martedì 20 novembre 2012
Cari Italians, quando qualche anno fa decisi di trasferirmi in
Israele, ero perfettamente consapevole che in qualunque momento,
qualcosa poteva accadere, ma niente mi ha fermato, ed oggi, se tornassi
indietro a quando presi la decisione, farei esattamente la stessa cosa.
Sui giornali va di moda in questi giorni la risposta israeliana alle
centinaia e centinaia di missili che cadono da giorni/mesi/anni al sud
di Israele. Va molto piu’ di moda rispetto alla carneficina che si
consuma in Siria, ma infondo lo sappiamo bene, per i media Israele fa
molta piu’ notizia, e schierarsi ancora una volta contro conferma le
rispettive linee editoriali. Vivo a Tel Aviv, la prima sirena sentita
giovedi’ sera con successiva esplosione, mi ha lasciato basito. La prima
reazione e’ di chiara incredulita’, la seconda reazione e’ quella di
capire cosa fare in quei 90 secondi che trascorrono dalla sirena
all’esplosione. La seconda sirena, e rispettive esplosioni, le ho
sentite venerdi’, ma questa volta ero per strada. Vedere la gente
correre a trovare riparo, e continuare a sentire l’assordante sirena, ti
mette addosso una tensione pazzesca. Niente. Niente in confronto a
quello che vivono nel sud di Israele, dove le sirene continuano a
suonare, e i 15 secondi di corsa alla ricerca di un rifugio, scorrono ad
una velocita’ pazzesca. Se 200 missili in un paio di giorni cadessero a
Torino, a Trieste, a Parigi, a Madrid, cosa farebbero I rispettivi
governi? Giusto che Israele risponda, giusto che Israele colpisca quei
vigliacchi di Hamas che si nascondono tra la popolazione civile, e che
lanciano razzi su ospedali e scuole. Questa e’ una guerra che Israele
non vuole, ma che e’ obbligata a combattere ogni giorno, da anni, sia
sul terreno, sia sui media. Sarebbe bello, ogni tanto, vedere un po’ di
coerenza da tutte quelle persone e giornali che con scioltezza accusano
Israele, ma che quando si tratta di parlare del massacro in Siria, il
silenzio regna. Un saluto,Gabriele Bauer, thedoc01@yahoo.it http://italians.corriere.it/
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Israele: l’ordinaria paura degli abitanti del meridione
Sulle zone meridionali di Israele cadono decine di missili ogni
giorno: gli abitanti si sono abituati a correre nei rifugi, quando
risuona la sirena. Ad Ashkelon, ad appena quindici chilometri dalla frontiera con la
Striscia di Gaza, in giornata sono caduti almeno cinque missili Grad.Uno è caduto su un condominio, ha sfondato il tetto ed è finito al secondo piano.Secondo un abitante, questa volta non c‘è stato allarme. È stato il suo cane ad avvertirlo:“La sirena non ha urlato, questa volta, ma il mio cane si è accorto
di qualcosa, ha cominciato a mostrarsi nervoso e a rumoreggiare. Allora
ho pensato che magari si trattava di un razzo Qassam, e un secondo dopo
ho sentito un’esplosione, forte”.La località più colpita è Sderot: da qui, basta salire in collina
per vedere le bombe che cadono su Gaza. Ma alle volte va in senso
inverso: un altro missile è sfuggito alle batterie anti-missile, e si è
abbattuto su una casa. Nessun ferito, ma avrebbe potuto andare peggio.
Quell’abitazione è a due passi da una scuola e una moschea.Luis Carballo, inviato di Euronews: “I cittadini del Sud di Israele hanno una fiducia cieca nel sistema
anti-missile chiamato ‘cupola d’acciaio’. Ma non è certo perfetto.
Quando le batterie mancano un missile succede questo. Un Qassam ha
colpito una casa in questo quartiere, la seconda, questo è un pezzo del
missile. La casa è ad appena venti metri da una scuola”
VIDEO: http://it.euronews.com/2012/11/18/israele-l-ordinaria-paura-degli-abitanti-del-meridione/
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Israele alla guerra dei cyber-attacchi Anonymous: “Colpiti 9mila siti web”
Il ministro delle Finanze: sventati 44milioni di incursioni sulle pagine virtuali delle istituzioni pubbliche.Gli hacker: ignorati i nostri appelli sulla violazione dei diritti umani
Milioni di cyber-attacchi ai siti web delle istituzioni pubbliche.
Mentre i cieli di Gaza e Tel Aviv sono solcati dalle scie dei missili e
la tensione di uno scontro imminente preme al confine, Israele è
impegnato anche su un secondo “fronte”: quello virtuale. Il governo ha
ammesso oggi di essere stato bersagliato più e più volte dai pirati
informatici da quando sono riprese le ostilità aperte con i palestinesi.
Secondo il ministro delle Finanze Yuval Steinitz, negli ultimi quattro
giorni, sono stati intercettati 44 milioni di “incursioni” in Rete,
tutte respinte tranne una che ha paralizzato un sito per sei o sette
minuti. La precisazione arriva all’indomani dell’annuncio del gruppo
Anonymous di aver bloccato, oscurato o defacciato (cambiato la home
page, ndr) le pagine web di oltre 9mila organizzazioni israeliane - tra
cui quello di un grande istituto finanziario, la Bank of Jerusalem, e
del ministero degli Esteri - per protestare contro gli attacchi aerei
contro la Striscia di Gaza. Il collettivo hacker, infatti, ha lanciato
tre giorni fa l’operazione “#OpIsrael” e rilasciato una sorta di
comunicato video in cui si accusa Israele di aver «ignorato i ripetuti
avvertimenti sulla violazione dei diritti umani, maltrattando i propri
cittadini e quelli dei paesi vicini». http://www.lastampa.it/
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Attivisti filopalestinesi fanno irruzione durante la conferenza di Grossman all’Elfo. Tafferugli, insulti e l’accusa di genocidio rivolta ad Israele
E’ il tardo pomeriggio di sabato 17 novembre, al Teatro Elfo Puccini di Corso Buenos Aires a Milano si presenta “Caduto fuori dal tempo”, l’ultimo libro di David Grossman sulla perdita del figlio Uri, appena ventenne, durante l’ultima guerra del Libano.Sul palco insieme a Grossman e al traduttore, Elio De Capitani e Simona Crippa, leggono alcuni passi tratti dal libro.La sala è gremita, c’è gente anche in piedi; tutti ascoltano attenti, in alcuni momenti, visto l’argomento, quasi si sfiora la commozione. La serata però non può non concludersi con una domanda sulla situazione attuale fra Israele e Palestina, sui missili che cadono da Ashdod, fino a Tel Aviv e persino a Gerusalemme. Nemmeno il tempo di finire la domanda, che in sala scoppia la protesta. “Sei un falso” urla una donna dalla seconda fila. Subito dopo un gruppo di attivisti filopaestinesi, uomini e donne, fra i 30 e i 50 anni, scatta in piedi, alza le bandiere palestinesi e insieme urla, impreca contro Israele, verso gli ebrei. “Assassini!!”, ”State facendo un genocidio!”, “nazisti”. E mentre le urla continuano, si muovono in gruppo verso il palco, lo occupano letteralmente. Alle loro spalle rimangono Grossman, De Capitani, la Crippa, il traduttore. Fra i quattro Grossman appare il più sorpreso, del tutto spiazzato di fronte ad un finale che nessuno si aspettava, nemmeno la gente in sala. Qualcuno protesta, qualcun’altro si alza, ma di fatto, la messinscena anti-israeliana va avanti per diversi minuti, senza che nessuno del servizio di sicurezza interno, nessuno dell’organizzazione stessa del Teatro, intervenga per mettere fine a quella che, a chi era presente, è apparsa come una vera e propria irruzione. Interviene solo uno degli spettatori che indignato di fronte all’inerzia generale e agli insulti rivolti ad Israele e agli ebrei, si avvicina ad una donna con la bandiera palestinese fra le mani per spostarla dal palco. Di nuovo urla. La scena prosegue per diversi minuti fino a che i contestatori non scendono dal palco a conclusione del loro discorso/invettiva contro Israele, appoggiati in questo anche da De Capitani che ha commentato la scena dicendo che ”tutti hanno diritto di parlare”.I contestatori scendono dal palco, ma non vengono allontanati dalla sala.Grossman può riprendere la parola, può rispondere alle accuse di genocidio rivolte con tanta violenza ad Israele e agli ebrei. Ed è la risposta di un uomo, e soprattutto di uno scrittore, perchè il suo primo invito è a “scegliere le parole giuste” per descrivere, per parlare, per protestare. “Potete parlare di violenza, perchè molti fatti sono accaduti, ma genocidio significa uno sterminio che non si è verificato”. ”Israele ha occupato la Palestina non con l’idea e neanche sulla base di una teoria che sostiene l’idea del genocidio. Sapete tutti cosa è accaduto nel 1967, quando cinque paesi arabi ci hanno attaccati, il resto è storia e purtroppo anche tragedia. E quindi vi chiederei di avere più attenzione per le parole, che siano delle parole attinenti alla realtà, attinenti alla verità”.Le sue parole, di uomo, di padre, di ebreo, di israeliano, di pacifista, ferito in profondità dalla tragedia della guerra, vengono accolte dal pubblico in sala da applausi scroscianti.Ma evidentemente l’odio, l’antisemitismo acceca e rende sordi, perchè al termine della serata gli insulti e le offese verso gli ebrei sono proseguite fuori del teatro, più violente di prima se possibile. “Dovevano uccidervi tutti nei campi di concentramento! Siete dei nazisti!” “Schifosi”. A chi ha chiesto loro perchè mai nessuno alzi una voce di protesta per i diritti civili della popolazione civile violati in Siria, risposte prive di senso: “protesteremo anche contro l’occupazione imperialista della Siria…”.“Ciò che mi ha lasciato sgomento più di tutto, più ancora degli insulti” ci ha detto poi Gionata Tedeschi che era fra gli spettatori in sala ieri sera insieme a Samuel Mordechai, a Paola Sereni, Liliana Segre, Sami Sisa, solo per citare alcuni, ”è stato lo spazio che il personale del teatro – quello sul palco, come quello dietro le quinte – ha lasciato a queste persone. Nessuno è intervenuto con adeguato tempismo per fermarli, per allontanarli. Dopo l’irruzione, dopo gli insulti, sono rimasti in sala, come se nulla fosse accaduto”. Il tutto aggravato dal fatto che queste persone fossero sedute nelle prime file, quelle cioè che normalmente vengono riservate agli ospiti.“Abbiamo avuto la sgradevole sensazione di trovarci di fronte a persone che in qualche modo si conoscevano. Sono sensazioni, ma rimangono in mente, proprio perchè si percepiscono a pelle. L’atteggiamento comprensivo di De Capitani, del personale del teatro, rimane impresso perchè inatteso – quanto e più delle offese”, ha concluso amareggiato Tedeschi.http://www.mosaico-cem.it
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Voci a confronto
Ancora moltissime voci in rassegna sul Medio Oriente. Cronache,
interviste, editoriali: la stampa italiana “copre” la crisi
israelo-palestinese con grande ricchezza di interventi offrendo però il
fianco a non poche critiche soprattutto sul fronte dell’equilibrio e
dell’obiettività. Tra le cronache più significative, Francesco
Battistini (Corriere) e Fabio Scuto (Repubblica). Da leggere anche l’editoriale-denuncia (L’Europa smetta di finanziare i missili di Hamas), sul Giornale, di Magdi Cristiano Allam.Sempre restando alle vicende mediorientali è durissimo, sulle pagine del Messaggero,
l’attacco di Nichi Vendola a Riccardo Pacifici. “E’ fuorviante e
inaccettabile – afferma il leader di Sinistra Ecologia e Libertà – che
il presidente della Comunità ebraica di Roma confonda il rispetto per
Israele con la ferma e dura condanna, che ribadisco, verso il suo
governo. Lo stesso utilizzo di parole gravide d’intolleranza, come
avermi attribuito un ‘tradimento’ delle mie stesse parole, rivelano un
pregiudizio duro a morire”. La Comunità, intanto, per timore di
infiltrazioni neonaziste ha chiuso il proprio blog. Ne dà notizia, tra
gli altri Giacomo Galeazzi sulla Stampa.http://moked.it
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Israele - La Difesa e i social network
Il
ministero della Difesa israeliano, sta usando Twitter, Youtube e
Facebook per comunicare le sue azioni sul fronte della crisi con
Gaza. L’uso dei social network ha fatto fare uno scatto in avanti
alla comunicazione istituzionale: il governo è infatti riuscito,
in questo modo a creare un flusso diretto di comunicazione con il
pubblico, cercando la sua complicità e la sua partecipazione.
http://www.moked.it/
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Tea for Two - Caro amico ti
scrivo
Amico/a
dell'università, un po' ti conosco, tra una lezione e l'altra
indosserai una sciarpina, prenderai dalla macchinetta un pessimo
caffè e andrai in cortile per la pausa sigaretta. E inizierai con
una certa levità a parlare. A parlare della crisi medio-orientale e
di quanto gli israeliani, o meglio gli ebrei (se ti conosco
preferirai questa scelta lessicale), siano dei sanguinari.
Probabilmente io sarò lì a pochi passi e mi sentirò in dovere di
rompere il cerchio dei tuoi amici consenzienti, ma non lo farò. Non
lo farò perché mi sembra paurosa la facilità con la quale decidi
da che parte stare. Mi inquieta con quanto intimo piacere dirai che
le vittime sono diventate carnefici, che vi abbiamo riempito la testa
di giornate della memoria e poi 'facciamo' apartheid. Questo è il
punto, il piacere con cui si parla della morte, della violenza.
Perché lì nel cortile della facoltà bevi caffè e giudichi la
guerra come se fosse risiko? Scriverti non è facile vorrei
cancellare tutto e ricominciare, vorrei non guardare video, vorrei
non sentirmi sotto attacco, vorrei non mi guardassi con quella faccia
beffarda. E vorrei sopratutto non ci fosse la guerra. Ma la sveglia
sta suonando. E noi continuiamo a parlare senza essere lì, a
combattere una guerra parallela di parole e veleni. Sai, quest'anno a
me ed altri amici è capitato di conoscere un ragazzo palestinese.
Ero tesa ed emozionata all'idea. Lo guardavo e dal modo con cui
stritolava il tovagliolo avrei detto lo stesso di lui. Mi sentivo
inadeguata, non sono israeliana, ma sono una sua coetaea e alla
nostra età tutti i sogni si assomigliano. Poi la sua timidezza è
finita e ha detto che non c'era possibilità di avere due stati per
due popoli. Quella era la Palestina non Israele. Israele non esiste.
E parlando in un colpo solo negava la speranza. Lì ho capito che le
mie utopie si erano infrante e che la nostra amicizia era una meta
lontana. Era molto colto, intelligente eppure non sapeva. Non sapeva
delle migliaia di persone, ebrei di paesi arabi che hanno dovuto
lasciare la terra che sentivano propria e continuare un vagabondaggio
da apolidi. Penso a Medea che uccide i propri figli per far soffrire
Giasone e si condanna a una vita di infelicità. Penso a quanta
sofferenza senza falsa retorica, mi porta a scrivere niente se non
questo. Non ti farò lezione di storia perché non ne sono capace,
non ti dirò che Israele è un paese perfetto, perché i suoi
abitanti lucidi e severi sono i primi a non aver paura di attaccare
Bibi (lo chiamano Bibi come fosse un cugino militante che al seder di
Pesach non sta un attimo zitto) e la sua politica. Ma prima di
parlare e pontificare in cortile, prima di ergerti a protettore di
vituperati dei quali non so quanto ti importi realmente, pensaci un
secondo. Farai un passo verso la pace così? Facendo l'ultà di una
partita con tempi supplementari infiniti, contento di avere altro da
pensare, di lasciare per un momento il nostro paese scricchiolante e
immergerti in un videogame tra agenti segreti, terroristi e
terrorizzati? Forse alla prossima pausa 'caffé + sigaretta' nella
quale una sirena non ti interromperà, nella quale non avrai paura di
nulla se non dei prossimi esami, un pochino ci penserai.Rachel
Silvera, studentessa
– twitter@RachelSilvera2,http://www.moked.it/
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Israele - Il conflitto
e il ruolo dell'informazione
Sono oltre 500 i
giornalisti di ogni nazionalità giunti in Israele dall’inizio del crisi
con Gaza, secondo quanto riporta il Government Press Office, che vanno
ad aggiungersi agli oltre 1400 iscritti all’associazione della stampa
estera nello Stato ebraico. Eppure, nonostante il massiccio
dispiegamento di forze che la stampa internazionale mette in campo per
coprire gli eventi, cresce l’insoddisfazione del pubblico più attento e
vicino alle vicende mediorientali, com’è tradizionalmente il caso degli
ebrei della Diaspora, per una descrizione degli eventi parziale e poco
attenta nei confronti di ciò che accade in Israele. Un’informazione
costantemente monitorata attraverso la rassegna stampa dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane dalla redazione del Portale
dell’ebraismo italiano, che ha espresso la sua preoccupazione
nell’assemblea di redazione.Lo scontento della gente emerge in primo luogo sui social network, dove
moltissimi utenti reagiscono a ciò che i media raccontano o non
raccontano postando foto, video e articoli che possono fornire un
quadro più veritiero della situazione: sottolineano come Israele sia da
anni sotto il tiro dei razzi sparati da Gaza, che sono piovuti in modo
particolarmente massiccio per diversi giorni prima che avesse inizio
l’operazione Pilastro di difesa, raccontano le sofferenze dei civili
israeliani, spesso vissute in prima persona da parenti o amici
trasferiti nello Stato ebraico, denunciano la tecnica diHamas di
lanciare razzi e impiantare centri operativi in luoghi densamente
abitati, quando non in scuole ed ospedali, e a usare i civili come
scudi umani. Dimostrano infine la manipolazione di alcune delle foto
che sconvolgono il mondo in queste ore, diffuse come immagini della
sofferenza dei civili di Gaza e in realtà scattate in Siria, paese che
i movimenti del mondo occidentale che si proclamano pacifisti si
ostinano a ignorare dopo quasi 40mila morti dall’inizio del 2012, fa
notare qualcuno.Sono gli stessi giornali ad aver riconosciuto l’attitudine di questo
conflitto a essere raccontato attraverso i social media: per molti la
prima fonte d’informazione è divenuta twitter, in particolare l’account
di Tzahal, ma anche quello dell’IronDomeCount e del governo israeliano,
e persino il twitter delle Brigate Al Qassam.Un’opera, quella di informare su ciò che accade veramente in Israele,
portata avanti con impegno anche dal suo Ministero degli Esteri e dalle
ambasciate nel mondo, che diffondono sul web notizie e immagini sulla
situazione nello Stato ebraico (creato un apposito sito
http://embassies.gov.il/Israel-Under-Fire/Pages/default.aspx). “Israele
è deciso ad andare avanti nell'offensiva su Gaza fino a quando Hamas
non capirà che un livello di lanci di razzi contro il territorio
israelianocome quello degli ultimi mesi è inaccettabile” ha dichiarato
alla stampa italiana l’ambasciatore a Roma Naor Gilon.A raggruppare le informazioni che arrivano dalle fonti più disparate in
un flusso continuo sono i siti web dei giornali israeliani, dal
Jerusalem Post ad Haaretz. Che non dimenticano di sottolineare come
nonostante le difficoltà, la voglia degli israeliani sia quella di non
cedere alle minacce e alla rappresentazione della vita dello Stato
ebraico in una dimensione diperenne conflitto: dove possibile, si
continua ad andare a studiare e lavorare. La squadra di calcio di
Ashdod, una delle città maggiormente bersagliate dai razzi da Gaza,
prosegue con gli allenamenti, riferisce il Times of Israel, e ha
visitato la batteria di Iron Dome vicino alla città, portando ai
soldati compagnia cibo e bevande: tutti decisi a rimanere nonostante le
difficoltà. Giocatori stranieri inclusi.Rossella
Tercatin twitter @rtercatinmoked http://www.moked.it/
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Pallywood, la fabbrica delle foto bugiarde costruite contro Israele
A
volte si tratta di film in cinemascope a tre dimensioni, come la storia
di Mohammed Al Dura, o quella di Jenin. A volte, è solo una bambina con
la dermatite la cui penosa immagine viene diffusa e descritta (“fonti
palestinesi”) spiegando che si tratta di una creatura colpita dal
“fosforo bianco” che gli israeliani spargono sulle creature. Ma sempre
Pallywood è. Mettiamoci dunque comodi in prima fila: con questa guerra,
Pallywood ha ricominciato il solito spettacolo. Con tutto il rispetto
per i feriti e i morti veri, e dispiace non poco per il neonato perduto
dal cameraman della BBC a Gaza, di nuovo è in corso una guerra
parallela, non meno importante: quella delle bugie mediatiche con cui
Pallywood (l’Hollywood palestinese) delegittima Israele e vittimizza
della sua popolazione civile. Già la guerra in corso sui media
internazionali è stata manipolata; la sua origine, nei titoli, è la
gratuita decisione israeliana di eliminare Ahmad Jabari, capo militare
di Hamas. Da qui poi sarebbe seguito il lancio di missili e
l’escalation. Ma come sa chi ha seguito gli eventi, l’eliminazione
mirata è avvenuta solo dopo che il sud d’Iraele era diventato un
tirassegno in cui la popolazione civile israeliana veniva bersagliata da
Gaza. Contro ogni evidenza ora i palestinesi coadiuvati dalle solite
ONG (finanziate da noi cittadini ignari, come dimostra un nuovissimo
rapporto sui finanziamenti pubblici alle Ong anti Israele di Giovanni
Quer, edito dalla Federazione delle Associazioni Italia Israele)
sostengono la tesi che è Israele a attaccare i civili, e non Hamas.Le
foto manipolate sono il mezzo migliore: un Tablet Magazine di Adam
Chandler, poi ripreso ovunque, ha mostrato un padre disperato con un
bambino morto in braccio, e sarebbe accaduto sotto il fuoco israeliano.
La foto è vera purtroppo, solo che si riferisce a un episodio accaduto
in Siria. Un altro “documento” degli attacchi di Israele è apparso alla
BBC: un signore con giacca beige e tshirt fotografato alle 2,11 di tre
giorni fa è morto. Peccato che ci sia un’altra foto delle 2,44 in cui lo
stesso personaggio è ripreso mentre cammina. I morti che risorgono
ebbero la loro sequenza più famosa filmata da un drone a Jenin nel 2002:
la città madre di tanti attentati terroristi fu cinta d’assedio alla
fine ci furono 52 morti palestinesi e una quarantina di israeliani. Una
battaglia in piena regola. Ma la propaganda palestinese sostenne che i
morti erano stati un migliaio, una strage, disse Terje Larsen inviato
dell’ONU “come a Sebrenica”. La cronista che era sul posto non se la
bevve, non era necessario credere solo alle “fonti palestinesi” basta
cercarsene anche altre. Dopo la “strage”, un funerale trasportava a
braccia un morto su una lettiga, coperto da un drappo verde. Ma la
lettiga oscillava troppo, così il morto fu costretto a saltare giù
seminando il panico. Un morto che cammina.Pallywood
è fantasioso, c’è “una bambina palestinese che lava il sangue del
fratello” (2010, blog di Noam Abed) e invece è la pulizia di un
mattatoio di Ramallah; c’è un padre che secondo un inviato all’ONU,
Khullood Badawi, porta la sua bambina uccisa al cimitero, ma siamo in
Iraq; c’è un bambina, Asil Ara’ra di 4 anni deceduta per ferite d’arma
da fuoco, ma è una terribile foto presa in Yemen, Israele non c’entra;
c’è una creatura che disegna con un pennarello attaccato al moncherino
in un ospedale, ma accade in un ospedale a Oakland... le presunte
atrocità compiute contro i bambini hanno attecchito dal 2002, in piena
Intifada, quando Charles Enderlain della tv francese, senza essere stato
sul luogo e usando fotoreportage, fece di Mohammed Al Dura l’epitome
della crudeltà israeliana. Un bambino che muore sulle ginocchia del
padre preso di mira dai perfidi soldati. Studi tedeschi, francesi,
americani dimostrano che Mohammed potrebbe essere vivo, e che comunque
non c’è prova che sia stato ucciso dagli israeliani. Chi
ha dato una gran mano a Pallywood è Hezbollywood: ricordiamo durante la
guerra del Libano (2006) l’ambulanza con un buco nel tetto, ma non era
un foro di proiettile bensì una finzione praticata ad arte; le foto di
famiglia spostate da una parte all’altra di varie rovine fumanti,
insieme ai giocattoli sempre gli stessi, fotografati di qua e di là. E
il fumo nero di esplosioni a Beirut, tutte finte, per cui venne
licenziato un fotografo della Reuters. Abbiamo imparato qualcosa da
tutto questo? O seguiteremo a scrivere “da fonte palestinese apprendiamo
che...”?Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 18 novembre 2012
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