martedì 25 settembre 2012

Il mondo islamico è in subbuglio per il filmetto denigratorio del Profeta Maometto prodotto negli Stati Uniti e per le nuove vignette satiriche apparse in Francia. Il settimanale francese Charlie Hebdo nell'ultimo numero raffigura in prima pagina due personaggi: un arabo col turbante bianco seduto su una carrozzella spinta da un ebreo con le peòt (i riccioli rituali) con cappotto e cappello nero. I due tipi caricaturali dicono all'unisono: C'è poco da ridere. Titolo della vignetta: Gli intoccabili. La sede di Charlie Hebdo è già stata incendiata l'anno scorso da dimostranti musulmani. Questa volta, visto che si tratta di un "intollerabile affronto alla identità" sia arabo-musulmana sia ebraica, forse si potrebbe architettare qualche cosa insieme. Sergio della Pergola, univ. Gerusalemme. http://www.moked.it/



Desidero condividere con voi una gioia:

The Museum of Israeli Art di Tel Aviv (Ramat Gan) mi ha invitato ad esporre una selezione di mie opere che verrà formalmente inaugurata il 12 ottobre 2012 alle ore 12., e rimarrà aperta per otto settimane.

Tutto è nato casualmente circa un anno fa quando ebbi l’occasione di mostrare le mie opere a Meir Ahronson, Direttore del Museo di Arte Israeliana in Tel Aviv , ovvero del secondo Museo di arte moderna in Israele.“Qualche volta – egli scrive nella sua presentazione- ci si imbatte in opere d’arte che irradiano amore.Ciò non avviene spesso,tuttavia è esattamente quello che è successo quando io ho visto i dipinti di Giorgio Linda” e”quando vidi le opere, ora in mostra,io ho immediatamente sentito che era opportuno esporle qui (in Israele)”.Il Museo è istituzionalmente dedicato all’arte israeliana, ma, per fondate ragioni, può talora ospitare anche Artisti non israeliani e ciò mi emoziona.Giorgio Linda


lunedì 24 settembre 2012

È morto Marv Kessler 50 anni di basket col sorriso

Maestro della pallacanestro Usa, se ne è andato a 82 anni per un tumore. Per oltre mezzo secolo ha allenato tra Università ed Nba con una stagione in Israele. Grande oratore, apparteneva alla vecchia scuola ed era stimato da tutti per le sue doti di ironico cabarettista.

Marv Kessler, un guru del basket dalla battuta pronta che nei suoi cinquant’anni di carriera (trascorsi tra liceo, università e Nba) ha contribuito a diffondere i principi del gioco, se ne è andato all’età di 82 anni: gli era stato diagnosticato un tumore molti anni fa ed è morto mercoledì al NYU Medical Center, secondo quanto riportato da alcuni amici di lunga data.maestro di basket — Kessler si è laureato a North Carolina State nel 1958, dopo aver disputato tre stagioni nella squadra di basket dell’università: ha allenato alla Martin Van Buren High School nella contea del Queens, a New York, dove risiedeva. Nel 1972 ha ottenuto l’incarico di capo allenatore alla Adelphi University, a Long Island: nelle sei stagioni alla guida dei Panthers, Kessler ha chiuso con un record di 88-60. Dal 1979 al 1981, Kessler ha ricoperto il ruolo di assistente a Davidson, per poi cominciare a lavorare nella Nba come osservatore per Detroit, Washington, Portland e Sacramento: per un breve periodo ha allenato l’Hapoel Holon, squadra del campionato israeliano. La fama di oratore di Kessler durante i clinic, nei quali sfruttava il suo senso dell’umorismo e i principi fondamentali del basket per comunicare il suo pensiero, si è diffusa per tutta la nazione: le sue varie partecipazioni al celebre Five-Star Basketball Camp sono ormai leggendarie, grazie al lavoro che portava avanti con i singoli giocatori e alle conferenze nelle quali riusciva a insegnare e a far divertire i partecipanti all’evento.ironia al potere — Kessler apparteneva senza dubbio alla vecchia scuola del basket: insisteva sull’importanza della preparazione fisica e della disciplina, studiava i punti deboli degli avversari e pungolava i propri giocatori nel tentativo di aiutarli a migliorare, rimproverandoli quando pensava che fosse utile farlo. Ma lo faceva con la bravura di un attore di cabaret: un autentico talento delle Catskill Mountains che riusciva a combinare John Wooden con Jackie Mason. "Conosco Marv da 40 anni, da quando io ne avevo 14 - ha dichiarato ieri Tom Pecora, coach di Fordham -. Erano proprio il suo pensiero creativo e il suo senso dell’umorismo quando si parlava di basket a renderlo così speciale, per me e per molte altre persone. Quello che è riuscito a fare è ineguagliabile". Negli ultimi vent’anni, Kessler è riuscito a ricostruirsi una carriera: è stato assunto da molte università e allenatori Nba per presenziare ai loro allenamenti e dare qualche consiglio su come renderli più efficaci. Kessler, che nel 1960 ha conseguito un master alla Columbia University, è stato inserito nella Hall of Fame della Adelphi University nel 1997: lascia sua moglie, Irene e le sue figlie Andrea e Gayle. La cerimonia funebre si terrà oggi alle 10 (ora locale) presso la Sinai Chapel di Flushing.nba.com.http://www.gazzetta.it/

Gruppo Ansar Jerusalem rivendica attacco di venerdì nel Sinai

 Il Cairo (Egitto), 23 set. (LaPresse/AP) - Il gruppo Ansar Jerusalem, che si ispira ad al-Qaeda e ha la propria base nella penisola del Sinai, ha rivendicato la responsabilità della sparatoria avvenuta venerdì lungo il confine tra Egitto e Israele, in cui hanno perso la vita tre militanti e un soldato israeliano. La formazione, in un comunicato pubblicato su alcuni forum di militanti nella tarda serata di ieri, spiega che l'assalto è stato lanciato in protesta contro il film 'Innocence of Muslims', che ha scatenato manifestazioni in tutto il mondo islamico.L'operazione, si legge nella dichiarazione, è stata "un attacco disciplinare contro coloro che hanno insultato l'amato profeta". Il gruppo spiega che tre militanti hanno superato il confine israeliano nelle prime ore di giovedì, poi sono rimasti nascosti fino a mezzogiorno di venerdì, quando hanno lanciato l'assalto contro le pattuglie.

Israele candida a Oscar Fill the Void 

(ANSA) - TEL AVIV - 'Fill the Void' di Rama Burshtein e' la pellicola candidata da Israele per le nomination al miglior film straniero agli Oscar. Il film racconta la storia dell'amore nascente tra la giovane Shira e il cognato vedovo, in una comunita' di ebrei religiosi. La protagonista Hadas Yaron ha vinto alla Mostra del cinema di Venezia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile


Commando all'attacco tra Egitto e Israele Il raid fa quattro morti

 Un'ennesima incursione dal Sinai, che minaccia di riaccendere la tensione fra Israele e il nuovo Egitto dei Fratelli Musulmani, è sfociata ieri nel sangue a ridosso del confine fra i due Paesi: con la morte di un soldato israeliano e di tre assalitori di nazionalità per ora incerta, incluso un attentatore imbottito d'esplosivo. L'episodio è stato innescato dall'azione d'una cellula partita dalla penisola egiziana, penetrata in territorio israeliano in una zona montagnosa dove ancora non è stata completata la barriera di confine costruita a ritmo serrato dallo Stato ebraico. Con un agguato alle postazioni di frontiera israeliane, il gruppo si è mosso mentre alcuni militari soccorrevano una quindicina di immigrati africani che tentavano di guadagnare il confine, e ha aperto il fuoco. Alla prima raffica, è caduto ucciso il militare israeliano Nethanel Yahalomi, un artigliere di 20 anni. Ne è seguita una furiosa sparatoria, durata 15 minuti, al culmine della quale uno degli attaccanti è saltato in aria (un proiettile ha colpito il potente ordigno che aveva addosso) e altri due sono stati pure uccisi. Un secondo soldato israeliano è rimasto invece ferito, in modo non grave. «Siamo riusciti a sventare un attacco di dimensioni ancor più serie», ha commentato più tardi, quasi con sollievo, il portavoce militare, colonnello Yoav Mordechai, riferendosi alla quantità e alla qualità delle armi trovate in dotazione agli infiltrati: kalashnikov, abbondanza di munizioni, ordigni, corpetti esplosivi, lanciarazzi. Secondo notizie ufficiose, esperti dell'intelligence del Cairo sono stati autorizzati a esaminare i cadaveri nel quadro di un tentativo congiunto di verificare chi possa aver ordito l'attacco e di rivitalizzare la cooperazione fra i due Paesi, ai minimi termini da quando al potere ci sono i Fratelli Musulmani. I media egiziani ipotizzano intanto che anche l'attacco di ieri possa essere stato condotto da salafiti palestinesi, giunti dalla Striscia. Da Gaza, però, la leadership di Hamas lo ha recisamente smentito. http://www.ilgiornaledivicenza.it/

L'esilio amaro delle parole

 Anche a guardarla dal punto di vista della lingua la sua vicenda è a dir poco straordinaria. La scrittura letteraria si nutre, in modo inevitabile, dell’idioma materno, di quei suoni e voci che accompagnano gli anni bambini. E solo in casi eccezionali l’espressione artistica ce la fa a sgorgare in una lingua appresa: Nabokov, Conrad, Beckett. Non a caso il grande scrittore rumeno Norman Manea, costretto a lasciare il suo paese dalla dittatura socialista, descrive con profonda amarezza la sua nuova condizione di libertà. “Nell'esilio felice dell'affrancamento, quando potevo, infine, parlare liberamente, mi è stata tagliata la lingua. L'esilio linguistico è, per lo scrittore, una combustione in profondità, il suo Olocausto... ”.  Ma nel caso di Aharon Appelfeld i termini si rovesciano. Arriva in Israele nel 1946, quando ha tredici anni e mezzo. La persecuzione nazista lo ha privato dei genitori e del suo mondo. Fuggito da un campo di concentramento sopravvive, bambino, per tre lunghi anni nei boschi e nei campi. Completamente solo, smarrisce le lingue che hanno accompagnato la sua infanzia. Il tedesco, la lingua che la madre amava e coltivava con passione (“Nella sua bocca le parole suonavano limpide come se le avesse pronunciate attraverso un’esotica campana di vetro”). Ma anche lo yiddish parlato dai nonni che per lui conserva ancor oggi il sapore acidulo della composta di prugne secche. Insieme al ruteno e al rumeno che costellavano la quotidianità della sua Czernowitz. Poco a poco, con fatica immensa, dice addio alle parole madri. Si trova a fare i conti con l’ebraico, che conquista faticosamente giorno dopo giorno. E, anche grazie alla lezione poetica della Bibbia, ne fa uno strumento di purezza cristallina capace di raccontare con potenza e delicatezza le tenebre della memoria, il suo mondo scomparso, la voglia di vivere e di ricostruire. Raggiunto al telefono nella sua casa di Gerusalemme, ripercorre questa traiettoria di vita e arte con toni sommessi e una cortesia rara. Animato da una profonda consapevolezza dell’inestricabile legame tra passato e presente che anima l’intera sua opera. Aharon Appelfeld, la lingua è uno dei temi centrali dei suoi libri: da Storia di una vita del ’99 a Il ragazzo che voleva dormire, appena pubblicato in Italia da Guanda. Per quale motivo ha un ruolo così importante? Fino a otto anni e mezzo la mia lingua madre è stata il tedesco. Quando sono arrivato in Israele non avevo più nessuno con cui parlarlo e, ragazzino, ho cominciato a studiare l’ebraico. Ma la lingua madre è come il latte materno. Un uomo che ne viene privato è malato per tutta la vita: la lingua materna non la parli, scorre: quando te la portano via ti si crea dentro una voragine e devi sforzarti in ogni modo di colmarla. Così ho iniziato a studiare l’ebraico e l’ebraico è divenuto la mia lingua madre. E’ stato un grande sforzo, una fatica impegnativa.
Cosa rimane oggi delle quattro lingue che hanno accompagnato la sua infanzia? Le parla ancora? E come si riflettono sul suo lavoro? Oggi parlo il tedesco, anche se è una lingua in cui non mi sento del tutto libero. Parlo un po’ di russo, pochissimo rumeno. Ho studiato molto l’yiddish. Volente o nolente, le diverse lingue che conosco influiscono sulla mia scrittura. Non ne sono sempre consapevole, mi vengono a trovare e risuonano nella pagina. In questi anni parlo anche molto inglese, che in Israele come nel resto del mondo è divenuto la seconda lingua, una lingua che valica i confini. In esilio tanti scrittori smettono di scrivere. Nel suo caso è avvenuto l’opposto. Forse perché ho iniziato a conquistare l’ebraico a tredici anni e mezzo: un’età in cui non si è più bambini ma non si è ancora divenuti uomini. La mia grande fortuna è che sono arrivato in Israele senza essere andato a scuola. Prima della Shoah avevo terminato soltanto la prima classe. Se avessi studiato di più sarei arrivato nel mio nuovo Paese portando nella testa i libri e i vocabolari su cui avevo studiato. Così ho potuto invece costruire dal nulla e l’ho fatto in ebraico. Altrimenti avrei potuto imparare a comunicare in questa lingua, ma non sarei stato in grado di utilizzarla per la mia scrittura.
Spesso ha ripetuto quanto fosse duro l’ebraico per la sua sensibilità di ragazzo. “Suonava come degli ordini: andare, dormire, sistemare - ha detto in un’intervista - Suonava come fosse sorta dal mare, dalle sabbie che ci circondavano ad Atlit. Non era una lingua che sgorgava da te, era come riempirsi di ghiaia”. Nel primo periodo della mia vita in Israele ho lavorato in un kibbutz e poi sono stato nell’esercito. La lingua per me era allora molto militare. Adesso non è più così. L’ebraico è ricco di infiniti significati e sfumature e può essere molto dolce e articolato.
In Storia di una vita torna spesso il tema del linguaggio del corpo: lei scrive che il corpo può ricordare ma è al tempo stesso un modo di dialogare con l’altro. Che differenza c’è tra la lingua del corpo e quella della bocca? Dicono cose diverse? Il corpo registra quanto ci sta intorno tanto quanto la testa. Non lo diciamo mai di una gamba o di una mano, ma tutte le parti del nostro corpo sono antenne sensibilissime capaci di ricordare quanto ci accade e di raccontare le emozioni più profonde in un linguaggio tutto loro.
Una delle sue grandi paure, ha scritto, è quella di perdere l’ebraico. Al punto da sognare spesso di ritrovarsene privato. Perché questo timore? Perché è una lingua che ho acquisito da ragazzo, non ci sono nato. La lingua acquisita devi sorvegliarla tutto il tempo perché non vi penetri nulla di straniero. L’ebraico è ormai la mia lingua materna. Sogno e scrivo in ebraico. Ma ancora oggi ho paura che se ne vada. Talvolta mi sveglio e questo ebraico imparato con tanta fatica svanisce, scompare. Voglio afferrarlo ma non ci riesco.
Cosa prova quando sente parlare l’ebraico di oggi? E’ diverso da quello che ha studiato?In un certo senso sì. Ci sono molto slang e localismi, ma non potrebbe essere altrimenti. Ogni generazione esprime un suo ritmo nella lingua, toglie o aggiunge qualcosa. E poiché Israele è un grande crogiolo di popoli e di culture questa mescolanza si percepisce in modo significativo. Ma non vi è nulla di negativo in tutto ciò. E’ un pluralismo linguistico che apprezzo molto. Non credo che la lingua vada preservata in una sua fissità: è bello veder convivere tanti suoni e tante sfumature.
Nella Diaspora la conoscenza dell’ebraico ancora oggi è poco diffusa: in che modo ciò influisce sulla percezione di sé?
Se un ebreo vuole essere tale in modo profondo dovrebbe conoscere l’ebraico, così come dovrebbe conoscere i testi fondamentali della nostra tradizione, la filosofia, la mistica. La lingua è parte integrante dell’identità ebraica: non a caso tantissimi studiosi, anche in Italia, nel passato hanno scelto di scrivere in ebraico.
Ha scritto che non ama chi parla in modo troppo levigato e scorrevole perché le dà la sensazione che nel discorso via sia un vuoto nascosto. Come si sente quando guarda la tv o legge i giornali? Non leggo molto i giornali, lo faccio soprattutto nel fine settimana. Ma seguo con grande attenzione le notizie, come d’altronde tutti noi in Israele. Quello dei media è un linguaggio giornalistico, in genere banale, che non ti tocca e non ti lascia nulla nell’anima. La lingua letteraria lavora in modo opposto perché cerca invece di trasmettere qualcosa. Ma anche la lingua dei giornalisti può essere elevata, profonda, complessa. Basti pensare ai tanti scrittori che hanno fatto questo mestiere. Un esempio per tutti, Hemingway.
A differenza di molti scrittori israeliani non ha mai preso posizioni pubbliche su questioni politiche. Per quale motivo?
La politica mi interessa, non vi si può sfuggire. Ma non penso di doverne discutere sui giornali o in televisione: preferisco parlare di scrittura, d’arte o di vita interiore. D’altronde non si può suonare sia un caffè sia in un’orchestra filarmonica. E la mia musica è quella dell’interiorità e dell’anima: quella della letteratura.
Daniela Gross - twitter @dgrossmoked (Pagine Ebraiche settembre 2012)

Gran finale con Aharon Appelfeld

  Sarà uno dei massimi scrittori israeliani, Aharon Appelfeld, a coronare oggi la tredicesima edizione di Pordenonelegge. L’autore di Storia di una vita e di Badenheim, di cui da poco Guanda ha mandato in libreria Il ragazzo che voleva dormire (301 pp., traduzione di Elena Loewenthal), incontrerà il suo pubblico questa sera al Convento di San Francesco. La sala preannuncia già il tutto esaurito, tanto che gli organizzatori suggerivano ieri di recarsi sul posto con buon anticipo. Appelfeld, con suoi modi garbati e schivi e la poesia lieve e densa che contraddistingue la sua opera, è d’altronde ormai uno degli autori israeliani più amati e apprezzati dai lettori italiani che mai come in queste occasioni mostrano vitalità e voglia di conoscere.Da Alain Finkielkraut a Niccolò Ammaniti, dal grande poeta americano Charles Simic a Ian Mc Ewan, da Peter Cameron a Claudio Magris, gli appuntamenti del festival curato da Alberto Garlini, Valentina Gasparet e Gian Mario Villalta registrano un riscontro senza precedenti. Segno che malgrado il crollo nelle vendite dei libri stimato a livello nazionale nell’ordine del 20 per cento (ma i librai locali parlano di quasi il 40 per cento) il piacere della cultura rimane forte. Tanto che catturano il pubblico anche incontri di non immediata lettura quale quello con Alain Finkielkraut, il filosofo francese che questa mattina ha affrontato le grandi domande del nostro tempo: che cos’è la civiltà? cosa sono l’arte, l’ideale e la grazia? Tutti quesiti che, secondo l’autore di Un cuore intelligente, possono trovare risposta nella letteratura. “Se sappiamo qualcosa sull’amore, sull’odio o sui sentimenti, sono stati portati al linguaggio dalla letteratura – afferma Non abbiamo bisogno della letteratura per imparare a leggere ma per sottrarre il mondo alle letture sommarie: la realtà ci viene nascosta da molti sipari e leggende che la letteratura contribuisce a strappare”.E a confermare l’attrazione per la lettura, l’interesse suscitato da Pagine Ebraiche. Presenza già apprezzata e gradita in molti appuntamenti culturali, dal Salone del libro di Torino al Festivaletteratura di Mantova, quest’anno il giornale dell’ebraismo ha infatti debuttato anche a Pordenonelegge con un dossier sul complesso tema della lingua e dei linguaggi, affrontato attraverso una serie d’interviste a grandi autori contemporanei.d.g http://www.moked.it/

 


Il prossimo 21 ottobre Agnes Heller, filosofo ungherese, esponente di quella corrente di dissenso comunista che a partire dal 1956 viene progressivamente emarginata e poi messa a tacere, riceverà a Genova il premio internazionale Primo Levi. Agnes Heller dal 1956 non ha mai smesso di criticare quelli della sua parte e dal 1989 ha continuato anche con i nuovi potenti ungheresi, fino a quelli di ora. E’ una buona notizia che il Centro culturale Primo Levi di Genova si sia ricordato di questa intellettuale europea, ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, e ne riconosca il valore e il ruolo pubblico. E’ così raro che qualcuno si accorga che gli intellettuali sono tali non solo perché sono intelligenti, o pubblicano libri di successo, o godono di un alto audience televisivo, ma anche perché si danno il compito di stringere il potere alle corde. E quel compito lo eseguono nella stessa misura, con gli avversari come con i loro stessi compagni di partito, o con chi dice di essere dalla loro stessa parte, senza mollare mai. E’ troppo facile essere esigenti e intransigenti solo con quelli dell’altra parte.http://www.moked.it/

Pistole di plastica


Pur apprezzando le evidenti buone intenzioni della ricerca promossa dall’Unione Europea riguardo alla diffusione dell’antisemitismo in Europa, e pur essendo convinto della serietà del modo in cui è stato preparato il relativo questionario (che non ho compilato, e neanche visionato, essendo esso rivolto solo alla popolazione ebraica; ho però contribuito a diffonderlo tra i miei amici ebrei), ribadisco lo scetticismo già ho già avuto modo di esternare, su queste colonne, riguardo alla stessa possibilità di misurare, con criteri scientifici, il livello di antisemitismo di una data società, in un dato momento storico: scetticismo fondato sulla convinzione che l’antisemitismo, per sua stessa natura, non sia un fenomeno misurabile. Non lo è perché non è individuabile nel suo identikit, nelle sue vesti, nei suoi contorni, nelle sue dimensioni. Nel suo camaleontismo, esso cambia periodicamente abito, e non serve (o serve a molto a poco) contrastarlo nelle sue manifestazioni sorpassate, quando esso ha già assunto nuove forme, nuove maschere.Quanto e come l’antisemitismo, nel corso dei secoli, abbia radicalmente cambiato le sue manifestazioni esteriori, le sue contorte e morbose giustificazioni, è cosa troppo nota per dover essere ribadita. Al giorno d’oggi, è un dato di fatto difficilmente controvertibile che esso, in Occidente, almeno al 90 per cento si esprima nell’ostilità verso lo Stato di Israele. Sussiste, infatti, una netta differenza tra il mondo islamico e quello occidentale, giacché nel primo l’odio verso la patria degli ebrei spesso si intreccia o si sovrappone all’avversione verso gli ebrei ‘tout court’, senza bisogno di particolare distinzioni, mentre, in Europa - con l’eccezione della ‘riserva indiana’ dei gruppi dichiaratamente neonazisti (comunque da non sottovalutare, Breivik insegna) - l’avversione contro Israele, più o meno estesa, quasi mai mostra di estendersi alle comunità ebraiche della diaspora, nei confronti delle quali, in genere, si sono manifestati, fino ad oggi (ma le cose possono cambiare, si veda l’Ungheria), considerazione e rispetto. Rispetto e considerazione che sembrano essere tanto più vigili e accentuati in chi intenda attaccare, con maggiore o minore virulenza, lo Stato ebraico, proprio per evitare che il proprio antisionismo (o la propria critica politica) possa essere confuso con l’antisemitismo ‘vecchio stampo’. Se ne è parlato più volte, recentemente, proprio a proposito dell’umorismo ebraico: se un gentile deve essere prudente nel dire barzellette sugli ebrei, per non sembrare antisemita, è evidente che un ebreo non ha questa preoccupazione, e può lasciarsi andare tranquillamente. Allo stesso modo, è facile vedere come i distillatori professionali di odio anti-israeliano stiano in genere molto attenti (pur con delle eccezioni) a non dare alle loro posizioni una coloritura generalmente antiebraica, e cerchino anzi spesso di ‘certificare’ il loro pensiero attraverso l’avallo di qualche collega ebreo.Si potrà anche immaginare e costruire una sorta di metal-detector, in grado di svelare la vecchia “pistola antisemita” nascosta nel bagaglio, ma non servirà a molto, se il 90% delle armi sono oggi di plastica, capaci di superare tranquillamente il monitoraggio.
Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/