Andy Ramgiovedì 12 marzo 2009
Andy RamL'israeliano Ram potrà giocare a Dubai gli Emirati Arabi evitano caso Peer
Il tennista israeliano Andy Ram potrà giocare nel torneo Atp del Dubai. Lo ha assicurato l'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, Yousef Al Otaiba all'agente del tennista, Anthony Weiner. Ram, visto il caso della connazionale Shahar Peer, aveva chiesto sia all'ATP che alla WTA di intervenire per permettergli di partecipare al torneo di doppio in Dubai, come aveva pianificato. "E' uno degli eventi più importanti del calendario, quindi devono trovare il modo affinché gli israeliani possano giocare lì", ha detto ieri a Marsiglia lo specialista del doppio. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno rifiutato il visto di ingresso all'israeliana Shahar Peer, e per questo non ha potuto partecipare al torneo femminile che si sta disputando questa settimana in Dubai. Il membro israeliano del Cio, Alex Gilady, ha dichiarato che porterà il caso della tennista 21enne davanti al Comitato Olimpico Internazionale. Allo stesso tempo Gilady ha anche proposto un'altra idea: "La giocatrice potrebbe ottenere una compensazione in posizioni del ranking mondiale, e non in denaro". La Wta, secondo quanto affermato dal suo capo, Larry Scott, sta esaminando come poter dare un indennizzo alla Peer, ed assicurare il suo ingresso nel torneo nel 2010. Intanto il 'Wall Street Journal Europè si è ritirato come sponsor del torneo Quanto a Ram, un portavoce dell'ATP ha dichiarato che toccava agli Emirati Arabi Uniti adottare la decisione corretta ...............http://www.repubblica.it/ 19 febbraio 2009
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Curiosità
Bar RafaeliBar Rafaeli in missione: sarà il simbolo di Israele
Prima era solo uno stupendo, statuario corpo in bikini, ora sarà l’irresistibile e ammaliante volto gentile d’Israele. La carriera della top model Bar Refaeli è ad una nuova svolta. Dopo aver rubato il cuore dell’attore Leonardo Di Caprio, aver fatto girare la testa all’America e aver conquistato la copertina di Sports Illustrated Swimsuit Issue, esclusivo catalogo di bellezza riservato a pochissime e selezionatissime top model del bikini, Bar è pronta a trasformarsi nella nuova arma segreta d’Israele. Un’arma progettata per travolgere i pregiudizi dell’opinione pubblica internazionale, riconquistarne anima e sensi e cancellare il devastante ricordo lasciato dalle immagini dell’offensiva su Gaza. Così, almeno, pensano gli esperti di «Israel Brand» la sezione del ministero degli Esteri di Gerusalemme creata da Tzipi Livni e incaricata di diffondere un’immagine gradevole e rassicurante dello Stato ebraico.Negli ultimi tempi il loro compito non è facile. I bombardamenti della Striscia, i corpi piagati dei bambini, i bilanci, mai accertati, dell’Operazione Piombo Fuso hanno diffuso in Europa e persino nell’“amica” America un senso di estraneità nei confronti d’Israele e delle sue guerre. Di fronte alle cronache di Gaza neppure la tradizionale immagine di un Paese ultimo avamposto dell’Occidente contro il pericolo del fondamentalismo islamico sembra più reggere. «Negli ultimi tempi - scrive il quotidiano Haaretz - i media e l’opinione pubblica occidentale ignorano questo messaggio e insistono che Israele è violento quanto i suoi nemici». Per cancellare quest’impressione devastante gli uomini di Israel Brand puntano sul volto da fata e sulle forme da novella Anita Ekberg di Miss Bikini. Un anno e mezzo fa hanno già fatto centro collaborando alla realizzazione di un conturbante servizio pubblicato dal mensile maschile Maxim e dedicato a un gruppo di modelle soldato fotografate in succinta intimità. Con Bar rischia di andargli anche meglio. La top model, dopo aver portato in tribunale il più diffuso quotidiano del suo Paese accusato di averle attribuito frasi irriverenti sui propri concittadini e sul servizio di leva obbligatorio, si è trasformata in un autentico simbolo di patriottismo all’estero. Conosciuta e ammirata per l’orgoglio con cui rivendica, dalle spiagge californiane a quelle di Saint Tropez, le sue origini israeliane, la modella viene definita «nuovo simbolo del sionismo» dalla stampa casalinga. Ma il vero trionfo è stata quell’apparizione in bikini sub-pubico sulle pagine patinate di una rivista riservata alle dee del pianeta. Da quel momento televisioni e giornali israeliani l’hanno trasformata nella nuova musa della nazione e gli esperti di Israel Brand si sono convinti. «Bar Refaeli è lì a comprovare che Israele è come l’Occidente – scrive Haaretz –, le ragazze di Hezbollah, di Hamas o dell’Iran non si fanno fotografare in costume da bagno e neppure quelle egiziane o saudite... Questo comprova la nostra appartenenza al club culturale occidentale. Agli occhi degli israeliani una foto di Refaeli contribuisce a renderci più americani e più occidentali». A rendere l’affascinante top model ancora più adeguata al suo compito contribuisce la sintonia con Tzipi Livni. Durante la recente campagna elettorale l’inarrestabile Bar non ha esitato ad esprimere tutto il suo appoggio per la candidatura del ministro degli Esteri alla guida del Paese. L’unica incognita per la nuova icona d’Israele deriva dal risultato elettorale. Nonostante la vittoria numerica, l’amica Tzipi dovrà quasi sicuramente passar la mano al governo delle destre lasciando il nuovo simbolo del sionismo in bikini a far i conti con i diktat di qualche barbuto e intollerante ministro ultraortodosso. http://www.ilgiornale.it/ 20 febbraio 2009
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Curiosità
ebrei yemenitiBlitz di Israele nello Yemen per salvare famiglia ebrea
Per loro è volato l’ultimo “tappeto magico”, li ha traghettati dalla paura allo stupore, li ha proiettati dalle ombre d’un angusto mondo antico allo scintillio d’acciai e cristalli dell’aeroporto di Tel Aviv. Sono atterrati giovedì e per un giorno Israele ha rivissuto le emozioni dell’operazione “tappeto magico” del 1949 quando gli aerei alleati decollati da Aden riversarono nella terra promessa 49mila ebrei yemeniti. Stavolta sono solo dieci, una madre spaesata, un marito ed un amico sbigottiti e i sette figli da due a 12 anni della famiglia Ben Yisraelis, sette marmocchi dagli occhi sgranati ancora intabarrati negli stracci del passato, mantelli e veli islamici per le fanciulle, austeri e minuscoli completi grigio topo per i maschietti. Per farli arrivare lì Israele ha montato l’ennesima operazione segreta, ha mosso gli specialisti dell’agenzia ebraica, il Mossad e gli uomini migliori d’aviazione ed esercito. Tutti insieme, tutti in gran silenzio, tutti pronti al peggio pur di strappare dalle grinfie di Al Qaida l’ebreo Said e la sua famiglia. Tutto inizia lo scorso dicembre a Raida, la sperduta cittadina dello Yemen caposaldo dell’ultima dimenticata comunità ebraico cassidica del paese. Sono 280 in tutto, sono gli ultimi ebrei del paese e ufficialmente godono della protezione personale garantita dal presidente Alì Abdullah Salah. A dicembre neppure quella suprema tutela sembra più proteggerli dalle minacce degli Uthi, un gruppo di terroristi locali legati ad Al Qaida. Prima è la volta di Moshe Yaish Nahari, un esponente della comunità di Raida, padre di nove figli, massacrato a sangue freddo davanti a casa. Subito dopo scatta l’offensiva di Gaza e l’odio divampa.Per Said Ben Yisrael, capo della comunità di Raida, finire nel mirino è quasi automatico. A farglielo capire contribuisce la bomba a mano esplosa nel cortile di casa qualche settimana fa. Le schegge volano ovunque, ma miracolosamente non feriscono nessuno. Said sa che i miracoli non si ripetono. Assieme ad una cinquantina di terrorizzati correligionari chiude casa e fugge nella capitale Saana. A quel punto Moshe Vigdor, direttore generale dell’agenzia ebraica incaricata di monitorare le comunità a rischio, è già sul chi vive e pronto ad intervenire. Prima entrano in azione le cellule in sonno del Mossad in Yemen, individuano Said e la sua famiglia, li avvicinano, cercano di convincerli a lasciare il paese. Quella è forse la parte più complessa e rischiosa dell’operazione. La setta cassidica yemenita è parte integrante dei gruppi ultra-ortodossi che non riconoscono lo stato d’Israele. Un’interferenza rischia di far saltare l’operazione e mettere a rischio gli agenti israeliani.Il piano studiato per settimane si chiude tra mercoledì notte e giovedì con un accelerazione fulminea. «Hanno detto che bisognava partire e non abbiamo potuto prendere niente, abbiamo chiuso casa e abbiamo seguito quegli uomini», racconta la piccola e stralunata Esther alle telecamere delle televisioni israeliane. Dietro se la ride soddisfatto Moshe Vigdor. «Sono entusiasta perchè abbiamo concluso un’operazione veramente delicata, ma anche consapevole di dover stare ancora all’erta - ammette il direttore generale dell’Agenzia ebraica - seguiamo da vicino la situazione della comunità ebraica yemenita e da quanto vediamo il nostro lavoro laggiù non sembra affatto concluso». Nelle prossime settimane, insomma, nuovi “tappeti magici” potrebbero spiccare il volo. http://www.ilgiornale.it/ 22.02.09
da Il Foglio del 17 dicembre 2008:
La storia degli ebrei yemeniti è fatta di persecuzione. Nel VII secolo gli arabi avevano imposto agli ebrei il patto di Omar: in quanto sudditi non musulmani godevano lo statuto di dhimmi, i protetti, a condizione che pagassero una tassa, la jiza. Nel 1679 gli ebrei che rifiutarono di convertirsi furono condannati all’esilio a Mawza, una città costiera famigerata per il clima malsano. Nel 1905, con la fine della presenza ottomana, fu rinnovato il patto di Omar e a partire dal 1925 fu imposto agli orfani l’obbligo di convertirsi all’islamismo. Gli ebrei yemeniti cominciarono a emigrare verso la Palestina nel 1882. Tra il 1919 e il 1948 emigrarono in 16 mila. Nel 1948 fuggirono in massa ad Aden. In 43 mila raggiunsero Israele. In duecento sono rimasti a vivere nello Yemen. Pochi mesi fa gli ebrei residenti a Sa’ada, una provincia rurale nel nord del paese, sono stati costretti a lasciare le case per evitare la morte. Le minacce sono partite da un gruppo di radicali sciiti che fa capo a Hossein Bader A-Din al Khouty, secondo i quali gli ebrei avrebbero agito “per servire la causa del sionismo globale, che punta a disseminare la decadenza tra la gente, e allontanarla dai loro principi, dai loro valori e dalla religione”. Gli islamisti hanno attaccato e distrutto la casa del rabbino capo della piccola comunità ebraica. Nahari era il fratello del rabbino Yehiya Yaish, figura leader all’interno della comunità ebraica nazionale. Lavorava anche come macellaio per la comunità. Haviv Nahari, cognato della vittima, ha detto al quotidiano Yedioth Ahronot che la famiglia è “totalmente sotto choc”. “Sapevamo che c’era dell’antisemitismo in Yemen, ma non ho mai immaginato che qualcuno potesse prendere un fucile e uccidere un ebreo per strada”. In questi anni si è parlato spesso di un piano israeliano per penetrare in territorio yemenita e portare a Tel Aviv gli ebrei. A questo scopo Israele avrebbe addestrato truppe speciali selezionate tra 250 mila ebrei yemeniti che vivono in Israele. Il modello è l’“Operazione Salomone” del 24 maggio 1991. Le forze armate israeliane stupirono il mondo: in un giorno e mezzo, con un imponente blitz aereo riuscirono a mettere in salvo dalla carestia e dalla guerra civile oltre quattordicimila ebrei falasha, trasportandoli in Israele dall’Africa.
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Curiosità
mercoledì 11 marzo 2009
La mia musica è un canto di pace
Idan Raichel Ha suonato nei più grandi teatri del mondo. Star della world music, sa mescolare poesia araba canti ebraici, ritmi caraibici. Chi c’era fa fatica a dimenticarselo. Teatro degli Arcimboldi, Milano, gennaio 2008. Il pubblico che si alza, che ancheggia, che comincia a danzare piano e poi via, sempre più in fretta, che si abbandona al ritmo della musica là, sotto il palcoscenico. Una scena che si ripete a ogni concerto. Sono le melodie esotiche, i ritmi orientali, le sonorità tribali e il magnetismo inarrestabile di Idan Raichel e dei suoi musicisti, i protagonisti del suo straordinario progetto musicale: quello di unire, nella passione per la musica, dei giovani di tutte le origini, religioni e provenienze. Idolo di una nuova generazione di fan di world-music, protagonista di uno dei più interessanti metissage sonori degli ultimi anni, musicista capace di contaminare generi musicali di tutti i tipi, Idan Raichel non è oggi solo una delle grandi pop star israeliane ma soprattutto un personaggio internazionale, un talento che ha conquistato i palcoscenici del mondo, dalla Opera House di Tel Aviv al Radio City Music Hall di New York, dalla Sydney Opera House al London’s Queen Elizabeth Hall e al Kodak Theater in Los Angeles. Del resto per il Peter Gabriel d’Israele la musica è sempre stata qualcosa di mainstream, di popolare, mai di nicchia o solo per pochi eletti. Ma facciamo brevemente un po’ di storia: the Idan Raichel Project esplode sulla scena musicale nel 2002, rivoluzionando radicalmente il volto della musica popolare israeliana. Ingredienti? Una portentosa miscela di musica etiope tradizionale, poesia araba, canti yemeniti, cantillazione ebraica e ritmi caraibici. Oggi il collettivo israeliano rappresenta un esempio unico di collaborazione interculturale, accompagnando la propria musica ad un forte messaggio di pace e tolleranza, artisti provenienti da ogni parte del mondo: israeliani, yemeniti, etiopi, caraibici, sudafricani e sudamericani. Idan Raichel viene dal jazz, dal pop, dal rock ma nel 2000 decide di provare a comporre qualcosa che lo rispecchi pienamente.Ne nasce un lavoro originale e poliedrico, realizzato con 70 artisti di origini diverse, in grado di rappresentare l’eclettismo di Idan. Una chioma da rasta, una cascata di dreadlock intrecciati, la catena con la chamsa appesa al collo, 31 anni, Raichel vive a Tel Aviv, ma è nato e cresciuto nella vicina Kfar Saba. E se a 9 anni suonava timidamente la fisarmonica, nel 2002 il suo Idan Raichel Project ha realizzato quattro album per più di 200.000 copie vendute, che hanno riscosso giudizi entusiastici dei critici di tutto il mondo, recensioni del New York Times e del Billboard Magazine. In uno scenario così multiculturale, attento alle origini e peculiarità dei suoni, delle tradizioni e delle lingue di ogni dove, viene spontaneo chiedersi quale sia il legame di Idan Raichel con le sue origini ebraiche.Da dove viene la sua famiglia? A dispetto del mio aspetto fisico, sono un ashkenazita. I miei genitori sono nati in Israele, ma i nonni, come tanti, lasciarono l’Est Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, entrando così a far parte della prima generazione di ebrei scampati alla Shoah che videro nascere lo stato di Israele, tutti riuniti sotto un’unica bandiera bianca e blu. Vede, io sono un musicista contemporaneo. Come tale non amo nessuna forma di purismo: la mia storia personale, la storia della mia famiglia, mi hanno abituato fin da piccolo ad accettare ogni forma di contaminazione, di prestito da culture diverse, cosa che ha ovviamente influenzato profondamente il mio gusto musicale e molte delle mie scelte.Mi perdoni: lei mangia kasher? È shomer shabbat?Né l’una né l’altra cosa: sono nato in Israele, da una famiglia laica. L’essere israeliano implica che la lingua comune a tutti sia l’ebraico e che si festeggi tutti insieme le feste. Non sono religioso, se intendiamo i gesti o le mitzvot della vita di tutti i giorni, ma sono profondamente influenzato dallo studio della tradizione, che vivo come qualcosa di mio, una ricchezza culturale enorme, un patrimonio di saggezza da cui attingere in ogni momento della mia vita.E in che modo precisamente? Credo in generale che il Tanach, il Pentateuco, l’esegesi toranica e il pensiero ebraico che si sono avvicendati nei secoli, siano una meravigliosa fonte di energia e di ispirazione per ogni artista. Un nutrimento costante. La vivacità con cui molti studiosi hanno saputo interpretare la tradizione alla luce degli avvenimenti del loro tempo, la loro capacità di rendere vivo e attuale l’insieme del sapere ebraico, ecco tutto questo mi sbalordisce sempre. In effetti, la sua musica ha un che di mistico: percussioni, suoni mutuati dal mondo naturale, canti e salmodie che rieccheggiano un modo arcaico di vivere la spiritualità.Molti parlano di misticismo sonoro ascoltando le sue note. Lei che ne pensa? Nei miei brani si possono trovare testi e canti ripresi dalla nostra tradizione religiosa, cosa peraltro molto diffusa oggi nella musica israeliana contemporanea. E poi guardi, penso che l’arte, in generale, possa essere il modo migliore per condividere con la gente quei valori universali che sono parte integrante dell’ebraismo.Quale tipo di vincolo la tiene così legato a Eretz Israel? C’è un legame spirituale, certamente. Ma attenzione, mi sento fieramente e totalmente sionista. E da poco mi sono reso conto di quanto sia importante per noi la dialettica con i galuthìm, gli ebrei della diaspora, il loro sostegno, la loro empatia. E poi, confesso, non posso scindere in nessun modo il mio essere artista con le mie origini. Essere ebreo, artista e israeliano sono una cosa sola dentro di me, inscindibili. Fuori da qui, da Israele, non so se potrei essere quello che sono. E poi rientra nelle mie responsabilità mostrare al mondo le diverse facce di Israele. E il modo migliore per farlo è quello di creare della buona musica. E far lavorare insieme genti diverse, qualsiasi sia la loro origine, etnia, religione.Come vede il processo di pace?La pace è vivere insieme, non convincere l’altro delle tue ragioni. La nostra capacità di vivere in pace l’uno con l’altro dipende dalla nostra capacità d’imparare ad apprezzare e rispettare le nostre differenze. La via del futuro non è cercare di cambiare il tuo vicino, ma accettarlo così com’è ed accettare che tutti cercano le stesse cose nella vita: pane, acqua, spirito, rispetto e amore.
di Deborah Peters http://www.mosaico-cem.it/
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Cultura
Giovani a Tel AvivI cento anni di Tel Aviv
La città più vivace e giovane di Israele. Una riflessioneQualsiasi discorso si voglia fare su Tel Aviv non può non tener conto di dove si trova, del confronto costante che ha avuto con Gerusalemme, della necessità di darsi una fisionomia opposta, per avere una sua personalità. All’inizio era il nulla. La prima foto di Tel Aviv è quella di una lunga fila di uomini e donne che guardano il mare e che lì decidono di costruire qualcosa. Come la città dell’Utopia, Tel Aviv non ha una storia, ha solo un futuro, può solo progredire, inventarsi. Alla rovescia di Gerusalemme, sembrerebbe dire il senso comune e la convinzione di molti.Ma poi è davvero così? Tel Aviv per quanto la sua immagine di città all’avanguardia sia quella di costruirsi e ricostruirsi, non ha mai abbattuto davvero i segni del suo tempo di vita, anzi a quei palazzi, a quelle case in cui si incrociano l’architettura povera o essenziale dell’edilizia degli anni ’30 e agli angoli di Bauhaus, ai luoghi aggregativi della sua storia intensa come l’Habima, ha costantemente dedicato cure e attenzioni perché non si perdessero, convinta che solo badando alla propria storia avrebbe avuto la possibilità di sopravvivere. Non si è negata l’innovazione, ma voleva e doveva trovare un radicamento nel tempo. Un tempo in cui gli oggetti parlano della propria capacità di fare la storia, o meglio di esserci dentro la storia e di essere nel tempo presente per poter pensare di esserci ancora domani.Una città che vive solo il day-by-day, il giorno per giorno, non scrive e riscrive continuamente la sua planimetria, non inventa spazi per il tempo libero (come il magnifico restauro della zona dei docks, ndr), semplicemente si lascia crescere, alla rinfusa, senza un gusto estetico. Chi vada lungo la passeggiata sul lungomare che si estende verso Nord, capisce che il problema è esattamente l’opposto: la necessità di darsi un volto. La città post-.industriale che è oggi Tel Aviv è anche la possibilità che molti tempi personali, mentali, culturali convivano e si ritrovino nello spazio urbano.A cento anni dalla sua nascita, Tel Aviv è intesa come l’anti-Gerusalemme, il luogo della perdizione, dell’abolizione delle regole, della inesistenza del tempo e della rimozione della distinzione tra giorno e notte. Una città anch’essa complicata dalle molte facce sospesa tra la dimensione mediorientale dei suoi lati di trascuratezza nelle vie intorno a Suck ha-Carmel, in bilico tra la planimetria molto geometrica con i viali che corrono perpendicolari al mare e tutti i punti di aggregazione dalle parti di Shenkin, la via dove si trovano caffè, cinema, teatri e dove convivono, a pochi metri di distanza ebrei ortodossi, arabi, giovani dallo stile di vita molto liberal. Una città non è mai solo la sua rappresentazione. Più realmente, e in modo contraddittorio, una città è anche le vicende di vita che la percorrono.Ciò non vale solo per Tel Aviv, ma anche per Gerusalemme. Qualcuno con cui correre, il romanzo di David Grossman è un’opera letteraria che ha al centro gli adolescenti, i loro drammi, le loro storie, sostanzialmente la loro solitudine. Ma c’è un altro protagonista: Gerusalemme. Ci sono alcuni quartieri, c’è la vita, la droga, la disperazione, dentro una città che improvvisamente perde la propria fisionomia o comunque esce dagli stereotipi con cui la si vuol incorniciare - sospesa tra la città religioso-ortodossa e i luoghi di riconoscimento delle diverse pratiche di culto -. La Gerusalemme di Qualcuno con cui correre è una città che chiunque sia stato a Gerusalemme conosce davvero: si gioca tra il centro intorno al Mashbir e il quartiere russo a ridosso di quel groviglio di strade che sta dietro Rehov Yaffo. Questo per dirvi soltanto che una città non è solo il suo slogan. È soprattutto la sua gente, la sua umanità, gli uomini e le donne che la abitano, le loro storie, i loro luoghi di incontro; è la dimensione del “sommerso”, ciò che non si vede o che si intravede, quello che conta. C’è una differenza che marca la distinzione tra Gerusalemme e Tel Aviv e che pesa nel loro paragone a distanza. E’ la dimensione del tempo e, di ciò che si considera l’identità di un luogo, dei materiali con cui si costruiscono le sue case, del disegno che hanno le facciate, dei colori. Ma tutte e due hanno bisogno di avere un piede in questo tempo e un piede nel passato. Di sapere che si è oggi perché ieri qualcuno ha provato a entrare nella storia e in forme contorte, conflittuali, lacerate ci è rimasto. E come può provare a immaginarsi un futuro. Esattamente in questo sguardo oltre il nostro tempo sta il senso del centenario di Tel Aviv.David Bidussa Milano 02/03/09 http://www.mosaico-cem.it/
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Cultura
A Gaza, tra gli animali dello zoo dimenticati in mezzo alla guerra
La strage tra le gabbie a Zeitun, nella periferia settentrionale della città. La maggior parte è morta per fame. Il direttore: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo»
Dal nostro corrispondente Francesco Battistini
La gabbia dei leoni allo zoo di Gaza GERUSALEMME – Non si uccidono così anche i cammelli? Nella conta dei morti di Gaza - quelli che alla fine contano davvero: vecchi, donne, bambini -, ci sono quattrocento carcasse che per un mese nessuno ha visto, raccolto, sepolto. Sono gli animali dello zoo di Zeitun, periferia settentrionale di Gaza City, uno dei sobborghi più colpiti nelle tre settimane dell’operazione Piombo Fuso. In molti erano arrivati nella Striscia dall’Egitto, fatti passare chissa come per i tunnel. Scimmiette, leoni, gazzelle, struzzi. Pochissimi di loro sono sopravvissuti alla guerra: Sabrina la leonessa, il suo spelacchiato compagno, qualche uccello, una decina in tutto… Gli altri, tutti lì a marcire fra le mosche: del cammello rimane quasi nulla; degli struzzi, meno ancora. Qualche bestia è morta sotto le bombe, altre hanno fori di proiettili.
LA MAGGIOR PARTE MORTI PER FAME - Ma la maggior parte se n’è andata per fame: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo agli animali – racconta alla Bbc il direttore dello zoo, Emad Passim -. Era troppo pericoloso avvicinarsi, c’erano i soldati israeliani e i carri armati». Com’è nella legge d’ogni guerra, solo i più forti hanno resistito. E a scoprire che i leoni ce l’avevano fatta, un mese fa, è stata proprio una squadra di soldati israeliani, riuscita ad entrare nello zoo dopo aver fatto detonare mine e bombe-trappola piazzate dagli uomini di Hamas (c’è un video dell’esercito che mostra questi ordigni, sistemati fra le gabbie e una scuola che sta lì vicino). Sabrina e il suo re della savana, finiti in tv, hanno trovato perfino chi è disposto ad adottarli: allo zoo israeliano di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, durante la guerra sono nati due cuccioli di leoni, battezzati Salam e Shalom. Da Gaza però, da dove migliaia di palestinesi vorrebbero uscire ben prima dei felini, hanno risposto che la coppia resta dov’è.
LE RICHIESTE DEGLI ANIMALISTI ISRAELIANI - Gli animalisti israeliani non si sono scoraggiati: l’organizzazione Tnu lahaiot lihiot, “Lasciate vivere gli animali”, ha chiesto al ministero della Difesa di lasciar passare cibo, medicine e antiparassitari per i sopravvissuti dello zoo. Ci sono altre priorità, naturalmente, ma la colletta è partita e nei prossimi giorni la missione di soccorso si farà: trenta camion – costo fra i 170 e i 350 dollari per ciascun carico - porteranno a Gaza anche avena, fieno e miglio. «Gli animali non c’entrano nulla con la guerra fra gli umani – dice Eli Altman, portavoce degli ambientalisti - e la collaborazione fra Israele e Hamas, almeno su questo, è un esempio che va oltre un semplice zoo». Anche nel sud d’Israele, dove cadono i Qassam, parecchi animali sono da soccorrere: «Molte famiglie li hanno abbandonati», racconta Altman: duecento cani e settanta gatti di Sderot, Beer Sheva, Ashdod aspettano nuovi padroni a Ramle, in un canile. Altman spera che le bestie, prima degli uomini, diventino un mezzo di scambio pacifico: un ippopotamo israeliano, lo scorso anno, è finito nello zoo palestinese di Kalkilya. Nelle gabbie di Gaza aspettano Salam e Shalom, i leoncini: ma non è detto che il secondo possa tenersi anche il suo nome. Ciorriere della sera, 19 febbraio 2009
Dal nostro corrispondente Francesco Battistini
La gabbia dei leoni allo zoo di Gaza GERUSALEMME – Non si uccidono così anche i cammelli? Nella conta dei morti di Gaza - quelli che alla fine contano davvero: vecchi, donne, bambini -, ci sono quattrocento carcasse che per un mese nessuno ha visto, raccolto, sepolto. Sono gli animali dello zoo di Zeitun, periferia settentrionale di Gaza City, uno dei sobborghi più colpiti nelle tre settimane dell’operazione Piombo Fuso. In molti erano arrivati nella Striscia dall’Egitto, fatti passare chissa come per i tunnel. Scimmiette, leoni, gazzelle, struzzi. Pochissimi di loro sono sopravvissuti alla guerra: Sabrina la leonessa, il suo spelacchiato compagno, qualche uccello, una decina in tutto… Gli altri, tutti lì a marcire fra le mosche: del cammello rimane quasi nulla; degli struzzi, meno ancora. Qualche bestia è morta sotto le bombe, altre hanno fori di proiettili.
LA MAGGIOR PARTE MORTI PER FAME - Ma la maggior parte se n’è andata per fame: «Per più di due settimane non siamo riusciti a portare cibo agli animali – racconta alla Bbc il direttore dello zoo, Emad Passim -. Era troppo pericoloso avvicinarsi, c’erano i soldati israeliani e i carri armati». Com’è nella legge d’ogni guerra, solo i più forti hanno resistito. E a scoprire che i leoni ce l’avevano fatta, un mese fa, è stata proprio una squadra di soldati israeliani, riuscita ad entrare nello zoo dopo aver fatto detonare mine e bombe-trappola piazzate dagli uomini di Hamas (c’è un video dell’esercito che mostra questi ordigni, sistemati fra le gabbie e una scuola che sta lì vicino). Sabrina e il suo re della savana, finiti in tv, hanno trovato perfino chi è disposto ad adottarli: allo zoo israeliano di Ramat Gan, vicino a Tel Aviv, durante la guerra sono nati due cuccioli di leoni, battezzati Salam e Shalom. Da Gaza però, da dove migliaia di palestinesi vorrebbero uscire ben prima dei felini, hanno risposto che la coppia resta dov’è.
LE RICHIESTE DEGLI ANIMALISTI ISRAELIANI - Gli animalisti israeliani non si sono scoraggiati: l’organizzazione Tnu lahaiot lihiot, “Lasciate vivere gli animali”, ha chiesto al ministero della Difesa di lasciar passare cibo, medicine e antiparassitari per i sopravvissuti dello zoo. Ci sono altre priorità, naturalmente, ma la colletta è partita e nei prossimi giorni la missione di soccorso si farà: trenta camion – costo fra i 170 e i 350 dollari per ciascun carico - porteranno a Gaza anche avena, fieno e miglio. «Gli animali non c’entrano nulla con la guerra fra gli umani – dice Eli Altman, portavoce degli ambientalisti - e la collaborazione fra Israele e Hamas, almeno su questo, è un esempio che va oltre un semplice zoo». Anche nel sud d’Israele, dove cadono i Qassam, parecchi animali sono da soccorrere: «Molte famiglie li hanno abbandonati», racconta Altman: duecento cani e settanta gatti di Sderot, Beer Sheva, Ashdod aspettano nuovi padroni a Ramle, in un canile. Altman spera che le bestie, prima degli uomini, diventino un mezzo di scambio pacifico: un ippopotamo israeliano, lo scorso anno, è finito nello zoo palestinese di Kalkilya. Nelle gabbie di Gaza aspettano Salam e Shalom, i leoncini: ma non è detto che il secondo possa tenersi anche il suo nome. Ciorriere della sera, 19 febbraio 2009
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Curiosità
Guida per anime in viaggio » Intervista a Miro Silvera.
Chi è Il passeggero occidentale dell’omonimo, coinvolgente, romanzo di Miro Silvera? D’accordo, è un personaggio: ebreo quasi trentenne, bostoniano, che non riesce a scrivere un suo libro, che soffre per un padre mai conosciuto, che è incerto tra l’amore della fidanzata Amanda e la passione travolgente per il giovane arabo Abdy e che, finalmente, per tutti questi motivi si mette in viaggio. Ma i tormenti del protagonista, procedendo nella storia, diventano sempre più corali: molte delle sue tappe - Marocco, Tel Aviv, Mosca, Calcutta -, come molte delle sue inquietudini, sono comuni. Il lettore diventa, a sua volta, passeggero.Per questo, Miro Silvera, non ha dato un nome al suo protagonista?Ognuno può leggere questa storia secondo la propria sensibilità... Il mio passeggero comincia il proprio percorso all’inizio di questo millennio, perché vede che tutto sta cambiando, che l’Occidente, appunto, è stanco. Parte dunque in cerca delle proprie radici, suo padre, e allo stesso tempo, di un suo posto nel mondo. Attraversa esperienze bellissime e drammatiche, il bene e il male: l’amicizia, gli abusi su bambini e la violenza contro i vecchi, il terrorismo, la vitalità di società emergenti e la corruzione dovuta alla mancanza di valori spirituali. A ogni città corrisponde un passo avanti nella coscienza del mondo. E il mio protagonista si rende conto che c’è qualcosa – l’anima – oltre a quello in cui viviamo immersi.Nel libro sono sviluppati più livelli: la ricerca spirituale sui principi dell’ebraismo, la conoscenza degli uomini e della loro fragilità, le nuove modalità affettive...Io vedo il mondo come una specie di palestra in cui ci gettiamo. Ancor prima di nascere, io credo, scegliamo la nostra vita: poi dobbiamo dargli sostanza, con uno sguardo compassionevole verso chi ci circonda. Ecco, questa è la nostra ricerca. Invece non ho fiducia in strutture come la famiglia tradizionale. Basta vedere la crisi che sta vivendo, con le coppie che non tengono più. E m’interessa esplorare frontiere affettive diverse come la bisessualità, ciò che fa il mio personaggio.Ha un epilogo a sorpresa questa “guida di viaggio per anime”. Il passeggero resterà sospeso nel suo percorso?Guardare se stessi in viaggio, “da lontano” permette comunque di capire. Sul futuro, poi, sono inguaribilmente ottimista. Non chiudiamo gli occhi neanche davanti alle peggiori manifestazioni del mondo. Anche queste ci servono da specchio. Miro Silvera, Il passeggero occidentale, Ponte alle Grazie, pp. 178, euro 14. Mauro Querci http://www.mosaico-cem.it/
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L'angolo della lettura
Gli anni dello streminio - La Germania nazista e gli ebrei (1939-1945)
di Saul Friedländer,Garzanti, 32 euro
Ripercorrere le spaventose tappe (e le motivazioni profonde) dell’Olocausto non basta mai. Saul Friedländer dà oggi un contributo fondamentale con il suo saggio Gli anni dello sterminio. Nelle quasi mille pagine del libro racconta gli eventi e i protagonisti che dal 1939 al 1945 hanno segnato gli ebrei d’Europa. Dalle prime deportazioni, ispirate dalla propaganda sociale che è stata definita “antisemitismo redentivo” di Adolf Hitler, all’eliminazione su scala industriale di Auschwitz, il meccanismo creato dalla dittatura nazista viene indagato con cifre e documenti in ogni paese del Continente. Friedländer indica con equilibrio di storico le sottovalutazioni degli Alleati e le omissioni del Vaticano; ma anche le distratte proteste di Gerusalemme di fronte alle notizie dei massacri che, di pari passo al conflitto mondiale, si diffondevano. Con l’agghiacciante contabilità delle vittime, con le microstorie commoventi dei deportati e le testimonianze di anonimi diaristi, è un libro “necessario”: che, ricostruendo un dramma collettivo, rende voce e memoria ai sei milioni di vittime. http://www.mosaico-cem.it/
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L'angolo della lettura
Gli occhi dolci del Paese Israele: il controllo della barriera difensiva
La bionda Aylin non toglie mai lo sguardo dal suo monitor, neppure quando qualcuno entra nel loro quartier generale. Lital, giovanissima, appena 18 anni, non si distrae mai, sa che la sua disattenzione può valere la vita di molte persone. Anche Alona, Noga, Hadas, tutte giovanissime soldatesse, visi solari e sempre sorridenti ma consapevoli della responsabilità che hanno. Sono le Tazpitaniot, osservatrici, una unità dell’esercito israeliano composta da sole ragazze: hanno l’importante compito di osservare le immagini delle centinaia di telecamere situate sulla barriera che divide la Cisgiordania e Israele. “Circa un mese fa ho visto sul mio monitor due figure sospette, si sono avvicinati alla barriera per due giorni consecutivi, alla stessa ora e nello stesso punto”, racconta ancora emozionata Aylin, “potevano essere semplicemente cittadini palestinesi che lavoravano il loro campo, ma nell’incertezza ho chiamato la pattuglia che controlla quella zona e hanno trovato in quel punto molte armi, pronte ad essere portate in Israele per un attentato”; Aylin fa un respiro profondo senza mai muovere lo sguardo dal suo monitor e aggiunge: “se non avessi chiamato la pattuglia, quelle armi avrebbero potuto uccidere”. È compito delle Tazpitaniot controllare tutti i movimenti che avvengono nella zona della barriera e che sono ripresi da telecamere, sensori e sistemi di rilevazione termica ad alta tecnologia. Si tratta di controllare ben 670 chilometri di barriera, per lo più in rete, ma con alcuni tratti di muro di cemento. “Il nostro compito è quello di essere gli occhi delle truppe di controllo”, racconta Alona, appena 19 anni, “soprattutto di notte. Le nostre telecamere termiche riescono a vedere tutto ciò che si muove, così possiamo dare precise indicazioni ai soldati”.Le ragazze passano ore ed ore nella loro stanza, senza finestre e affollata di computer, telefoni e ogni mezzo di comunicazione. Per due anni (il periodo di servizio militare obbligatorio per tutte le ragazze israeliane) fanno turni di quattro ore con pause di otto. Sono in tutto poche decine e vengono accettate nell’unità dopo un lunghissimo travaglio di esami scritti e orali. Un solo quadro nella stanza: un collage di fotografe che riprendono solo gli occhi delle ragazze, intitolato Haenaim shel hamedinà, “gli occhi del paese”. “Qui siamo come sorelle” racconta Rotem. “I nostri turni sono di quattro ore, al di fuori di questa stanza non possiamo raccontare a nessuno quello che facciamo e questo ci rende ancora più affiatate”. “Riusciamo a non perder d’occhio i nostri monitor, ma anche a chiacchierare tra di noi di tutto; ci aiuta a mantenerci concentrate” dice Ayalà, “solo le ragazze sono in grado di farlo. Quando l’unità è stata creata (con l’inizio della costruzione della barriera, nel 2002), c’erano anche ragazzi, ma l’esercito si è presto reso conto che solo le banot (ragazze) riuscivano a rimanere concentrate per lunghi periodi davanti ai monitor”. All’improvviso una voce metallica segnala che qualcuno ha toccata la rete del confine. Hadas con la tastiera del computer trova le esatte coordinate, la telecamera mostra in pochi secondi il punto preciso toccato. Per fortuna nulla di grave: un cerbiatto si è semplicemente avvicinato troppo alla rete. Tutte le ragazze tirano un lungo sospiro di sollievo: “meglio così” dice Aylin “non dobbiamo mandare nessuna truppa a controllare”. Mara Vigevani (Tel Aviv) http://www.mosaico-cem.it/
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Curiosità
giovedì 19 febbraio 2009
Successo dell’Associazione Trevigiana Italia-Israele!
Grazie alla segnalazione inviata alla TIM e al prezioso supporto di Yossi Bar, inviato in Italia della Radio Kol Israel, la Voce di Israele, i Clienti TIM che atterreranno all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv non verranno più accolti con il messaggio“Benvenuto in Palestina”!
Shalom a tutti e buon viaggio! Ricordo al riguardo il sito di Chicca Scarabello, http://viaggisraele.blogspot.com/ dove potete trovare informazioni relative ai viaggi in Israele da lei magistralmente organizzati da decine di anni!
Federico Falconi Nocentini Presidente Associazione Trevigiana Italia-Israele
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