mercoledì 7 settembre 2011


Kenaz: "Racconto Israele tra innocenza e solitudine"

Intervista a Yehoshua Kenaz ospite del Festival di Letteratura di Mantova.

L’appuntamento è domenica 11 settembre alle ore 14:45 al Chiostro del Museo Diocesano. Lo scrittore sarà intervistato da Lella Costa.
di Daniela Gross - Pagine ebraiche

I suoi libri sono arrivati in Italia un po' in sordina. Voci di muto amore, uno fra i testi più belli mai scritti sulla vita dei vecchi. E poi Rispristinando antichi amori, forse il più noto perché ha ispirato Amos Gitai che ne ha tratto il film Alila. A seguire, alla spicciolata, gli altri. Quasi tutti, tranne Infiltrazione, in ebraico Hitganvut yehidim. Un'assenza chissà quanto casuale per un'opera considerata una pietra miliare della letteratura israeliana che ha però il difetto di affrontare un tema scabroso per l'opinione pubblica occidentale: la Tzavah e i suoi soldati.In Infiltrazione Yehoshua Kenaz, che sarà ospite d'eccezione al Festivaletteratura di Mantova, narra di un gruppo di militari diciottenni. E' un ritratto ambientato negli anni Cinquanta che affronta temi sempre attuali, dalla perdita dell'innocenza alle oscurità dell'esercito. Una storia di grande potenza, una sorta di Platoon in versione israeliana, capace di svelare al lettore un lato ancora poco noto di quella realtà e di sfatare il luogo comune che vuole Kenaz autore squisitamente intimista, attento solo ai moti dell'animo e al trasalire dei sentimenti. Lontano anni luce da quel tratto epico ed engagé che ha fatto amare, anche nel nostro Paese, scrittori come Amos Oz, A.B. Yehoshua o David Grossmann."Non posso scrivere di temi politici come i miei colleghi e buoni amici - spiega lui -. Non è un fatto di scelta ma di carattere: non ne sono capace. Ciò non significa però che non mi esprimo su temi politici. Sono iscritto a un partito, Meretz (laico e di sinistra ndr); firmo spesso appelli pubblici e il pubblico sa bene come la penso". Il punto è, chiarisce con un tratto garbato, accentuato dall'impeccabile francese con cui sceglie di rispondere alle domande, che ad attrarre come un polo magnetico la sua scrittura sono le persone, quell'aroma inconfondibile di voci, dolori, emozioni che si sprigiona dal vivere insieme: in una casa di riposo nel caso di Voci di muto amore o in un condominio nella prima periferia di Tel Aviv in Rispristinando antichi amori.Yehoshua Kenaz, in quasi tutte le sue opere mette in scena dei complessi microcosmi da cui si dipanano le diverse storie. Perché questa scelta?Credo che la verità dei personaggi passi proprio attraverso questa complessità e si esprima grazie all'intreccio di più voci. Per questo ho scelto di utilizzarlo anche in Infiltrazione.Come mai questo romanzo non ha ancora avuto la diffusione che merita?E' un libro che parla dell'esercito israeliano, argomento che oggi gli europei non apprezzano molto. In questi anni ho sentito spesso persone di valore, intellettuali, che lo condannavano senza sapere ciò che realmente accade in Israele, giusto per il piacere di sentirsi politicamente corretti. Un libro che va al di là di questi cliché è difficile possa trovare una buona accoglienza, com'è accaduto d'altronde per Tredici soldati di Ron Leshem. Il romanzo, da cui è stato tratto il film Beaufort, ha avuto un gran successo in Israele, ma in Europa è passato quasi inosservato.I suoi personaggi emanano un senso molto forte di solitudine e talvolta anche d'isolamento. Una condizione che sembra smentire quel forte senso di comunità che, secondo l'immaginario collettivo, pervade Israele.La loro condizione in Israele è vissuta come del tutto normale. Si trovano all'incrocio tra la collettività in cui vivono, in un ricovero o in un condominio, le relazioni che intrattengono con i vicini o gli amici e la solitudine che tocca inevitabilmente ciascuno di noi.I suoi lavori hanno avuto anche una traduzione cinematografica. Voci di muto amore è stato adattato da Gurevitch, nel 2009 Dover Kosashvili ha tratto un film da Infiltrazione mentre Ripristinando antichi amori ha ispirato, nel 2003, Alila di Amos Gitai. Come ha vissuto l'esperienza di incontrare il suo stesso mondo poetico sul grande schermo?Non ho partecipato alle trasposizioni cinematografiche: mi sono limitato a vendere i diritti d'autore. In linea generale il risultato è stato terribile. Quei film non hanno niente a che fare con il mondo raccontato dai miei libri, soprattutto Alila. Ma in un certo senso me lo aspettavo.Lei ha tradotto in ebraico molti classici della letteratura francese, da Stendhal a Flaubert a Gide e ha regalato ai lettori israeliani la possibilità di leggere Simenon. E' stato difficile trasportare quel mondo culturale nel suo Paese?Non in modo particolare. Gli israeliani amano i libri, li comprano. Simenon è stato molto apprezzato come d'altronde i classici. Non mancano però le sorprese. Di recente ho tradotto Le père Goriot di Balzac. Un libro geniale che tratta un argomento di stringente attualità come il denaro e l'avidità che con mio grande stupore non ha avuto la risposta che mi attendevo.Quali sono le principali difficoltà di tradurre in ebraico?Qualche volta mi sento lacerato tra le due culture: devo riuscire a rendere il francese in un ebraico bello e buono. E' un equilibrio che con Simenon si realizza invece facilmente grazie al suo francese così semplice ed esatto.Qualcuno sostiene che l'ebraico è privo di molte sfumature che caratterizzano altre lingue.Non sento questa difficoltà. Talvolta può essere vero, ma in ebraico vi sono termini che mancano in altre lingue. Il francese utilizza ad esempio il verbo jouer per indicare l'atto del recitare, del giocare o del suonare: in ebraico ognuna di queste azioni ha un verbo specifico.La rinascita dell'ebraico, con la fondazione dello Stato d'Israele, viene spesso rappresentata come un miracolo. E' d'accordo?Non conosco un fenomeno simile in altre nazioni. Ma non saprei dare un giudizio perché sono nato nell'ebraico. I miei genitori lo parlavano in Eretz Israel ancora prima dello Stato e quando ero bambino c'era una sorta di fanatismo su questo tema: la lingua nazionale era molto importante, soprattutto a scapito dell'yiddish, che rappresentava la lingua dell'esilio. Oggi invece siamo pronti a torturare il nostro ebraico.In che senso?Come tutte le lingue parlate anche l'ebraico è in costante cambiamento. I giovani parlano uno slang che non sempre gli adulti capiscono, sono entrate nell'uso molte parole arabe e spesso saltano le distinzioni fra maschile e femminile nella coniugazione dei verbi o nella concordanza degli aggettivi. E' un problema legato a carenze del sistema scolastico. Ma non è un'evoluzione isolata: in Francia i ragazzi massacrano la loro lingua più o meno nello stesso modo.Ma c'è anche chi stenta a impadronirsi della lingua. In Ripristinando antichi amori si riproduce il dialogo di alcuni anziani incapaci di parlare ebraico se non in modo elementare.E' un problema ormai in via di esaurimento. Grazie alla scuola e all'esercito le nuove generazioni parlano tranquillamente l'ebraico. Le difficoltà sono ormai appannaggio solo dei vecchi o dei nuovi arrivati.

n.b. la rivista Pagine Ebraiche è oggi disponibile anche come applicazione scaricabile gratuitamente per Ipad e Android Minna Scorcu Coordinatrice Ufficio Culturale Ambasciata di Israele Via Michele Mercati 14 - 00197 Roma





Why a Unilateral Declaration of Palestinian Statehood is a Bad Idea: video

http://www.youtube.com/watch?v=HF3KWiUWz2A&feature=player_embedded

Gerusalemme, un ragazzo batte il tram in velocità

Non son bastati gli anni (travagliati) di lavoro: 12. Non son bastati nemmeno i soldi spesi per costruire l’intera rete: 300 milioni di euro. E non son bastate nemmeno le polemiche e le paure di attentati. Per non parlare del fastidio e dei disagi nel dover ogni giorno aver a che fare con la polvere, con i reticolati, con il cemento sparso un po’ ovunque, con la ferraglia mollata ai lati delle strade e i blocchi stradali.Il tram dei desideri, quel CityPass che in 13,8 chilometri collega Gerusalemme Ovest a quella Est, continua a far parlare. Per carità: per ora di incidenti – tra arabi ed ebrei – non ce ne sono stati. Le pietre sono ancora al loro posto. La polizia ogni tanto controlla, ma non è che sia dovuta intervenire granchè.Il problema, per ora, è un altro: la velocità. «Va così lento questo tram che facciamo prima a fare il percorso a piedi», è il lamento di molti. Frase fatta, certo. Lo si dice anche di certi mezzi pubblici di Milano e Roma.Poi però qualcuno ci ha pensato su e quel percorso l’ha davvero fatto a piedi. Michael Spivak (foto in alto), 28 anni, studente alla Hebrew University, s’è messo un paio di giorni fa a camminare a passo di jogging di fianco al tram. Alla fine dei 13,8 chilometri di binari e ferraglia la conferma: quel treno è davvero lento. Spivak è arrivato per primo al capolinea di Pisgat Ze’ev staccando il bolide di quattro minuti.La notizia non è irrilevante. Appena s’è sparsa la voce che un ragazzo aveva battuto il tram in velocità il Comune di Gerusalemme ha detto subito che il mezzo pubblico sarà impostato per aumentare i chilometri orari. «Quando l’ho visto per la prima volta – ricorda Spivak – mi sono chiesto se sono io o davvero questo tram procede come una tartaruga». Dopo una veloce verifica sul campo, la conferma: il «problema» è nel CityPass.5 settembre 2011

http://falafelcafe.wordpress.com/


18 AGOSTO: Ero ad Eilat....

Eravamo spaparanzate al sole quando ha squillato il cellulare della signora vicino a noi. Subito ha cominciato ad alzare la voce, i toni si sono fatti concitati, le persone intorno hanno cominciato a guardarla. Finita la telefonata ha spiegato: c’era stato un attentato lì vicino (per fortuna l’amica Esperimento – d’ora in avanti E. – se la cava bene con l’ebraico, e ha potuto tradurmi tutto), l’aveva chiamata il figlio per rassicurarla, avevano assaltato un autobus, doveva prenderlo anche lui ma poi non lo aveva preso. Immediatamente la ragazzina bionda in bikini leopardato che prendeva il sole sulla riva si fionda sul cellulare. La signora capisce che vuole chiamare i suoi per rassicurarli e le dice no, state tutti tranquilli, quelli coinvolti erano tutti soldati, ma io SONO un soldato, risponde la ragazzina bionda. Poi, nel giro di un’ora, arrivano le notizie di altri due attentati, sempre sulla stessa strada: quella che avevamo percorso noi il giorno prima, sulla stessa linea di autobus. Ancora più impressionante vedere poi alla televisione le immagini dell’attentato, con un grosso foro di proiettile esattamente nel punto in cui, meno di 24 ore prima, ero stata seduta io.
Quello che qui, probabilmente, nessuna televisione ha dato modo di vedere, è ciò che è successo dopo. Noi, che eravamo lì, possiamo dirlo con piena cognizione di causa: non è successo niente, assolutamente niente. Nessuna isteria, nessun panico, nessuna variazione alle abitudini di sempre. Sono un po’ aumentate le misure di sicurezza perché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, è stata chiusa la strada in cui erano avvenuti gli attentati, nei grandi magazzini e centri commerciali alla persona che all’ingresso controlla le borse si è aggiunto un poliziotto fuori della porta che guardava bene chi entrava, e questo è stato tutto. Vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine - ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente. In Israele no, in Israele gli attentati VERAMENTE non cambiano la vita delle persone. Raccolgono i loro morti, li piangono, li seppelliscono, e poi si rimettono in marcia.D.o benedica Israele e il suo popolo meraviglioso. Am Israel chai ve chaiam. Barbara Mella

lunedì 5 settembre 2011


Israele, in 500mila giovani in piazza per una maggiore giustizia sociale

Quasi 500mila manifestanti hanno sfilato ieri sera in 20 città israeliane, per quella che gli organizzatori avevano chiamato “La marcia del milione”. Una protesta imponente nonostante l’obiettivo numerico sia stato mancato. Il corteo più consistente ha avuto luogo a Tel Aviv. Più di 300mila hanno percorso le vie del centro fino a piazza Kikar Hamedina. A Gerusalemme in decine di migliaia si sono radunati sotto le finestre del Primo Ministro Benjamin Natanyahu.La protesta è nata a luglio da un post su Facebook di Daphni Leef, venticinquenne studentessa di cinema. La Leef, esasperata dal costo degli affitti a Tel Aviv, invitava tutti a prendere una tenda e a piazzarla in centro città. Le prime tende, sono spuntate il 14 luglio (da qui il nome del movimento J14, July 14), in Bouleverd Rotschild, una delle arterie commerciali della città. Con le settimane la protesta è cresciuta, facendo nascere una ventina di campeggi spontanei in diverse città israeliane.La prima manifestazione nazionale fu indetta il 23 luglio e vi parteciparono in 30mila, diventano dieci volte di più nella marcia del sabato successivo e poi 400mila il 6 agosto. Con il crescere dei numeri sono cambiate le richieste dei manifestanti: se in un primo momento si erano mobilitati per l’emergenza case, ora chiedono giustizia sociale.Israele, dal punto di vista demografico, è un paese giovane. Ha un alto tasso di natalità, dovuto anche alla minoranza araba palestinese, circa il 20 per cento della popolazione. A protestare sono in gran parte giovani della classe media, studenti e lavoratori, con un buon livello di educazione, la parte della società che vive l’incertezza del futuro, sicura che non avrà le possibilità economiche delle passate generazioni. Le associazioni universitarie si sono ritagliate nel movimento un ruolo importante, in particolare l’Unione nazionale studentesca (National Student Union). Il suo presidente Itzik Shmuli, 31 anni, ieri sera dal palco della manifestazione a Tel Aviv ha detto: “Questa piazza è piena di nuovi israeliani, che sono pronti a morire per il proprio paese, ma spetta a Lei, Signor Primo Ministro, lasciarci vivere in questo paese”.Il governo Netanyahu ha tentato già negli ultimi giorni di luglio di dare una risposta alle richieste dei manifestanti. Il premier, all’indomani della prima grande manifestazione di piazza, ha annullato un viaggio diplomatico in Polonia per incontrare i leader della protesta. La proposta di Netanyahu è stata un regolamento, che permette la riduzione della burocrazia per la costruzione di nuovi alloggi privati. Questo però non è bastato ai giovani israeliani che chiedono politiche sociali più ampie e non un’ulteriore apertura liberale. L’economia israeliana non è stata troppo colpita dalla crisi globale: la disoccupazione è attorno al 6 per cento, e il tasso di crescita è tra i più alti dell’Occidente. Questi fattori non bastano però a garantire alla classe media, in un paese dove il divario tra ricchi e poveri è molto accentuato, un adeguato accesso ai servizi basilari: casa, sanità ed educazione.I portavoce del movimento hanno ribadito sin da luglio l’aspirazione apartitica delle proteste, cercando sempre di separare l’occupazione dei Territori Palestinesi, dalle politiche necessarie per sedare le proteste. Una parte dei manifestanti sottolinea però che Israele spende in sicurezza il 7 per cento del proprio Pil, a cui vanno sommati ogni anno 3 miliardi di dollari di aiuti militari statunitensi. Settembre si annuncia come un mese caldo: relazioni diplomatiche quasi interrotte con la Turchia, grandi tensioni con l’Egitto e il 20 settembre il voto alle Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato palestinese. Questa situazione internazionale potrebbe far passare sotto silenzio nuovi aumenti alle spese militari, sottraendo fondi a quelle spese sociali che la piazza chiede da settimane.di Cosimo Caridi http://www.ilfattoquotidiano.it lunedì 5 settembre 2011

giovedì 1 settembre 2011


Doveva essere un lipdub, è invece un VIDEOCLIP della vita nella Comunità ebraica di Verona, per la Giornata Europea della Cultura Ebraica GECE 2011!
Cliccate:
http://www.youtube.com/watch?v=pqzJmi_aVPc


AARON APPELFELD L’AMORE, D’IMPROVVISO

(Titolo originale Pitom Ahavah, 2003)

Trad. Elena Loewenthal, Ugo Guanda Editore S.p.A., 2011, pp. 240 €. 16.50

Un canto a due voci. Così potrebbe essere definito il romanzo L’amore, d’improvviso dello scrittore israeliano Aharon Appelfeld, pubblicato in Patria nel 2003 e uscito da ultimo presso Guanda Editore, con l’affascinante traduzione di Elena Loewenthal.Una vicenda semplice all’apparenza, in realtà complessa e sofferta come tutte le autentiche storie d’amore, intrecciata in una trama fitta dove, in filigrana, ritrovi tanti riferimenti all’Autore, dal punto di vista sia delle esperienze vissute, che delle modalità espressive da lui adottate.Ernest e Irena, questi i nomi dei protagonisti. Ernest (Blumenfeld) ha 70 anni, è un consulente finanziario in pensione. Arruolatosi nell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, lascia la natìa Czernowitz, in Bucovina (attuale Ucraina); successivamente approda in Italia, indi, da lì, giunge in Israele su una nave di profughi. Nel Paese d’origine ha perduto tutta la sua famiglia. Uomo ancora piacente, è peraltro reduce da un grave intervento chirurgico, necessita di assistenza. La sua strada s’incrocia con quella della giovane Irena, di origine tedesca, da lui assunta come governante. Le si rivolge in tedesco, lingua materna per entrambi. Malgrado, ad un certo punto, per Ernest -come del resto per Aharon e per tanti, tanti altri- fosse divenuta il linguaggio degli assassini e degli oppressori, essa è pur sempre la lingua materna, quella “in [cui] parlavo con i miei genitori…..in questa lingua ho letto i miei primi libri, e solo in questa lingua ho la forza di scrivere”. Tuttavia a volte scappa l’esclamazione in yiddish; e può pure accadere che due o tre frasi in ebraico tentino di far valere i loro diritti.Anzi, a proposito del linguaggio dei Padri, l’A. ci dice che Ernest ammette tra sé e sé, di invidiare tutti coloro che il destino ”ha reso degni dell’antica lingua ebraica, nelle cui radici è posta l’essenza primigenia…l’ebraico è il Monte Nebo cui [Blumenfeld] non arriverà mai e tuttavia non passa giorno senza un capitolo della Bibbia…”.Irena ha la metà dei suoi anni. E’ nata dopo la Liberazione in un campo di smistamento presso Francoforte da madre e padre ebrei molto religiosi, ai quali è rimasta profondamente legata anche dopo la loro morte. All’inizio della nostra storia lavora presso Ernest da circa due anni.Alla sera torna al vicino quartiere Qatamon di Gerusalemme, nella casa dove era cresciuta e vissuta sempre; ancora tanto piena della presenza dei genitori, al punto che ella, una volta al mese, estrae dall’armadio, nel quale sono riposti, i loro vestiti per metterli in ordine ed essere così partecipe di quella vita, pur inanimata.E’ piccola, timida e silenziosa; anzi Ernest, all’inizio, è quasi infastidito dalla sua riservatezza; poi comincia ad abituarsi a tale insolita presenza. Ella aveva frequentato a suo tempo le scuole medie inferiori, riprendendo gli studi solo in anni successivi per iscriversi ad un corso dedicato alle infermiere ausiliarie; tuttavia, malgrado la limitata cultura scolastica “…quel poco che le usciva dalla bocca veniva da lei, dalla sua interiorità, e le sue parole avevano un fascino discreto”. Il servizio presso Ernest la occupa sempre di più, anche dal lato psicologico. “Come posso alleviare le sofferenze di questo principe?” si domanda ad un certo punto alludendo ai tormenti di lui. Ben presto Irena comprende che il problema, il campo di battaglia di Ernest è la scrittura. Egli, dopo essersi ritirato dall’attività lavorativa, aspira a diventare un vero scrittore, non intende restare uno scribacchino dilettante. E’ puntiglioso, insoddisfatto; ha scritto ben tre libri, da lui non ritenuti degni di essere pubblicati e perciò distrutti. E’ dotato di forte senso critico, capace di restare ore su una frase o una parola. “A volte lui parla della sua scrittura, delle tante notti spese a scavare pozzi sbagliati…Per anni [riflette] non ho capito che erano pozzi aridi ”.Dedica alla sua passione/tormento diverse ore della giornata e, per lo più, le notti. Notti terribili, popolate dai fantasmi del passato, in primo luogo dei genitori. Ernest si era distaccato giovanissimo da loro, piccoli commercianti ebrei, molto legati alle tradizioni, ma professate e vissute senza quella gioia indispensabile per coinvolgere il prossimo. Due coniugi silenziosi e riservati; tanto che il ragazzo ben presto si era creato un suo mondo interiore attraverso la lettura, praticata non solo in tedesco, ma anche in rumeno e talora in francese. Il doloroso distacco era avvenuto in modo definitivo verso i diciassette anni, ma era iniziato cinque anni addietro con l’adesione di lui al Partito Comunista. Il rapporto non risolto con i genitori (uccisi dai soldati romeni, efficienti complici dei tedeschi) è causa di profondo dolore per il protagonista poiché gl’impedisce di guardare alla vita con serenità, liberando quelle possenti energie che egli sente dentro di sé e che vorrebbe esprimere con la scrittura, ma non vi riesce, poiché esse giacciono in fondo ad un abisso di dolore e di disperazione. Il potere dei ricordi è forte anche in Irena: la sua fantasia era fervida durante la prima giovinezza, tanto da immaginare con dovizia di particolari il mondo in cui erano vissuti i nonni (uccisi dai tedeschi), ovviamente mai conosciuti. Ma la madre, intimorita da quel talento (“Proibito immaginare. Chi ha troppa fantasia finisce per diventare bugiardo”), aveva fatto di tutto per tarparglielo. Malgrado risieda in Israele da tanti anni, si sente ancora come una profuga. Ricerca la storia dei genitori, i quali ben poco le hanno raccontato. “..Se avesse saputo quello che [essi] avevano passato, li avrebbe amati ancora di più. Le persone che sono state ad Auschwitz bisogna portarle in palmo di mano e amarle mattina, pomeriggio e sera…si disse una volta…” Affronta con impegno gli scritti di importanti testimoni (come Primo Levi), sia per far propria la tragedia della Shoah, sia perché immagina che tali letture l’aiutino a comprendere meglio gli sforzi di Ernest. Qual è il legame che unisce i due protagonisti?L’equilibrio interiore e il totale coinvolgimento di lei nella creazione letteraria di lui, uniti ad un clima di serenità costruito giorno dopo giorno dalla donna con amore ed attenzione, la capacità d’immedesimazione di Irena, rimasta profondamente legata ai propri genitori, portano Ernest a riannodare i fili con il passato “..Mi restituisci i miei genitori”, le confida, esprimendo così la gioia di quel ritrovarsi, nonostante la differente sensibilità che l’aveva separato da loro, persone cariche di scetticismo, malinconia e di una (almeno apparente) estraneità nei confronti del figlio.Il protagonista riesce così a raggiungere, tappa dopo tappa, quella prosa chiara ed essenziale, caratteristica di Appelfeld, e a diventare uno scrittore autentico, poiché ha “scoperto una fonte d’acqua viva che sgorga dentro di sé”. Ritornano il mondo magico dei Carpazi, le vacanze estive negli anni dell’infanzia presso Nonno e Nonna, figure indimenticabili, ricche di umanità e fede, l’armonia tra esseri umani e animali, dove i secondi non venivano mai sfruttati, né vessati dai primi; e senza dimenticare l’antigiudaismo spontaneo, certo alla fine odioso, ma talvolta quasi privo di malizia, emergente qua e là tra i contadini cristiani. Un Universo distrutto dal Male, ora riguadagnato al suo cuore. Miracoli dell’amore contro gli spiriti maligni della vecchiaia e della malattia inesorabile che non dà tregua, combattuta però con costanza e decisione proprio grazie alla scrittura, la battaglia contro l’Angelo della Morte che sembra attendere in agguato dietro la finestra, pronto ad assumere, di volta in volta, sembianze di persone diverse, per lo più portatrici di frasi inopportune. Il romanzo, scandito secondo capitoli brevi, ben scolpiti nella memoria perché espressi in uno stile scorrevole e coinvolgente, si sviluppa in una prosa limpida, ricca di sfumature, come quella conquistata dal protagonista, ed è una Summa della poetica espressa da Appelfeld.Vi ritrovi infatti i filoni a lui più cari. Il rapporto con la Scrittura -essa, si domanda l’A., che cos’è se non una lunga lettera d’amore?-, e, in primo luogo, la cura per le frasi brevi, il non indulgere con gli aggettivi, il saper apprezzare il Silenzio: “Durante la guerra non si parlava; nel ghetto e nel campo di concentramento solo coloro che impazzivano parlavano”.“Dietro ogni scrittura ci sono molte motivazioni: odio, rabbia, ideologia, necessità di liberarsi di qualcosa di traumatico; ma anche l’esigenza di dare quanto di meglio c’è in noi; cioè di raggiungere il massimo dell’umano che c’è in noi”. In un’intervista di alcuni anni fa Aharon dichiarava: “Non si può essere artisti senza l’ingenuità di un bambino, all’arte infatti viene richiesta una profondità mitologica primaria, il resto è accessorio, conseguente. La mia scrittura deriva da ciò che ho visto da bambino e la gran parte dei miei personaggi ha un legame col divino, magari inconsapevole”. A ciò si lega l’importanza, per la sua formazione, dello studio della Bibbia (ce n’è una eco nel romanzo, quando il quasi tredicenne Ernest conosce un anziano insegnante assunto dal padre per prepararlo al Bar Mitvah): la Bibbia, queste sono all’incirca le parole dello scrittore, elenca i fatti con un linguaggio all’apparenza minimalista, in grado di trasmettere il Divino senza parlarne in modo diretto. Un commovente ritrovarsi. Accanto a Ernest Irena comprende come scrivere sia “far riemergere cose dall’oblio” e per questo ella torna a leggere Per il tuo sangue la mia vita, il diario di Leib Rochman, un giornalista ebreo polacco, il quale, negli anni della guerra, insieme con la moglie Ester, la cognata Tziporah e il cognato Efraim, si era salvato da sicura morte perché una coraggiosa prostituta polacca, Ciotka (Zia), li aveva accolti nel suo appartamento, nascondendoli dietro ad una parete. La vicenda la ascoltai, insieme ad un folto pubblico, all’Università di Firenze il 27 Gennaio 2008 dalla viva voce di David Grossman in occasione del conferimento a questi della laurea honoris causa in “Studi Letterari e Culturali Internazionali”. In tale occasione indimenticabile David fece della vicenda di Rochman (della cui figlia Rivka è buon amico) il fulcro della sua lezione dottorale.Coincidenza, solo in apparenza banale, vuole che Aharon Appelfeld e David Grossman abitino entrambi a Mevaseret Tzion, la Messaggera di Tzion, una cittadina alle porte di Gerusalemme, ricca di verde, poesia, di pace. Anch’essa un sogno letterario.Mara Marantonio da www.angolodimara.com



HHhH IL CERVELLO DI HIMMLER SI CHIAMA HEYDRICH di Laurent Binet, Einaudi S.p.A., Torino , 2011, pp. 342, €.20,00.

Un giovane storico francese, Laurent Binet, ha scritto uno stupendo libro, a metà strada tra il saggio storico -assai documentato- e il romanzo autobiografico -profondo e suggestivo-. L’opera, uscita in Patria l’anno scorso per le Edizioni Grasset & Fasquel di Parigi, è valsa all’A. il “Prix Gouncourt du premier roman” 2010. Ora Einaudi lo fa conoscere al pubblico italiano con un titolo che riprende quello originario. Binet racconta che, quand’era adolescente, suo padre, storico a sua volta, gli parlò con grande partecipazione di un evento considerato come il colpo più importante realizzato dalla Resistenza europea: l’attentato, effettuato a Praga la mattina del 27 maggio 1942, che costò la vita a Reinhard Heydrich, Reichsprotektor (ad interim) di Boemia e Moravia dal 27 settembre 1941, il braccio destro di Heinrich Himmler; in realtà suo autentico ispiratore. L’attentato (chiamato significativamente in codice “Operazione Antropoide” per rimarcare il fatto che l’individuo obiettivo dell’azione nulla aveva di umano, tranne l’aspetto) fu opera di due partigiani -il primo slovacco, il secondo ceco: Jozef Gabčik e Jan Kubiš-, due paracadutisti inviati dalla Resistenza cecoslovacca in esilio -con sede a Londra- per uccidere colui che veniva soprannominato “La Bestia Bionda” o “il Boia di Praga”. Il piano aveva il totale appoggio del Governo britannico, guidato da Winston Churchill. Fino al giorno della sua uccisione (muore il successivo 4 giugno) tutti gli eventi più tragici per i quali i nazisti sono passati alla storia vedono Heydrich come protagonista o comunque in primo piano, donde la frase, nota tra le SS, che dà il titolo al libro. Hitler lo ammira e lo ritiene diverso da tutti gli altri che lo circondano; ma forse, inconsciamente, ne teme la smisurata ambizione e spregiudicatezza. Tra l’altro Heydrich era stato l’unico esponente del regime nazista di alto, anzi altissimo, livello, presente, il 20 gennaio di quell’emblematico anno, all’incontro, svoltosi in una grande villa posta in una località vicina a Berlino, Wannsee; incontro nel quale fu data piena attuazione alla Soluzione Finale, lo Sterminio del Popolo Ebraico, peraltro già in atto. La riunione, durata meno di un paio d’ore, ufficializzò, per così dire, il Genocidio. Il giovanissimo Laurent, appassionatosi alla vicenda grazie alle parole paterne, per molto tempo ha approfondito il tema, non trascurando alcun ambito di ricerca. Il frutto dell’impegno di tanti anni è quest’opera originale, dove l’Autore segue le vicende dei diversi attori e, soprattutto, condivide l’eroico sacrifico in nome della libertà di Gabčik e Kubiš, fino a seguirli idealmente nella cripta della Chiesa ortodossa dei S.S. Cirillo e Metodio (in Praga), dov’essi si rifugiano dopo l’attentato. Non li lascia mai, fino al tragico epilogo, quando, solo dopo ore e ore, 800 SS hanno la meglio su un gruppetto di 7 ardimentosi. Un omaggio a questi Eroi e ad una città molto amata, un contributo affascinante, da leggersi d’un fiato, dove Storia e Memoria si intrecciano grazie ad una originalissima opera di “contaminazione”.Mara Marantonio tratto da www.angolodimara.com

martedì 30 agosto 2011


Kanelbullar

Ingredienti per 20 Kanelbullar: 250 ml di latte; 25 gr di lievito di birra; 75 gr di burro; 650 gr di farina; 100 gr di zucchero; 1 cucchiaio di cardamomo in polvere;1/2 cucchiaino di sale; acqua tiepida quanto basta Ingredienti per il ripieno: 100 gr di burro; 50 gr di zucchero; 1 cucchiaio o più di cannella; 1 uovo o del latte per spennellare, granella di zucchero Preparazione: In una terrina sciogliere il lievito nell'acqua. In un pentolino sciogliere il burro e versarvi successivamente il latte. Versare il liquido tiepido nella terrina con il lievito e mescolare. Aggiungere sale, zucchero e cardamomo sempre mescolando. Aggiungere poi la farina gradualmente fino ad ottenere una pasta morbida e non appiccicosa. Lasciarla lievitare un'ora .
Impastarla di nuovo finché non diventa liscia. Dividerla in tre parti uguali e stendere le tre parti in rettangoli da 25 cm X 30 cm circa. Spalmare il ripieno nei tre rettangoli lasciando spazio su uno dei bordi lunghi per la chiusura e arrotolarli cominciando dalla parte più lunga. Porli, con la chiusura sotto, sulla carta da forno, coprirli e lasciarli lievitare finché doppi in volume (un'ora e mezza circa). Tagliarli in girelle di circa 1,5 cm, schiacciarli in modo da allargare le girelle, spennellarli con l'uovo decorarli con la granella di zucchero. Infornarli nel forno preriscaldato a 200°C per circa 10 min. Sullam 75


Lea Goldberg
La donna nella poesia ebraica di Myriam Labiausse


(articolo datato ma sempre attuale)
Attraverso gli interventi di due studiose-poetesse ed una lettura di poesie, il giorno 20 Maggio si è proposta la visione della figura della donna ebraica nel tempo. Donna vista più come simbolo da Tsippy Levine Byron o, come persona,da Suzana Glavaš, trattata però da entrambe le relatrici nel suo ruolo fondamentale di madre.L’ospite israeliana Tsippy Levine Byron ha concentrato il suo discorso sulla figura femminile e materna nella poesia della contemporanea Lea Goldberg mentre Suzana Glavaš ha rievocato l’originale vena artistica dell'ebrea tedesca Else Lasker Schüler, la maggior esponente dell’espressionismo tedesco. Attraverso i loro scritti le donne hanno preso parte attiva alla linea del tempo– ha sottolineato il rabbino Tsippy Levine Byron – passando dal compito esclusivo di educare i figli a liberatrici del proprio “essere” e coltivando pur
sempre i valori della tradizione. Un iter che a Roma parte da Anna de Arfino e Deborah Ascarelli, le prime donne a comporre poemi con temi religiosi nel XVIII secolo, per andare ad incontrare Sarah Sullam che scrisse 5 poesie un centenario dopo, e che vedrà infine, dopo l’indipendenza di Israele, l’ingresso delle donne nella poesia.Lea Goldberg, illustrata da Tsippy Levine Byron e definita “una grande poetessa” (nata nel 1911), dopo aver conseguito il dottorato di ricerca e trovato un posto di insegnamento all’università, deciderà di dedicare la sua vita alla scrittura. Tutt’oggi i suoi libri sono molto amati dai bambini, per i quali ha scritto numerose storie, ma anche dagli adulti che la ricordano per le sue poesie.Una delle più belle ed importanti è la poesia scritta Davanti al quadro di sua madre nella quale si delinea questa figura, unica persona che non le ha mai chiesto nulla e che l’ha cresciuta.Un’altra importante poetessa, quella delineata da Suzana Glavaš, è Else Lasker Schüler. Nata in una famiglia ortodossa-ebraica, ultima di sei figli, rimarrà segnata in giovane età dalla morte dei genitori e del fratello Paul. Si sposerà e divorzierà due volte ed esordirà in pubblico come disegnatrice e pittrice. Esponente dell’espressionismo tedesco, e fondatrice dietro le quinte della prestigiosa rivista “Sturm”, non scriverà mai in ebraico affermando tuttavia che il suo substrato linguistico era l’ebraico e che Gottfried Benn aveva ragione quando la definitiva “poetessa tedesca ed ebrea al contempo”. Predicherà per tutta la vita la pacificazione fra Ebrei, Cristiani e Arabi.A intervallare i richiami alle poetese trattate dalle studiose-poetesse Levine Byron e Glavaš, con una lettura delle poesie di Lea Goldberg, Else Lasker Schüler e Nelly Sachs, a cura di Paola Nasti, si è data voce anche all’opera poetica propria delle due relatrici, con versi sulla loro rispettiva identità femminile universale ed ebraica. Suzana Glavaš ha ricordato in ultimo la poesia “Il monumento alla madre” di Wladyslaw Szlengel, poeta ucciso nell’insurrezione del Ghetto di Varsavia,per rimarcare la forte presenza nella poesia ebraica della figura donnamadre anche nella sua dolorosa assenza.Sullam 75