venerdì 16 aprile 2010


Tel Aviv

A proposito di antisemitismo

In un lucido intervento sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche, l’Osservatore denunciava, con pacata obiettività, la subdola ambiguità e faziosità di larga parte della stampa italiana (segnatamente, dell’influente la Repubblica), costantemente orientata a coniugare il rispetto della memoria della Shoah e l’apprezzamento per l’arte e la cultura ebraica con una visione quanto meno sbilanciata del conflitto mediorientale, tendente a collocare lo stato ebraico, più o meno sempre, dalla parte del torto. Gli ebrei, si sa, vanno elogiati per la loro creatività, vanno commemorati come vittime e hanno tutti i diritti, tranne quello di difendersi. E poco importa se chi non si difende non può vivere, e neanche creare. Una sottile variante di tale atteggiamento si può vedere, a mio avviso, nel modo in cui le case editrici italiane presentano gli scrittori israeliani - molto amati dal nostro pubblico -, mettendone sempre in grande risalto il ruolo svolto nel “movimento per la pace”. Una annotazione di carattere personale che non appare quasi mai riscontrabile per scrittori di altra nazionalità, le cui opinioni politiche sono - giustamente - ritenute ininfluenti per un giudizio artistico sulle loro opere. Intendiamoci. Che la maggior parte degli scrittori israeliani abbiano posizioni prevalentemente “di sinistra” (pur con le notevoli differenze che questa definizione assume nel panorama israeliano rispetto a quello italiano) è senz’altro vero. Ed è innegabile che personalità come Grossman, Yehoshua e Oz, ammirate e celebrate in tutto il mondo, contribuiscano altamente, con la loro arte e la loro alta statura morale, non solo al prestigio di Israele, ma anche alla causa della pace, del dialogo e della comprensione fra tutti i popoli. Resta però l’impressione, alquanto sgradevole, che queste reiterate annotazioni svolgano la funzione di una sorta di “bollino di garanzia”, rassicurando il pubblico che lo scrittore, “pur essendo israeliano”, è favorevole alla pace, e contribuendo così a far pensare che il resto del popolo d’Israele, probabilmente la maggioranza, sia ad essa contrario. Un giudizio falso. La pace è, da sempre, il sogno di tutti i cittadini di Israele, al di là delle differenti valutazioni sulle concrete possibilità di raggiungerla, e sui possibili modi per riuscirci. E se è merito degli scrittori tenere accesa, anche nei momenti più bui, la luce della speranza, senza il contributo umile, silenzioso e quotidiano dei giovani soldati di Tsahal non esisterebbero né scrittori, né speranza. Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/

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