Asmahan Youssef Al-Wihidi in Tribunalelunedì 27 aprile 2009
Asmahan Youssef Al-Wihidi in TribunaleAsmahan Youssef Al-Wihidi, giudice
La prima donna nel mondo musulmano. Quando le chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande rispondeva: “il giudice”. Adorava seguire il padre avvocato nei tribunali. Invece delle storie per bambini leggeva ogni tipo di materiale legale che trovava a casa, ma mai e poi mai avrebbe immaginato di diventare la prima donna nel mondo musulmano che siede a capo di un tribunale islamico. Asmahan Youssef Al-Wihidi, 33 anni, tre figli, è stata nominate Khadi, presidente di corte islamica, dalla Autorità Palestinese per Hevron, insieme alla collega Khulud Mohamed Ahmed Faqih per Ramallah. La corte islamica si occupa del diritto di famiglia, un parallelo del tribunale rabbinico israeliano. Matrimoni, divorzi, alimenti, diritti della donna, questi gli argomenti che più interessano Asmahan, e di cui si è sempre occupata. Si tratta di una vera rivoluzione nel mondo musulmano, voluta sopratutto dallo Sceicco Tayseer Rajab Al-Tamimi, capo dei giudici e presidente del Consiglio Superiore della Legge Islamica della Autorità Palestinese. “La nomina di Asmahan Youssef Al-Wihidi è appoggiata dalla scuola giuridica islamica, Hanafi, che consente e legittima la candidatura e la nomina di donne in posti di interesse pubblico della società”, ha spiegato Tamimi dopo aver annunciato la sua decisione. Per lungo tempo Il tribunale islamico palestinese ha avuto difficoltà a seguire tutte le cause per la scarsità di giudici. Qualche mese fa Tamimi aprì le iscrizioni per gli esami per diventare giudice Shari. “Lo sceicco fece sapere che chiunque poteva iscriversi all’esame e per la prima volta nella storia anche le donne” racconta Wihidi al quotidiano israeliano Maariv. “Lo sceicco è una personalità molto influente, conosciuto per le sue idee all’avanguardia. Da tempo voleva dare la possibilità alle donne di diventare Khadi, ma solo oggi ci sono abbastanza donne nel sistema giudiziario palestinese con la capacità e l'esperienza necessaria. Mi sono iscritta immediatamente”. Al- Wahidi e Faqih sanno che la loro nomina non è apprezzata da tutti. Le critiche non hanno tardato a farsi sentire ma le due donne non hanno dubbi: porteranno avanti il loro compito seguendo le leggi islamiche al meglio.“Molte donne non riescono a esporre i propri problemi coniugali davanti a un giudice uomo. Si sentono in imbarazzo, il giudice non riesce a cogliere la problematica e spesso sentenzia a favore dell’uomo. La legge islamica difende i diritti della donna, è la tradizione che porta alle ingiustizie”, racconta il neo giudice. “Una volta arrivò in tribunale una ragazza di 24 anni, sposata con un vedovo di 90. Chiese il divorzio. Motivo: il marito non provvedeva ai bisogni di donna della moglie. “Cibo e bevande li posso trovare anche a casa dei miei genitori", aveva spiegato la ragazza alla corte. “Le donne si sposano per vivere con un uomo al loro fianco, non per servirlo”, spiega Wihidi, “e infatti la ragazza vinse il processo e divorziò: secondo la legge islamica il marito ha il dovere di provvedere a tutti i bisogni della moglie!”.Dal suo ufficio, a 5 minuti dalla Tomba dei patriarchi, Wihidi, cercherà di migliorare la vita di molte donne palestinesi ma che sia chiaro, alle 15.00 esatte il giudice torna a casa: i figli tornano da scuola. Mara Vigevani Tel Aviv
30/03/09http://www.mosaico-cem.it/
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Curiosità
kibbutz Lavi in GalileaAgenti israeliani sulle navi per la sicurezza
TEL AVIV (26 aprile) - Occorre aver compiuto un servizio militare completo di tre anni in una unità combattente di Tsahal (l'esercito di Israele) per poter entrare in una delle società israeliane che offrono protezione alle navi civili. Sul mercato c'è crescente richiesta di personale ma le condizioni di lavoro sono difficili e occorre essere disposti a restare lontani da Israele anche per un anno intero. Agli interessati viene richiesta una buona conoscenza dell'inglese; il possesso di un altro passaporto - oltre a quello israeliano - è considerato un vantaggio. Fra i giovani israeliani di età compresa fra 21-28 anni comunque il lavoro sulle navi non è particolarmente ambito: preferiscono invece la protezione di aerei, ambasciate, o di altre istituzioni. La protezione delle navi commerciali e passeggeri israeliane è diventata una priorità negli ultimi anni, per la minaccia rappresentata sia da cellule di al-Qaida sia dagli Hezbollah libanesi, che secondo i servizi di sicurezza israeliani cercano di vendicare la uccisione del loro comandante militare Imad Mughniyeh, avvenuta un anno fa a Damasco. Secondo la stampa israeliana, lo Shin Bet (servizio di sicurezza interno) provvede ad aggiornare di volta in volta i comandanti delle imbarcazioni israeliane delle minacce più o meno concrete che si profilano nei loro confronti.
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Curiosità
domenica 26 aprile 2009
anni '50: lavoro in kibbutz Arance da Israele, scandalo in Iran
Sono vendute spacciandole per cinesi
Le autorità iraniane sono furiose: i media locali hanno infatti scoperto che nei mercati della periferia di Teheran sono in vendita arance israeliane, spacciate per cinesi. Immediatamente è stato chiesto l'intervento della magistratura per capire in che modo gli agrumi abbiano violato il boicottaggio dei prodotti dell'odiato nemico. Per ora è solo stato accertato che la merce è arrivata via Dubai.Benché i commercianti vendessero le arance come cinesi, l'agenzia Mehr ha pubblicato alcune foto nelle quali si legge chiaramente la dicitura "Jaffa Sweetie Israele PO".Il vicecapo della dogana, Mohammad Reza Naderi, ha definito quanto accaduto "incredibile", aggiungendo che l'unica pista ipotizzabile è quella del contrabbando: "Gli importatori sono a conoscenza delle leggi e non prenderebbero mai rischi del genere per poche tonnellate di merci".
25/4/2009, http://www.tgcom.mediaset.it/
Le autorità iraniane sono furiose: i media locali hanno infatti scoperto che nei mercati della periferia di Teheran sono in vendita arance israeliane, spacciate per cinesi. Immediatamente è stato chiesto l'intervento della magistratura per capire in che modo gli agrumi abbiano violato il boicottaggio dei prodotti dell'odiato nemico. Per ora è solo stato accertato che la merce è arrivata via Dubai.Benché i commercianti vendessero le arance come cinesi, l'agenzia Mehr ha pubblicato alcune foto nelle quali si legge chiaramente la dicitura "Jaffa Sweetie Israele PO".Il vicecapo della dogana, Mohammad Reza Naderi, ha definito quanto accaduto "incredibile", aggiungendo che l'unica pista ipotizzabile è quella del contrabbando: "Gli importatori sono a conoscenza delle leggi e non prenderebbero mai rischi del genere per poche tonnellate di merci".
25/4/2009, http://www.tgcom.mediaset.it/
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Curiosità
25 aprile - I mille ebrei italiani che combatterono per la libertà
Il 25 aprile è la data convenzionale nella quale con gioia celebriamo la Liberazione d'Italia dalla Repubblica Sociale Italiana e dall'occupazione del III Reich nel 1945. In effetti gli Alleati erano sbarcati in Sicilia nel luglio 1943 e Roma e Firenze vennero liberate nel 1944; ma fu nell'ultima decade dell'aprile 1945 che partigiani e alleati raggiunsero le città del nord della penisola. La Liberazione fu il risultato di un vasto e complesso impegno militare e politico. Tra i combattenti della Resistenza italiana, vi erano circa mille ebrei, un decimo dei quali fu ucciso in Italia o in deportazione (alcuni furono deportati quali ebrei, altri come politici). Alcune decine di essi erano stranieri, giunti nella penisola nei decenni precedenti, o dopo il 1933 tedesco, o negli ultimi anni di guerra. Molti altri ebrei, provenienti da vari paesi e continenti, combatterono in Italia sotto la bandiera della Brigata ebraica o - anch'essi spesso volontari - nei reparti statunitensi e inglesi; tra essi vi furono alcuni italiani emigrati, che scelsero di rientrare a combattere in Italia per l'Italia. A differenza di quanto accadde in alcune aree europee, i partigiani ebrei italiani non costituirono "raggruppamenti ebraici". I più aderirono alle formazioni comuniste "Garibaldi" e a quelle azioniste "Giustizia e Libertà". Vari furono "commissari politici" o svolsero incarichi dirigenti, anche nazionali. Erano quasi tutti maschi, anche perché sulle donne - più libere di muoversi senza destare sospetti - pesava maggiormente il compito di proteggere le famiglie nascoste. Accanto ai partigiani in senso stretto, altri ebrei furono impegnati in quella che gli storici definiscono "resistenza civile": l'elevatissima percentuale di rabbini deportati attesta il loro impegno a mantenere vivo l'ebraismo; e molti ebrei braccati poterono sopravvivere anche grazie ad eroici (e talora caduti) attivisti della Delasem e di altri network di soccorso. La morte e la vita degli ebrei d'Europa e d'Italia dipesero dagli insuccessi e dai successi di chi combatté nazisti e fascisti, ebreo o non ebreo che fosse. Gli ebrei partigiani in Italia furono e resteranno i secondi genitori dei loro confratelli che il 25 aprile riottennero il diritto alla vita, alla libertà, alla democrazia. I circa cento ebrei caduti nella lotta ci sono particolarmente cari (non posso qui non ricordare Gianfranco Sarfatti, che portò al sicuro i genitori in Svizzera e poi rientrò a combattere e morire in Valle d'Aosta). Di un altro caduto, Emanuele Artom, possiamo leggere i "Diari", ripubblicati l'anno scorso da Bollati Boringhieri a cura di Guri Schwarz. Sono pagine ricche di vita ebraica e di vita partigiana. Alla data del 1 dicembre 1943, riferendo dell'ordine di arresto di tutti gli ebrei emanato il giorno precedente dal governo fascista, il giovane ebreo piemontese scrive: "Che cosa ne sarà della mia famiglia? Forse non vedrò più né mio padre né mia madre. In questo caso chiederò al comandante di essere mandato in una missione tale da essere ucciso". Fu invece lui a essere arrestato, durante un ripiegamento, da SS italiane: denunciato da una spia quale commissario politico e quale ebreo, Emanuele Artom morì in carcere il 7 aprile 1944 dopo sevizie inenarrabili. Michele Sarfatti direttore Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea www.moked.it
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La storia questa sconosciuta
sabato 25 aprile 2009
Rutu ModanFumetto - Rutu Modan, le origini di un genio
Il passato è passato è un'antologia di short stories disegnate da Rutu Modan dal 1996 al 2003, pubblicata dalla Coconino Press di Bologna. Raccoglie sei storie pubblicate sotto l’etichetta Actus Tragicus, e una Jamilti con l’editore statunitense Drawn & Quaterly. Queste storie rivelano il percorso creativo della Modan quasi dagli esordi fino alla maturazione che possiamo far coincidere con Exit wounds. Sfortunatamente l’edizione italiana non riporta la data di pubblicazione delle storie, tanto meno i titolo originali, riducendo di molto il valore della pubblicazione. Questo percorso comunque svela una autrice magicamente poliedrica nello stile e nella composizione della narrazione. Le storie che possiamo leggere raccontano la vita in Israele delle gente comune, o meglio potremmo dire la vita comune, quindi non storie di guerra, di avventura o di spionaggio. Un società sottoposta a sessantuno anni di guerra non cerca nella fiction l’espressione delle proprie dinamiche, probabilmente anche perché il senso del futuro è una sensazione, una emozione che gli israeliani hanno messo da parte quasi per scaramanzia, come ci racconta Anna Momigliano nel suo libro Karma Kosher. Così le storie di Rutu Modan ci svelano le vicende di una assassina/serial killer, di una famiglia in attesa del figlio disperso in Libano, parliamo ovviamente della Prima Guerra Mondiale, oppure di un rocker che cerca il successo fuori da Israele. Ma anche storie di amore familiare e ossessioni amorose di amanti. Certo è ricorrente il riferimento a una società in guerra, ma la guerra che pensiamo noi, a cui siamo abituati a pensare dopo 60 anni di pace europea, è quella di soldati, carri armati, eserciti che si scontrano; mentre la guerra che colpisce Israele è quella psicologica degli attentati, dei missili da Gaza o dal sud del Libano. In Jamilti (del 2002) un’infermiera accorre nel luogo di una bomba e soccorre un ragazzo palestinese, per poi scoprire che era un terrorista. Mentre in Ritorno a casa (The home coming, del 1999) una ragazza non si risposa convinta che suo marito, pilota di aerei militari, non sia morto in Libano, ma che presto ritornerà. Convinzione rinforzata dai suoceri che vivono in attesa del miracoloso ritorno. La storia L’assassino delle mutande (The panty killer, del 2001) è un curiosissimo giallo ambientato a Tel Aviv, come mai potremmo immaginare. Ci sono ingredienti che vanno dal mistery all’investigativo con un tocco di dolcezza. Il tutto presentato con uno stile quasi surreale, dalle linee distorte, completamente incentrato sugli occhi e il viso dei personaggi. Tant’è che il tema è quello della vergogna che si palesa con il rosso del viso. In Blocco di energia (Energy Blockage, del 2004) e Il passato è passato (Bygone, del 1999) l’attenzione si pone sui legami familiari, padri che abbandonano moglie e figli, madri che si sacrificano oltre l’immaginabile per far crescere le figlie, ma anche le stesse figlie che poi prendono per mano i propri genitori. Un circolo di dolcezza al femminile, dove l’uomo non ha un ruolo positivo. Così come in Exit wounds. Infine King of the Lillies (del 1998) è una storia quasi mitteleuropea incentrata sull'amore ossessivo di un chirurgo plastico per una giovane donna, un amore talmente esclusivo da portarlo a modificare le pazienti secondo le caratteristiche fisiche della amata Lilly, scomparsa da anni. Quando il chirurgo riuscirà a ritrovare la donna, sarà modificata anche lei sulla base di un amore ormai talmente idealizzato, divinizzato, da non essere più amore. Rutu Modan spiega sulla tavola da disegno una capacità artistica, una varietà di stili e linguaggi che eccitano l’occhio e obbligano il lettore a una grande attenzione visiva. E anche emozionale. La lezione dell’underground statunitense, come Charles Burns, o anche europeo, se non italiano con interessanti similitudini con lo stile dei Valvoline, gruppo di artisti italiano degli anni Ottanta, segnala una particolare attenzione per la ricerca grafica e stilistica. L’ispirazione sembra proprio, come fu dei movimenti fumettistici dei decenni precedenti, venire dal design pubblicitario con scelte grafiche di volta in volta modificate e adattate al contenuto. Questa è comunque la firma stilistica degli Actus Tragicus, il gruppo di artisti israeliani di cui fa parte Rutu Modan. Questa antologia è un piccolo tesoro artistico e narrativo, che sottintende una grande maturità creativa e spiega anche il percorso evolutivo che ha portato a Exit wounds. Andrea Grilli http://www.moked.it/
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Cultura
Khaled Abdul WahabKhaled Abdul Wahab
arabo tunisino che salvò degli ebrei durante la Shoah
Testimonianza tratta dal libro di Robert Satloff Tra i Giusti. Storie perdute dell'Olocausto nei Paesi arabi, Marsilio, Venezia, 2008.Dopo la conquista hitleriana della Francia, gli ebrei delle colonie come Marocco e Algeria subirono le conseguenze delle leggi antisemite imposte da Vichy, ma le loro vite non furono messe a rischio. Invece in Tunisia, che le truppe tedesche e il loro alleato italiano occuparono nel novembre 1942, passarono subito le “leggi razziali” che imponevano agli ebrei di portare la stella gialla e disponevano la confisca dei loro beni. Prima che le truppe britanniche liberassero la Tunisia sei mesi più tardi, i nazisti inviarono 5.000 ebrei nei campi di lavoro forzato, dove almeno 46 di essi morirono, secondo Yad Vashem. Circa 160 ebrei tunisini furono deportati nei campi di sterminio in Europa. La persecuzione nazista colpì immediatamente Jakob Boukris, un ricco produttore di elettrodomestici, sua moglie, Odette, e la loro figlia di 11 anni, Anny. Le truppe tedesche concessero loro una sola ora di tempo per evacuare la spaziosa casa nella città costiera di Mahdia, che trasformarono in una baracca svaligiandola di tutti i beni di valore. La famiglia e due dozzine di ebrei trovarono rifugio in una produzione d'olio vicina, ma alcuni giorni più tardi un altro visitatore apparve all'improvviso a mezzanotte. Si trattava di Khaled Abdul Wahab, un uomo particolarmente affascinante di 32 anni, figlio dello storico più eminente della Tunisia, che li avvisò di andarsene immediatamente. Il giovane faceva da tramite fra la popolazione locale e gli occupanti nazisti e usava questa posizione per ingraziarsi i tedeschi, con la stessa tattica di Oskar Schindler in Polonia, offrendo spesso ai funzionari nazisti pranzi e interminabili bevute. I tedeschi avevano organizzato un giro di prostitute con un certo numero di donne locali, e anche ragazze tedesche. Una sera, un ufficiale ubriaco si era lasciato scappare di avere scovato una donna ebrea particolarmente bella e di volerla violentare la notte successiva. La vittima designata, come Abdul Wahab aveva capito subito, era Odette Boukris. Fra la mezzanotte e la mattina, Abdul Wahab portò la famiglia Boukris e gli altri ebrei nel frantoio della sua fattoria isolata, li nascose e nutrì il grande gruppo fino a quando i tedeschi furono cacciati dai britannici quattro mesi più tardi. E' morto nel 1997 a 86 anni. La sua famiglia ufficialmente ricordava solo il salvataggio da lui effettuato di un giovane soldato tedesco abbattuto con l'aereo dai britannici.Khaled Abdul Wahab è stato il primo arabo presentato a Yad Vashem per l'assegnazione dell'onorificenza di Giusto fra le Nazioni, dopo la ricerca di Satloff pubblicata nel libro Tra i Giusti. Nel 2009 gli è stato dedicato un albero sia nel "Adas Israel Garden of the Righteous" di Washington sia nel "Giardino dei Giusti di tutto il mondo" a Milano, con una cerimonia alla presenza della figlia Faiza. http://www.gariwo.net/
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Giusti fra le Nazioni
venerdì 24 aprile 2009
SafedIsraele e Palestina uniti nella corsa
La "maratona" Csi Giovanni Paolo II si svolgerà nel percorso tra Betlemme e Gerusalemme
BETLEMMECiò che non sarà possibile vedere ai prossimi Giochi del Mediterraneo a Pescara, ovvero atleti israeliani contro palestinesi, si avvererà oggi in Terra Santa. Tra Betlemme e Gerusalemme si correrà infatti la "maratona Giovanni Paolo II", lunga in realtà appena dieci chilometri, sulla strada compresa tra Betlemme a Gerusalemme attraverso il check point, e quindi il muro, che separa due popoli che per una volta gareggeranno insieme. È quindi un momento altamente significativo, testimonianza che a volte soltanto lo sport riesce ad unire ed è strumento di coesione, frutto questo del lavoro del Centro Sportivo Italiano riuscito ancora una volta a mettere d’accordo rappresentanti dei due governi e quindi ad organizzare la manifestazione, a cui quindi prenderanno parte anche corridori italiani. Per sottolineare il valore altamente sociale, è stato deciso che non sarà una gara agonistica vera e propria, e quindi italiani, israeliani e palestinesi si affronteranno senza che poi venga stilata una classifica. Si correrà quindi tutti in gruppo, senza che siano in lizza specialisti di spicco, e alla fine l’unico vincitore sarà la pace fra i popoli di cui questa corsa del Csi si è fatta promotrice. Questi dieci chilometri di festa saranno anche la prima tappa dell’evento "Correre sulle orme di San Paolo", staffetta di podisti e ciclisti che ripercorreranno, per celebrare l’Anno Paolino, il viaggio dell’Apostolo per andare dalla Terra Santa a Roma: l’arrivo finale è previsto in piazza San Pietro il 27 maggio, quando la fiaccola verrà consegnata nella mani di Papa Benedetto XVI, alla cui imminente visita in Israele la corsa di oggi fa quasi da prologo. Ma come mai il Csi è riuscito là dove molti altri hanno fallito? «Con un lungo lavoro diplomatico lento ma costante - risponde Edio Costantini, ex presidente del Csi e ora alla guida della Fondazione per lo Sport Giovanni Paolo II -. Quest’anno ci sono stati tentativi di strumentalizzazione politica, e la manifestazione ha rischiato di saltare, poi ha prevalso la nostra forza di coesione e la spirito delle persone di buona volontà». L’attuale presidente del Csi, Massimo Achini, spiega che «la nostra proposta in Terra Santa è la prosecuzione di un sogno: credere che anche lo sport abbia il dovere e la possibilità di creare distensione e dialogo, premesse necessarie per mettere fine ai conflitti. Ora la sfida sarà di allargare gli orizzonti e di portare questa corsa in altre zone di tensione a livello mondiale». Ed è proprio questo spirito che ha portato in Terra Santa, fra i partecipanti italiani alla corsa di domani, anche il vicepresidente della Figc Demetrio Albertini: «Sono legato al Csi, perchè ho cominciato a giocare all’oratorio e ho un fratello sacerdote - spiega -. Quella di domani è la vittoria dello sport sulla politica, dei valori veri contro i giochi di potere. Per me sarà una bella emozione».
BETLEMMECiò che non sarà possibile vedere ai prossimi Giochi del Mediterraneo a Pescara, ovvero atleti israeliani contro palestinesi, si avvererà oggi in Terra Santa. Tra Betlemme e Gerusalemme si correrà infatti la "maratona Giovanni Paolo II", lunga in realtà appena dieci chilometri, sulla strada compresa tra Betlemme a Gerusalemme attraverso il check point, e quindi il muro, che separa due popoli che per una volta gareggeranno insieme. È quindi un momento altamente significativo, testimonianza che a volte soltanto lo sport riesce ad unire ed è strumento di coesione, frutto questo del lavoro del Centro Sportivo Italiano riuscito ancora una volta a mettere d’accordo rappresentanti dei due governi e quindi ad organizzare la manifestazione, a cui quindi prenderanno parte anche corridori italiani. Per sottolineare il valore altamente sociale, è stato deciso che non sarà una gara agonistica vera e propria, e quindi italiani, israeliani e palestinesi si affronteranno senza che poi venga stilata una classifica. Si correrà quindi tutti in gruppo, senza che siano in lizza specialisti di spicco, e alla fine l’unico vincitore sarà la pace fra i popoli di cui questa corsa del Csi si è fatta promotrice. Questi dieci chilometri di festa saranno anche la prima tappa dell’evento "Correre sulle orme di San Paolo", staffetta di podisti e ciclisti che ripercorreranno, per celebrare l’Anno Paolino, il viaggio dell’Apostolo per andare dalla Terra Santa a Roma: l’arrivo finale è previsto in piazza San Pietro il 27 maggio, quando la fiaccola verrà consegnata nella mani di Papa Benedetto XVI, alla cui imminente visita in Israele la corsa di oggi fa quasi da prologo. Ma come mai il Csi è riuscito là dove molti altri hanno fallito? «Con un lungo lavoro diplomatico lento ma costante - risponde Edio Costantini, ex presidente del Csi e ora alla guida della Fondazione per lo Sport Giovanni Paolo II -. Quest’anno ci sono stati tentativi di strumentalizzazione politica, e la manifestazione ha rischiato di saltare, poi ha prevalso la nostra forza di coesione e la spirito delle persone di buona volontà». L’attuale presidente del Csi, Massimo Achini, spiega che «la nostra proposta in Terra Santa è la prosecuzione di un sogno: credere che anche lo sport abbia il dovere e la possibilità di creare distensione e dialogo, premesse necessarie per mettere fine ai conflitti. Ora la sfida sarà di allargare gli orizzonti e di portare questa corsa in altre zone di tensione a livello mondiale». Ed è proprio questo spirito che ha portato in Terra Santa, fra i partecipanti italiani alla corsa di domani, anche il vicepresidente della Figc Demetrio Albertini: «Sono legato al Csi, perchè ho cominciato a giocare all’oratorio e ho un fratello sacerdote - spiega -. Quella di domani è la vittoria dello sport sulla politica, dei valori veri contro i giochi di potere. Per me sarà una bella emozione».
23/4/2009 http://www.lastampa.it/
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Curiosità
Un paese non basta
di Arrigo Levi (Il Mulino, 2009) Ne parlano insieme all’autore Lucio Pardo, Romano Prodi e Ezio Raimondi. Modera Ugo Berti Arnoaldi A coronamento di una carriera intensa e fortunata, Arrigo Levi si è accinto a scrivere il suo "come diventai giornalista" ma, si sa, la memoria ci porta dove vuole lei: così è nato questo limpido e sereno reincontro con le proprie origini, un racconto intessuto di riflessioni e ricordi, che rievoca il mondo felice della giovinezza, trascorsa in un'agiata famiglia della borghesia ebraica modenese, e poi le peripezie subite a causa dell'andata al potere del fascismo e delle leggi razziali, l'emigrazione in Argentina, il ritorno in patria, la partecipazione da soldato alla nascita di Israele, il decennio nell'Inghilterra di Churchill e di Giorgio VI, l'ingresso definitivo nel giornalismo. Ritessendo la tela della propria formazione, itinerante di paese in paese, Levi riflette anche sulla fede, sui totalitarismi, sulla tragedia della Shoah, e in pagine di lucida e spesso sorridente saggezza consegna al lettore una penetrante lezione sul Novecento. ARRIGO LEVI, saggista e giornalista, e di recente consigliere dei presidenti Ciampi e Napolitano. Tra i numerosi libri pubblicati con il Mulino segnaliamo: "Rapporto sul Medio Oriente" (1998), "Dialoghi sulla fede" (con V. Paglia e A. Riccardi, 2000), "America Latina: memorie e ritorni" (2004) e "Cinque discorsi fra due secoli" (2004).(http://www.mulino.it
Quando: 28 aprile 2009ore 17,30
Dove:Sala dello Stabat Mater - ArchiginnasioPiazza Galvani 1 - 40124 Bologna
Dove:Sala dello Stabat Mater - ArchiginnasioPiazza Galvani 1 - 40124 Bologna
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L'angolo della lettura
giovedì 23 aprile 2009
di Aharon Appelfeld Traduzione di Elena Loewenthal Guanda ed. Euro 14,00
“…..senza i valori che le generazioni precedenti trasmettono, si è solo un corpo vivo ma senza un’anima. Scrivere non è un incantesimo magico, ma un varco verso il mondo che è nascosto dentro di noi. La parola scritta ha il potere di accendere l’immaginazione e di illuminare il tuo io interiore”Le parole di Aharon Appelfeld, scrittore israeliano nato in Bucovina nel 1932, raffinato interprete dello sterminio nazista, racchiudono l’essenza più profonda della sua narrativa.
Di famiglia ebraica, Appelfeld è deportato in un campo di concentramento insieme al padre, dopo la morte della madre per mano dei nazisti. All’età di otto anni fugge dal campo e trascorre i successivi tre anni nascondendosi nei boschi. Nel 1944 viene raccolto dall’Armata Rossa e presta servizio nelle cucine da campo in Ucraina per poi raggiungere l’Italia. E’ solo nel 1946 che, grazie a un movimento di emigrazione giovanile che cercava di recuperare gli orfani e portarli nella Terra promessa, approda in Palestina.Conosciuto in Italia per la struggente autobiografia “Storia di una vita” pubblicata dalla casa editrice Giuntina e ora anche da Guanda e per il romanzo Badenheim 1939 (Guanda) nel quale descrive con grande maestria i piccoli mutamenti che avvengono a partire dalla primavera del ’39 in una località di villeggiatura dell’Austria nazista dove alcune famiglie di ebrei trascorrono alcuni giorni di villeggiatura ignare dell’orrore di cui a breve sarebbero state testimoni, Aharon Appelfeld torna al pubblico italiano con un nuovo racconto autobiografico.Paesaggio con bambina narra la storia di Tsili Kraus, ultimogenita di una famiglia di commercianti ebrei dell’est che sfugge allo sterminio, dopo essere stata abbandonata dalla famiglia, “a badare alla casa”, nascondendosi nei boschi e lavorando duramente in cambio di cibo e riparo: un percorso che ricorda da vicino le drammatiche esperienze vissute dallo scrittore durante il secondo conflitto mondiale.Tsili è una bambina ingenua, un po’ ritardata che fatica ad applicarsi nello studio diversamente dai suoi numerosi fratelli, ma dopo la fuga dei suoi familiari questa ingenuità e purezza costituisce una vera arma di difesa contro i soprusi e le cattiverie del mondo che la circonda. Spacciandosi per “figlia di Maria” una prostituta del villaggio, Tsili incontra Caterina un’amica di Maria che ritiene che gli “amanti ebrei valgano più dell’oro zecchino” e siano gentili, dolci e generosi, poi offre il suo lavoro a una coppia di anziani ricevendo in cambio un trattamento brutale e infine incontra Marek un uomo fuggito dal campo di concentramento che le offrirà qualche breve istante di tenerezza e affetto. La speranza di Tsili di trovare conforto e una nuova ragione di vita in Marek si spezza quando l’uomo allontanatosi in cerca di cibo non fa più ritorno.La giovane donna che riprende il cammino insieme ad altri profughi scampati all’Olocausto si ritrova quasi senza accorgersene imbarcata su una nave “una piccola neve con un albero nudo e un fumaiolo” diretta in Palestina, “la terra del riscatto” ripercorrendo così la medesima sorte del suo coetaneo Aharon Appelfeld.Paesaggio con bambina ha la cadenza e la tenue levità di una favola; in verità leggendo l’ultimo libro di Appelfeld si prova un senso di inquietudine perché la crudeltà che vi è insita toglie ogni speranza di una storia a lieto fine e ci lascia con un pervasivo senso di colpa e di disagio nei confronti di un’umanità che si è resa colpevole di un tale crimine.Concisa ed essenziale a tratti penetrante e asciutta la scrittura di Appelfeld è il punto di arrivo di un percorso lungo e accidentato alla ricerca di una lingua che dopo l’esperienza della guerra e gli orrori del campo di concentramento rappresenti una luce per ricominciare a vivere e a sperare in un futuro migliore.“Oggi l’ebraico – afferma lo scrittore israeliano – è per me una lingua madre, la lingua madre adottata”. Giorgia Greco
“…..senza i valori che le generazioni precedenti trasmettono, si è solo un corpo vivo ma senza un’anima. Scrivere non è un incantesimo magico, ma un varco verso il mondo che è nascosto dentro di noi. La parola scritta ha il potere di accendere l’immaginazione e di illuminare il tuo io interiore”Le parole di Aharon Appelfeld, scrittore israeliano nato in Bucovina nel 1932, raffinato interprete dello sterminio nazista, racchiudono l’essenza più profonda della sua narrativa.
Di famiglia ebraica, Appelfeld è deportato in un campo di concentramento insieme al padre, dopo la morte della madre per mano dei nazisti. All’età di otto anni fugge dal campo e trascorre i successivi tre anni nascondendosi nei boschi. Nel 1944 viene raccolto dall’Armata Rossa e presta servizio nelle cucine da campo in Ucraina per poi raggiungere l’Italia. E’ solo nel 1946 che, grazie a un movimento di emigrazione giovanile che cercava di recuperare gli orfani e portarli nella Terra promessa, approda in Palestina.Conosciuto in Italia per la struggente autobiografia “Storia di una vita” pubblicata dalla casa editrice Giuntina e ora anche da Guanda e per il romanzo Badenheim 1939 (Guanda) nel quale descrive con grande maestria i piccoli mutamenti che avvengono a partire dalla primavera del ’39 in una località di villeggiatura dell’Austria nazista dove alcune famiglie di ebrei trascorrono alcuni giorni di villeggiatura ignare dell’orrore di cui a breve sarebbero state testimoni, Aharon Appelfeld torna al pubblico italiano con un nuovo racconto autobiografico.Paesaggio con bambina narra la storia di Tsili Kraus, ultimogenita di una famiglia di commercianti ebrei dell’est che sfugge allo sterminio, dopo essere stata abbandonata dalla famiglia, “a badare alla casa”, nascondendosi nei boschi e lavorando duramente in cambio di cibo e riparo: un percorso che ricorda da vicino le drammatiche esperienze vissute dallo scrittore durante il secondo conflitto mondiale.Tsili è una bambina ingenua, un po’ ritardata che fatica ad applicarsi nello studio diversamente dai suoi numerosi fratelli, ma dopo la fuga dei suoi familiari questa ingenuità e purezza costituisce una vera arma di difesa contro i soprusi e le cattiverie del mondo che la circonda. Spacciandosi per “figlia di Maria” una prostituta del villaggio, Tsili incontra Caterina un’amica di Maria che ritiene che gli “amanti ebrei valgano più dell’oro zecchino” e siano gentili, dolci e generosi, poi offre il suo lavoro a una coppia di anziani ricevendo in cambio un trattamento brutale e infine incontra Marek un uomo fuggito dal campo di concentramento che le offrirà qualche breve istante di tenerezza e affetto. La speranza di Tsili di trovare conforto e una nuova ragione di vita in Marek si spezza quando l’uomo allontanatosi in cerca di cibo non fa più ritorno.La giovane donna che riprende il cammino insieme ad altri profughi scampati all’Olocausto si ritrova quasi senza accorgersene imbarcata su una nave “una piccola neve con un albero nudo e un fumaiolo” diretta in Palestina, “la terra del riscatto” ripercorrendo così la medesima sorte del suo coetaneo Aharon Appelfeld.Paesaggio con bambina ha la cadenza e la tenue levità di una favola; in verità leggendo l’ultimo libro di Appelfeld si prova un senso di inquietudine perché la crudeltà che vi è insita toglie ogni speranza di una storia a lieto fine e ci lascia con un pervasivo senso di colpa e di disagio nei confronti di un’umanità che si è resa colpevole di un tale crimine.Concisa ed essenziale a tratti penetrante e asciutta la scrittura di Appelfeld è il punto di arrivo di un percorso lungo e accidentato alla ricerca di una lingua che dopo l’esperienza della guerra e gli orrori del campo di concentramento rappresenti una luce per ricominciare a vivere e a sperare in un futuro migliore.“Oggi l’ebraico – afferma lo scrittore israeliano – è per me una lingua madre, la lingua madre adottata”. Giorgia Greco
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TZFAT (Safed)La tribù perduta degli ebrei pugliesi
Erano venti famiglie, si convertirono all'ebraismo durante il fascismo: adesso prosperano in Israele
FRANCESCA PACI, http://www.lastampa.it/, 10/6/2008
TZFAT (Galilea)«Prima di emigrare in Israele, i bambini della mia strada mi tiravano sassi e mi chiamavano “sabatista” perché facevo festa il sabato anziché la domenica» racconta Ester Tritto in puro dialetto pugliese mostrando l'album di foto in bianco e nero nel salone del suo appartamento a Biriya, una decina di chilometri da Tzfat, la celebre città dei cabalisti nel nord della Galilea. Centrini all'uncinetto sui braccioli delle poltrone, un telo di plastica trasparente a proteggere il tavolo laccato, alle pareti il calendario del Parco Nazionale del Gargano e la bandiera con stella di Davide. Era il 1943, Ester aveva nove anni e frequentava la terza elementare, l'ultimo anno di studi prima di essere cacciata dalla scuola «fascistissima» di San Nicandro Garganico perché rifiutava di segnarsi con la croce. La madre, un tempo fervente cattolica, si era convertita all'ebraismo prima della sua nascita, seguendo l'insegnamento del compaesano Donato Manduzio, e le aveva dato due nomi, Incoronata Box davanti all'impiegato dell'anagrafe e Ester davanti a Dio. Sessantacinque anni dopo Ester scherza sui gusti «immutabili» del marito Eliezer Tritto, tira fuori dal forno una teglia di pizza «sannicandrese» doc e ricorda l'esodo degli ebrei di Puglia, «la più piccola delle tribù perdute d'Israele», un viaggio mistico ricostruito nel 1995 in un saggio di Elena Cassin pubblicato da Corbaccio. Quella dei coniugi Tritto è la storia di venti famiglie illuminate dall'Antico Testamento negli anni Trenta, mentre l'Italia si prepara all'avvento del fascismo e lo Stato d'Israele è poco più d'un vago sogno sionista. Braccianti, artigiani, calzolai, gente semplice, cresciuta nel Mezzogiorno d'inizio secolo tra santini della Madonna anneriti dalle candele e credenze contadine, che un bel giorno s'appassiona alle parole del «profeta» Manduzio e s'incammina sulla via dell'ebraismo fino all'alya, il ritorno alla Terra Promessa. «All'inizio la sinagoga di Roma non ci voleva» ricorda Ester. Il popolo eletto non fa proselitismo, il processo di conversione è lungo, accurato, controverso, come dimostra la polemica odierna sui nuovi ebrei della diaspora che i rabbini ortodossi di Gerusalemme rifiutano di riconoscere. Gli anni sono quelli delle leggi razziali, tempi bui per indossare la kippa. Manduzio e i suoi non si arrendono: «Non mangiavamo maiale, facevamo festa il sabato. Mio padre, come molti uomini del paese, non era contento. Da principio alle riunioni di Manduzio c'erano tutti, poi man mano che venivano fuori i divieti, padri e mariti si allontanavano, certe volte picchiavano le mogli perché non volevano cucinare le salsicce o il coniglio». La scure dell'esclusione si abbatte sugli studenti come Ester ma, per quanto «bizzarri», gli ebrei sannicandresi fanno parte della comunità, sono compaesani: quando arrivano i tedeschi gli ufficiali del podestà non li denunciano. Saranno gli Alleati a emancipare la tribù pugliese, rimasta nel frattempo orfana del capostipite, morto all'indomani della Liberazione: «Con l'ottava armata britannica c'erano molti ebrei, ci riconobbero». Allora, solo allora, 4 agosto 1946, la comunità capitolina accoglie i neofiti con il rito della circoncisione. A ottobre viene inaugurata la sinagoga di San Nicandro. Due anni dopo i sionisti del Gargano s'imbarcano alla volta di Haifa. «Io ed Elizier ci sposammo prima di partire» continua Ester. Alle sue spalle una gigantografia della giovane coppia nel campo di smistamento di Ashkelon. Nel kibbutz Alma, una ventina di chilometri da Zfat e quindici dal confine libanese, gli anziani li ricordano, «gli italiani». Zion, un ebreo di origine tunisina con la barba bianca, siede nella veranda e annuisce: «Erano venti famiglie, ci conoscevamo eccome, sono sefarditi come noi. Parlavano tanto, cucinavano per tutti». Ester ed Elizir lo fanno ancora. A Tzfat hanno aperto un chiosco di falafel che è ormai il tempio delle polpette di ceci, il cibo nazionale per gli israeliani ma anche per i palestinesi. Vendere la pizza «sannicandrese»? Troppo complicato. E poi, tranne Elizier, chi conosce più il sapore del passato? Di certo non i 5 figli con i 19 nipoti e i 16 pronipoti che vivono sparsi tra Tel Aviv, Ashdod, Akko, come i Bonfitto, dei Santamaria, gli eredi della «più piccola tribù perduta d'Israele», figli di un Dio minore ancora, in fondo, alla ricerca dell'identità mitica che riscatti la conversione.
FRANCESCA PACI, http://www.lastampa.it/, 10/6/2008
TZFAT (Galilea)«Prima di emigrare in Israele, i bambini della mia strada mi tiravano sassi e mi chiamavano “sabatista” perché facevo festa il sabato anziché la domenica» racconta Ester Tritto in puro dialetto pugliese mostrando l'album di foto in bianco e nero nel salone del suo appartamento a Biriya, una decina di chilometri da Tzfat, la celebre città dei cabalisti nel nord della Galilea. Centrini all'uncinetto sui braccioli delle poltrone, un telo di plastica trasparente a proteggere il tavolo laccato, alle pareti il calendario del Parco Nazionale del Gargano e la bandiera con stella di Davide. Era il 1943, Ester aveva nove anni e frequentava la terza elementare, l'ultimo anno di studi prima di essere cacciata dalla scuola «fascistissima» di San Nicandro Garganico perché rifiutava di segnarsi con la croce. La madre, un tempo fervente cattolica, si era convertita all'ebraismo prima della sua nascita, seguendo l'insegnamento del compaesano Donato Manduzio, e le aveva dato due nomi, Incoronata Box davanti all'impiegato dell'anagrafe e Ester davanti a Dio. Sessantacinque anni dopo Ester scherza sui gusti «immutabili» del marito Eliezer Tritto, tira fuori dal forno una teglia di pizza «sannicandrese» doc e ricorda l'esodo degli ebrei di Puglia, «la più piccola delle tribù perdute d'Israele», un viaggio mistico ricostruito nel 1995 in un saggio di Elena Cassin pubblicato da Corbaccio. Quella dei coniugi Tritto è la storia di venti famiglie illuminate dall'Antico Testamento negli anni Trenta, mentre l'Italia si prepara all'avvento del fascismo e lo Stato d'Israele è poco più d'un vago sogno sionista. Braccianti, artigiani, calzolai, gente semplice, cresciuta nel Mezzogiorno d'inizio secolo tra santini della Madonna anneriti dalle candele e credenze contadine, che un bel giorno s'appassiona alle parole del «profeta» Manduzio e s'incammina sulla via dell'ebraismo fino all'alya, il ritorno alla Terra Promessa. «All'inizio la sinagoga di Roma non ci voleva» ricorda Ester. Il popolo eletto non fa proselitismo, il processo di conversione è lungo, accurato, controverso, come dimostra la polemica odierna sui nuovi ebrei della diaspora che i rabbini ortodossi di Gerusalemme rifiutano di riconoscere. Gli anni sono quelli delle leggi razziali, tempi bui per indossare la kippa. Manduzio e i suoi non si arrendono: «Non mangiavamo maiale, facevamo festa il sabato. Mio padre, come molti uomini del paese, non era contento. Da principio alle riunioni di Manduzio c'erano tutti, poi man mano che venivano fuori i divieti, padri e mariti si allontanavano, certe volte picchiavano le mogli perché non volevano cucinare le salsicce o il coniglio». La scure dell'esclusione si abbatte sugli studenti come Ester ma, per quanto «bizzarri», gli ebrei sannicandresi fanno parte della comunità, sono compaesani: quando arrivano i tedeschi gli ufficiali del podestà non li denunciano. Saranno gli Alleati a emancipare la tribù pugliese, rimasta nel frattempo orfana del capostipite, morto all'indomani della Liberazione: «Con l'ottava armata britannica c'erano molti ebrei, ci riconobbero». Allora, solo allora, 4 agosto 1946, la comunità capitolina accoglie i neofiti con il rito della circoncisione. A ottobre viene inaugurata la sinagoga di San Nicandro. Due anni dopo i sionisti del Gargano s'imbarcano alla volta di Haifa. «Io ed Elizier ci sposammo prima di partire» continua Ester. Alle sue spalle una gigantografia della giovane coppia nel campo di smistamento di Ashkelon. Nel kibbutz Alma, una ventina di chilometri da Zfat e quindici dal confine libanese, gli anziani li ricordano, «gli italiani». Zion, un ebreo di origine tunisina con la barba bianca, siede nella veranda e annuisce: «Erano venti famiglie, ci conoscevamo eccome, sono sefarditi come noi. Parlavano tanto, cucinavano per tutti». Ester ed Elizir lo fanno ancora. A Tzfat hanno aperto un chiosco di falafel che è ormai il tempio delle polpette di ceci, il cibo nazionale per gli israeliani ma anche per i palestinesi. Vendere la pizza «sannicandrese»? Troppo complicato. E poi, tranne Elizier, chi conosce più il sapore del passato? Di certo non i 5 figli con i 19 nipoti e i 16 pronipoti che vivono sparsi tra Tel Aviv, Ashdod, Akko, come i Bonfitto, dei Santamaria, gli eredi della «più piccola tribù perduta d'Israele», figli di un Dio minore ancora, in fondo, alla ricerca dell'identità mitica che riscatti la conversione.
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