mercoledì 7 marzo 2012


Dovlatov, maestro del paradosso

Tra i massimi studiosi internazionali delle dinamiche della risata, Laura Salmon, slavista e docente dell’Università di Genova, è autrice di Meccanismi dell’umorismo. Sull’opera di Sergej Dovlatov (Mosca, 2008), lavoro frutto di 20 anni di ricerche che è stato recentemente pubblicato in Russia e che dovrebbe arrivare presto anche in Italia, nella sua componente prettamente ebraica, grazie alla casa editrice Giuntina. “Si fa un gran parlare di umorismo ebraico – spiega la professoressa ai nostri lettori – ma spesso questo avviene a sproposito. Per molti, anche tra gli addetti ai lavori, gli ebrei sono ‘quelli che raccontano tante barzellette’. Un’affermazione che non rende giustizia a una tradizione dissacrante ed eversiva che ha contaminato tanta letteratura di valore del Novecento”. Professoressa Salmon, sui giornali, nei libri, al cinema va sempre più di moda la risata ‘ebraica’. Sgombriamo il campo da equivoci, cosa rappresenta questo particolarissimo genere nel vasto panorama dello humour? Partirei da un presupposto che ritengo essenziale: quello che definiamo con il termine humour è in realtà una macrocategoria in cui rientrano fenomeni molto differenti. In questa diversità spicca in particolare il dualismo comicità-umorismo scettico. Da una parte un modello verticale, dall’altro un sistema di tipo orizzontale. È un binomio da tenere bene a mente per non cadere in fraintendimenti purtroppo comuni. Qual è la differenza tra i due generi? Tutte le forme di comicità richiedono un atteggiamento di superiorità da parte di chi fa la battuta. Si tende quindi a denigrare, a deridere la vittima della nostra arroganza. L’umorismo scettico ha invece come oggetto non una persona e neppure una categoria di persone. Ad essere messo in crisi è un determinato modello, un sistema di valori. Lo scopo è quello di condividere la consapevolezza della paradossalità della vita umana. L’umorismo ebraico appartiene alla seconda categoria? Certamente nella sua componente più specifica. Gli ebrei, legati da una parte alla loro singolare e instabile vicenda diasporica attraverso i secoli e dall’altra all’assenza di posizioni dogmatiche, di verità indiscutibili, sono senza dubbio dei maestri capaci nel trovare, grazie a questa sospensione, a questo processo di ricerca perennemente incompiuto, una vera e propria solidità nell’assurdo. L’umorismo ebraico, quello specifico, quello che non è vittima di banalizzazioni e distorsioni, si basa sulla comprensione dell’assurdità che ci circonda e sulla condivisione di questa scoperta con chi ci è vicino. Un umorismo quindi fortemente empatico e basato sulla caduta di barriere e pregiudizi. Un modo per dire ‘Siamo tutti dei disgraziati, rendiamoci conto di questo e facciamoci una risata perché altro da fare non ci resta’. La contrapposizione è evidente: la comicità tradizionale ti dà un pugno, l’umorismo ebraico una mano. Parlando in altri termini la comicità, che serve a rafforzare gli stereotipi su cui fa leva, è definibile come un’azione conservativa-reazionaria. L’umorismo è invece eversivo, un’acutissima presa in giro, spesso in forma aforistica, con poche ma pungenti parole, del sistema binario buono/cattivo – bello/brutto assai diffuso nella nostra società. Una tra le tante spiegazioni per le feroci persecuzioni antiebraiche nel passato e per il disagio che ancora oggi suscita in alcuni questo approccio rivoluzionario e destabilizzante. Qual è la consapevolezza complessiva di questa peculiarità umoristica? Scarsa in modo impressionante, purtroppo anche tra gli addetti ai lavori. La percezione generale è che gli ebrei sono ‘quelli che raccontano tante barzellette’. È un peccato perché un approccio differente permetterebbe di cogliere l'essenza particolare di questa sofisticata tipologia di humour. Non si tratta comunque di un appannaggio facile: per arrivarci sembra necessario un lungo e consapevole addestramento che tenga lontani dai cliché. In fondo è anche questo il segreto del suo fascino perché, in chi ne è appassionato cultore, tende a radicarsi la sensazione di appartenere a una specie di ‘èlite’. Si trasforma la paura della precarietà in quella che definirei ‘euforia da montagne russe’: la condizione di vertigine, oscillando tra un paradosso all’altro, rappresenta infatti un’esperienza che rende divertente la sospensione esistenziale. Dovendo spiegare una tipica situazione di umorismo ebraico ai suoi studenti quale figura, quale momento utilizzerebbe come esempio? Senz’altro la famosa scena della patata nel film ‘Ogni cosa è illuminata’, scena che ci porta a vedere come personaggi in partenza antitetici diventino a un certo punto come fratelli. Il meccanismo di condivisione tra i due parte proprio da una risata: si ride della mancanza di senso, dell'incomprensione latente. Tra gli autori inserisco a pieno titolo Sergej Dovlatov, scrittore russo di cui ho avuto la fortuna di tradurre il vasto corpus letterario. Dovlatov è un personaggio emblematico: ebreo per i non ebrei, non ebreo per gli ebrei. Halakhicamente un goy, ci ha lasciato in eredità alcune pagine straordinarie e inequivocabili di umorismo ebraico. Tutta la sua opera è infatti protesa eversivamente a farci vedere l’amico nel nemico e l’intimo nel lontano. Dovlatov ci comunica che nella disavventura siamo tutti uguali senza distinzione di razza, colore, religione. La sua è un’operazione che porta al dissolvimento di ogni certezza, che ci fa vedere il mondo da un punto di vista differente da quello propugnato dall'ideologia, dal dogma. È il ridere nel pianto di pirandelliana memoria, il witz scettico freudiano e la ‘chochma’ ebraica.
Adam Smulevich, Pagine Ebraiche marzo 2012 - twitter @asmulevichmoked

Memoria e lapidi a Ferramonti di Tarsia

La Memoria non è fatta solo di libri e di convegni, spesso retorici o pomposi. Ma si coltiva anche con la cura delle lapidi e con atti simbolici. Ne è un esempio il professor Mario Rende dell’Università di Perugia, autore di un apprezzato saggio, uscito tre anni fa per Mursia, sul campo di concentramento fascista di Ferramonti di Tarsia, città di origine della sua famiglia.Sulle tracce di un appunto del 2 giugno 1944 del diario di Fra Callisto Lopinot, un monaco cappuccino presente a Ferramonti, il professor Rende è andato alla ricerca delle tombe degli ebrei di varie nazionalità (polacchi, tedeschi, austriaci, cechi, slovacchi, ungheresi, etc) che morirono a Ferramonti nel periodo 1940-1945.Rende ricorda che, in base ad atti documentali, nel cimitero di Tarsia sono stati sepolti 16 ebrei provenienti da Ferramonti. Attualmente, però, solo quattro tombe sono ancora lì. Le altre 12 furono traslate abusivamente negli anni Cinquanta e Sessanta per fare spazio alle tombe dei cittadini del posto, nonostante che le famiglie degli ebrei scomparsi avessero regolarmente acquistato il lotto di terreno nel cimitero con la garanzia che non venissero esumati i corpi. Questa condizione non fu rispettata dalle autorità locali di allora e molto probabilmente le loro ossa furono collocate nell’ossario comunale e le loro lapidi furono distrutte. Nel cimitero di Cosenza, invece, sono stati sepolti 21 ebrei di Ferramonti morti nel locale ospedale civico e le loro tombe fortunatamente non sono state rimosse, anche se purtroppo sono in stato di completo abbandono. Unica eccezione la tomba di Gustav Brenner, che decise di stabilirsi nella città di Cosenza, dove tuttora vivono i suoi discendenti.Negli ultimi anni in Calabria vi è stata una riscoperta del tema del tema della persecuzione degli ebrei, sull’onda degli studi sul campo di Ferramonti di Tarsia, ma in entrambi i cimiteri le lapidi degli ebrei morti nel campo sono state lasciate a se stesse, senza che nessuno se ne curi, neppure le due Fondazioni (chissà perché due) sorte proprio per “recuperare e valorizzare la memoria storica del campo”. Il professor Rende si è interessato della vicenda e ha provveduto a far ripulire le tombe (vedi foto), per rendere almeno visibili i nomi dei deceduti. A Cosenza è riuscito anche a far collocare una targa che spiega perché le tombe sono lì e cosa significano i simboli incisi sulle lapidi. Alcuni degli ebrei sepolti erano stati passeggeri del famoso battello “Pentcho”, che nel 1940 aveva tentato invano di raggiungere la Palestina da Bratislava, attraversando tutta l’Europa. “Era un dovere morale – mi ha detto Rende -. Gli abbiamo tolto la libertà, sono morti in una terra non loro e gli annulliamo anche il nome per non pulire una volta tanto la loro lapide”.Attraverso una ricerca negli archivi di Cosenza e di Tarsia, Rende ha ricostruito un date base con i nomi e le date di morte dei 37 ebrei sepolti nei cimiteri delle due città calabresi e ora vuole metterlo a disposizione di chi sia interessato. “Ci potrebbero essere discendenti o parenti che magari cercano i loro cari e non sanno che sono sepolti in Calabria”.Ecco i loro nomi. Cimitero di Cosenza: Karl Blau, Gustav Eugen Brenner, Enrico Brochis, Israel Choinka, Fritz Fass, Eugen Fellner, Aurelia Fischer, Max Frisch, Jardena Halpern, Adolf Loewy, Natalie Markus, Wolf Monheit, Margherita Neumann, Massimo Pecar, Ferdinad Reinisch, Bela Stein, Fritzi Steiner, Julius Sternfeld, Josef Ungar, Fritz Wahl, Paula Weil. Cimitero di Tarsia (tombe ancora presenti): Rosa Friedmann, Max Manheim, Sigfried Margoniner, Rudolf Muller. Cimitero di Tarsia (registrati nell’elenco dei sepolti, ma tombe non più presenti): Josef Richard Goldstein, Stefan Greiner (o Greiwer), Erwin Guen, Hugo Meitner, Franjo Milic, Kugo Muller, Adolf Robichek, Max Rosenberg, Jetty Steiner, Andrej Umek, Ilona Weiss in Rosinger, Leo Wellesz.Sempre nel cimitero di Cosenza, ma al di fuori dalla zona ebraica, vi sono le tombe di Nina Weksler (autrice del bel libro “Con la gente di Ferramonti”, Editoriale Progetto 2000) e di suo marito Salman Rotstein.Il professor Rende propone anche un atto di riparazione da parte dei calabresi: “Sarebbe bello che il comune di Tarsia si facesse carico di un piccolo monumento nel cimitero, ricordando tutti i nomi degli ebrei che sono stati lì sepolti. I comuni di Cosenza e Tarsia potrebbero poi supportare economicamente un piccolo gesto di amore per queste persone: prendere un po' di terra di Israele e metterla attorno alle loro tombe; prendere qualche sasso da Israele e metterlo sopra le loro lapidi; supportare la visita annuale di un rabbino che possa fare una preghiera sulle loro tombe. Che ne pensa? Sono un idealista?”.Mario Avagliano moked.it


Occhi aperti sulle Primavere

Un paio di settimane fa ho ascoltato dal vivo Rafik Abdessalem, ministro degli Esteri tunisino e astro nascente del partito islamista Ennhada. Il capo della diplomazia post Ben Ali ha sottolineato l’importanza del passaggio dalla dittatura alla libertà, la possibilità di coniugare Islam e democrazia, il ruolo che Europa e Italia possono giocare nel contesto africano e maghrebino.I paesi «rivoluzionati» nel corso del 2011 sono assai diversi l’uno dall’altro, ma è evidente che il caso della Tunisia è particolarmente significativo: un paese piccolo, storicamente laico, relativamente benestante, che alle prime elezioni libere sceglie il partito islamico, oppositore del passato regime. Se l’esperimento democratico dovesse fallire in Tunisia, dove appunto sembrerebbe più praticabile, dovremmo osservare gli altri scenari, in primis l’Egitto, con enorme preoccupazione. Un altro aspetto mi ha fortemente impressionato. Molti politici italiani presenti al convegno hanno parlato del conflitto israelo-palestinese. Con mio grande stupore Abdessalem non ha mai menzionato Israele e Palestina. Come se l’argomento non lo riguardasse. Ora, nel quadro del rivolgimento del mondo arabo-musulmano, è a mio parere molto difficile esprimere certezze. La sensazione è però che i governanti della «Fratellanza» intendano ignorare Israele più che attaccarlo.Il che può prestarsi a due letture opposte: si può pensare, con ottimismo, che i nuovi leader arabi siano preoccupati dai problemi interni, dalla tenuta economica, politica e religiosa, e non dal conflitto tra israeliani e palestinesi; dall’altro – e la prospettiva è spaventosa – si ha l’impressione che la nuova generazione non ritenga di dover affrontare il «problema israeliano», per la semplice ragione che tempo, demografia e contesto geopolitico lo risolveranno autonomamente.Insomma, occorre studiare, parlare e tenere gli occhi aperti.Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas http://www.moked.it


Israele - Insieme grazie all'hockey

L'idea di una squadra israeliana di hockey può facilmente suscitare ilarità. Atleti coperti di tutto punto e muniti di mazza inseguire un disco a bordo di pattini che tracciano traiettorie sul ghiaccio. Sembra un'immagine molto distante da Israele. Eppure tutto ciò accade, con crescente interesse tra la gente e persino con una federazione nazionale che si è in qualche modo strutturata e organizzata. In fondo, come ha dimostrato a milioni di telespettatori il celebre film Cool Runnings, se i giamaicani sono riusciti a competere dignitosamente nel bob perché non dovrebbero farcela gli israeliani nell'hockey?Ma c'è un di più, un qualcosa che va oltre l'agonismo. A Metulla, località settentrionale al confine col Libano, paradigma dell'eterna instabilità della regione, una partita sul ghiaccio ha un valore ancora più significativo: rappresenta infatti un'occasione di incontro, un modo per far crollare i muri della tensione e del pregiudizio. Autori dell'impresa i dirigenti della squadra giovanile locale, che agiscono sotto l'egida di un'organizzazione filantropica ebraica canadese e che sono riusciti con notevole pazienza e determinazione a dare vita a un gruppo misto di atleti ebrei e arabi. Un unicum (o quasi) nel panorama sportivo israeliano che sta attirando sempre più curiosità e clamore.I primi sono di Metulla, i secondi vengono dal villaggio arabo di Majdal Shams. Nel mezzo appena dodici chilometri di distanza ma un divario comunicativo che andava oltre la pur modesta lontananza geografica. Giovani che non si erano mai incontrati prima hanno così imparato a condividere intere giornate fianco a fianco nelle sfide, nelle gioie e nei dolori della quotidianità di spogliatoio. In alcuni casi sono diventati amici e in questi giorni, ospiti dei loro filantropi in Canada, festeggiano un anno e mezzo di attività. Un piccolo sasso nello stagno, affermano con modestia dallo staff del Metulla Hockey Club, ma è comunque importante che qualcuno lo abbia lanciato.a.s. - twitter @asmulevichmoked
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Nella sua millenaria e travagliata storia il popolo ebraico ha assaporato periodi di tranquilla convivenza e di benessere, ma ha dovuto anche affrontare prove dure e tragiche, ha dovuto combattere contro l’antigiudaismo e contro l’antisemitismo, ha dovuto lottare per la sopravvivenza, ha dovuto soffrire, ha dovuto… ha dovuto… e ancora oggi deve sfidare pericoli per la salvezza della sua gente e delle sue idee.Da sempre Israele ha dovuto preservare la propria integrità, non solo spirituale ma anche fisica.Chanukkà celebra la lotta del popolo che difende non un territorio ma un valore spirituale e universale - l’idea del D-o Unico Che regna sull’Universo - mentre Purìm celebra la lotta del popolo che difende la propria esistenza fisica.Due battaglie violente e sanguinose da cui il popolo è uscito vincitore grazie all’intervento di D-o Benedetto Che ha accolto la sua preghiera.Questi due miracoli, di Chanukkà e di Purìm, ci ricordano che l’Eterno è Misericordioso e che ascolta la nostra voce quando attuiamo un sincero ravvedimento nei Suoi confronti, quando facciamo Teshuvà.Confidiamo quindi sempre nel Signore, invochiamo il Suo aiuto, seguiamo i Suoi insegnamenti, e ci accorgeremo che il nostro coraggio e il nostro cuore non avranno cedimenti.Con tali pensieri vi auguro Chag Purìm Sameach e vi lascio alla riflessione di questi miei versi.

La Storia è in debito col popolo ebraico.L’uomo è in debito col popolo ebraico.Io sono in debito col popolo ebraico.Millenni di sacrifici di persecuzioni di feroci assassinii di emarginazioni di allucinanti infamie, sopportati con rassegnata determinazione,con indomita fede e con la caparbia speranza in un mondo più umano che renda giustizia a un popolo sopravvissuto alla Storia, e che cancelli l’immagine stereotipa di una propaganda ideologica perversa,germinata e fecondata nella torbida ignoranza e nella diffusa indifferenza.Popolo antico e unico che ha imposto a se stesso un ideale di vita una missione di amore di fratellanza di giustizia di libertà per tutti i popoli della Terra.Invano l’uomo avido tiranno eroso dall’invidia ha tentato di assoggettare e di annullare l’idea, invano ha tentato di annientare questo popolo tenace,invano ha tentato di sottomettere la sua forte volontà.Dalle ceneri è sempre risorta la fiamma più viva e più forte.Invano l’uomo ha tentato di estirpare la radice di questo popolo, ma la radice si perde nelle profondità del cielo,e si immerge nell’eternità di Dio.L’ebreo esiste perché esiste Dio.Essere ebreo è testimonianza della perfidia dell’uomo,è testimonianza di un’idea capace di modificare l’intera umanità.Antonio Tirri


Manifesti antisemiti all'Università cattolica di Milano

“Quei manifesti ci offendono in quanto cittadini di religione ebraica. Chiediamo all’Università e al rettore che vengano tolti”. Daniele Nahum, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, è indignato: i manifesti che da una settimana sono appesi nel cortile dell’Università Cattolica e che annunciano il convegno “Nazismo, sionismo e altri totalitarismi: alleanze taciute e verità scomode”, sono offensivi e inaccettabili. L’immagine che accompagna l’annuncio, per di più toglie ogni dubbio sulla matrice antisemita del convegno è la copertina del libro ” Il fez e la kippah” di Andrea Giacobazzi: due profili, quello di Mussolini, e quello caricaturale del “giudeo”, rappresentato secondo l’iconografia antisemita del primo Novecento – barba, naso adunco, orecchie a punta.Il manifesto è stato appeso negli spazi del gruppo studentesco della Comunità Antagonista Padana, una cellula del Movimento Universitario Padano, che ha deciso di staccarsi dal movimento vicino alla Lega Nord e organizzare, fra le altre cose, il convegno in programma per sabato 17 marzo all’Hotel Admiral di via Domodossola, a Milano.“In questo convegno si paragona il nazismo al sionismo. chi lo ospita si deve vergognare. spero che i proprietari dell’hotel lo facciano annullare” ha concluso Nahum.http://www.mosaico-cem.it/

Una domanda retorica

Dopo aver accusato gli ebrei di deicidio per avere condannato a morte Gesù Cristo, che era uno di loro e fu messo in croce dai Romani; dopo averli accusati di praticare riti con il sangue e sacrifici umani, sulla base di confessioni estorte con i più atroci supplizi da torturatori cristiani e cattolici; dopo averli accusati di essere più furbi degli altri mentre erano solo mediamente più colti, avendo osservato il precetto di istruirsi sin dall’infanzia per poter leggere e interpretare il loro Libro; dopo averli accusati di “voler sempre stare per conto loro” e di costituire un mondo a parte, accusa mossa proprio da chi li ha rinchiusi per secoli nei ghetti; dopo averli accusati di essere ricchi, avari e avidi, per poi sistematicamente derubarli del loro danaro, saccheggiando i ghetti e uccidendone gli abitanti; dopo averli aggrediti con i pogrom e le crescenti persecuzioni ovunque in Europa, fino ad averli scientificamente rastrellati in ogni dove, raccolti, trasportati e uccisi a milioni con il gas in campi di concentramento e di sterminio, per il solo fatto di appartenere a quel popolo; dopo averli accusati di avere coltivato e realizzato l’aspirazione a fondare un moderno Stato nazionale, come tutti gli altri popoli del mondo, e di volerlo fondare là dove essi avevano sempre mantenuto millenarie radici storiche, culturali e religiose; dopo averli accusati di essersi appropriati illegalmente di terre che invece avevano regolarmente acquistato e poi coltivato per decenni; dopo averli accusati di avere fondato uno Stato illegittimo, nell’unico caso al mondo in cui uno Stato è nato a seguito di una votazione delle Nazioni Unite; dopo averli accusati di essere un popolo espansionista e aggressore, per il solo fatto di aver imparato a difendersi da chi avrebbe voluto annientare il loro Stato e tutti i suoi abitanti; dopo averli accusati di essersi trasformati da vittime in carnefici, anzi di comportarsi “come i nazisti” nei confronti del popolo palestinese, mentre 1,7 milioni di arabi palestinesi godono in quello Stato di diritti che non sono garantiti in nessun altro luogo del Medio Oriente allargato; dopo aver ossessivamente e ottusamente reclamato la cancellazione dello Stato del popolo ebraico dalla carta geografica, e solo di quello, quasi che fosse l’unico indegno di esistere al mondo, tacendo su indicibili brutture, stragi, guerre e atrocità infinitamente più gravi perpetrate da moltissimi altri; dopo tutto ciò, sorvolando su molto altro ancora, mi chiedo e vi chiedo: quando l’umanità cesserà di inventare nuove scuse, nuove motivazioni, nuovi pretesti per odiare gli ebrei, per aggredire gli ebrei, per uccidere gli ebrei, possibilmente tutti gli ebrei ? Come recita il più celebre verso del più popolare poeta e cantante ebreo del ‘900... ”La risposta, amico mio, soffia nel vento. La risposta soffia nel vento”.di Alessandro Litta Modignani, http://restiamoliberali.blogspot.com/

martedì 6 marzo 2012


Il mondo perduto e ritrovato di Nadav Mann

Un Israele in bianco e nero, ma solare, pieno di speranze, di giovani ottimisti ed entusiasti di ciò che stavano costruendo con le loro mani: sono queste le immagini, dimenticata negli armadi e nelle scatole che un ex insegnante del kibbutz di Mehravia riporta alla luce e consegna al futuro. Con una semplice scansione. La National Library di Gerusalemme conserverà tutto questo inestimabile patrimonio.Ci sono molti modi per passare il tempo libero c’è chi gioca a tennis, e chi riprende con incontaminata passione la raccolta di conchiglie cominciata la prima volta che mise piede su una spiaggia. Nadav Mann, 65 anni, da una decina d’anni, passa il suo tempo libero percorrendo Israele in lungo e in largo. Ma non alla scoperta di luoghi mai visti, bensì alla ricerca di foto di un tempo ormai scomparso. Foto cioè di quella che nei pensieri di Mann, è stata l’età d’oro di Israele, quella dei primi anni della fondazione dello Stato, del kibbutz modello, dei giovani agricoltori pieni di vita, bruciati dal sole e dall’entusiasmo per ciò che stavano costruendo.Nadav Mann dunque è un cercatore di fotografie, un cacciatore di immagini: si muove in solitaria, da una città all’altra, da un villaggio all’altro, alla ricerca di un Israele che i giovani non conoscono, non vedono e non hanno mai visto. Un Israele che non esiste più e che secondo Mann rischia di essere dimenticato.Mann entra nelle case e spinge le persone a frugare nei cassetti, negli armadi, nelle scatole di scarpe dimenticate chissà dove. E quando finalmente il tesoro viene alla luce, Mann lo digitalizza. Non priva nessuno di quel tesoro, di quei ricordi, semplicemente li “ricrea” o meglio ancora li “ibernizza” in milioni di pixel.E’ così che, ormai da dieci anni passa il suo tempo Nadav Mann, ed è così che consegna al futuro un pezzo della storia di Israele che altrimenti nessuno vedrebbe più, di cui altrimenti si perderebbe la memoria (visiva).In dieci anni, senza alcun sostegno economico, l’ex-insegnante del kibbutz di Mehravia ha raccolto più di 100.000 immagini: quelle scattate in famiglia e quelle dei fotografi di professione; quelle in posa e quelle spontanee; quelle di personaggi famosi e quelle di perfetti sconosciuti. Prese tutte insieme esse ricreano un mondo, quello in cui lo stesso Mann è cresciuto.“Per risvegliare l’interesse verso qualcosa, specialmente nei giovani, c’è bisogno di immagini” sostiene Mann. E quelle immagini lui ha deciso di raccoglierle e di cominciare a mostrarle ai più giovani nel luogo per essi più naturale: un sito internet.

Dell’importanza di tutto questo lavoro di raccolta, ora si è resa conto anche la National Library di Gerusalemme che da qualche tempo ha cominciato a lavorare insieme a Mann per dare ordine e organizzazione alle migliaia di foto che in questi anni ha stipato dentro gli hard disks.“Vogliamo diventare il luogo che conserva tutto ciò che Nadav Mann ha raccolto in tutti questi anni e vogliamo proseguire con lui la raccolta delle immagini” ha dichiarato Hezi Amiur, uno delle curatrici delle collezioni della National Library.Anche in Italia, esiste un Nadav Mann, anzi molti Nadav Mann. Sono i numerosi volontari che da anni ormai lavorano all’archivio fotografico della Fondazione Cdec – a cominciare da Matilde Terracina, vera e propria “collega” dell’israeliano Mann; che da anni “agiscono” nello stesso identico modo di Mann: vanno nelle case, spiegano, ricordano. E con le foto finalmente “scoperte” e “ibernate”, raccontano altre epoche, altri mondi: quello dei nostri nonni, dei nostri bisnonni e trisnonni; i tanti e diversi mondi degli ebrei italiani del “breve” Novecento. Un mondo anche quello in bianco e nero, anche quello pieno di fascino, e di speranze. E foto, anche queste, di incantevole bellezza. Sempre, comunque.http://www.mosaico-cem.it/

Egitto: nuovo attacco a gasdotto nel Sinai diretto in Israele

Il Cairo, 5 mar. – (Adnkronos/Aki) – Nuova esplosione nel gasdotto che collega l’Egitto ad Israele. L’attacco, avvenuto oggi nell’area di al-Arish, nella parte settentrionale della penisola egiziana del Sinai, e’ stato eseguito da un gruppo di uomini armati a volto coperto. Lo ha riferito l’agenzia d’informazione ‘Xinhua’, secondo cui non ci sono state rivendicazioni finora per l’esplosione. Sono oltre dieci gli attacchi portati al gasdotto dalla caduta dell’ex rais Hosny Mubarak lo scorso febbraio. Secondo le autorita’ egiziane la responsabilita’ di questi attacchi e’ di militanti locali che protestano contro l’accordo firmato nel 2008 che garantisce per 15 anni esportazioni preferenziali di gas in Israele.

Israele, emergono le prime difficoltà per l’accordo con Finmeccanica

Emergono oggi nuovi dettagli sull’accordo tra il governo israeliano, ed il governo italiano per la fornitura di aerei da addestramento alle forze armate di Tel Aviv. Lo scorso bebbraio era trapelata la notizia che , partecipata , avrebbe fornito all’Israeli Air Force il nuovissimo addestratore , dopo aver battuto il T-50 di produzione coreana. Il valore totale della vendita è di 1 miliardo di dollari, soldi che tuttavia non entreranno direttamente nelle casse di Alenia Aermacchi.L’accordo prevede infatti da parte italiana l’acquisizione di 1 miliardo di dollari di tecnologie israeliane come “compensazione”. Fonti interne del ministero della Difesa di hanno confermato che, oltre ai velivoli per la guerra elettronica Gulfstream di cui già si era parlato, l’ è pronta ad acquistare un satellite spia elettro-ottico chiamato Ofeq. Il controvalore tecnologico è di 760 milioni di dollari per i due velivoli e 200 milioni di dollari per il satellite di seconda generazione.Il ministero della Difesa di Roma ha confermato a Defense News che l’Italia ha in progetto di lanciare il satellite in orbita nel 2014. Le stesse fonti, inoltre, hanno sottolineato come l’acquisto del satellite implica anche il trasferimento al nostro Paese di tecnologia all’avanguardia, di cui le nostre imprese, tra cui Telespazio, altra partecipata Finmeccanica, potranno beneficiare.Da parte israeliana emergono però forti dubbi sull’effettiva realizzazione dell’accordo di vendita in tempi brevi. L’Italia dovrebbe pagare 200 milioni di dollari appena riceverà il primo dei Gulfstream. Tuttavia, a Tel Aviv molti sono preoccupati che l’attuale situazione finanziaria del Belpaese costringa Roma a rimandare un esborso così consistente, causando uno stop dell’accordo. Preoccupazioni alimentate anche dal parziale dietro front italiano sul programma F-35. Gli ostacoli alla realizzazione dell’accordo non si fermano però qui.Secondo i termini dell’intesa, Israele pagherà gli M-346 in quattro fasi. Il 50% del costo dovrà essere finanziato da Aermacchi attraverso un prestito privato, i cui termini di rientro dovranno essere concordati con Tel Aviv, dato che sarà poi il governo israeliano a pagare le rate. Un quarto dei fondi dovrà invece essere finanziato dagli aiuti militari statunitensi. I questo caso parte dei componenti degli M-346 dovrà essere di fabbricazione americana. La parte restante sarà finanziata per metà dal bilancio ordinario del ministero della Difesa israeliano e per metà attraverso un prestito che quest’ultimo accenderà presso istituti bancari nazionali.La complessità dell’accordo è evidente e pone seri dubbi che esso possa essere ratificato dalle parti entro l’estate come vorrebbe Israele. Nel frattempo, una delegazione di Alenia Aermacchi si è recata la scorsa settimana a Tel Aviv per trattare con l’Israel Aerospace Industries, l’azienda che si occuperà della manutenzione degli M-346. Piccoli passi per superare le difficoltà di un accordo che pare essere troppo complesso per riuscire a decollare.http://www.meridianionline.org/