lunedì 6 ottobre 2008
Feng Shan Ho
Feng Shan Ho, conosciuto anche come lo "Schindler cinese", era nato nel 1901 nella provincia centrale dello Hunan. Ridotto in povertà dalla morte del padre quando aveva sette anni, era stato aiutato negli studi da una missione luterana norvegese. Ebbe un’educazione occidentale e improntata all'arte (fu anche poeta), cosa che non sradicò il suo profondo attaccamento i principi confuciani. Nel 1932 conseguì un dottorato di ricerca in Politica economica presso l’università di Monaco di Baviera. Nel 1938 divenne console generale a Vienna del Governo nazionalista del Kuomintang. Capì subito il pericolo che gli ebrei correvano e nella sua posizione, nonostante l’opposizione dei nazisti, freschi padroni dell’Austria, rilasciò permessi di viaggio al ritmo di 500 al mese. I nazisti lo sfrattarono con la scusa che la sede del consolato era affittata da un proprietario ebreo. Lui, non fidandosi di loro, spedì la famiglia negli Usa e continuò imperterrito da un’altra sede, più piccola, fino al 1940, quando fu costretto ad andarsene. Morì a San Francisco nel 1997 sconosciuto ai più, anche a coloro che aveva beneficato. Quattro anni dopo, il riconoscimento dello Yad Vashem. (Ho recuperato la sua vicenda da più fonti in rete, non riuscendo a ritrovare il paginone a lui dedicato, che avevo letto cinque anni fa, sul Reinischer Merkur). http://toniokm.go.ilcannocchiale.it/
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Giusti fra le Nazioni
Aristides de Sousa Mendes
Aristides de Sousa Mendes (Cabanas de Viriato, 19 luglio 1885 – Lisbona, 3 aprile 1954) è stato un diplomatico portoghese. Insignito dell'Ordine Militare di Cristo. Rifiutandosi di eseguire gli ordini del suo governo (il regime di Salazar) e concedendo visti a rifugiati di tutte le nazionalità che dovevano fuggire dalla Francia nel 1940, anno dell'invasione della Francia da parte della Germania Nazista nella Seconda Guerra Mondiale Aristides salvò decine di migliaia di persone dall' Olocausto. Fu l'«Oskar Schindler portoghese» (paragone poco riconoscente, in quanto Aristides salvò un numero di persone molto maggiore).
Vita prima del 1940 Fu battezzato Aristides de Sousa Mendes do Amaral e Abranches nel piccolo villaggio della circoscrizione di Carregal do Sal, nel distretto meridionale di Viseu. Aristides apparteneva a una famiglia aristocratica con terreni, cattolica, conservatrice e monarchica. Il padre era membro del supremo tribunal. Aristides si trasferì a Lisbona nel 1907 dopo la laurea in giurisprudenza all'università di Coimbra, cosi come suo fratello gemello. Ambedue abbracceranno la carriera diplomatica; Aristides si occuperà di diverse delegazioni consolari portoghesi presenti nel mondo: Zanzibar, Brasile, Stati Uniti d'America. Nel 1929 viene nominato console generale di Anversa, carica che occuperà fino al 1938. Il suo impegno nella promozione della immagine del Portogallo non passa inosservata. Viene decorato per due volte da Leopoldo III, re del Belgio, venendo nominato ufficiale dell'Ordine di Leopoldo e commendatore dell'Ordine della Corona, la più alta onorificenza belga. Dopo quasi dieci anni di servizio in Belgio, Salazar, Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli affari esteri, nomina Sousa Mendes console di Bordeaux, Francia.Nel 1940, a 55 anni, si avvicina alla fine della sua carriera ed è padre di quattordici figli. Politicamente non si fa notare.
La Seconda Guerra Mondiale Aristides de Sousa Mendes era ancora console di Bordeaux quando ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale, e le truppe di Adolf Hitlr avanzano rapidamente in Francia. Salazar mantiene il Portogallo neutrale.Con la Circular 14, Salazar ordina ai consoli portoghesi presenti nel mondo di ricusare la consegna del visto alle seguenti categorie di persone: "stranieri di nazionalità indefinita, contestata o disputata; apolidi; ebrei, che sono stati espulsi dal paese di origine o dallo stato di cui hanno la cittadinanza".Nel 1940, il governo francese si rifugia temporaneamente nella città di Bordeaux, fuggendo da Parigi prima che sia occupata dalla truppe tedesche. Decine di migliaia di rifugiati in fuga dall'avanzata nazista si dirigono anch'essi sulla città. Molti si presentano al consolato portoghese chiedendo per un visto di entrata per il Portogallo o per gli Stati Uniti, mentre Sousa Mendes, il console, se seguisse le istruzioni del suo governo dovrebbe distribuire i visti con molta parsimonia.
Alla fine del 1939, Sousa Mendes ha già disobbedito alle istruzioni del suo governo e rilasciato alcuni visti. Tra le persone che decide di aiutare si trova il Rabbino di Anversa Jacob Kruger, che gli fa comprendere che bisogna salvare i profughi ebrei.Il 16 giugno del 1940, Aristides decide di dare un visto a tutti i rifugiati che lo richiedano: “A partire da ora, daremo visti a tutte le persone, senza riguardo a nazionalità, razza o religione”. Aiutato dai suoi figli e nipoti e dal rabbino Kruger, timbra passaporti, assegna visti, usando tutti i fogli di carta disponibili.
Di fronte ai primi richiami di Lisbona, tirerà diritto: “Se devo disobbedire, preferisco che sia agli ordini degli uomini piuttosto che agli ordini di Dio”.Quando Salazar prenderà dei provvedimenti contro il console, Aristides continuerà la sua attività dal 20 al 23 giugno a Bayonne (Francia), nell'ufficio di un viceconsole stupefatto e alla presenza di altri due funzionari di Salazar. Il 22 giugno 1940, la Francia chiede un armistizio alla Germania nazista. Durante il viaggio a Hendaye, Aristides continua a emettere visti per i profughi che percorrono con lui la strada per la frontiera, anche se il 23 giugno Salazar lo licenzia dalle sue funzioni di consoleMalgrado siano stati inviati dei funzionari con il compito di “prelevare” Aristides, lui guiderà con la sua auto una colonna di veicoli di rifugiati e li guida in direzione della frontiera, sapendo che dal lato spagnolo non esistono telefoni. Per questo motivo le guardie di frontiera nono sono state ancora avvisate della decisione di Madrid di chiudere le frontiere con la Francia. Sousa Mendes impressiona le guardie doganali, che acconsentono a lasciar passare tutti i profughi, che con i suoi visti potranno continuare il viaggio verso il Portogallo.
La punizione nel Portogallo di Salazar
L'8 luglio 1940, Aristides rientra in Portogallo. Sarà punito dal governo di Salazar: Sousa Mendes, padre di una famiglia numerosa, viene privato del suo impiego diplomatico per un anno, il suo stipendio viene dimezzato prima di venir messo in pensione. Oltre a ciò Sousa Mendes perde il diritto di esercitare come avvocato. La sua patente di guida, rilasciata all'estero, viene ritirata.Il console licenziato e la sua famiglia sopravvivono grazie alla solidarietà della comunità ebraica di Lisbona, che facilità ad alcuni dei suoi figli gli studi negli Stati Uniti. Due dei suoi figli parteciperanno allo Sbarco in Normandia.Frequentò, insieme ai famigliari, la sede dell'assistenza ebraica internazionale, dove causò sconcerto per i suoi buoni vestiti e la sua presenza. Alcuni giorni dichiarò “Anche noi siamo dei profughi”.Nel 1945 Salazar manifestò la sua soddisfazione per il fatto che il Portogallo avesse aiutato i profughi, rifiutando nello stesso tempo di reintegrare Sousa Mendes nel corpo diplomatico.La sua miseria sarà anche maggiore con: la vendita dei beni, la morte della moglie nel 1948, l'emigrazione di tutti i suoi figli con una sola eccezione.
Aristides de Sousa Mendes morì in povertà il 3 aprile 1954 nell'ospedale dei francescani di Lisbona. Non possedendo un vestito proprio, fu seppellito con una tunica dei francescani.
Le persone salvate da Aristides
Circa trentamila visti furono rilasciati dal console Sousa Mendes, dei quali diecimila a profughi di religione ebraica.Tra coloro che ottenerò un visto dal console portoghese ci sono:Politici:Otto di Asburgo, figlio di Carlo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria; il principe Otto era detestato da Adolf Hitler. Scappò con la sua famiglia dal suo esilio in Belgio per dirigersi negli Stati Uniti dove partecipò a una campagna per avvisare l'opinione pubblica. Vari ministri del governo belga in esilio Artisti:Norbert Gingold, pianista. Charles Oulmont, scrittore francese e professore dell'università della Sorbona.
Riconoscimenti
Nel 1966 il memoriale di Yad Vashem (memoriale dell'Olocausto con sede a Gerusalemme) in Israele, gli presta omaggio attribuendogli il titolo di “Giusto tra le nazioni”. Le condizioni indispensabili per riconoscere un «giusto» sono tre: aver salvato ebrei, averli salvati sotto la minaccia di un grave pericolo per la propria vita, non aver mai percepito alcun compenso. Nello stesso anno furono piantati venti alberi in sua memoria nei terreni del Museo Yad Vashem.
Nel 1987, diciassette anni dopo la morte di Salazar, la Repubblica Portoghese inizia il processo di riabilitazione di Sousa Mendes, insignendolo dell'Ordine della Libertà e porgendo alla sua famiglia scuse pubbliche.Nel 1994 il presidente portoghese Mário Soares scopre un busto in omaggio a Aristides de Sousa Mendes, cosi come una targa commemorativa nella Rue Louis-XVIII, 14, l'indirizzo del consolato del Portogallo a Bordeaux nel 1940.Nel 1995 l'Associação Sindical dos Diplomatas Portugueses (ASDP) crea un premio annuale a lui intitolato.Nel 1996, un gruppo di scout di Esgueira (Aveiro) l'onorano creando il CLÃ 25 ASM (Aristides de Sousa Mendes)
Nel 1998 lo stato portoghese, nel corso del processo di riabilitazione ufficiale delle memoria di Aristides de Sousa Mendes, lo insignisce a titolo postumo con la Croce al Merito per le sue azioni a Bordeaux.Nel 2006 fu realizzata l'azione di sensibilizzazione “Reconstruir a Casa do Cônsul Aristides de Sousa Mendes” (ricostruire la casa del console Aristides de Sousa Mendes), riguardo la sua antica casa a Cabanas de Viriato, Carregal do Sal e nella Quinta de Crestelo, Seia - São Romão.Nel 2007 fu votato come uno dei dieci maggiori portoghesi, tramite il programma Os Grandes Portugueses. Nella prosecuzione delle votazioni del programma Grandes Portugueses, sempre nel 2007, Aristides de Sousa Mendes si classificò al terzo posto, il primo ed il secondo andarono rispettivamente a Salazar e a Álvaro Cunhal.Aristides de Sousa Mendes non fu l'unico funzionario al quale il suo paese non perdonò la disobbedienza fatta per compiere atti di giustizia e umanità nella Seconda Guerra Mondiale. Tra le altre figure conosciute che si distinsero per coraggio ed umanità ci sono il console giapponese a Kaunas (Lituania) Chiune Sugihara e Paul Grüninger, capo della polizia del cantone svizzero di San Gallo. http://it.wikipedia.org/
La Seconda Guerra Mondiale Aristides de Sousa Mendes era ancora console di Bordeaux quando ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale, e le truppe di Adolf Hitlr avanzano rapidamente in Francia. Salazar mantiene il Portogallo neutrale.Con la Circular 14, Salazar ordina ai consoli portoghesi presenti nel mondo di ricusare la consegna del visto alle seguenti categorie di persone: "stranieri di nazionalità indefinita, contestata o disputata; apolidi; ebrei, che sono stati espulsi dal paese di origine o dallo stato di cui hanno la cittadinanza".Nel 1940, il governo francese si rifugia temporaneamente nella città di Bordeaux, fuggendo da Parigi prima che sia occupata dalla truppe tedesche. Decine di migliaia di rifugiati in fuga dall'avanzata nazista si dirigono anch'essi sulla città. Molti si presentano al consolato portoghese chiedendo per un visto di entrata per il Portogallo o per gli Stati Uniti, mentre Sousa Mendes, il console, se seguisse le istruzioni del suo governo dovrebbe distribuire i visti con molta parsimonia.
Alla fine del 1939, Sousa Mendes ha già disobbedito alle istruzioni del suo governo e rilasciato alcuni visti. Tra le persone che decide di aiutare si trova il Rabbino di Anversa Jacob Kruger, che gli fa comprendere che bisogna salvare i profughi ebrei.Il 16 giugno del 1940, Aristides decide di dare un visto a tutti i rifugiati che lo richiedano: “A partire da ora, daremo visti a tutte le persone, senza riguardo a nazionalità, razza o religione”. Aiutato dai suoi figli e nipoti e dal rabbino Kruger, timbra passaporti, assegna visti, usando tutti i fogli di carta disponibili.
Di fronte ai primi richiami di Lisbona, tirerà diritto: “Se devo disobbedire, preferisco che sia agli ordini degli uomini piuttosto che agli ordini di Dio”.Quando Salazar prenderà dei provvedimenti contro il console, Aristides continuerà la sua attività dal 20 al 23 giugno a Bayonne (Francia), nell'ufficio di un viceconsole stupefatto e alla presenza di altri due funzionari di Salazar. Il 22 giugno 1940, la Francia chiede un armistizio alla Germania nazista. Durante il viaggio a Hendaye, Aristides continua a emettere visti per i profughi che percorrono con lui la strada per la frontiera, anche se il 23 giugno Salazar lo licenzia dalle sue funzioni di consoleMalgrado siano stati inviati dei funzionari con il compito di “prelevare” Aristides, lui guiderà con la sua auto una colonna di veicoli di rifugiati e li guida in direzione della frontiera, sapendo che dal lato spagnolo non esistono telefoni. Per questo motivo le guardie di frontiera nono sono state ancora avvisate della decisione di Madrid di chiudere le frontiere con la Francia. Sousa Mendes impressiona le guardie doganali, che acconsentono a lasciar passare tutti i profughi, che con i suoi visti potranno continuare il viaggio verso il Portogallo.
La punizione nel Portogallo di Salazar
L'8 luglio 1940, Aristides rientra in Portogallo. Sarà punito dal governo di Salazar: Sousa Mendes, padre di una famiglia numerosa, viene privato del suo impiego diplomatico per un anno, il suo stipendio viene dimezzato prima di venir messo in pensione. Oltre a ciò Sousa Mendes perde il diritto di esercitare come avvocato. La sua patente di guida, rilasciata all'estero, viene ritirata.Il console licenziato e la sua famiglia sopravvivono grazie alla solidarietà della comunità ebraica di Lisbona, che facilità ad alcuni dei suoi figli gli studi negli Stati Uniti. Due dei suoi figli parteciperanno allo Sbarco in Normandia.Frequentò, insieme ai famigliari, la sede dell'assistenza ebraica internazionale, dove causò sconcerto per i suoi buoni vestiti e la sua presenza. Alcuni giorni dichiarò “Anche noi siamo dei profughi”.Nel 1945 Salazar manifestò la sua soddisfazione per il fatto che il Portogallo avesse aiutato i profughi, rifiutando nello stesso tempo di reintegrare Sousa Mendes nel corpo diplomatico.La sua miseria sarà anche maggiore con: la vendita dei beni, la morte della moglie nel 1948, l'emigrazione di tutti i suoi figli con una sola eccezione.
Aristides de Sousa Mendes morì in povertà il 3 aprile 1954 nell'ospedale dei francescani di Lisbona. Non possedendo un vestito proprio, fu seppellito con una tunica dei francescani.
Le persone salvate da Aristides
Circa trentamila visti furono rilasciati dal console Sousa Mendes, dei quali diecimila a profughi di religione ebraica.Tra coloro che ottenerò un visto dal console portoghese ci sono:Politici:Otto di Asburgo, figlio di Carlo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria; il principe Otto era detestato da Adolf Hitler. Scappò con la sua famiglia dal suo esilio in Belgio per dirigersi negli Stati Uniti dove partecipò a una campagna per avvisare l'opinione pubblica. Vari ministri del governo belga in esilio Artisti:Norbert Gingold, pianista. Charles Oulmont, scrittore francese e professore dell'università della Sorbona.
Riconoscimenti
Nel 1966 il memoriale di Yad Vashem (memoriale dell'Olocausto con sede a Gerusalemme) in Israele, gli presta omaggio attribuendogli il titolo di “Giusto tra le nazioni”. Le condizioni indispensabili per riconoscere un «giusto» sono tre: aver salvato ebrei, averli salvati sotto la minaccia di un grave pericolo per la propria vita, non aver mai percepito alcun compenso. Nello stesso anno furono piantati venti alberi in sua memoria nei terreni del Museo Yad Vashem.
Nel 1987, diciassette anni dopo la morte di Salazar, la Repubblica Portoghese inizia il processo di riabilitazione di Sousa Mendes, insignendolo dell'Ordine della Libertà e porgendo alla sua famiglia scuse pubbliche.Nel 1994 il presidente portoghese Mário Soares scopre un busto in omaggio a Aristides de Sousa Mendes, cosi come una targa commemorativa nella Rue Louis-XVIII, 14, l'indirizzo del consolato del Portogallo a Bordeaux nel 1940.Nel 1995 l'Associação Sindical dos Diplomatas Portugueses (ASDP) crea un premio annuale a lui intitolato.Nel 1996, un gruppo di scout di Esgueira (Aveiro) l'onorano creando il CLÃ 25 ASM (Aristides de Sousa Mendes)
Nel 1998 lo stato portoghese, nel corso del processo di riabilitazione ufficiale delle memoria di Aristides de Sousa Mendes, lo insignisce a titolo postumo con la Croce al Merito per le sue azioni a Bordeaux.Nel 2006 fu realizzata l'azione di sensibilizzazione “Reconstruir a Casa do Cônsul Aristides de Sousa Mendes” (ricostruire la casa del console Aristides de Sousa Mendes), riguardo la sua antica casa a Cabanas de Viriato, Carregal do Sal e nella Quinta de Crestelo, Seia - São Romão.Nel 2007 fu votato come uno dei dieci maggiori portoghesi, tramite il programma Os Grandes Portugueses. Nella prosecuzione delle votazioni del programma Grandes Portugueses, sempre nel 2007, Aristides de Sousa Mendes si classificò al terzo posto, il primo ed il secondo andarono rispettivamente a Salazar e a Álvaro Cunhal.Aristides de Sousa Mendes non fu l'unico funzionario al quale il suo paese non perdonò la disobbedienza fatta per compiere atti di giustizia e umanità nella Seconda Guerra Mondiale. Tra le altre figure conosciute che si distinsero per coraggio ed umanità ci sono il console giapponese a Kaunas (Lituania) Chiune Sugihara e Paul Grüninger, capo della polizia del cantone svizzero di San Gallo. http://it.wikipedia.org/
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Giusti fra le Nazioni
Carl Lutz tra le rovine della residenza svizzera a Budapest
Carl Lutz
Carl Lutz (1895-1975) nel gennaio 1942 venne nominato vice console presso l'Ambasciata Svizzera a Budapest. In tale veste era incaricato di rappresentare gli interessi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d'America allora in guerra con l'Ungheria. Lutz aveva compreso da subito quale era il destino degli Ebrei europei sotto il nazismo e iniziò a lavorare con l'Agenzia Ebraica per la Palestina riuscendo a far emigrare diecimila bambini. Dopo il marzo 1944 Lutz si trovò nella difficile condizione di rappresentare il suo Paese in una Ungheria occupata dai nazisti. L'arrivo di Eichmann e dei suoi uomini diede il via alla massiccia deportazione degli Ebrei ungheresi. Il governo filotedesco presieduto dal primo ministro Sztojay chiuse le frontiere impedendo l'emigrazione degli Ebrei. Lutz ebbe l'idea di creare delle "Lettere di protezione" (Schutzbrief) ossia delle dichiarazioni ufficiali dell'ambasciata svizzera che ponevano il possessore sotto la tutela diplomatica del governo elvetico. Lutz ottenne dal governo ungherese di distribuire 8.000 lettere di protezione per Ebrei destinati ad emigrare nella Palestina britannica. In realtà Lutz interpretò questa concessione in senso molto estensivo: gli 8.000 permessi andavano intesi come inclusivi non di una sola persona ma di un intero nucleo familiare. In questo modo si è stimato che Lutz ed i suoi collaboratori dell'ambasciata svizzera distribuirono oltre 62.000 lettere di protezione. Per di più vennero create 76 cosiddette "Case protette" ossia palazzi ai quali veniva garantito uno status di extraterritorialità identico a quello che godeva l'ambasciata svizzera. In queste case trovarono rifugio centinaia di Ebrei che riuscirono a porsi in salvo dagli omicidi perpetrati dai fascisti ungheresi delle Croci Frecciate.Lutz lavorò in pieno accordo con il suo superiore, l'ambasciatore Maximilian Jaeger e coordinò la propria attività con quella di altri diplomatici attivi a Budapest nella operazione di salvataggio degli Ebrei: Friedrich Born della Croce Rossa Internazionale, Raoul Wallenberg dell'ambasciata svedese, monsignor Rotta nuzio apostolico a Budapest e Giorgio Perlasca che aveva assunto le funzioni di console spagnolo.L'operazione di salvataggio subito dopo la guerra non solo non venne premiata ma Lutz venne accusato dal Ministero degli Esteri svizzero di aver abusato delle sue funzioni e di aver travalicato le proprie competenze. Dopo anni la sua attività venne riconosciuta e grazie a libri e pubblicazioni storiche Lutz si vide riconoscere il proprio lavoro di salvatore.Nel 1964 venne nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni. Nel 1991 gli è stato eretto un monumento nella città di Budapest. La sua azione di salvataggio venne sostenuta e resa possibile oltre che dall'ambasciatore Jaeger anche da Harald Feller, secondo segretario dell'ambasciata svizzera e da Peter Zürcher un uomo d'affari svizzero. http://www.olokaustos.org/
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Giusti fra le Nazioni
di SAMI MICHAEL Ed. Giuntina, 2008, €. 17,00
Dopo “Una tromba nello uadi” (2006) e “Victoria” (2007) l’Editore Giuntina pubblica, nella prestigiosa collana “ISRAELIANA”, il terzo romanzo di Sami Michael tradotto in italiano: “Rifugio”..“Rifugio” è stato scritto nel 1977 e narra una vicenda ambientata a Haifa -tranne alcune pagine nella prima parte- all’epoca della Guerra dello Yom Kippur (autunno 1973); la guerra ammantata di un alone tragico, perché successiva alla trionfante vittoria del Giugno 1967 e scoppiata per così dire alle spalle di una Nazione che si sentiva forte e sicura di sé. Questi sentimenti esprimeva, in un breve scambio di battute avuto anni fa, un giurista israeliano, nato in Italia e formatosi nella mia città, che l’ha combattuta, perdendovi molti amici.
In una Haifa, lontana dal fronte, ma nella quale si respira l’atmosfera di guerra e in cui tutti si sentono un tutt’uno: “Sotto l’ala della morte erano tornati ad essere un solo corpo….Andavano in fretta, ma nessuno brontolava…sapevano che non c’erano autobus perché stavano portando i loro figli e mariti al fronte…”; in questa città l’attenzione dello scrittore è posta su un gruppo di militanti del partito comunista israeliano, ebrei ed arabi. Il romanzo è giocato sull’intreccio delle vite e dei ricordi di ciascuno, sulla contrapposizione delle esperienze e delle storie, contrasto che rende difficile, anche se speriamo non impossibile, una vera comunicazione, una pace autentica, a prescindere dalle vicende politiche e militari che fanno da sfondo. Sami Michael sa penetrare con la sua caratteristica capacità di introspezione psicologica nell’animo di ciascuno, a cominciare dai personaggi femminili; ci appassionano i suoi ritratti di donna, come ad esempio, nei romanzi che già conosciamo, Huda o Victoria.Facciamo la conoscenza di una prima coppia di coniugi, entrambi ebrei: Marduch e Shula.L’A. presta -in parte- la propria drammatica esperienza politica e di vita alla figura di Marduch, nel racconto delle sue sofferenze psicologiche e fisiche nel Paese d’origine, l’Iraq. Vi è il racconto delle torture, della prigionia (a soli 16 anni), della successiva espulsione in Israele, l’unico luogo in grado di accoglierlo, anche perché i suoi correligionari iracheni, sparuti e terrorizzati, si erano dimostrati ben poco solidali con lui : “Capisci? Non che avessi niente contro Israele. Ma per me quella era un’altra espulsione, un altro esilio, un altro ordine arbitrario che decideva il mio destino…”. Affronta, solo, le difficoltà nel nuovo Paese, a cominciare da quelle linguistiche: non conosce l’ebraico e le ragazze si prendono gioco di lui. Nota con disagio che i compagni (comunisti) ebrei non fanno che denigrare il Paese. Allora, per contrapposizione, si rivolge ai compagni arabi. Nella città di Haifa, dove va a vivere, prova un senso di familiarità; fa amicizia con Fuad, arabo cristiano, e con Fatchi, arabo musulmano, per tutti il Poeta.
Marduch vive la contraddizione di essere, al contempo, Ebreo e Comunista. La moglie, Shula, quando allo scoppio della guerra, il marito si arruola, è in preda al timore che venga ucciso -ovviamente proprio da un arabo- e riflette sul travaglio di lui “I due arabi [Fuad e Fatchi] amavano in lui il comunista, ma odiavano l’ebreo e pretendevano che egli odiasse l’ebreo che era in lui; Marduch era diventato comunista in quanto ebreo, laggiù in Iraq, così come Fuad era diventato comunista, in quanto arabo, in Israele. Da Fuad ci si aspettava che fosse fiero di essere arabo, mentre da Marduch si pretendeva che negasse la sua ebraicità, ma lui si era rifiutato”.
Marduch è una persona solitaria, quel volto duro e segnato che “esprimeva l’intima sicurezza di un uomo che…da quando è venuto al mondo ha imparato a venire patti con la solitudine”.
Solitudine di cui è responsabile, almeno in una certa misura, Shula.Donna dal temperamento sensibile, a volte contraddittorio (..”quando arrossiva era capace di dire cose tremende…”), ma incapace di vivere fino in fondo i propri sentimenti e di far valere le proprie ragioni, salvo poi tormentarsi, è ancora innamorata di Rami Goldshmid, il suo primo amore, ora tenente colonnello nell’esercito, che ella identifica con Israele (non riusciranno ad annientare Israele, pensa un giorno tra sé e sé, distruggerlo significherebbe distruggere Rami). L’amore era cresciuto in segreto, osteggiato dalla madre di lei, Tova, dura militante di partito; dei due, era lui il ribelle, lei la ragazza obbediente; e Rami se ne rendeva conto. Alla fine ella aveva rinunciato al suo sogno (“..sono stata vigliacca e stupida…”), ma l’uno non dimentica l’altra. “Amava Marduch come una moglie può amare il marito dopo 11 anni, ma il suo ventre reclamava Rami”.
Di grande profondità e suggestione sono le pagine in cui viene raccontato, in occasione del matrimonio tra Shula e Marduch, il comportamento di lei e di Rami, invitato alla festa.
Marduch e Shula hanno un bambino handicappato, Idò, e, come spesso capita, essi temono di avere un altro figlio con gli stessi problemi. Idò è un ragazzo sensibile, che soffre perché a scuola è maltrattato; solo il padre, cui è legatissimo, riesce a calmarlo quando è agitato. Il padre e la musica.Anche Marduch ha un intenso rapporto con suo figlio; anzi è convinto che le tremende torture patite Iraq siano la causa dell’handicap di Idò.L’altra coppia di coniugi che incontriamo è costituita da Shoshana (ebrea) e Fuad (arabo, come sappiamo).
Fuad è bello e impetuoso, con uno speciale carisma che cattura uomini e donne; tra lui e Marduch nasce una solida amicizia. A seguito del suo matrimonio con un arabo, Shoshana era stata bandita dalla famiglia d’origine; ma ella ha una carattere forte e un temperamento ironico, che la induce, un bel giorno, a telefonare, di punto in bianco, al kibbutz dove risiede la sua famiglia e a parlare in tono scherzoso, dopo tanto tempo, con lo stupefatto fratello Avi. Shoshana vede sempre il lato comico della vita, dà giudizi taglienti sul prossimo e non risparmia frecciatine all’amica Shula. Solidarizza col marito con gesti affettuosi, quando, allo scoppio della guerra, egli si sente, per strada, guardato dai passanti con ostilità. Anche Shoshana -come Shula, del resto, ma Shula, bella e romantica, ha sempre subìto l’ambiente politico in cui è cresciuta, non l’ha mai sentito davvero parte di sé- è combattuta nel proprio intimo: avendo sposato -lei ebrea- un arabo, quale cammino scegliere? Le difficoltà sorgono sia quando ella intraprende una strada, sia allorché imbocca quella opposta: è respinta sia dagli Ebrei che dagli Arabi con conseguenze sui rapporti con i tre figli, che cercano ognuno la propria identità, senza peraltro che i genitori si immischino più di tanto. I ragazzi, come scrive l’A., si trovano a camminare sul terreno tortuoso che separa i due popoli, con rilevanti, conseguenti problemi, sia in famiglia che fuori, descritti con grande vivacità d’accenti. Allo scoppio delle ostilità, dopo che Marduch si è arruolato, giunge in casa di Shula Fatchi, il Poeta musulmano. A giudizio dei dirigenti del Partito, questi rischia, nel clima di guerra, l’arresto; e allora Fatchi cerca e trova “Rifugio” in casa di un’Ebrea. All’inizio Shula è perplessa, poi acconsente, poiché lo stesso Marduch, che nella sua vita è stato perseguitato (in Iraq), considera sacro il concetto di “Rifugio”.Dei diversi personaggi della vicenda forse, almeno a mio parere, Fatchi è quello più convenzionale, il meno vivo e palpitante. Egli, imbevuto dell’eterna retorica vittimistica, ma retto dall’illusoria convinzione che lo Stato ebraico sia agli sgoccioli, pare non credere affatto alla convivenza tra Arabi ed Ebrei (“o noi o loro”) e immagina, al sicuro in casa di Shula, di uccidere, liquidare, massacrare (“il soldato israeliano”), anche se poi ammette che in Israele nessuno è educato ad amare la guerra. Vede se stesso come il portavoce degli arabi israeliani: la sua poesia li riscatterà dalle umiliazioni e dal buio post 1948 e li porterà alla vittoria finale. L’Autore tratta con sarcasmo il Poeta quando, attraverso un personaggio secondario, il vicino di casa di Shula, il pensionato Tuvia -inframmettente, ma arguto ed orgoglioso del proprio essere ebreo-, evidenzia l’ignoranza di Fatchi in materia militare e ne rimprovera, durante vivaci scontri verbali, l’inazione, come del resto non manca di fare lo stesso Fuad. Tra Shula e il Poeta si crea, all’inizio loro malgrado, una certa intimità. Fatchi è giovane e bello, fidanzato con una ragazza araba di stampo tradizionale (ma non disdegna gli occasionali favori della spregiudicata ebrea Dafna); ma si scopre poco a poco innamorato di Shula, pur sentendosi in qualche modo oggetto di un gioco malizioso da parte di lei che, se, per un verso, gli aveva offerto un Rifugio, per altro verso lo respinge.
La loro storia non ha avvenire. Questa donna affascinante e contraddittoria, nell’attesa quotidiana di un marito che continua a non dare notizie di sé, non vuole abbandonare la casa di lui, a maggior ragione ora, nel momento in cui il pericolo sembra incombere sugli ebrei di Israele.
Dopo una parte iniziale ben descritta ma, a mio gusto, non particolarmente coinvolgente, il romanzo prende corpo e si intensifica soprattutto quando entrano in scena i personaggi femminili principali, Shoshana e Shula; o altre figure secondarie, come la madre di Shoshana e quella di Fuad: le due consuocere -l’una ebrea e l’altra araba- che familiarizzano e spettegolano, nel loro primo incontro, ai danni di quest’ultimo.La parola chiave o tema principale del romanzo è: RIFUGIO. Rifugio come luogo di riparo, ma anche occasione per iniziare una vita nuova.
Un giovane arabo, all’inizio della vicenda, cerca un “Rifugio” dalle angherie del boss del campo profughi. Israele è, come sappiamo, “Rifugio” per Marduch. Fatchi trova Rifugio nella casa di Shula; ma in lei, all’inizio, non cerca un vero Rifugio, bensì la rappresentante di un popolo, secondo il suo schema mentale, colpevole. Tuttavia ci penseranno i sentimenti a mescolar le carte.Rifugio è anche una barca abbandonata, trovata sulla spiaggia, dove Shula e Rami ragazzini entrano, in un gioco sensuale che lei richiama alla mente mentre pensa all’amore indimenticato.
Il linguaggio di Sami Michael è sensuale, ricco di accenti profumati (“…sai quante sfumature ci sono nel tuo corpo? Nero, grigio, bianco, rosa….”).Vi sono pagine di altissima drammaticità, come quelle in cui Shula si reca dalla famiglia di Rami dopo che, da un accenno della propria madre, intuisce che l’uomo è morto. Non si dimenticano la solitudine e la disperazione di Rami, riportate dalla testimonianza su di lui del fratello minore Ron, anch’egli sul campo di battaglia nel Golan.
Come stupenda è la riflessione di Marduch, riportata dal ricordo della moglie, sulla sua ribellione allo stato di ebreo come individuo perseguitato ed umiliato da tutti, che ora ha il coraggio di dire basta.A proposito di questa e altre tematiche, è importante tener presente che i libri di Sami Michael, che definisce se stesso “patriota israeliano” (ha svolto il servizio militare e ha fatto parte della riserva dell’esercito fino a cinquant’anni) vadano a ruba nei Paesi arabi, dove sono venduti al mercato clandestino.Il romanzo, che merita di essere conosciuto ed apprezzato da un vasto pubblico, non è un consolatorio inno alla pace e alla convivenza, ma un’analisi onesta e sofferta sulle differenze e i molteplici aspetti di una realtà complessa nella quale le vicende individuali vanno ben oltre le vicende storiche più ampie.
Mara Marantonio Bernardini, 5 ottobre 2008 http://www.mara.free.bm/ http://www.italiaisraele.free.bm/
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L'angolo della lettura
Tel AvivIsraele ha un’altra faccia: high tech
A Gerusalemme è guerra politica sullo sfondo di una tragedia greca. Accusato di corruzione, il premier Ehud Olmert, che voleva fare la pace con i palestinesi e la Siria, è stato costretto alle dimissioni 2 anni prima della scadenza naturale. È cominciato l’ennesimo, estenuante rito per formare una nuova maggioranza politica guidata dall’astro nascente, Tzipi Livni, con i partiti, grandi e piccoli, che pongono condizioni e mettono veti.A Tel Aviv, nell’Alta Galilea e nel deserto del Negev è invece pax economica con dollari ed euro che luccicano all’orizzonte. Gli affari, le acquisizioni e le fusioni, le ultime invenzioni, i nuovi prodotti: tutto procede come se nulla accadesse nella capitale. «Sono due mondi separati quello dell’economia avanzata e quello della politica vecchio stile. È così che Israele si afferma e cresce come potenza tecnologica» sorride nel suo ufficio di Herzliya, con vista strepitosa sul Mediterraneo, Ed Mvlasky, il fondatore e presidente del fondo Gemini, il primo israeliano di venture capital (1993), dedicato ai finanziamenti per le piccole aziende promettenti, appena costituite.Pensi a Israele e vedi i suoi mille conflitti: con i paesi arabi, con i palestinesi sull’uscio di casa, con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad che vuole spazzarlo via dalla carta geografica. Ma c’è un altro Israele, quello dell’economia, che mostra una resistenza a guerre, intifade e kamikaze. Nei 60 anni di vita dello stato ebraico il pil è cresciuto in media del 7 per cento l’anno, con il picco similcinese nel 2000 (8,9 per cento) e il tasso del 5,3 nel 2007. L’inflazione è bassa, di poco superiore al 3 per cento.Manuel Trajtenberg, che guida il consiglio economico nazionale, sintetizza questo miracolo basato sull’industria dell’innovazione: «Nel settore hi-tech dal 1990 la crescita è stata del 15 per cento l’anno, con 4 mila aziende, la maggior parte delle quali sono start-up. Israele è il secondo mercato per venture capital dopo gli Stati Uniti. È il quarto paese al mondo per brevetti. Ha un altro record mondiale: il rapporto fra pil e ricerca e sviluppo, pari al 4,6 per cento».Quando si va alla scoperta di questa realtà così poco conosciuta è come fare un viaggio nel mondo di là da venire. Una volta si diceva banalmente che questa era «la nuova Silicon Valley», modellata su quella della California. È un’etichetta già superata. Il salto di qualità è recente, da quando alla classica information technology (It) si è aggiunta la nuova realtà dell’energy technology (Et), vale a dire tutto quel promettente settore delle energie rinnovabili, a cominciare da quella solare. Senza dimenticare la bioingegneria e la nanotecnologia. In tutto 100 mila persone, fra scienziati, ingegneri, fisici, programmatori, top manager, stanno realizzando la profezia di Albert Einstein: «Israele può vincere la difficile battaglia della sopravvivenza solo sviluppando l’intelligenza, l’esperienza e la cultura dei suoi giovani nel campo della tecnologia».Einstein lo affermò nel 1924, dopo una visita al Technion, l’università tecnologica ebraica, appena fondata a Haifa. Da modesto edificio il Technion è diventato oggi una città di oltre 1 milione 200 mila metri quadrati, con 41 centri di ricerca, 600 docenti e 13 mila studenti (60 per cento uomini e 40 donne, che pagano una retta annuale di 1.700 dollari). «Il 70 per cento dell’industria ad alta tecnologia d’Israele è stato fondato da laureati del Technion» si compiace il rettore Yitzak Apeloig. E racconta che qui è stato creato l’algoritmo Lempel-Ziv, da noi tutti usato ogni giorno per spedire e ricevere le email; e che nel 2004 due professori del Technion hanno vinto il premio Nobel.È attorno a questo centro di eccellenza, uno dei primi 10 al mondo, che si è coagulato lo spirito scientifico e imprenditoriale. Con il risultato, conclude Apeloig, che «oggi il 60 per cento del nostro export viene da questo settore. È un giro d’affari di 30 miliardi di dollari».Una visita ad alcuni dipartimenti del Technion chiarisce il modello di business tipico di Israele: formazione di qualità, ricerca scientifica più applicazione, più commercializzazione. Prendiamo, per esempio, il laboratorio di ingegneria biomedica guidato da Dror Seliktar, professore, 36 anni. È il pioniere degli studi sulla rigenerazione dei tessuti. «Sei anni fa abbiamo sviluppato l’idea di ricreare le cartilagini, le ossa, i nervi e i muscoli combinando le cellule viventi con diversi materiali» racconta. «Due anni dopo abbiamo creato una piccola società che è stata inserita nell’incubatore del Technion e solo l’anno scorso abbiamo cominciato ad avere sufficiente visibilità per raccogliere 7,5 milioni di dollari». Con 12 dipendenti la Rigentics si accinge ora a iniziare in Europa la fase sperimentale.Un edificio più in là trovi l’équipe di Alon Wolf, che ha inventato i serpenti-robot. Si possono impiegare in grandi dimensioni, a bordo di automezzi teleguidati di esercito o polizia, per scoprire, per esempio, dove è nascosto l’esplosivo all’interno di un edificio. Oppure, dotati di minitelecamere, per trovare sotto le macerie le vittime di un terremoto. Ma, ridotti ai minimi termini, possono essere utilizzati per interventi chirurgici al cuore, come sta sperimentando all’Università americana di Pittsburgh il medico veronese Marco Zenati, socio di Wolf.Fuori dal campus Technion è tutto un fiorire di grattacieli. Sono i centri di ricerca e sviluppo di colossi mondiali: Intel, Microsoft, Google, Motorola, General Motors, Alcatel e Siemens. «Avete salvato la nostra società» ha riconosciuto Paul Otellini, il presidente dell’Intel, applaudendo i suoi ricercatori di Haifa che hanno inventato i processori Centrino 1 e 2.L’ondata di scienziati ebrei fuggiti dall’Urss a inizio anni 90 ha rappresentato la prima fucina di cervelli. A questi si sono aggiunti migliaia di giovani che hanno svolto il servizio militare nelle unità d’élite dell’esercito. Infine i nuovi immigrati, inclusi molti arabi, completano il «melting pot», il vero motore dell’industria tecnologica israeliana.Nella fabbrica della Iscar, ai confini con il Libano, lavorano tutti assieme. Quest’azienda, definita un «kibbutz capitalista» e presente in 60 paesi, con 5 società anche in Italia, produce strumenti ad altissima precisione. Due anni fa fece scalpore perché il miliardario Usa Warren Buffett ne acquistò l’80 per cento sborsando 4 miliardi di dollari. «Ora sono solo il presidente onorario» si schermisce Stef Wertheimer, 81 anni, fondatore della società, «e posso dedicarmi al mio sogno: aprire parchi industriali come questo, che è l’unico modo per fare pace con i nostri vicini. Perché se hai lavoro non hai tempo per la guerra».Dall’Alta Galilea a Tel Aviv, nel quartier generale del gruppo Rad, colosso delle comunicazioni, 3.750 dipendenti per 740 milioni di dollari di fatturato. Il presidente Zohar Zisapel riassume l’originalità del piano di sviluppo: «Ogni volta che nasce un’idea creiamo una start-up con manager propri: la società madre pensa solo a coordinamento strategico e condivisione del marketing». Rad lavora da anni in Italia e ha sviluppato soluzioni per Tim, Enel, EdisonTel e Teleunit.Ma la nuova frontiera dell’hi-tech d’Israele è l’energia verde. «Il solare è l’alternativa vera al petrolio, il male assoluto e la causa di tutti i guai del mondo» proclama il visionario Wertheimer. Nel deserto del Negev, nel parco industriale di Rotem, fra la centrale atomica di Dimona e i campi di addestramento delle unità speciali dell’esercito, è stato appena inaugurato l’impianto pilota della società Luz 2, 1.640 specchi installati che generano energia termica dal sole. Entro 2 anni, prevede il presidente Arnold Goldman, sorgeranno in California diversi impianti come questi, in grado di generare dai 100 ai 200 megawatt.Il sole, in un modo o in un altro, compare nelle sigle di un centinaio di altre aziende all’avanguardia, non solo nel termico ma sempre di più anche nel fotovoltaico. Accanto al sole c’è l’acqua. L’avveniristico stabilimento di Shafdan, guidato dalla giovane manager Nelly Icekson-Tal, è il più avanzato al mondo nel trattamento dei liquami. L’acqua ricavata ogni giorno serve in agricoltura per irrigare una parte del deserto del Negev.Tanto fervore imprenditoriale, tanta informalità nei rapporti sociali e tanta possibilità di fare soldi hanno spinto anche l’italiano Astorre Modena, general partner del fondo di capital venture Terra con sede a Gerusalemme, a scommettere su Israele. Con 25 milioni di dollari raccolti fra un gruppo di imprenditori italiani il giovane Modena ha investito in quattro società specializzate nell’acqua e nel sole. Dichiara: «Creare imprese da zero è diventato lo sport nazionale. I giovani imprenditori tecnologici sono oggi i nuovi eroi d’Israele».
5 Ottobre 2008, http://blog.panorama.it/
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ISRAELE: LA DONNA CHE PRESE EICHMANN
TEL AVIV - Non è vero che i morti non parlano. Qualche volta lo fanno per decisione di altri, animati da gratitudine e consapevoli che certi racconti serviranno a completare pagine importanti di storia. Yehudit Nessyahu, scomparsa cinque anni fa all'età di 78 anni, fece parte, unica donna, della squadra del Mossad - i celebri servizi segreti israeliani - che nel 1960 scovò e riuscì a catturare Adolf Eichmann, nascostosi in Argentina sotto il falso nome di Riccardo Klement, altoatesino. Nel 1962 il criminale nazista, responsabile della morte di molte decine e forse centinaia di migliaia di deportati, fu condannato a morte e impiccato. Caso unico nella storia di Israele, dove le sentenze capitali vengono automaticamente commutate nell'ergastolo. Su Yehudit 'Haaretz' ha pubblicato un lungo servizio, basandosi su un suo memoriale sinora inedito, in possesso del fratello Ephraim, 92 anni, unico parente diretto sopravvissuto. L'uomo, rispettando la discrezione della protagonista, "rimasta un agente segreto sino alla fine", prima di morire ha deciso di divulgare alcuni particolari di quella esistenza avventurosa. Yehudit, oltre che per l'abitudine alla segretezza, non aveva mai voluto raccontare nulla, nel timore di mettere a rischio persone con cui aveva lavorato. "Quando Isser Harel, allora responsabile del Mossad, mi chiese di recarmi in Sud America, per una operazione che egli stesso doveva dirigere - ha scritto la donna - non feci domande. Chiesi soltanto quando sarei dovuta partire". "Certe volte - scrive - per chi come me era ebrea osservante era impossibile non infrangere i precetti. Come quando, dovendo mangiare con altri, non tenuti al rifiuto della carne di maiale, per non essere scoperta inventavo che ero a dieta e prendevo solo spremute di arancia. Certe volte, però, non avevo scelta. Ma so che il Signore di fronte allo stato di necessità ci perdona". Così questa donna laureata in storia e filosofia, con l'aria di una innocua professoressa e capace di padroneggiare svariate lingue, tra cui perfettamente olandese, inglese e tedesco, concorse a portare a termine una delle operazioni che hanno concorso all'edificazione del mito del Mossad, forse i servizi segreti più citati del mondo, sebbene non sempre a proposito. Fu lei, fra altri compiti, a comunicare l'identità di Eichmann agli membri del commando. E fu sempre lei che, dopo che gli era stata somministrata una iniezione con una sostanza dagli effetti psicotropi, probabilmente barbiturici, per rimuovere ogni remoto dubbio lo chiamò a bruciapelo col suo vero nome, sentendosi rispondere "sì, che c'è?". "Nei giorni che a Buenos Aires vivemmo con lui prigioniero - ha scritto - pensavamo che avremmo avuto di fronte l'angelo del male in persona. Invece era un ometto da niente, che seguitava a ripetere di avere solo obbedito agli ordini". Al processo, Yehudit e gli altri ebbero dall'allora premier David Ben Gurion il permesso di assistere in aula. Lo fecero però in incognito e senza parlare tra di loro, perché nessuno potesse anche solo sospettare che erano del servizio segreto. Gli ultimi anni di questa donna, che aveva raggiunto alti gradi nel Mossad e in altre istituzioni dove aveva lavorato lasciati i servizi, sono stati contrassegnati dal dolore. Nel 1994 Haimie, il suo unico figlio, fu stroncato all'improvviso da un malore. Ma neanche in quel caso vacillò la fede di Yehudit, che seguendo i dettami dell'ebraismo, non volle fosse effettuata l'autopsia, per preservare l'interezza della salma.
di Carlo Giacobbe, 2008-10-05, http://www.ansa.it/
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Curiosità
antica mappa di GerusalemmeL'amore ai tempi della barriera di separazione
Lei di Tel Aviv, lui palestinese. Sposati in Israele per 25 anni, poi lui viene rispedito a Gaza e non riesce più a tornare
A metà fra Shakespeare e Kafka, Haaretz racconta oggi l'incredibile storia di amore e burocrazia di A., israeliana di Tel Aviv e M., palestinese di Gaza. Che oltre 25 anni fa, sfidando il conformismo, si innamorarono. E, a differenza di Giulietta e Romeo, riuscirono a coronare il loro sogno d'amore impossibile con le nozze.Matrimonio benedetto dal cielo, peraltro, con ben cinque figli. Almeno fino a qualche anno fa. Nel 2000, infatti, con lo scoppio dell'Intifada di al Aqsa, la famiglia, che risiede in Israele, inizia a passare i primi guai. A M., che non ha mai chiesto nè ottenuto la cittadinanza israeliana, viene concesso di restare, in deroga alle nuove leggi, grazie a una norma sull'unità familiare che lo dispensa dal rimpatrio coatto. Dopo qualche tempo, però, è la stessa A., in rotta con il marito, a sollecitare il ministro dell'Interno israeliano perché non gli rinnovi il permesso di residenza. A. che oggi non sa darsi pace di quella scelta, racconta afflitta che espresse qualche dubbio all'impiegato e gli chiese che cosa sarebbe successo se, per caso, avesse cambiato idea. E lui, con l'imperturbabile faccia tosta dei burocrati l'aveva tranquillizzata: Nulla, signora, nel caso deve solo scrivere una lettera al ministero. Ricordatevi queste parole. Così, nel gennaio 2007 il povero M. ripudiato torna nella Striscia di Gaza. Solo. Da allora è diventato nonno - ma non ha mai potuto tenere in braccio il nipotino - e rischia seriamente di trovarsi davanti, non nelle vesti del figliol prodigo, il suo primo figlio maschio che ha iniziato, come ogni israeliano della sua età, il servizio militare e nella Striscia potrebbe finirci a inseguire terroristi e lanciatori di razzi.Di cui M. peraltro non fa parte. Anzi. Gli uomini di Hamas si occupano di lui solo per perquisirgli di tanto in tanto la casa e per chiedergli conto dei suoi figli israeliani. In tanta afflizione la cosa buona è che sua moglie, A. , ha cambiato idea e ora lo rivorrebbe a casa. Ma benché nel frattempo di lettere al ministero ne abbia scritto ben più di una, la missione sembra di quelle impossibili. Lo stato israeliano si rifiuta di riaccogliere M. e gli nega anche la residenza permanente a cui pure, prima di doversene andare, avrebbe avuto diritto. A. ha rinnovato la sua richiesta più e più volte finché non ha scoperto che l'impiegato che aveva seguito il suo caso - anche questo è un classico - aveva cambiato lavoro, lasciando sospese tutte le pratiche, e che nessuno l'aveva sostituito. A maggio la nascita del nipotino aveva concesso qualche speranza: M. aveva subito chiesto all'amministrazione civile di Gaza un permesso temporaneo per andare a trovare la figlia e il bambino. Richiesta passata in carico all'ufficio di collegamento di Erez, il posto di frontiera fra la Striscia e Israele, e quindi inabissatasi nel nulla. La coppia allora ha fatto appello alla corte distrettuale di Tel Aviv. Un appello dettagliato, persuasivo, dove si racconta di come M. abbia vissuto per 25 anni in Israele, dove ha lavorato come impiegato e come consulente. Dove ha allevato i suoi figli e trascorso il suo tempo libero. Dove ha imparato a parlare un ebraico perfetto e a considerarsi a tutti gli effetti israeliano. A. ha precisato che mai avrebbe fatto quello che ha fatto, confinare il marito nella Striscia, se avesse conosciuto le conseguenze del suo gesto. In più, il ricorso parla della situazione in cui vive M.a Gaza, esiliato in patria. Il 31 luglio, ad esempio, racconta M., tre uomini di Hamas mascherati hanno fatto irruzione in casa sua e, dopo averla perquisista, hanno cominciato a interrogarlo : E' vero che hai una moglie israeliana? E' vero che la tua figlia maggiore ha fatto il soldato con l'esercito israeliano? E che adesso tocca al ragazzo? Lui ha provato ad abbozzare, ha detto, No, i miei figli sono arabi (lo sono, secondo la Sharia, e rischiano di essere uccisi per apostasia se allevati nella fede ebraica), ma quelli hanno tagliato corto: "Sappiamo tutto di te". In casa, ad ogni modo, M. cerca di starci meno che può, perché è convinto che i vicini lo spiino per conto di Hamas. Tutto inutile. Appello respinto. La legge, secondo il ministero dell'Interno, parla chiaro. M. non ha diritto a risiedere in Israele. In più da quando Hamas controlla la Striscia, da Gaza si va in Israele solo per poche, selezionate occasioni. Cure mediche al limite. Le visite ai familiari non sono nella lista. Tuttavia, aggiunge perfido il ministero, c'è una soluzione. Se A. proprio vuole stare con il marito può andare lei a vivere nella Striscia. Dopotutto, ai tempi delle nozze si era convertita all'Islam - anche se ora proclama di consdierarsi ebrea - e il governo israeliano sarebbe pronto ad applicare in questo caso le norme sulla riunificazione familiare. Un'ipotesi dalle conseguenze difficilmente immaginabili. Così per ora si avanti con avvocati e carte bollate. 5/10/2008 , http://www.lastampa.it/
A metà fra Shakespeare e Kafka, Haaretz racconta oggi l'incredibile storia di amore e burocrazia di A., israeliana di Tel Aviv e M., palestinese di Gaza. Che oltre 25 anni fa, sfidando il conformismo, si innamorarono. E, a differenza di Giulietta e Romeo, riuscirono a coronare il loro sogno d'amore impossibile con le nozze.Matrimonio benedetto dal cielo, peraltro, con ben cinque figli. Almeno fino a qualche anno fa. Nel 2000, infatti, con lo scoppio dell'Intifada di al Aqsa, la famiglia, che risiede in Israele, inizia a passare i primi guai. A M., che non ha mai chiesto nè ottenuto la cittadinanza israeliana, viene concesso di restare, in deroga alle nuove leggi, grazie a una norma sull'unità familiare che lo dispensa dal rimpatrio coatto. Dopo qualche tempo, però, è la stessa A., in rotta con il marito, a sollecitare il ministro dell'Interno israeliano perché non gli rinnovi il permesso di residenza. A. che oggi non sa darsi pace di quella scelta, racconta afflitta che espresse qualche dubbio all'impiegato e gli chiese che cosa sarebbe successo se, per caso, avesse cambiato idea. E lui, con l'imperturbabile faccia tosta dei burocrati l'aveva tranquillizzata: Nulla, signora, nel caso deve solo scrivere una lettera al ministero. Ricordatevi queste parole. Così, nel gennaio 2007 il povero M. ripudiato torna nella Striscia di Gaza. Solo. Da allora è diventato nonno - ma non ha mai potuto tenere in braccio il nipotino - e rischia seriamente di trovarsi davanti, non nelle vesti del figliol prodigo, il suo primo figlio maschio che ha iniziato, come ogni israeliano della sua età, il servizio militare e nella Striscia potrebbe finirci a inseguire terroristi e lanciatori di razzi.Di cui M. peraltro non fa parte. Anzi. Gli uomini di Hamas si occupano di lui solo per perquisirgli di tanto in tanto la casa e per chiedergli conto dei suoi figli israeliani. In tanta afflizione la cosa buona è che sua moglie, A. , ha cambiato idea e ora lo rivorrebbe a casa. Ma benché nel frattempo di lettere al ministero ne abbia scritto ben più di una, la missione sembra di quelle impossibili. Lo stato israeliano si rifiuta di riaccogliere M. e gli nega anche la residenza permanente a cui pure, prima di doversene andare, avrebbe avuto diritto. A. ha rinnovato la sua richiesta più e più volte finché non ha scoperto che l'impiegato che aveva seguito il suo caso - anche questo è un classico - aveva cambiato lavoro, lasciando sospese tutte le pratiche, e che nessuno l'aveva sostituito. A maggio la nascita del nipotino aveva concesso qualche speranza: M. aveva subito chiesto all'amministrazione civile di Gaza un permesso temporaneo per andare a trovare la figlia e il bambino. Richiesta passata in carico all'ufficio di collegamento di Erez, il posto di frontiera fra la Striscia e Israele, e quindi inabissatasi nel nulla. La coppia allora ha fatto appello alla corte distrettuale di Tel Aviv. Un appello dettagliato, persuasivo, dove si racconta di come M. abbia vissuto per 25 anni in Israele, dove ha lavorato come impiegato e come consulente. Dove ha allevato i suoi figli e trascorso il suo tempo libero. Dove ha imparato a parlare un ebraico perfetto e a considerarsi a tutti gli effetti israeliano. A. ha precisato che mai avrebbe fatto quello che ha fatto, confinare il marito nella Striscia, se avesse conosciuto le conseguenze del suo gesto. In più, il ricorso parla della situazione in cui vive M.a Gaza, esiliato in patria. Il 31 luglio, ad esempio, racconta M., tre uomini di Hamas mascherati hanno fatto irruzione in casa sua e, dopo averla perquisista, hanno cominciato a interrogarlo : E' vero che hai una moglie israeliana? E' vero che la tua figlia maggiore ha fatto il soldato con l'esercito israeliano? E che adesso tocca al ragazzo? Lui ha provato ad abbozzare, ha detto, No, i miei figli sono arabi (lo sono, secondo la Sharia, e rischiano di essere uccisi per apostasia se allevati nella fede ebraica), ma quelli hanno tagliato corto: "Sappiamo tutto di te". In casa, ad ogni modo, M. cerca di starci meno che può, perché è convinto che i vicini lo spiino per conto di Hamas. Tutto inutile. Appello respinto. La legge, secondo il ministero dell'Interno, parla chiaro. M. non ha diritto a risiedere in Israele. In più da quando Hamas controlla la Striscia, da Gaza si va in Israele solo per poche, selezionate occasioni. Cure mediche al limite. Le visite ai familiari non sono nella lista. Tuttavia, aggiunge perfido il ministero, c'è una soluzione. Se A. proprio vuole stare con il marito può andare lei a vivere nella Striscia. Dopotutto, ai tempi delle nozze si era convertita all'Islam - anche se ora proclama di consdierarsi ebrea - e il governo israeliano sarebbe pronto ad applicare in questo caso le norme sulla riunificazione familiare. Un'ipotesi dalle conseguenze difficilmente immaginabili. Così per ora si avanti con avvocati e carte bollate. 5/10/2008 , http://www.lastampa.it/
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domenica 5 ottobre 2008
Gerusalemme - UniversitàProgetti energetici in Turchia e Israele
Nei giorni scorsi si è tenuto ad Ankara un incontro fra le delegazioni turca, israeliana ed indiana in merito al progetto denominato The Medstream (in turco APLP), relativo ad una condotta sottomarina multipla (a multi-pipe line project) per petrolio, gas naturale, elettricità e probabilmente acqua, che collegherà la Turchia con Israele, informa l´ICE.Il progetto (lo studio di fattibilità è stato predisposto dalla società locale Calik Group), il cui costo dovrebbe superare i 5 miliardi di euro, dovrebbe fornire petrolio e gas naturale ad Israele; la provenienza del petrolio e del gas è caspica (Azerbaijan e forse Kazkhstan e Turkmenistan) e forse russa, via BTC (Baku-Tiblisi-Ceyhan) e BTE (Baku-Tiblisi-Erzurum). La capacità annuale della condotta petrolifera sarebbe pari a 50 milioni di tonnellate all´anno e quella del gas pari a circa 10 miliardi di m3 di gas naturale.
La fornitura elettrica sarebbe di 4.300 MW, el progetto risulterebbe di interesse dell´India (The Indian National Oil Co.) - secondo gli analisti locali - poichè la Turchia sarebbe lo snodo da cui partirebbero il gas naturale ed il petrolio, principalmente ma non esclusivamente caspico, verso quel Paese.Inoltre, l´Indian National Oil Co. potrebbe presto avviare un impianto di raffinazione nel porto turco di Ceyhan, che da´ sul Mediterraneo.Fonte: Marcello Berlich - by ICE.GOV.IT
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Israele. Acqua. Rischia di rimanere a secco la riserva idrica del lago
Il Lago di Tiberiade, è ai minimi storici. La riserva idrica strategica e pomo della discordia tra Israele, Giordania e Siria, nonché luogo sacro per cristiani ed ebrei, rischia di rimanere a secco. Alla fine di settembre, secondo il rapporto annuale dell'authority israeliana per le acque, dopo mesi di calura estiva che non accenna a finire, il livello del lago è sceso di altri due metri. Si avvicina così alla «linea nera» sotto la quale non saranno più consentiti prelievi idrici. Inoltre, secondo gli avvertimenti delle autorità israeliane, a luglio di quest'anno è stata raggiunta e superata un'altra soglia cruciale, la «linea rossa» che segna la concentrazione di sostanze inquinanti, presenti in quantitativi allarmanti nelle acque sempre meno dolci, anche perché alimentate da un fiume pure biblico, il Giordano, oggi a sua volta inquinato. Tiberiade ha sede in una depressione del suolo di oltre 200 metri rispetto al livello degli oceani. Tuttavia a differenza del Mar Morto, alimentato a sua volta dal Giordano, il lago avrebbe acque per natura potabili e, un tempo, ricche di pesci. Ora il livello del lago dove, secondo i Vangeli, Gesù operò e compì molti miracoli, si è abbassato da 212 a 214 metri sotto il livello marino. Ancora 80 centimetri e sarà la «linea nera». In poco più di quattro anni, informa il rapporto, il livello di quello che è anche chiamato Mare di Galilea è calato di oltre cinque metri, circa 850 milioni di metri cubi, pari al consumo domestico di un anno in Israele. Tiberiade fu uno dei centri di studio rabbinico più importanti e una delle quattro città più sante dell'ebraismo. Oggi le condizioni ambientali di Tiberiade si vanno degradando, penalizzando uomini e animali. Primi fra tutti i pesci, che sempre meno hanno a disposizione loro simili con cui nutrirsi. 04/10/2008, http://www.agenziami.it/
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venerdì 3 ottobre 2008

AD EUROFLY I DIRITTI DI TRAFFICO PER VOLI DI LINEA SU ISRAELE
Eurofly ha ottenuto i diritti di traffico per operare collegamenti di linea tra Italia e Israele. La compagnia, secondo le indicazioni dell’Enac, potrà operare 5 voli settimanali in partenza da Milano Malpensa, Roma Fiumicino e Verona. I voli saranno realizzati con A320 da 180 posti in economy class. “Siamo molto soddisfatti di poter avviare questi nuovi collegamenti di linea su Israele - ha dichiarato l’amministratore delegato di Eurofly, Gianni Rossi - che si aggiungono alle altre destinazioni internazionali operate dal Nord Italia. Anche Israele, come le linee recentemente aperte da Malpensa verso Il Cairo e Dakar, incontrerà il favore dei nostri clienti e degli operatori turistici che collaborano con noi”. http://www.md80.it/
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