giovedì 10 gennaio 2013

  Immigrati africani 

Mentre c'é ancora chi sostiene la tesi oltraggiosa - ma ormai più ridicola: non ci crede più nessuno - dell'apartheid in Israele; un volo charter ha appena trasportato 240 immigrati africani nello stato ebraico. Il volo è il primo di una serie, facente parte del programma "Dove’s Wings", un'iniziativa pubblica che favirirà l'aliyah delle comunità ebraiche dell'Etiopia, convertite con la forza al cristianesimo durante il 19esimo e 20esimo secolo.
Il programma, da 17.5 milioni di shekel israeliani, sarà completato entro un anno. Già ieri sono sbarcati a Tel Aviv i primi, simpatici, nuovi cittadini israeliani.30 ottobre 2012,http://ilborghesino.blogspot.it/

Sempre più palestinesi vogliono diventare israeliani 

Non si può negare che richiedendo la cittadinanza israeliana, sfidando i moniti dell'OLP e di Hamas, i palestinesi intendano vivere sotto la giurisdizione israeliana, anziché quella araba. L'Autorità Palestinese (AP) si mostra preoccupata per il crescente numero di palestinesi di Gerusalemme che richiedono la cittadinanza israeliana. Hatem Abdel Kader, residente nel West Bank governata da Al Fatah, ma in possesso di "passaporto di Gerusalemme", ha rivelato che più di 10 mila palestinesi di Gerusalemme hanno ottenuto la cittadinanza israeliana. E attribuisce questo crescente fenomeno al fallimento del progetto dell'AP e all'incapacità dei paesi arabi e islamici di supportare concretamente i residenti arabi di Gerusalemme.In altre parole, egli riconosce che Israele fa per i palestinesi molto più di quello che la leadership palestinese e l'intero mondo arabo e islamico ha fatto per essi.Secondo le statistiche rese note dal Ministero degli Interni, nell'ultimo decennio 3.374 palestinesi hanno ottenuto la cittadinanza israeliana; con un trend esponenziale negli ultimi due anni. I palestinesi che vivono a Gerusalemme godono della condizione di residenti permanenti in Israele. Ciò consente loro di possedere una documento di identità israeliano, sebbene non possano ottenere un passaporto. In altre parole, godono di tutti i diritti dei cittadini israeliani, con l'unica eccezione rappresentata dalla possibilità di votare alle elezioni generali.La legge israeliana consente a tutti di richiedere la cittadinanza. Eppure, nei primi vent'anni dopo la riunificazione di Gerusalemme del 1967, pochi palestinesi ne fecero richiesta: all'epoca, ciò era considerato un gesto di tradimento; e l'OLP, aperta minacciava i palestinesi che valutavano di agire in tal senso. Ma la tendenza è mutata dopo la sottoscrizione degli Accordi di Oslo del 1993, e con la nascita dell'Autorità Palestinese dell'anno successivo: d'un tratto, il numero di richiedenti è aumentato esponenzialmente, con i palestinesi che non hanno più mostrato timore o vergogna nel presentarsi agli uffici competenti del Ministero degli Interni per richiedere la cittadinanza israeliana. Il principale motivo addotto è il timore che Israele possa cedere la sovranità di Gerusalemme Est all'AP: ciò li priverebbe di tutti i privilegi goduti in quanto residenti sotto la giurisdizione israeliana, inclusi l'accesso alla sanità e all'istruzione pubblica, nonché la libertà di movimento e di lavorare.Inoltre, i palestinesi di Gerusalemme realizzano che malgrado le difficoltà che incontrano in Israele, le loro condizioni di vita risultano di gran lunga migliori di quelle di cui godrebbero se vivessero sotto la giurisdizione dell'AP. La mancanza di democrazia e la massiccia corruzione inducono altresì molti palestinesi a richiedere la cittadinanza israeliana, come modo per garantirsi un futuro sotto la sovranità dello stato ebraico: come ha efficacemente riassunto un palestinese: «preferisco vivere nell'inferno degli ebrei, che nel paradiso di Hamas o di Arafat».Un altra ragione per cui i palestinesi si affrettano a richiedere la cittadinanza israeliana è il timore che le autorità possano loro revocare il documento di identità israeliano: secondo la normativa, gli arabi che risiedono a Gerusalemme, e che vanno a vivere al di fuori dello stato, perdono automaticamente il loro status di residenti permanenti. Negli ultimi dieci anni, in effetti, molti residenti palestinesi che sono andati a vivere nel West Bank hanno perso la loro carta d'identità israeliana.Molti di coloro che hanno richiesto la cittadinaza israeliana sono cristiani di Gerusalemme, timorisi di finire sotto la giurisdizione palestinese o addirittura sotto Hamas.Ironicamente, ottenere la cittadinanza israeliana è stato un modo agevole per gli arabi per assicurarsi i diritti sociali, economici, sanitari e di istruzione che solo questo stato garantisce in questa estensione. Non vi è dubbio che richiedere la cittadinanza israeliana, in contrasto con le raccomandazioni di Hamas e dell'OLP, sia una affermazione politica di principio da parte dei richiedenti, i quali ammettono di preferire di vivere sotto la giurisdizione israeliana, anziché sotto quella araba. di Khaled Abu Toamhe,hGatestone Institute International Policy Council,http://ilborghesino.blogspot.it/

Voci a confronto

Proseguono, sulla stampa italiana e internazionale, gli omaggi a Rita Levi Montalcini. Da leggere, tra gli altri, la riflessione di Giorgio Israel sul Foglio sulle numerose occasioni perse dal nostro paese in campo scientifico.Sei milioni di individui: è questo, secondo le ultime rilevazioni, il dato relativo alla popolazione ebraica di Israele. Una cifra straordinariamente simbolica che viene oggi elaborata da Stefano Jesurum sul Corriere della sera.Sempre in Israele, durissima protesta degli ambasciatori contro le ultime scelte del governo di Gerusalemme in merito alla costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania. La replica dell’esecutivo: “Dimettetevi”.L’antisemitismo dilaga nelle curve degli stadi di tutta Europa. La denuncia è del Centro Wiesenthal ed è oggi riportata da Repubblica. Il Guardian intanto lancia l’allarme: in Italia in forte aumento il culto di Mussolini.  http://moked.it/blog/

Zahavi verso il ritorno in Israele

 Sembra terminata l'avventura in Italia di Eran Zahavi, fantasista israeliano in forza al Palermo. Scarsamente impiegato nel corso della stagione (appena tre presenze, nessuna dall'inizio), il calciatore - arrivato nell'estate del 2011 con l'arduo compito di non far rimpiangere Pastore - è vicino a un accordo con il Maccabi Tel Aviv.http://www.moked.it/

L'antisemitismo e il mondo antico

Degno di attenzione un volume recentemente apparso in Germania, nel quale l’autore, Volker Herholt, si impegna in un’attenta analisi del fenomeno dell’antisemitismo nel mondo antico, ai fini di una più meditata comprensione dell’intrinseca natura del velenoso fenomeno storico (Antisemitismus in der Antike. Kontinuitäten und Brüche eines historisches Phänomens).L’autore parte da una constatazione di fondo, ossia la presa d’atto che di antisemitismo, relativamente al mondo pagano precristiano, non si parla mai, o quasi mai, giacché il termine, o i suoi equivalenti, sia pure variamente intesi, risultano adoperati soltanto a partire dall’avvento del cristianesimo, che avrebbe introdotto il pregiudizio ideologico verso il popolo mosaico, ritenuto integralmente e perpetuamente responsabile per non avere voluto riconoscere quel Messia la cui venuta diceva di attendere, e di averlo anzi messo a morte. Secondo le ricostruzioni correnti, questa contrapposizione, dopo avere segnato di sé tutti i secoli del Medio Evo e dell’età moderna, si sarebbe quindi trasformata, a partire dall’Illuminismo, nelle nuove forme di ostilità antigiudaica, diverse da quella di matrice teologica, e tuttavia a questa direttamente collegata, in quanto evidentemente nutrite dalla millenaria predicazione di odio e intolleranza.Herholt nota quindi che, nella storiografia dominante, la storia del popolo ebraico, e, soprattutto, dei rapporti verso di esso da parte delle altre culture e civiltà, apparirebbe spezzata da una netta cesura, segnata dall’avvento del cristianesimo (dapprima col suo consolidamento dottrinale, fin dal secondo secolo, e, ancor più, con la sua vittoria politica, con Costantino), evento che determinerebbe un chiaro spartiacque, valevole a separare le vicende tra un ‘prima’ e un ‘dopo’: e le indagini sull’antisemitismo sarebbero così state tutte confinate nel solo spazio cronologico del ‘dopo’, quello del ‘tempo cristiano’, giacché, prima di esso, il fenomeno non sarebbe esistito.Questa impostazione, però, secondo Herholt, sarebbe errata, dacché l’avvento del cristianesimo non avrebbe affatto segnato la ‘nascita’ dell’antisemitismo, ma unicamente una sua risignificazione ideologica, sia pur particolarmente importante e significativa, la quale non avrebbe fatto altro che fornire nuovi pretesti ideologici e nuovi strumenti di giustificazione a una forma di ostilità (l’ostilità antiebraica) che già sarebbe esistita nel mondo pagano. La storiografia sarebbe quindi in difetto, dal momento che si sarebbe costantemente schierata nel senso di una netta cesura e discontinuità storica tra era pagana e cristiana, che non troverebbe adeguato riscontro nella realtà, e parrebbe anzi contraddetta dalle numerose testimonianze (soprattutto Tacito, e alcuni passi di Cicerone, Ovidio, Orazio, Giovenale, Marziale) di un pregiudizio antiebraico presente anche nell’antichità pagana.Le conclusioni di Herholt, però, nonostante la serietà dell’impegno profuso, e l’onestà intellettuale dell’autore, sono da respingere. I coloriti giudizi antiebraici degli autori pagani riportati (come quelli tratti dal quinto libro delle Historiae di Tacito: “teterrima gens”, “despectissima pars serventium”, la “gens supestitioni obnoxia, religionibus adversa”, “proiectissima ad libidinem”, il “genus hominum invisum deis”) appartengono semplicemente al ricco panorama della letteratura polemica romana contro barbari e peregrini, e non hanno proprio niente a vedere con quello che siamo abituati a chiamare antisemitismo. Gli ebrei si presero, nel mondo pagano, la loro buona dose di insulti e invettive, come tutti gli altri popoli, ma non divennero mai una gente maledetta, segnata da un indelebile marchio di Caino, come sarebbe avvenuto in età cristiana.La cesura (il “Bruch”) tra il mondo pagano e l’era cristiana, nonostante le obiezioni di Herholt, esiste, e tra la giudeofobia ‘politica’ degli autori pagani e quella ‘teologica’ dei Padri della Chiesa c’è una netta, innegabile differenza qualitativa. Ma, anche chi non voglia scorgerla, dovrebbe per lo meno provare a confrontare i due fenomeni sul piano quantitativo, per poi cercare di spiegare l’impressionante lievitazione dell’antigiudaismo a partire da un certo momento storico: quanti ‘antisemiti’ pagani ha trovato Herholt, alla fine di un’analisi attenta e minuziosa? Tacito, un po’ di Cicerone, e poco altro. Quantice ne sono ‘dopo’? Occorrerebbero molte pagine a fare un elenco solo dei più noti. Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/

 

 Una pizza fra amici per parlare di Israele e informazione davanti a qualche cosa di buono da mangiare, a prima vista poteva anche sembrare una scusa un po’ banale per passare qualche ora insieme, ma la risonanza che l’idea ha avuto nei vari gruppi pro Israele che esistono in Facebook ha fatto sì che una semplice idea di Massimo La Verde e Flaminia Sabatello  diventasse un evento che ora ha un nome: “Pizza for Israel”.Sull’onda degli inviti fatti sulle pagine di Facebook anche in altre città si è pensato di replicare in contemporanea e anche altre persone hanno riorganizzato, con la stessa denominazione, eventi identici e in contemporanea anche a Milano, a Napoli e in Sardegna, con un’affluenza tale che la signora Luciana Stella, organizzatrice dell’evento meneghino, si è trovata nella spiacevole situazione di dover rifiutare le richieste di partecipazione per mancanza di spazio disponibile nel locale.Nelle ultime ore si è aggiunta anche Udine la capitale del Nord Est che su iniziativa della dottoressa Rosj Domini, del Prof Elio Cabib, di Donata Pedrosa e degli amici dell’associazione amicizia Italia –Israele di Codroipo stanno organizzando, visto che il Friuli è terra di vini, una “Bicchierata for Israel”.La voglia di sentirsi uniti contro il sempre più dilagante antisemitismo mascherato da antisionismo o da criticità nei confronti della politica dello stato di Israele, il desiderio di confronto e di denuncia sulla disinformazione che da anni mistifica le notizie che arrivano dal Medio Oriente e da Israele in particolare, si sta facendo sempre più importante al punto che anche una serata fra amici può diventare un momento di riflessione, comunione e, perché no, protesta.Protesta contro quelle testate che a senso unico, e per motivi che sono ancora tutti da decifrare, demonizzano l’unica democrazia mediorientale, l’ultimo bastione di difesa della democrazia e del progresso civile contro l’avanzata sempre più tracotante di quell’Islam estremista che in alcun modo non può essere sdoganato nelle nazioni occidentali.Ma Israele è una democrazia vera, compiuta e completa, una nazione fiera delle sue libertà e che è disposta a tutto pur non arrendersi sia davanti a chi la democrazia vorrebbe cancellarla per sempre da ogni nazione ancora civile sia davanti a coloro che sono ancora vittime del germe dell’antisemitismo.A questo punto anche una pizza mangiata in allegria accompagnata da una Birra fresca o da una Coca cola  fra scherzi e risate, può diventare un momento importante, un momento in cui si sente il bisogno, ebrei e cristiani insieme, religiosi e laici, di destra o di sinistra, di riaffermare il principio di libertà e eguaglianza, principio che oggi più che mai non solo viene messo in discussione, ma è, inutile girarci intorno, fortemente minacciato.Il pensiero dopo la buona riuscita di questo primo tentativo, le premesse ci sono tutte, e che eventi di questo tipo prendano sempre più piede e che coinvolgano parti sempre più importanti della società civile, una società che se vuole rimanere tale non può più permettersi il lusso di guardare dall’altra parte mentre una nazione leader fra le nazioni viene ingiustamente delegittimata e infamata.http://www.michaelsfaradi.it/

mercoledì 9 gennaio 2013

Effetti collaterali della «primavera araba» 

Di Guy Bechor http://www.israele.net
Tra gli effetti collaterali del virus della “primavera araba” vi sono le minacce e gli improperi diretti contro Israele. Si tratta di uno fenomeno abbastanza bizzarro: di questi tempi tutti i leader mediorientali, sia “moderati” che “estremisti”, minacciano e maledicono Israele. Che si tratti di Ahmadinejad e di Erdogan, i grandi estimatori del sionismo, o del consigliere di Morsi e della Fratellanza Musulmana, o dei collaboratori di Assad e dei ribelli siriani (ciascuna parte accusa Israele di aiutare l’altra, mentre nessuna delle due è di alcun interesse per Israele), di soggetti del terrorismo come Hezbollah e Hamas o dei “moderati” tipo Autorità Palestinese e Giordania, tutti danno addosso a Israele. Uno minaccia che Israele non esisterà più di qui a dieci anni, l’altro proclama che ha già finito di esistere; uno minaccia Israele coi missili e la demografia, l’altro lo minaccia con l’Onu, e il suo vice con la Lega Araba. Nessuno fa nemmeno il tentativo di essere un po’ più “politicamente corretto”, quando l’argomento è Israele: tutti si sentono autorizzati a dire qualunque cosa.
La domanda è: perché? Perché i leader mediorientali si prendono la briga di minacciare Israele quando i loro paesi deperiscono, le loro economie sono al collasso e loro stessi sono sotto la minaccia di contro-rivoluzioni, mentre le loro promesse di riforme non si materializzano mai?La domanda contiene in sé la risposta. Per vari decenni i leader arabi e mediorientali hanno cercato di nascondere l’amara verità ai cittadini deviando la loro attenzione su Israele. Come strumento per la loro sopravvivenza hanno costruito pletorici eserciti a leva obbligatoria, che non possono più finanziare, e hanno condotto sistematiche campagne di propaganda per incolpare Israele di tutto. Per decenni le masse hanno abboccato e hanno gridato: “Morte a Israele, lunga vita al presidente”.Ma negli ultimi due anni la verità è venuta a galla: non c’è alcun nesso fra Israele e la disastrosa condizione economica e sociale in cui versa il mondo arabo, con i gruppi etnici contro i gruppi etnici, le tribù contro le tribù, le religioni contro le religioni, la violenza e il sangue. E quelli che promettevano “l’islam è la soluzione” non hanno alcun modo di mantenere la loro quasi mistica promessa.In altre parole, le minacce contro Israele fanno parte di un tentativo disperato, patetico, quasi grottesco di tornare ai bei vecchi tempi quando a milioni credevano in queste menzogne.Sia chiaro, le minacce non indicano sempre una concreta intenzione di fare la guerra a Israele. I nuovi leader arabi sono ben consapevoli della forza economica e militare di Israele. Si tratta per lo più dell’ennesimo tentativo di usare Israele per indirizzare verso l’esterno la rabbia araba.Minacce e insulti non hanno molto effetto su Israele, un paese di otto milioni di persone con l’esercito più forte del Medio Oriente e il mercato in più rapida crescita dell’Occidente. È piuttosto la stabilità dei regimi mediorientali che dovrebbe essere misurata in base alla quantità di minacce che fanno a Israele. Più il regime è debole, più fa minacce. E viceversa.(Da: YnetNews, 7.1.13)

Ma Abu Mazen è un partner credibile? 
 Di Shlomo Cesana e Daniel Siryoti http://www.israele.net/
La scorsa settimana il presidente d’Israele Shimon Peres ha esortato il governo israeliano ad abbracciare il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) definendolo “un interlocutore per la pace”. Ma un nuovo sguardo ai cosiddetti “Palestine Papers” trapelati circa un anno fa offre un’immagine completamente diversa del leader palestinese.I documenti, che espongono in dettaglio le consultazioni circa il processo di pace dietro le quinte del versante palestinese fra il 1999 e il 2010, finirono nelle mani della tv pan-araba Al-Jazeera lo scorso mese di gennaio, sebbene una parte del loro contenuto fosse già stata rivelata in precedenza da WikiLeaks.Attraverso questi documenti si può anche apprendere fino a che punto fossero disposti a spingersi nei negoziati i leader israeliani e come vennero accolte le loro proposte dalla controparte. Alla luce delle osservazioni di Peres, Israel Hayom ha ritenuto di riesaminare gli aspetti controversi dei Palestine Papers.I documenti mostrano che, quando l’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert mise sul tavolo quella che si presentava come l’offerta di pace di più ampia portata, Abu Mazen disse alla sua squadra di negoziatori di “non impegnarsi con nessuna controfferta per evitare che i palestinesi vi restassero vincolati”.Le carte indicano che le due parti appianarono numerosi dettagli di un potenziale accordo per lo status definitivo, fino al momento in cui Olmert consegnò ad Abu Mazen una proposta di pace complessiva. I documenti raccontano una storia assai diversa dalla vulgata più comune secondo cui Abu Mazen non ebbe il tempo di rispondere perché Olmert fu costretto a dare le dimissioni, nel 2008, a seguito di accuse di corruzione: innanzitutto perché Abu Mazen non aveva alcuna intenzione di rispondere all'offerta di pace.Nel settembre 2008 il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat riunì la sua squadra e passò in rassegna tre possibile risposte. La prima era una controfferta comprendente anche una mappa che sarebbe stata mostrata agli interlocutori israeliani, ai quali però non sarebbe stato permesso trattenerla. La seconda opzione era di dare una risposta evasiva o ambigua. L’ultima opzione era un rifiuto puro e semplice.Poco dopo la rivelazione di questi documenti, Erekat annunciò che abbandonava l’incarico, sebbene ad oggi le sue dimissioni non siano ancora diventate effettive.Erekat, stando ai documenti, disse ai suoi colleghi di considerare una quarta possibile risposta, da formulare in modo tale da garantire che i palestinesi non venissero incolpati del rifiuto di un possibile accordo. La risposta avrebbe inoltre incluso una richiesta di ulteriori negoziati su questioni irrisolte. Soprattutto, la risposta doveva essere formulata in modo da consentire facilmente, se necessario, una marcia indietro.A quanto risulta, il piano israeliano prometteva ai palestinesi il 98% dei cosiddetti territori occupati. Il testo non proclamava la fine del conflitto e non prevedeva disposizioni a garanzia che le parti non avanzassero in futuro ulteriori rivendicazioni. Contrariamente a quanto riportato dai mass-media, il piano di Olmert non prefigurava che un’entità internazionale amministrasse l’area del Monte del Tempio di Gerusalemme nota come “Bacino Sacro” (che include il Muro Occidentale o “del pianto”, il Monte degli Ulivi e il quartiere ebraico). Piuttosto Olmert voleva che la questione venisse lasciata fuori dall'accordo per essere successivamente risolta attraverso ulteriori negoziati con il coinvolgimento di negoziatori palestinesi, israeliani, statunitensi, sauditi ed egiziani. Ma qualunque soluzione di compromesso avrebbe dovuto essere innanzitutto accettata da Israele e Autorità Palestinese, e non imposta da parti terze.Interpellati su quanto emerge dai Palestine Papers, i rappresentati palestinesi di Ramallah si sono rifiutati di commentare. Tuttavia un alto funzionario dell’ufficio di Abu Mazen ha detto: “Come già a suo tempo, quando questi documenti vennero fatti trapelare, noi pensiamo che siano solo un’ennesima cospirazione ordita da Israele, insieme ad alti funzionari di Al-Jazeera e WikiLeaks”.(Da: Israel HaYom, 1.1.13)

Israele: galeotte furono la politica e la Tv

Non è solo un gossip ma un vero e proprio caso che dovrà essere risolto dalla Commissione per l'etica della Televisione di Stato israeliana, la relazione tra la bella giornalista della stessa Tv di Stato, la IBA, Geula Even, e l'affascinante ministro dell'istruzione Gideon Saar, dirigente del Likud (partito che è dato per vincente alle prossime elezioni). Tutto prima del 22 gennaio, giorno in cui la giornalista dovrà condurre, con una collega, la prestigiosa trasmissione in diretta sull'esito delle legislative israeliane. La relazione tra i due è emersa nelle ultime settimane diventando uno degli argomenti principali dell'informazione israeliana, tanto che il tabloid Yediot Ahronot mostra a piena pagina l'immagine di un tenero abbraccio fra il ministro dell'istruzione Saar e Geula (che sarebbe temuta da molti politici per le sue interviste al vetriolo basate su domande incalzanti e pungenti). Saar e Even hanno molto in comune: belli, rampanti, sull'onda del successo e da qualche settimana protagonisti dei rotocalchi israeliani, hanno entrambi divorziato recentemente ma c'è chi, dietro alla loro esibita love story, parla di strategia per garantire maggior visibilità al ministro. In seguito alla love story e in vista del dibattito di gennaio la commissione etica, presieduta da Bella Kahane e convocata d'urgenza, ha discusso animatamente e a lungo per decidere se la Even, visto il coinvolgimento, potrà ancora moderare il dibattito a causa del "conflitto d'interessi", ma senza addivenire ad una decisione e rinviando il verdetto finale ad una sessione futura. La questione é: la bella Even è ancora in grado di essere sferzante come in passato con i membri del partito del suo compagno?http://www.millecanali.it

Cosmetici testati sugli animali: Israele li vieta

 I cosmetici testati sugli animali non potranno più essere venduti e importati all’interno dei confini dello stato d’Israele. Con l’arrivo dell’anno nuovo, la nazione conferma nuovamente il suo impegno in favore delle istanze animaliste, inaugurato nel 2007 con il divieto di condurre test animali in laboratorio sui prodotti per la cura estetica della persona.La legge, ratificata nel 2010 ed entrata in vigore il primo gennaio, impone l’esclusione dalla vendita di tutti i ritrovati cosmetici, dai rossetti agli shampoo, che abbiano comportato test animali in fase di produzione. Si tratta di un importante aggiornamento della normativa introdotta nel 2007: non solo non si potranno più condurre test in loco, ma non si potranno nemmeno importare prodotti basati sulla sperimentazione animale prodotti in altre nazioni. Il divieto, tuttavia, non coinvolge medicinali o ritrovati per l’automedicazione, dove i test sugli animali rimangono ammessi.Eitan Cabel, rappresentante della compagine animalista al parlamento israeliano, spiega come questa decisione sia storica non solo dal punto di vista commerciale, ma soprattutto da quello etico. Un singolo cosmetico costringe gli animali a sottoporsi a circa 3.000 test, causandone spesso una morte dolorosa.L’industria ha fatto ricorso a questo tipo di sperimentazione per vagliare l’assenza di rash cutanei o reazioni allergiche all’applicazione di un composto, ma dato l’esiguo rischio per la salute umana si è deciso di salvaguardare gli animali da una simile condanna. Il discorso è ovviamente diverso per tutte quelle sostanze che necessitano di ingestione o iniezione, dove la sperimentazione diviene praticamente obbligatoria.Anche in questo caso, gli animalisti hanno contestato la poca fondatezza di simili esperimenti, confermata la diversità biologica tra uomo e cavie con conseguenti risultati fuorvianti. Allo stesso tempo, però, i legislatori han ritenuto fosse troppo rischioso somministrare farmaci o altre sostanze all’uomo senza adeguati test di sicurezza, ma si è promesso un cambio di orientamento non appena le metodologie d’indagine alternative si riveleranno sufficientemente affidabili anche in campo medico.Anche l’Unione Europea ha passato al vaglio lo stop alla commercializzazione di cosmetici testati sugli animali e il ban effettivo dovrebbe arrivare nel corso del 2013. Così come riporta PETA, sembra vi siano pressioni dall’industria affinché la data definitiva del divieto venga spostata al 2014, per permettere alle società di adeguarsi in tempo alle nuove normative.Si ricorda che già da oggi i consumatori possono contribuire ad alleviare le sofferenze animali con l’acquisto consapevole: è sufficiente scegliere i prodotti “cruelty-free”, abbondanti sul mercato e ben riconoscibili dalle loro etichette.http://www.greenstyle.it/