giovedì 30 settembre 2010


Shalev, mia nonna suonava l'aspirapolvere

Memorie di una famiglia bizzarra nel nuovo libro dell'autore. Lo scrittore e la sua traduttrice a confronto
Meir Shalev è uno dei maggior scrittori israeliani, tradotto in tutto il mondo. È nato nel 1948: sua madre Batya apparteneva a una della famiglie fondatricidi Nahalal, la prima comune agricola sionista. Il padre era un famoso poeta. Nei suoi romanzi Shalev narra l’epopea rurale dei pionieri ebrei in Terra Promessa. In È andata così, che esce oggi per Feltrinelli (pp. 230, e16) lo scrittore si cimenta per la prima volta con la storia vera della sua famiglia, che per tanti anni è stata la fonte d’ispirazione della sua fantasia narrativa. Al centro di questa storia c’è una nonna maniaca della pulizia, contornata da una ricca galleria di personaggi-parenti e soprattutto da uno strabiliante aspirapolvere americano inviatole da quel doppio traditore di suo cognato che, invece di venire in Terra d’Israele a realizzare il sionismo socialista, è andato dall’altra parte dell’Oceano a far fortuna. Elena Loewenthal ha tradotto in italiano i suoi libri: anni di consuetudine letteraria hanno instaurato tra loro una serena, colloquiale confidenza. Pubblichiamo un dialogo tra lo scrittore e la sua traduttrice.LOEWENTHAL: «Qualcuno ha detto che quando traduci un libro prima o poi ti ritrovi a sbirciare nella camera da letto del suo autore. Allora, Meir Shalev, che cosa dovrei dire io, dopo dodici anni di tuoi libri tradotti in italiano? Che nemmeno la cucina, il salotto e la galleria di antenati in corridoio hanno più misteri…».SHALEV: «Mi risulta che questa storia sia ormai un affare di famiglia, visto che ci sono di mezzo anche i libri di una mia cugina, Zeruya Shalev - ma lei fa parte del ramo pazzerello di famiglia, sia chiaro. Però è proprio così, con la traduzione si crea una specie di intimità, quasi una parentela. Che ne diresti di un’ava come nonna Tonia?».LOEWENTHAL: «Non ho di sicuro preso da lei l’ossessione per la pulizia… Ma certo, traducendo È andata così, dove si racconta la sua storia, ho sentito un’aria di famiglia. Continui tuffi di memoria, senza più capire se era la memoria tua o la mia, un déjà vu di fantasie incontrate nei tuoi libri precendenti o una specie di immedesimazione affettiva. La tua Atlantide, il pozzo della memoria e della nostalgia, è Nahalal, la prima comune agricola fondata dai sionisti in Terra Promessa nel 1921. È quella famosa località a pianta circolare spesso oggetto di foto aeree, percorsa in tutta la sua circonferenza una bella mattina degli Anni 30 (forse), dal cavallo e dal carretto di famiglia, carico di uno strabiliante aspirapolvere americano che è, insieme a nonna Tonia, il protagonista di questo libro».SHALEV: «Ah, l’aspirapolvere di nonna Tonia, mi sembra di avere ancora nelle orecchie il suo ronzio ovattato. Anche se in vita mia non l’ho mai sentito con le mie orecchie (o forse sì, una volta, chissà…). Come sai, per me è anche una faccenda di melodie. Per questo, quando esce un mio libro tradotto, per prima cosa voglio sentire che musica ne viene fuori: me ne faccio leggere un brano e lo ascolto».LOEWENTHAL: «Me lo ricordo bene! Di solito, quando si arriva alla fine della frase, sei capace di proseguire in ebraico: sai praticamente tutto a memoria, e riconosci i tuoi libri anche se sono scritti in un’altra lingua. E da quando (eravamo in una libreria di Milano) sentisti una pagina di Per amore di una donna, il tuo primo romanzo tradotto in italiano, è nata una specie di intesa, fatta di parole stampate e emozioni condivise».SHALEV: «Altro che “come pochi giorni”, la frase che nella Bibbia indica il tempo percepito da Giacobbe per conquistare la sua amata. Quattordici anni passati in un baleno. Ho l’età dello Stato d’Israele e quando ripenso a quelle gite da Gerusalemme a Nahalal sul camion del latte per andare a trovare la nonna, mi sembra passata un’eternità».LOEWENTHAL: «Nato a Gerusalemme, sei tutt’altro che uno scrittore metropolitano: i tuoi libri sono ambientati in campagna, possibilmente nella valle di Iezreel; la città, Gerusalemme o Tel Aviv, compare sempre e solo come una fugace parentesi».SHALEV: «Sì, non sono certo un animale da città, anche se per parte di padre appartengo a Gerusalemme. Nahalal che descrivo in È andata così è il mio ambiente naturale. I suoi orizzonti che a mia madre allargavano i polmoni ogni volta che vi tornava. Il latte appena munto, le verdure fresche!».LOEWENTHAL: «Mi ricordo una mattina di tanti anni fa a Rapallo: prima di ricevere un prestigioso premio letterario, hai spazzato delicatamente via dal tavolo d’albergo le confezioni di marmellate, biscotti, croissant, e fatto colazione con una fetta di pane e olio. Così è il cibo dei tuoi libri, semplice ma vero. La mitica nonna Tonia non passerà certo alla storia per il suo brodo di pollo. Piuttosto per la sua insalata di patate bollite - altro che elaborati pranzi di Babette e madeleines…».SHALEV: «Ma questa è una storia vera, con tanto di personaggi veri e nomi veri! Se non che, come per tutte le storie della nostra famiglia, anch’essa contempla svariate versioni, ciascuna con le sue esagerazioni e aggiunte e rimozioni e migliorie…».LOEWENTHAL: «Dopo tanti anni di storie inventate, tradurre È andata così e connettersi con gli archetipi in carne, ossa e parole è stata un’emozione. Proprio come ritrovare dei parenti dopo tanti anni. Nonna Tonia, nonno Aronne, la loro prole, gli animali della fattoria - dal sussiegoso cavallo bianco alle galline in fuga per l’aia quando era ora di brodo - sono tutti vecchie e care conoscenze».SHALEV: «Sono passati tanti anni dalla morte di mia nonna e mia madre, eppure, da quando è uscito il libro, ci sono sempre fiori freschi sulle loro tombe. Si può forse sperare di ottenere qualcosa di più, da un romanzo?».LOEWENTHAL: «Certo che no. E dopo tanto tempo passato insieme a questa grande famiglia un po’ pazzerella - un ramo qui e un ramo là -, anche tradurre quest’ultimo, bellissimo libro è stato come lasciare un fiore su quelle tombe, con tanto affetto e un pizzico di nostalgia».29/09/2010,


Mar Morto, offerte viaggi vacanze

Il Mar Morto e’ un grande lago salato, al confine tra Israele e Giordania e’ tra i luoghi piu’ incantevoli al mondo ricco di energie positive e con un clima caldo durante tutto.Il Mar Morto e’ nove volte più salato degli oceani della Terra e si trova a 400 metri sotto il livello del mare, la depressione maggiore di tutta la terra. Qui e’ impossibile scottarsi l’esposizione ai raggi del sole è molto filtrata e senza raggi ultravioletti quelli dannosi alla nostra pelle. A causa dell’alta concentrazione salina il Mar Morto è privo di piante e di vita animale. Il livello delle sue acque scende di circa 30 centimetri all’anno e secondo alcuni scienziati potrebbe prosciugarsi entro il 2050.Grazie all’alto contenuto di sali minerali nel Mar Morto si puo’ tranquillamente galleggiare e i suoi effetti benefici e le proprieta’ curative sono conosciute fin dai tempi dei Romani e molto amate dalla regina egizia Cleopatra. Le acque calde e rilassanti hanno un’alta concentrazione di sali di cloruro di magnesio, sodio, potassio, bromo e molti altri minerali, e’ una risorsa privilegiata per i trattamenti di balneo-talassoterapia.Una vacanza nel Mar Morto e’ come entrare in una immensa beauty farm un grande centro termale dove salute e bellezza sono al primo posto. Lungo la costa all’interno degli Hotel o dei Resort troviamo molte stazioni termali, balneari e terapeutiche pronte ad offrire ai loro ospiti trattamenti estetici e curativi adatti a qualsiasi esigenza, ricordiamo che con i fanghi del Mar Morto considerati i migliori al mondo vengono curate la psoriasi, l’ artrite e reumatismi. http://www.lachiacchiera.it/


Ashdod

MARINA ISRAELIANA ABBORDA BATTELLO ATTIVISTI PER GAZA

(ASCA-AFP) - Gaza, 28 set - La marina israeliana ha intercettato il battello di attivisti israeliani ed ebraici diretto a Gaza, forzandolo a cambiare rotta e a dirigersi verso il porto di Ashdod, nel sud di Israele.''Dieci navi israeliane hanno obbligato la nostra imbarcazione a dirigersi verso Ashdod, ma senza attaccarci'', ha detto Amjad al-Shawa, un organizzatore della spedizione.''Gli attivisti a bordo si sono arresi perche' erano circondati. Non hanno avuto scelta'', ha aggiunto.Poco prima dell'abbordaggio, le navi da guerra israeliane hanno circondato il battello, avvisando che avrebbero fermato il battello con la forza se avesse provato ad avvicinarsi alla Striscia di Gaza. Durante l'abbordaggio non ci sono state violenze da nessuna delle due parti. Tra poche ore, Irene arrivera' nel porto di Ashdod.L'ordine di dirigersi verso il porto e' arrivato quando la nave ha tentato di entrare nelle acque territoriali della Striscia di Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione.''Si sono messi in contatto con noi, ci hanno chiesto chi siamo, da dove veniamo e la nostra destinazione'', ha fatto spaere Yonatan Shapira, uno degli attivisti ''Ci hanno detto che ci stavamo avvicinando a un'area soggetta al blocco navale e ci hanno invitato a cambiare rotta'', ha precisato.


Israele - Ricordo dentellato per la visita del papa

Pronto il francobollo che ricorda il viaggio compiuto nel 2009. Ma il Vaticano è ancora silente In Vaticano non si sbilanciano, e l'unica voce specifica in lista per questo scampolo del 2010 è l'abituale tappa dentellata riguardante i viaggi che il pontefice ha compiuto l'anno precedente. Intanto, però, Israele è pronto a realizzare quella che dovrebbe essere una congiunta volta a ricordare la visita di Benedetto XVI, compiuta dall'8 al 15 maggio 2009 in Terra Santa. L'omaggio dentellato, dal costo di 4,20 schekel, offre una vista panoramica del giardino dei Getsemani di Gerusalemme.La confezione è di quattro esemplari (i due più in basso sono associati ad una bandella); sul lato sinistro dell'insieme compare un'ulteriore fotografia: propone il messaggio che Joseph Ratzinger ha lasciato al “Muro del Pianto”.Ancora imprecisata la data di uscita.28 Set 2010,http://www.vaccari.it/


24 Giorni. La verità sulla morte

di Ilan Salimi Ruth Halimi – Emilie Frèche
trad di Marcello Hassan, Elena Lattes, Barbara Mella, Salomone Belforte Euro 14

Cosa unisce Sherri Mandell, nata a New York e giunta in Israele nel 1996 e Ruth Halimi, un’impiegata che vive a Parigi con la sua famiglia? Ciò che lega queste due madri ebree è un filo rosso di sangue, il sangue innocente dei loro figli barbaramente trucidati dall’odio antisemita. Koby Mandell aveva solo 13 anni quando l’8 maggio del 2001 marinò la scuola con l’amico Yosef ish-Ran per fare una passeggiata: i loro corpi furono ritrovati il giorno dopo in una grotta del deserto della Giudea, massacrati a colpi di pietra da arabi palestinesi.Ilan Halimi aveva 23 anni quando venne rapito il 20 gennaio 2006 a Sceaux da una banda di islamici il cui capo Youssef Fofana “è un’antisemita della più stupida e bestiale specie”, torturato per ventiquattro giorni, arso vivo e ritrovato con il corpo come una piaga, agonizzante, lungo un binario della ferrovia, a Sainte-Geneviève-des-Bois.Questi due giovani che vivevano in paesi diversi, cresciuti in famiglie e con abitudini diverse avevano in comune però l’appartenenza religiosa e questo è stato sufficiente per fare di loro due obiettivi privilegiati dell’odio criminale antisemita.Le madri di questi ragazzi però non si sono arrese e hanno trovato il coraggio di vivere nonostante tutto, dedicando un libro ai propri figli affinché la loro tragica storia sia ricordata e sia possibile dire, anzi urlare senza più ipocrisia: “Mai più”!Come “La benedizione di un cuore spezzato” che Sherri Mandell ha scritto per ricordare il supplizio del piccolo Koby, la testimonianza della mamma di Ilan e della giornalista e scrittrice Emilie Frèche è un racconto straziante che spezza il cuore ma al tempo stesso è un inno alla vita, un invito a credere, nonostante l’odio che ha spezzato la vita di Ilan, nella bontà degli esseri umani.Debbo confessare che non si esce indenni dalla lettura di “24 giorni. La verità sulla morte di Ilan Halimi”: è un libro che ci pone a contatto con un mondo di crudeltà fredda, calcolata, di odio così bestiale da condurre ad atti atroci come l’uccisione di un essere umano innocente ma anche con un universo di fredda indifferenza.E’ con pudore e riservatezza che entriamo nel mondo della famiglia Halimi attraverso il racconto di Ruth di una tranquilla cena di shabbat trascorsa con il figlio e la figlia Eve, progettando di recarsi il giorno successivo a pranzo dall’altra figlia Deborah sposata e madre della piccola Noa.E’ affettuoso e comprensivo il saluto che mamma Ruth rivolge a Ilan che dopo cena, incurante dei desideri materni di trascorrere la serata insieme, preferisce uscire per due chiacchiere con gli amici. Né Ilan né la sua mamma sanno che quello sarà il loro ultimo saluto.Proprio quella sera Ilan cade vittima della trappola tesagli dal capo della banda dei rapitori che utilizzando un’esca (per quel crimine percepirà 5000 euro) induce il giovane ebreo a recarsi in un luogo dove l’attendono i suoi carnefici.Quella di Ilan è una famiglia modesta: occupano un appartamento al secondo piano di un vecchio edificio in un quartiere popolare nella parte est di Parigi, la mamma è impiegata e il padre che non vive più con loro è commerciante. Nulla quindi nella condizione economica degli Halimi induce a credere che la richiesta di riscatto di 450.000 euro abbia un senso logico, fatta eccezione per il pregiudizio ancora oggi radicato in molti strati della società per il quale “gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”.Le pagine che seguono sono lo straziante resoconto di una madre che giorno dopo giorno prende coscienza (a differenza dei media e della stessa polizia) che il movente di questo crimine è di natura antisemita anche perché le indagini mettono in luce che altri ebrei sono stati attirati nella medesima trappola e solo per un soffio si sono salvati.Sono giornate di dolore e di angoscia – nelle quali si succedono telefonate minacciose, febbrile attesa di un contatto con il rapitore, messaggi crudeli attraverso la posta elettronica - ma anche pervase da una sottile speranza perché scrive Ruth: “Non ho fatto nulla di male perché deve capitarmi un cosa simile”?E’ difficile confrontarsi con l’odio antisemita perché è un sentimento viscerale e crudele che pervade ogni cellula di questi esseri che di umano hanno ben poco.Eppure il crimine di cui è stato vittima un giovane ebreo parigino, e il lettore ne troverà conferma dall’escalation dei fatti narrati da Ruth, estende le sue radici anche nella superficialità (o incompetenza) della polizia che più di una volta si lascia scappare il capo della banda dei barbari, sottovalutando il movente antisemita (“Come è possibile che la squadra anticrimine, stimata per la sua professionalità e la sua efficienza, se lo sia lasciato scappare? ….e come supporre che in Francia nel 2006 un ebreo poteva anche rischiare la vita solo perché ebreo?”). Riconoscere la dimensione antisemita di questo rapimento avrebbe consentito un approccio diverso alle indagini e forse salvato la vita di Ilan.Ma non solo. Responsabile di questo deprecabile delitto è anche l’indifferenza, la colpevole indifferenza di chi ha udito le grida strazianti di quel ragazzo che subiva orribili sevizie e non ha detto nulla. Era sufficiente una sola parola da parte degli abitanti del palazzo in cui Ilan era tenuto prigioniero, oppure un semplice gesto di pentimento scaturito dalla ragazza che l’aveva adescato per salvargli la vita. “…Nessuno ebbe questo riflesso elementare di umanità”.Formulare questo pensiero è sufficiente per sentirsi straziare l’anima.
Ma esiste anche una deprecabile ignavia nel mondo intellettuale: molti giornalisti che hanno seguito il caso hanno scelto di passare sotto silenzio il carattere antiebraico del sequestro, diventandone a mio parere complici. La morte di Ilan non ha suscitato espressioni indignate nell’opinione pubblica, né la reazione sconvolta di chi è sempre pronto a dichiararsi in favore del dialogo e della tolleranza.Al contrario, chi non ha voluto tacere e aderire passivamente alla linea del silenzio è stato tacciato di essere un provocatore e di fomentare lo scontro di civiltà.Ma il martirio di Ilan è figlio di quel silenzio, di quella superficialità e di quell’odio criminale.Al grido di “Mai più Auschwitz” le commemorazioni per il Giorno della memoria rischiano di diventare vuota retorica se ci si dimentica che per essere uccisi ancora oggi basta essere ebrei: un mostro quello dell’antisemitismo che non si è disperso fra le ceneri del campo di sterminio di Auschwitz, anzi sta risorgendo e ricomincia a strisciare nel cuore e nella mente delle persone.Se è possibile che a Grenoble nel collège Henri-Vallon una professoressa venga contestata dai suoi allievi maghrebini per aver proposto la lettura di Se questo è un uomo di Primo Levi (“Non vogliamo leggere queste storie di ebrei”), diventa imprescindibile la presa di coscienza che l’antisemitismo è tutt’altro che sepolto e che dopo quasi settant’anni continua a perseguitare vittime innocenti.E in tal senso il diario di Ruth Halimi è un documento prezioso oltre che sconvolgente che non va riposto e dimenticato: compito imprescindibile del lettore è ora di divulgarlo affinchè questo crimine efferato non cada nell’oblio e la frase della mamma di Ilan, Never give up, diventi un monito per ciascuno di noi.Per onorare la memoria di Ilan e di tutti gli ebrei perseguitati e sterminati solo perché “ebrei”: Zakhor. Al Tichkah. Ricorda. Non dimenticare mai. Giorgia Greco


Il testimone inascoltato

di Yannick Haenel, Trad di Francesco Bruno, ed. Guanda, Euro 15
In questi ultimi anni sta prendendo corpo un fatto storico inequivocabile: la memoria della Shoah vissuta come esperienza diretta è in via di estinzione per il semplice motivo che i testimoni vanno scomparendo. Da qui ogni nuova opera capace di trasmettere ai posteri l’immane tragedia vissuta dal popolo ebraico è un tassello prezioso e un privilegio per noi lettori.In questo contesto si inserisce il volume dello scrittore francese Haenel, pubblicato in Francia nel 2009 da Gallimard e ora in Italia da Guanda nella pregevole traduzione di Francesco Bruno.Il testimone inascoltato offre al pubblico italiano un ulteriore contributo storico: come nel saggio di Theodore Hamerow (Perché l’Olocausto non fu fermato – Feltrinelli) nella biografia di Jan Karski, ufficiale polacco diventato esponente della resistenza in Polonia, emergono le gravi responsabilità degli Stati in guerra con la Germania che, pur a conoscenza dello sterminio degli ebrei, non fecero quello che avrebbero potuto per fermare l’Olocausto.Mentre alzavano la bandiera della democrazia, gli Alleati che si dovevano confrontare con il diffuso antisemitismo dei paesi democratici occidentali, scelsero altre azioni di guerra, lasciando libera la macchina di morte hitleriana di compiere il suo progetto criminale.La storia di Jan Karski, riconosciuto da Israele Giusto fra le nazioni, è il fulcro di questa appassionante biografia – nella sua terza parte in forma di romanzo – di Yannick Haenel.Se nel primo capitolo dominano le parole di Karski, tratte dalla sua intervista con Claude Lazmann nel film Shoah del 1985, nel secondo capitolo Haenel utilizza il memoir di Karski, “Story of a Secret State” (tradotto in francese nel 1948 e ristampato nel 2004) dedicato agli anni della resistenza in Polonia che rappresenta il nucleo narrativo più ampio.L’ultima parte del libro, frutto di fantasia, si declina in una narrazione di forte impatto emotivo e si richiama ad alcuni elementi della vita dell’ufficiale polacco.Si delineano gli incontri con politici di alto livello per denunciare gli orrori del ghetto di Varsavia e dei lager, nessuno dei quali volle ascoltare il suo grido d’aiuto mentre le pagine che narrano della profonda crisi depressiva vissuta nel suo nuovo paese, l’America, con gli incubi notturni risultano particolarmente intense grazie anche alla sensibilità dell’autore nel descrivere i tormenti che hanno accompagnato Jan Karski per tutta la vita.Jan Kozielewski nasce a Lodz da genitori cattolici e ha solo 25 anni quando nel 1939 viene inviato come sottotenente di artiglieria in Alta Slesia per fronteggiare l’avanzata tedesca.Tutto si rivelerà vano. Scampato miracolosamente all’eccidio di Katyn, Karski è scambiato con alcuni soldati tedeschi e arriva nel campo di Radom, una città dell’Ovest della Polonia, un luogo circondato da immensi reticolati che al giovane soldato appare spaventoso e dal quale capisce di potersi salvare solo fuggendo. Rientrato a Varsavia entra in contatto con uno dei suoi migliori amici, Dziepaltowski, che prima della guerra era un violinista solitario dedito solo alla sua arte. Da questo momento entra a far parte della Resistenza polacca con compiti sempre più pericolosi che lo portano in Francia, superando incredibili rischi e difficoltà, per fornire informazioni al governo polacco in esilio.Tra il 1940 e il 1942 è un susseguirsi di missioni ad alto rischio fino a quando viene arrestato e torturato dalla Gestapo. Dopo aver tentato il suicidio, una volta trasportato in ospedale è grazie all’aiuto di alcuni compagni della Resistenza che riesce ad evadere e a salvarsi la vita.Ma è solo nell’agosto del 1942 che assisterà a quell’orrore che segnerà profondamente il suo animo facendolo diventare un messaggero e il portavoce della tragedia del popolo ebraico.
Prima di partire per una nuova missione a Londra due rappresentanti della resistenza ebraica (“uno rappresenta l’organizzazione sionista, l’altro l’Unione socialista ebraica, che si chiama Bund….”) lo fanno entrare per due volte nel Ghetto di Varsavia , un luogo di violenze e soprusi, privazioni e dolore dove i cadaveri sono abbandonati per le strade e i nazisti si abbandonano ad ogni atto di ferocia nei confronti degli ebrei (“…Mentre ci aprivamo una strada nel fango e nelle macerie, delle ombre che una volta erano state uomini e donne si agitavano intorno a noi…dappertutto la fame, i pianti dei bambini, il fetore dei cadaveri”).Poi i due leader ebrei riescono ad introdurlo in un lager, Izbica Lubelska, dove assiste ad una scena infernale: centinaia di ebrei vengono ammassati nei vagoni di un treno, sul cui pavimento è stata messa della calce viva. Un’altra memoria atroce e indelebile nella sua mente.Il messaggio che i due ebrei gli affidano è semplice: informare il mondo che Hitler sta sterminando il popolo ebraico e chiedere agli Alleati non solo di definire la salvezza degli ebrei come scopo della guerra ma anche di far conoscere la terribile verità agli abitanti del Reich (“…Dica loro che la terra dev’essere scossa dalle fondamenta affinché il mondo infine si svegli”).Arrivato a Londra Karski informa la stampa circa le condizioni disumane del ghetto di Varsavia, ottiene un colloquio con Anthony Eden il ministro degli affari esteri ( “era l’idolo della sua giovinezza”), infine come ultimo tentativo nel maggio 1943 giunge negli Stati Uniti per un incontro con il Presidente Roosevelt, con il compito affidatogli dal generale Sikorski (capo del governo polacco in esilio) di trasmettere il messaggio della Resistenza polacca e quello degli ebrei di Varsavia: “Dica loro la verità, nient’altro che la verità”.Tutto si rivela inutile, nessuno ascolta il suo messaggio e nessuna parola scalfisce l’indifferenza del mondo rispetto allo sterminio che si sta perpetrando in Europa.Nonostante la pubblicazione nel 1944 di un memoir che racconta la sua drammatica vicenda e ciò che ha visto nel corso di tre anni, il testimone non è riuscito a portare a termine la sua missione e rimane “inascoltato”. Diventato docente di storia alla Georgetown e alla Columbia University, trasmette ai suoi allievi il racconto di quell’ esperienza che così profondamente lo ha ossessionato per tutta la vita.“Con il mio libro – scrive l’autore - ho voluto rompere un tabù, il mio Jan Karski denuncia la menzogna degli Alleati, smaschera la loro presunta innocenza” ma mette anche in luce l’antisemitismo diffuso e la colpevole indifferenza dinanzi alle tragiche notizie che arrivano.Il libro di Yannick Haenel è un documento prezioso perché “è la letteratura che ha il compito di continuare la tradizione della memoria, anche dopo la scomparsa dell’ultimo testimone”.Giorgia Greco

mercoledì 29 settembre 2010



Attila Somfalvi

Tutto poteva accettare Netanyahu, tranne la frase “ha ceduto”

Benjamin Netanyahu avrebbe preferito perdere un dito o anche tutta una mano piuttosto che rinunciare ai titoli di giornale che in questi giorni annunciano ai quattro venti la ripresa delle attività edilizie ebraiche negli insediamenti (già esistenti) in Cisgiordania, e il fatto che il primo ministro israeliano “non ha capitolato” di fronte ad americani e palestinesi. Per Netanyahu, esaudire i coloni, che lo hanno votato, è un’opzione sicuramente migliore. Sul piano politico, il primo ministro israeliano aveva bisogno delle foto di bulldozer e betoniere tornate all’opera ad Ariel e Beit El: può così archiviare una “missione compiuta” di cui non poteva fare a meno. Ha dimostrato, soprattutto alla destra israeliana e ai partner della sua coalizione, d’essere uomo di parola, e di non aver ceduto e di non aver cambiato posizione circa la scadenza della moratoria fissata dieci mesi fa. I titoli che Netanyahu si è così faticosamente guadagnato nelle ultime settimane, resistendo alle pressioni americane e internazionali, valgono una piccola fortuna politica. E infatti non c’era modo di persuadere il primo ministro a prorogare il congelamento delle costruzioni scaduto domenica sera. Netanyahu poteva affrontare qualunque cosa tranne le parole “ha ceduto”. Non ancora una volta, non questa volta. Non dopo essersi conformato alle direttive di Washington per un anno e mezzo.Fin qui la politica. Ora bisogna tornare al gioco della diplomazia, che è lungi dal volgere al termine: e infatti prosegue senza sosta, sia in Israele che negli Stati Uniti. Stando a vari segnali giunti da Washington nei giorni scorsi, l’amministrazione Usa capisce i vincoli politici di Netanyahu ed è disposta a continuare i contatti a pieno ritmo con lo scopo di arrivare a un’intesa. I funzionari della Casa Bianca non vedono di buon occhio le celebrazioni negli insediamenti di Cisgiordania, ma si rendono conto che il primo ministro israeliano non ha alcuna intenzione di suicidarsi politicamente.Per il momento i contatti tra tutte le parti vanno avanti. Nessuno in Israele, nell’Autorità Palestinese e certamente negli Stati Uniti ha alcun interesse a porre fine ai colloqui diretti rilanciati solo un mese fa. La fine dei colloqui segnerebbe un rapido ritorno a un periodo buio in cui Israele si troverebbe nuovamente ostracizzato e isolato. Netanyahu coglie sia le implicazioni politiche che quelle diplomatiche; quindi cercherà di portare avanti i colloqui con americani e palestinesi e di arrivare alla fine a un’intesa.Anche Abu Mazen e Barack Obama hanno bisogno di questi colloqui, ciascuno per le sue ragioni. La portata delle pressioni esercitate su Abu Mazen e della sua risposta non sono chiare. Il premier palestinese potrebbe crollare sotto le pressioni arabe e interne palestinesi, e annunciare la sospensione dei colloqui. La Lega Araba si riunirà tra una settimana per discutere la ripersa delle costruzioni negli insediamenti. Fino ad allora c’è anche la possibilità che i palestinesi sospendano i colloqui pur protraendo i tentativi di arrivare a un compromesso, con la mediazione americana. Gli americani dal canto loro potrebbero promettere ai palestinesi che una sorta di congelamento di fatto continuerà sul terreno anche senza una moratoria ufficiale.Secondo alte fonti governative israeliane, il vero test arriverà quando le richieste di nuove licenze edilizie inizieranno ad accumularsi sulle scrivanie di Netanyahu e del ministro della difesa Ehud Barak (competente per la Cisgiordania). A quel punto Barak potrebbe ritardare le nuove licenze in Cisgiordania, mentre Natanyahu continuerebbe a bloccare le nuove costruzioni a Gerusalemme est come sta già facendo dall’inizio di quest’anno. I coloni avranno anche festeggiato lunedì scorso, ma Netanyahu è seriamente intenzionato a portare avanti i negoziati diretti ed essi dovranno presto accorgersi che, tranne qualche centinaio di licenze già rilasciate, passerà molto tempo prima che Barak e Netanyahu ne firmino di nuove.(Da: YnetNews, 28.9.10) Di Attila Somfalvi http://www.israele.net/


Golan

Eolico. Israele realizzerà grande impianto nel Golan

Il più grande a energie rinnovabili in Medio Oriente
Roma, 28 set. (Apcom-Nuova Europa) - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato il decreto con cui dichiara "progetto nazionale" il parco eolico da realizzarsi nell'area settentrionale delle alture del Golan. L'impianto eolico sorgerà nella zona compresa tra Massadeh e Majdal Shams e sarà costituito da 70 turbine per una potenza complessiva di a 155 MW. Si tratta del più grande impianto a fonti rinnovabili dell'intero Medio Oriente. A realizzare il parco saranno la società israeliana Multimatrix e la statunitense AES, con un investimento complessivo di circa 400 milioni di dollari. La costruzione dell'impianto dovrebbe iniziare nei prossimi sei mesi e essere completata per la fine del 2012. L'annuncio del primo ministro israeliano non ha mancato di sollevare perplessità in relazione agli esiti degli accordi di pace tra Israele e Siria che sancirebbero - probabilmente - il ritiro di Israele dalle alture del Golan e quindi anche dalla zona dove sarà realizzato l'impianto eolico. MultiMatrix tuttavia - che comunque ha preso il terreno per la centrale in affitto da residenti locali di religione drusa - non sembra però preoccupata al riguardo. Già all'inizio dell'anno, quando venne presentato il progetto, l'amministratore delegato Uri Omid dichiarò che "se Israele dovesse ricedere il Golan alla Siria, vorrebbe dire che c'è un accordo di pace, nel cui ambito noi saremmo compensati. D'altra parte la nuova centrale può lavorare per noi o anche per loro: qualcuno avrà sempre bisogno di energia elettrica".


Gerusalemme

Dal Libano «Ahmadinejad lancerà pietre verso Israele»

Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che sarà in visita ufficiale a Beirut il prossimo 13 ottobre, intende recarsi al confine provvisorio tra Libano e Israele e gettare simbolicamente delle pietre in direzione dello Stato ebraico. Secondo il quotidiano di Beirut «L’Orient-Le Jour», Ahmadinejad intenderebbe passare una notte in un luogo imprecisato del sud del Libano, roccaforte del movimento sciita anti-israeliano Hezbollah, finanziato dall’Iran. Tra gli appuntamenti che attendono il presidente iraniano nel sud del Libano ci sarebbe la cerimonia di inaugurazione di un centro socio-sanitario costruito con fondi iraniani a Marun al Ras, nel settore centrale della Linea Blu di demarcazione con Israele. Ahmadinejad dovrebbe quindi pronunciare un discorso ufficiale a Bint Jbeil, ribattezzata da Hezbollah, «capitale della resistenza (anti-israeliana)» e infine recarsi alla vicina Porta di Fatima, lungo il reticolato che separa il Libano dallo Stato ebraico, per concretizzare con un lancio di pietre il suo famigerato slogan «Cancellare Israele dalla faccia della Terra!». Ahmadinejad - secondo il giornale - sarà accompagnato nel Sud da una scorta armata di Hezbollah. http://www.ilgiornale.it/, 29 settembre 2010


Netanyahu accetta di incontrare Abu Mazen a Parigi

Roma, 29 set. (Ap-Apcom) - Israele ha accettato l'invito della Francia a tenere dei colloqui diretti con i palestinesi a Parigi il prossimo mese, anche se i palestinesi ancora ieri hanno minacciato di uscire dal negoziato di pace se il governo israeliano non accetterà di estendere la moratoria sulle costruzioni negli insediamenti in Cisgiordania, scaduta alla mezzanotte di domenica. Lo riporta il sito web del Jerusalem Post. L'ufficio del presidente palestinese Abu Mazen ha fatto sapere che non è stata presa ancora nessuna decisione riguardo all'invito che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha rivolto a entrambe le parti. Intanto ieri è giunto nella regione l'inviato speciale degli Stati Uniti George Mitchell, il quale tra oggi e domani incontrerà i responsabili delle due parti per favorire la ricerca di un compromesso sulla questione degli insediamenti, che rischia di far naufragare i colloqui di pace diretti, rilanciati il 2 settembre scorso. Oggi Mitchell incontrerà il premier israeliano Benjamin Netanyahu, e domani vedrà il presidente palestinese Abu Mazen.