venerdì 8 aprile 2011


La tregua annunciata da Hamas non regge nemmeno un giorno: pioggia di razzi su Israele

E la tregua che fine ha fatto? Dov’è finita la dichiarazione di Hamas & Co. di giovedì sera – ieri – in cui veniva annunciata la moratoria di razzi contro Israele? Ecco, quella dichiarazione s’è squagliata sotto il sole del deserto del Negev. Dove, in pochi minuti, sono piovuti almeno dodici razzi nella provincia di Eshkol, a ridosso del confine con la Striscia di Gaza. Non ci sono stati feriti, ma solo danni materiali. Per sicurezza l’amministrazione locale ha deciso di evacuare la scuola dove durante il lancio di mortai si trovavano più di 400 alunni. I piccoli sono stati scortati dalle forze di sicurezza israeliane e portati in zone con sistemi anti-missili. E intanto nel Negev israeliano è l’ennesimo giorno di paura e incertezza sull’esito di questo botta e risposta tra Hamas e Stato ebraico. Mentre non s’è ancora dissolta la paura per il razzo che ha centrato uno scuolabus giovedì sulle strade israeliane. Come sempre, in un copione che ormai si ripete immutato da giorni, l’esercito di Gerusalemme ha risposto con i radi aerei. Una donna palestinese sarebbe rimasta uccisa a Farrahin (nei pressi di Khan Yunis), mentre i suoi due figli sarebbero stati feriti e trasportati in ospedale. Sale così a otto, secondo l’agenzia stampa Maan News, il bilancio dei palestinesi uccisi da ieri a Gaza dal fuoco israeliano. 8 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/



Razzo di Hamas colpisce scuolabus. Altro giorno di guerra tra Gaza e Israele È stata, per fortuna, una strage sfiorata. Ma quel ch’è successo contribuisce a riportare in primo piano la paura, la tensione e il terrore. E ricorda agl’israeliani i periodi delle esplosioni nei mezzi di trasporto pubblico. Un sofisticato razzo anti-carro sparato dalla Striscia di Gaza verso il deserto del Negev israeliano ha centrato uno scuolabus nei pressi del kibbutz Nahal Oz. Un ragazzo di 16 anni è rimasto ferito in modo grave. Ma poteva essere la miccia di un conflitto armato senza precedenti. Perché il missile ha mancato di pochi minuti un gruppo di altri 30 studenti, scesi alla fermata prima. Un attacco senza precedenti che ha spinto l’amministrazione americana a condannare l’atto e ad alzare la voce con l’Autorità nazionale palestinese. Israele, invece, ha fatto quel che di solito fa in questi casi: rappresaglie, dalla terra e dal cielo, sul confine con la Striscia, controllata dagli islamico-radicali di Hamas. Il bus giallo-verde è stato colpito in pieno su un fianco. Un tiro al bersaglio deliberato, secondo i servizi di sicurezza israeliani, date le dimensioni e le tinte accese del veicolo. Un tiro che solo per un caso fortuito si è abbattuto su un mezzo semivuoto, crivellando di schegge (anche alla testa) il solo passeggero rimasto, un adolescente, ferendo alle gambe l’autista, frantumando i finestrini e facendo volare i pupazzi lasciati a bordo per gli scolari più piccoli. I soccorritori del Magen David hanno raccontato d’aver trovato il ragazzo ferito privo di conoscenza, in una pozza di sangue, e di averlo rianimato prima del trasbordo in elicottero verso l’ospedale. L’allarme, nel frattempo, era scattato in tutte le località di confine, fra sirene e corse nei rifugi. Intanto iniziava la replica israeliana. Una replica durata per ore e degno di un bollettino di guerra: prime ritorsioni dell’artiglieria e degli elicotteri israeliani, quindi una pioggia di razzi e colpi di mortaio dalla Striscia (inclusi due missili Grad intercettati per la prima volta in volo, alle porte della cittadina costiera di Ashkelon, da una batteria del neonato sistema anti-missile “Iron Dome”). Infine nuova orgia di raid aerei su Gaza City e Rafah (al confine con l’Egitto). Secondo i primi bilanci cinque persone sarebbero state uccise e numerose altre ferite nell’enclave palestinese. Ma c’è anche una casa danneggiata a Ein Hashelosha (sud Israele). A Gaza, fra gli obiettivi colpiti dagli F-16 dallo Stato ebraico, si segnalano installazioni delle Brigate Qassam (braccio armato di Hamas) e di altre fazioni radicali. Fazioni che avevano giurato vendetta dopo la recente “esecuzione” di due miliziani di spicco in un’incursione aerea israeliana seguita all’improvvisa recrudescenza di tiri dalla Striscia delle settimane precedenti. Ad aggravare la percezione israeliana dell’accaduto c’è poi il fatto che l’attacco è stato eseguito con un lancia-razzi (o Rpg): uno strumento letale, a puntamento laser, che – secondo voci circolate nella stessa Gaza – potrebbe far parte di uno stock di armi nuove di zecca, di fattura o provenienza iraniana. E’ la qualità delle armi a tormentare Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, durante la visita ufficiale a Praga, ha detto che lo Stato ebraico non esiterà a «intraprendere ogni azione necessaria, offensiva e difensiva, per proteggere il Paese e i cittadini». Il presidente Shimon Peres ha chiesto dalla sede dell’Onu un intervento internazionale contro l’escalation. Mentre il ministro della Difesa Ehud Barak ha dato ordine alle forze armate di «reagire rapidamente e con tutti i mezzi utili». Fra le possibili reazioni militari d’Israele, l’esercito sta pianificando di schermare la linea di demarcazione con la Striscia con elementi come collinette artificiali, filari di alberi, palizzate. La giornata è finita con l’ennesima giravolta di Hamas. In tarda serata i miliziani hanno annunciato di avere raggiunto un accordo con altre fazioni palestinesi per una «tregua immediata per arrestare l’escalation sionista» dopo un giro di telefonate del numero uno di Gaza, Ismail Haniyeh. La Jihad Islamica lo ha confermato alla agenzia Afp. Poco prima il presidente palestinese Abu Mazen si era appellato alla comunità internazionale invitandola a intervenire per fermare i raid. 7 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/


Smantellata cellula terroristica filo Hamas

I servizi di sicurezza israeliani, dello Shin Bet hanno reso noto che Una cellula filo-Hamas composta da almeno cinque attivisti islamici arabi residenti nell’area di Gerusalemme est e dintorni è stata smantellata nelle ultime settimane Secondo lo Shin Bet i cinque pianificavano una serie di attentati nell’area di Gerusalemme. Stando all’inchiesta, finora coperta dal segreto, il gruppo si sarebbe costituito tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, all’epoca dell’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli integralisti di Hamas. E proprio a Hamas si sarebbe rivolto per avere assistenza. Secondo lo Shin Bet, la cellula ha in seguito incassato da Hamas un finanziamento di 10.000 dinari giordani – consegnati da un incaricato di Gaza a Jihad Atun, uno dei componenti del quintetto – oltre alla promessa di altri 20.000 dinari. Fra le iniziative messe in cantiere dal gruppo, vi sarebbe stato un attacco sul modello della sanguinosa sparatoria contro la yeshiva (scuola rabbinica) Mercaz Harav nella quale, un paio di anni fa, furono uccisi a Gerusalemme 8 studenti ebrei ortodossi. Il primo dei cinque sospetti finito in manette risulta essere stato un fratello di Jihad Atun, arrestato sin da febbraio con l’accusa d’avere confezionato l’ordigno rudimentale poi esploso in un cassonetto dell’immondizia lungo la strada che porta all’insediamento ebraico di Ghilo: episodio costato a un netturbino l’amputazione di alcune dita.http://moked.it/



bananeto in Galilea
E infatti... siamo tutti coloni IIn riferimento al dibattito sviluppatosi su queste colonne è necessario gridare a gran voce: "E infatti siamo tutti coloni". Tra le tante e svariate motivazioni basta sottolinearne una per tutte. Il fatto che gli arabi non si accontentano della cosiddetta West Bank, o Giudea e Samaria che dir si voglia, e che di conseguenza richiedono il ritorno dei profughi che abbandonarono il Paese nel 1948. Questi profughi che per sessantatre anni sono stati fatti rimanere volutamente dai loro "fratelli" arabi nei cosiddetti campi profughi come leva per far pressioni su Israele, vorrebbero riprendersi le case che abbandonarono nel 1948 non solo a Giaffa e a Haifa, ma anche quelle del villaggio di Shekh Munis su cui è stata costruita l'Università di Tel Aviv, così come quelle nel bel mezzo del quartiere di Talbyye nella zona ovest di Gerusalemme dove si trova adesso la residenza ufficiale del Presidente dello Stato. La quantità di persone raggiunta oggi da questi profughi perenni con tutti i loro discendenti ed affini raggiungerebbe oggi svariati milioni di individui che sommergerebbero completamente Israele. Ecco perché infatti l'Autorità Palestinese, parlando in maniera politically-correct, pone sempre come conditio sine qua non per qualsiasi tipo di accordo la soluzione del "problema profughi". Andrea Yaakov Lattes, Università Bar Ilan, http://www.moked.it


Chi non siamo Il Tizio della Sera si è accorto di dire un sacco di parolacce senza saperlo: mentre parla con qualcuno, oppure ragiona dentro di sé, ecco che lui dice: caz...vaff...stro...E' eloquio "naturale". Lo fa anche ragionando a voce alta in una stanza dove è solo. Dice parolacce senza saperlo persino mentre parla confidenzialmente con il Creatore, la sera prima di dormire: "Scusa, Signore, ma quello è un grande stro.. te lo dico io.". L'altro giorno il Tizio se n'è accorto e ha riso. Ma non pensava alle parolacce, lui si credeva che lo sbaglio fosse di aver pensato che il Signore che sa tutto non sapesse di già che quello lì è un grande stron-eccetera. Il Tizio pensa di essere così abituato ad avercela con qualcuno, che dice stro e vaff anche quando è calmo e dice parolacce senza motivo. Sono parole andate a male, automatiche, come se la rabbia andasse in discesa e continuasse a correre per inerzia, marcita, un'ora dopo, un giorno dopo, un anno dopo. Il Tizio ha notato che non è l'unico a fare così, molti fanno così, e per qualche giorno è stato veramente soddisfatto. Poi ieri mattina, mentre con rispetto parlando era in bagno, ha pensato: le parolacce automatiche sono mancanza di controllo. Quando uno le dice-pensa, non sa che le sta pensando-dicendo; e chi siamo se non sappiamo cosa stiamo facendo? si è detto il Tizio dimenticando di essere seduto in bagno. Chissà come succede che crediamo di essere noi a dire una cosa, mentre magari è stato un altro e noi la ripetiamo e basta, ha pensato undici ore dopo il Tizio, mentre infornava le Lasagne della Findus, che poi gli amici gli dicono bravo, mentre le ha fatte Mario Findus. La stessa cosa delle parolacce, secondo il Tizio, succede con le idee politiche che uno sforna come lasagne, senza accorgersi che le ha fatte Mario Berlusconi. Ma lasagne a parte, la differenza fra parolacce e idee politiche è che invece di dire stro...vaff...cazz...uno dice Bush e Obama, con la scusa che non sono parolacce, ma idee tirate addosso per far male, mentre le lasagne le mangi, mica le tiri addosso. Se uno spiega: "Lo ha detto Obama, ma lo aveva detto Bush", non è chiarimento, ma un modo di dire a quello di fronte: "Tu e Obama siete due colossalI stro...". Se invece uno spiega: "Lo ha detto Bush e guarda come siamo ridotti", è per dire: "Sei cieco e non vedi neanche che faccia di cu...avete Bush e specialmente tu". Ma poi, uno pensa di pensare e invece è pensato da dei pensieri. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


Tel Aviv -jazz di strada

In Israele tutti conoscono, e usano, l'espressione ebraica "èin lì achòt". Quando Tizio sparge pubblicamente la notizia che "la sorella di Caio fa la puttana", Caio ha un bel dire "ma io sono figlio unico, non ho una sorella (èin lì achòt)" – il danno di immagine è stato creato. Vai ora a dimostrare che non hai una sorella. La gente non ci crede, o ci crede a metà, e poi la notizia iniziale è apparsa con titoloni su tutte le prime pagine e la smentita appare a pagina 18 in corpo minuscolo (o magari non appare per niente perché un quotidiano come il New York Times dice che la politica editoriale non è sindacabile). E poi dove c'è fumo, deve esserci arrosto. In breve, il danno di immagine è stato creato ed è irreversibile, come ben sapeva Goebbels che diceva: denigrate, denigrate, qualche cosa rimarrà. Ora il Giudice Richard Goldstone dice che se avesse saputo allora quello che sa oggi, il suo famoso rapporto in cui accusava Israele di avere compiuto crimini contro l'umanità durante la guerra di Gaza due anni fa sarebbe stato diverso (vedi anche Pagine Ebraiche, 2009, n. 1, p. 23). Scrive Richard Cohen sul Washington Post che il fatto che il rapporto Goldstone sia stato accettato da tutto il mondo dimostra come il prestigio morale di Israele sia crollato ai minimi livelli. La verità, invece, è che questo rivela il livello di acuto pregiudizio che esiste in tutto il mondo nei confronti di Israele. È anche vero che Israele ha compiuto un errore imperdonabile quando ha deciso di non collaborare con la commissione d'inchiesta. Ma il danno che Goldstone e i suoi compari hanno causato all'immagine di Israele è stato fatto, ed è danno irreversibile. Goldstone avrebbe dovuto riflettere prima e non dopo sull'evidente parzialità della commissione da lui presieduta, e sull'evidente distorsione dei fatti portati a sua conoscenza. Goldstone ha tradito la sua missione di giudice e si è comportato da irresponsabile. Anzi diciamolo a chiare lettere: da imbecille. Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/


Un amore improbabile e inatteso. Un amore che sa curare di Aharon Appelfeld Ernest ha settant’anni, Irena appena la metà. Lui, reduce da un’operazione, ha bisogno di assistenza, lei di prendersi cura di qualcuno dopo la morte dei genitori, di cui coltiva il ricordo e continua ad accudire con un’attenzione meticolosa gli oggetti, i vestiti, la casa. Due mondi, due solitudini, due generazioni incalzate dalla Storia e approdate in Israele quasi per caso, dopo lunghe peregrinazioni: Irena è nata a Francoforte dopo la Liberazione, in un campo di smistamento; Ernest, abbandonata Czernowitz al seguito dell’Armata rossa, è riuscito ad arrivare in Italia e da lì a imbarcarsi su una nave che raccoglieva profughi, ma ha lasciato dietro di sé tutta la sua famiglia. Inatteso e improbabile, l’amore muta nel profondo le loro esistenze: in quella di Irena porta parole, le parole che Ernest cerca strenuamente nella sua lotta quotidiana con la scrittura; in quella di Ernest la luce, l’armonia che irradiano da lei, dalla sua fede semplice e dai suoi gesti premurosi. Attenzioni che, come le pietanze leggere e nutrienti che Irena gli prepara, riescono a sottrarlo alla cupezza che talvolta lo assale, e lo riconciliano a poco a poco con il proprio passato: i genitori respinti e abbandonati troppo presto, i nonni e l’atmosfera incantata dei Carpazi, il Dio dei padri. Per Ernest la presenza di Irena diventa una porta verso la vita nella sua concretezza; grazie a lei riuscirà a conquistare quella prosa limpida ed essenziale, fatta di parole «contate» come quelle della Torah, che «si possano porgere come una fetta di pane o una brocca di latte», e a diventare finalmente uno scrittore.http://www.illibraio.it/


Il Maccabi e le Final Four C’è una squadra di basket che è una leggenda dello sport. Europeo e non. Si chiamaIl Maccabi Tel Aviv . Ha vinto 5 volte la Coppa dei Campioni di basket. Ha prodotto giocatori fantastici ed ha riassunto intorno a sé lo spirito di un popolo eternamente in lotta per continuare ad esistere. Ricco e competente, il Maccabi Tel Aviv è un esempio e quando alza la voce nel mondo del basket europeo tutti lo ascoltano. Per la settima volta negli ultimi 11 anni si è qualificato alle Final Four dell’Eurolega, in programma a Barcellona dal 6 all’ 8 maggio. Ma proprio l’8 maggio in Israele si ferma tutto perché si celebra la giornata del Ricordo dei caduti e delle vittime del terrorismo di Israele. Si chiama Yom Hzriakon. Dunque se la squadra si dovesse qualificare per la finale, prevista proprio l’8 maggio non scenderà in campo per rispetto della festività nazionale. Il Maccabi ha perciò chiesto all’Eurolega di anticipare la finale al sabato, cioè al 7, ma per far questo bisogna mettere d’accordo tv, sponsor, organizzazione e le altre squadre coinvolte nelle Final Four. Conoscendo la determinazione e la serietà di quelli del Maccabi non c’è da dubitare che in caso di rifiuto da parte dell’Eurolega, gli israeliani non si presenterebbero nemmeno alla semifinale. E questo sarebbe una sconfitta, non solo per il basket ma per tutto il mondo dello sport che, ancora una volta, dimostrerebbe di non poter esistere senza il denaro di sponsor e tv. Il mondo dello sport, ad altissimo livello, ha costi elevatissimi ed è entrato nella logica dello spettacolo globale. Perciò, per coprire quei costi serve la pubblicità, serve la tv, servono gli sponsor. La richiesta del Maccabi appartiene ad un’altra epoca, però ha ragione di essere perché anche il grande circo dello sport deve portare rispetto per le identità nazionali. Sarà interessante vedere quale decisione verrà presa per capire se in qualche parte del mondo sportivo palpita ancora un’anima.6 aprile http://www.iljournal.it/ di edoardo lubrano



È Yom Hazikaron, anticipata la finalissima di Eurolega Alla fine ha vinto il buon senso. E così la richiesta del Maccabi Tel Aviv di spostare l'orario della finalissima per fare in modo che non coincida con Yom Hazikaron, ricorrenza in cui viene reso omaggio ai soldati uccisi e alle vittime del terrorismo, è stata accolta dal comitato organizzatore della Final Four di Eurolega in programma a Barcellona dal 6 all’8 maggio. La finalissima si svolgerà quindi alle 16.30 (17.30 ora di Israele) e non più alle 20.45 inizialmente previste. Il club di Tel Aviv aveva minacciato di disertare la Final Four se le sue richieste non fossero state accolte visto che in occasione di Yom Hazikaron è vietata la pratica di attività sportive in segno di rispetto per la solennità della giornata. Soddisfazione è stata espressa da dirigenti e staff tecnico del Maccabi. “Sono grato ai nostri dirigenti che hanno lavorato duro per risolvere il problema – spiega l’allenatore David Blatt – ma anche alla Federazione che ci è venuta incontro facendo la cosa che era più giusto fare in questo momento”. Risolta la controversia organizzativa, il quintetto israeliano dovrà ora prepararsi al meglio per conquistare l’accesso alla sfida che mette in palio l’Europa del basket. Il nome della squadra contro cui duellare in semifinale sarà noto questa sera al termine dello spareggio che nei quarti di finale del torneo vede opposte Real Madrid e Valencia. Comunque vada una sfida in salsa spagnola. Adam Smulevic hhttp://www.moked.it/

La chance di Gerusalemme


Per non restare isolato, Israele deve ritrovare la Turchia e imparare a parlare con la piazza araba Non è difficile comprendere le ragioni dell’apprensione con cui Israele – tutto Israele non soltanto il governo – guarda alla rivolta araba. La prima, mai rilevata ma stranamente intuita dal rais siriano Bashar el Assad, è che con un ritardo di trent’anni la Guerra fredda è finita anche in medio oriente. E’ finito quell’equilibrio tra i campi che la Guerra fredda, anche per merito di Henry Kissinger, era riuscita a imporre nella regione. Non a caso, i tre regimi strategici (la Tunisia non lo è, è sempre stata periferica) che sono crollati o che sono in procinto di farlo – Egitto, Siria e Yemen – sono nati e si sono rafforzati grazie alla politica estera dell’Unione Sovietica dopo il 1956. Questi tre paesi sono diventati “socialisti” negli anni Sessanta e sono sopravvissuti per decenni (la Siria continua tuttora) grazie alle poderose forniture militari e agli aiuti economici e diplomatici dell’Unione Sovietica (anche il colonnello libico Muammar Gheddafi senza l’Urss e senza i suoi Mig non sarebbe mai sopravvissuto alle convulsioni che il suo regime ha vissuto). Certo, l’Egitto nel 1972 e lo Yemen più recentemente hanno cambiato fornitore e campo, ma la struttura di questi tre regimi, economia inclusa, continua a essere quella impostata nella fase “socialista” degli anni Sessanta. L’intera area mediorientale – incluso il programma atomico dell’Iran – dopo una parentesi di un decennio ha continuato a essere dominata dalla ripresa da parte di Mosca della tradizionale influenza sovietica, quantomeno sino alla rivolta araba attuale. In un’intervista a Repubblica del 10 maggio dello scorso anno, un Assad per una volta perspicace ha irriso il presidente americano, Barack Obama, per la sua mancanza di comprensione del contesto mediorientale, e ha aggiunto: “I russi non hanno mai creduto che la Guerra fredda fosse finita. E neppure noi. Ha soltanto cambiato forma, si è evoluta con il tempo. La Russia sta riaffermandosi. E la Guerra fredda è la normale reazione al tentativo americano di dominare il mondo”. Israele ha goduto sinora di quella ricerca di equilibrio algebrico tra le potenze su scala regionale che la Guerra fredda (era il suo unico aspetto positivo) era riuscita a conseguire su scala planetaria. I negoziati di pace con l’Autorità nazionale palestinese sono stati influenzati sinora dalla certezza della propria forza inattaccabile. Quel quadro oggi si è frantumato. Le incognite sul governo futuro di Egitto, Libia, Yemen e forse anche Siria (per non parlare della catastrofica ipotesi di un improbabile crollo del regime saudita) fanno saltare equilibri e controequilibri e costringono Israele ad aggiustamenti strategici veloci. Ma la rapidità d’analisi e di proposte innovative non è facile da conquistarsi dopo 40 anni di quadro stabile. Dunque Israele deve prepararsi a calibrare i suoi rapporti di forza nei confronti dei paesi arabi senza avere alcun punto fermo e consolidato – novità assoluta – nella certezza della imminente e apocalittica minaccia atomica iraniana che è tale in quanto la Russia ha scelto di renderla possibile, in una logica appunto di Guerra fredda (di una miopia devastante, anche per gli interessi russi). Il quadro mediorientale è oggi caratterizzato da un’instabilità improvvisa e fluida, che avrà un probabile esito per Israele: l’incremento della minaccia terroristica dentro i suoi confini (se ne sono già visti i prodromi), dal Libano e da Gaza. Ma le Brigate al Qassem, così come Hamas e Hezbollah, non potranno costituire una minaccia esiziale per Israele. Scriveranno nuove pagine di sangue, imporranno sempre più minuziose e moderne difese missilistiche, obbligheranno a nuovi raid, ma Tsahal ha ampi mezzi per contenerle, contrastarle, e anche distruggerle, se mai Gerusalemme lo decidesse. Non c’è nessun pericolo però che il nuovo governo egiziano (o quello che potrebbe prendere il posto del Baath siriano) possa minacciare l’esistenza di Israele con guerre tradizionali. Anche se il prossimo premier del Cairo fosse Muhammed Badi, antisemita e fanatico leader dei Fratelli musulmani (e non sarà così, il pericolo islamista in Egitto è sopravvalutato), l’esercito egiziano non potrà neanche fingere un’aggressione a Israele. La ragione è semplice: dal 1979 in poi l’esercito egiziano ha cessato di essere strutturato per guerre d’aggressione. E’ tanto imponente (450 mila soldati) quanto inefficiente e obsoleto, e soprattutto può fare la guerra solo col totale e pieno accordo di Washington, che controlla i suoi ricambi, i suoi arsenali e anche – personalmente – estende la propria “catena di comando” sul suo stato maggiore (a partire dall’attuale capo di stato ad interim, il generale Hussein Tantawi). Meno ancora una minaccia bellica può arrivare da una Siria (magari governata, per paradosso – ma non sarà così – dai Fratelli musulmani dopo l’auspicabile collasso degli Assad) armata tuttora – e malamente – dalla Russia. Questa è la stessa Siria che già diede pessima prova sul campo – nonostante avesse un vantaggio psicologico e militare immenso – quando aggredì Israele sul Golan nel 1973. Avendo sempre presente il pericolo del nemico strategico che è l’Iran, Israele ha sì da temere una ripresa del terrorismo, problema non da poco, ma gode di una tale deterrenza militare che scoraggia qualsiasi ipotesi di aggressione bellica tradizionale. Ma Israele, se smette di lamentarsi per quel che è accaduto come ha fatto sinora – esercizio sterile, anche se comprensibile – ha ora anche due formidabili nuove linee d’azione da intraprendere per reagire in attacco al nuovo quadro regionale. La prima opportunità è quella di capovolgere la grave crisi che si è aperta – non soltanto per sua responsabilità, ma anche per sua responsabilità – con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. E’ infatti imperativo che Israele dismetta la sua non intelligente “faccia dell’armi” nei confronti di Ankara e che offra piuttosto una prospettiva “Westfalia”. Se Gerusalemme smettesse di tenere troppo orgogliosamente il punto sulla questione della Mavi Marmara, la nave che voleva violare l’embargo su Gaza e che è stata fermata con un blitz militare di Israele l’anno scorso – un esempio di disastrosa incompetenza militare, pur con ragione piena sul punto politico; se comprendesse che è suo interesse concordare con Ankara tempi e modi di una nuova sistemazione delle aree di interesse regionali; se ricordasse che il “sogno” turco non è affatto distruggere Israele, ma tornare a esercitare egemonia (soprattutto economica) sulla Siria, “perla” del dominio ottomano, Gerusalemme potrebbe tornare a quella sostanziale alleanza con lo stesso Erdogan che si era addirittura rafforzata dal 2002 sino all’operazione “Piombo fuso” a Gaza del 2009 (nel 2003 è stata la flotta turca a proteggere Israele sulle sue coste per evitare eventuali rappresaglie di Saddam Hussein attaccato dagli Stati Uniti). L’alleanza si era rafforzata anche con forniture militari incrociate (addirittura con grandi manovre militari della Nato congiunte) e con la collaborazione fra servizi segreti. L’alleanza oggi si è incrinata a fronte delle avventuristiche aperture di Erdogan a Hamas, che però possono essere disinnescate con un tavolo di trattative in cui Gerusalemme discuta con il premier turco – senza alcuna perdita di sovranità – dell’equilibrio tra le proprie indubbie ragioni di sicurezza e le altrettanto indubbie esigenze umanitarie che concernono Gaza (che Israele sottovaluta con troppo orgoglio). Erdogan è oggi nella posizione di soppiantare gli sterili egiziani Omar Suleiman e Hosni Mubarak nella triangolazione con il leader dell’Anp, Abu Mazen. Certo, la sua posizione risente delle sue origini islamiste e le sue aperture di credito all’Iran sono sospette, ma Erdogan non è un dittatore, è il leader democratico di un paese democratico. Israele può offrire alle legittime aspirazioni di egemonia regionale di Ankara ben più di quanto non offra la spregiudicata triangolazione con Teheran sul nucleare (in compagnia del Brasile). Israele puo dunque sparigliare, riconoscendo alla Turchia un ruolo di supplenza a un Egitto catatonico. Persino il presidente americano, Barack Obama, e il segretario di stato, Hillary Clinton, lo possono capire. E’ l’unica possibilità, peraltro, per evitare di dovere agire in difensiva, a fronte di quella proclamazione unilaterale di indipendenza della Palestina che un disperato Abu Mazen si prepara a giocare e che Gerusalemme può contrastare soltanto a livello di trattati cartacei. Ma questa possibile e auspicabile forte correzione della sua politica estera porta alla svolta cruciale. Oggi la “piazza araba” è “scalabile”, il suo consenso o dissenso non sono più manovrati a piacere da regimi che hanno sempre giustificato corruzione e malgoverno scaricandone le colpe su Israele. Oggi in Egitto e Tunisia e un domani prossimo in Yemen, Libia e fose anche Siria, Israele può e deve parlare abbandonando quell’atteggiamento di assoluta permeabilità e autosufficienza che l’ha contraddistinto dal 1967 (non prima) in poi. Israele dovrebbe ricordare che per cinquanta anni tutti i suoi massimi dirigenti sionisti, a iniziare da Cahim Weizman, per finire con David Ben Gurion e Moshe Dayan, hanno considerato l’interlocuzione con le “masse arabe” un elemento fondamentale della politica estera di Israele. Basta leggere le parole che Moshe Dayan pronunciò il 30 aprile 1956, sul feretro del suo più caro e intimo amico, quasi un fratello, Ro’i Rothberg, responsabile della sicurezza del kibbutz Nahal ’Oz, ucciso dai palestinesi: “Non biasimiamo, oggi, gli assassini di Ro’i. Che cosa possiamo obiettare al loro implacabile odio nei nostri confronti? Ormai da otto anni vivono nei campi profughi di Gaza, e ci guardano fare nostri le loro terre e i loro villaggi, in cui vivevano al pari dei loro progenitori. Non sugli arabi di Gaza, ma su noi stessi dobbiamo trovare le macchie del sangue di Ro’i. Perché abbiamo chiuso gli occhi e cercato di non guardare in faccia la nostra sorte, riconoscendo il destino della nostra generazione in tutta la sua brutalità? Possiamo dimenticare che questo nostro gruppo riunito a Nahal ’Oz porta sulle spalle i pesanti cancelli di Gaza? Oltre il confine rumoreggia un mare di odio e sete di vendetta, in attesa del giorno in cui la quiete ottunderà la nostra vigilanza, in attesa del giorno in cui daremo ascolto agli inviati dell’ipocrisia malevola del segretario delle Nazioni Unite, che ci chiede di abbandonare le armi. Siamo la generazione degli insediamenti, e senza l’elmetto sul capo e il fucile a portata di mano non potremo piantare un albero né costruire una casa. Non dobbiamo avere paura di guardare in faccia l’odio che consuma gli arabi da cui siamo circondati. E’ il destino della nostra generazione”. E’ un atteggiamento omerico, la piena, sofferta, sconvolgente comprensione delle ragioni del nemico che ti uccide il fratello, la stessa pietas che portò il 19 novembre 1977 Golda Meir ad accogliere all’aeroporto di Lod l’allora presidente egiziano, Anwar el Sadat, per portarlo a parlare alla Knesset con queste parole: “Noi vi possiamo perdonare per avere ucciso i nostri figli. Ma non vi perdoneremo mai per averci portato a uccidere i vostri figli”. Da allora, soprattutto dopo che Sadat pagò con la sua vita quel gesto di pace, Israele ha vissuto circondato da un muro di odio e volente o nolente ha dovuto parlare soltanto a se stesso ed è sopravvissuto soltanto minacciando. Ma già con la guerra del Libano del 2006 Gerusalemme ha dovuto comprendere che non può e non potrà più basarsi soltanto sulle sue forze e sulle sue lontane alleanze e ha dovuto chiedere a Italia e Francia che muovessero l’Onu per creare una zona cuscinetto – la forza Unifil – nel sud del Libano. Però Israele non vuole prendere atto della propria interdipendenza, della impossibilità di “fare da solo”. Si dimostra sempre più cieco di fronte alla necessità di competere con media arabi ormai sofisticati e aggressivi (al Jazeera e al Arabiya) sul fronte dell’opinione pubblica europea (la decisione di impedire l’accesso ai media durante “Piombo fuso” fu autopunitiva). Ma ora l’opinione pubblica araba (e turca) non è distante e secondaria per Israele come quella europea. Da oggi in poi formerà i propri governi e concorrerà a determinare le politiche nei confronti di Israele. E’ un interlocutore privilegiato dei governi di Gerusalemme, che si devono muovere e devono parlare – per la prima volta in 50 anni – come facevano Ben Gurion e Weizmann sino al 1956, pensando anche alla “piazza araba”, che ora urla “dignità” e non “jihad”. Questo è il punto. Wikileaks ha distrutto su questo fronte tutto il tessuto negoziale con l’Anp. Israele ne prenda atto, si renda conto che disegnare una nuova dinamica di equilibri nella regione gli impone costi e riveda le sue posizioni su un punto: abbandoni gli insediamenti che intende preservare per pure ragioni demografiche (non pochi) e si irrigidisca soltanto su quelli determinanti per la propria sicurezza. Offra quindi generose compensazioni territoriali. Gli altri punti – Gerusalemme e rifugiati – non sono negoziabili (oltre quanto concesso da Ehud Barak a Tabas nel 2000), ma in un certo senso vanno “negoziati” con quella opinione pubblica araba e turca ora “scalabile”. Israele spieghi a gran voce quanto è disposto a indennizzare i cosiddetti “profughi”, si faccia carico (con Washington) economicamente e con gesti plateali del mantenimento di Sabra e Chatila e degli altri campi. Invii tonnellate di latte in polvere a Gaza. Ricordi l’intimo rispetto per il nemico che animava Moshe Dayan. E lo trasformi in una grande, duratura, campagna mediatica. FOGLIO QUOTIDIANO di Carlo Panella


Dalì e l'ebraismo: la serie Aliyah Di Salvador Dalì si dice da sempre tutto e il contrario di tutto, ma questa ancora non l’avevo sentita: leggo su The Jewish Daily la storia della serie di opere intitolate Aliyah, realizzate dall’artista più importante del surrealismo tra il 1967 e il 1968. Si tratta di opere minori, litografie, ma molto interessanti. Furono commissionate a Dalì dalla Shorewood Publishers per il 20° anniversario della nascita di Israele, e dovevano rappresentare una colorata ed evocativa epica sionista: dopo un’esposizione all’Huntington Hartford Museum furono vendute, e oggi se le tengono strette anonimi privati. La Shorewood però realizzò anche 250 stampe della serie Aliyah. Recentemente David Blumenthal ne ha curato un’esposizione, dividendole in quattro aree tematiche “Esilio e speranza”, “Yishuv” ovvero l’insediamento ebraico in terra d’Israele, “Shoah”, e “Indipendenza”. Nella prima categoria è inserita un’immagine di Rachele spaventosa, scura, quasi astratta (…) Nell’ultima serie invece c’è una figura che allunga lee braccia verso un fondale cn una spirale a strisce blu e viola. Il primo verso dell’Hatikvah, l’inno nazionale israeliano, riempie lo spazio al di sopra del suo capo Il punto A e il punto B dell’epica sionista che gli era stata commissionata. Ma forse qualcosa di più, una dichiarazione d’amore per Israele? Nel pezzo di Jillian Steinhauer si avanza anche questa ipotesi…6 aprile http://www.artsblog.it/


Moran Atias "Haggis è un grande ma devo tutto alla Carrà"

Una vera bellezza Moran Atias, come la sua concittadina israeliana Bar Rafaeli. Dopo un po’ di gavetta, ora pare sia salita sul treno giusto. Esce domani in Italia The Next Three Days, il thriller di Paul Haggis con Russell Crowe protagonista. Una piccola parte, si affretta a specificare lei che, dello stesso regista, aveva visto crescere a dismisura l’iniziale piccolo ruolo nella serie Crash tratta dall’omonimo film. Risultati importanti per la già Miss Israele, nata a Haifa 30 anni fa, voce da cantante, la conduzione del programma dei pacchi che va forte pure lì e un inizio italiano tutto da raccontare, dove compare anche Monicelli per La rosa del deserto e Oggi sposi di Lucini con Luca Argentero. Ma già nei primi passi Moran fece subito polemica. Da indossatrice comparve nella sfilata evento della Maison Gattinoni a Roma nel 1999 in cui indossava un abito da sposa strappato come se avesse attraversato i territori occupati per correre a baciare il promesso sposo, un vero soldato palestinese. In un momento non facile di rapporti israelopalestinesi, successe il finimondo, proteste e discussioni con l’Herald Tribune che dedicò all’abbraccio in passerella una pagina intera. Moran, lei prima di trasferirsi a Los Angeles ha lavorato con Raffaella Carrà in Carramba, ex valletta con Carlo Conti ne I raccomandati e poi in Matricole e Meteore. Ora con Russell Crowe e Paul Haggis. Ma che bel salto. «Io ho lavorato con grandi professionisti tra cui ci sono Monicelli e Lucini senza dimenticare Dennis Hopper. Ma è la Carrà che mi ha insegnato la professionalità». E Crowe che le ha insegnato? «Interpreto sua cognata, compaio in poche scene, eppure ho imparato tanto guardando. Crowe pensa come il suo personaggio, guarda come il suo personaggio e il film è particolare, non il solito thriller, è una corsa interiore verso la verità. In lui, che vuole salvare la moglie da un’accusa di omicidio in cui non crede, resiste la fede assoluta». Come è stata scelta da Haggis? «Con un provino. Avevo fatto Crash serie ma non l’avevo mai incrociato. Questo provino mi ha destabilizzata, emozionata, ho perso tutte le sicurezze, un percorso creativo eccezionale. Lui è un grande regista che ti dà la carica per raggiungere l’obiettivo. E devi averne tanta in questo mondo: un film non ti garantisce il prossimo, non sei mai arrivato, ogni volta si ricomincia». E adesso? «Ho ripreso a studiare, mi sono iscritta alla Ucla, seguo un corso di sceneggiatura. Poi ho fatto Csi Miami e alcune sit com che mi divertono. Dopo tante parti toste un po’ di leggerezza fa bene». E’ anche entrata nel cast della serie White collar che ha molto successo in Usa e che qui al Miptv di Cannes è stata venduta in vari paesi. «Infatti è bellissima, parla di un’agente dell’Fbi che collabora con un ex truffatore. Per due intere stagioni si è parlato della sua fidanzata misteriosa che ora appare e sono io, una cardiologa. È il mio primo ruolo gay e mi ci sono trovata benissimo. Le donne gay hanno una sensibilità enorme, si circondano di amiche e hanno un equilibrio diverso. Io le invidio e invidio i loro rapporti profondi di coppia. Con un uomo è più complicato, devi avere a che fare con lui e con il suo ego. E di sensibilità, neanche a parlarne». Ma il suo uomo ideale non era Einstein? «Infatti lo voglio intelligente, carismatico, elegante; less is more anche nel parlare. Un uomo che riesce a dire tutto dicendo poco è un uomo sensuale». 7 aprile http://www3.lastampa.it/


La speranza assassinata a Jenin

Di Ray Hanania, Eitan Haber http://www.israele.net/ Scrive RAY HANANIA: «L’attore, produttore e regista teatrale Juliano Mer-Khamis era un ribelle silenzioso, ma efficacissimo, contro il dilagante fanatismo, e stava facendo molto per avvicinare la pace. Ricordo d’aver cercato di contattarlo quando lanciai l’Israeli-Palestinian Comedy Tour nel novembre 2006, una tournée intesa a contribuire al superamento delle animosità e delle incomprensioni fra le due parti, mettendo in scena me stesso e altri tre attori, gli israeliani Charley Warady e Yisrael Campbell e il mio amico ebreo afro-americano Aaron Freeman. Non siamo mai riusciti ad incontrarci. La gente mi diceva che quel che stavo facendo era una buona idea, ma mi avvertiva che c’erano persone che avrebbero tentato di farla crollare. Ma io ero in qualche misura protetto dal fatto di essere un palestinese cristiano, il che faceva di me un’anomalia, oggi sempre più rara, difficile per gli estremisti da attaccare. Perlomeno allora. I miei scritti denunciavano la violenza da entrambe le parti, ma quelle sbandierate dagli estremisti erano sempre e solo le mie critiche a Israele. Tolleravano le mie critiche a Hamas e ai fanatici religiosi solo perché sono cristiano. Negli ultimi anni, però, le voci di odio sono andate rapidamente crescendo per forza e quantità. Rappresentano ancora una minoranza, ma il fanatismo religioso è in crescita continua. In quanto cristiano figlio di genitori ortodossi, sono diventato un bersaglio facile. I cristiani palestinesi vengono tollerati solo finché stanno in riga. Se mettiamo in discussione l’odio crescente, non solo in Israele ma anche fra i palestinesi, veniamo presi di mira. Diversi siti web palestinesi, come Ikhras e KabobFest, hanno incominciato ad attaccarmi. Questi siti sfruttano le sofferenze dei palestinesi per il loro propri scopi egoistici. Non vogliono affatto che i palestinesi si sollevino dalla loro misera condizione, giacché questo potrebbe danneggiare i loro propositi. Mer-Khamis era figlio di padre cristiano palestinese, Saliba Khamis, e di madre ebrea israeliana, Arna Mer, un’attivista per i diritti dei palestinesi. Ed era nel mirino dei fanatici religiosi. Il suo messaggio era una sfida alle norme convenzionali. Voleva costringere israeliani e palestinesi a pensare. Aveva fondato il Children’s Theater di Jenin nel 2006 insieme a Zakariya Zubeidi, l’ex capo delle Brigate Martiri di al-Aqsa di Jenin [amnistiato da Israele]. Avevo incontrato Zubeidi a Jenin un anno prima, per parlare dei miei progetti di “Commedia per la Pace”. Ma nonostante il coinvolgimento di Zubeidi, il teatro di Mer-Khamis era stato oggetto per due volte di attacchi incendiari, e le minacce contro la sua persona erano continuate. Quel che faceva infuriare i fanatici religiosi non erano solo i suoi tentativi di “normalizzare” i rapporti con gli israeliani, ma anche le idee che proponeva, come quella delle co-produzioni miste a dispetto della proibizione per le donne islamiche di svolgere ruoli in attività pubbliche. A un certo punto Mer-Khamis aveva voluto mettere in scena la celebre “Fattoria degli animali”, dove uno dei personaggi principali recita la parte di un maiale. Ma l’idea che un musulmano facesse il maiale, fosse anche in una messinscena teatrale, offendeva a tal punto i fanatici religiosi che la vita di Mer-Khamis fu di nuovo in pericolo. La “normalizzazione” dei rapporti rappresenta il peggiore dei crimini, agli occhi di questi estremisti la cui influenza sul futuro dei palestinesi continua ad aumentare. I pazzi religiosi hanno fatto diventare una sorta di celebrazione annuale gli attacchi contro il sindaco cristiano di Taiba, l’unico villaggio interamente cristiano in Cisgiordania. Taiba è il luogo dove ha sede la “Birra Taybeh”, ma i fanatici religiosi islamici reputano che ogni forma di alcool sia haram (proibito), la brutta parola araba della repressione religiosa. Puntualmente ogni anno, quando Taiba ospita il suo festival annuale, gli esternasti religiosi aggrediscono il sindaco in un modo o nell’altro, vandalizzando le sue proprietà o dando fuoco alla sua auto.Nella striscia di Gaza, i fanatici di Hamas minacciano le giornaliste che si rifiutano di coprire il capo con il velo; in Cisgiordania minacciano coloro che organizzano sfilate di moda, danze e altre attività che la mentalità meschina di questi estremisti reputa minacciose per la loro religione. I palestinesi guardano con invidia le proteste pro-democrazia nei paesi arabi vicini, e sperano di fare lo stesso nei territori. Ma non potremo invocare vera democrazia finché i violenti fanatici religiosi imperversano per le nostre strade predicando odio e intolleranza. Si tratta di un problema sempre più grave, in Palestina. Sui siti web dell’odio, nella rabbia delle strade di Gaza e in luoghi come Jenin, la follia di piccoli gruppi di fanatici tiene in ostaggio il nostro futuro. Trascinano tutto al livello più basso, non sono capaci di costruire nulla di positivo: i fanatici non sono capaci di costruire un paese chiamato Palestina, e l’assassinio di Mer-Khamis ci ricorda ancora una volta quanto facilmente possano abbatterlo con la violenza.» (Da: Jerusalem Post, 5.4.11) Scrive EITAN HABER: «Dopo aver saputo dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, l’attore arabo-israeliano radicalmente pacifista e pro-palestinese, molti israeliani si sono posti una domanda: ma se i palestinesi sono capaci di assassinare in quel modo i più leali sostenitori che hanno sulla faccia della terra, davvero noi dovremmo fare la pace con questa gente? La risposta è “no”. Noi non vogliamo dover fare la pace coi palestinesi, noi vorremmo dover fare la pace con i neozelandesi: un popolo tranquillo e simpatico che ama rincorrere le pecore e produrre pittori che amano dipingere i paesaggi del proprio paese. Ma, ecco il problema: non è coi neozelandesi che dobbiamo fare la pace. L’assassinio di Juliano Mer-Khamis è un colpo per tutti coloro che perseguono la pace e che sono convinti che si possa arrivare alla pace. In questo momento è difficile immaginare una vittima più simbolica della ricerca stessa della pace coi palestinesi di Juliano Mer-Khamis. Era nipote di una delle più eminenti figure del riscatto della Terra d’Israele, quel professor Gideon Mer che si batté per sradicare la malaria sterminando la famigerata mosca horse-flies zanzara dei cavalli che falciava i primi pionieri sionisti venuti a coltivare questa terra. Juliano era figlio di Arna Mer e Saliba Khamis, una donna ebrea israeliana e un arabo cristiano. Eppure Juliano aveva scelta di essere arabo, di non amare il suo paese e di mostrare grande amore per i fratelli palestinesi. Juliano Mer-Khamis è stato assassinato a Jenin lunedì scorso, e con lui è stata assassinata la speranza di pace. Come può essere terribile, questo posto.» (Da: YnetNews, 6.4.11)


Sollecitazioni al presidente Obama per una visita in Israele

Mercoledì 06 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/

Barak Obama si è incontrato martedì scorso alla Casa Bianca con il Presidente israeliano Shimon Peres che gli ha rivolto un invito a visitare lo stato ebraico nei prossimi mesi. Sono in molti ad aver reclamato a gran voce una visita del presidente degli Stati Uniti, dopo che questi si era recato in veste ufficiale nelle principali capitali del Medio Oriente, quali Il Cairo e Costantinopoli. Secondo osservatori internazionali, Barak Obama si è sempre dimostrato scettico per via delle sue critiche pubbliche al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu in merito alle nuove costruzioni nei territori oggetto di disputa. Peres, che pare invece abbia una relazione più amichevole con Obama, sta aprendo la strada per favorire una visita del Presidente Usa al Primo Ministro israeliano. Una possibile data per la visita potrebbe essere fissata per la fine di giugno, mese in cui Shimon Peres tiene annualmente la sua conferenza presidenziale alla presenza di numerosi leader mondiali. “Non è stato preso alcun impegno“, ha riferito un funzionario, riassumendo i contenuti dei colloqui. I due uomini hanno inoltre discusso dell'attuale situazione politica e militare che sta paralizzando il Medio Oriente e della minaccia posta dal programma nucleare dell'Iran, concordando sulla necessità di riprendere i colloqui di pace arabo-israeliani, dalla cui buona riuscita potrebbe dipendere il coinvolgimento dei governi più moderati che stanno emergendo dall’impulso democratico diffuso in tutta l’area medio orientale. “Con i venti di cambiamento che stanno soffiando attraverso il mondo arabo; è necessario afferrare l'opportunità di creare una soluzione pacifica stabile fra palestinesi e israeliani”: questo è quanto ha riferito martedì alla stampa il Presidente Obama.





Costa d'Avorio,Israele chiede aiuto a Francia per evacuare staff

( 7 aprile Reuters) - Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha detto oggi che Israele ha chiesto l'aiuto francese per evacuare i suoi diplomatici dalla Costa d'Avorio, dove si stanno scontrando le forze dei due contendenti alla presidenza, Laurent Gbagbo e Alassane Ouattara. "Abbiamo ricevuto numerose richieste. Solo pochi momenti fa ero al telefono con il ministro degli Esteri israeliano che ha chiesto l'assistenza di Licorne nell'evacuazione dei suoi diplomatici", ha detto Juppé al Senato, riferendosi alle forze francesi in Costa d'Avorio in appoggio ai caschi blu dell'Onu.


Nuovo piano di Pace degli israeliani: confini del ’67, ritiro dal Golan e Stato palestinese Una quarantina di ex alti ufficiali della difesa e delle forze armate, inclusi ex capi del Mossad (servizi segreti) e dello Shin-Bet (sicurezza interna), hanno preparato un piano di pace che prevede la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nello Striscia di Gaza, entro i confini antecedenti il conflitto del 1967, ad eccezione di limitati scambi di territori con Israele. Secondo anticipazioni raccolte dalla stampa israeliana, il piano prevede anche che Gerusalemme est divenga capitale del futuro Stato palestinese, il ritiro di Israele dalle alture del Golan siriano e la costituzione di meccanismi di sicurezza regionale e di cooperazione economica. Il piano immagina anche indennizzi finanziari ai profughi palestinesi e il loro eventuale assorbimento nello Stato palestinese. A un piccolo numero sarà consentito tornare in Israele. L’iniziativa, secondo i promotori, è nata dalla necessità di rispondere all’ondata di rivolte popolari che sta sconvolgendo il Medio Oriente e di lanciare un’iniziativa diplomatica israeliana in risposta allo sforzo diplomatico che i palestinesi stanno conducendo per ottenere un consenso internazionale a un’unilaterale proclamazione di indipendenza, tramite l’ Onu, il prossimo settembre. Tra i sostenitori dell’iniziativa vi sono l’ex capo del Mossad Danny Yatom, l’ex capo dello Shin-Bet Yaacov Perri, l’ex capo di stato maggiore Amnon Lipkin-Shahak, l’ex segretario generale del partito laburista Amram Mitzna. Il piano, che intende essere la risposta di Israele al piano di pace arabo del 2002 e che si basa su vari documenti discussi da israeliani e palestinesi nel processo di pace dell’ultimo decennio, è stato presentato al premier Benyamin Netanyahu che non lo ha finora commentato, almeno in pubblico. Il premier ha accettato in passato il principio di una soluzione del conflitto basato sulla formula di due Stati. Nessun commento al piano è finora giunto da parte palestinese. http://falafelcafe.wordpress.com/ 7 aprile

giovedì 7 aprile 2011


Se Gheddafi avesse avuto il nucleare

Martedì 05 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/L'America ed i suoi alleati, autorizzati dalle Nazioni Unite e dalla Lega Araba, stanno intercedendo militarmente in Libia. Ma quell'azione sarebbe stata ritardata o persino preclusa se il capo libico Moammar Gheddafi avesse avuto accesso alle armi nucleari? Nessun dubbio che Gheddafi si stia ponendo in queste ore la stessa domanda. Comunque l’esperienza della Libia evidenzia il rischio di lasciare che pericolosi regimi come quello libico si procurino le armi più potenti del mondo Il dittatore libico infatti ha rinunciato unilateralmente al suo programma per le armi nucleari nel 2004, consegnando gli impianti di centrifughe di uranio arricchito e le progettazioni della testata. Il rais, capace di ordinare attentati terroristici in giro per il mondo e compiere omicidi e ogni sorta di delitti nel proprio paese, avrebbe agito in questo modo ritenendo di essere meno al sicuro con la bomba che cedendola, temendo che gli Stati Uniti, che avevano appena invaso l'Iraq, trattassero con lui allo stesso modo di Saddam Hussein. Lo stesso timore, secondo molti esperti di intelligence negli Stati Uniti ed altrove, avrebbe spinto il regime iraniano a sospendere il proprio programma nucleare nel 2003, per poi riprenderlo soltanto quando la minaccia di intervento militare si era attenuata ed è tutt'oggi in fase di costante progresso. Il regime iraniano, considerato il principale fattore di destabilizzazione dell’intera regione mediorientale, costituisce un obiettivo pericolo per gli altri stati arabi moderati e nemico della sua stessa gente che, come si è visto negli ultimi mesi, sta tentando di ottenere la democrazia. E rappresenta tutti questi rischi senza armi nucleari. E’ lecito domandarsi quali catastrofi potrebbe provocare se le avesse. Se l'Iran infatti si dotasse della bomba, altri stati del Medio-Oriente con ogni probabilità vorrebbero perseguire le stesse potenzialità nucleari, trasformando l'intera regione in una polveriera. L'entusiasmo globale recentemente fatto emergere dai dimostranti arabi che richiedono la libertà probabilmente sarebbe stato limitato se gli autocrati del Medio-Oriente avessero avuto arsenali nucleari. In tali circostanze, la domanda sarebbe non solo che governo o che regime si sarebbe imposto in Medio Oriente, ma anche chi avrebbe avuto le chiavi e controllato i codici di accesso a quegli arsenali. Gli sforzi per impedire all'Iran di ottenere armi nucleari sono stati oscurati dalle immagini drammatiche che arrivavano dalla regione, ma le insurrezioni rendevano quella campagna ancor più critica in quanto, mentre il regime degli ayatollah metteva in atto la più spietata repressione, premeva per il rovesciamento di altri governi del Medio-Oriente e sfruttava il disordine per estendere la propria influenza. Come in Libano dove l'Iran ha installato un governo "del burattino "ed ha guadagnato un appiglio strategico sul versante orientale del Mediterraneo di una gravità storica. Le navi da guerra iraniane infatti per la prima volta hanno attraversato il canale di Suez ed hanno manovrato fuori dalla costa siriana. L'Iran inoltre ha aumentato gli approvvigionamenti di armi a Hezbollah ed ad Hamas, come è recentemente emerso dall'intercettazione di un cargo da parte di Israele, sul quale erano stati caricati missili iraniani. E la settimana scorsa l'Iran ha appoggiato l'invio di 100 razzi in Israele da Gaza. Nel frattempo, l'Iran resta oggetto delle sanzioni internazionali che hanno colpito la sua economia, ma devono ancora rallentare notevolmente il programma nucleare o smorzare le mire atomiche dei suoi leaders. Nonostante alcune difficoltà tecniche, secondo il direttore generale della International Atomic Energy Agency, Yukiya Amano, l'Iran sta costantemente arricchendo l'uranio. La politica americana, come quella di Israele, sostiene che "tutte le opzioni sono sul tavolo". Si sa che solo una credibile minaccia di intervento militare può convincere i regimi non democratici ad abbandonare la ricerca di armi nucleari. Le sole sanzioni economiche difficilmente si dimostrano efficaci se non supportate da misure in grado di convincere regimi come quello iraniano che l'opzione militare è reale. La questione cruciale diventa allora: “Qualcuno a Teheran crede davvero che oggi tutte le opzioni siano sul tavolo? Sulla base delle dichiarazioni dell'Iran, la risposta sembra essere negativa. Ma l'intervento degli alleati in Libia potrebbe inviare un messaggio ben determinato all'Iran o, al contrario, potrebbe anche alimentare il desiderio del regime iraniano di diventare una potenza nucleare ed evitare così lo stesso destino di Gheddafi. Questo è il motivo, oggi particolarmente importante, per sostenere "la politica di tutte le opzioni" volta a dissuadere il regime iraniano dall'ottenere un'arma nucleare che potrebbe scoraggiare qualsiasi intervento come quello in Libia o fornire agli ayatollah l'opzione del "giorno del giudizio universale". Ritorna allora la domanda più angosciante (ancorchè fortunatamente teorica): “Se Gheddafi non avesse ceduto i suoi impianti di centrifughe nel 2004 e oggi si trovasse assediato nel suo bunker senza nulla se non un bottone, lo premerebbe?”



Blackfield, il ‘campo nero’ del ‘dna’ artistico Si dice spesso che il primo disco di una band sia una sorta di sfogo per tutto il tempo passato nel tentativo di approdare in una qualunque sala di registrazione, che il secondo appartenga più ad una fase di assestamento delle idee e di sperimentazione di una serie di sonorità da poter provare ad intraprendere. E si dice, quindi, che il terzo disco sia la prova di maturità definitiva, il disco della definizione, quello in cui devi decidere una volta per tutte cosa vuoi fare e come lo vuoi fare, il suono che vuoi avere, i concetti che vuoi esprimere. Questo vale per chiunque, si direbbe, e sostanzialmente corrisponde a verità. Ma non nel caso di una band come i Blackfield, composta com’è da due eccezionali artisti che di maturità ne hanno già sentito parlare fin troppo almeno una decina di anni fa e, sinceramente, di un discorso simile, ne fanno una bella insalata ben condita e decorata. Per Aviv Geffen e Steven Wilson, infatti, giunti, appunto, al terzo disco insieme sotto l’etichetta Blackfield, “maturità” è un termine postdatato a tutti gli effetti essendo l’uno, già da diversi anni, una importante ed amatissima pop star in Israele, la sua terra madre, e l’altro iperconosciuto ai palati più fini di un certo tipo di rock più o meno progressivo per le sofisticate e meravigliose creazioni dei Porcupine Tree su vastissima scala (dalle sperimentazioni elettroniche dei primi anni ‘90 al perfetto hard rock progressive recente). Nato come progetto collaterale di Geffen e Wilson, i quali hanno condiviso le proprie idee in ambito esclusivamente melodico (partendo forse dalla svolta canzone proprio dei Porcupine Tree di Stupid dream e Lightbulb sun, anche se la vena melodica non è mai mancata in Wilson), la band ha acquistato una forma tangibile da sette anni a questa parte e sembra essere diventato un progetto tra i più importanti per entrambi i membri fondatori. Maturità, dunque: termine assolutamente fuori luogo se si considera che già l’esordio omonimo del 2004 presentava brani di una intelligentissima sostanza strofa-ritornello-strofa-ritornello. Eppure, si percepisce qualcosa in più rispetto ai precedenti due lavori già comunque sofisticati e raffinati nella loro capacità di distribuzione di note e versi. Ed ecco allora che, in questo nuovo splendido lavoro, la strada da intraprendere non poteva essere altro che quella della maggiore sostanza degli arrangiamenti e della distribuzione sia spaziale che, soprattutto, emotiva del suono, essendo il materiale a disposizione perennemente perfetto per un duo straripante di idee mai ripetitive, mai noiose e assolutamente mai scontate pur nella loro semplicità (nonostante soprattutto Wilson sia una sorta di macchina produttiva con ancora altri progetti collaterali come No-man, I.E.M e Bass Communion, in perenne ondulazione tra elettronica minimalista e cantautorato ancora più languido e riflessivo). Welcome to my dna, dunque, registrato in andirivieni tra Inghilterra e Israele, si apre proprio con l’innovazione principale, ovvero la presenza di archi reali e non più campionati (fortemente voluti soprattutto da Geffen) sia nella iniziale e pinkfloydiana Glass house che per il resto del disco lungo tutta la sua durata (una quarantina di minuti circa). Tra riflessioni intimiste, oscure, desolanti seppur nella loro ragionevolezza (“Forse sono libero ma se sono libero vuol dire solo che mi sono perso”), il disco procede con passo felpato tra i meandri delle sensazioni umane più innocenti e, al contempo, pungenti attraverso una capacità di assimilazione complementare di note e parole assolutamente perfette nel conferimento del senso più etereo ma ugalmente palpabile con il tatto della comprensione reciproca tra artista e ascoltatore. Si parla, infatti, di temi universali nella pur minimale e diretta Go to hell e nella soave Rising of the tide, mentre il primo singolo Waving introduce meglio il discorso degli arrangiamenti sinfonici, vera e propria amplificazione sensoriale per l’udito di chi ascolta seppure in un brano dal taglio più “allegro” e movimentato. Far away, invece, presenta la dote di una melodia prossima al divino, miscelata a concetti di vita, stasi e morte affrontati con una caparbietà antifilosofica a dir poco necessaria (si veda la citazione precedente) e contenente quegli impulsi di ineluttabilità tematica che contraddistigue gli argomenti affrontati dalla band in ogni singolo tratto di spartito. Ma è la successiva Blood ad innalzarsi a paladino della sperimentazione innovativa, forte com’è di un testo composto da un solo verso e basato (in termini di metafora morale sulla violenza del pianeta) su una serie di riff gravemente rock coadiuvati, però, da un tappeto di suoni etnici di rara bellezza e perfezione in un contesto sonoro distorto. On the plane, Zigota e DNA proseguono il discorso melodico riflessivo ma si percepisce, scorrendo l’intero disco senza interruzioni, la continua ricerca della canzone perfetta che, con molta probabilità, arriva con Oxygen (forse il brano migliore del disco), insieme di rabbia, rassegnazione e desolazione su continui e alternati cambi melodici di un impatto emotivo assoluto (dovuto anche e, forse, soprattutto alla ancestrale voce femminile che fa da perfetto tratto di unione con le già perfettamente simbiotiche melodie intonate da Geffen). Siamo di fronte ad un disco imperdibile. Certo, non si tratta di una novità assoluta vista la sostanza di chi l’ha prodotto (solo Wilson compie 44 anni a novembre e vanta una miriade di produzioni precedenti). Forse è proprio questa l’unica obiezione alla nostra volontà di parlarne. Ma di una cosa si può essere certi: si tratta di un fondamentale libretto di istruzioni per i posteri, per chi vorrebe tradurre in melodia la propria persona, il proprio modo di essere. Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui Geffen e Wilson continuano a produrre insieme: lasciar percepire alle nuove generazioni, una sorta di strada maestra per fare di un certo passato (il loro come quello della forma canzone) un futuro plausibile. 5 aprile http://www.wakeupnews.eu/


Yad Vashem

Sul Web la verità sull’esecuzione di Adolf Eichmann

05 aprile 2011 Aldo Baquis (Ansa) Tel Aviv - L’esecuzione del gerarca nazista Adolf Eichmann - uno degli episodi storici più drammatici nella storia di Israele - provocò lacerazioni nei vertici politici e culturali dello Stato ebraico. In extremis, intellettuali importanti chiesero un atto di clemenza al Capo dello Stato Yitzhak Ben Zvi. Ma il premier David Ben Gurion ebbe l’ultima parola ed Eichmann fu così mandato al patibolo. Questi momenti palpitanti tornano alla ribalta oggi, a 50 anni esatti dal processo al «manager» nazista della `Soluzione finale ´ della questione ebraica, con la pubblicazione su internet da parte degli Archivi di Stato di Israele, su archives.org.il di un centinaio di documenti relativi alla sua cattura in Argentina (1960), al processo (1961) e alla sentenza capitale (1962). Fra quelli divulgati ci sono anche due testi scritti in cella dallo stesso Eichmann: le sue Memorie (che sperava di poter pubblicare in Germania, per finanziare il processo) e un componimento autobiografico (`Goetzen´), con le riflessioni successive al processo. Gli archivi hanno pubblicato anche il contenuto dei suoi colloqui con l’avvocato difensore tedesco, Robert Servazius, in cui ammette fra l’altro di aver fatto ricorso ad abbondanti dosi di alcol dopo aver assistito a fucilazioni di massa di ebrei e di aver visto lo sterminio di altri ebrei ad Auschwitz. Per molti israeliani, rileva l’Archivio, il processo Eichmann fu il primo contatto ravvicinato con la Shoah. In precedenza il loro approccio era stato «unidimensionale», caratterizzato da una incomprensione di fondo verso la sua ampiezza e verso i superstiti. Israele avrebbe dunque seguito come ipnotizzato i dibattimenti processuali: al termine sarebbe divampato il dibattito se eseguire la sentenza capitale. Da un lato, rivela adesso l’archivio, c’era chi si offrì volontario per impiccare Eichmann, animato dalla esigenza di vendicare congiunti uccisi dai nazisti. Ma c’era anche una forte corrente di intellettuali che, per ragioni di principio, si opponeva strenuamente. «Noi non vogliamo che questo aguzzino ci porti al punto che dalle nostre fila esca un boia. Se lo facessimo, elargiremmo all’aguzzino una specie di vittoria, una vittoria che non vogliamo» scrivevano nel maggio 1962 a Yitzhak Ben Zvi alcuni degli intellettuali più rispettati di Israele. Fra questi: il filosofo Martin Buber, lo scienziato Hugo Berman, il ricercatore Gershom Sholem e venti altri ancora. Il dissenso - si apprende ancora da questi drammatici documenti - entrò perfino nella stanza del governo. Il laburista Levy Eshkol (futuro premier) e il nazional-religioso Yosef Burg elevarono la loro voce contro la esecuzione, per ragioni sia di carattere morale che pratico. Ma Ben Gurion - che aveva `pilotato´ il processo da vicino, talvolta tenendo d’occhio anche considerazioni di politica interna - impose il proprio volere ed Israele mandò Eichmann alla forca. Come le vittime nei campi di sterminio, sarebbe stato poi cremato. Le sue ceneri furono infine disperse in mare.


Oxford conferma: i 70 libri “di piombo” sono del I° secolo

Due giorni fa davamo la notizia, quasi in esclusiva per l’Italia, della scoperta di 70 libri di “piombo” ritrovati in Giordania e probabilmente appartenuti ai primi cristiani. Mettavamo in guardia dalla possibilità di una grande bufala ma sottolineavamo anche le enormi implicazioni storiche e sociali che potrebbe avere questo ritrovamento se fosse considerato attendibile. Uccr - Ieri ci ha pensato La Repubblica a fare un pò di chiarezza e a definire meglio la situazione. Innanzitutto rivela che in copertina in uno dei 70 libri, composti da una decina di pagine, non ancora studiate, ci sarebbe il volto di Cristo e quindi -se partiamo da un presupposto positivo- sarebbe il primo ritratto del Messia nella storia, scoplito tra l’altro da suoi contemporanei. Si accenna che nulla è mai stato trovato di così antico sul cristianesimo e che l’importanza del ritrovamento supererebbe quella dei Rotoli di Qumran (ritrovati a 100 miglia di distanza). Ritrovamento. Chiarisce anche molti particolari sul ritrovamento, un pò confusi nei primi articoli comparsi sulla stampa estera. I 70 piccoli libri sono ritrovati cinque anni fa in una caverna in Giordania da un beduino (ogni libro in una nicchia), a pochi chilometri da un’antica sorgente dove duemila anni fa, nel I° secolo, si rifugiarono sette messianiche ebraiche dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.). Tre anni fa il beduino vende i reperti ad un commerciante, Hassan Saida, che li porta in Israele. Con l’aiuto di due archeologi Jennifer e David Elkington fa pervenire alcuni dei codici alla Oxford University. Dopo l’analisi, la Giordania si attiva e rivuole i codici, il beduino ritorna in Israele con parte dei libri e i due archeolgi cominciano ad essere pedinati e minacciati. The Telegraph, in un’intervista ai Elkington, svela che tipo di pressione stanno ricevendo dalla Giordania e dai trafficanti del mercato nero. Datazione. Ad Oxford, i primi test confermano che il piombo ha origine nel Mediterraneo, che è del primo secolo e che la corrosione è autentica. Altri test fatti in Svizzera, dal National Materials Laboratory di Dubendorf danno gli stessi risultati. Su alcuni libri compaiono scritte in lingua fenicia (forse) e immagini incise. Vengono tradotte solo due parole: “Salvatore di Israele” e “Yahweh – Dio”. Interpretazioni. Il Daily Mail, oltre a spiegare meglio le fasi del ritrovamento, dice che l’interpretazione proto-cristiana dei libri è fortemente sostenuta da Margaret Barker, ex presidente della Society for Old Testament study e tra i massimi esperti di primo cristianesimo in Gran Bretagna. Il direttore del Department of Antiquities della Giordania, Ziad al-Saad, ha pochi dubbi. E’ convinto che essi siano effettivamente realizzati dai seguaci di Gesù nei primi decenni dopo la crocifissione. In un secondo articolo dice che la prova più convincente della tesi di Ziad al-Saad è che su una lastra sembra essere mostrata una cartina della città santa di Gerusalemme con alcune croci al di fuori delle mura della città. 5 aprile http://www.laperfettaletizia.com/


Un’altra occasione storica mancata?

Di Moshe Elad http://www.israele.net/ L’Autorità Palestinese è più vicina che mai a farsi riconoscere internazionalmente come uno stato indipendente. E sta per ricevere aiuti sovvenzioni senza precedenti: sono molti gli stati che intendono partecipare e contribuire alla seconda conferenza di Parigi, in programma fra un paio di mesi, allo scopo di permettere a Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e alla sua futura amministrazione indipendente di funzionare come uno stato sovrano, e non solo come un’entità politica. Non basta. Le città della Cisgiordania hanno conosciuto negli ultimi due anni uno straordinario periodo di calma e prosperità. In questo momento vi sono non meno di 400 progetti in corso in tutta la Cisgiordania: costruzione di nuovi quartieri e città (Rawabi), oltre a fabbriche e una centrale elettrica. L’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen e il suo primo ministro Salam Fayyad si rifiutano di adottare il vecchio approccio di Yasser Arafat, che si atteneva all’assioma “prima lo stato, poi l’economia”. Essi, al contrario, hanno dimostrato alla loro gente che non vi è alcuna contraddizione fra le due cose, a meno di non essere un fanatico eversivo come Arafat, che tramava contro i trattati di pace da lui stesso firmati. Abu Mazen e Fayyad hanno contribuito allo sviluppo dell’economia della Cisgiordania e al miglioramento della qualità della vita di una buona parte dei suoi abitanti. Ma la loro missione è tutt’altro che compiuta, ed è sui prossimi sviluppi di cui si è detto che essi appuntano le loro speranze. Invero, la situazione attuale lascia spazio a qualche speranza. Tuttavia, accanto a questo quadro moderatamente ottimista, c’è anche chi cerca di portare tempesta nei cieli di Cisgiordania. Gruppi di oppositori palestinesi, non necessariamente affiliati a Hamas e Jihad Islamica, insieme a vari mass-media arabi ed anche israeliani, puntano sul 15 maggio (il “giorno della Naqba”) come la data per far esplodere una nuova intifada. Se scoppiasse davvero la nuova “intifada” (dopo l’intifada delle stragi del settembre 2000 che affossò il processo di pace degli anni ’90), questo terzo round diventerebbe noto come l’“intifada di Facebook” per via delle centinaia di migliaia di utenti del social network che la sostengono. Ma intifada contro chi? In realtà, anche su questo fronte i palestinesi stanno registrando un primato assoluto. I “dimostranti on-line” seguono effettivamente l’esempio dei giovani arabi che si sono sollevati in Medio Oriente contro i corrotti regimi al potere in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria. Ma quando si tratta di individuare il bersaglio, l’obiettivo dei dimostranti palestinesi su Facebook non sono i regimi che li governano in Cisgiordania e a Gaza, bensì Israele. Sicché, guarda caso, la sollevazione sarebbe diretta contro Netnayhau e Barak. Il che probabilmente marcherebbe un’altra opportunità storica mancata, dopo le tante che i palestinesi si sono presi la cura di mancare puntualmente nel corso di decine di anni di conflitto. Giacché lo scoppio di una nuova intifada si tradurrebbe in un suicidio politico e socio-economico senza precedenti da parte degli abitanti della Cisgiordania, logica vorrebbe che essi se ne tengano ben lontani. In passato, però, ad ogni analogo snodo politico – dalla Commissione Peel del 1937, al Piano di spartizione del 1947, agli Accordi di Oslo del 1993-95 – non fu la logica a guidare le azioni delle dirigenza palestinese e del popolo che la seguiva, quanto piuttosto uno sfrenato fanatismo nazionale. Questa esplosione di emotività ha dato luogo a termini come Naqba (disastro) e intifada (sollevazione) e i bersagli sono stati sempre e solo Israele, il sionismo, gli ebrei. I prossimi mesi saranno un vero test, per la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese. Di Abu Mazen e Fayyad verrà messa alla prova la capacità di imprimere una svolta storica all’interno della società araba in Cisgiordania. Per questi due leader, che nei mesi scorsi hanno continuato ad elogiare e celebrare i “martiri” terroristi palestinesi intestando strade e piazze alla memoria di stragisti e massacratori di civili israeliani, non sarà certo facile passare repentinamente a predicare la pace come se fossero frati di Madre Teresa di Calcutta. E tuttavia non hanno altra opzione se non quella di mostrare un’alternativa nazionale che sia in grado di sostituire l’Autorità Palestinese con un vero stato capace di proporre una valida alternativa socio-economica all’Hamastan di Gaza e ai suoi mali disastri sociali ed economici. Festeggiando la loro 63esima Giornata dell’Indipendenza, gli israeliani, tra uno spettacolo e un buon barbecue, dovranno dare un’occhiata a cosa accade presso i loro vicini orientali. (Da: YnetNews, 5.4.11)


Investitori stranieri continuano ad acquistare BOT israeliani.

Martedì 05 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/ Dati forniti dalla Banca d’Israele mostrano che gli speculatori che risiedono fuori dal Paese alla fine di febbraio possedevano 47.23 miliardi di NIS (circa 9.5 miliardi di euro). In percentuale, questa cifra corrisponde al 36 per cento del totale dei titoli emessi: mai una quantità così alta di buoni del Tesoro israeliani era stata in mani straniere. La corsa dei non-israeliani ai titoli dello Stato ebraico si è intensificata nel gennaio del 2010: alla fine dello scorso anno, investitori esteri ne possedevano il 28 per cento, rispetto al 5 per cento registrato alla fine del 2009. Le differenze tra i tassi d’interesse in Israele, Stati Uniti ed Europa (dove la percentuale è minima) hanno incoraggiato questo assalto. Questo flusso di capitale è in parte responsabile del recente apprezzamento dello shekel. la moneta locale, che tanti problemi ha causato agli esportatori israeliani. Nel suo resoconto annuale, diffuso la scorsa settimana, la Banca d’Israele ha lanciato un monito, sottolineando come, nel passato anche recente, «l’arrivo copioso di capitali da Paesi sviluppati ha iper-galvanizzato l’attività economica di certi mercati emergenti. Una situazione che, più di una volta, si è conclusa con una crisi. Da questo noi abbiamo tratto una lezione importante: le forze del mercato, da sole, non possono garantire che il tasso di cambio sia appropriato al livello di produttività e di competitività».


kibbutz Kallia

Le scuse non bastano, Goldstone deve chiedere perdono a Israele di Anita Friedman e Costantino Pistilli 6 Aprile 2011 http://www.loccidentale.it/ Israele non ha compiuto né crimini di guerra né crimini contro l’umanità durante l’operazione Piombo fuso. A testimoniarlo è lo stesso giudice Richard Goldstone firmatario del rapporto Onu che accusava Gerusalemme di crimini contro i civili a Gaza nell'operazione militare lanciata alla fine del 2008, creando un precedente giuridico che ignora l’attacco contro i civili israeliani e giustifica l’uso dei civili palestinesi come scudi umani. La ritrattazione del giudice sudafricano arriva sotto forma di un articolo pubblicato venerdì scorso dal Washington Post (WP), ma con grande ritardo. Era il 16 ottobre 2009, infatti, quando il Consiglio per i diritti umani delle nazioni unite, così come successivamente l'Assemblea generale, approvò il Report sul conflitto -stilato da Pakistan, Sudan e Palestina- e poi approvato con venticinque voti favorevoli, sei contrari (tra cui Roma e Washington) e undici astenuti. Secondo quanto riferiva Richard J. Goldstone, presidente della Commissione ed ex giudice costituzionale del Sud Africa, durante la guerra nella Striscia di Gaza ci sarebbero state violazioni dei diritti umani da entrambe le parti ma le maggiori critiche vennero riservate all'operato delle forze armate israeliane, ritenute responsabili di aver deliberatamente colpito dei civili in più occasioni. L'operazione militare, durata dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, nacque in risposta al continuo lancio di razzi da parte di Hamas verso i centri urbani nel sud di Israele: in otto anni 4.000 missili causarono quindici morti e centinaia di feriti fra la popolazione civile, costretta a un ritmo di vita scandito da sirene di allarme e dalle fughe nei rifugi sotterranei. Passati quasi due anni dall’ennesima gogna internazionale in cui si cercava di soffocare Israele ecco che sul WP arriva la ritrattazione del giudice sud africano: “Oggi sappiamo molto di più su quanto avvenne nella guerra di Gaza del 2008 2009 rispetto al periodo nel quale condussi l'inchiesta per conto del Consiglio Onu sui diritti umani. Se avessi saputo allora ciò che sappiamo oggi, il rapporto Goldstone sarebbe stato differente”. Se l’ex membro del collegio dei magistrati per i crimini nella ex Jugoslavia e in Rwanda e alto magistrato durante l’apartheid in Sudafrica (dove ha condannato alla pena di morte decine di neri sudafricani) avesse dato meno attenzione alle testimonianze riportate a “caldo” dai vari testimoni, ora, forse, si sarebbe risparmiato una becera figura e, soprattutto, avrebbe evitato di far gettare ulteriore fango su Gerusalemme, già pesantemente gravata dai vari Durban uno due tre, o dalle continue campagne internazionali di boicottaggio: all’ex ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, venne sconsigliato di recarsi a una convention a Londra per il rischio di essere arrestata con l’accusa di essere un criminale di guerra a causa dell’operazione Piombo Fuso . Goldstone, però, preferì affidarsi alle prove e alle testimonianze esibite da varie Organizzazioni non governative come ha ripetuto in questi giorni il professor Gerald Steinberg, presidente di Ngo Monitor e del Dipartimento di Scienza Politica dell’Università di Bar Ilan: “Goldstone era stato ingannato da una campagna orchestrata e portati avanti da varie e potenti Ong, tra cui Human Rights Watch (di cui Goldstone faceva parte nda), Amnesty International, B'Tselem, Breaking the Silence, Adalah e Al Haq”. Se poi pensiamo che Human Rights Watch ha presentato personaggi come Marc Garlasco, un ossessivo collezionista di cimeli nazisti, tra gli analisti militari di alto livello per indagare sul conflitto di Gaza capiamo ancora meglio le parole e le legittime critiche di Steinberg. Nel frattempo, fortunatamente, c’è stata un’altra indagine, condotta da una squadra di esperti indipendenti delle Nazioni Unite e guidata dal giudice newyorchese Mary McGowan Davis. Il ripensamento di Goldstone, infatti, avviene all’indomani della pubblicazione del rapporto sulla guerra di Gaza redatto dal team della McGowan Davis che ha concluso: “Israele ha dedicato risorse significative a investigare le oltre 400 accuse di cattiva condotta operativa a Gaza mentre le autorità della Striscia, di fatto, non hanno condotto alcuna indagine sul lancio dei razzi e di colpi di artiglieria contro Israele”. Parole che hanno convinto il giudice sud africano a tal punto da chiedere al Consiglio Onu per i diritti umani di “condannare nella maniera più dura Hamas” e non lo Stato ebraico che è tenuto ancora sotto mira dall’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati secondo cui Goldstone “non rappresenta gli altri membri del comitato e ha espresso solo un’opinione personale”. Una mera opinione personale capace, però, di disonorare un’intera nazione. Infatti, la reazione di Gerusalemme non si è fatta attendere e subito il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto all’Onu "di gettare il Rapporto nel cestino dell’immondizia della storia e l'immediata cancellazione". Mentre per il ministro della Difesa Ehud Barak: “Ora, quanto scrive Goldstone rende giustizia alle nostre forze armate che, come abbiamo sempre affermato, operano sulla base di principi etici molto alti”. E, soprattutto, in difesa della propria esistenza. Una realtà già conosciuta dal giudice Richard J. Goldstone, come lui stesso ha ammesso dal confessionale di Washington ma che scoprirà meglio quando a luglio, invitato dal ministro dell'Interno Eli Yishai, visiterà le città del sud d’Israele minacciate quotidianamente dalla cultualità della morte del terrorismo palestinese.


COME TI FACCIO CROLLARE UN MITO CHE PAREVA INCROLLABILE Già, è proprio così. Prima è crollato il mito delle mezze stagioni che abbiamo sempre creduto che ci fossero e che poi fossero sparite e invece qualcuno sostiene che non ci sarebbero mai state. Poi un bel giorno abbiamo scoperto che non c’è più religione e lì è stata un’altra bella fetta di certezze ad andarsene a signorine allegre. E poi via via, adesso non sto ad elencare tutte le certezze e tutti i miti affondati dalla dura realtà che davvero, lasciatemelo dire, così non si può mica andare avanti signora mia. Ma almeno su Mosè credevamo di poter contare. Almeno Mosè doveva rappresentare una garanzia, insomma, uno non può mica farsi salvare dal Nilo e poi farsi allevare come un principe e poi scatenare uno sfracello di piaghe e poi spalancare un mare e tutto il resto per poi finire come un pinco pallino qualsiasi, no? E invece è accaduto. Se una cosa è sempre stata certa – maledettamente certa! – è che Mosè ha fatto vagabondare gli ebrei per quarant’anni in mezzo al deserto per poi farli approdare nell’unico posto di tutto il Medio Oriente totalmente privo di petrolio. Beh, non è vero niente. Dopo avere scoperto, qualche mese fa, ben due giacimenti di gas in mare, adesso si è scoperto che c’è anche il petrolio. Petrolio vero. Di ottima qualità. E sembra che ce ne sia addirittura tanto quanto in tutta l’Arabia Saudita. In Israele. Sì. Leggere per credere. barbara


Gerusalemme

Voci a confronto

Nella settimana trascorsa l’articolo del giudice Goldstone, riportato anche sul Portale dell’ebraismo italiano www.moked.it, è rimasto purtroppo ignoto alla maggior parte dei lettori italiani; alcuni giornali, come giustamente scriveva ieri in questa rubrica Ugo Volli, ne hanno parlato, altri, come Repubblica (in abbondante compagnia) hanno preferito astenersi dal parlarne per non andare contro la loro evidente posizione politica, a tutti ben nota. E il silenzio, vergognoso nei confronti dei lettori, è mantenuto anche oggi. Ma non si deve credere che all’estero le cose vadano in modo diverso: il New York Times ha rifiutato addirittura di pubblicare un articolo simile che gli era stato offerto dal giudice in prima battuta, scegliendo in seguito di non motivare il rifiuto (come ha scritto l’altro giorno l’israeliano Yedioth ahronoth). Va inoltre osservato che anche un quotidiano che ne ha parlato con prontezza (La Stampa di lunedì) ha voluto riportare nel sottotitolo la notizia falsa, fatta circolare subito dopo la guerra, secondo la quale ci sarebbero stati 1400 morti. Molinari, nel suo articolo preciso e puntuale di ieri, ha scritto che è l’ONU che continua a indicare tale cifra, ma i lettori di questa rassegna devono sapere che è stato definitivamente accertato che il numero dei morti è intorno ai 700 (e la maggior parte di questi morti, per ammissione della stessa Hamas, erano combattenti, e non civili disarmati e innocenti); è grave che un organismo internazionale continui a nascondere la verità nonostante le inchieste concluse. Attorno a questa falsificazione sta un identico ragionamento fatto da testate come Repubblica e il New York Times. In proposito giova qui ricordare come fu proprio la nota testata americana ad aver pubblicato la famosa fotografia del “giovane palestinese” picchiato dal poliziotto israeliano immortalato insieme a lui; il giorno successivo il padre di quel ragazzo faceva sapere al mondo intero che suo figlio era, al contrario, un giovane ebreo attaccato da palestinesi e salvato da quel poliziotto israeliano. Alcune testate, dunque, riprendono anche oggi il tema della smentita delle proprie conclusioni fatta da Goldstone. Fiamma Nirenstein, sul Giornale, pubblica un articolo sotto forma di lettera al giudice ebreo: ci ha messo troppo tempo per rendersi conto degli errori contenuti nelle 575 pagine del rapporto; dopo aver provocato le accuse mosse contro Israele da USA ed EU, tutti ingannati dal rapporto, il giudice dovrebbe ora scrivere un nuovo rapporto che accusi a dovere Hamas. Fiamma rende note, inoltre, alcune cifre dei caduti di quella guerra, nella quale tra il 63 per cento e il 75 per cento erano o armati o scudi umani. La conclusione della lettera-articolo è lapidaria: ora Goldstone si dia da fare e non si vergogni come avrebbe dovuto fare fino all’altro giorno. Interessante è pure la lettura di Francesco Battistini sul Corriere: il corrispondente da Gerusalemme cita infatti una lunga serie di fandonie raccontate negli anni da Arafat prima, e da Abu Mazen poi, e non dimentica di spiegare, tra le righe, come sono stati fabbricati dai palestinesi tanti dei pretesi morti della guerra Piombo fuso. Ma come per i 56 morti di Jenin, inizialmente fatti passare per 500 (ma alcuni dissero anche 2000 ndr), anche per i morti della guerra di Gaza finalmente le verità cominciano a venire a galla: le regole democratiche di Israele, soffocate dalle “false verità” del Comitato dell’ONU per i diritti umani guidato da Gheddafi, iniziano ad avere la meglio. Ben diverso è, al contrario, il contenuto di un editoriale del Financial Times; per il quotidiano londinese il giudice non intende ricusare il suo rapporto e non nega che Israele non avrebbe fatto abbastanza per proteggere i civili; sola novità sarebbe che Hamas finge di neppure accorgersi delle accuse che le sono state mosse, mentre l’accusa di aver fatto ricorso a un uso sproporzionato di forze, dentro e fuori dei propri confini, resterebbe in piedi nei confronti dello Stato ebraico. Daniel Schwammenthal sul Wall Street Journal ricorda quanto è successo all’ONU dopo la guerra del 2009: all’Assemblea Generale il 5 novembre 2009 molti stati europei votarono in favore del rapporto, altri, come la Francia e l’Inghilterra si astennero, e solo pochi votarono contro (Italia, Germania, Olanda, Ungheria, Rep. Ceca, Polonia e Slovacchia, con gli USA). Per inciso osserva l’articolista che oggi alcuni di quegli stati devono fronteggiare le stesse difficoltà incontrate da Israele. A questo punto, ricorda Schwammenthal, in una nuova votazione del 26 febbraio 2010 molti stati cambiarono la loro posizione allontanandosi dalle posizioni di Israele, e in futuro, qualora si dovesse rivotare, la maggioranza automatica dell’Assemblea non permetterebbe di cambiare sostanzialmente le cose. Andrea Morigi su Libero analizza il riavvicinamento in atto tra Egitto ed Iran che, è bene ricordarlo, ruppero nel 79, dopo la pace firmata da Sadat e Begin, i loro rapporti (anche se incontri ad alto livello continuarono a tenersi saltuariamente). Tale riavvicinamento avviene sull’allineamento sulle posizioni fondamentaliste, mentre vi è già chi richiede, anche al Cairo, la formazione di una Polizia della virtù. Analogo l’articolo firmato su La Stampa da Claudio Gallo, che vede come uno dei pochi nodi da sciogliere per il totale riavvicinamento tra i due stati quello posto dall’aver intitolato a Islambouli, l’ufficiale che uccise Sadat, la via di fronte alla sede che ospitò l’ambasciata del Cairo a Teheran. Su Repubblica Alix Van Buren intervista Suhair al-Atassi, libera dopo aver fatto lo sciopero della fame per 15 giorni nelle carceri siriane; quando Assad aprì ai giovani e a Internet, è partita quella rivoluzione che poi spinse il rais a chiudere di nuovo tutte le porte; ma quando comincia a scorrere il sangue è troppo tardi per tornare indietro. Bret Stephens pubblica sul Wall Street Journal un interessante articolo sulle scoperte di importanti giacimenti di petrolio in Israele (dopo quelli già ben noti di gas); a solo 30 miglia a sud ovest di Gerusalemme ci sarebbe una riserva di 250 miliardi di barili (quasi come le riserve saudite), per di più di ottima qualità. Il Medio Oriente è davvero una terra che non finisce di stupire: chi poteva pensare che proprio in Irak dovesse nascere la prima democrazia del mondo arabo? Nello stesso modo, chi poteva predire che Israele sarebbe diventato il nuovo gigante della produzione di petrolio? Molto spazio è dedicato da numerosi quotidiani (Michele Serra su Repubblica, A. Pic. su Avvenire) al nuovo disegno di legge presentato da alcuni parlamentari dei partiti della destra italiana; Schifani e Fini, come il mondo ebraico, cercano di opporsi a qualsiasi modifica di quanto sta già scritto nella Costituzione (divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista), e ribadito con la legge Scelba del 52 che dichiara reato la stessa apologia del fascismo; che questa legge sia nei fatti non applicata è dimostrato da quanto avviene normalmente nei nostri stadi, ma ora i proponenti del ddl chiedono che non si intervenga più contro i reati di opinione. Ma poi, mi permetto di osservare, tutte le strade più pericolose saranno nuovamente aperte. A chi desidera leggere un breve commento su questo tema suggerisco le parole di Massimo Gramellini su La Stampa: come sempre la sua penna è concisa e chiara come più non si può. Il fascismo ha lasciato sulla pelle degli italiani una traccia indelebile, nello stesso modo in cui il comunismo l’ha lasciata sulla pelle di lituani ed ungheresi. Emanuel Segre Amar 6 aprile 2011 http://moked.it/