domenica 19 ottobre 2008

Galilea -il Giordano

Israele/ Gerusalemme: cristiani evangelici a Festa Tabernacoli

In tremila per esprimere sostegno a Stato ebraico

Gerusalemme, 15 ott. (Ap) - Tremila cristiani evangelici provenienti da 100 Paesi del mondo erano oggi a Gerusalemme per celebrare la Festa dei Tabernacoli o Sukkot, una delle principali festività del calendario ebraico.
Sventolando la bandiera blu e bianca dello Stato ebraico, hanno preso parte ad una parata organizzata in onore della festività, esprimendo ancora una volta il loro indefesso sostegno a Israele, segno della crescente alleanza fra i cristiani evangelici e lo Stato ebraico.
I cristiani evangelici sono fra i più irriducibili alleati di Israele che sostengono generosamente sia dal punto di vista finanziario che politico. Ma le ali più moderate dello Stato ebraico non vedono sempre di buon'occhio queste strette relazioni con gli evangelici perché sono a favore delle colonie ebraiche in Cisgiordania e non lesinano le critiche agli sforzi di pace con i palestinesi. I 3mila evangelici giunti in Israele sono stati sponsorizzati dall'International Christian Embassy di Gerusalemme. http://notizie.alice.it/


Lodo Alfano: in Israele non sarebbe passato

Caro Beppe, cari Italians,a proposito di Lodo Alfano, che piace ad alcuni: all'inizio dello scorso maggio Il ministero della Giustizia israeliano confermò che il premier, Ehud Olmert, era indagato per corruzione. Gli agenti del reparto frodi entrarono nella residenza del primo ministro, e lo interrogarono per circa un'ora (ve la immaginate una scena del genere in Italia, regnante Berlusconi? O qualunque altro?nr). Su richiesta della polizia e della magistratura le indagini erano state secretate. Dopo qualche giorno i mezzi di comunicazione israeliani furono autorizzati da un giudice a riferire che il primo ministro era sospettato di aver ricevuto nel corso di diversi anni centinaia di migliaia di dollari nel contesto di campagne elettorali per il municipio di Gerusalemme e in seno al Likud, il partito in cui militava allora. Il premier ha negato di aver mai ricevuto mazzette. Ha aggiunto che se tuttavia venisse deciso di incriminarlo sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni dalla carica di primo ministro (di nuovo, ve la immaginate una scena del genere, regnante Berlusconi?o qualunque altro?nr). Il 21 settembre, in seguito all'incriminazione (non ad una condanna o all'inizio del processo!) Ehud Olmert, primo ministro israeliano, si è dimesso. Un sondaggio ha rivelato che il 95% degli israeliani voleva le dimissioni di Olmert, accusato di corruzione. Naturalmente Olmert non ha mai attaccato, delegittimandola, la magistratura, che in Israele come in Italia è un organo indipendente e non elettivo. Un ineccepibile comportamento da leader serio e responsabile, rispettoso delle regole della democrazia, in un paese che pure, come tutti sappiamo, ha problemi molto seri, forse più dei nostri. Qualcuno mi sa spiegare perché c'è tanta differenza tra l'Italia, dove sembra non sia lecito protestare per il Lodo Alfano o criticare il governo e il suo primo ministro, e Israele, dove di fronte ad un'iniziativa analoga al lodo Alfano l'intero paese si sarebbe sollevato come un sol uomo? Giuseppe Giolitti, http://www.corriere.it/
Ho inserito questo articolo non con intento polemico verso una parte o l'altra, ma solo per sottolineare quale dovrebbe essere un comportamento corretto in un Paese democratico nr


Promossi&Bocciati di Israele U21-ItaliaU21: Balotelli fa SuperMario e per gli avversari è notte fonda

La partita: Bella, stavolta, al contrario dell’andata. È un’Italia pazzerella e divertente, che a lunghi tratti domina ma sa soffrire sotto gli attacchi di Israele, sostenuta (almeno fino al 3-1) da un pubblico che sembra la Kop del Liverpool. Per fortuna degli spettatori italiani non è una partita a senso unico né noiosa, ma anzi rimane viva fino al felice fischio finale.......................
L’inno nazionale Israeliano: Quando parte l’inno (musicalmente piuttosto pesante) i giocatori Israeliani iniziano a cantare a squarciagola, ad occhi chiusi, lasciandosi cullare dalla voce della cantante in mezzo al campo e rinvigoriti da un pubblico entusiasta. Chissà se sia servito a caricarli, ma è stato comunque un bel vedere.........................


Operai cinesi sequestrano datori di lavoro israeliani nel paradiso fiscale delle Bahamas

Una dozzina di dipendenti israeliani di un’azienda edile israeliana sono stati sequestrati dai lavoratori cinesi ai quali non era stato pagato il salario.La notizia ha implicazioni internazionali abbastanza intricate. Accade nell'isoletta di West Caicos, territorio britannico nell'Atlantico del nord; la vicenda e' stata resa nota dal ministero degli esteri di Israele.All'origine del sequestro vi e' il crollo di un istituto finanziario statunitense, in seguito al quale l'impresa edile israliana si e' trovata a corto di liquidita' e ha dovuto congelare un lussuoso progetto turistico gia' in avanzata fase di realizzazione.Gli operai cinesi che non hanno ricevuto i salari sono circa 300. Oltre ha tenere in ostaggio gli israeliani, stanno anche rendendo problematiche le comunicazioni con l'isola e hanno bloccato l'unico porto. Le autorita' israeliane hanno chiesto l'aiuto di quelle britanniche per cercare di sbloccare la situazione.Un paradiso naturale ma anche fiscale West Caicos fa parte di un arcipelago formato da due gruppi di isole, le Turks e le Caicos. L'arcipelago conta circa 15.000 abitanti. In totale una quarantina fra isole, isolotti e banchi corallini, trenta miglia a sud delle Bahamas.Le isolette, alcune delle quali erano disabitate prima che circa 20 anni fa ci fosse il boom del turismo esotico, un tempo erano ricovero di bucanieri. Oggi le isole, indipendenti ma con status di protettorato britannico, sono anche note per essere un paradiso fiscale.16 ottobre 2008, http://www.rainews24.it/

mercoledì 15 ottobre 2008

16 ottobre 1943
NON C'È FUTURO SENZA MEMORIACOLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO SONO DESTINATI A RIPETERLO


È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato. Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione. L’oro di Roma: La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione). Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiara risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50. La retata: La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz. (tratto da La storia siamo noi di Giovanni Minoli) http://www.giorgioperlasca.it/

La tigre sotto la pelle


di Zvi Kolitz, a cura di Vincenzo Pinto
Bollati Boringhieri Euro 14

E’ il mistero del Male Assoluto che aleggia in questa raccolta di racconti dello scrittore ebreo Zvi Kolitz, un autore capace come pochi altri di dare forma narrativa all’orrore e alla sofferenza del popolo ebraico durante l’Olocausto.
Nato nel piccolo villaggio lituano di Alytus nel 1913, militante sionista e membro dell’Irgun, insegnante di studi biblici alla Yeshivà University di New York, città dove approda dopo aver girato il mondo, Kolitz è conosciuto in Italia per il monologo di Yossl Rakover che negli ultimi istanti di vita nel ghetto di Varsavia si rivolge a Dio con parole accorate chiamandolo in causa per il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore. Questa apostrofe a Dio che è al tempo stesso invettiva, preghiera e sfida è divenuta simbolo, lascito testamentario di chi si ribella contro l’iniquità.La raccolta di racconti “La tigre sotto la pelle” edita per la prima volta in Italia da Bollati Boringhieri (ad eccezione di “Yossl Rakover si rivolge a Dio”, apparso alcuni anni fa presso Adelphi) fu pubblicata nel 1947 a New York e rappresenta il primo tentativo di “narrare” la Shoah.In un mondo ancora pervaso dall’orrore dell’Olocausto, queste pagine scavano con potenza narrativa nelle vite tormentate di coloro che stavano affrontando, sgomenti e increduli, la ferocia nazista, la realtà dei campi di morte e il problema di come resistervi.
Sono pagine piene di sofferenza, di morte, pervase da un’atmosfera surreale dove i protagonisti, figure ricche spiritualmente e delineate con grande incisività dall’autore, esprimono sentimenti forti e si lasciano sopraffare dal dolore e dalla follia. Non sono vincenti da un punto di vista “fisico” perché la loro vittoria, tutta morale, consiste nel prevalere dello spirito sulla barbarie umana. Non si vendicano dei soprusi subiti dai nazisti perché la loro vittoria risiede nella presa di coscienza e nell’accettazione di una identità ebraica di cui sentono orgogliosi.
E’ quindi “la cupa accettazione del fato dell’ebraismo europeo” che emerge nelle parabole di Zvi Kolitz. Nella “Fine di una famiglia” la scelta del medico Bernhard van Merlo di morire nel campo di sterminio racchiude l’identificazione con il destino del suo popolo; in “Ceneri” l’eccessivo amore materno di Rachel Dworkin per il figlio sedicenne la condurrà a distruggere la vita del ragazzo e poi alla follia; in “Sulla strada luminosa” Jacob Rabin dopo la cupa disperazione per la perdita dell’amata intravede una luce dall’abisso della prigione, grazie alla devozione dei suoi compagni.
Costruite intorno a trame piuttosto scarne, con uno stile narrativo esplicito e a volte crudo, queste storie dalle tinte fosche vibrano per la tensione e il senso incombente di tragedia rappresentando un impareggiabile affresco della cultura occidentale, del mondo della Diaspora e di quella immensa tragedia che fu l’Olocausto.Un libro indimenticabile quello di Zvi Kolitz che sa raccontare la forza delle emozioni attraverso la dura concretezza delle parole. Giorgia Greco

martedì 14 ottobre 2008


Yad Vashem

Francesco Repetto

Don Francesco Repetto (Genova, ...) è un presbitero italiano, annoverato tra i giusti tra le nazioni per la sua azione a favore degli ebrei durante l'Olocausto e per il ruolo dirigente nell'organizzazione clandestina di soccorso DELASEM, che contribuì alla salvezza di migliaia di ebrei in Italia durante l'occupazione tedesca.Da giovane ha svolto studi nell'Università Gregoriana. A Roma fu conobbe e divenne amico del monsignor Giovanni Battista Montini (noto in futuro con il nome di Papa Paolo VI).Divenuto sacerdote nel 1938 e due anni dopo, nel 1940 ottenne lavoro come segretario di Pietro Boetto. Genova era nel frattempo divenuta nel dicembre 1939 la sede centrale della DELASEM, un'organizzazione legale ebraica presieduta da Lelio Vittorio Valobra, dedicata al sostegno dei sempre più numerose profughi ebrei in Italia.
a partire dall'8 settembre 1943 durante l'occupazione tedesca, ebrei, italiani e stranieri, nei territori della Repubblica Sociale Italiana venivano sistematicamente deportati. Prima di espatriare in Svizzera, Valobra si rivolse al cardinale Boetto con la richiesta di unire l'attività dell'organizzazione DELASEM, costretta alla clandestinità, a quella della Curia genovese, Repetto si avvalse allora dell'aiuto di Massimo Teglio, chiamato la "primula rossa" degli ebrei di Genova. Teglio organizzava nascondigli in abitazioni private e in case religiose, procurava carte di identità false, mentre don Repetto fungeva da cassiere per la raccolta e la distribuzione del denaro che arrivava alla DELASEM dalla Svizzera attraverso l'American Jewish Joint Distribution Committee.Nel(1944) l'intervento del Nunzio Apostolico di Berna, il monsignor Filippo Bernardini fu rislutivo nei rapporti fra Valobra (stabilitosi a Zurigo) e don Repetto che si trovava ancora a Genova. Alla Curia di Genova continuavano a giungere da monsignor Montini anche le numerose lettere inviate in Vaticano da ebrei alla ricerca di notizie di parenti e conoscenti al nord dell'Italia.Don Repetto trovò appoggio in autorità religiose ebraiche e cristiane: in particolare i rabbini Raffele Pacifici a Genova e Nathan Cassato a Firenze (fino alla loro deportazione) e i vescovi Pietro Boetto a Genova, Elia Dalla Costa a Firenze, Giuseppe Placido Nicolini ad Assisi, Maurilio Fossati a Torino, Alfredo Ildefonso Schuster a Milano e Antonio Torrini a Lucca.
Per poter gestire la non facile operazione di distribuire i fondi ricevuti laddove essi fossero necessari, don Repetto poté avvalersi della collaborazione d'alcuni volenterosi "corrieri di valuta", ebrei come Raffaele Cantoni, Giorgio Nissim o Salvator Jona, ma soprattutto, grazie al sostegno offerto a livello locale del cardinale Boetto, un nutrito gruppo di sacerdoti genovesi: don Giovanni Cicali, don Giovanni De Micheli, don Alessandro Piazza (che sarà poi Vescovo di Albenga), don Gian Maria Rotondi, don Carlo Salvi, don Natale Traverso, don Raffaele Storace e don Giuseppe Viola. I sacerdoti furono inviati in missione in diverse curie episcopali, in Toscana, Umbria, Marche, Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia e Veneto, in visite accuratamente pianificate da don Repetto.
La catena di solidarietà che da Genova si estendeva ai centri locali, consentì per tutta la durata dell'occupazione tedesca un periodico e quasi regolare arrivo di fondi che si rivelarono essenziali a garantire la sopravvivenza di migliaia di ebrei nel Centro-Nord dell'Itlia. Con Milano don Repetto era in contatto con don Giuseppe Bicchierai che, oltre a far parte della Segreteria del card. Schuster, era cappellano alle carceri di San Vittore. Con Torino i contatti erano con monsignor Vincenzo Barale, Segretario del card. Fossati. A Firenze il cardinale Dalla Costa aveva delegato il suo segretario particolare, monsignor Giacomo Meneghello e il Rettore del Seminario, monsignor Enrico Bartoletti con la collaborazione, fra gli altri, di don Leto Casini, padre Cipriano Ricotti, don Giulio Facibeni, Giorgio La Pira e Adone Zoli.La lista dei referenti locali è lunga: don Raimondo Viale a Borgo San Dalmazzo, don Bruno Beccari e Giuseppe Moreali a Nonantola, Giorgio Nissim e don Arturo Paoli a Lucca, Mario Finzi a Bologna, i padri Aldo Brunacci e Rufino Nicacci a Assisi, padre Benedetto Maria, Settimio Sorani, Angelo De Fiore e Giuseppe Levi a Roma. Fra le persone note che collaborarono al progetto si ritrova anche il nome del ciclista Gino Bartali.
Repetto decise di rifugiarsi in montagna per evitare di essere catturato e processato per i suoi interventi, trovando riparo sicuro in Val Bisogno, presso Molassana nel luglio 1944. La collaborazione con don Carlo Salvi continuava, e in seguito fece compagnia al cardinale Boetto, fino al sopraggiungere della sua morte (avvenuta nel 1946).Nel 1955, fu premiato con una medaglia d'oro dall'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, nella motivazione si leggeva:
« Don Francesco Repetto, segretario dell'Arcivescovo di Genova, dopo l'8 settembre 1943, si assunse il compito di proseguire nella clandestinità l'opera ardua e difficile ad allora condotta dalla delegazione assistenza emigrati ebrei (DELASEM), cessata a seguito dell'occupazione nazista. In tale sua opera nobilissima, non curante di numerose denunce, minacce e ordini di cattura, ai quali riuscì fortunatamente a sottrarsi, creò una vera e propria organizzazione per la distribuzione di viveri, per il ricovero in luoghi sicuri, per l'emigrazione, riuscendo a recare aiuto a centinaia di perseguitati. »Il 29 aprile 1976, don Repetto riceveva quindi l'onorificenza di giusto tra le nazioni dall'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme. http://it.wikipedia.org/

Yad Vashem

I Giusti d’Italia che scelsero la banalità del Bene

A come Aceti Giuseppina, B come Bartoleschi Vincenzo, C come Caronia Giuseppe: sono alcuni dei quasi quattrocento italiani che hanno aiutato gli ebrei in difficoltà in un’Italia che improvvisamente aveva abbracciato l’antisemitismo durante il regime fascista. I cittadini italiani di religione ebraica che fino a quel momento erano ben integrati nel tessuto sociale, di colpo divennero le vittime incolpevoli di un’epoca che aveva smarrito la propria coscienza. La campagna razziale ormai tristemente nota del 1938 sorprese sia gli ebrei che gli italiani non ebrei: bambini, ragazzi e insegnanti espulsi dalle scuole pubbliche, ebrei stranieri allontanati dal suolo italiano, in un crescendo di leggi e circolari ministeriali che avvelenarono la vita di chi faceva parte di una «razza» considerata sgradita. Tutto ciò avveniva mentre il Paese era alleato con la Germania nazista che perseguiva, riguardo agli ebrei, una spietata politica discriminatoria. Ma se l’avversione tedesca nei confronti del popolo ebraico era dettata da razzismo biologico e sconfinò nella tragedia della soluzione finale, l’Italia fascista - nonostante avesse elaborato una propria politica antiebraica di cui non si cancellano le responsabilità - era tuttavia lontanissima dall’idea di ricorrere a uno sterminio di massa. Il clima che gli ebrei italiani respiravano era complesso, carico di luci e ombre, in un singolare miscuglio di benevolenza e tradimento, di persecuzione e aiuto.Ed è proprio alla straordinaria solidarietà di molti italiani coraggiosi che si rivolge il libro I Giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei, 1943-45, uno degli otto volumi dell’Enciclopedia dei Giusti fra le nazioni, compilata dallo Yad Vashem, l’Istituto della memoria della Shoah in Israele (edito da Mondadori, con il messaggio del presidente Ciampi, un’introduzione del ministro Fini, la postfazione di Liliana Picciotto e una serie di interventi di studiosi dello Yad Vashem): un’opera di grande rilievo storico e umano che racconta le vicende di uomini e donne che salvarono uno o più ebrei e misero a rischio la loro stessa esistenza.Ma chi erano i Giusti? Chi erano queste persone, per lo più sconosciute, che seppero proteggere il valore e la dignità dell’uomo in un periodo oscuro della storia europea, al contrario di chi invece non assumeva rischi con l’alibi di non poter incidere su una simile realtà? (un atteggiamento che equivaleva a un «silenzio-assenso»). «Il Giusto - scrive Avner Shalev, presidente del Comitato di direzione di Yad Vashem - simboleggia l’essere umano, l’essenza stessa dell’idea del libero arbitrio dell’uomo di scegliere il bene contro il male e di non restare indifferente». In una sorta di «elenco del bene», scorrono i nomi e i volti anonimi e un po’ sfuocati di quei Giusti italiani riconosciuti dallo Yad Vashem (ma ci sono altri casi ancora in esame), frutto di una procedura scrupolosa e complessa, finalizzata ad accertare la verità dei fatti; volti rigorosamente allineati in ordine alfabetico, che raccontano storie simili e diverse da quelle già note al grande pubblico, come quelle di Schindler, Perlasca e Peshev. Basta aprire il libro ed ecco sfilare le vicende tratte dalle testimonianze dei sopravvissuti, segnate da successi e fallimenti, spesso commoventi di persone di ogni fede e ceto sociale, anziani, giovani, parroci, suore, atei, antifascisti e fascisti; addirittura di soccorritori antisemiti disgustati dai crimini nazisti e di coloro che erano supposti di essere i «persecutori», come funzionari di polizia, carabinieri, finanzieri e perfino «camicie nere», all’occasione capaci di chiudere un occhio. Italiani brava gente insomma, uniti in un esemplare concorso di buone azioni come trovare documenti falsi, finte tessere annonarie, rifugio, cibo e nell’accompagnare i clandestini alla frontiera italo-svizzera.Uno di loro, il dottor Arnaldi, accompagnò alcuni ebrei al confine: morì combattendo contro i tedeschi nel ’44. Un altro eroe fu l’avvocato Giuseppe Brusasca che creò una rete di resistenza nel Monferrato. Salvò la famiglia Foa di Casale, i Sacerdote di Milano e i Donati di Modena: di quest’ultimo riuscì a salvare parte delle proprietà trasferendole a suo nome. Nascondere bambini era particolarmente rischioso: Ida Brunelli in Lenti, di 15 anni, faceva la bambinaia presso una famiglia di rifugiati ungheresi, salvò la vita a tre bambini a lei affidati. Nonostante il silenzio ufficiale del Vaticano sulla Shoah, furono molti i sacerdoti e le suore che nascosero gli ebrei nei monasteri, negli orfanotrofi e altre istituzioni ecclesiastiche nell’Italia occupata. Uno fra tutti Padre Benedetto Maria che a Roma trasformò il convento dei cappuccini in via Sicilia in un centro di transito e di assistenza per centinaia di ebrei e rifugiati che si opponevano al nazismo. Ci furono poi i contadini come Attilio e Lidia Pigliapoco, che gestivano la proprietà dei Morpurgo nel paesino di Polverigi, vicino ad Ancona, e salvarono i loro datori di lavoro. Ci furono medici che curarono ebrei nascosti sotto falsa identità: a Roma, il noto pediatra Giuseppe Caronia, evitò la deportazione a dozzine di ebrei ricoverandoli in ospedale. Ma anche le autorità fecero la loro parte rischiando la carriera: Carlo Ravera, maresciallo dei carabinieri di Alba, in provincia di Cuneo, fu fondamentale nel salvataggio di dodici famiglie ebree, per lo più profughi jugoslavi.Ne Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia, 1943-1945 (Mursia, 2002), Liliana Picciotto scrive che durante l’occupazione tedesca su 33.360 ebrei italiani e 1.900 del Dodecaneso, 8.869 furono deportati nei lager. Di essi 7.860 perirono. Solo un piccolo numero trovò la morte sul suolo italiano (303 persone). La percentuale di sopravvissuti in Italia fu alta proprio per la grande solidarietà della popolazione. Di fronte allo stupore dei media o dei curiosi nei confronti del coraggio e dell’eticità delle loro azioni, i Giusti quasi sempre hanno manifestato uno stupore ancora maggiore. Quasi sempre dichiarano di non aver fatto nulla di speciale: «È stata poca cosa e del tutto naturale - è la frase ricorrente - che cosa avreste fatto, voi, al posto mio?». 24 gennaio 2006, http://www.ilgiornale.it/

Yad Vashem

Roberto Castracane


Durante la seconda guerra mondiale, a Villa Santa Maria, un comune di 1.435 abitanti della provincia di Chieti, erano presenti in paese alcune famiglie di profughi ebrei stranieri in domicilio coatto, che fraternizzarono con la popolazione locale. All'arrivo delle truppe tedesche nel 1943, il podestà Roberto Castracane negò recisamente che ebrei fossero ancora presenti in paese pur essendo a conoscenza che almeno una famiglia di essi, gli Steinberg, era nascosta presso la famiglia Piccone. Non appena - dopo un mese - le truppe tedesche lasciarono il paese, la famiglia Steinberg fu guidata a attraversare le linee e a raggiungere gli Alleati. Per questo impegno di solidarietà, il 16 aprile 1978, l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito a Roberto Castracane l'alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni. http://it.wikipedia.org/


Giacomo Bassi

Giacomo Bassi (1886 – 1968) è stato un funzionario italiano. È stato proclamato Giusto tra le Nazioni per aver salvato i cinque componenti di una famiglia di ebrei milanesi dai rastrellamenti che insanguinavano l'Europa durante la seconda guerra mondiale (l'Olocausto).Giacomo Bassi nacque il 18 marzo 1886 a Gottro, piccola comunità affacciata sul Lago di Como situata sulle Prealpi Lepontine e frazione del Comune di Carlazzo. Già il padre esercitava la professione nell'Amministrazione pubblica ricoprendo anch'esso la carica di segretario comunale. Frequentò il Collegio dei Salesiani di Sondrio, dove conseguì il diploma di geometra.
Durante la prima guerra mondiale fu inviato sul fronte come Ufficiale di fanteria addetto agli approvvigionamenti del battaglione. Al termine della prima guerra mondiale si iscrisse alla Facoltà di Farmacia presso l'ateneo di Pavia, conseguendo la Laurea nel 1927. Intraprese successivamente la carriera professionale nella pubblica Amministrazione, in qualità di segretario comunale. Nel 1930 ottenne una seconda Laurea in veterinaria.Nel 1942 Giacomo Bassi fu trasferito dal comune di Brugherio a quello di San Giorgio su Legnano, dove rimase fino al 1945. Fu segretario comunale a San Giorgio su Legnano e Canegrate tra il 1943 e il 1945. Durante questo incarico, nascose una famiglia di ebrei milanesi (la famiglia Contente: genitori e tre figli) nella scuola primaria di San Giorgio su Legnano (attuale sede del Municipio), fornendo loro documenti di identità falsi e continua assistenza morale e materiale per quindici mesi fino alla Liberazione.Giacomo Bassi morì nel 1968, e fu tumulato nel cimitero del suo paese natale, Gottro.Per la sua generosa azione, il 6 settembre 1998 lo Stato d'Israele conferì a Giacomo Bassi il massimo riconoscimento, proclamandolo Giusto tra le Nazioni a Yad Vashem.