giovedì 8 marzo 2012

I drusi delle alture del Golan

Majdal al-Shams è una cittadina arroccata a 1130 metri di quota sulle alture del Golan, nell’estremo nord di Israele, a ridosso del confine con la Siria e con il Libano. Gli abitanti di Majdal al-Shams – circa 10mila persone – sono tutti drusi, una minoranza religiosa che accoglie nella proprio dottrina elementi di islamismo, giudaismo, induismo e cristianesimo e che vive prevalentemente di pastorizia e agricoltura.Prima della Guerra dei sei giorni – il conflitto scoppiato nel 1967 tra Israele e Siria, Egitto e Libano – i drusi di Majdal al-Shams erano cittadini siriani. Dopo il conflitto le popolazioni dell’Alta Galilea e del Golan passarono sotto il controllo di Israele. La Siria continua a considerare i drusi di Majdal al-Shams come suoi cittadini, mentre Israele concede la cittadinanza a tutti i drusi che abitano le alture del Golan (gli altri insediamenti sono Buq’ata, Mas’ade e Ein Qiniyye) e non li riconosce come cittadini siriani. Soltanto il 10 per cento dei drusi ha accettato di beneficiare della cittadinanza israeliana. Israele rilascia comunque loro un lasciapassare per viaggiare all’estero, in cui vengono definiti genericamente come «abitanti delle alture del Golan» (fanno il servizio militare nell'esercito israeliano e sono ottimi combattenti n.r.). Dato che i drusi di Majdal al-Shams e degli altri villaggi risiedono stabilmente sul suolo israeliano hanno anche diritto all’assistenza sanitaria statale, a vivere e muoversi liberamente sul territorio nazionale e lavorare senza problemi all’interno dei confini israeliani.Oltre che di agricoltura e allevamento, la maggior parte degli abitanti di Majdal al-Shams si guadagna da vivere grazie al turismo. Questo villaggio di confine è infatti l’ultimo insediamento umano abitato prima di arrivare al Mount Hermon Ski Resort, l’unico comprensorio sciistico di Israele. Anche se l’azienda che gestisce gli impianti è di proprietà israeliana, la maggior parte delle persone che lavorano nella stazione sciistica è di origine drusa, come quasi tutti i maestri di sci del Monte Hermon, gli addetti alla sicurezza sulle piste, gli impiantisti, i camerieri dei bar, dei ristoranti e gli impiegati alle casse.La stazione ha aperto nel 1971 e da allora ha rappresentato una fonte di introiti importanti per queste popolazioni di montagna. A Majdal al-Shams, negli anni, sono stati aperti alberghi, noleggi di attrezzatura sportiva, negozi e altre attività commerciali. Nel villaggio di Newe Ativ, a 12 chilometri dagli impianti, ci sono resort con spa, pub e pensioni. Anche d’estate molti turisti salgono al Monte Hermon per fare passeggiate o, semplicemente, passare qualche ora in alta quota. Nonostante i posti di lavoro offerti dalle piste o dalle infrastrutture turistiche, però, parecchi drusi continuano a vivere grazie alla vendita dei propri prodotti. Sulla strada che sale agli impianti molti venditori ambulanti aprono ogni giorno il proprio chiosco e sopravvivono vendendo olive, spezie, mele e Pite Druzit, una variante di pita condita con un mix di spezie e formaggio allo yogurt. Produzioni rigorosamente a “chilometro zero”.Nonostante il limbo politico internazionale in cui continuano a vivere, i drusi continuano a mantenere buoni rapporti sia con Israele sia con la Siria, dove, molti di loro, hanno mantenuto, negli anni, rapporti di parentela e amicizia.http://www.ilpost.it/

Stratfor e le relazioni Israele-Arabia Saudita

Non è un segreto per nessuno, ormai.Almeno spero.Sauditi e Israeliani collaborano in funzione anti-iraniana.E’ appettitoso, però, che si documenti una collaborazione fra Mossad e sauditi che rimonta al 2007.E questo è ciò che al-Akhbar (english) fa, sfruttando il proprio sodalizio con Wikileaks.Interessante anche che gli e-mail del 2007 commentino il doppio gioco saudita: relazioni con i jihadisti da una parte e relazioni con gli israeliani dall’altra: “per paura che gli americani non siano in grado gestire entrambe le cose”.http://30secondi.globalist.it/2012/03/06/stratfor-e-le-relazioni-israele-arabia-saudita/

Israele, amico Sharon: Avrebbe chiesto di staccare la spina

Gerusalemme, 6 mar. (LaPresse/AP) - Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano in coma dal 2006 per un ictus, non avrebbe mai voluto sopravvivere grazie al respiratore artificiale e avrebbe invece chiesto di essere lasciato morire. Lo ha detto Raanan Gissin, amico, confidente e portavoce dell'ex leader israeliano, secondo cui se avesse potuto farlo, "avrebbe chiesto di staccare la spina". L'ex premier, 84 anni, ha guidato il governo di Tel Aviv dal 2001 al 2006, quando è stato colpito dall'ictus. A distanza di sei anni, Sharon è ancora in coma in un ospedale nel centro di Israele, dove respira grazie alle macchine. "Conoscendolo - ha aggiunto l'amico - non avrebbe mai voluto vivere così". Prima di entrare in politica, Sharon fu un noto ufficiale militare che combattè tre guerre. Conosciuto per le vedute estremiste, sconvolse gli israeliani nel 2005 quando ritirò in modo unilaterale truppe e coloni dalla Striscia di Gaza dopo 38 anni di occupazione militare.

Israele-Cina: proseguono gli studi sulla sostenibilità energetica


Agronomi cinesi, ricercatori, professori e uomini d'affari saranno in Israele per effettuare studi finalizzati a garantire la sostenibilità energetica. Già lo scorso Novembre tredici funzionari cinesi sono rimasti sul territorio israeliano per una decina di giorni, allo scopo di apprendere tutte le tecniche e l'esperienza israeliana in materia di gestione idrica e agraria.La Cina grande potenza emergente, per decenni è stata l'industria del mondo, tuttavia sembra si stia diffondendo nel Paese la moderna idea di sostenibilità. Sia il governo sia i suoi leader sembrano aver acquisito ormai la consapevolezza che, con una popolazione in costante crescita, sia indispensabile usufruire di risorse sostenibili nel settore idrico ed alimentare. Sebbene la Cina e lo Stato ebraico siano diversi sotto molti aspetti, il gigante asiatico prenderà ad esempio Israele, adottando le sue tecniche in campo agricolo. Nel farlo non potrà però sottovalutare il divario enorme esistente tra la popolazione cinese, 1,3 miliardi e quella israeliana, sette milioni. Secondo Yani Xie, il direttore del settore cooperazione presso l'Istituto di management internazionale della Galilea, i due Paesi sono accomunati da una comune passione nel campo dell'innovazione e l'eccellenza. "Questo e la stima reciproca, faciliterà la collaborazione" ha dichiarato il rappresentante.http://www.focusmo.it/

Agricoltura: Veneto ed Israele per nuovi orizzonti di collaborazione

Venezia, 6 mar. (Adnkronos) - ''Le realta' agricole del Veneto e di Israele possiedono conoscenze, progetti e innovazioni il cui scambio aiutera' ancor meglio ad accompagnare verso il mercato le rispettive filiere, dando loro piu' valore, che nel nostro caso significa poter dare piu' reddito ai nostri agricoltori, in linea con quello che e' il nostro principale obiettivo politico''. Lo ha detto l'assessore all'agricoltura del Veneto Franco Manzato, nel portare il saluto della Regione all'incontro dedicato all'innovazione nel settore primario, tenutosi oggi al quale sono intervenuti tra gli altri Jonathan Hadar consigliere per i rapporti commerciali tra Italia e Israele, Ytzhak Kiriati responsabile del settore agricolo dell'Israel Export Institute, Pier Ceresini, consulente per il settore agricolo e nuove tecnologie israeliane del Ministero dell'industria, del commercio e del lavoro israeliano, Jonathan Hadar consigliere per i rapporti commerciali tra Italia e Israele e il Presidente di Confagricoltura Veneto Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi.''Dando per scontata la qualita' dei nostri prodotti, prerequisito irrinunciabile per le produzioni regionali - ha detto ancora Manzato - ma alle spalle della qualita', un ulteriore elemento di competitivita' e' costituito dall'innovazione dei sistemi, sulla quale puntiamo con la ricerca e le attivita' di sviluppo dell'ente strumentale regionale Veneto Agricoltura. Possiamo e vogliamo fare ancora di piu' e il confronto di oggi rappresenta una buona occasione per creare nuove sinergie utili ai nostri imprenditori e alla nostra economia agricola''.

Ingredienti per 4 persone: 2 cespi di radicchio olio 1 petto di pollo sale farina qb salsa di soia qb Procedimento Affettare il radicchio e rosolarlo in padella con un po d'olio Tagliare il pollo a bocconcini e infarinarli.Salare il radicchio.Rosolare il pollo in un'altra padella.Salare e sfumare il pollo con la soiaAggiungere anche il radicchio e fare insaporire prima di servire.www.la7.it/imenudibenedetta

Plumcake al Muesli

Ingredienti per 4 persone:200 gr di muesli 150 ml di panna 1 uovo 150 gr di zucchero 150 gr di farina 2 cucchiaini di lievito per dolci sale latte qb zucchero a velo ProcedimentoMescolare il muesli con panna, uovo, zucchero, farina, lievito e sale.Aggiungere un po di latte per rendere un po piu morbido l'impasto.Rivestire uno stampo da plumcake con carta forno e versare l'impasto.Cuocere in forno a 180 gradi per mezzora.Completare a piacere con zucchero a velo.www.la7.it/imenudibenedetta

Energia: accordo Cipro-Israele-Grecia per cavo sottomarino

(ANSAmed) - NICOSIA, 6 MAR - I governi della Repubblica di Cipro, Israele e Grecia hanno firmato un accordo domenica ad Haifa per la posa di un cavo elettrico sottomarino tra le due rispettive sponde mediterranee. Lo riferiscono con evidenza i media greco-ciprioti secondo cui la posa del cavo, che dovrebbe essere ultimata entro il 2016, coprira' una lunghezza di 287 chilometri di mare che dividono Cipro da Israele ad una profondità di circa 2.000 metri. La cosiddetta "interconnessione Euro-Asia", con una capacità di trasferire 2.000 MW, è "un evento storico," ha detto un portavoce della compagnia elettrica israeliana. Per collegare Cipro all'Europa continentale e' prevista anche la posa di altri cavi sottomarini tra l'isola e la Grecia passando per Creta. Il presidente della compagnia cipriota DEH Quantum Energy, Ktoridis Athanasios, ha detto che tutti e tre i Paesi trarranno profitto dal progetto. Di recente sia Israele sia Cipro hanno scoperto enormi giacimenti offshore di gas naturale nel Mediterraneo orientale e hanno in progetto una stretta collaborazione per l'estrazione e la successiva fornitura di gas ai mercati europei e asiatici.



L’attacco all’Iran è deciso. E Obama non può dire no

Il Gornale, 7 marzo 2012 da Washington, F. Nirenstein

Il presidente cerca di rimandare l’intervento militare ma assicura fedeltà e aiuto a Tel Aviv. Che però preme per agire contro la minaccia atomica.

È finito, in realtà, il tempo in cui «tutte le opzioni sono sul tavolo», come ha detto Obama. È finito alla conferenza annuale dell’Aipac, American Israel Public Affairs Committee, a Washington. Obama lo può ripetere, e l’ha fatto di fronte a un pubblico di tredicimila amici d’Israele bollenti, la cui passione cercava di spingere senza troppo successo a dichiarazioni d’impegno definitivo: ma sì, Obama ha risposto, ma l’ha fatto volteggiando alla sua maniera spesso inconsistente, spesso fascinosa, come un torero nella corrida, piroettando, sventolando una bandiera di speranza di fronte a un pubblico immenso che voleva comunque amarlo e farsi amare perché sa che sarà lui il pr! ossimo presidente, di nuovo.E lui che voleva farsi amare e votare, più volte ha assicurato di avere a cuore Israele, di essere fedele più di ogni altro presidente al patto non scritto fra lo Stato ebraico e gli Usa, di avere difeso lo Stato ebraico all’Onu, di averlo sempre aiutato militarmente. E il patto c’è, sicuramente, ma non riguarda ancora e forse non riguarderà mai il toro che scalpita giù nell’arena, il toro nero di nome Iran che si prepara allo scontro.Invece per Israele il tempo è qui, è giunto, la dead line sembra non potere essere più allontanata: per Netanyahu, come si è inteso bene nel discorso notturno, con pochi e forzati sorrisi di vero affetto per la sua alma mater americana e pochi cenni a Obama, il contrasto fra chi vive nell’immediata ombra della minaccia e chi ancora vuole permettersi di stare a vedere segnerà il limite, il confine imposto dalla storia.Per il primo ministro d’Israele non si tratta di far politica, ma di vivere, e la grandiosità dei parati di gioia, colorati, risonanti di musiche, per i due grandi ospiti dell’Aipac, le grida di affetto, la clacque che spingeva i due a gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro, apparivano tanto volenterosi quando persino un po’ tristi di fronte a un destino che puzza di rischio mortale, di sangue prossimo venturo. Obama ha rivendicato la sua totale, indiscutibile devozione all’amicizia immortale fra Israele e gli Usa con l’approvazione amorosa di uno Shimon Peres così affettuoso e così politico nei suoi complimenti (il «presidente più amichevole verso Israele che si sia mai visto» ha detto) e soprattutto nel capire che comunque Obama è già il vincitore delle prossime elezioni.E Bibi l’ha messo alla prova: gli ha raccontato i quindici anni di osservazione spietata della preparazione del potere atomico dell’Iran nel silenzio del mondo, i dieci anni di sanzioni senza denti, il rischio che lo stato più criminale della storia dopo la Germania nazista si impossessi di un’arma definitiva e ricattatoria per il mondo intero. E che Israele, che esso dichiara ogni giorno di volere fare a pezzi venga distrutto, mentre il Medio oriente si nuclearizza tutto intero.È il tempo delle decisioni, ha detto triste e deciso Netanyahu: «Non lascerò mai che il mio popolo viva sotto la minaccia dell’annichilimento, il nostro destino deve restare interamente nelle mani del nostro popolo, siamo padroni della nostra vita che abbiamo diritto di difendere».Questo è riuscito a mettere in scena l’Aipac con un fantastico sforzo, dimostrando che gli ebrei americani perlomeno sanno quello che sta accadendo allo Stato ebraico: il rischio di essere distrutto. Alla vigilia del supermartedì in cui l’America decide del candidato repubblicano, gli ebrei americani hanno comunque offerto a Obama un palcoscenico gigantesco per ribadire ciò che tutto il mondo mette continuamente in discussione: la sua simpatia per Israele. Lui l’ha raccontata in lungo e in largo mentre il pubblico applaudiva, certo non immemore del fatto che Obama non ha ancora mai visitato Israele nonostante sia stato al Cairo e in Turchia, nonostante le sue dichiarazioni di fiducia a leader come Erdogan che odiano Israele, o delle sue vecchie aperture ad Assad. Obama ha vantato il suo grande contributo alla sicurezza israeliana, ma si tratta di un vecchio piano settennale firmato da George W Bush: invece il congelamento delle costruzioni nei t! erritori, invenzione tutta sua, è stato un pedaggio richiesto, ottenuto nel 2010 e mai retribuito. Pazienza.Oggi è buon giuoco di Bibi accogliere le dichiarazioni di amicizia invincibile di Obama, perché i repubblicani non hanno, sembrerebbe, nessuna alternativa attendibile. Obama ha detto che con l’Iran tutto è possibile, che bisogna parlare tenendo in mano un grande bastone. Se intenda usarlo, non l’ha promesso all’arena rutilante in cui il rosso e il blu e il bianco e il celeste delle due bandiere si intrecciavano in magnifici fregi, grandiosi come sanno fare a Washington. In Israele c’è un detto molto comune: «Questo è quello che c’è, e con questo bisogna vincere». Bibi non se lo è certo dimenticato.

mercoledì 7 marzo 2012

Voci a confronto

Guerra sì? Guerra no? Guerra quando? I giornali di tutto il mondo si pongono oggi questa terribile domanda.Intanto la diplomazia continua per la sua strada. Lady Ashton, senza tenere in alcuna considerazione la richiesta fatta pochi giorni or sono da Netanyahu, in Canada, di trattare con l’Iran solo dopo aver ricevuto un chiaro impegno che non verrà costruita la bomba, ha *offerto” a Teheran la ripresa del dialogo sul nucleare (interrotto nel gennaio del 2011), come scrive un editoriale di Avvenire e Beda Romano sul Sole 24 Ore. Non dubita, chi scrive, che la pavida e debole Europa inizierà nuovamente queste inutili trattative, spinta anche, seppur non solo, dai propri interessi economici.Ma intanto guardiamo a quello che succede al di là dell’Atlantico. Bret Stephens sul Wall Street Journal chiede all’America se si deve credere ad un Obama che afferma: “I have Israel’s back”. Si può credergli quando afferma di tenere tutte le opzioni aperte sul tavolo mentre Hillary Clinton dubita dell’efficacia di quella militare? Osserva inoltre Stephens che i consiglieri militari di Obama fanno di tutto per frenare i piani militari israeliani per un eventuale attacco. In questa interessante analisi sulla figura politica di Obama, Stephens ha voluto andare indietro nel tempo per vedere chi, anche, ma non solo, nel mondo ebraico americano, ha contribuito alla formazione delle idee dell’attuale presidente. La triste conclusione è che ci si deve domandare chi sia Obama oggi, ci si deve domandare se in questo anno pre-elettorale non stia trattenendo la propria lingua dal dire quanto in cuor suo pensa. Ed allora, possiamo credergli quando si dichiara amico di Israele? Per Bret Stephens il suo discorso di fronte all’AIPAC è stato, insomma, solo un lungo esercizio di cinismo politico.Diametralmente opposta la tesi di Barbara Spinelli, non da oggi nota per le sue idee mai tenere verso Israele; l’America ha le sue idee chiare, ma stenta ad attuarle perché “un minuscolo stato” ha il potere di condizionarle, dopo avergli già “ceduto per tre anni sullo stato palestinese”. La Spinelli arriva a suggerire un arbitrato per risolvere il problema iraniano, che paragona a quello della Corea del Nord; come nulla è successo tra la Corea ed il Giappone dopo che il regime di Pyonyiang si è dotato della bomba, che cosa potrebbe succedere di terribile tra Israele ed Iran se Teheran si costruirà la sua bomba? Netanyahu dovrebbe starsene tranquillo, chiedendosi, come fa la Spinelli, quale amministrazione l’America abbia mai avuto migliore di quella di Obama. Ancora oltre queste affermazioni va u.g. su Rinascita, per il quale Shimon Peres è un “falco sionista”, Israele è “l’entità sionista” (è meglio non ricordare l’esistenza dello stato, come se ne ignora la capitale e tutti i suoi diritti); per u.g. Obama e Netanyahu sono divisi solo da differenze tattiche da applicare contro il nemico del loro mondo libero; sono, insomma, i vertici atlantici ad essere privi di qualsiasi freno etico. Tristi parole queste che ho citato dalle colonne di Rinascita.Obama vincerà le prossime elezioni, scrive Fiamma Nirenstein sul Giornale, “questo è quello che c’è, e con questo bisogna vincere” si dice in Israele, e Netanyahu lo sa bene. Giovanni Maria Sanna scrive sul Mattino che Obama insiste nella sua politica convinto che sia vincente; è sufficiente che gli apprendisti stregoni rimangano a dormire (ma non dice chi siano questi stregoni, se cioè siano i repubblicani o gli israeliani). Per Dario Fabbri (Riformista), poi, sono già iniziate le prove tecniche di tregua, ed Israele rischia di essere tagliato fuori. Dal canto suo il giornale economico Il Sole 24 Ore pubblica un articolo di Roberto Bongiorni nel quale si analizza la economia reale dell’Iran; è certo in crisi, ma, osserva l’articolista, dipende dal petrolio solo per il 21% del suo PIL; è una realtà ben diversa da quella degli altri grandi produttori di petrolio. Ma che l’economia sia in grave crisi è evidente, e, scrive Foggy Bottom sul Foglio, la cricca al potere sta trasferendo i propri capitali in Malesia ed in Indonesia; che sia questo un segnale positivo che dimostra l’inizio della fine del regime?Ancora sul Foglio Carlo Panella pubblica un nuovo articolo dedicato alla situazione siriana; dopo aver ricordato che iraniani e russi stanno aiutando il regime di Assad, tra l’altro, nella guerra per il controllo dell’etere, guerra questa capace di recare gravi danni all’opposizione come già li creò ad Israele nell’ultima guerra del Libano, Panella prende una dura posizione nei confronti dei cristiani, solidali con Assad, affermando che finiranno col pagarne le conseguenze, come già successe in Iraq. E’ una posizione politicamente cieca, quando non apertamente cinica, che avrà pessime conseguenze in futuro, scrive il commentatore, ma non si pone la domanda sulle possibilità future offerte ai cristiani dagli attuali “ribelli”; vorrei ricordare a Panella la frase scritta a Betlemme dai fondamentalisti islamici: prima quelli del sabato, poi quelli della domenica. Al contrario Luca Geronico su Avvenire descrive una realtà molto più complessa di quanto si trova nella maggior parte dei giornali, aprendo una finestra su alcune verità siriane spesso taciute dai commentatori.Giampiero Martinotti su Repubblica parla della guerra scatenata in Francia da Marine Le Pen contro la carne Halal (e non solo questa); adesso il premier Fillon se la prende anche lui contro le posizioni “ancestrali” di musulmani ed ebrei; è un argomento da seguire da vicino, anche perché pure in Italia si incominciano a fare affermazioni che potrebbero limitare grandemente le esigenze del mondo ebraico osservante.Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog/