giovedì 17 maggio 2012

Voci a confronto

L’Ambasciatore di Israele all’ONU Michael Oren scrive oggi un interessante articolo sul Wall Street Journal nel quale fa un excursus sulla storia di Israele e sui grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, tra un ’73 nel quale ben pochi accettavano l’idea della nascita di uno stato di Palestina, e il governo attuale che ne riconosce apertamente la legittimità. In un ideale collegamento raccomando anche la lettura di Giulio Meotti che in inglese, su Israelnationalnews, fa una perfetta rappresentazione della situazione reale del conflitto coi palestinesi; oltre a dimostrare come sia inestricabile la situazione (e sicuramente non solo quella di oggi), spiega che non è corretto pensare di ritornare al momento della guerra del ’67, perchè si vuole in realtà ritornare a quella del ’48, quando gli arabi, come ben sappiamo, hanno rifiutato la nascita dello Stato di Israele, creando quella nakba che hanno ricordato ieri (anche con i soliti lanci di razzi taciuti dai quotidiani di casa nostra). Di questa commemorazione, come sempre vista dalla parte dei palestinesi, scrive Michele Giorgio sul Manifesto, e deve riconoscere che le cose sono andate meglio dello scorso anno quando vi fu un tentativo di penetrazione attraverso le frontiere israelo-siriane, notoriamente sbarrate. Ieri, in concomitanza con questo anniversario della nakba, si è anche concluso lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi; grazie alla mediazione delle autorità egiziane, i detenuti hanno ottenuto di poter riprendere gli studi universitari, di poter ricevere visite di familiari anche se residenti a Gaza e di poter acquistare libri vari, pur rimanendo in vigore l’arresto amministrativo (del quale si ricorda sempre che discende dal periodo del Mandato britannico, ma si dimentica che non è certo in vigore solo in Israele). Di questa felice conclusione della protesta scrive Laurent Zecchini su Le Monde, osservando che è una vittoria della lotta non violenta; purtroppo Zecchini dimentica spesso di criticare proprio gli episodi di violenza senza i quali il conflitto avrebbe già perso da tempo la sua ragion d’essere. In Siria arrivano adesso gli osservatori italiani, come scrive Eric Salerno sul Messaggero, ma non vi sarà alcun intervento armato (genere Libia) che favorirebbe solo al Qaeda e farebbe crescere il prezzo del petrolio in un mondo che non ha di sicuro bisogno di questo. Non si parla, al contrario, nei quotidiani italiani, di un enigmatico viaggio dell’ex primo ministro francese a Teheran, in corso proprio in questi giorni; lo ha forse voluto Sarkozy? ma potrebbe essere stato fatto contro il desiderio di Hollande? vedremo. Intanto un editoriale del Foglio scrive che presto il Mek (i Mujaheddin del popolo) potrebbe essere cancellato dalla lista nera del terrorismo negli USA (in Europa è già stato cancellato da analoga lista); è utile ricordare che è proprio grazie al Mek che l’Occidente è stato informato, fin dal 2002, degli atti compiuti dal regime iraniano per dotarsi della bomba nucleare, ma non si deve neppure dimenticare che è stato proprio Obama a cancellare i fondamentali aiuti economici che gli USA fornivano all’opposizione di Khamenei; e lo stesso Obama ha tenuto in questa settimana una riunione con nove dei suoi principali consiglieri, non svelata dai nostri quotidiani; hanno partecipato, tra questi, Peter Beinart, autore del criticato libro “The crisis of Zionism” nel quale invita la gioventù ebraica ad abbandonare Israele e, a lato della semplice menzione del terrorismo arabo, stronca quello ebraico (!). Visto che chiamò Obama “the Jewish president”, forse ora Obama ha voluto dimostrargli di non essere affatto jewish. Ed a riprova di ciò al meeting ha partecipato anche David Remnick che paragona la democrazia israeliana con quelle siriana ed egiziana, e Joe Klein che afferma che l’Iran non cercherebbe di dotarsi della bomba. Due brevi del manifesto e del Messaggero censurano giustamente il leader dell’estrema destra greca che ha conquistato 21 seggi, ma dimenticano di osservare quanto di simile sta avvenendo in tanti altri stati europei. In Francia si discute sull’eccidio di Tolosa, ma a latere si verificano nuovi gravi fatti di intolleranza, e ne parla un articolo de Le Monde; si invita a non confondere antisemitismo ed antisionismo (noi ricordiamoci delle parole del Presidente Napolitano), ma nel frattempo l’Università tace perché l’amministrazione uscente non vuole più intervenire, e quella entrante non è ancora nel pieno delle sue funzioni; è ammissibile una simile affermazione di fronte a gravi episodi? Di antisemitismo e antisionismo (doppia damnatio che nascerebbe a destra) scrive Bruno Gravagnuolo su L’Unità a commento dell’articolo di Mieli del quale Ugo Volli ha scritto a lungo ieri in questa rubrica; siamo davvero sicuri che questa distinzione permanga solo in “qualche anfratto della sinistra radicale dispersa”? Saverio Ferrari dopo un convegno di febbraio, si accorge sul manifesto del rischio di un nuovo fronte tra destra e sinistra radicali, e ricorda che Claudio Mutti, convertitosi all’islam, ha assunto il nome Omar Amin che fu già quello dell’ex SS von Leers rifugiatosi in Egitto. Ci dovrebbero riflettere all’interno della redazione del manifesto. “Ho molti amici ebrei…la lobby è la più influente del pianeta” dice il finiano Fabio Granata accorso in aiuto dell’amico Giovanni Ceccaroni che scriveva che “l’ebraismo italiano…andava contro gli interessi del nostro Paese”. Sono parole non nuove, sappiamo dove portano, e sappiamo anche quale rischia di essere la fine dei cosiddetti “amici ebrei”. Antonio Airò su Avvenire ricorda le parole di Pio XII pronunciate nel radiomessaggio del Natale del ’42: scopo di ogni società è “lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana”; stop. Dirà in seguito il papa che “ogni pubblico accenno doveva essere ponderato e misurato per non rendere più grave e insopportabile la situazione (dei sofferenti)”. “Generico” deve riconoscere Airò, questo riferimento, ma sufficiente per lui per cercare di dimostrare quanto al sottoscritto sembra indimostrabile. Ricordo infine, a conclusione di questa mia rassegna, che domani sera Roma sarà in festa con l’accoglienza del suo concittadino Gilad Shalit in Campidoglio.Emanuel Segre Amar http://moked.it/blog

Mamme in sovrappeso rischio per la salute dei figli

Essere in sovrappeso prima e durante la gravidanza non mette a rischio solo la salute della futura mamma, ma anche quella dei futuri figli che, da adulti, saranno più esposti a ipertensione, iperglicemia e colesterolo alto. Lo rivela uno studio frutto della collaborazione tra L'Università Ebraica di Gerusalemme (Israele) e L'Università di Washington (Seattle, Usa), pubblicato sulla rivista Circulation. Nella ricerca Hagit Hochner e colleghi hanno valutato lo stato di salute di 1.400 individui nati a Gerusalemme tra il 1974 e il 1976. http://www.moked.it/

Vittime

Da grande ammiratore di Roman Polanski – autore di pellicole straordinarie, che resteranno per sempre nella storia del cinema: da Rosemary’s baby a Luna di fiele, da Il pianista al recente Carnage – ho letto con grande interesse la sua intervista, pubblicata su la Repubblica della scorsa domenica 13 maggio, nella quale ripercorre le tappe salienti della sua intensa e controversa vita, costellata di arte e dolore, scandali e polemiche, successi e cadute: l’infanzia nel Ghetto di Varsavia, la madre persa ad Auschwitz, il padre a Mauthausen, la rapida conquista della celebrità, il massacro della giovane moglie Sharon Tate, incinta di otto mesi, e di quattro amici da parte della setta satanica di Charles Manson, l'arresto e la prigione con l'infamante accusa di aver abusato di una tredicenne, la fuga, il nuovo arresto a Zurigo, la prigione dorata in Svizzera, l’attuale vita di star in Europa e di ricercato in America, dove non può mettere piede, in considerazione dei suoi perduranti problemi giudiziari. Una vita che Polanski ha deciso di sintetizzare in un lungo film documentario, nel quale intende dare al pubblico la sua versione degli eventi che lo hanno visto protagonista.Sarà, certamente, un filmato interessante, anche se, spesso, quando gli artisti parlano della propria arte, non giovano alla forza di suggestione delle loro opere, che dovrebbe colpire lo spettatore senza il filtro di spiegazioni o “interpretazioni autentiche” offerte dal creatore dell’opera. L’intervistatore, per esempio, chiede al regista quale sia il senso della scena finale de Il pianista, consistente in un muto sguardo interrogativo tra il musicista ebreo, ormai libero, e l’ufficiale nazista - che aveva, inspiegabilmente, deciso di salvargli la vita -, divenuto prigioniero. Ma non saranno le parole di Polanski a permetterci di cogliere il senso di tale suggestiva immagine, al cui eloquente silenzio non è dato aggiungere alcuna didascalia esplicativa.Polanski merita, come raffinato artista, la nostra ammirazione. Come figlio, marito e padre di persone colpite da atroci violenze, la nostra più piena solidarietà. E, come testimone della Shoah, in grado di descriverne l’orrore in un’opera di rara poesia, merita la nostra gratitudine. Non merita, però, comprensione per il grave delitto di cui si è reso responsabile, e, soprattutto, per la sua perdurante scelta di rifuggire dal suo debito con la giustizia. E la sua autodifesa, nel contesto di un discorso così sincero, nobile e dolente, in cui si parla di Shoah, di violenza e di vittime innocenti, appare decisamente stonata. Un giudice americano, dice il regista, si sarebbe fissato a volerlo mandare in prigione; “una volta assunte le mie responsabilità, non ho avuto mai problemi con Samantha Geiger”, aggiunge, a proposito della vittima della sua violenza, “mentre entrambi ne abbiamo avuti con la persecuzione dei media”. Frasi, queste, che mostrano una buona dose di cinismo. Come se la violenza carnale su un’adolescente possa essere sanata da una successiva ‘riappacificazione’ tra aguzzino e vittima. E come se l’interesse dei media sia dovuto a una morbosa invadenza dei giornalisti, e non debba invece essere messo in conto, anch’esso, al responsabile del delitto, e alla sua scelta di fuggire.Polanski non sarà certo il primo, né l’ultimo latitante a non voler tornare in prigione. Né ci sentiremmo di consigliarglielo, ognuno si regola, in queste cose, secondo la propria coscienza. Se vuole trovare delle scuse al suo comportamento, faccia pure. L’unica cosa che ci sentiremmo di chiedergli è di non mischiare – parlandone contestualmente - la rievocazione del terribile destino subito dai suoi genitori e da sua moglie con la vicenda di cronaca nera – certamente meno terribile, ma non per questo insignificante – in cui si è trovato coinvolto. In tutti e tre i casi, i ruoli delle vittime e dei sopraffattori sono ben chiari. E giudici e giornalisti, in tutti e tre i casi, non c’entrano proprio niente.Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/

Voci a confronto

Si è conclusa la vicenda dello sciopero della fame dei detenuti palestinesi (notizie sull’Unità, su Repubblica e sul Tempo). Israele ha restituito ai detenuti alcuni privilegi che erano stati tolti loro durante la fase finale del rapimento di Gilad Shalit, quando era necessario fare pressione su Hamas, come la possibilità di ricevere visite da Gaza e ha accettato alcune altre richieste, come la cessazione dell’isolamento di alcuni che avevano contravvenuto a regole del carcere, la ripresa delle possibilità di seguire corsi universitari e l’ampliamento dei canali televisivi accessibili, in cambio dell’impegno dei detenuti a cessare le turbolenze. Contrariamente alla propaganda anti-israeliana, l’accordo sottolinea le buone condizione di detenzione degli arabi e il numero limitato dei “detenuti amministrativi”, che sono 331 su 4500 circa, trattenuti in una condizione analoga al nostro fermo di polizia secondo una pratica giuridica che risale alla legge britannica. Sempre in Israele, secondo una cronaca di Federica Zoja su Avvenire, vi è molta preoccupazione per la possibilità di infiltrazioni terroriste dalla Siria verso il Golan, dopo gli ultimi attentati in Siria e i conflitti armati che ormai si estendono anche al Libano.Da leggere l’intervista di Giulio Meotti sul Foglio a un consigliere di Netanyahu sulla “doppia faccia” dell’Iran nelle trattative con l’Occidente sulla questione nucleare e in un altro articolo firmato con lo pseudonimo “Bottom Foggy” sempre sul Foglio, l’analisi sul successo di queste tattiche nel “contenimento degli Stati Uniti”. E’ una questione allarmante che continua a non avere alcuna soluzione e in cui Europa e Stati Uniti stanno prendendo sempre più la posizione dello struzzo, ignorando un problema pericolosissimo invece di affrontarlo.Per quanto riguarda l’Italia, un paio di notizie mettono in rilievo il peso crescente dell’organizzazione religiosa islamica: a Brescia è partita la prima “telemoschea”, cioè la predicazione televisiva musulmana che ha tanta importanza nei paesi arabi (Matteo Sacchi sul Giornale) e a Padova è partita una scuola per imam, non si capisce bene quanto controllata e da chi sostenuta (Jenner Meletti su Repubblica, con commento di Renzo Guolo)Ho lasciato alla fine, ma solo per sottolinearne l’interesse, un grande articolo di Paolo Mieli, che ricostruisce sul Corriere un tema di grande importanza per l’ebraismo italiano: il distacco progressivo fra la sinistra comunista e l’ebraismo intorno al rapporto con Israele. Dopo la condivisione della lotta al nazifascismo e dell’appoggio alla fondazione di Israele, il primo strappo avviene nel ’52, con l’adesione del Pci alle campagne antisemite di Stalin. Le tappe successive, dall’appoggio a Nasser nel ’56 e nel ’67 all’adesione al terrorismo palestinese coinvolsero non solo i comunisti da Pajetta al giovane Berlinguer, ma la quasi totalità della sinistra, compresi per esempio Scalfari e Craxi e praticamente tutti gli intellettuali organici, con l’eccezione notevole di singole personalità come Nenni e Pasolini, o di gruppi minoritari come i repubblicani e i radicali. Mieli ricostruisce la tormentata evoluzione degli ebrei che si erano identificati nel progetto comunista, le tensioni interne, le lacerazioni talvolta anche familiari, il faticoso tragitto di chi dovette respingere il “ricatto antisionista” posto dalla sinistra agli ebrei. Dato che questo ricatto è ancora vivo e le posizioni della sinistra non sono cambiate, la ricostruzione di Mieli che sintetizza numerose ricerche storiografiche sul tema è assai preziosa per capire la collocazione dell’ebraismo italiano ancora oggi e le sue divisioni interne.Ugo Volli, http://moked.it/blog/


Marocco - Migliaia di turisti per celebrare la Hiloula

Sono 5mila gli ebrei provenienti da Israele e dai paesi occidentali che si sono ritrovati in questi giorni nella località religiosa di Asjen, a nove chilometri dalla città marocchina di Ouezzane, per celebrare come ogni anno la Hiloula, rito che si tiene un mese dopo la pasqua ebraica. Secondo la stampa locale, ebrei sono arrivati nel paese nord africano in particolare da Francia, Spagna, Stati Uniti e Canada, per visitare la tomba e la sinagoga dedicata al rabbino Amram Ben Diwan.http://www.moked.it/

Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americane del prossimo autunno, almeno.E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.http://falafelcafe.wordpress.com/


Un finanziere nella tempesta delle leggi razziste

Fino a qualche anno fa si pensava che la Guardia di Finanza fosse stata miracolosamente risparmiata dalle leggi razziali del 1938. In effetti, come rilevato dallo storico Giovanni Cecini, che ha studiato a fondo il fenomeno dell’espulsione degli ebrei dall’Esercito, negli unici elenchi disponibili sulle radiazioni, quelli relativi agli ufficiali, nessuna Fiamma Gialla era presente.Non fu un trattamento di favore: probabilmente per ragioni di ordine numerico o di natura geografica la dirigenza del Corpo non annoverava in quel periodo nessun ebreo. I dati però erano parziali. Nessuna ricerca era mai stata fatta sui sottufficiali e militari di truppa. E’ stato grazie alla caparbietà di Gerardo Severino, direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza che, all’inizio degli anni Duemila, sono emersi alcuni finanzieri identificabili come israeliti che, in servizio nel 1938 e per effetto della norma contenuta nel Decreto-legge n. 2111 del 22 dicembre di quell’anno, furono costretti a lasciare i rispettivi reparti e a tornare alla vita civile.All’interno di questa difficoltosa indagine venne fuori anche la figura di un maresciallo “torinese”, che, scacciato nel 1938, avrebbe chiesto di rientrare nel Corpo nel 1944, una volta abrogata la legislazione razziale. Si trattava di Arrigo Procaccia, in realtà toscano, nato nel 1900 a Pistoia, congedato nei primi mesi del 1939 a Torino e deceduto nel 1958 a Roma.Ne è nato un libro, intitolato Arrigo Procaccia di religione israelita. Un finanziere nella tempesta delle leggi razziali (edizioni Chillemi), che sarà presentato il 24 maggio, alle ore 18, a Roma, alla Casa della Memoria e della Storia dalla sezione romana dell’ANCFARGL, presieduta da Marco Lodi.Severino e Cecini hanno raccontato la vicenda di Procaccia utilizzando le notizie del fascicolo personale del militare, custodito presso il Museo Storico della Guardia di Finanza, e avvalendosi dei commoventi ricordi del figlio, Giorgio Procaccia.Una storia italiana di discriminazione e di persecuzione. “lo come israelita – scrive Arrigo Procaccia -, compresi che qualcosa si era ormai lacerato; che il peggio era lì da venire, tanto più che stava colpendo ancora di più in modo più intimo la mia stessa esistenza di cittadino. Fu ai primi di settembre che in caserma ci fu consegnato un questionario da compilare. In esso veniva chiesto di dichiarare la propria razza, quale religione professassero o avessero professato i propri genitori e tutta una serie di quesiti volti ad individuare, con un tono che giudicai invasivo, chi fosse ebreo”.
Mario Avagliano - http://www.moked.it/

mercoledì 16 maggio 2012

L’IRAN, LA BOMBA, GLI INGANNI

Di Anshel Pfeffer editorialista di Haaretz Traduzione di Mario Pacifici

Avrei qualche esitazione nel raccomandare come lettura per il weekend il dossier Rethinking Our Approach to Iran’s Search for the Bomb di Anthony Cordesman del Center for Strategic & International Studies, dal momento che le sue conclusioni sono molto deprimenti.D’altra parte la sua relazione è talmente complessa che risulterebbe difficile nei giorni di lavoro trovare il tempo per esaminarla in profondità.Quel dossier comunque è una lettura indispensabile per chiunque abbia interesse agli studi strategici giacché riassume tutte le più aggiornate informazioni non classificate a disposizione degli studiosi, riguardo al programma nucleare Iraniano, e le correda con l’inestimabile contributo di comprensione offerto da Cordesman.Questo esperto di lungo corso nel campo della sicurezza nazionale israeliana ha ispezionato le centinaia di pagine degli ultimi due reports rilasciati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica in merito alla questione Iraniana e molti altri documenti pertinenti, mettendoli a disposizione del pubblico in termini comprensibili e divulgativi. Pochi fra coloro che sono chiamati a commentare questo panorama strategico, nota Cordesman, si sono presi effettivamente la briga di leggere per intero quelle relazioni e pochissimi fra loro hanno davvero la preparazione necessaria per comprenderle fino in fondo.Qualunque lettore appassionato a questo genere di studi farebbe dunque bene a trovare il tempo di leggersi Cordesman, giacché il suo studio è la più significativa fonte di informazione sul dossier Iraniano, a meno di non disporre di documenti classificati.Personalmente io nutro la speranza che i negoziatori occidentali che si accingono ad incontrare i loro interlocutori iraniani nel corso del secondo round di colloqui 5 + 1 a Baghdad, trovino il tempo di leggere la relazione di Cordesman prima di sbarcare in Iraq. E’ probabile che ci trovino molto più di quanto sia contenuto in tutte le loro carte.Qui di seguito provo a riassumere il contenuto del documento e spero di trasmettervene il senso reale:Chiunque creda che l’Iran non sia ancora impegnato in un programma di sviluppo di armamenti nucleari ma stia semplicemente tentando di acquisirne una capacità teorica, sta volontariamente ingannando sé stesso. Le informazioni di intelligence messe a disposizione della IAEA e verificate da diversi Stati Membri sono chiare nel constatare che l’Iran ha lavorato per più di un decennio ad una vasta gamma di progetti mirati ad acquisire le capacità necessarie non solo all’arricchimento dell’uranio fino a percentuali idonee all’uso militare, ma anche all’assemblaggio di ordigni capaci di essere lanciati da missili a lungo gittata. Le chiacchiere che girano riguardo ad una fatwa contraria alle armi nucleari sono appunto questo: chiacchiere.Nonostante sanzioni e monitoraggi internazionali l’Iran ha ricevuto equipaggiamenti e strumenti sofisticati, ha beneficiato delle conoscenze scientifiche di progettisti stranieri attivi nel campo degli armamenti nucleari ed ha compiuto impressionanti progressi nei propri centri di ricerca così da potere svolgere la maggior parte dei test necessari per la messa a punto della bomba pur senza arrivare ad un’esplosione vera e propria. Esplosione comunque di cui sono già stati messi in atto i preparativi preliminari.I colloqui 5+1 se continueranno a focalizzarsi unicamente sulla riduzione dell’arricchimento dell’uranio risulteranno del tutto infruttuosi per due ragioni principali. Primo perché l’Iran sta procedendo in molteplici direzioni nel suo sforzo di sviluppare un armamento atomico e potrà continuare a farlo anche se dovesse ritardare l’arricchimento. Secondo perché i progressi raggiunti dagli Iraniani nel campo delle centrifughe renderà loro possibile di installare una rete di nuovi piccoli impianti dispersi sul territorio, sconosciuti alla IAEA e sottratti al suo controllo.Un’azione militare contro l’Iran, sia essa portata avanti dagli Stati Uniti, da Israele o da chiunque altro potrebbe mettere fuori uso alcune delle principali installazioni iraniane ma i progressi tecnologici compiuti dall’Iran renderebbero qualunque danno non definitivo e non tale comunque da impedire la ripresa o la continuazione del programma nucleare. Solo la ferma determinazione di chiunque abbia lanciato il primo attacco a farlo seguire nel tempo da una serie di ulteriori attacchi potrebbe danneggiare seriamente il progetto iraniano di dotarsi di un armamento nucleare.L’Iran sarà sempre estremamente riluttante a rinunciare al suo progetto atomico perché su di esso si basa l’intera strategia regionale del regime. L’Iran concepisce l’opzione nucleare come il solo strumento per riequilibrare la propria sostanziale inferiorità in termini di armamenti convenzionali rispetto ad altre potenze regionali. Qualunque futuro accordo con l’Iran o qualunque attacco militare devono tenere questo aspetto in attenta considerazione.Altri ricercatori potrebbero pensare che l’Iran abbia già raggiunto un tale grado di sviluppo da superare il punto di non ritorno. Cordesman non lo pensa e non sostiene dunque che l’Occidente abbia definitivamente perso l’opportunità di impedire all’Iran di dotarsi di un armamento nucleare. Secondo lui però le Nazioni Occidentali devono riconsiderare per intero il proprio approccio diplomatico alla questione oltreché le proprie strategie militari.http://ilblogdibarbara.wordpress.com/


The Fork

Un sopravvissuto all'Olocausto incoraggia la nipote a non tardare a sposarsi. Un racconto molto commuovente.
"Non è permesso scegliere la cornice del nostro destino. Ma che cosa mettiamo dentro è nostro."Dag Hammarskjöld

VIDEO: http://spiritclips.com/films/thefork

da barbara

martedì 15 maggio 2012


Qualche piccola verità dalle zone di conflitto
Di Yaniv Blumenfeld, http://www.israele.net/

La scorsa settimana sono tornato da un mese di richiamo da riservista trascorso in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Era il mio primo turno di servizio nei territori da quando ho terminato la leva obbligatoria nelle Forze di Difesa israeliane.Senza dubbio le cose appaiono differenti quando si ha qualche anno di più. Situazioni diverse diventano più chiare e ne emergono nuove conclusioni. Scordatevi tutto quello che avete sentito: posti di blocco, controlli, umiliazioni, apartheid? Qui non troverete niente del genere. Quella che ho incontrato è una realtà del tutto diversa, e queste che seguono sono le mie impressioni.Ognuno ha il diritto di rimanere scioccato da cose diverse, in base alla propria ideologia, alla propria moralità, ai propri valori e punti di vista. Alcuni considerano un crimine morale una pattuglia di soldati che trattiene un palestinese per un controllo di sicurezza, e ne rimangono profondamente scossi. Io ho preferito rimanere colpito da altre cose.Sono rimasto colpito nel rendermi conto che vi sono dei cittadini israeliani che vivono la loro routine quotidiana sotto una costante minaccia di vita, e vi sono comunità ebraiche (solo quelle ebraiche) che devono essere circondate da una recinzione di filo spinato affinché chi vi abita non venga immediatamente trucidato. Tutto a un tratto ho capito quanto sia scioccante stare appostato nel fango, nei pressi di una comunità ebraica, alla vigilia di una festività ebraica, appunto per evitare l’assassinio di ebrei da parte della popolazione circostante: naturalmente una festa ebraica è la data perfetta per un gruppo terrorista che voglia fare ancora un po’ di male agli ebrei. Mi ha scioccato che degli ebrei non possano passeggiare nello wadi attiguo alla loro comunità, che non possano entrare nei villaggi vicini perché non ne uscirebbero vivi, che i loro movimenti siano limitati, che in certe ore non possano uscire dalla loro comunità e che debbano fare costantemente i conti con il rischio di essere presi a pietrate, a fucilate o di essere linciati.Da anni si sente dire che la presenza di ebrei in quei territori costituirebbe l’unico vero ostacolo alla pace, e intanto si trova ogni sorta di giustificazione per il terrorismo sanguinario. Non si racconta del massacro della comunità ebraica di Hebron del 1929: ben 38 anni prima che Giudea e Samaria venissero conquistate. Non si dice che tra il 1948 e il 1956 più di trecento civili ebrei vennero assassinati in attacchi terroristici “palestinesi”. Non si dice che l’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, venne fondata nel 1964, tre anni prima che Giudea e Samaria venissero conquistate sotto il comando dell’allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin. Finora ogni territorio ceduto ai palestinesi è stato usato per impiantare strutture terroristiche, e l’ultimo esempio – lo sgombero di Gush Katif, nella striscia di Gaza (2005) – lo dimostra nel modo più chiaro ed evidente.I palestinesi non traggono il loro odio per Israele dal soldato in servizio al posto di blocco. Questa perlomeno è la mia opinione. Essi traggono il loro odio dalle tv dell’Autorità Palestinese e di Hamas, dove gli ebrei vengono paragonati a scimmie e maiali degni solo di morire. Traggono il loro odio dall'istigazione nelle moschee, nelle scuole, nelle foto dei “martiri” che addobbano ogni muro e ogni piazza delle città di Giudea e Samaria. Traggono la motivazione a odiare dalle icone culturali palestinesi, da Marwan Barghouti e dallo stragista Yasser Arafat. Traggono ispirazione dalle piazze e dagli stadi intitolati alla memoria di terroristi. Anni di martellante istigazione e de-umanizzazione d’Israele ottengono il loro effetto.Con rammarico ho capito che l’equazione è chiara e semplice: senza la presenza di noi soldati, qui si assisterebbe immediatamente a una carneficina di ebrei per mano di arabi tale da far sembrare il pogrom del 1929 un gioco da ragazzi.Non c’è dubbio che i soldati delle Forze di Difesa israeliane si trovano ad operare in situazioni complicate quando prestano servizio nei territori. I miei compagni e io non ci siamo andati con l’idea di vedere scorrere il sangue – il cielo non voglia – né di umiliare o calpestare l’onore dei palestinesi. È vero esattamente il contrario. Siamo stati educati nei valori del sionismo, della tolleranza e del desiderio di pace, indipendentemente dalle opinioni di destra o di sinistra. So bene che la vera sinistra non ha niente a che vedere con gli estremisti e i violenti (locali e stranieri) che si radunano ogni venerdì per prendere a sassate i soldati. Per me la vera sinistra ha a che fare con Rabin, che possa riposare in pace, col sionismo, con le creazioni del lavoro, con l’amicizia. Anche se non sempre siamo d’accordo, continuiamo a batterci spalla a spalla. E se mettiamo da parte per un momento il dibattito politico, io mi sento fiero d’aver prestato servizio in Giudea e Samaria. Sono fiero che, grazie a me e ai miei compagni riservisti, gli abitanti abbiano celebrato la Pasqua al sicuro, senza essere ammazzati. Sono fiero che il posto di blocco dove ho prestato servizio abbia impedito il passaggio al di là della Linea Verde di un uomo armato di pugnale e di un ordigno esplosivo. Sono fiero che la mia presenza abbia evitato il lancio di pietre contro le auto di ebrei. E sono fiero di svolgere questo compito che è quello di impedire che degli esseri umani vengano colpiti o uccisi. (Da: YnetNews, 05.02.12)