lunedì 12 aprile 2010
Israele, USA e Italia: accordo internazionale sulla gestione sanitaria
La Comunità ha ospitato un convegno internazionale con la partecipazione del ministro israeliano Litzman e i vertici della Lombardia I rapporti tra le istituzioni sanitarie e di ricerca israeliane e italiane, e lombarde in particolare, dapprima sporadiche e occasionali si sono intensificate agli inizi degli anni novanta prima come collaborazioni scientifiche e culturali e poi con gemellaggi tra ospedali (San Carlo/Tel Hashomer) e istituti di ricerca(Negri/Weizman). Con il trasferimento in Italia del dottor Mairov, che aveva partecipato come giovane collaboratore alla progettazione della riforma sanitaria israeliana, si è avuta la progressiva conoscenza e diffusione del nuovo modello sociosanitario israeliano dapprima all’interno dell’AME e successivamente negli ambienti medici pubblici. Dato che in quegli anni si stava discutendo della riforma sanitaria anche nel nostro paese, la conferma degli ottimi risultati del modello israeliano con un aumento di efficienza ed efficacia ma anche una riduzione delle spese con possibilità quindi di indirizzare fondi crescenti alla ricerca e innovazione ha interessato i vertici della sanità lombarda.
Nel ‘98 sono iniziati i viaggi di studio in Israele per studiare il modello e successivamente verificare la sua applicabilità alla realtà italiana”; così Giorgio Mortara, presidente del comitato organizzativo dell’incontro e dall’Associazione Medica Ebraica Italia, ha ricostruito la storia delle relazioni sanitarie, nella serata organizzata dall’Associazione Monte Sinai, dall’AME e dalla Comunità Ebraica di Milano sul tema Il mondo dopo Haiti, Cile, Europa Occidentale: dalle Maxi-Emergenze all’Emergenza Sociale. Lo sviluppo del modello Israeliano e le prospettive di collaborazione internazionale tra Lombardia, Israele e Stati Uniti, che si è svolto nell’Aula Magna Benatoff della Scuola il 9 marzo. Tra le personalità presenti, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, e Yaakov Litzman, Ministro della Sanità dello Stato di Israele. Dagli Stati Uniti sono intervenuti tra gli altri Judith Maier, consulente politico della Monte Sinai nel gruppo di lavoro per la riforma sanitaria degli USA, Leon Alkalai e Leonard Kleinman, personalità eminenti nell’organizzazione sanitaria attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie; la sfida del futuro è infatti la Telemedicina, con il monitoraggio a distanza dei pazienti cronici. Nel corso dei lavori della conferenza è stata presentata la necessità di “realizzare un sistema socio-sanitario globale, universale e solidale per far fronte alle emergenze socio-sanitarie già presenti in tutto il mondo” come ha ricordato Leone Soued, presidente della Comunità ebraica di Milano, nel suo saluto di apertura.Il ministro Litzman ha ricordato che “in Israele abbiamo vissuto il terrore sulla nostra pelle e quindi sappiamo come aiutare coloro che soffrono”. Roberto Formigoni ha parlato dell’intesa di collaborazione tra i sistemi sanitari della Repubblica Italiana e dello Stato di Israele firmata già nel 2002.
“In questi anni, diversi sono stati gli interventi che ci hanno visto collaborare con Israele: abbiamo potuto aiutare sia gli ospedali cattolici di Nazareth e Haifa, sia l’Ospedale Israelitico di Roma, sia assistere pazienti mediorientali grazie all’impegno congiunto di medici israeliani, italiani e palestinesi. La nostra collaborazione si è poi perfezionata con l’accordo di collaborazione, firmato nel marzo del 2008, nei settori della sanità e della medicina tra il ministero della Sanità di Israele e la Regione Lombardia.
Gli ambiti della collaborazione sono l’emergenza-urgenza, la telemedicina, l’e-Health e infine l’introduzione di sistemi innovativi nella cura delle malattie croniche. Oggi vogliamo rilanciare le nostre iniziative in campo sanitario attraverso un nuovo progetto di collaborazione tra Regione Lombardia, Israele e Stati Uniti”. Un network sanitario di cui l’incontro milanese ha oggi gettato le basi.La serata si è conclusa con l’appello di Enrico Mairov, presidente dell’Associazione Monte Sinai per promuovere un incontro in Lombardia, come quello del 2007 tra il ministro della Sanità israeliano e quello palestinese, tra i ministri della Sanità dei 25 paesi che si affacciano sul Mediterraneo, perché la sanità sia un terreno di pacificazione: “non c’è sanità senza politica, e la collaborazione sanitaria deve aiutare la politica”.Anna Coen , http://www.mosaico-cem.it/
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Moshe Dayan
La grande politica nel salotto di casa
Com’è difficile essere figli e nipoti di ...
Com’è difficile essere figli e nipoti di Rabin, Dayan, Begin, Ben Gurion... E’ la cosiddetta “sindrome Kennedy”. Ovvero: come si cresce da figli di genitori eccellenti? Come ci si abitua a vivere, nella vita quotidiana, le grandi decisioni politiche, gli incontri al vertice di papà? Ribelli e conflittuali, emuli, eretici o impegnati, mai indifferenti. Ecco che cosa diventano oggi i rampolli dei leader israeliani. Begin, terza generazione. Dopo Menachem, l’ex comandante dell’Irgun che fondò il Likud e poi espugnò la carica di premier dopo sette fallimenti elettorali; e dopo Benny, il figlio, che mantiene una posizione di rilievo nel Likud e funge da ministro nel governo di Benyamin Netanyahu, ora alla ribalta israeliana si affaccia anche uno dei nipoti dello statista e premio Nobel per la Pace. È Avinadav, 34 anni compiuti durante i quali ha definito una filosofia di vita molto distante da quella del padre e del nonno. Ancora una volta una delle grandi dinastie politiche polarizza dunque l’attenzione degli israeliani. Per decenni la ghente si era appassionata alle vicende dei Dayan, dei Rabin, e anche dei figli di statisti come David Ben Gurion e Golda Meir e di esponenti politici come Ehud Olmert o Moshè Arens. Adesso la parola passa di autorità al rampollo dei Begin. Il suo esordio nella scena pubblica è stato accompagnato con la grancassa dal quotidiano Yediot Ahronot, che gli ha dedicato la copertina di uno dei suoi supplementi settimanali ed una intervista oceanica, spalmata su sei pagine. Non tutti gli intellettuali 34enni beneficiano sempre in Israele di una attenzione così benevola e sollecita. E forse nemmeno riescono a trovare un editore per il loro libro di esordio, specie se in esso sono raccolte convinzioni talmente profonde dal confinare con la nebulosità. “Non lo avremmo mai chiamato in studio se non si chiamasse Begin”, ha candidamente ammesso un noto giornalista della televisione commerciale Canale 10, Yaron London, che quotidianamente conduce con il collega Moty Kirschenbaum quello che viene considerato il principale talk-show di Israele. Un edipo complesso Per i mass-media questo esordio è stato una doppia festa: perché fisicamente Avinadav Begin ricorda molto il nonno, con lo stesso volto affilato e i medesimi occhialetti rotondi da intellettuale degli anni Trenta del secolo scorso. Anche la sua voce - vellutata, compita e sommessa - ricorda da vicino quella del nonno. Ma politicamente le sue tesi politiche sono esattamente agli antipodi: Avinadav, vedi caso, si identifica con i palestinesi di Bilin in lotta contro la “Barriera di sicurezza” in Cisgiordania e non gli dispiacerebbe affatto di andare a vivere fra di loro. Potenza e complessità dei percorsi edipici; di nonno Menachem, che trascorse gli ultimi anni di vita segregato nel proprio appartamento ed isolato dal mondo, Avinadav ha ricordi personali evanescenti. Sul piano politico, non nutre alcuna ammirazione nei suoi confronti. I trattati di pace firmati con l’Egitto, dice, “sono una illusione”. Né gli perdona la guerra in Libano (1982) “in cui morirono invano molte migliaia di libanesi e palestinesi”. A Yediot Ahronot Avinadav precisa di non sentirsi “né ebreo, né sionista”. “Ebraismo è violenza - afferma - così come sionismo è violenza, arabismo è violenza, Islam è violenza, una bandiera è violenza, un inno è violenza”. Nel presentare il suo libro, La fine del conflitto, scritto in ebraico e in arabo, Avinadav Begin spiega di non credere per niente nella formula degli Stati nazionali e nota che nella natura, ohibò, non ci sono confini. Niente diritto alla privacy Certo in Israele non è facile crescere con il fardello di un cognome impegnativo come Begin, Rabin, o Dayan. Il Paese è piccolo, i rapporti umani sono molto informali, a volte appiccicosi. I giornali sanno inoltre essere, nel caso, invadenti e pettegoli. Il diritto alla privacy, per queste dinastie politiche, non esiste. L’opzione naturale, per i figli dei grandi leader, è dunque la fuga all’estero. Una scelta compiuta molti anni fa dal figlio della premier Golda Meir, Menachem, diventato nel frattempo un violoncellista di fama internazionale. Per decenni avrebbe costruito la propria carriera negli Stati Uniti e in Europa, concedendosi solo brevi interludi in Israele. Dopo la guerra del Kippur (1973) la figura della madre era stata infatti oggetto di aspre critiche da parte di molto israeliani e solo di recente è stata parzialmente rielaborata e recuperata.Sentendosi di continuo addosso gli occhi della Nazione, anche uno dei figli del premier Yitzhak Rabin, Yuval, ha trascorso molti anni negli Stati Uniti: un necessario tentativo di “disintossicazione” dalla politica locale dopo aver guidato, con scarso successo, un movimento giovanile dal nome Una intera generazione vuole la pace. A volte però l’estraneazione non è solo fisica, ma diventa ideologica. È questo il caso di Yigal Arens, figlio dell’ex ministro della difesa e “falco” del Likud Moshe Arens, che insegna in una università degli Stati Uniti. Da posizioni della sinistra radicale è passato ormai ad un atteggiamento antisionista militante: un personaggio talmente ingombrante che due anni fa una università israeliana ha rinunciato ad invitarlo ad un congresso per sventare possibili polemiche. Anche il “clan” dei Dayan è spesso presente nelle cronache locali. Uno dei figli del generale Moshe Dayan, Ehud, scultore affermato che lavora spesso all’estero, ha pubblicato anni fa un libro in cui criticava aspramente la figura del padre. I rapporti conflittuali padre-figlio sono ancora più evidenti nell’attore-regista Assi Dayan, che in una occasione ha interpretato la parte del padre-generale. Salvo poi coprirlo di contumelie in interviste giornalistiche. Suo nonno, Shmuel Dayan fu uno dei pionieri socialisti di Deganya: un mito sionista. Il padre, Moshe, incarnava l’essenza dell’establishment israeliano nei suoi punti di contatto fra esercito, politica, insediamento agricolo e accademia (storia ed archeologia). Oppresso da tanto retaggio, il cineasta Assi Dayan si è proposto nel corso dei decenni come portabandiera della protesta di sinistra, di un atteggiamento di bohemien anticonformista, nonché di protagonista del mondo dello spettacolo. Quando poi un anno fa si sarebbe trovato brevemente in carcere per aver percosso la propria compagna mentre era stordito da medicinali, qualcuno avrebbe poi individuato nella sua crisi personale un significato ancora più vasto, relativo al sionismo socialista.Anche in casa Olmert (ex “falco” del Likud passato poi gradualmentre verso il centro politico e a Kadima), soffia aria di ribellione. Una figlia dell’ex premier, la studiosa di letteratura ebraica Dana, ha partecipato a manifestazioni e picchetti della sinistra radicale, contro l’occupazione israeliana in Cisgiordania, mentre il padre era a capo del governo. Eppure al quotidionao Yediot Ahronot il giovane Begin ha aggiunto che comunque i suoi genitori sono sempre stati molto liberali con i sei figli, e non hanno mai cercato di indottrinarli. Altrettanto ha riferito Dana Olmert dei propri genitori. Nei loro casi, il particolare calore nei rapporti familiari ha saputo aver ragione dei fossati ideologici. E conservare così, intatto, l’affetto filiale.di Aldo Baquis, da Tel Aviv ,http://www.mosaico-cem.it/
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La Rassegna del Cinema d'Israele
Cari lettori, l’arte è spesso quel linguaggio specifico capace di sorprenderci e illuminare a giorno le zone d’ombra della realtà in cui viviamo. L’arte è quel codice grazie al quale noi riusciamo meglio a penetrare il nostro tempo, la trasfigurazione visiva e simbolica degli aspetti più vivi e forti del momento storico in cui viviamo, (penso ad esempio a Guernica di Picasso, ispirato alla guerra di Spagna, un manifesto contro l’alta macelleria di ogni conflitto. Penso anche a film-capolavoro come Ninotchka, di Ernst Lubitsch che nel turbine leggero della commedia seppe far riflettere, più di qualsiasi ponderoso tomo, sul mondo diviso in due blocchi, quello sovietico e quello occidentale). L’arte è la menzogna più vera del vero, quella bugia che ci permette di conoscere la verità, per citare appunto Picasso. Questo preambolo - un po’ bacioperuginesco, lo ammetto - è solo per dire che ad aprile arriveranno a Milano alcuni film che sono autentici capolavori, pellicole e documentari che presentano la qualità rara, propria delle opere d’arte, di raccontarci un mondo e una realtà, quella d’Israele, con potenza visiva, poetica e di significato unica, capaci di gettare una luce di verità su aspetti della vita che avevamo sotto gli occhi e che non mettevamo davvero a fuoco. Meglio di qualsiasi saggio di storia contemporanea, i film in rassegna a Milano grazie al CDEC, raccontano, da Jaffa a Gerusalemme, storie di vita affrontando anche i grandi temi universali: l’amore fatale tra giovani arabi e giovani ebrei, montecchi e capuleti contemporanei, la realtà degli ebrei ortodossi e le lacerazioni dei recenti olym hadashim, ma anche la voglia di cambiar vita, lontano dalla paura quotidiana di un paese sotto assedio. Fiona Diwan, http://www.mosaico-cem.it/
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L'angolo del cinema
Irena Sendler
Ieri ed oggi ci commemoriamo l'olocausto (SHOAH), in Israele.
la data è diversa di quella della giornata Europea della commemorazione dell'olocausto, che accade nel giorno di liberazione di Aushwiz e rappresenta la fine della devastazione nazista.In Israele invece, si commemoria nella data della ribellione nel Ghetto di Warsaw, che al di la della commemerazione dell'olocausto, simboleggia anche il coraggio, la forza di vivere e di ricostruire che hanno avuto gli Ebrei (come nella incredibile storia sottostante).Durante la SHOHA sono stati uccisi 1,500,000 bambini Ebrei!!! Dedicate 5 minuti di lettura alla storia.
Storia di Irena Sendler per ricordare e non dimenticare mai:
Recentemente è morte di una signora di 98 anni chiamata Irena. Durante la seconda guerra mondiale, Irena, ha ottenuto il permesso di lavorare nel Warsaw Ghetto, come specialista di idraulica/fogna. Ha avuto un'ulteriore motivo a farlo '... ha saputo quali erano i piani dei nazisti per gli ebrei. Irena ha contrabbandato dei neonati fuori del Ghetto nella parte inferiore della cassetta degli attrezzi che portava e nella parte posteriore del suo camion in un sacco di tela ruvida, (per i bambini più grandi..) Ebbe anche un cane nella parte posteriore che ha addestrato a abbaiare quando passavano nella postazione del soldato nazista che controllava l'entrata e l'uscita del ghetto. I soldati naturalmente volevano nulla a che fare con il cane e lo Scortecciando che hanno coperto i rumori dei bambini/neonati.Durante il periodo che ha fatto ciò, riuscì a contrabbandare e salvare 2500 bambini/neonati. Lei è stata catturata, e nazisti hanno rotto entrambe le sua gambe, braccia e l'hanno picchiata gravemente. Irena ha mantenuto una registrazione dei nomi di tutti i bambini che ha salvato e li ha tenuti in un barattolo di vetro, sotto un albero nel suo cortile. Dopo la guerra, ha cercato di individuare eventuali genitori che erano sopravvissuti e riunirli con la loro famiglia. La maggior parte erano stati cremati o uccisi. Quei ragazzi che ha salvato, li ha collocati nelle case di famiglie affidatarie o adottati.L'anno scorso, Irena era candidata per il premio Nobel per la Pace... lei non è stata selezionata. Al Gore ha vinto, per una presentazione sul riscaldamento globale. 65 anni dopo che la seconda guerra mondiale si è conclusa in Europa , questa e-mail viene inviata come memoriale, in ricordo dei sei milioni di ebrei, 20 milioni di russi, 10 milioni di cristiani e 1.900 sacerdoti cattolici che sono stati uccisi, massacrati, violentati, bruciati, affamati e umiliati dai Tedeschi; e gli altri popoli giravano la testa all'altra parte!!Ora più che mai, con l'Iraq, l'Iran e altri, sostenendo l'Olocausto di essere 'un mito', è imperativo verificare che il mondo non dimentica mai, perché ci sono altri che vorrebbero farlo di nuovo. "Ricordare per non dimenticare e Non dimenticare a ricordare" Lior Many
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Dai nostri lettori
domenica 11 aprile 2010
Yom ha Shoà, il nostro modo di ricordare
Questa sera, nel mondo ebraico, inizia Yom ha Shoà. Non la cerimonia civile europea del Giorno della Memoria, con tutta la sua popolarità pubblica e l’importanza rispetto al sentire comune della società italiana che sappiamo, ma anche con tutte le ambiguità che sono progressivamente emerse negli ultimi anni: paragoni impropri con altre stragi, col trattamento attuale degli immigrati o addirittura con la politica difensiva dello Stato di Israele, dibattiti viziati da volontà propagandistica sul ruolo di soggetti terzi come la Chiesa, un certo generale buonismo che rischia di occultare i meccanismi veri della distruzione dell’ebraismo orientale.Yom ha Shoà è invece una ricorrenza nostra, una cerimonia che rappresenta forse la prima cellula della elaborazione storico-religiosa della grande tragedia che il nostro popolo deve ancora metabolizzare secondo i tempi lunghi e i modi caratteristici del pensiero ebraico. Una linea di riflessione non banale può essere suggerita dal nome ebraico della ricorrenza, che non è semplicemente Yom ha Shoà, il ricordo del “disastro” che l’Europa ha inferto al nostro popolo con responsabilità differenziate, ma certo non tutte riconducibili alla persona di Adolf Hitler o all’azione del suo partito. La ricorrenza è chiamata in Israele Yom ha Shoà Vegvurà, giornata della sciagura e dell’eroismo (o, se vogliamo risalire un po’ più indietro nell’etimologia, addirittura della forza). Gvurà è un termine che appartiene alla nostra tradizione religiosa, che per esempio compare fra le benedizioni del mattino (“Tu che cingi Israele di eroismo”).Rispetto all’immagine comune della Shoà, quella per intenderci che si celebra comunemente nel Giorno della Memoria, c’è un’evidente incongruenza. Non potrebbe esserci accostamento più stridente col paradigma della vittima non solo innocente ma quasi inconsapevole che è diventata in Europa la lente dominante dell’interpretazione popolare della Shoà. E’ chiaro che durante la Shoà ci sono stati degli eroi, nel senso comune del termine, i Giusti delle nazioni, innanzitutto, ma anche i resistenti che si sono ribellati a Varsavia come altrove. Si può notare come costoro, nell’immaginario popolare rappresentato dai film di successo, abbiano di recente preso un’immagine un po’ gaglioffa, da avventurieri o vendicatori da strapazzo. Anche se questa non è certo la verità storica, sappiamo dagli scritti dei sopravvissuti, per esempio di Primo Levi, come l’esperienza della Shoà non sia stata per lo più affatto eroica in questo senso, perché i deportati erano costretti dentro una macchina costruita per umiliarli e toglier loro la dignità prima di ucciderli e certo non in condizione di opporsi con la forza fisica ai loro aguzzini. Eppure è importante pensare che vi sia stata gvurà nel popolo ebraico perseguitato, vi sia stata cioè la capacità di opporre l’ebraismo alla barbarie. E’ quel che tante testimonianze riferiscono. E’ importante farlo per onorare la memoria delle vittime, per restituire loro una faccia e un comportamento ebraico (anche questo vuol dire Iad vashem); ma anche per contrapporsi all’idea che l’ebreo buono sia la vittima, l’agnello sacrificale, come in fondo ci vorrebbe ancora oggi l’Europa civile e progressista, che ci ama come vittime e ci rimprovera oggi di difenderci. La Shoà, come la vediamo noi, è un momento di lutto, ma anche di gvurà, di sciagura e di eroismo. Come tanti altri episodi nella nostra storia, disastri riscattati dalla volontà, dalla capacità, dalla fede necessaria per non lasciarsi abbattere e continuare la nostra strada. Questo dice la nostra memoria storica in formazione e non dobbiamo certo meravigliarci che sia diverso da quel che dice agli europei il loro Giorno della Memoria. Ugo Volli, http://www.moked.it/
In Israele, in questo giorno, una sirena suona in tutto il Paese e tutti si fermano in ricordo dei caduti. Vi consiglio questo video su You Tube: http://www.youtube.com/watch?v=7G3ETn_KdZk
In Israele, in questo giorno, una sirena suona in tutto il Paese e tutti si fermano in ricordo dei caduti. Vi consiglio questo video su You Tube: http://www.youtube.com/watch?v=7G3ETn_KdZk
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Cultura
Israele al femminile, scelta Sigalit Landau per la Biennale di Venezia 2011
Una perfetta applicazione delle pari opportunità. Chissà quanto volutamente, ad applicarla è stato Israele, nel selezionare gli artisti chiamati a rappresentare lo stato alle ultime edizioni della Biennale di Venezia Arti Visive. Scegliendo uomini e donne, in perfetta alternanza.Dal 2003, con la grande e apprezzatissima Michal Rovner, al 2005 con Guy Ben Ner, 2007 con Yehudit Sasportas, fino all'ultima edizione, con l'omaggio postumo a Rafi Lavie. Il 2011 era anno “femminile”, e così sarà. Ad arrivare ai giardini sarà infatti Sigalit Landau, vincitrice nel 1995 del Wolf Fund Anselm Kiefer Prize e del Premio del Ministro della cultura di Israele.Nel 2008 la Landau è stata protagonista di una personale curata da Klaus Biesenbach al MoMA di New York, che ha fatto conoscere al mondo le sue opere più famose, come il video DeadSee - nel quale lei stessa compare mentre galleggia in acqua in una spirale di cocomeri -, ed un altro nel quale si esibisce in un huula-hoop con del filo spinato.10 aprile 2010, http://www.exibart.com/
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Curiosità
Israele e il generale
Il licenziamento prematuro di Gabi Ashkenazi rivela una lotta di potere (e un segreto militare)
Convocato improvvisamente, liquidato in pochi minuti e infine ridimensionato nella sua autorevolezza. E’ stato questo il trattamento riservato al comandante in capo dell’esercito israeliano, il generale che ha risollevato il morale di Tsahal dopo i passi falsi nel conflitto in Libano nel 2006 e ha guidato con abilità le truppe nell’offensiva contro Hamas a Gaza alla fine del 2008. La decisione del ministro della Difesa, Ehud Barak, di non prolungare il mandato del capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi, ha destato sorpresa in Israele.9 aprile 2010. http://www.ilfoglio.it/
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l’Israel Air Force
Con il drone più grande del mondo l'aeronautica israeliana prende il volo
Con il saggio di John Arquilla apparso su Foreign Policy e ripreso dall’Occidentale abbiamo visto come, in un mondo strettamente interdipendente e dove la tecnologia dell’informazione apre ininterrottamente nuovi scenari, l’apparato militare americano deve evolversi per affrontare i network del terrorismo e vincere le guerre del XXI secolo. Lo stesso vale naturalmente per Israele.Lo stato ebraico si trova da generazioni a lottare per la sopravvivenza, con nemici che ne continuano a minacciano la distruzione, e deve gioco forza eccellere nell’innovazione scientifica nel settore della sicurezza e della difesa. Un esempio significativo ci è offerto dall’aereonautica israeliana - l’Israel Air Force (IAF) - e dal drone (aereo senza pilota) più grande al mondo presentato recentemente. Il suo nome è Eitan, è capace di volare per 20 ore consecutive a più di quarantamila piedi di altezza, di trasportare centinaia di chilogrammi di materiale e soprattutto di raggiungere l'Iran del regime khomeinista, oggi la prinicipale minaccia per Israele. “Si tratta dell’UAV (unmanned aerial vehicle, ndr) più avanzato al mondo”, spiega il tenente colonnello Eyal, responsabile del progetto Eitan durante la presentazione del velivolo.Questo bestione di venticinque metri di apertura alare sarà utilizzato per i rifornimenti in volo, l’intercettazione, l’oscuramento delle comunicazioni del nemico fino all’attacco missilistico. “All’interno custodisce anni di esperienza pratica operativa e di ricerca tecnologica”, tiene a precisare il generale Nehushtan.Eitan è la prova provata di come la creatività e le capacità israeliane non conoscano limiti. E non solo in campo militare. Israele vanta infatti casi di eccellenza in numerosi altri campi, come le nanotecnologie, la ricerca medica, l’eco-industria. Secondo Dan Senor e Saul Singer, autori del libro Start-Up Nation, la cultura imprenditoriale e dell’innovazione israeliana è dovuta innanzitutto al servizio militare obbligatorio. Va da sé che l’obbligo di leva in una nazione in guerra da sessant’anni non è paragonabile a quello di altri paesi. Qui la Naja dura tre anni, per uomini e donne, e fino a 45 anni si è considerati “riservisti” (con relativo addestramento annuale).È questo il segreto della nazione che ha tenuto botta alla recente crisi economica mondiale (nel 2008 gli investimenti in Israele sono stati 2,5 volte superiori a quelli degli Stati Uniti, 30 volte a quelli europei, 80 volte rispetto alla Cina, e 350 volte all’India) con un posto in business class nell’indice Nasdaq, ricca di un’alta concentrazione di imprese start-up (un totale di 3.850, uno per ogni 1.844 israeliani) e che vanta, secondo l’OCSE, una percentuale di laureati (il 45 per cento della popolazione) tra le più alte al mondo.10 Aprile 2010,
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Ramallah
Israele, polemiche per l'intestazione di una strada a una terrorista di Hamas
Il fatto sta creando polemiche tra Stato Ebraico e Anp, contribuendo a creare ulteriore difficoltà nelle relazioni tra i due territori - Sta creando polemiche il cartello stradale affisso nei giorni scorsi in una strada di Ramallah, e dedicato a un esponente di Hamas autore di diversi attentati terroristici.Secondo quanto riferisce la televisione commerciale israeliana Canale 10, l'insegna rende omaggio alla figura di Yihia Ayash, l'"ingegnere del braccio armato di Hamas" che negli anni '90 mise in atto una serie attentati nelle strade di Israele, e si trova nei pressi di un edificio che ospiterà gli uffici dell'Anp. Le affermazioni contrastano però con le dichiarazioni rilasciate da fonti ufficiali palestinesi, riportate dal sito web Ynet, che hanno negato che un edificio del genere sia in costruzione. L'Autorità palestinese ha poi riferito che già lo scorso mese aveva rinunciato ad intestare una piazza di Ramallah alla figura di Dallal Mughraby, esponente del braccio armato di Fatah. Canale 10 ha però replicato che in realtà la cerimonia per l'intestazione della piazza è stata tenuta ugualmente, ma non è stata accettata la presenza del giornalista dell'emittente, condotto in commissariato e rilasciato dopo quattro ore.http://notizie.virgilio.it/ 10 aprile
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Verso Gerusalemme, tra i vini del Golan e un tuffo in Galilea
«Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra e mi si attacchi la lingua al palato» piange il salmista. Eppure capita a molti di mettersi in viaggio tra Siria, Giordania, Egitto senza toccare la terra d’Israele. Un po’ il timore di trovarsi in mezzo a una contesa millenaria e irrisolta, un po’ l’idea che sia una destinazione per soli pellegrini desiderosi di sciamare da una basilica a un monastero senza nemmeno guardare il panorama dal finestrino.Invece è meta ideale per un viaggio sereno e pensoso, con il vantaggio di concentrare tutto il desiderabile in un lembo di terra lungo quattrocentosettanta chilometri e largo al massimo centotrentacinque, che si può girare comodamente in macchina o anche in bus, per chi preferisce il piccolo lusso di lasciare ad altri la fatica di organizzare il grand tour.A Nord, oltre la Galilea, le disputate alture del Golan sono luogo di riposo della mente e board watching, si guardano i confini con il Libano e con la Siria ripensando alle chiacchierate di Gesù con gli apostoli, alle conquiste di Mosè e Giosuè, alle campagne di Alessandro Magno, alla guerra dei Sei Giorni, quando Israele respinse l’offensiva siriana e invase le alture che l’Onu reclama ancora come territori occupati.Gli israeliani del Golan producono un ottimo vino kosher, lavorato solo da religiosi e mai di sabato. Un giro per le cantine merita certamente il viaggio, sia per degustare Pinot Nero e Merlot che fanno venire in mente il miracolo delle nozze nella vicina Cana, sia per vedere uno spaccato di storia in divenire. Nel 2009 il vino dei coloni offerto dalla missione israeliana alle Nazioni Unite fu al centro di un piccolo incidente diplomatico con la Siria.Sull’Hermon in inverno si scia, ma per chi non se la sente di osare tanto, le riserve dell’area sono adatte a vacanze nel verde più tranquille, dal semplice campeggio alle settimane a cavallo fino ai soggiorni in resort di lusso con terrazze private a poca distanza dalle piscine naturali di Meshushim.I più preferiranno lasciarsi serenamente condurre sul pullman in giro per la Galilea, vero paradiso per chi ama la storia che parla nei paesaggi e nelle pietre e può vedere le tracce dei crociati a Akko e Saffed, il luogo dell’incarnazione di Gesù a Nazareth, la casa in cui ha vissuto a Cafarnao e località meno appariscenti come Tabgha, dove nel giro di pochi passi c’è la chiesa del Primato di Pietro e l’austero monastero delle benedettine sorto per ricordare la moltiplicazione dei pani e dei pesci.Saffed, la parte antica di Tzfat, nell’alta Galilea, è uno strano miscuglio di severi hassidim e fricchettoni new age, che vivono arrampicati tra i pendii verdi e l’aria pulita della città santa ebraica. Madonna in ricerca mistica è salita fin quassù per pregare sulla tomba di uno dei fondatori della Kabalah, ma gli studi iniziatici delle Sacre Scritture spesso si trasformano in formulette ai confini con la superstizione. I bei negozietti dall’aria chic, gestiti da religiosi ortodossi come da giovani dalle chiome lunghe e profane, vendono menorah e quadri dipinti con le parole dei salmi accanto a mani di Fatima e oggetti più o meno simili ai nostri scaramantici corni.Tappa interessante è il parco archeologico di Beit Shean, l’antica e ben restaurata Skitopolis, capitale della Decapoli dopo la conquista di Pompeo nel 63 avanti Cristo, dove si può passeggiare tra il teatro romano, le strade, le terme, il tempio, incastonati tra gli alberi e il cielo. Secondo i dottori del Talmud «se il paradiso ha sede in Terra santa, Beit Shean ne è la porta d’ingresso».C’è un morbo che da queste parti si chiama «sindrome del profeta», studiata già dai teologi del Cinquecento. Chi si bagna nel lago di Tiberiade, contempla le alture del monte Hermon o passeggia per le viuzze bianche di Gerusalemme, insomma chi si avventura sui passi di Gesù e dei profeti, viene colto da un appassionato desiderio di divino, che può degenerare in raptus di predicazione ai danni dei compagni di viaggio.Nulla di cui preoccuparsi, almeno di solito. Per chi teme di esserne sopraffatto il rimedio è Tel Aviv, città di locali e divertimenti notturni fino all’alba.
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