giovedì 10 maggio 2012

Netanyahu, Anp colga occasione governo unita' nazionale

(ANSAmed) - GERUSALEMME, 08 MAG - ''Mi auguro che i palestinesi decidano di portare avanti il processo di pace.Spero che adesso tornino a considerare le loro posizioni e vengano al tavolo delle trattative, in maniera responsabile'': con queste parole il premier Benyamin Netanyahu (Likud) ha illustrato le ripercussioni auspicabili per la regione in seguito alla composizione di un 'Governo allargato di unita' nazionale' a cui hanno aderito i centristi di Kadima.Anche il leader di Kadima, Shaul Mofaz, ha manifestato la speranza che il nuovo esecutivo dia nuovo impeto ai contatti con i palestinesi. "Ho ricevuto da Netanyahu l'impegno a rimettere in moto" il processo di pace, ha detto Mofaz, in una conferenza stampa. La costituzione in Israele di un governo allargato di unità nazionale può rappresentare un'occasione per rilanciare il processo di pace, ha da parte sua replicato Nabil Abu Rudeina, un consigliere del presidente palestinese Abu Mazen. "Faccio appello al governo israeliano - ha detto Abu Rudeina - affinché sfrutti questa occasione per affrettarsi a raggiungere un accordo di pace con il popolo palestinese e la sua leadership: un accordo giusto e generale, che garantisca la sicurezza dei popoli della regione e faccia svanire i venti di guerra". L'obiettivo dell'Anp, ha precisato Abu Rudeina, è la costituzione di uno Stato palestinese indipendente che "abbia per confine le linee del 4 giugno 1967, con Gerusalemme per capitale". A questo fine è necessario il congelamento totale degli insediamenti, ha rilevato. "Occorre - ha concluso Abu Rudeina - che il nuovo esecutivo in Israele si riveli una coalizione di pace, non di guerra. Questo è l'unico modo per far fronte alle gravi minacce che incombono su questa Regione".

9Ren: contratti per 11 mln per 3 impianti fotovoltaici in Israele

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 08 mag - 9Ren Group sigla tre contratti del valore di circa 11 milioni di euro con FK Generators, principale fornitore israeliano di generatori diesel, per la realizzazione in Israele di tre impianti fotovoltaici in copertura. I tre impianti, per i quali 9Ren prevede strettissimi tempi di realizzazione, saranno installati sui tetti di alcuni capannoni, destinati principalmente all'allevamento, in tre kibbutz a Nord, Centro e Sud del Paese. I moduli utilizzati per gli impianti saranno circa 20 mila in silicio policristallino, per una potenza complessiva di 4,5 MW. Oltre a questi tre impianti 9Ren sta lavorando a nuovi progetti da varare nell'immediato futuro. L'annuncio e' stato dato dalla societa' nel corso del PV Summit di Verona.


Qualche utile immagine da tenere sottomano:


http://danilette.over-blog.com/article-superficie-d-israel-territoires-disputes-comparee-a-la-france-a-l-italie-a-la-serbie-a-la-mac-104683438.html

da Barbara



Sabena: operazione Isotopo quarant'anni dopo

http://ilblogdibarbara.wordpress.com/2012/05/09/sabena-operazione-isotope-quarantanni-dopo/



Centinaia di questi cartelli sono affissi in Hungheria in data marzo 2012!!!!!!!!


da Barbara

Voci a confronto

Nel giorno nel quale in Israele avrebbe dovuto essere ufficializzata la data di nuove elezioni che, a detta di tutti, avrebbero dovuto migliorare la posizione di Netanyahu alla Knesset, con una mossa tipica dei grandi statisti il premier israeliano annuncia l’intesa con il principale partito d’opposizione. A notte fonda Netanyahu e Mofaz hanno annunciato che il governo, nel quale Mofaz entra come vice premier e come autorevole membro del Consiglio di difesa, andrà avanti fino a ottobre 2013, cioè fino alla sua scadenza naturale. Nessuno vede in questa inaspettata decisione anche uno schiaffo a Tzipi Livni che forse avrebbe potuto mettere in disparte le aspirazioni personali e favorire il clima politico israeliano. Ora Mofaz ha avuto il coraggio, che certamente tutti sanno non essergli mai mancato (da Entebbe in avanti), per imprimere una fondamentale svolta alla politica del proprio partito e dello Stato stesso. Israele è di fronte a scelte importanti sulla legge del servizio civile obbligatorio per tutti coloro che non svolgono il servizio militare, sulla modifica delle leggi elettorali, per il consolidamento economico e, soprattutto, per le decisioni da prendere nei confronti dell’Iran. Mofaz sarà, tra l’altro, vice premier, e quindi sostituirà Netanyahu durante le sue assenze durante i viaggi all’estero, ma, soprattutto, potrà mettere a disposizione del governo le personali conoscenze dell’iran, suo paese natale, e negli ambienti di Washington, dove ha operato a lungo, in questi ultimi anni, come interlocutore strategico del governo americano (Battistini sul Corriere). Si è, nel recente passato, espresso contro un attacco preventivo, ma in politica, e soprattutto su un argomento delicato come questo, non sempre le parole corrispondono al proprio pensiero reale. Di questa decisione improvvisa ed inaspettata parlano oggi tutti i giornali; cito, in particolare, Avvenire che riporta le parole di Haaretz, mai tenero con Netanyahu: “bisogna ammettere che Netanyhu ci ha dato una lezione”. Chi non avrà apprezzato questa decisione sarà forse Yair Lapid, astro mediatico che stava per entrare in politica, che vede superate le proprie posizioni dal partito Kadima. Nel panorama della stampa italiana vanno riportate, in particolare, le parole de L’Unità che titola: Coalizione di guerra, e del manifesto che parimenti titola: Governo unitario per la guerra. Nella stampa estera Le Monde, normalmente severo col governo Netanyahu, dopo aver riconosciuto al governo israeliano una buona gestione dell’economia, sostiene anche le posizioni dei “dirigenti moderati” palestinesi (Abu Mazen? ndr) che confermano di aspettare il congelamento totale delle costruzioni nelle terre oltre le linee del ’67 prima di sedersi al tavolo delle trattative. Il Wall Street Journal scrive che, alla domanda postagli se tale decisione fosse stata presa per frenare il crescente peso all’interno del Likud degli abitanti di Giudea e Samaria, Netanyahu ha risposto chiaramente che questa non era la ragione della presente mossa politica. Pio Pompa (Foglio), che già nel recente passato fu il primo a scrivere di tre nuovi siti sotterranei in Iran, ritorna oggi su questo argomento; è sempre difficile, per il comune cittadino, sapere che cosa si dicono i politici nelle loro discussioni, ma oggi Pompa afferma che di questi siti, oramai noti a tutti coloro che non stanno con gli occhi chiusi, gli americani avrebbero preferito non parlare, per lungo tempo, con gli israeliani, causando col loro silenzio ulteriori difficoltà di intesa tra i due leaders. Daniele Raineri sul Foglio scrive che l’Arabia Saudita ha raddoppiato, incredibilmente, le proprie riserve di petrolio, e si domanda quale possa esserne la ragione. Anche l’Iran ne sta stoccando moltissimo sulle proprie petroliere alla fonda, ma questo è probabilmente dovuto alla mancanza di clienti (i sauditi, al contrario, hanno aumentato le loro vendite agli USA) che li ha costretti ad accettare le proposte cinesi di pagare in yuan. Di grande interesse è un articolo sul Figaro che riparte dagli attentati di Madrid e Londra per giungere a Tolosa. Il multiculturalismo ha permesso che le comunità musulmane mettessero solide radici in Europa e diventassero quasi autonome (ma è questo sempre un bene? il commentatore nasconde qui tutte le conseguenze nefaste ndr). Si ricorda poi che tassi di disoccupazione elevati e marginalizzazione socio-culturale nella Francia dei giorni nostri ha portato tanti giovani a diventare facile preda di predicatori estremisti religiosi; in Inghilterra, dove operano 85 tribunali che seguono la sharia, mentre sono state chiuse 1700 chiese anglicane, sono state aperte 1689 moschee, e mentre nascono tantissimi Mohammed (come anche nella capitale d’Europa Bruxelles), tanti giovani partono per i paesi più estremisti del Medio Oriente per ritornare “pronti a vendicare fratelli e sorelle musulmani”. Le Figaro elogia lo sviluppo di una classe media musulmana, una maggiore libertà della donna musulmana (davvero normale? ndr) e la presenza di personalità islamiche nelle posizioni politiche di primo piano (ma di nuovo se ne nascondono i pericoli potenziali, in alcuni casi ndr). Infine si augura che l’esempio dell’ebraismo nell’Europa di oggi possa servire a ottimizzare le relazioni anche col modo islamico. Infine su Repubblica Fabio Scuto dedica un articolo ad una manifestazione di solidarietà con i palestinesi imprigionati nella carceri israeliane (tra le quali “il famigerato carcere di Ofer”); ancora una volta Scuto fa finta di non vedere quelle che sono le realtà sul terreno, ed ancora una volta le colpe sono tutte degli israeliani. Sarà un caso se si trova, oggi, sulle posizioni della Morgantini e di Moni Ovadia? Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog/


Algeria - Matite con la scritta "I love Israel"

Matite colorate con la scritta "I love Israel" sul dorso, è quanto sta accadendo in Algeria non senza causare qualche polemica. A Mascara sono infatti arrivate confezioni di matite colorate, destinate agli alunni, con la inequivocabile dichiarazione d'amore per Israele. Le confezioni sono imballate con un quaderno da disegno, un'altra matita e un temperamatite, questi però senza scritta."La vendita di questo prodotto ai nostri bambini - ha commentato il genitore di uno studente - è semplicemente una incitazione ad amare lo Stato sionista israeliano". Le matite non sono state costruite in Israele. Portano invece l'immancabile marchio 'Made in China' e non quello del distributore.http://www.moked.it/

Antisemitismo e paraocchismo

Si parla molto, negli ultimi tempi – e, purtroppo, a ragion veduta – della recrudescenza dell’antisemitismo in Europa nel mondo, tanto che le dimensioni del fenomeno avrebbero indotto perfino le autorità europee a indagare su di esso, per misurarne l’estensione e la pericolosità, al fine di studiare possibili misure di contrasto. E non pochi interventi, su questo portale, così come sulla sua edizione cartacea, hanno offerto delle lucide, allarmate radiografie del pregiudizio antiebraico, considerato nelle sue odierne configurazioni e ramificazioni (di tipo politico, razzista, clericale, xenofobo ecc.). Nonostante la puntualità di tali analisi, resto comunque dell’idea che ogni tentativo di ‘catalogazione’ e ‘censimento’ dell’antisemitismo sia, in partenza, parziale e fallace, dal momento che cerca di fotografare un fenomeno che, da sempre, per sua stessa natura, è ambiguo, invisibile, sotterraneo. Di chi, oggi, in Italia, si potrebbe infatti dire, senza timore di smentita (o di condanne giudiziarie: vedere la vicenda Nirenstein-Vauro-Caldarola), che è antisemita? Chi è che dice apertamente “odio gli ebrei”, “morte agli ebrei” ecc.? C’è anche chi lo dice, purtroppo, ma è evidente che tali esplicite affermazioni – che, nel mondo islamico, non c’è bisogno di nascondere – circolano, da noi, quasi esclusivamente sul web, o nell’oscurità di ambienti ‘ghettizzati’ dell’estremismo di destra (e anche di pseudosinistra), e raramente vengono allo scoperto in ambito pubblico, sulla stampa cartacea o nel dibattito culturale e politico. Lo stesso vale per il negazionismo e il revisionismo, che hanno pericolosamente preso piede, arrivando perfino a penetrare in scuole e Università, ma restano tuttavia, grazie a Dio, almeno per ora, fenomeni marginali. Fuori dal ‘buio’ dei ghetti neonazisti o negazionisti, alla luce del sole, nella società civile, nella cultura, nell’opinione pubblica, nell’informazione, non c’è dubbio che l’antisemitismo, qui e ora, al 99 %, si cela nell’antisionismo. E qui, naturalmente, si pone l’eterno problema della distinzione tra la libera critica politica del governo di Israele - ovviamente, lecita, anzi salutare - e la delegittimazione globale dello Stato ebraico, del quale si auspica la distruzione - che sarebbe, essa sola, una forma camuffata di antisemitismo. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Anche in questo caso, ci dobbiamo chiedere: quanti, in Italia, dicono apertamente che lo Stato di Israele non dovrebbe esistere, o dovrebbe essere distrutto? Non sono molti. Quanti sono, invece, quelli che esercitano, con severità, la “libera critica”? Milioni, quasi tutti. Si dovrebbe forse impedirglielo? Dovremmo forse costringere tutti a elogiare il governo di Gerusalemme, qualsiasi cosa faccia? Dovremmo bollare quasi tutti quelli che criticano Israele di antisemitismo? Si tratta di domande retoriche, ma la seguente non lo è: cosa è che spinge tanti direttori di giornali, nel riempire le pagine degli esteri, a cercare notizie relative al Medio Oriente, con evidente preferenza rispetto ad altre aree, pur importanti, del mondo? Cosa li spinge a trascurare, nascondere, minimizzare qualsiasi cosa possa dare qualche ragione ad Israele, e a raccogliere ed enfatizzare tutto ciò che vada nella direzione contraria? Cosa li annebbia al punto da non vedere mai travi gigantesche, e sempre minuscole pagliuzze? Cosa li spinge a essere attratti dai torti (veri o inventati) di Israele come api dal miele, a cercarne le possibili ‘colpe’ con meticolosa, instancabile cura? E cosa, soprattutto, li induce a non scorgere il carattere assolutamente autogeno, autoreferenziale dell’ostilità antisraeliana, sulla quale qualsiasi eventuale comportamento virtuoso di Israele scivola come l’acqua? In altre epoche, l’ostilità antiebraica, com’è noto, aveva altre giustificazioni. E quasi tutti ne erano imbevuti. Tutti, per esempio, erano convinti che gli ebrei avessero, tutti insieme, ucciso Gesù. Come si sarebbe potuto individuare, allora, chi era antisemita? Lo erano tutti? O nessuno? Era il mondo di allora a essere, nel suo insieme, antisemita? Oggi, l’antisemitismo agisce in un altro modo, imponendo alla gente dei paraocchi, utili a nascondere la verità dei fatti, e a fare vedere, sempre e solo, le colpe di Israele. Ed è molto difficile, con questi paraocchi, esercitare una libera critica. Per questo, un ‘censimento’ dell’antisemitismo è pressoché impossibile. E può essere anche controproducente, dal momento che potrebbe dare un bel “bollino blu” di “non antisemita” a chi si impegna giorno per giorno, ora per ora, a spargere veleno contro la patria degli ebrei. Occorrerebbe quindi un nuovo concetto, una nuova parola. Proporrei ‘paraocchismo’. Quasi tutti gli ‘autisti’ dei nostri giornali supererebbero senza difficoltà il test alcolemico di antisemitismo. Molto più difficilmente quello di paraocchismo. Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/

Maurice Sendak (1928-2012)

Illustratore di un centinaio di libri ‘per bambini’ e autore, oltre che illustratore, di un’altra ventina di testi, vincitore di numerosissimi premi, Maurice Sendak era un personaggio di forza almeno pari di quelli che popolano i suoi libri.Aveva recentemente dichiarato: “Quando ti capita di incontrare i mostri molto presto, essi domineranno la tua vita per sempre. Se non riesci a controllarli finirai per assumere droghe, oppure chiuso in un manicomio. Se cerchi di controllarli finisci per diventare un autore di libri per bambini.” E lui è diventato uno dei più grandi, un vero Mostro sacro, definizione che forse gli sarebbe piaciuta. Certamente gli piaceva essere un personaggio, con idee molto chiare su praticamente tutto, e non erano necessariamente idee molto popolari, anzi. In effetti disse: “Non ho mai deciso che sarei diventato un autore di libri per bambini. Non ho la sensazione di voler salvare i bambini, o che la mia vita possa essere loro dedicata. Io non sono Hans Christian Andersen. Nessuno mi farà una statua da mettere in un parco con mucchi di bambini che si arrampicano sopra di me. Non se ne parla neppure!”Nato nel 1928 a Brooklyn da una coppia di immigrati polacchi, ebrei, Maurice Sendak sicuramente non ebbe un’infanzia serena e la sua famiglia gli diede materiale in abbondanza per quella che sarebbe diventata la sua professione. Molti dei suoi libri hanno un inizio particolarmente brutale, al punto che si potrebbero individuare due temi ricorrenti: i bambini abbandonati e la perdita dei genitori. “È quello di cui ho sempre scritto. Da bambino pensavo continuamente alla morte. Ma non è una cosa che puoi raccontare ai tuoi genitori, no?”Quando venne pubblicato il suo libro più famoso, Where the Wild Things Are (Nel paese dei mostri selvaggi, 1963), sia i suoi estimatori che i suoi detrattori iniziarono a chiamare lui Wild thing (Cosa selvaggia, tradotto in italiano come Mostro selvaggio). Fino ad allora Sendak era noto soprattutto come l’illustratore delle Storie di orsacchiotto di Else Holmelund Minarik, e l’uscita del suo libro, il primo come autore ed illustratore cambiò decisamente le cose. Non si trattava più di un cucciolo adorabile e della sua attenta mamma bensì di un quattrenne pestifero travestito da lupo che viene mandato a letto senza cena e di una ridda di mostri che piantano un putiferio pazzesco e vengono lasciati liberi, a disposizione di un pubblico di piccoli lettori.“Un libro da non mettere in mano a bambini sensibili che potrebbero esserne negativamente influenzati” fu una delle opinioni più moderate fra quelle che seguirono l’uscita del libro. Anche altri suoi volumi furono tolti dagli scaffali perché considerati troppo spaventosi e inquietanti per i bambini (per esempio In the Night Kitchen, del 1970, fu sottoposto a censura) ma proprio questa sua capacità di dare vita ai mostri è la caratteristica che lo ha fatto amare così appassionatamente dai suoi lettori.Maurice Sendak ha rivoluzionato l’approccio alla narrativa per ragazzi e il modo in cui i lettori vedono l’infanzia, lasciando nelle sue pagine ciò che gli altri avevano escluso. I bambini da lui raffigurati possono comportarsi male e non avere rimorsi, nei loro sogni e nei loro incubi volano in luoghi di cui nessuno immaginerebbe l’esistenza, incontrando mostri e ogni sorta di creature bizzarre.In un’intervista rilasciata nel 93 si trova una spiegazione esaustiva: “Gli adulti hanno un bisogno disperato di sentirsi al sicuro, e proiettano questa loro necessità sui bambini. Ma quello che nessuno di noi sembra realizzare è quanto i bambini siano in gamba. A loro non piace quello che scriviamo ‘per i bambini’, quello che prepariamo apposta per loro, perché si tratta di cose insulse mentre loro cercano cose forti, concetti difficili, vogliono confrontarsi con qualcosa da cui possano imparare, non racconti didattici, vogliono racconti appassionati”.E in un’altra intervista: “I bambini sono forti, anche se noi ce li rappresentiamo come fragili. Devono esserlo, l’infanzia non è un periodo facile, anche se noi ne abbiamo una visione sentimentale. Capiscono bene cosa è reale e cosa non lo è, capiscono le metafore e i simboli. Se i bambini sono differenti da noi, è perché sono più spontanei, mentre gli adulti negli anni si sono ricoperti di un guscio fatto di scorie”. Per chiarire definitivamente il concetto ha dichiarato: “Non scrivo per i bambini. Non scrivo per gli adulti. Scrivo e basta.”Ada Treves -http://www.moked.it/

Voci a confronto

Nella rassegna stampa di oggi non sono numerosi gli elementi di pertinenza ebraica. Oltre alla notizia della marcia di solidarietà con i cristiani perseguitati in Africa e in Oriente indetta dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Comunità ebraica di Roma, da mettere in rilievo c’è la nomina del nuovo presidente del Centro Studi Primo Levi: come riferisce Avvenire al posto di Amos Luzzatto subentra lo scrittore Ernesto Ferrero, animatore del Salone del libro di Torino e autore di una molto nota biografia di Primo Levi. Il direttore del centro resta lo storico Fabio Levi.Vi è è poi un’analisi di Giulio Meotti sul Foglio, che merita certamente di essere letta come tutto il lavoro di questo giornalista che oggi è il migliore informatore, il più attento e competente fuori dal mondo ebraico, che scriva dal Medio Oriente sui giornali italiani. Prima ancora che si apprendesse del grande accordo Likud-Kadima che allontana la prospettiva di elezioni anticipate, Meotti si pone il problema del rapporto fra la scelta di elezioni anticipate a settembre fatta da Netanyahu e la prospettiva di un bombardamento delle istallazioni atomiche iraniane, prima che lo stato degli ayatollah raggiunga lo stato di “immunità” che gli sarà garantito dal possesso dell’arma nucleare o dallo stare sulla soglia dell’armamento atomico, con tutti i materiali e il know how pronti e la capacità di montare una bomba in poche settimane. Fra le eventuali elezioni israeliane, che se andranno come previsto rafforzeranno molto da settembre la legittimazione di Netanyahu e consentiranno una rapida formazione del nuovo governo, e le elezioni americane di novembre ci sarebbero due mesi in cui l’azione militare potrà avvenire. Così la pensano le fonti di intelligence consultate da Meotti, mentre Haaretz sembra credere che con le elezioni il discorso Iran si chiuda. Solo il futuro potrà dire quale opinione sia giusta in questa difficilissima scelta che il governo israeliano deve assumere.Ugo Volli, http://moked.it/blog/