martedì 12 maggio 2009

Tel Aviv

I kibbutzim raccontano la storia d’Israele

Viaggio in Israele 27 dicembre 2009 – 6 gennaio 2010

27 dicembre domenica: arrivo a Tel Aviv. Cena e pernottamento al Metropolitan Hotel
28 dicembre lunedì: visita di Tel Aviv e Yaffo. Indipendence Hall. Museo dell’Haganà. Museo della Diaspora. Nevè Shalom e Nevè Zedec (i primi quartieri di Tel Aviv). Cena e pernottamento al Metropolitan Hotel
29 dicembre martedì: Zichron Yaakov (1° alyà (immigrazione anche se in significato letterale è salita e casa di Aaron Aaronson capo dell’organizzazione segreta NILI attiva tra il 1915 e il 1917). Campo di Atlit (immigrazione clandestina). Kibbutz Degania che è stato il primo ad essere fondato nel 1909. Cena e pernottamento al kibbutz Lavi.
30 dicembre mercoledì: visita kibbutz Lavi ed incontro con Guido Sasson. Monte Bental (confine con la Siria) e visita del kibbutz El Rom (fondato dopo la guerra dei 6 giorni del 1967) situato di fronte a Kunetra (Siria). Luoghi santi intorno al lago di Tiberiade (Kinnereth). Cena e pernottamento al kibbutz Lavi.
31 dicembre giovedì : valle del Giordano, Beth Shean (visita scavi Schitopoli). Kibbutz Nir David fondato negli anni 30-40 contro il Mandato Britannico). Kibbutz Beith Alfa (fondato nel 1922 e contenente antica Sinagoga). Arrivo a Gerusalemme. Capodanno con la Comunità ebraica italiana, con canti israeliani (David Greco). Cena e pernottamento al King Salomon Hotel.
1° gennaio venerdì: visita del Museo Yad Vashem (Memoriale della Shoa'), Monte e Museo Herzl**,Cena casa delle famiglie delle comunità ebraica italiana e pernottamento al King Salomon Hotel.
2 gennaio sabato: città vecchia a piedi (Santo Sepolcro, Muro del Pianto, quartieri islamico, cristiano, ebraico e armeno). Pomeriggio libero. Cena e pernottamento al King Salomon Hotel.
3 gennaio domenica: visita al Keren Hayesod. Incontro con l’ambasciatore Avi Panzer (se in Israele) e con Yosh Amishav. Davidson center* , Monte degli Ulivi (vista panoramica della città).Si parte per il deserto. Visita, cena e pernottamento al kibbutz Qallia (costruito dopo il 1967 oltre la linea verde).
4 gennaio lunedì: visita della fortezza di Masada. Pranzo in corso di viaggio in zona Ein Bokek (mar Morto). Kibbutz Moshabei Sade (1947): visita, incontro con i suoi abitanti, cena e pernottamento.
5 gennaio martedì: kibbutz Sde Boker. Incontro con Aaron Fait (senior lecturer at the Ben Gurion University Institute of Dryland Biotechnology and Agriculture). Tomba di Ben Gurion. Kibbutz Ruhama (fondato ai primi del ‘900). Incontro con Israel Debenedetti***. Visita al kibbutz Yad Mordechai****. Cena e pernottamento all’Hotel Metropolitan di Tel Aviv.
6 gennaio mercoledì: si torna in Italia
chi fosse interssato può scrivere a: lucia.scarabello@tele2.it

Viaggio in Israele 14 – 25 marzo 2010

14 marzo domenica: arrivo a Tel Aviv. Cena e pernottamento al Metropolitan Hotel
15 marzo lunedì: visita di Tel Aviv e Yaffo. Indipendence Hall. Museo dell’Haganà. Nevè Shalom e Nevè Zedec (i primi quartieri di Tel Aviv). Cena e pernottamento al Metropolitan Hotel
16 marzo martedì: Zichron Yaakov (1° alyà (immigrazione anche se in significato letterale è salita e casa di Aaron Aaronson capo dell’organizzazione segreta NILI attiva tra il 1915 e il 1917). Campo di Atlit (immigrazione clandestina). Kibbutz Degania che è stato il primo ad essere fondato nel 1909. Cena e pernottamento al kibbutz Lavi.
17 marzo mercoledì: visita kibbutz Lavi ed incontro con Guido Sasson. Monte Bental (confine con la Siria) e visita del kibbutz El Rom (fondato dopo la guerra dei 6 giorni del 1967) situato di fronte a Kunetra (Siria). Luoghi santi intorno al lago di Tiberiade (Kinnereth). Cena e pernottamento al kibbutz Lavi.
18 marzo giovedì : valle del Giordano, Beth Shean (visita scavi Schitopoli). Kibbutz Nir David fondato negli anni 30-40 contro il Mandato Britannico). Kibbutz Beith Alfa (fondato nel 1922 e contenente antica Sinagoga). Arrivo a Gerusalemme. Cena e pernottamento al King Salomon Hotel.
19 marzo venerdì: visita al Keren Hayesod. Incontro con l’ambasciatore Avi Panzer (se in Israele) e con Yosh Amishav. Davidson center* , Monte degli Ulivi (vista panoramica della città). Cena casa delle famiglie delle comunità ebraica italiana e pernottamento al King Salomon Hotel.
20 marzo sabato: città vecchia a piedi (Santo Sepolcro, Muro del Pianto, quartieri islamico, cristiano, ebraico e armeno). Pomeriggio libero. Cena e pernottamento al King Salomon Hotel.
21 marzo domenica: visita del Musero Yad Vashem (dell’Olocausto), Monte e Museo Herzl. Pomeriggio libero.
22 marzo lunedì: visita a Ein Karem, deserto della Giudea. Qumran e Kallia
23 marzo martedì: visita della fortezza di Masada. Pranzo in corso di viaggio in zona Ein Bokek (mar Morto). Kibbutz Moshabei Sade (1947): visita, incontro con i suoi abitanti, cena e pernottamento.
24 marzo mercoledì: kibbutz Sde Boker. Incontro con Aaron Fait (senior lecturer at the Ben Gurion University Institute of Dryland Biotechnology and Agriculture). Tomba di Ben Gurion. Kibbutz Ruhama (fondato ai primi del ‘900). Incontro con Israel Debenedetti***. Visita al kibbutz Yad Mordechai****. Cena e pernottamento all’Hotel Metropolitan di Tel Aviv.
25 marzo giovedì: si torna in Italia

lunedì 11 maggio 2009

Il sito del viaggio del papa

Israele inaugura un sito web dedicato alla visita del Papa Offrirà anche trasmissioni in diretta di eventi nel corso del pellegrinaggio

Il governo israeliano ha appena inaugurato un nuovo sito web dedicato all'imminente pellegrinaggio di Sua Santità Papa Benedetto XVI che sarà compiuto in Israele tra l'11 e il 15 maggio 2009. Presentato in nove lingue (inglese, francese, spagnolo, portoghese, polacco, italiano, tedesco, arabo ed ebraico), il sito contiene testi e audiovisivi informativi sul pellegrinaggio papale, le relazioni Israele-Vaticano, le comunità cristiane in Israele e i luoghi santi cristiani del paese. GLI APPUNTAMENTI - Regolari aggiornamenti saranno pubblicati sul sito durante la visita. Il nuovo sito offrirà anche trasmissioni in diretta di eventi nel corso del pellegrinaggio del Papa, tra cui: la visita a Yad VaShem, il memoriale dei martiri e degli eroi dell'olocausto (11 maggio), messe nel Giardino del Getsemani (Gerusalemme, 12 maggio), le visite al Monte del Precipizio (Nazaret, 14 maggio), al sito dell'ultima cena (12 maggio) e alla chiesa del Santo Sepolcro (15 maggio). 08 maggio 2009, corriere.it

PAPA/M.O.: PERES REGALERA' A PONTEFICE BIBBIA IN MINIATURA

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 8 mag - Il presidente israeliano Shimon Peres consegnera' la prossima settimana a Papa Benedetto XVI un Vecchio Testamento che gli scienziati locali hanno ridotto a un chip di silicone della grandezza di una capocchia di spillo. Lo ha reso noto il suo ufficio.La Bibbia, scritta in ebraico, e' stata incisa su un chip della grandenzza di 0,5 millimetri quadrati dagli scienziati del Technion, l'Istituto di Tecnologia di Israele.Peres, si legge in un comunicato, consegnera' il testo di 308.428 parole al pontefice quando quest'ultimo arrivera' in Israele lunedi' nell'ambito di una visita di otto giorni in Terra Santa.Il chip e' stato collocato in una custodia di vetro che ha una lente di ingradimento con spiegazioni tecniche della Bibbia in miniatura in ebraico e inglese e i primi 13 versi del Libro della Genesi ingranditi 10.000 volte.L'86enne presidente e' un noto sostenitore della nanotecnologia, che a suo parere e' la chiave per risolvere i problemi di sicurezza dello Stato ebraico.

Crostata di ricotta

INGREDIENTI: Per la pasta: 2 uova, 400 gr. di farina, 200 gr. di zucchero, pizzico di sale, raschiatura di limone Per il ripieno: 500 gr. di ricotta, 100 gr. di zucchero, marmellata di visciole quanto un velo, burro e farina.PREPARAZIONE: Intridere il burro con l’uovo e lo zucchero,unire tutta la farina. Lavorare poco questa pasta e formarne una palla che dovrò riposare in luogo fresco per mezz’ora. Battere la ricotta con lo zucchero; imburrare ed infarinare la teglia, mettere al fondo metà della pasta, sopra questa un leggero strato di visciola e ricoprirla con la ricotta. Finire mettendo il bordo intorno e le striscioline come una normale crostata ed infornare a forno leggero.Sullam n. 30

Shizifiadah - Carne cotta con prugne


INGREDIENTI (per 6 persone): 600 gr. di manzo, 200 gr. di prugne rosse e gialle, 1 cipolla, 1/2 bicchiere di olioextravergine di oliva, 2 tazze di brodo vegetale, 100 gr. di zucchero, 1 pizzico di noce moscata, 1 pizzico di cannella, 1cucchiaino di semi di sesamo, 200 gr. di mandorle pelate, Sale e pepe.PREPARAZIONE: Tagliare la carne a cubetti e metterla in padella con abbondante olio caldo. Aggiungervi, poi, la cipolla, il sale ed il pepe e cuocere a fuoco lento fino a doratura della carne.Aggiungere il brodo e lasciar cuocere con il coperchio. Lasciar sobbollire per un’altra mezz’ora. Circa 10 minuti prima della fine della cottura aggiungere le prugne tagliate a tocchetti, le mandorle, i semi di sesamo, lo zucchero, la cannella e la noce moscata.Servito con un piatto di riso, con la purea di patate o con l’hummus, rappresenta un piatto unico.Sullam n.30

BORIS ZAIDMAN HEMINGWAY E LA PIOGGIA DI UCCELLI MORTI

Trad. Elena Loewenthal, Ed. Il Saggiatore, 2008, pp. 193
“E l’immenso impero che si chiamava Urss si è frantumato nella betoniera della storia…..Nulla di ciò che lui aveva conosciuto esiste più, a parte il piccolo Tolik-Tolka….che sarà l’unica conoscenza in tutta questa estraneità qui, loro due si riconosceranno subito di sicuro….”Nel variegato universo della letteratura israeliana non mancano gli autori immigrati dai Paesi dell’ex blocco sovietico, con il bagaglio di cultura, amarezze ed ironia, tipici di chi ha lasciato un contesto ancora carico di sogni di grandezza, ma forse già consapevole della propria imminente caduta. Uno di questi è Boris Zaidman. Nato nel 1963 a Kishinev in Moldavia (allora Unione Sovietica), a dodici anni è immigrato in Israele insieme alla famiglia. Diplomatosi in “Comunicazione visuale” presso l’Accademia Bezalel di Arte e Design di Gerusalemme, Zaidman ha lavorato per molti anni nel campo della pubblicità e della comunicazione di marketing come grafico, art director e copy writer e insegna Comunicazione presso alcune istituzioni accademiche.
“Hemingway e la pioggia di uccelli morti”, il suo primo romanzo, compone la terzina di finalisti del Premio ADEI WIZO 2009 (insieme a “Perché non sei venuta prima della guerra?” di Lizzie Doron e “A un cerbiatto somiglia il mio amore” di David Grossman) che ogni anno gratifica il miglior romanzo di argomento ebraico pubblicato in Italia.
Il protagonista -alter ego dell’A.- è Tal Shani, uno scrittore israeliano -immigrato con la famiglia dall’Ucraina all’età di tredici anni- invitato dall’Agenzia ebraica, con una sbrigativa telefonata, a partecipare, nel suo Paese d’origine, anzi nella città in cui è nato -Dniestrograd-, ad una sorta di “fiera della cultura israeliana” nella quale tenere incontri e conferenze sul suo primo romanzo pubblicato in ebraico (“con nostro grande orgoglio”). Tal è un tipo difficile, dal carattere scontroso: all’inizio, complice il fatto di aver appena terminato un mese da riservista al valico di Karni, è sul punto di rifiutare, poi accetta di aderire all’iniziativa, il cui vero scopo principale, ça va sans dire, è persuadere quante più persone possibili a compiere l’aliah in Israele. Ovviamente, lo avverte il suo interlocutore telefonico, “acqua in bocca” sul mese al check point di Karni: “I posti di blocco” conclude “avranno modo di conoscerli da soli, se solo riusciamo a spingerli qui con la tua propaganda”. Ciò che induce Tal a ritornare nella patria di origine non è tanto l’intento, per così dire, patriottico del viaggio, quanto il desiderio, sulle prime forse non del tutto consapevole, di ritrovare il se stesso della propria infanzia; e ricomporre le sue diverse identità. Dunque: dall’israeliano adulto Tal Shani al piccolo ucraino Anatolij Schneidermann, detto Tolik –o Tolka o Tolinka o Tolijaga- che vive con i genitori in un modestissimo appartamento, dove teme che i tedeschi (i “Fritzi”) lo vengano a prelevare come era accaduto tanti anni prima, durante la guerra, al nonno, che portava il suo stesso nome, sparito ahimé nel nulla.Riprende così vita Tolik, dedicatario del romanzo, la cui difficile vita in Unione Sovietica ha un sovrappiù nel fatto di essere ebreo. Tolik assume via via i diversi caratteri: c’è Tolik-Frank, nascosto come Anna in un piccolo ambiente, angosciato di essere scovato dai nemici. Le situazioni di ogni giorno vengono trasfigurate. Ad esempio leggiamo la descrizione minuziosa ed efficacissima, improntata a comicità paradossale, del terrore provato dal piccolo, solo in casa (il padre, chissà come mai, ritarda oltre ogni dire il ritorno dal lavoro) quando vede, proprio diretti verso casa, sua due militari tedeschi su motocicletta fornita di sidecar…. Solo all’ultimo egli comprende che in realtà si tratta dello stesso padre, cui un conoscente militare aveva dato un passaggio su una moto, quella sì “bottino preso all’esercito tedesco”!Tolik-Venerdì, invece, trascorre memorabili estati nel giardino di Rosa-Robinson. Costei, detta “zia” Rosa, è un’amica della madre del ragazzo: una donna prosperosa, “in piena quarantina”, spesso vestita con una lunga vestaglia a fiori e grembiule, indaffarata in cucina fin dal primo mattino. Il giardino di Rosa è un’isola ricca di suggestione, un Mar dei Sargassi, dov’è aleggia, anche in pieno agosto, una frescura deliziosa, mescolata ad odore di muffa e ortiche, nonché ad un costante tanfo di urina di gatto….Vi sono altri due abitanti, sull’isola: appunto un gatto, ancora pimpante, di nome Vaška e un pastore tedesco enorme quanto stanco, Šarik (”…Riservava a ciò che aveva intorno uno sguardo schifato e stigmatizzante: ormai non mi stupisce più niente in questo vostro mondo fottuto e dicendolo mostrava a Tolik e a Vaška indistintamente una lingua rosa in movimento”). C’è un segreto affascinante nella vita di Rosa, dalla “risata eterea intrisa di un densa tristezza”. Il segreto è “lui”, Njuma, lo”zio”Njuma” (corruzione russa di Nahum): il compagno di Rosa, la cui fotografia il ragazzo guarda e riguarda, finendo per animarla e adottando l’uomo come una specie di nonno segreto. Egli era stato un eroe di guerra; tuttavia, in seguito, per una banale vicenda di corruzione, era finito al fresco, da dove non era ben chiaro se o quando sarebbe tornato.
Ovunque i misteri e i tabu con i quali ogni ragazzino deve convivere, quelle porte chiuse davanti alle quali sta scritto, inesorabile: “Lascia stare, è ancora troppo presto per te”. Tolik sogna il ritorno di Njuma, ora in una prigione lontana, in un luogo freddo al punto che dal cielo piovono uccelli morti. Altro ambiente fatato nella casa di Rosa è la biblioteca, pur in uno stato negletto dopo che “lui” è stato incarcerato. Stiamo a bocca aperta, col piccolo Tolik, che ha imparato a leggere da poco, davanti ai tomi color verde bottiglia delle opere di Čechov, ritti in fila come soldati, appoggiati, sul lato sinistro, alla truppa grigia dei Gogol’, mentre d’un tratto ammicca con il suo sorrisino Mark Twain, in caratteri arancione…..Zaidman ci conduce nel mondo sognante del bambino, che pian piano fa la conoscenza, all’inizio leggendone solo titolo e autore sulla costola, dei classici della letteratura, fino a quel nome nuovo, straniero, che “ispirava suoni acuti e duri, che tirava le labbra in imprevedibili direzioni”: Hemingway. Il preferito di Njuma. Questo Hemingway –Ernest!- ha un valore sacrale per Rosa; e finisce per acquistarlo anche agli occhi di Tolik.Il romanzo è tutto giocato sull’ironia e la disillusione per un mondo sospeso tra sogni di grandezza -dei quali si avvertono i gravi limiti- e misera esistenza quotidiana (un romanzo del proibitissimo Šolženicyn nascosto da un’opera dell’eterna gloria nazionale Puškin); una realtà trasfigurata dalla sensibilità di un ragazzino, pronto a vedere il tram come un grande tritacarne, dove gli individui entrano “…belli freschi, rosa, ordinati…ma quando vengono fuori sono sudati, nervosi e tutti schiacciati…” O i pensieri che gli ispirano quei monumenti in cui si imbatte un giorno, quando, Tolik-Cristoforo Colombo, fa ritorno da solo a casa, dopo la scuola…..
Il padre di Tolik si ribella sia al fanatismo comunista con battute fulminanti che però, si raccomanda la madre, “non debbono uscire da questa stanza; sia all’antisemitismo dilagante, di cui fa le spese pure il figlio in varie circostanze, narrate sempre in uno stile pungente ed umoristico, spesso ai limiti dell’assurdo, con la percezione svelta dei bambini nel percepire lo scorrere degli eventi. Per sfuggire all’antisemitismo, al dover sempre render conto di essere ebrei, anche nelle circostanze in apparenza favorevoli, insomma la goccia di catrame nel barile di miele -ma quale soddisfazione per l’esito della Guerra del Giugno 1967!-, la famiglia si trasferisce nella Terra Promessa; quel Paese dove si deve pensare e parlare “a costo di un perenne raschiamento delle vie respiratorie”!La Partenza è desiderata e temuta al tempo stesso, oltre che popolata di incubi, alla vigilia.Alla frontiera tra Oriente e Occidente, alla fortezza di Schönau, appena fuori Vienna, Tolik assiste inorridito alla trasformazione dei suoi genitori da persone onnipotenti a piccoli esseri spaventati (in fondo essi avevano tradito la grande Patria Sovietica). Egli attende che padre e madre riacquistino quell’onnipotenza, invano. Ma questa presa di coscienza, pur dolorosa, rappresenta un gradino nella crescita, no?
Tutto giocato sulla sorpresa è l’episodio finale del romanzo: l’incontro tra il protagonista e un personaggio imprevedibile, un altro “ritorno a casa” carico di umanità e simpatia.
3 maggio 2009 Mara Marantonio

domenica 10 maggio 2009

Anna Momigliano

Una start up israeliana risolve il rompicapo dell'influenza suina

Di maiali in Israele se ne vedono pochi. Eppure la risposta all'influenza suina, che a torto o a ragione sta terrorizzando il Messico e molti altri Paesi, potrebbe arrivare da una piccola start-up israeliana. Anzi, forse è già arrivata. Fino a pochi giorni fa quasi nessuno conosceva il nome di CartaSense, un'azienda nell'area di Tel Aviv con appena 10 dipendenti. Ma nelle ultime settimane gli uffici di della piccola compagnia sono stati letteralmente bombardati da telefonate provenienti da tutto il mondo, e il suo nome è rimbalzato sulla stampa internazionale.Il perché è presto detto: la start-up, specializzata nell'applicazione dell'alta tecnologia all'agricoltura e all'allevamento, ha recentemente sviluppato un meccanismo per comunicare in tempo reale le variazioni nello stato di salute di ogni singolo capo di bestiame, anche in grandi mandrie o altri gruppi. Cioè esattamente quello di cui i grandi allevatori (soprattutto in Paesi come Usa, Messico e Argentina) hanno bisogno adesso che gli allarmi sulle malattie di origine animale, dall'aviaria in poi, si stanno intensificando.Il problema, sostiene il vicedirettore Sharon Soustiel, è che una piccola start-up non è in grado di sobbarcarsi da sola i costi di una produzione su scala industriale: “Ma siamo già in contatto con una serie di grandi aziende americane ed europee per avviare la produzione”, ha detto Soustiel alle agenzie di stampa.A essere onesti, racconta Soustiel, il progetto era nato pensando ai bovini: l'obiettivo era monitorare le grandi mandrie, composte anche da decine di migliaia di capi, che si spostano negli spazi aperti. “Ma adesso senz'ombra di dubbio la nostra priorità sono i maiali”.Anna Momigliano, www.moked.it/

Leone Ginzburg
Leone, allora e oggi. Un ritratto di Leone Ginsburg

Non può passare inosservato il centenario della nascita di Leone Ginzburg, venuto alla luce a Odessa il 4 aprile del 1909 e prematuramente scomparso a Roma, nel febbraio del 1944, nel carcere di Regina Coeli, dov’era detenuto dai nazifascisti e dove morì a causa delle terribili torture da loro impartitegli. La sua esistenza, tanto intensa quanto breve, non più di trentacinque anni di vita, rappresenta il crocevia delle aspirazioni di quanti, ebrei e non, intendevano il Novecento non solo come il secolo di una generica e ambivalente «modernità» bensì come l’epoca che portava in sé i caratteri di una emancipazione umana, sia culturale che materiale, nel medesimo tempo possibile ma anche e soprattutto definitiva. 'Se non ora, quando?', sembravano chiedersi uomini della sua tempra, già allora cittadini di una Europa che partiva dall’Atlantico per raggiungere gli Urali. La riflessione di Ginzburg, peraltro, era debitrice di due esperienze esistenziali, per più aspetti dirimenti nella sua traiettoria morale: la nascita in Russia e, dopo l’espatrio in Italia nel 1910, quand’era ancora in fasce, la maturazione culturale e civile in un paese posto sotto il tallone di Mussolini e del fascismo; laddove, detto per inciso, entrambe le parti, duce e movimento politico, costituivano non solo la radice di una insopportabile dittatura ma anche e soprattutto di un brutale regime, fondato sul consenso diffuso, ancorché passivo, di molti italiani. Le idee che il giovane Leone e gli intellettuali e politici (molto spesso le due funzioni si sommavano nelle stesse persone) antifascisti della sua sofferta generazione andavano maturando, nascevano dalla consapevolezza, condivisa con altre eminenti figure della cultura d’opposizione, come Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Piero Gobetti (tutti esuli o imprigionati e quindi destinati a morire, se non già morti, per mano assassina), che il fascismo non fosse un fenomeno transitorio e congiunturale bensì una delle espressioni, ancorché patologica nella sua enfatica manifestazione, di una sotterranea vocazione che era propria al paese. Questo tanto più nei momenti di crisi, quando le fragilità già evidenziatesi nel processo di unificazione nazionale, durante gli anni del Risorgimento, riemergevano prepotentemente, in tutta la loro dirompenza, trasformandosi in una disposizione d’animo, sospesa tra il cinismo e l’ineluttabilità, ad abbandonarsi ad esperienze autoritarie. Non a caso Gobetti aveva parlato del fascismo come di una « autobiografia della nazione». Lungi dal volere declinare ciò nei termini di una antropologia negativa, altrimenti ispirabile ad una tanto perentoria quanto elitaria condanna della società nostrana in toto, Leone Ginzburg, del pari a coetanei e sodali che si erano raccolti intorno alla Casa editrice Einaudi, nata nel novembre del 1933, si adoperò quindi per cogliere i caratteri non transitori di quel fenomeno chiamato per l’appunto fascismo, che in quegli anni si stava affermando in tutta l’Europa, avendo però ad epicentro Roma. Non è un caso, peraltro, se il motto dell’Einaudi era ed è rimasto spiritus durissima coquit, ossia lo spirito digerisce tutto. Fu quindi una generazione di “dura cervice”, che annoverava al suo interno figure come quella del futuro musicologo Massimo Mila, del filosofo e politologo Norberto Bobbio, di uno scrittore del tenore di Cesare Pavese, del sindacalista e politico Vittorio Foa, del filologo e letterato Carlo Dionisotti, del politico e dirigente d’impresa Giorgio Agosti e dello stesso editore Giulio Einaudi, a chiedersi quale fosse il segno dello spirito dei tempi. A capitanare l’intero gruppo, da Mila definito come una «confraternita», raccoltosi nella quasi sua totalità intorno al liceo Massimo D’Azeglio di Torino, era Augusto Monti, che fino al 1934 aveva occupato, proprio in quella scuola, fucina di futuri quadri dell’antifascismo, gli insegnamenti di lingua e letteratura latina e italiana, nella sezione B, passata poi alla storia come un piccolo allevamento di intelligenze antimussoliniane. La formazione di Ginzburg, non diversamente dai suoi compagni di studi, seguì quindi l’orientamento laico e risorgimentale che Monti, tributario del magistero di Benedetto Croce, seppe offrire loro. Il viatico antifascista fu offerto dalle letture montiane del Breviario di estetica, redatto nel 1912 dal filosofo partenopeo, e adottato come strumento di azione culturale dal gruppo torinese. Leone, in questa congerie (il presagio di una catastrofe prossima ventura, la guerra, andava intanto sinistramente maturando, percependo d’essa il fatto che costituisse lo sbocco inevitabile della pulsioni regressive dei fascismi europei) espresse la sua lucida precocità. Sulla scia del dettato crociano Ginzburg, in un primo tempo, evitò l’impegno politico diretto preferendo invece l’adesione a quanto il filosofo andava professando, ovvero l’«aperta cospirazione della cultura». Pesava nella scelta di questo percorso, con tutta probabilità, anche la condizione di apolide nella quale ancora si trovava (otterrà la cittadinanza solo l’8 ottobre 1931), pur essendo considerato, dai suoi pari, come un intellettuale «russo-piemontese», a volere dire che in lui si coniugavano radici lontane e un radicamento pervicace nella realtà locale. In cuor suo, tutto ciò si traduceva nella passione per la storia e la letteratura italiane e per gli studi di «slavistica», proiettati verso la lontana terra d’origine. Agli anni del liceo seguirono così quelli dell’Università, a fare dal 1927, sempre a Torino, dove poi si laureò in lettere, con la fine del 1931, ottenendo poco dopo la libera docenza in letteratura russa. La frequentazione in Francia, degli ambienti dei fuoriusciti antifascisti accese in lui la volontà di gettarsi nella lotta politica. Tornato a Torino, dove la polizia fascista aveva colpito duramente e con efficacia il nucleo locale di Giustizia e Libertà, il movimento che cercava di dare anima e corpo ad una opposizione di nuova specie al regime, si adoperò con altri per ricostruire le file dell’organizzazione. Il suo diniego a prestare il giuramento di fedeltà al fascismo, imposto a tutta la docenza universitaria, comportò infine l’estromissione dall’Accademia, nel 1934, alla quale fece seguire, per parte sua, l’insegnamento presso l’Istituto magistrale Berti. È di quell’anno, per l’esattezza l’11 marzo, il “fattaccio” di Ponte Tresa, al confine italo-svizzero, quando due giovani ebrei torinesi, Mario Levi e Sion Segre Amar, vennero fermati dalla polizia di frontiera che trovò sulla loro macchina una ingente quantità di materiale clandestino di contenuto antifascista. Il cerchio si strinse così anche su Ginzburg che il 13 marzo venne arrestato insieme ad altre sessanta persone. Il regime, quasi a volere dare un anticipo a quanto sarebbe successo con le leggi razziali del 1938, colse la palla al volo: l’agenzia Stefani, incaricata di fornire alla stampa e al pubblico le versioni ufficiali dei fatti, in sintonia con i voleri del fascismo, mise da subito in evidenza la matrice “giudaica” della “cospirazione”. A seguito di ciò Ginzburg, insieme a Segre Amar, fu condannato dal Tribunale speciale a quattro anni di detenzione. Uscito dal carcere nel 1936, si poté dedicare solamente alle collaborazioni editoriali, isolato com’era in ragione della sua condizione di vigilato speciale. Il 12 febbraio 1938 sposò quindi Natalia Levi, sorella di Mario. Dopo di che, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, fu privato della cittadinanza italiana. I primi anni della guerra lo videro costretto a fare i conti con il cappio che andava stringendosi intorno al collo di tutti gli ebrei italiani. Confinato negli Abruzzi come «internato civile di guerra» vi rimase anche dopo il 25 luglio 1943, alla caduta del regime di Mussolini, in quanto apolide. Liberato in agosto, si attivò subito nell’intensa attività politica che animava i circoli antifascisti, dividendosi tra Milano, Torino e Roma. Mentre sul piano professionale continuò a lavorare per l’Einaudi, sul versante politico si riconobbe nel ricostituito Partito d’Azione, condividendo la militanza con Ferruccio Parri, Ugo La Malfa, Manlio Rossi Doria, Riccardo Lombardi, Carlo Muscetta, Riccardo Bauer, Carlo Ludovico Ragghianti, Enzo Enriques Agnoletti e tanti altri ancora. In questo breve elenco c’era già quasi tutto il nucleo fondatore della futura Repubblica italiana. Per Leone Ginzburg i tempi si fecero però sempre più duri. Nella Roma occupata dai tedeschi diresse l’«Italia libera», giornale clandestino degli azionisti. Si muoveva usando un nome di comodo, Leonida Granturco, sapendo di essere nel mirino nazifascista, sia come oppositore politico che come ebreo. Il 20 novembre 1943, dopo l’arresto di alcuni suoi compagni di militanza, venne quindi catturato dalla polizia fascista e tradotto a Regina Coeli. Gli fu fatale il fatto che quasi dieci anni prima avesse già soggiornato in quel carcere poiché la sua vera identità venne ben presto scoperta. Trasferito nella sezione controllata dai tedeschi, iniziò per lui il terribile periodo delle torture. Dopo alcune settimane di tormenti, oramai stremato, fu mandato all’infermeria del carcere dove, nella notte tra il 4 e il 5 febbraio del 1944 morì. Leone Ginzburg fu e rimane figura di difficile definizione poiché, ponendosi al crocevia di due mondi, quello d’origine odessita e quello di acquisizione torinese, assommava all’acribia del letterato e del filologo la passione per la ricerca. A questa indole, che mai gli venne meno, e che coltivò anche a contatto con alcuni membri della vivace comunità israelitica di Torino, dai quali trasse motivi di autonoma riflessione su una ebraicità che però mai visse come elemento di alterità rispetto al suo essere italiano di acquisizione, si sommò ben presto la radice antifascista. Questa era ben lontana dall’esaurirsi in una banale precettistica avversa al regime, indagando piuttosto sulla necessità di originare una “Italia nuova” che avrebbe dovuto fare i conti non solo con la notte mussoliniana ma anche con le gravi carenze, se non gli inauditi cedimenti, che avevano caratterizzato l’azione delle élite liberali, aprendo la porta alle camicie nere. In questo Leone Ginzburg recuperava la lezione del giovane Piero Gobetti, ispirandosi ad un rigore che era prima di tutto morale e civile. Così lo ricorda, tra i tanti pensieri, Norberto Bobbio quando della sua figura umana dice che: "Leone, il grande mediatore: mi mise in pace con me stesso, con gli altri, con le cose che non comprendevo, cui recalcitravo. Mi iniziò al «lungo viaggio», che si sarebbe concluso nel «sangue d’Europa», e che abbiamo terminato, dolorosamente, senza di lui".Torino ricorderà, nei mesi a venire, in più occasioni e circostanze, questo suo conterraneo d’acquisizione che tanto ha dato al Paese come alla stessa città. Per informazioni si può consultare il sito www.comitatopassatopresente.it. Claudio Vercelli http://www.moked.it/

Curiosità scientifiche


Il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman è arrivato in Italia e non ha dilaniato nessuno. Il Tizio della Sera

Safed

Israele: in vendita i primi francobolli dedicati alla visita papale

Con immagini dei Luoghi Santi e riferimenti biblici
TEL AVIV, giovedì, 7 maggio 2009 (ZENIT.org).- La Società Postale di Israele vende da questa settimana fino al 15 maggio sulla sua pagina web la prima delle due serie speciali di dodici francobolli ciascuna, emessa dal Servizio Filatelico di Israele in occasione dell'imminente visita di Papa Benedetto XVI in Terra Santa. La prima serie, in diecimila copie, mostra immagini dei Luoghi Santi e riferimenti biblici.E' realizzata dal giornalista e scrittore cattolico Peter Jennings, membro della Società Filatelica Reale di Londra.La seconda serie verrà emessa subito dopo la visita e si realizzerà con fotografie scattate durante il soggiorno del Papa in Terra Santa e la frase “Israele dà il benvenuto a Benedetto XVI”.Ogni foglio della serie chiamata “Il mio francobollo della visita papale” viene venduto in un pacchetto ricordo speciale che include i francobolli e un opuscolo informativo. L'opuscolo segnala che “Benedetto XVI ha dato un nuovo impulso alla speranza, alla comprensione, alla riconciliazione e alla pace tra le popolazioni e le religioni in Terra Santa. La sua visita promuoverà i pellegrinaggi e il turismo in Israele”.
Viene venduto anche un francobollo commemorativo in tre serie di cinque cartoline postali ciascuna. Ogni cartolina ha il francobollo adesivo già attaccato.I francobolli adesivi della visita del Papa verranno diffusi dai distribuiti automatici di Nazareth e Gerusalemme fino al 17 maggio.
Ci sono infine quattro emissioni speciali: una di Nazareth, per lunedì scorso, 4 maggio; un'altra del primo giorno di visita a Gerusalemme, l'11 maggio; la terza di Gerusalemme il giorno successivo e l'ultima di Nazareth, il 14 maggio.