lunedì 20 ottobre 2008


Una scrittrice israeliana. Intervista a Lizzie Doron

a cura di ANNA ROLLI
Siamo cresciuti con un enorme segreto in casa, un segreto del quale nessuno poteva dirci nulla. Cosa era accaduto a tua madre? E a tuo padre? Cosa era accaduto ai loro bambini e a tutti gli altri? Sentivamo che non sarebbe stato corretto domandarlo ai nostri genitori. Così da una parte non se ne parlava mai, dall'altra tutti sentivamo che in famiglia c'era un segreto, che era una molto molto importante e che non si poteva toccare. Lizzie Doron mi parlava, seduta di fronte a me nel bar dove ci eravamo rifugiate per sfuggire alla calca del Festival Internazionale di letteratura ebraica svoltosi a Roma alla fine di settembre scorso.
Siamo cresciuti vergognandoci dei nostri genitori, pensavamo che fossero stati deboli, che non fossero stati capaci di combattere e che avessero la mentalità tipica della diaspora. Però siamo cresciuti in comunità nelle quali eravamo tutti uguali, il che è un sostegno molto molto forte per un bambino, perché come bambino non puoi fare un confronto con niente di diverso e non puoi renderti conto che c'è qualcosa di speciale nel tuo quartiere e qualcosa di anormale nella tua infanzia.... Penso che questa sia una caratteristica specifica perché Israele, a differenza delle altre nazioni, divenne il rifugio per quelli che furono deportati e che sopravvissero alla Shoà.
Al Festival, nel corso dell'incontro a lei dedicato, Lizzie aveva incantato il pubblico, tutti avevano ascoltato e avevano applaudito, ammirati e addolorati, il suo lungo racconto di figlia della Shoà. Il tono di sincerità e di attenzione introspettiva, l'esigenza di cercare risposte umane avevano profondamente coinvolto la platea.
Quando ho scritto la storia di mia madre e la gente ha iniziato a chiedermi di pubblicarla, ho provato una grande vergogna e quando è stata pubblicata, per un anno e mezzo, non sono entrata in nessuna libreria. Avevo paura che potessero riconoscermi. Io sono cresciuta in un circondario segreto e non mi sentivo in grado di uscire allo scoperto, così continuavo la vita tra la gente normale, e nello stesso tempo, appartenevo alla mia gente tra la quale ero quella che aveva rotto il tabù pubblicando il libro. Molti miei amici non sapevano come comportarsi, noi eravamo stati bambini in un grande vuoto e con uno sfondo oscuro e il mio sembrava a tutti un comportamento molto strano perché ad un certo punto ero uscita allo scoperto. In un momento ho realizzato che molta gente era esattamente come me, anche se rifiutava di ammetterlo, neanche loro sapevano nulla riguardo i loro genitori e stavano cercando la maniera più facile per affrontare il problema.
Penso che la nostra Storia produca molti sintomi diversi. Ci sono persone che immaginano la vita precedente, altre che si pongono continuamente delle domande. Ci sono persone che odiano i genitori per il loro silenzio , altre che hanno deciso di rimanere bambini per sempre e ancora adesso non ne parlano " Se questa è la volontà di mio padre, se lui non ha mai voluto dirmelo, se non vuole che io sappia, bene io rispetterò la sua volontà!" Invece altre persone come me si sono sentite molto frustrate sentendo che non è possibile essere un essere umano e non sapere nulla sulle proprie origini. Dipende dal carattere, dal temperamento e dalla visione di se stessi. Per me il punto centrale è stata la rabbia nei confronti di mia madre che ha rifiutato di parlare con me, di scrivere qualcosa e addirittura di lasciarmi un qualche documento che mi aiutasse a svelare il segreto e il silenzio. E'ancora la mia ossessione. Ho ingaggiato un detective per cercare informazioni e poiché non avevo nessun documento da dargli, lui non è stato in grado di trovare nulla. Io non so quando sia nata mia madre né dove. Non ho mai incontrato mio padre, non so se lui fosse malato, se fosse il solo sopravvissuto della famiglia o se avessero deciso di farmi crescere in Israele. Avrei tante domande da porre, non è per curiosità, io davvero vorrei capire ma c'è una cortina davanti a me e io non posso toccare niente che sia appartenuto ai miei genitori.
Probabilmente mia madre è stata sposata e ha perduto due bambini ma io non conosco il suo nome da sposata. In un vecchio libro ho trovato una testimonianza. Così ho scoperto che da Auschwitz fu spedita in un campo chiamato Scargesti Kamieno che era un posto orribile nel quale quasi nessuno sopravviveva. Producevano TNT per le granate e morivano avvelenati dalle esalazioni chimiche. Lei è stata una delle pochissime sopravvissute e dopo la guerra è andata a Varsavia dove si è rivolta ad una organizzazione che cercava i bambini presi dai nazisti. Questa è l'unica cosa dalla quale capisco che aveva avuto un marito, che lo aveva perso e che stava cercando i suoi bambini. Allora diede il suo cognome di ragazza, e così ho cercato di sapere da dove venisse e ho trovato solo il passaporto di mio nonno che veniva da Vienna, e lei probabilmente era nata in Galizia prima della Grande Guerra. I documenti sono come un puzzle e non riesco ad organizzarli. Era una donna della quale nessuno sapeva niente. Capisco che non potesse parlare della Shoà, ma come bambina io volevo sapere. Sono cose che ancora mi creano molti problemi. Io non posso accettare il suo comportamento. C'è molta differenza tra noi figli dei sopravvissuti, alcuni si vergognano di sapere ciò che accadde, di affrontare il trauma, addirittura con se stessi. Altri invece vorrebbero sapere tutto. Una mia amica è molto depressa ed è piena di rimpianti, è convinta di non essere stata una figlia abbastanza buona e brava per i suoi genitori e prova un senso di colpa molto forte e non può trovare sollievo. Questo è un altro sintomo. Lizzie Doron ha un'aria sbarazzina e accorata, un volto e un parlare così espressivi! Pochi giorni prima d'incontrarla avevo letto e recensito per Agenzia Radicale, Perché non sei venuta prima della guerra?,il suo primo libro, breve e intensissimo, tradotto e pubblicato in Italia dalla Giuntina. Un libro profondo, toccante, nel quale l'autrice mostra una eccellente capacità di scrittura. Mentre mi parlava continuavo a guardarla e ad ascoltare, poi senza difficoltà è venuta la confidenza , le ho detto che la sua storia è anche la mia storia.
Nel nostro quartiere dividevano i bambini in due gruppi , ad uno appartenevano quelli che probabilmente sarebbero stati capaci di sopravvivere in un campo di sterminio e nell'altro quelli che di sicuro sarebbero morti. E' sorprendente come umiliassero i deboli, come li facessero a pezzi, e come fossero orgogliosi dei bambini forti. Così questi ultimi quando sono andati sotto le ami hanno voluto dimostrare di essere dei veri combattenti e poi in guerra sono morti per primi. E' stata una enorme tragedia, perché i genitori che erano molto orgogliosi e soddisfatti di loro, alla notizia che i figli erano morti sono crollati distrutti e non si sono più ripresi. Questa è stata davvero la soluzione finale!
Siamo cresciuti in una maniera molto confusa e non capivamo quello che i nostri genitori volevano che noi fossimo. I sopravvissuti erano confusi su come educare e su come comportarsi con i bambini. Mia madre non mi ha mai abbracciata,non mi ha mai baciata, non mi ha mai toccata, e quando io ne ho parlato in pubblico molte persone hanno iniziato a piangere e a raccontare che per loro era stato lo stesso e che oggi avevano ancora paura di stare vicino a qualcuno. E' un particolare che riportava indietro tutta la memoria. Gli essere umani non sono tutti uguali però, sicuramente, tutti quelli della seconda generazione hanno qualcosa che è profondamente connesso con la Shoà. Sono loro stessi una specie di sopravvissuti. Io sono una sopravvissuta della vita, sono una sopravvissuta dell' infanzia vissuta con mia madre. Tutti noi sappiamo che la Shoà ha avuto un' influenza enorme sul nostro modo di vivere e sui nostri sentimenti e questo è cruciale.
Anna-Tutti noi pensiamo alla Shoà tutti i giorni della nostra vita e questo è un sintomo, un secondo sintomo potrebbe essere che pur pensandoci continuamente e pur sapendo che è tutto vero, in una parte della nostra mente non riusciamo davvero a credere che tanto orrore sia potuto accadere.
Noi pensiamo alla Shoà tutti i giorni. Se non c'è abbastanza cibo noi pensiamo alla Shoà. Se c'è un incidente, se qualcuno muore, questa categoria della nostra mente si riaffaccia tutto il tempo, però ognuno di noi ha la sua maniera personale per vivere la propria vita con l'immagine della Shoà . Non ci avevo pensato in questi termini, piuttosto pensavo a come imparare a controllare i miei sentimenti. C'è stato un periodo nel quale ho odiato mia madre così tanto , sentivo che lei mi imbrogliava e che mi usava ed ero così arrabbiata. Tutta la mia vita è stata una lotta per ridurre la mia rabbia e per accettare le sue scelte. Lei voleva che io fossi abile e sensata abbastanza da essere capace di sopravvivere. Ogni volta che portavo a casa un fidanzato lei giudicava se sarebbe stato in grado di sopravvivere oppure no , e per dire una cosa davvero offensiva di una persona diceva " Lui ?!? Lui è una nullità! Uno così ad Auschwitz non sarebbe sopravvissuto un solo giorno!". Così giudicavano nella loro mente, questa era la loro concezione dell'essere umano. E intorno a se, nel caso di un'altra guerra, volevano soltanto ebrei capaci di combattere e di sopravvivere.
Anna-Io ero una bambina inappetente. Ero molto minuta e a scuola ero sempre la più bassa della classe. Quando mio padre mi incontrava per strada non mi salutava, faceva finta di non conoscermi perché si vergognava di avere una figlia come me. Un altro sintomo potrebbe essere il nostro bisogno di sentirci bravi e coraggiosi, di sentirci non meno capaci di loro.
Io sono una nevrotica piena di sintomi, ho paura dell'ascensore, di volare, di andare in giro da sola, ma ho una grande intuizione per capire il comportamento della gente. Cerco sempre una posizione sicura. Lei mi spingeva continuamente a stare attenta perché tutto è molto fragile e puoi essere fatta a pezzi in un minuto. E' molto difficile perché diventa impossibile rilassarsi. Io sono cosciente tutto il tempo che qualcosa può accadere e che io dovrò superarla per sopravvivere. Dovrei sapere quando esattamente scappare, quando lottare, quando prevenire, quando esattamente una discussione con un uomo può diventare pericolosa. Vivo in un mondo pieno di nemici e dovrei essere coraggiosa in un mondo di nemici, e abile abbastanza da scappare in tempo. Noi abbiamo ricevuto le stesse regole su come sopravvivere ma abbiamo reagito in modo diverso. Io non sono affatto coraggiosa.
Anna-Un'altra caratteristica che abbiamo in comune è la nostra ricerca di tutto ciò che potesse svelarci qualcosa. Quando ho letto il primo capitolo del libro di David Grossman , Vedi alla voce amore, ho pianto per ore.
Quel bambino è un nostro fratello. Io non ero autorizzata ad accendere la televisione nel giorno della memoria, non ero autorizzata a possedere libri sulla Shoà. A casa mia come a casa tua. Mia madre diceva " Non è affare tuo, tu devi essere felice, tu devi vivere una vita normale". Ero molto curiosa, però ero una bambina ubbidiente e così ho letto Anna Frank soltanto da ragazza, e ho iniziato ad esserne ossessionata e ad andare nelle librerie a cercare i vecchi libri per scoprire quello che era accaduto. E un problema serio perché, in un certo senso, la Shoà ha generato una nuova specie di essere umano. E' stata come una nuova creazione del mondo. Dio ha creato il mondo e Hitler ha creato un nuovo essere umano. Noi sappiamo, ora, cosa potrebbe diventare l'umanità e sappiamo cosa accadde alla gente dopo quella guerra terribile. La portiamo nei nostri geni, la potenzialità di agire verso gli altri come animali. Ha cambiato, io penso, tutto il sentimento di sicurezza e di fiducia in se stessi e nel mondo. Ha cambiato addirittura le domande riguardo Dio, le domande teologiche.
Anna-Mio padre non si è mai interessato alla religione e anch'io non me ne sono mai interessata se non come fenomeno storico- antropologico. Mio padre odiava i tedeschi e i fascisti e odiava anche Dio.
Mia madre diceva di non credere nei grandi leader, né nei comunisti, né nei fascisti, né nella razionalità, né nella religione. Diceva che avremmo dovuto creare un mondo nuovo e mi spingeva soprattutto ad essere indipendente nelle mie opinioni. Questa è la cosa buona che ho ricevuto: essere responsabile per la mia vita. Il problema è stato il suo modo di trattarmi a livello psicologico. Sentire che sei una bambina è nessuno mai che ti baci , che ti abbracci....E la domanda "Che cosa ho fatto che nessuno mi vuole mai abbracciare?"... Ci sono voluti anni, per capire che non era un problema provocato da me e dal mio comportamento ma dai suoi ricordi di vita e dal suo trauma precedente. Mi è ancora molto difficile accettarlo e io penso che sia uno dei motivi per cui la gente va avanti con il silenzio. Perché non provare ad abbracciarmi, a baciarmi, perché non provare a dare il calore di base che ogni madre dà ad un bambino? E' molto difficile! Razionalmente lo posso accettare ma emozionalmente sento un vuoto pieno di niente...
Anna-Mio padre non mi ha mai baciata, non mi ha mai abbracciata... Eppure io penso che siamo fortunate, perché siamo figli delle vittime. Nessuno soffre tanto quanto i figli dei carnefici. Pensi?
Anna-Si. Le vittime sono le vittime. Noi manteniamo una relazione e ci prendiamo cura l'uno dell'altro. Se qualcuno è malato, se qualcuno ha bisogno di qualcosa, se qualcuno è solo, ci sentiamo responsabili l'uno per l'altro. Costituiamo una specie di comunità e anche se non viviamo insieme, nonostante la lontananza ci teniamo in contatto perché noi siamo l'ombra della famiglia e dobbiamo avere cura dei membri di questa famiglia.
Anna-Avevo un'amica, suo padre era stato un fascista a Salò, un vero criminale, graziato a suo tempo da Togliatti. Non ho mai conosciuto una persona così disperata. Ho fatto tutto ciò che potevo per darle una mano. Ora sta seguendo una lunga psicoterapia. Una volta mi ha telefonato al cellulare e io ero in aeroporto e mi sentivo felice perché ero in partenza per Israele. Stava malissimo. Ho parlato con lei per più di due ore, dal controllo documenti fino al momento dell'imbarco. Poi durante il viaggio pensavo all'assurdo delle nostre vite, un assurdo nel quale è anche la bellezza della civiltà: stavo partendo per andare a lavorare nella patria degli ebrei e nel mentre avevo tentato in tutti i modi di aiutare la figlia di uno di quei criminali che avevano distrutto la giovinezza di mio padre, che avevano assassinato i famigliari dei miei migliori amici ....
Ho una grande amica. Suo padre era una delle guardie del corpo di Hitler e lei ha dedicato la vita al popolo ebraico. Lavorava a radio Berlino al dipartimento della cultura e promuoveva gli scrittori israeliani in Germania e quando mi hanno chiesto un' intervista lei ha deciso di raccontarmi la sua biografia nel caso io volessi rifiutare e così abbiamo passato molto tempo insieme. Oggi ha 66 anni ed era una bambina durante la guerra poi ha sposato un ebreo sopravvissuto alla Shoà. E' stato un matrimonio molto difficile, hanno avuto un bambino e l'hanno chiamato Abramo: " colui che ristabilisce il paese degli ebrei", ma alla fine hanno divorziato. In seguito ha adottato un bambino musulmano bosniaco perché voleva combattere l'idea che i tedeschi sono una razza pura. Viene da una famiglia tedesca molto famosa e così ora ha un figlio ebreo e un figlio musulmano. Dopo aver letto il mio libro ha deciso che anche lei doveva scrivere qualcosa, non letteratura ma semplici memorie e documenti per la sua famiglia. E' molto in crisi e vive in una area ecologica con altre due donne figlie di nazisti, e sta scrivendo un diario sulla sua vita perché dice che la Storia della Germania non termina con la prima generazione e loro debbono continuare a scriverla. La mia opinione è che potrebbe diventare un grande libro e ho cercato di convincerla a pubblicare i suoi appunti. Una volta mi ha detto "Noi siamo come un manicomio all'aria aperta perché la nostra vita è tale da essere quasi incredibile. Abbiamo fatto così tante cose per non essere travolte dal passato ." Per es. una sua amica ha adottato un padre. Non voleva il suo vero padre perché era stato un nazista e non lo chiamava papà, poi ha chiesto ad un altro uomo di essere suo padre e ha chiamato papà l'uomo che aveva deciso avrebbe potuto essere un buon padre per lei.
Anna-E' molto bello che tu sia stata capace di scrivere un libro come: Perché non sei venuta prima della guerra?
L' ho scritto per mia figlia. Volevo che giudicasse mia madre dal suo punto di vista e non dal mio. A quel tempo odiavo molto mia madre e mi domandavo se mia figlia, che appartiene alla terza generazione, sarebbe stata in grado di guardare al suo comportamento da un altro punto di vista. E' stato stupefacente perché quando ha finito di leggere mi ha detto "Mamma, io ammiro tua madre!" e io ero scioccata. Come era possibile che qualcuno ammirasse mia madre?
Questa è stata la vera svolta per me , da quel momento ho iniziato a rivelare la mia vita. Da allora ho impiegato 5 o 6 anni per scrivere altri 5 libri, per descrivere quello che era accaduto nella nostra vita. Mia figlia era la persona più adatta, la migliore per dirmi che mia madre aveva fatto anche qualcosa di giusto.
Anna-Nonostante il dolore e la rabbia il tuo libro racconta di una donna coraggiosa e buona e di grande dignità. Non si può fare a meno di apprezzarla.
Mia madre pensava che nel presente ci era offerta la possibilità di essere molto migliori, non ha mai pensato che potessimo diventare peggiori, diceva che avevamo imparato qualcosa davvero importante e che eravamo arrivati alla conclusione di non essere razzisti, di essere liberali, e che la religione non serve per rendere il mondo migliore. Conservava anche un certo senso dell'umorismo e la ragione è che, nel profondo del cuore, era ancora molto ottimista.
19 ottobre 2008 , http://www.agenziaradicale.com/

Gerusalemme - ospedale Hadassah

ISRAELE: NUOVA META DEL TURISMO OSPEDALIERO

Ogni anno migliaia di persone vanno all'estero per ricevere cure mediche. A volte lo fanno per avere trattamenti d'avanguardia, a volte per risparmiare. Negli ultimi anni è aumentato il numero delle persone che sceglie il sistema sanitario israeliano, competitivo sia per la qualità delle cure sia per i prezzi. Secondo i dati del Governo israeliano, nel 2007 sono arrivati per curarsi ventimila stranieri, che hanno portato nel Paese 150 milioni di dollari. I luoghi di provenienza sono soprattutto le Nazioni mediterranee, come Cipro, la Grecia e la Turchia, o dell'ex Unione Sovietica, come l'Azerbaigian, la Georgia e il Kazakistan. Per gli stranieri il costo delle cure negli ospedali è più alto rispetto a quello riservato ai cittadini israeliani, ma permette comunque di risparmiare abbastanza. Il turismo medico ha il duplice effetto di stimolare l'economia e i progressi della medicina. Ma secondo molti israeliani alla lunga potrebbe danneggiare il sistema sanitario pubblico, che garantisce cure gratuite a tutti i cittadini. Il Governo, quindi, dovrebbe regolamentare il fenomeno per evitare che le tasse dei contribuenti servano a pagare le cure per gli stranieri, mentre gli ospedali pubblici sono sempre più intasati. (Internazionale.it) Redazioneonline-SuccedeNelMondo,

Tel Aviv -Rothschild street

Israele/ Municipali,sindaco Tel Aviv: Mi ispiro a predecessore-In cerca di voti arabi si fa intervistare da giornale palestinese
17 ott. (Apcom) - L'"alto esempio da seguire" per amministrare una città israeliana è quella dell'"ultimo sindaco arabo della città di Jaffa". A pensarla così è Ron Huldai attuale primo cittadino della municipalità di Tel Aviv-Yafo, che intende farsi rieleggere alla poltrona di sindaco alle prossime elezioni municipali dell'11 settembre.
In piena campagna elettorale, Huldai - che tra i suoi avversari alla carica di sindaco annovera una candidata donna araba - sceglie il quotidiano palestinese al Quds al Arabi per esporre meglio il suo pensiero che trova ospitalità in prima pagina. E parlando di Hassan Shukri, ultimo sindaco arabo della città, eletto prima del 1948, cioè prima della nascita di Israele.
Huladi racconta: "Io sono nato a Jaffa nel 1948 ed ho studiato bene la sua personalità: quando venne eletto ad amministrare la città convoco' i capi della comunità ebraica e chiese loro di nominare un segretario del Comune. Affermava di considerare gli ebrei parte integrante della popolazione e voleva per loro una rappresentanza nel Comune. Dopo pochi anni adotto' l'idioma ebraico come lingua ufficiale dell'Amministrazione. E' percio' che io oggi mi sforzo per elevare il livello della cooperazione ebraico-araba in tutto il nostro Paese portando ad esempio Jaffa".
Il sindaco ebreo si dice quindi "orgoglioso" per avere reso obbligatorio l'insegnamento dell'arabo nelle scuole cittadine "fin dalla quinta elementare": "senza conoscere l'arabo, non è possibile parlare di convivenza", afferma infatti, mentre il suo vice arabo Iskandar Amal, ribadisce la sua convinzione che "per gli arabi, Jaffa", l'area a sud di Tel Aviv con la sua popolazione eterogenea di ebrei, cristiani e musulmani "è il miglior comune misto in Israele".
Sono sei i candidati alla poltrona di sindaco del comune di Tel Aviv-Yafo: oltre al sindaco in carica, concorronoAssama Agberiah Zahalka, araba d'Israele attivista per i diritti civili e presidente dell'Organizzazione Azione Democratica, il generale Oren Shaor, Dov Henin (Hadash), l'ex consigliere comunale Ya'cov Rener e il vice sindaco Pe'er Weissner.

Eilat

Israele: fino ad agosto 84mila italiani Una cifra superiore a quella dell'intero 2007

Fino ad agosto sono stati 84mila gli italiani in Israele. "Una cifra superiore a quella dell'intero 2007", ha dichiarato Suzan Klagesbrun, consigliere per gli affari turistici dell'Ambasciata di Israele. Ma la soddisfazione di Klagesbrun non deriva solo dai numeri: "La motivazione del viaggio non risiede solamente nel pellegrinaggio, sempre più si affianca il leisure tour. Dunque storia, cultura, spiritualità, divertimento, a Tel Aviv per esempio, benessere sul Mar Morto".

domenica 19 ottobre 2008

Galilea -il Giordano

Israele/ Gerusalemme: cristiani evangelici a Festa Tabernacoli

In tremila per esprimere sostegno a Stato ebraico

Gerusalemme, 15 ott. (Ap) - Tremila cristiani evangelici provenienti da 100 Paesi del mondo erano oggi a Gerusalemme per celebrare la Festa dei Tabernacoli o Sukkot, una delle principali festività del calendario ebraico.
Sventolando la bandiera blu e bianca dello Stato ebraico, hanno preso parte ad una parata organizzata in onore della festività, esprimendo ancora una volta il loro indefesso sostegno a Israele, segno della crescente alleanza fra i cristiani evangelici e lo Stato ebraico.
I cristiani evangelici sono fra i più irriducibili alleati di Israele che sostengono generosamente sia dal punto di vista finanziario che politico. Ma le ali più moderate dello Stato ebraico non vedono sempre di buon'occhio queste strette relazioni con gli evangelici perché sono a favore delle colonie ebraiche in Cisgiordania e non lesinano le critiche agli sforzi di pace con i palestinesi. I 3mila evangelici giunti in Israele sono stati sponsorizzati dall'International Christian Embassy di Gerusalemme. http://notizie.alice.it/


Lodo Alfano: in Israele non sarebbe passato

Caro Beppe, cari Italians,a proposito di Lodo Alfano, che piace ad alcuni: all'inizio dello scorso maggio Il ministero della Giustizia israeliano confermò che il premier, Ehud Olmert, era indagato per corruzione. Gli agenti del reparto frodi entrarono nella residenza del primo ministro, e lo interrogarono per circa un'ora (ve la immaginate una scena del genere in Italia, regnante Berlusconi? O qualunque altro?nr). Su richiesta della polizia e della magistratura le indagini erano state secretate. Dopo qualche giorno i mezzi di comunicazione israeliani furono autorizzati da un giudice a riferire che il primo ministro era sospettato di aver ricevuto nel corso di diversi anni centinaia di migliaia di dollari nel contesto di campagne elettorali per il municipio di Gerusalemme e in seno al Likud, il partito in cui militava allora. Il premier ha negato di aver mai ricevuto mazzette. Ha aggiunto che se tuttavia venisse deciso di incriminarlo sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni dalla carica di primo ministro (di nuovo, ve la immaginate una scena del genere, regnante Berlusconi?o qualunque altro?nr). Il 21 settembre, in seguito all'incriminazione (non ad una condanna o all'inizio del processo!) Ehud Olmert, primo ministro israeliano, si è dimesso. Un sondaggio ha rivelato che il 95% degli israeliani voleva le dimissioni di Olmert, accusato di corruzione. Naturalmente Olmert non ha mai attaccato, delegittimandola, la magistratura, che in Israele come in Italia è un organo indipendente e non elettivo. Un ineccepibile comportamento da leader serio e responsabile, rispettoso delle regole della democrazia, in un paese che pure, come tutti sappiamo, ha problemi molto seri, forse più dei nostri. Qualcuno mi sa spiegare perché c'è tanta differenza tra l'Italia, dove sembra non sia lecito protestare per il Lodo Alfano o criticare il governo e il suo primo ministro, e Israele, dove di fronte ad un'iniziativa analoga al lodo Alfano l'intero paese si sarebbe sollevato come un sol uomo? Giuseppe Giolitti, http://www.corriere.it/
Ho inserito questo articolo non con intento polemico verso una parte o l'altra, ma solo per sottolineare quale dovrebbe essere un comportamento corretto in un Paese democratico nr


Promossi&Bocciati di Israele U21-ItaliaU21: Balotelli fa SuperMario e per gli avversari è notte fonda

La partita: Bella, stavolta, al contrario dell’andata. È un’Italia pazzerella e divertente, che a lunghi tratti domina ma sa soffrire sotto gli attacchi di Israele, sostenuta (almeno fino al 3-1) da un pubblico che sembra la Kop del Liverpool. Per fortuna degli spettatori italiani non è una partita a senso unico né noiosa, ma anzi rimane viva fino al felice fischio finale.......................
L’inno nazionale Israeliano: Quando parte l’inno (musicalmente piuttosto pesante) i giocatori Israeliani iniziano a cantare a squarciagola, ad occhi chiusi, lasciandosi cullare dalla voce della cantante in mezzo al campo e rinvigoriti da un pubblico entusiasta. Chissà se sia servito a caricarli, ma è stato comunque un bel vedere.........................


Operai cinesi sequestrano datori di lavoro israeliani nel paradiso fiscale delle Bahamas

Una dozzina di dipendenti israeliani di un’azienda edile israeliana sono stati sequestrati dai lavoratori cinesi ai quali non era stato pagato il salario.La notizia ha implicazioni internazionali abbastanza intricate. Accade nell'isoletta di West Caicos, territorio britannico nell'Atlantico del nord; la vicenda e' stata resa nota dal ministero degli esteri di Israele.All'origine del sequestro vi e' il crollo di un istituto finanziario statunitense, in seguito al quale l'impresa edile israliana si e' trovata a corto di liquidita' e ha dovuto congelare un lussuoso progetto turistico gia' in avanzata fase di realizzazione.Gli operai cinesi che non hanno ricevuto i salari sono circa 300. Oltre ha tenere in ostaggio gli israeliani, stanno anche rendendo problematiche le comunicazioni con l'isola e hanno bloccato l'unico porto. Le autorita' israeliane hanno chiesto l'aiuto di quelle britanniche per cercare di sbloccare la situazione.Un paradiso naturale ma anche fiscale West Caicos fa parte di un arcipelago formato da due gruppi di isole, le Turks e le Caicos. L'arcipelago conta circa 15.000 abitanti. In totale una quarantina fra isole, isolotti e banchi corallini, trenta miglia a sud delle Bahamas.Le isolette, alcune delle quali erano disabitate prima che circa 20 anni fa ci fosse il boom del turismo esotico, un tempo erano ricovero di bucanieri. Oggi le isole, indipendenti ma con status di protettorato britannico, sono anche note per essere un paradiso fiscale.16 ottobre 2008, http://www.rainews24.it/

mercoledì 15 ottobre 2008

16 ottobre 1943
NON C'È FUTURO SENZA MEMORIACOLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO SONO DESTINATI A RIPETERLO


È il 16 ottobre del 1943, il "sabato nero" del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. Solo quindici uomini e una donna ritorneranno a casa dalla Polonia. Nessuno dei duecento bambini è mai tornato. Il 25 settembre del 1943, il tenente colonnello Herbert Kappler, capo delle SS a Roma, riceve l’ordine da Berlino di procedere al rastrellamento del Ghetto della capitale italiana. Il capitano decide però di non eseguire subito l’ordine. Insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, assume sin dal principio un comportamento molto strano. I due uomini si rivolgono, all’indomani dell’ordine ricevuto da Berlino, al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione. L’oro di Roma: La sera stessa Kappler convoca a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, per ricattarli. La richiesta è cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. La consegna dell'oro avviene non già a Villa Volkonsky ma a Via Tasso, e precisamente al numero 155, che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma formalmente “l'Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” (è ora sede del Museo Storico della Liberazione). Kappler non si presenta. Non vuole abbassarsi alla formalità di ricevere quell'oro che ha estorto. Si fa sostituire da un ufficiale di grado inferiore, il capitano Kurt Schutz. La pesatura viene eseguita con una bilancia della portata di 5 chili. Ogni pesata viene registrata contemporaneamente da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che si trovano alle due estremità del tavolo. Alla fine dell'operazione, mentre Almansi ha segnato dieci pesate, il capitano Schutz dichiara risentito che le pesate sono nove. Le proteste di tutti gli ebrei presenti irritano ancor di più il capitano che si oppone anche a quella che era la via più semplice per sciogliere ogni dubbio, cioè ripetere l'operazione. Finalmente, di fronte alle vive insistenze da parte ebraica, il capitano Schutz dà l'ordine di ripetere le pesate. I chili sono 50. La retata: La comunità non è, ovviamente, al corrente dell’accordo che i due hanno già fatto con Kesserling. Non può sapere che già è stato deciso di non portare avanti l’ordine di Berlino, almeno fino a quel momento. Kappler mente a tutti, mentirà anche durante il processo a suo carico. La città e il Vaticano si mobilitano per aiutare gli ebrei, l’oro è consegnato nei tempi prestabiliti e la comunità si sente finalmente al sicuro. Ma ai primi di ottobre il governo tedesco invia a Roma il Capitano delle SS Theo Dannecker per procedere alla deportazione e velocizzare i tempi. Dannecker è un “esperto” di fiducia di Eichmann che aveva dato il via ai rastrellamenti di Parigi. Grazie ai documenti ritrovati negli archivi degli Stati Uniti, si scopre ora che Kappler e Moellhausen temevano la reazione dei carabinieri se si fosse proceduto al rastrellamento. Ma a Dannecker questo aspetto non spaventa e organizza la retata. Cosa ne fu allora degli ebrei del ghetto di Roma? Abbandonati al loro destino, non ebbero più scampo. Dal Collegio Militare su Via della Lungara furono tradotti alla stazione Tiburtina, e da lì ad Auschwitz. (tratto da La storia siamo noi di Giovanni Minoli) http://www.giorgioperlasca.it/

La tigre sotto la pelle


di Zvi Kolitz, a cura di Vincenzo Pinto
Bollati Boringhieri Euro 14

E’ il mistero del Male Assoluto che aleggia in questa raccolta di racconti dello scrittore ebreo Zvi Kolitz, un autore capace come pochi altri di dare forma narrativa all’orrore e alla sofferenza del popolo ebraico durante l’Olocausto.
Nato nel piccolo villaggio lituano di Alytus nel 1913, militante sionista e membro dell’Irgun, insegnante di studi biblici alla Yeshivà University di New York, città dove approda dopo aver girato il mondo, Kolitz è conosciuto in Italia per il monologo di Yossl Rakover che negli ultimi istanti di vita nel ghetto di Varsavia si rivolge a Dio con parole accorate chiamandolo in causa per il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore. Questa apostrofe a Dio che è al tempo stesso invettiva, preghiera e sfida è divenuta simbolo, lascito testamentario di chi si ribella contro l’iniquità.La raccolta di racconti “La tigre sotto la pelle” edita per la prima volta in Italia da Bollati Boringhieri (ad eccezione di “Yossl Rakover si rivolge a Dio”, apparso alcuni anni fa presso Adelphi) fu pubblicata nel 1947 a New York e rappresenta il primo tentativo di “narrare” la Shoah.In un mondo ancora pervaso dall’orrore dell’Olocausto, queste pagine scavano con potenza narrativa nelle vite tormentate di coloro che stavano affrontando, sgomenti e increduli, la ferocia nazista, la realtà dei campi di morte e il problema di come resistervi.
Sono pagine piene di sofferenza, di morte, pervase da un’atmosfera surreale dove i protagonisti, figure ricche spiritualmente e delineate con grande incisività dall’autore, esprimono sentimenti forti e si lasciano sopraffare dal dolore e dalla follia. Non sono vincenti da un punto di vista “fisico” perché la loro vittoria, tutta morale, consiste nel prevalere dello spirito sulla barbarie umana. Non si vendicano dei soprusi subiti dai nazisti perché la loro vittoria risiede nella presa di coscienza e nell’accettazione di una identità ebraica di cui sentono orgogliosi.
E’ quindi “la cupa accettazione del fato dell’ebraismo europeo” che emerge nelle parabole di Zvi Kolitz. Nella “Fine di una famiglia” la scelta del medico Bernhard van Merlo di morire nel campo di sterminio racchiude l’identificazione con il destino del suo popolo; in “Ceneri” l’eccessivo amore materno di Rachel Dworkin per il figlio sedicenne la condurrà a distruggere la vita del ragazzo e poi alla follia; in “Sulla strada luminosa” Jacob Rabin dopo la cupa disperazione per la perdita dell’amata intravede una luce dall’abisso della prigione, grazie alla devozione dei suoi compagni.
Costruite intorno a trame piuttosto scarne, con uno stile narrativo esplicito e a volte crudo, queste storie dalle tinte fosche vibrano per la tensione e il senso incombente di tragedia rappresentando un impareggiabile affresco della cultura occidentale, del mondo della Diaspora e di quella immensa tragedia che fu l’Olocausto.Un libro indimenticabile quello di Zvi Kolitz che sa raccontare la forza delle emozioni attraverso la dura concretezza delle parole. Giorgia Greco