Tutti in Israele sono responsabili gli uni per gli altri. È uno dei principi classici dell’etica ebraica. Nel bene e nel male quello che accade in un punto di Israele, riguarda tutto il resto di Israele. Sta qui una differenza decisiva rispetto al mondo circostante dove ciascuno sembra stabile nel proprio ego, separato dagli altri, in una irresponsabilità verso il tutto.Essere l’uno per l’altro vuol dire che tutti devono rispondere per gli altri e davanti agli altri. È questo il senso del patto. Nessuno può sostituirmi nella responsabilità che devo assumermi e che è il luogo stesso della mia esistenza. Ma vuol dire anche che io mi devo prendere sempre una responsabilità in più rispetto all’altro: sono responsabile perfino della sua responsabilità verso di me – «en ladavar sof», cioè all’infinito. Che le comunità ebraiche nel nuovo anno possano perseguire questo ideale.
Chatima tovà a tutti Donatella Di Cesare, filosofa, http://www.moked.it/

lunedì 3 ottobre 2011


Fassino: "Il diritto all'esistenza di Israele è un dovere irrinunciabile"

"La costante riaffermazione del diritto all'esistenza dello Stato d'Israele rappresenta un dovere morale e storico irrinunciabile per ciascuno di noi e per la cultura politica democratica europea''. Lo ha scritto il sindaco di Torino, Piero Fassino, nel messaggio augurale indirizzato alla Comunità ebraica torinese in occasione di Rosh Ha-Shanà e Yom Kippur. "Guardiamo con attenzione allo scenario mediorientale e confidiamo che tutti i protagonisti abbiamo sempre come obiettivi confronto e dialogo che portino alla pace e alla convivenza - aggiunge Fassino - e so bene che anche da Torino e dalla sua comunità, tra le più antiche e radicate d'Italia, possono arrivare parole di sostegno e favore ad una soluzione di pace negoziata e condivisa". "La storia della presenza ebraica a Torino da più di seicento anni, il radicamento della cultura ebraica nel tessuto della nostra città e del paese intero, i tanti momenti drammatici che hanno visto gli ebrei torinesi e italiani perseguitati e oppressi - conclude il sindaco - devono rimanere per tutti noi un patrimonio comune di monito e di insegnamento ancora più necessario oggi in un mondo che ci chiede sempre più convivenza pacifica e confronto tra diverse culture, religioni ed etnie". http://www.moked.it/


QUELLA VITA IN COMUNE ALLA BASE DI UN POPOLO


CORRADO ISRAEL DE BENEDETTI
Tratto da DIARIO DI REPUBBLICA, SABATO 3 APRILE 2004

Israel De Benedetti vive da cinquant'anni nei kibbutz, sul cui argomento ha scritto vari libri. Tra i più significativi: "I sogni non passano in eredità: cinquant'anni di vita in kibbutz" (Giuntina 2001) e "Anni di rabbia e di speranze. 1938-1949" (Giuntina 2003) LE ORIGINI Nel 1911 una dozzina di ragazzi e ragazze arrivati in Palestina dall'Europa Orientale si mettono assieme in una specie di cooperativa, chiedono e ottengono dall'Agenzia Ebraica, all'epoca Ufficio Palestinese, alcune terre vicino al Lago di Tiberiade, per cercare di guadagnarsi da vivere come contadini. Nasce così il primo kibbutz, Degania, in cui questo gruppo di giovani ha deciso di mettere in comune guadagni e spese, con il motto «da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»). Essendo tutti poverissimi, i bisogni sono limitati al minimo. Degania tenne duro nei difficili anni della prima guerra mondiale, e subito dopo la fine delle ostilità arrivarono in Palestina ondate di giovani ebrei provenienti dall'Europa Orientale. L'arrivo di questi giovani permetterà la costituzione di altre comunità sul tipo di Degania e nel 1927 una ventina di questi primi kibbutzim creano una organizzazione centrale, anzi secondo la loro colorazione politico-ideologico si formano due organizzazioni parallele, una molto di sinistra e l'altra chiaramente socialdemocratica. Negli anni '30 si forma una terza corrente di kibbutzim, a base religiosa. In ogni caso dal punto di vista organizzativo in questi anni i kibbutzim si comportano nello stesso modo, indifferentemente dalla colorazione politica e dall'appartenenza a questo o a quella organizzazione. L'ORGANIZZAZIONE INTERNA Il kibbutz fornisce a tutti i suoi membri il medesimo trattamento, indipendentemente dal lavoro svolto, tutte le entrate delle varie attività vanno alla società comune che è padrona dei mezzi di produzione e dispone a suo piacimento delle forze di produzione. Il solo organo esecutivo e legislativo è l'assemblea formata da tutti i membri del singolo kibbutz: democrazia diretta. In certi casi, in questi anni, è l'assemblea che decide se fare o non fare figli (a seconda delle condizioni economiche della comunità). [Image] GLI ANNI DELLO SVILUPPO Dopo la creazione dello stato d'Israele, i kibbutzim attraversano un periodo di espansione sociale ed economica, creano il miracolo della agricoltura israeliana, che una volta coperte le necessità del mercato interno, si lancia all'esportazione di prodotti e tecniche. È il movimento kibbutzistico che scopre i pompelmi e li impone all'Europa. Negli anni '70 i kibbutzim sono diventati 250 con una popolazione che supera le 100,000 unità, producono più del 50 % della produzione agricola del paese e negli anni '80 producono il 14 % della produzione industriale, mentre dal punto di vista demografico sono passati dal 4 % della popolazione negli anni '50 al 3 %. Gli anni ’80 portano al culmine la potenza economica dei kibbutzim, l'aumento delle entrate porta di conseguenza un salto nel tenore di vita: si costruiscono case più grandi, arriva il telefono, la televisione, il kibbutz mette disposizione dei suoi membri un parco macchine, sostiene le spese universitarie dei giovani e paga perfino viaggi all'estero a tutti i compagni. LA CADUTA DEGLI IDEALI Tuttavia dagli anni '70 in poi, anno dopo anno aumenta il numero dei giovani nati in kibbutz che dopo il servizio militare, non tornano più a casa. La vita di fuori, le possibilità che sembrano infinite di far carriera e soldi, attirano i giovani che preferiscono alla casa socialista in cui sono nati un mondo esterno capitalista. Il kibbutz cerca di adeguarsi: poco alla volta tutti i kibbutzim abbandonano l'"educazione comunitaria" (i bambini fino ai 18 anni mangiavano e dormivano nelle loro casette, e passavano in famiglia le ore pomeridiane e serali e i giorni di festa) e i figli vengono ad abitare in famiglia, come nel mondo normale. La sera si guarda la televisione e si diserta la assemblea. CRISI E CAMBIAMENTO La crisi economica che travolge Israele nei primi anni '80, quando la Inflazione supera il 400 %, lascia il movimento kibbutzistico con una montagna di debiti, per cui è necessaria una moratoria, che sarà concordata tra Banche Creditrici, Governo e kibbutzim nel giro di una decina d'anni. Nessun kibbutz è fallito, ma molti ne sono usciti con le ossa rotte e i giovani dirigenti si chiedono se la colpa non sia tutta nel metodo (socialista). In ogni caso, decine di kibbutzim in crisi hanno cercato un'ancora di salvezza tra le braccia di consiglieri ed esperti, che hanno indicato nella strada della privatizzazione la via della salvezza economica. Molte mense sono state chiuse, molti servizi comunitari sono stati eliminati e oggi la maggioranza in assoluto dei kibbutzim ha adottato un modello comunitario chiamato con nomi diversi, ma in effetti basato su un medesimo concetto. Ogni membro del kibbutz riceve un salario sulla base delle condizioni del mercato sia se lavora fuori dal kibbutz, sia se lavora nelle attività del kibbutz. Da questo salario vengono detratte le trattenute varie come in città, inoltre ogni singolo passa alla comunità una tassa (uguale per tutti), con cui vengono finanziati i minimi servizi (assistenza medica, istruzione primaria, aiuto a vecchi e invalidi) che la comunità continua a fornire. Inoltre a partire da uno stipendio medio fissato anno per anno, coloro che ricevono salari più alti sono tassati in percentuale per permettere così alla comunità di arrotondare la pensione ai pensionati, dato che in passato la maggioranza dei kibbutzim non aveva pensato di investire soldi in fondi pensioni. Questa forma nuova di status del kibbutz è definito "kibbutz rinnovato". ANCORA EGUALITARI Si calcola che attualmente ci siano una trentina di kibbutzim che rimangono fedeli al modello comunitario originale, un centinaio e più che hanno già scelto la strada del kibbutz "rinnovato", mentre gli altri si dibattono ancora nelle incertezze. [Image]

Villa di lusso in Israele

Herzelia Pituah House è una villa di lusso che si esprime con uno splendido stile moderno. Offre grandi volumi e linee generali pulite e sobrie, per deliziare lo sguardo, invitando all’esplorazione. Questa casa, ideata e progettata dallo studio Pitsou Kedem Architects in collaborazione con il centro stile di Tanju Özelgin, sorge in Israele, dove manifesta al mondo la gradevole alchimia stilistica prodotta dai suoi volumi.Il taglio dialettico elimina le barriere tra interno ed esterno, assicurando però un adeguato livello di privacy. Negli spazi coperti si vive un quadro ambientale ben concepito, dove si sperimenta la gradevole sensazione del relax. Un fatto naturale, se si considera che l’edificio è stato pensato come dimora per le vacanze di una famiglia residente all’estero.La progettazione architettonica si basa su tre blocchi che circondano un ampio cortile interno, con piscina al centro. Il dinamismo dei vani, in termini di rapporto con la tela esterna, produce un quadro di vita dove la magia del paesaggio si abbina al piacere dell’intimità. Il dialogo e la relazione tra gli elementi genera un’atmosfera unica, sorprendentemente drammatica. http://www.deluxeblog.it/

Primo concorso mondiale di birra in Israele

Negli ultimi anni il mercato israeliano della birra ha assistito ad una vera rivoluzione. Centinaia di marche diverse vengono vendute regolarmente, decine di negozi e birrerie sono stati aperti. Contemporaneamente è cresciuto anche l'interesse dei consumatori per questo mondo e il desiderio di allargare la conoscenza e l'esperienza nel campo, così sono nati diversi corsi dedicati all'argomento e la prima mostra di questo prodotto è stata organizzata per quest'anno. A Tel Aviv, poi quest'anno, si svolgerà l'edizione 2011 di Bira, concorso dedicato alle birre prodotte in tutto il mondo. La crescita del mercato delle birre è del 17% e un concorso viene dedicato alle birre proprio nello stato di Israele. Nelle due date vi saranno un congresso intitolato The Beer Revolution, qualità, Disponibilità e Salute con interventi di produttori, importatori, rivenditori, ristoratori, esperti nutrizionisti. Ci sarà anche un'area expo in cui vi troveranno posto le birre che partecipano al concorso.http://fuoridalghetto.blogosfere.it/

Gerusalemme

Medio Oriente, Israele accetta di riprendere i colloqui di pace con i palestinesi

Entro un mese riprenderanno i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi. Ad annunciarlo oggi è il premier Benjamin Netanyahu, dopo una riunione con gli otto ministri interessati: “Israele accoglie con favore la richiesta del quartetto per negoziati diretti senza precondizioni con l’Autorità palestinese”. Il quartetto a cui si riferisce Netanyahu è composto da Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia, che nei giorni precedenti avevano avanzato la proposta. “Israele chiede all’Autorità palestinese di aderire immediatamente ai negoziati diretti”, ha specificato il primo ministro israeliano. Oltre alla ripresa dei negoziati, il piano presentato dalla rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton, chiedeva anche che fossero presentate proposte sulle frontiere e sulla sicurezza entro tre mesi e il raggiungimento di un accordo finale entro la fine del 2012. Fino a qualche giorno fa la proposta non aveva ottenuto ancora il via libera di tutti membri del governo israeliano, tra cui c’erano perplessità. Il testo dell’accordo non contiene la richiesta dello stop agli insediamenti e dell’avvio delle trattative basate sui confini del 1967. Il leader palestinese Abu Mazen, proprio per questo aveva subito preso le distanze dall’iniziativa. E Saeb Erekat, capo negoziatore per i palestinesi, intima a Israele: “Se è d’accordo con il quartetto, deve congelare le colonie”.Sia il primo ministro israeliano, sia quello palestinese avevano parlato la scorsa settimana all’assemblea delle Nazioni Unite, dove l’autorità palestinese aveva però lo status di osservatore (generalmente riservato a organizzazioni intergovernative, come l’Unione europea e la Lega araba, o non governative, come la Croce rossa). I suoi rappresentanti potevano partecipare agli incontri e pronunciare discorsi, ma non votare. Abu Mazen, lo scorso 23 settembre, ha presentato al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon la richiesta di adesione alle Nazioni Unite: un progetto che ha incontrato l’opposizione del presidente americano Barack Obama.La questione palestinese sarà trattata domani a Strasburgo, all’apertura del Consiglio d’Europa. Martedì l’assemblea deciderà se accordare al consiglio nazionale palestinese lo status di “partner per la democrazia” come già fatto con il parlamento marocchino nella sessione di giugno. Questo non implica il riconoscimento di uno Stato palestinese. Il Consiglio europeo ha invitato Abu Mazen a tenere un discorso, giovedi prossimo, che sarà seguito da un question time dei parlamentari. http://www.ilfattoquotidiano.it/

La vita è bella (in Israele) per nove abitanti su dieci

Malgrado il senso di isolamento e di accerchiamento. Malgrado le rivoluzioni arabe alle porte. Malgrado la minaccia iraniana. E malgrado le crisi con Egitto e Turchia. Ecco, malgrado tutto questo, lo Stato ebraico è «un posto dove è bello vivere». Parola d’israeliano. Anzi: d’israeliani. In cifre: l’88 per cento, secondo un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese.Il 67% dello stesso campione d’intervistati aggiunge anche di essere di buon umore, in questo momento. Il 74%, poi, si dice soddisfatto della propria situazione economica. Insomma, «indignados» o meno, in Israele si vive che è una meraviglia.Per carità, non tutto è rose e fiori. Ci sono anche dichiarazioni negative. O meglio: avvisaglie di pessimismo. Tanto che lo stesso giornale ha evidenziato come le risposte date, prese nel loro complesso, siano un po’ schizofreniche. Quasi polarizzate.

Un esempio? Quasi la metà degl’intervistati (il 45%) teme che Israele, in quanto Stato ebraico, sia esposto a rischi esistenziali. Tradotto: rischia da un momento all’altro di essere cancellato dalla faccia della Terra. Per non parlare dei negoziati di Pace, ormai diventati «la telenovela politica e mediatica più lunga di sempre»: in questo caso, quasi due terzi degl’israeliani pensano che non si raggiungerà mai un accordo con i palestinesi.Ecco, a proposito del tavolo di negoziati. Oggi lo Stato israeliano, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accettato la richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) di riprendere al più presto le trattative con i palestinesi. E senza precondizioni. «Ora ci aspettiamo da Ramallah la nostra stessa disponibilità», ha aggiunto il premier. Anche se, a leggere tra le righe del comunicato poi letto su tutte le radio e le tv, qualche intoppo c’è già: «Israele ha alcune riserve che saranno avanzate nel corso delle trattative», scrive il documento. Certo, visti i tempi e gli uomini, tornare su uno stesso tavolo – un anno dopo i colloqui di Washington – sarebbe un bel passo in avanti. 2ottobre 2011, http://falafelcafe.wordpress.com/


DI ACQUA E DI SANGUE

L’acqua

Nel Medioevo, come è noto, i perfidi giudei usavano avvelenare i pozzi per far morire di peste i cristiani, ossia tutti i non ebrei che vivevano intorno a loro. Nessuno, va da sé, è mai riuscito a scoprire il trucco, ma si sa che niente è impossibile per la perfidia giudaica, e quindi già in quei tempi lontani possedevano questi singolari strumenti di distruzione di massa, e ad ogni epidemia di peste che si scatenava in Europa si sapeva, con assoluta certezza, su chi puntare l’indice.Sono passati gli anni e i decenni e i secoli. La peste è pressoché debellata, i pozzi esistono ancora ma raramente, almeno nel mondo industrializzato, vengono usati per abbeverarvisi direttamente. Impossibile dunque spacciare oggi la storiella dei pozzi e della peste. Che fare, dunque? Rinunciare? Ma non sia mai! Basta una piccola modifica e il gioco è fatto: oggi gli ebrei, quei particolari ebrei che vivono in quella particolare area del mondo, RUBANO L’ACQUA AI PALESTINESI. Lo scopo, chiaramente, è sempre lo stesso: far morire – stavolta non più di malattia bensì direttamente di sete – i palestinesi, ossia tutti i non ebrei che vivono intorno a loro. In che modo? In molti modi: ora rubandola direttamente alla fonte (quali fonti, nessuno lo sa, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli?), ora interrando sadicamente (perfidamente!) i pozzi. Peccato che in un’epoca in cui ci sono più cellulari che persone, in un’epoca in cui si riesce a riprendere e documentare letteralmente di tutto, dall’assassinio di una giovane iraniana durante le proteste alle violente repressioni in Siria e persino, a volte, alle torture in carcere, nessuno sia mai riuscito a mostrarci un solo video, una sola foto di questi famosi pozzi interrati dai perfidi sionisti. Persino per il miracolo del far fiorire il deserto con acqua estratta dalle profondità del deserto stesso – quel deserto che rappresenta il 60% del territorio che la Risoluzione 181 ha destinato allo stato d’Israele, e che si trova interamente in territorio israeliano, non “occupato”, non conteso, ma tutto e sempre e solo israeliano – persino per quel miracolo gli israeliani vengono accusati di “rubare l’acqua ai palestinesi”. Va da sé, e ci sono fior di documenti, che tutto ciò che riguarda la distribuzione dell’acqua è regolato da accordi bilaterali ben precisi – chi ne ha voglia si può informare; e per chi, in malafede, non ha alcun interesse a informarsi, non vale certo la pena di perdere tempo – e non di rado l’acqua fornita da Israele ai palestinesi è anche più di quella concordata. E va anche da sé che se gli israeliani usano il deserto per scavare pozzi e trasformarlo in terra coltivabile e i palestinesi usano le terre coltivabili per desertificarle e trasformarle in rampe di lancio, qualche differenza nella disponibilità di acqua fra le due parti è inevitabile. Anche se, bisogna aggiungere, abbiamo gran quantità di foto e filmati – realizzati non dalla propaganda sionista bensì da enti e organizzazioni palestinesi – che ci mostrano la piscina olimpionica di Gaza, i parchi acquatici, le piscine e le fontane, a documentare il fatto che di sete non sta morendo nessuno. Ma tutto questo, come quotidianamente constatiamo, non ha la minima importanza di fronte al mantra, al dogma, all’assioma, alla verità che tutti sanno, che gli ebrei rubano l’acqua.
Il sangue
In altri tempi, ma capita di sentirlo qua e là ancora oggi, gli ebrei usavano rapire e scannare bambini cristiani per usarne il sangue nell’impasto delle azzime. Accusa che chiunque sia dotato di un sedicesimo di neurone non dovrebbe poter concepire neanche di striscio per la contraddizion che nol consente. Dovrebbe infatti essere noto più o meno a tutti che la macellazione rituale ebraica – obbligatoria per chi vuole mangiare nel rispetto delle norme alimentari ebraiche - comporta il completo dissanguamento dell’animale. Chi poi di cose ebraiche sa qualcosina di più – e gli esperti che si dedicano con encomiabile impegno al compito di metterci in guardia dal pericolo giudaico ne sapranno sicuramente ben più che qualcosina – sa anche che quel dissanguamento in fase di macellazione non basta, e che la carne prima di poter essere consumata deve essere ulteriormente trattata, ossia coperta di sale in modo da farne uscire gli ultimi residui di sangue, e infine lavata. Queste cose erano note anche in passato, tanto è vero che anche i papi meno benevoli nei confronti degli ebrei raramente hanno sostenuto l’accusa del sangue, e quando lo hanno fatto è stato soprattutto per non irritare le folle inferocite da qualche assassinio di bambini e convinte che ne fossero responsabili gli ebrei. Come conciliare allora una tradizione religiosa che impone l’assoluta astensione dal sangue con l’accusa di nutrirsi addirittura di sangue umano? Semplice: non la conciliamo. E nulla ci importa di conciliarla. Oggi, al di fuori del mondo arabo-islamico, dove la leggenda continua a godere di ottima salute, sono relativamente rari i circoli e le persone presso cui riesca ancora ad avere credito, ma non si può certo immaginare che si sia disposti a rinunciare a un’immagine così bella, così efficace come quella dell’ebreo succhiasangue (letteralmente, come fruitore di sangue umano nella propria dieta; e metaforicamente, in campo economico-finanziario). Ed ecco dunque fiorire una leggenda sorella – sorella di sangue, certo! – della precedente: gli ebrei predatori di organi. Arriva così lo “scoop” dell’Aftonbladet sui palestinesi svuotati e ricuciti prima di essere riconsegnati alle famiglie, citando testimoni che poi negano categoricamente non solo di avere testimoniato alcunché, ma anche di avere mai incontrato il giornalista autore dello “scoop”. E arrivano le “rivelazioni” sui “veri” motivi che hanno portato i medici israeliani ad intervenire fra i primi dopo il catastrofico terremoto ad Haiti. Eccetera.Acqua e sangue, dunque. Acqua e sangue protagonisti assoluti delle leggende nere che nei secoli hanno continuato a perseguitare gli ebrei, causando un immenso numero di morti e che, per adeguarsi ai cambiamenti verificatisi col passare dei secoli, hanno leggermente mutato forma, restando però inalterate nella sostanza. “Il sangue non è acqua” è un modo di dire diffuso, a misurare l’abissale lontananza fra i due elementi, a indicare la totale estraneità l’uno dall’altra, a significare che nulla hanno in comune. Che cosa li accomuna dunque in ciò che riguarda gli ebrei? La risposta si può condensare in una parola sola: VITA. L’acqua è fonte e simbolo di vita; il sangue è fonte e simbolo di vita. E lo sono per il popolo ebraico in modo particolare: la purificazione per mezzo dell’acqua accompagna, dalla notte dei tempi, la giornata e la vita dell’ebreo; l’astensione assoluta dal sangue – di cui, proprio in quanto vita, l’uomo non ha il diritto di appropriarsi – è norma inderogabile dalla notte dei tempi per l’ebreo. Ecco: lo spirito satanico che è l’essenza stessa dell’antisemitismo è riuscito a creare un perfetto esempio di ciò che in psicanalisi si chiama proiezione: tentare l’annientamento del popolo che ha come imperativo categorico il comandamento e tu sceglierai la vita proiettando su di lui le proprie pulsioni distruttive. Per quanto ancora continueremo ad essere ciechi di fronte a questa lampante verità? Barbara
http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/


Sulle alture del Golan.....

Cari amici, penso che molti di voi, in questi giorni, sentendo le tonitruanti sparate di Abu Mazen all'ONU e la pacata ,ma ferma,risposta di Netanyahu , abbiano sentito il desiderio di rinfrescarsi la memoria su "i confini del 67" , su "territori occupati" etc..Speriamo di fare cosa gradita inoltrandovi questo video che, in poco più di 2 minuti, fornisce delle spiegazioni utili ed interessanti in modo gradevole

http://www.youtube.com/watch?v=XGYxLWUKwWo

per i sottotitoli in italiano cliccate sul quadratino rosso CC

Associazione Italia-Israele del Friuli

domenica 2 ottobre 2011


Un’istantanea dal futuro stato palestinese

Nel tentativo di capire l’infatuazione e l’ossessione del mondo per lo stato palestinese, si deve concludere che esso evidentemente coltiva l’illusione che tale stato contribuirebbe grandemente al benessere e alla pace del mondo intero. Ma un esame un po’ più attento dei fatti rivela che tale aspettativa costituisce una pia illusione senza fondamento nella realtà. Per rendersene conto basta guardare alla natura dell’entità autonoma palestinese in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, creata con l’applicazione degli accordi di Oslo del 1993 grazie ai quali l’Autorità Palestinese detiene da anni il controllo degli affari interni quotidiani della grande maggioranza del popolo palestinese.Sulla base di tale esperienza, si può ragionevolmente dedurre che lo stato palestinese avrà le seguenti caratteristiche.Terrorismo ed estremismo. Dopo che nel 1999 le Forze di Difesa israeliane se ne andarono dalle città e dai villaggi palestinesi e l’Autorità Palestinese assunse il controllo della vita civile del 98% della popolazione palestinese residente, i palestinesi lanciarono una guerra terroristica di un’intensità senza precedenti, mandando attentatori suicidi all’interno di Israele su base praticamente quotidiana, assassinando più di mille civili israeliani e ferendone o mutilandone più di cinquemila. Da quando, poi, nel 2005 tutti i militari e civili israeliani venero ritirati unilateralmente dall’intera striscia di Gaza, questa è stata trasformata in un santuario sicuro per i terroristi che hanno lanciato più di seimila ordigni, tra razzi e obici di mortaio, su città e cittadine israeliane.Nessuna democrazia. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il consiglio legislativo (parlamento) palestinese sono al potere da due anni a mandato scaduto, senza che si siano tenute nuove elezioni. Nel frattempo, in tutti questi anni non è stato ancora istituito alcun sistema giudizio indipendente degno di questo nome.Stato assistito. Quella palestinese è un’economia artificiale tenuta in vita dai generosi sussidi dei donatori esteri. Gli studi economici mostrano che il 60% del Pil palestinese proviene da donazioni di Stati Uniti, Europa, Onu e altri soggetti. Il popolo palestinese riceve l’ammontare di gran lunga più alto al mondo di donazioni pro capite, pari a una media di 560 dollari al mese per ogni nucleo famigliare.Corruzione. La maggior parte delle donazioni finiscono nelle tasche di burocrati del partito di governo e di alti funzionari governativi palestinesi, anziché essere destinate alla creazione di una struttura economica indipendente o perlomeno all’assistenza dei bisognosi.Manipolazione della storia. L’Autorità Palestinese continua costantemente a travisare la storia sostenendo e comportandosi come se uno stato arabo palestinese esistesse prima della nascita di Israele, nel 1948, con Gerusalemme come capitale. L’Autorità Palestinese inoltre si ostina a negare qualunque legame storico fra Terra d’Israele ed ebraismo. La realtà, invece, è che non è mai esistito uno stato arabo o musulmano chiamato “Palestina” nelle terre a ovest del fiume Giordano, dove anzi non è mai esistito nessuno stato indipendente che non fosse uno stato ebraico. Non basta. Gerusalemme non è mai stata la capitale di un’entità sovrana che non fosse ebraica.Glorificazione della morte e del “martirio”. In Cisgiordania e striscia di Gaza strade, scuole, squadre di calcio, campi estivi per scolari e persino raccolte di figurine vengono intitolati e dedicati alla memoria di attentatori suicidi. Spettacoli televisivi per bambini e libri di testo scolastici esaltano l’odio verso gli ebrei e celebrano le stragi suicide.Apartheid e razzismo. Come ha dichiarato lo scorso 14 settembre il rappresentante palestinese a Washington Maen Areikat parlando con alcuni giornalisti americani, la futura “Palestina” bandirà dal proprio territorio ebrei e omosessuali: si tratterebbe del primo stato a proibire ufficialmente la presenza di ebrei dai tempi della Germania nazista.Intransigenza massimalista. Abu Mazen si rifiuta di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico, e Hamas si rifiuta di riconoscere l’esistenza tout-court dello stato di Israele. Sia Yasser Arafat che Abu Mazen hanno respinto almeno due offerte di compromesso israeliane, nel 2000 e nel 2008, che miravano a porre fine al conflitto con la nascita di uno stato palestinese sulla quasi totalità dei territori contesi e con capitale a Gerusalemme. Ora Abu Mazen si rifiuta di riprendere i negoziati diretti.Spaccature violente. Hamas ha buttato fuori l’Autorità Palestinese dalla striscia di Gaza nel 2007 con un violento golpe sanguinoso e da allora ogni tentativo di riunificazione è fallito, mentre entrambe le fazioni continuano a imprigionare e torturare i sostenitori della parte avversa.In effetti,a ben vedere, il mondo dovrebbe fare molta attenzione prima di appoggiare uno stato palestinese, giacché la speranza che si realizzi l’idilliaco sogno dello stato palestinese è destinata molto probabilmente a schiantarsi contro la realtà, proprio come la cosiddetta “primavera araba”.
(YnetNews, 23.9.11) Di Shoula Romano Horing http://www.israele.net/