sabato 19 maggio 2012

Neghev
Giorno della catastrofe e giorno del disastro

Di Israel Harel, http://www.israele.net/a
La resa della Germania nella seconda guerra mondiale è stata commemorata il 9 maggio in molti paesi del mondo. Quello stesso giorno alcune migliaia di neo-nazisti hanno inscenato una “marcia funebre” per quello che loro definiscono “il giorno del disastro”. Nel loro paese, e ancor di più al di fuori di esso, costoro costituiscono una minoranza ostracizzata. La stragrande maggioranza della gente considera quel periodo come un’epoca di degenerazione morale durante la quale i loro leader, i loro studiosi e i loro comandanti militari furono presi da una sorta di follia che procurò genocidi, aggressive campagne di conquista e la disfatta di molte nazioni. Questa è la lezione che la maggior parte dei tedeschi, e la maggior parte delle nazioni che collaborarono con loro, hanno appreso dal “giorno del disastro”.Di tutte le nazioni che mandarono dei soldati a sostegno delle gesta dei nazisti, una soltanto non ha mai espresso il minimo rammarico. Al contrario, essa dedica il 15 maggio – il giorno in cui gli eserciti arabi si lanciarono all’invasione dello stato d’Israele che aveva appena dichiarato l’indipendenza – alla commemorazione del lutto per non essere riusciti a conseguire il loro obiettivo. Il rammarico degli arabi non è per la colpa della loro aggressione, bensì per il fatto che non furono capaci di completare il lavoro che Hitler aveva lasciato incompiuto. A differenza dei tedeschi, non provano alcuna vergogna per le gesta assassine dei loro predecessori. Si vergognano invece della loro debolezza e della loro incapacità di portare a termine la missione.I cittadini arabi d’Israele non hanno mai espresso rincrescimento per il fatto che i loro padri uccisero decine di ebrei che lavoravano nella zona di Haifa, assassinarono i difensori di Gush Etzion dopo che si erano arresi, massacrarono 79 medici e paramedici di un convoglio sanitario diretto all’ospedale Hadassah sul Monte Scopus, uccisero 35 soldati che erano stati mandati in soccorso a Gush Etzion e fecero scempio dei loro corpi. I loro scritti non contengono la minima espressione di rammarico per questi e tanti altri crimini. Il rammarico è solo ed esclusivamente riservato al fatto di non aver potuto fare a tutti gli ebrei ciò che erano riusciti a fare solo ad alcuni di loro.Nessun leader, nessuno storico, nessun filosofo o chierico arabo ha mai preso la parola per dire pubblicamente ai suoi – come hanno fatto gli intellettuali tedeschi, polacchi e olandesi (e come hanno fatto gli intellettuali ebrei riguardo al trattamento israeliano dei palestinesi) – che dovrebbero farsi un esame di coscienza; che dovrebbero cambiare la narrazione che viene predicata nelle moschee e insegnata nelle scuole arabe, grazie anche ai fondi dello stato d’Israele, secondo la quale il “disastro” derivò da un complotto ebraico incoraggiato dai colonialisti occidentali. Nessuno di loro definisce il gran mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini per quello che era: un assassino. Eppure questo fu l’uomo che, oltre alle stragi perpetrate ai suoi ordini durante la “rivolta araba” del 1936-39, abbracciò lo sforzo di Hitler per realizzare la “soluzione finale” sino al punto di inviare una brigata per aiutare la causa. I nomi dei leader europei che si allearono con Hitler sono diventati sinonimo di abiezione nei loro rispettivi paesi. Il mufti, al contrario, è diventato un eroe nazionale palestinese. Il grido “morte agli ebrei” che saliva dalla sua moschea si sente ancora oggi nelle strade arabe e palestinesi, e continua ad aizzare le masse.Questo è ciò che commemorano, questa è la Nakba. Questo è ciò che professori e presidi delle Università di Tel Aviv e di Gerusalemme hanno lasciato che si celebrasse nei loro campus. Il significato del grido di battaglia “con il sangue e con il fuoco riscatteremo la Palestina”, urlato nei campus israeliani quando è stata issata la bandiera palestinese, è la diretta continuazione della linea di odio che discende dal mufti e dei suoi successori. E paradossalmente (ma non sorprendentemente) una parte dei “pacifisti” israeliani collabora nel promuovere questa linea.Non è un messaggio di riconciliazione quello che esce dalle cerimonie della “giornata della Nakba”, nelle università o altrove. Piuttosto queste cerimonie alimentano la speranza che arrivi presto il giorno della vendetta e del castigo, e che gli ebrei, consumati dal senso di colpa, stiano gradualmente perdendo fiducia nella giustizia della loro causa. A quel punto, quando la volontà nazionale israeliana sarà atrofizzata, potrà iniziare la marcia per il “riscatto della Palestina”.(Da: Ha’aretz, 17.2.12)

Giardini, ecco come risparmiare il 50% di acqua

Uno speciale tessuto di fibre naturali annuncia un nuovo futuro per agricoltura, vivaismo e floricultura e orticultura domestiche. L’innovativo materiale tecnologico, testato con grande successo in Toscana e in Israele, sarà presentato alla manifestazione alla Fortezza Firenze – Anche i recenti test condotti dal Ministero dell’Agricoltura Israeliano ne confermano le straordinarie qualità: ideato e prodotto a Prato dal Gruppo Tessile Lenzi (divisione Lenzi Tecnologie), lo speciale materiale appena lanciato sul mercato con il marchio Terralenx® è un’arma vincente contro la siccità. ........Il ‘miracolo’ Terralenx sta nella capacità di assorbire grandi quantità di acqua (11 volte il peso del materiale) e di rilasciarla lentamente al terreno, evitando sprechi. Il terreno, protetto dall’evaporazione, si mantiene per molti giorni in uno stato di isolamento termico, più fresco in estate, più caldo in inverno.Terralenx ha inoltre un effetto pacciamante, ossia impedisce la crescita delle erbe infestanti, riducendo così l’uso di diserbanti chimici..........Quanto al governo israeliano, da sempre in lotta con il problema, ha subito visto in questo materiale un’opportunità strategica e i vari test condotti in questi mesi dal Ministero dell’Agricoltura Israeliano presso i vivai Pardo di Moshav Shdema, un centro agricolo del Distretto Centrale vicino al porto di Ashdod, sono stati tutti altamente positivi”.I tecnici di Tel Aviv hanno sperimentato il materiale su due tipi di piante, la Brunfelsia Pauciflora, un arbusto sempreverde di origini brasiliane, e il Mirto Comune, tipico della macchia mediterranea. Semplice il metodo: sono stati preparati tre diversi gruppi di vasi, tutti irrigati con impianto a goccia. Quelli senza disco hanno ricevuto la normale razione di acqua, gli altri esattamente la metà........http://www.nove.firenze.it/

Ispirazione razionalista

Parla un linguaggio geometrico e contemporaneo questa casa monofamiliare disegnata dall’architetto israeliano Sharon Neumann, sita nella città di Hasharon in Israele, poco distante da Tel Aviv.La House R, che vanta una superficie complessiva di circa 200 mq, è stata concepita per una giovane famiglia con tre bambini ed edificata su un terreno con un ampio panorama aperto sul retro e vista sui campi coltivati. L’abitazione si compone di volumi intersecanti, tre parallelepipedi che si sovrappongono in modo armonico. Il risultato è una forma mutevole che sorprende la vista ad ogni cambio di prospettiva. Un gioco evidenziato dalle diverse tonalità di grigio che tinge le facciate e che dà visibilità al grande volume a sbalzo che sembra sospeso, ancorato al corpo principale.“Abbiamo posto grande attenzione alla funzionalità degli spazi e deciso di aggiungere ritmo e movimento alla pianta elevando la casa su due livelli - spiega l’architetto Neumann - ponendo la camera da letto padronale come crocevia tra la zona living aperta agli ospiti e la zona notte, dove vige la privacy e risiedono le camere dei bambini e i servizi”.In tal modo il piano terreno è stato sviluppato secondo uno schema a L e la camera da letto è stata sovrapposta ad esso riempiendo lo spazio mancante e liberando la zona sottostante per ampliare il giardino. La zona giorno descrive un ampio spazio che prende l’altezza intera della casa e rimane sempre in piena luce grazie alla doppia esposizione sul giardino circostante: da un lato una finestra che taglia verticalmente una parete, sull’altro lato invece le grandi porte-finestre scorrevoli che aprono sul deck esterno. A separare il living dalla zona pranzo e dal vano scale è una parete sospesa che insiste sulla struttura stessa della scalinata e ospita la tv flat screen e l’impianto sonoro...............http://atcasa.corriere.it/

'Re' Netanyahu conquista Time, soddisfazione in Israele

(ANSAmed) - TEL AVIV - Ha ottenuto una grande risonanza sulla stampa israeliana la copertina del settimanale statunitense dedicata a 'King Bibi' (Netanyahu), un personaggio che secondo il settimanale avendo conseguito in casa un potere pressoché assoluto può ora forgiare la Storia del proprio Paese."Farà la pace ? - si chiede Time. - O farà la guerra ?" Con questa copertina - che illustra un articolo di sei pagine - Netanyahu è comunque entrato nel 'Gotha' dei dirigenti di Israele a cui Time ha dedicato la propria copertina: David Ben Gurion, Levy Eshkol, Moshe Dayan, Golda Meir, Yitzhak Rabin (due volte) e Ariel Sharon.Haaretz, con tono sarcastico, sostiene che un articolo del genere non sarebbe mai apparso su un giornale locale "anche perché - nota - negli ultimi anni nessun giornalista israeliano ha potuto avvicinarsi a Netanyahu" con la piena disponibilità che é stata invece elargita al direttore di Time. In ogni caso, aggiunge il 'liberal' Haaretz, pare esagerato associare l'attuale premier a personaggi biblici come Abramo, Mosé e Giobbe per quella che secondo Time sarebbe una inclinazione comune di "discutere con Dio". Il testo dell'articolo di Time è stato distribuito ai cronisti politici dall'ufficio del premier, affinché avesse la massima risonanza. Netanyahu, da parte sua, ha invece ostentato modestia: "Israele è una democrazia, non una monarchia - ha puntualizzato - non lo dimentico nemmeno per un minuto"

Nasrallah, non proiettate il mio film in Israele

CANNES - 'Dopo la battaglia', del regista egiziano Yousry Nasrallah, unico film africano in concorso al Festival di Cannes, parla di un tema forte, ovvero di uno degli appuntamenti della primavera araba, quello della protesta di piazza Tahrir al Cairo che portò alla caduta di Mubarak. E che i temi del film siano davvero politicamente caldi lo dimostra anche la sensibilità dello stesso regista che non manca di polemizzare con il governo israeliano quando dice, applaudito, un secco no alla distribuzione del film in un Paese "che tratta male i palestinesi nei territori occupati". Protagonista di 'Dopo la battaglia' è Mahmoud (Bassem Samra), uno di quei cavalieri che il 2 febbraio 2011 fece parte della cosiddetta 'battaglia dei cammelli' che portò sangue, feriti e morti nella piazza Tahrir. Un uomo che si trovò schierato dalla parte di Mubarak lanciandosi con il suo cavallo contro la folla che in piazza ne chiedeva le dimissioni. Il regista Nasrallah, che ha conosciuto alcuni di quei cavalieri e cammellieri perché protagonisti del suo documentario 'A propos des garons, des filles et du voile', non ci sta però a considerarli i "cattivi della storia" e così punta la sua macchina da presa su Nazlet, quartiere povero ai piedi delle piramidi di Giza, dove vive gente come Mahmoud. Gente che, per campare, porta in giro i turisti con cavalli e cammelli. Nel caso di Mahmoud, coinvolto solo per disperazione e fame nella controrivoluzione, ora, come mostra il film, c'é il rifiuto, l'ostracizzazione da parte della società. A salvarlo, e a dargli coscienza rivoluzionaria e della sua stessa condizione di povero in preda a tutte le possibili corruzioni, sarà un'egiziana evoluta e pasionaria come Reem (Menna Chalabi), che prenderà a cuore la sua vita e quella della sua famiglia."Per me - ha detto il regista - conta che si guardino le persone e non gli stereotipi e le idee che queste persone incarnano. La storia è fatta di tanti piccoli individui". Il cinema arabo per Nasrallah "ha dei problemi, e non solo perché é mal visto dalla cultura islamica, ma anche perché è sicuramente diminuito il mercato. Ma se ci sono buone idee può funzionare come qualsiasi altro cinema". Per quanto riguarda i cavalieri-controrivoluzionari spiega: "non li voglio porre come modelli. Probabilmente è gente che ha paura del nuovo, paura di perdere il lavoro. Il fatto è che il mio paese non è ancora abituato alla democrazia, anche per questo il popolo egiziano meritava questo film che è come una lettera d'amore". Infine, alla domanda di un giornalista israeliano che chiedeva conferma sulla distribuzione del film in Israele, Nasrallah ha replicato: "Non voglio il mio film in Israele almeno fino a quando gli israeliani non tratteranno meglio i palestinesi nei territori occupati". Agli applausi di una piccola parte dei giornalisti, ha aggiunto: "Perché applaudite? Non ce l'ho con Israele, ho anche amici israeliani come Gitai, ma se il mio popolo ha cercato di rivedere alcune sue posizioni, questo non mi sembra valga ancora per Israele".http://www.ansa.it/

UMORISMO


NY...Un ebreo emigrato a NewYork nel 1910 torna dopo una ventina di anni nel suo shtetl e viene accolto come un eroe e tutti gli chiedono notizie di come è New York. E lui racconta:“pensate che è una città così grande che ci sono due milioni di ebrei!”E quanti goym ci sono” chiedono gli amici“Cinque milioni”“Come cinque milioni? e che se ne fanno di cinque milioni di goym?”
Piu’ ebreo di cosi’...Da cosa si capisce subito che Gesù era ebreo? Da tre elementi:1) aveva più di trenta anni e viveva ancora con la madre.2) credeva che sua madre fosse vergine 3) e... sua madre lo credeva un Dio!
Pragmatici! Un giorno qualcuno chiese ad Isaac stern,il grande violinista, perchè avesse studiato il violino e non il pianoforte e la sua disarmante risposta fu:“Provate voi a fuggire con un pianoforte durante un Progrom!” Sullam n.94 A cura di Roberto Modiano

Caponata di melanzane


Ingredienti: 1,5kg melanzane lunghe nere;1 kgPomodori perini maturi; 150g Cipolle;100 g Carote; 150g Olive verdi; 50 g Capperi sotto sale; Sedano; 100 g Olio extra vergine d’oliva;
3 o 5 Uova sode; 50 g Farina; Basilico a foglia piccola; 30 g Aceto di vino bianco; Pepe nero; Sale fino q.b.; Olio extra vergine d’oliva per friggere q.b.Lavare e tagliare le melanzane a dadi, senza eliminare la buccia, emetterle in uno scolapasta sotto sale per almeno un’ora. Pulire, lavare le verdure e le erbe aromatiche. Snocciolare le olive, dissalare
i capperi.Sbollentare, pelare e spezzettare i pomodori, eliminando i semi.Tritare cipolle, carote e sedano.Scolare le melanzane, asciugarle e friggerle in una padella nera in abbondante olio, sufficiente a coprirle. Sgocciolarle e tenerle da parte al caldo. Contemporaneamente rosolare il trito in un tegame di terracotta con l’olio caldo, aggiungere i pomodori, le olive snocciolate,i capperi e parte del basilico. Lasciar insaporire il tutto per
qualche minuto a fuoco vivo, versare l’aceto e continuare la cottura sino ad ottenere una salsa abbastanza densa.Unire le melanzane e cuocere ancora alcuni minuti per amalgamare
i gusti, cospargere con le foglie di basilico spezzettato, decorare con le uova sode tagliate a spicchi e servire immediatamente.Sullam n.94

Lo shabbes goy di Rabbi Hirsh


Michael Devlin, il protagonista del romanzo Neve in agosto, come Capitan
Marvel.
Se il ragazzino dice “Shazam” si ricompone un mondo. E allora c’era una volta in America, radio days e le canzoni di Bing Crosby, Nat King Cole, Perry Como e Doris Day e l’orchestra di Benny Goodman o Count Basie. I film, i fumetti,le leggende irlandesi di mamma, e Jack London, Edgar Allan Poe, Charles Dickens e l’enciclopedia Le meraviglie del sapere. La biblioteca di Garibaldi Street e il cinema Venus, prima di rimettere piede al Grandview, dove Michael era stato da piccolino con papà, quando papà c’era. E il baseball, dei Dodgers e del magnifico Jackie Robinson, “il primo negro nelle leghe maggiori del baseball”.E lui, Michael Devlin, e Sonny e Jimmy, uno per tutti e tutti per uno, come i tre moschettieri. Lui irlandese, Sonny italiano, Jimmy polacco.1947, Brooklyn, Ellison Avenue, il Casement’s Bar, il negozio di dolciumi di Slovacki, la panetteria, la bottega di Mister G.E i teppisti, Frankie e la sua gang dei Falchi, che terrorizzano il quartiere e dicono e fanno quello che tutti i teppisti dicono e fanno: sputano ignoranza odio e pregiudizio, picchiano e massacrano. Per comodo ulteriore, il capro espiatorio è lì. E’ lui, l’ebreo.Non ci stanno Michael e la sua mamma. E anche altri, come i veterani, che sono stati in guerra, e in Europa hanno visto. Hanno visto e udito ancor peggio di quello che il cinegiornale del Venus proietta prima di ogni film: le immagini dell’orrore, della vergogna, del dolore, della bestialità dei campi di sterminio dei nazisti, l’urlo di bambini e vecchi, di donne, uomini e ragazzi.Un mondo così, a Brooklyn, dove il ciclone della guerra è passato lontano, ma ha lasciato a terra il papà di Michael e tanti americani come lui (irlandesi, italiani,polacchi, cattolici, ebrei, “negri” d’America).Un posto così, dove forse si potrebbe anche vivere con la speranza di un futuro,un futuro d’America, se non fosse per loro, che vanno a caccia, tendono agguati,imbrattano di svastiche e di scritte oscene i muri dei luoghi dove vogliono stanare la preda.E una volta così, a Brooklyn, America, in Ellison Avenue, doppiato l’angolo di una portentosa nevicata, arrancando verso la Chiesa del Sacro Cuore, per andare a servir messa, una volta così, quella volta di fine d’anno 1946, Michael Devlin cattolico irlandese americano, lui, il chierichetto di Padre Heaney, divenne lo shabbes-goy di Rabbi Hirsh. La sinagoga di Kelly Street lo raggiunse come la promessa di un miracolo. E miracolo fu.maggio | 2012 . iyar | 5772 Ed infine, martedì pomeriggio nel Ridotto del Teatro Comunale, ultimo in ordine di tempo, ma non di importanza il convegno “Le donne e la scrittura” coordinato da Rav Roberto Della Rocca, e reso stimolante, ricco ed interessante dagli interventi di Yarona Pinhas, Donatella Ester De Cesare e Marina Beer,degna conclusione di un Festa del Libro in cui negli “Incontri con l’autore” le autrici erano più della metà!Anche i percorsi guidati nella bella città estense, ma anche molto ebraica, sono stati frequentatissimi ed hanno confermato che quando i luoghi hanno un’anima continuano a parlare a tutti, quindi, esaurita questa bella edizione della“Festa del Libro Ebraico” non ci resta che dire che la Festa continui ed aspettare la prossima primavera per un’altra visita a Ferrara.Lo shabbes goy di Rabbi Hirsh.Michael Devlin come Rabbi Loew,suscitatore del Golem. Se il ragazzino dice “Apriti Sesamo”, il mondo non ha più confini, il tempo rompe i suoi vincoli,l’immaginazione guida il desiderio e la sua realizzazione. E’ come uno spirito santo che discende. S’imparano le lingue. Io insegno a te l’inglese,Rabbi Hirsh di Praga; tu insegni a me, Michael Devlin, che so l’inglese e anche il latino della messa, l’yddish e l’ebraico dei tuoi libri sacri, e il greco,e l’aramaico di Gesù che non fu ucciso dagli ebrei come dicono in Ellison Avenue. Le lingue del mondo. Gli alfabeti di Dio.Com’è piena di sogni avventurosi, meraviglie e tentazioni la vita quando si è ragazzi, cattolici irlandesi americani,e finalmente anche un po’ ebrei e un po’ “negri”. Quando si sa l’inglese e il latino della messa, e l’orizzonte che sembrava tutto lì, si rompe nel miracolo di altre lingue, altre fedi, altri mondi. Perché davvero pensi che nonostante Sonny, Jimmy, Capitan Marvel, e tutti i libri della biblioteca di Garibaldi Street, e i film del Venus,e le canzoni della radio e i Dodgers e Frankie Robinson, pensi che era pur sempre poca cosa la vita prima di quel passaggio alla sinagoga, quel sabato mattina, a fare da shabbes-goy al rabbino Hirsh.Prima e dopo quell’incontro. Lo spartiacque.Perché varcata quella soglia, Michael Devlin spiccò il volo che ancora non gli era riuscito. Non per mancanza di talenti, quelli gli fiorivano fra le dita, ma in assenza di una guida, un padre, vero e spirituale. Ed ecco Rabbi Hirsh. E i libri, la musica, il baseball; l’esercizio delle lingue,dell’umorismo, dell’intelligenza,del piacere di sapere, pensando a un mondo senza pregiudizi, senza odio,senza guerre. Viaggiare con la mente.E basta dire un nome, dare due coordinate,ed ecco spalancarsi la storia.La storia in cui entri tu. Per esempio a Praga. Con Rabbi Loew, il Golem, il perfido Taddeo, l’imperatore Rodolfo.La Praga dei misteri della Kabbalà,degli alchimisti e dei miracoli. La Praga del ghetto, della giovinezza del rabbino Hirsch, di Leah, sua moglie, vittima;la Praga del dolore che impregna di sé le piccole stanze della sinagoga.E poi dilaga da Kelly Street a Ellison Avenue, ripetendo misfatti che si volevanoallontanare.Pete Hamill, l’autore di Neve in agosto,indica in Michael Devlin, il protagonista del romanzo, una vocazione salda dell’infanzia, che ha in sé, nella sua costituzione, la forza visionaria di cambiare il mondo. E attraverso la rappresentazione di questa potente Weltanschauung infantile, un qui e ora, reale e immaginario, fonda la sua “città ideale”. L’utopia di una realtà nuova, alla quale chiedono pari diritti di cittadinanza gli eroi del quotidiano e gli eroi del meraviglioso, uniti da un medesimo intento, un unico proposito.Sostenere la civiltà, i valori che ne sono a fondamento, allontanare la barbarie e il suo corollario di intolleranza e di morte. All’interno del vero miracolo costituito da questo romanzo.Rosella Picech, Sullam n.94 Pete Hamill, Neve in agosto, traduzione di Marina Astrologo e Massimo Birattari, Salani, 2009, p.304, Euro 10,00


YOSEF ROFE’ UOMO DI MARE, DI STUDIO E DI POESIA TRADUTTORE IN EBRAICO DI LIRICHE ITALIANE

Yoseph Rofè (cognome originario Roifer), nato a Pisa nel 1930 e morto a Gerusalemme nel 1997, è il fratello del professor Alexander, con il quale e con la primogenita sorella Noemi, fece l’aliah da fanciullo, dopo la morte del padre Giorgio Roifer, imprenditore ed esponente sionista. Il padre era venuto dalla Romania per studiare a Pisa, dove sposò Matilde Gallichi, sorella del dottor Guido Gallichi. Era amico e socio in affari di Yoseph Pardo Roques, il Parnas, che fu il sandak (padrino) dell’omonimo neonato Yoseph, quando entrò nel patto di Abramo. Morendo giovane, nell’agosto 1938, Giorgio, privato della cittadinanza italiana dalle leggi antiebraiche, disse biblicamente alla moglie: “Prendi i figli e vai in Erez Israel”. Lì Yoseph, come i fratelli, è cresciuto, finemente educato alla cultura e al senso dell’arte dalla madre. Frequentò il liceo Shalvah di Tel Aviv, uno dei pochi in cui si studiava il greco e il latino. Si dedicò all’insegnamento, con periodi in Italia, ed è stato bibliotecario all’Università Bar Ilan. Durante la prima guerra di indipendenza di Israele, quando sorse lo Stato, si arruolò nella Marina, conseguendo il grado di ufficiale e si offrì volontario nell’unità di sommozzatori, la Shayyetet. Si trovò nel porto di Tel Aviv sotto un bombardamento egiziano, nel quale morì la fiorentina Giorgia Bolaffi Klingbail.Yoseph componeva poesie fin dalla fanciullezza e si è dedicato alla traduzione in ebraico di poeti italiani, ampiamente continuando una tradizione nella letteratura degli ebrei d’Italia, inclini a connettere le due civiltà, di cui sono partecipi. Pubblicò nel 1960, in edizione Kiriat Sefer di Gerusalemme l’antologia dei poeti, dedicandola alla memoria del padre e con riconoscenza alla madre. Il volume si apre, a mo’ di prologo, con il coro del Nabucco, e comprende sonetti del Foscolo e buona parte dei Sepolcri, cinque canti leopardiani, Il re travicello e La fiducia in Dio del Giusti, tre poesie di Carducci, quattro del Pascoli, cinque composizioni di D’Annunzio, tra cui La pioggia nel pineto, il nostro Angiolo Orvieto, e molto di Quasimodo. Di ogni autore offre la presentazione introduttiva ai lettori di Israele. E’ stata dunque un’opera di bel rilievo, assimilante nell’ebraico parti significative dei poeti italiani, per farli conoscere agli israeliani ed ebreofoni, per vibrante gusto degli ebrei italiani, che sentono congiungere le due anime con buon esercizio di ivrit, e per gli studiosi di lingue interessati alla funzione letteraria costituita dalle traduzioni.Di ogni autore fornisce un breve profilo biografico in ebraico.Il Tempo e l'Idea n.19 - 24

venerdì 18 maggio 2012

Israele: è illogico fornire energia e aiuti alla Striscia di Gaza
Israele ha lasciato la Striscia di Gaza nel 2005, lo ha fatto non senza sacrifici e polemiche per la famosa politica “terra in cambio di pace”, solo che la pace non l’ha mai avuta in cambio della terra e, anzi, in cambio ha avuto anni e anni di attacchi, missili sulle sue città e attentati dinamitardi. Israele non occupa o assedia Gaza come qualche stolto vuol far credere. Gaza è un territorio ostile e come tale viene trattato.

Nonostante tutto però Israele fornisce energia elettrica (o il carburante per produrla) e aiuti alla Striscia di Gaza, unico caso al mondo in cui uno Stato considerato nemico assiste chi lo considera tale. Negli ultimi mesi, quando a causa di una lite tra Fatah e Hamas il carburante per la centrale di Gaza non è arrivato a destinazione, Israele ha deviato parte della sua produzione (il 4,5%) su Gaza anche se i pacifinti si guardano bene dal dirlo. Beh, lasciatemi dire che tutto questo è assolutamente illogico.La Striscia di Gaza è governata di fatto da Hamas, un gruppo terrorista che ha come obbiettivo (per statuto) la distruzione di Israele. Da quando ha preso il potere Hamas tiene sotto ostaggio circa 1,5 milioni di arabi residenti nella Striscia. Quelle persone con Israele non c’entrano niente, anzi, considerano lo Stato Ebraico un nemico da distruggere alla pari di coloro che governano Gaza. Allora, se questi “signori” considerano Israele un nemico, perché Israele fornisce loro aiuti umanitari, carburante per la centrale elettrica e quella l’energia che la stessa (e unica) centrale non riesce a produrre? Perché fornisce i desalinatori per rendere potabile l’acqua del mare? Perché fornisce assistenza medica a coloro che a causa di gravi malattie non possono essere curati a Gaza? Si fa questo per un nemico? Non credo proprio anche perché, a parti invertite, gli arabi non lo farebbero mai.Nei giorni scorsi il Ministro dell’Ambiente, Gilad Erdan, ha proposto di tagliare le forniture di energia elettrica alla Striscia di Gaza, energia elettrica che nessuno paga e che finisce per rafforzare i nemici di Israele. Subito è stato tacciato dai soliti pacifinti di “razzismo” e le polemiche sono fiorite. Ma perché il Ministro Gilad Erdan sarebbe razzista? Perché vuole che gli aiuti ai nemici di Israele si interrompano? Beh, ma questo non è razzismo, questa è logica, pura, semplice e ragionevole logica, la stessa che viene applicata in tutte le altre parti del mondo quando si tratta di nemici. Perché Israele dovrebbe essere diverso?Lasciatemi dire che il Ministro Gilad Erdan ha perfettamente ragione e che se c’è qualcosa di assolutamente illogico è continuare a fornire energia elettrica e aiuti umanitari alla Striscia di Gaza. A parte che dubito molto che a Gaza ci sia bisogno di aiuti umanitari (lo pensano solo la Ashton e quelli che come lei sono ammagliati dagli omoni barbuti) ma poi, si è mai visto che un qualsiasi Stato sovrano aiuti i suoi nemici?Questa associazione approva e appoggia totalmente la proposta del Ministro Gilad Erdan. E’ ora che finisca l’assurda ipocrisia che vorrebbe che Israele accetti senza un fiato di essere continuamente minacciata da Hamas ma che nel contempo sia costretto a fornire ai propri nemici ogni tipo di assistenza. Quando gli arabi si metteranno in testa che la pace è l’unica strada da seguire, allora e solo allora avranno l’assistenza di cui hanno bisogno, fino ad allora frontiere chiuse a tutto e a tutti.Sharon Levi, http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/

Sinistra e cattolici italiani davanti a Israele

La rottura fu molto dolorosa: dopo anni di strettissima vicinanza, con il 1952 e poi, in modo decisivo, con la Guerra dei sei giorni, tutto cambiò. Salvo pochissime eccezioni - si ricordi, su tutti, il nome del socialista Pietro Nenni - Israele divenne per eccellenza il nemico per la retorica, di grande e lungo successo, della sinistra italiana.Questi tormentati decenni sono oggetto della lunga analisi che Paolo Mieli compie sul «Corriere della Sera» del 15 maggio, recensendo il saggio Israele e la sinistra (Roma, Donzelli, 2012, pagine 196, euro 25) del giovane ricercatore Matteo Di Figlia. La posizione di via delle Botteghe Oscure, però, non fu dovuta alla cieca obbedienza a Mosca: il Pci, infatti, «fu antiisraeliano mentre era impegnato in un farraginoso ma progressivo allontanamento dall'Urss, e molti gruppi nati dopo il Sessantotto che espressero giudizi durissimi verso Israele, osteggiavano apertamente il Pci e il modello sovietico». Tra la sinistra italiana dedita per intero alla causa palestinese, un'eccezione interessante - sostiene ancora Di Figlia - fu quella del Partito Radicale, specie per voce di Gianfranco Spadaccia: «I radicali non furono i neocon italiani ma furono i primi a difendere le ragioni israeliane usando un tassello centrale della proposta neocon, cioè quello dei diritti umani».La fine dell'opposizione di sinistra verso Israele si ebbe solo nel 1982, a seguito dell'attacco di terroristi palestinesi alla sinagoga di Roma, che costò la vita a un bimbo ebreo di due anni, Stefano Taché. Il resto è storia recente, «storia di anni - conclude Mieli - in cui si è continuato, da sinistra, a criticare questo o quell'atto del governo israeliano ma con una minore indulgenza a quel genere di antisionismo che per decenni aveva coperto vere e proprie forme di antisemitismo. Anche se il tic di chiedere ai "compagni ebrei" di essere in prima fila quando c'è da attaccare Israele è ben lungi dall'essere scomparso del tutto».L'atteggiamento del mondo cattolico verso Israele è invece al centro dello studio di un altro giovane storico (Paolo Zanini, "Aria di crociata". I cattolici italiani di fronte alla nascita dello Stato d'Israele, 1945-1951. Prefazione da Luigi Bruti Liberati, Milano, Edizioni Unicopli, 2012, pagine 263, euro 17). L'Osservatore Romano, il 16/05/12

Per perdere peso basta 'dormire a tempo'

Lo studio Gad Asher dell'istituto di Scienza israeliano Weizman

(ANSA) - SYDNEY, 16 MAG - Ne avete abbastanza di diete e di esercizio? Vi potete rilassare, perche' la maniera di tenere sotto controllo il peso, e' di dormirci sopra. Cosi' conclude una ricerca sui ritmi circadiani che regolano il ciclo sonno-veglia, presentata ieri sera a un seminario sull'obesita' dell'Istituto Garvan di Melbourne.Lo studio, esposto dal biologo chimico Gad Asher dell'Istituto di Scienza Weizman di Israele, conclude che ogni cellula del corpo ha un suo 'orologio circadiano'.

Il pillolo non piace agli uomini: nuovo anticoncezionale maschile da Israele

Il pillolo non riesce a decollare. Ogni anno è quello buono per la commercializzazione in farmacia, gli studi di fase 3 hanno reclutato migliaia di volontari e l’Italia ha partecipato attivamente. La combinazione classica prevede due ormoni, un progestinico e il testosterone: il primo blocca la produzione di spermatozoi, il secondo protegge la libido. La combinazione è molto simile a quella della pillola femminile a cui al progestinico è affiancato invece l’estrogeno, ormone elettivo delle donne. Con il pillolo l’eiaculazione rimane la stessa, l’orgasmo pure, il liquido seminale anche: ma nell’eiaculato non ci sono spermatozoi. Esattamente come la pillola femminile toglie uovo pur lasciando le mestruazioni.Ostacolo culturaleLa biologia maschile è sicuramente complessa e milioni di spermatozoi sono più difficili da incastrare di un solo uovo mensile. Ma l’ostacolo più che scientifico è culturale. Gli uomini temono innanzitutto l’effetto devirilizzante: oltre il 50% degli uomini non utilizzerebbe il pillolo per questo motivo. E la metà delle donne è terrorizzata dal partner sbadato e afferma che mai affiderebbe alla gestione maschile un tema tanto delicato, visto che il prezzo sarebbe pagato sul proprio corpo. Questi dai impediscono ai colossi farmaceutici di investire sul pillolo.Come funziona il pillolo Eppure l’indice di gradimento è altissimo negli uomini che l’hanno utilizzato. A fine studio gli uomini italiani si sono lamentati di dover tornare al vecchio profilattico e hanno sperato in una veloce distribuzione in farmacia: non hanno registrato effetti collaterali significativi, la tranquillità di coppia ne ha giovato e la libido non ha avuto variazioni. Inoltre la fertilità è tornata la medesima dopo l’interruzione poiché il pillolo ha effetto di piena reversibilità, esattamente come la pillola. Ogni studio ha concluso le medesime osservazioni e ogni studio si è arenato al banco della farmacia.Il nuovo pillolo israeliano Forse la soluzione arriverà da Israele: niente testosterone e niente progestinici. Il nuovo pillolo sarà una combinazione nuova che disattiva la proteina degli spermatozoi che permette la fecondazione. Per gli spermatozoi insomma sarà impossibile penetrare l’uovo. Effetto reversibile e con una sola pillola ogni tre mesi. Pare proprio che il pillolo di Israele possa mettere d’accordo tutti: gli uomini continuerebbero ad avere un eiaculato con spermatozoi presenti, anche se inefficaci. E le donne potrebbero supervisionare l’assunzione trimestrale del partner. Niente costrizioni psicologiche, niente ormoni, estrema praticità, supervisione femminile garantibile. Commercializzazione in farmacia prevista nel 2013.http://www.themedicalinformer.net/

Ecco perché la soluzione a due stati “deve” fallire

Di Moshe Dann, http://www.israele.net
La comunità internazionale non riesce a capire come mai non sortiscano risultati positivi tutte le sue pressioni per portare avanti un “processo di pace” che richiederebbe agli arabi palestinesi di rinunciare alla loro lotta contro lo stato ebraico. La risposta è che il conflitto non riguarda il territorio, bensì l’ideologia: cioè il palestinismo, che sta alla base della guerra che da circa cento anni viene condotta contro il sionismo e lo stato di Israele in quanto storica patria nazionale del popolo ebraico. Per gli arabi, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani ciò fa parte di una più vasta jihad, una sorta di lotta permanente contro l’infedele. […] Se non si coglie questo concetto, è impossibile capire il palestinismo, la sua missione storica e i suoi leader. È questo concetto che spiega non solo perché “il processo di pace” fallisce, ma anche perché “deve” fallire.Tutti gli sforzi per imporre uno stato palestinese (la soluzione “a due stati”) sono condannati a fallire per una semplice ragione: i palestinesi quello stato non lo vogliono. L’obiettivo primario del nazionalismo palestinese era ed è quello di cancellare lo stato d’Israele, di non permettere che esista. Qualunque forma di indipendenza palestinese che accetti di convivere con una sovranità israeliana su quella che loro ritengono terra musulmana rubata dagli ebrei è, per definizione, un’eresia. È un concetto enunciato molto chiaramente sia nella Carta fondamentale dell’Olp che in quella di Hamas. Il palestinismo non è un’identità nazionale, quanto piuttosto un costrutto politico sviluppato come parte di un aggressivo programma terroristico quando venne fondata l’Olp, nel 1964. Rappresentava un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e tra gli arabi che vivevano dentro Israele sin dal 1948 rispetto agli altri arabi. I termini “arabi palestinesi” o “arabi di Palestina” non sono invenzioni di colonialisti e stranieri: essi compaiono nei loro stessi documenti ufficiali. L’identità palestinese coincide con la lotta per “liberare la Palestina dai sionisti”, ed è diventata una causa internazionale che ha legato fra loro i musulmani nel quadro di una jihad con implicazioni molto più ampie: una sorta di rivoluzione islamica permanente.Il palestinismo ha funzionato come alibi e giustificazione di questa jihad. Ma storicamente gli arabi che vivevano in Palestina consideravano se stessi parte della “grande nazione araba”, come emerge anche dai documenti dell’Olp. Si raccolsero attorno al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non per via di una loro identità nazionale, ma per odio verso gli ebrei. La loro lotta oggi non consiste nel conseguire l’indipendenza accanto a Israele, ma nel sostituire Israele con uno stato arabo musulmano.
Pertanto le proposte su “due stati”, con l’indipendenza palestinese come obiettivo territoriale, di fatto contraddicono il palestinismo, dal momento che ciò significherebbe la fine della loro lotta per sradicare Israele. Il che spiega come mai nessun leader palestinese accetterà di arrendersi alle richieste occidentali e sioniste, e come mai accettare un compromesso è considerato un anatema. Indipendenza (accanto a Israele) significherebbe negare il carattere di “nakba” (catastrofe) della nascita d’Israele nel 1948; significherebbe ammettere che tutto ciò per cui si è combattuto e tutti i sacrifici fatti sono stati vani. Significherebbe abbandonare (cioè, lasciare che si integrino altrove) cinque milioni di arabi che vivono in 58 “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea e Samaria (Cisgiordania), nella striscia di Gaza, in Libano, Siria e Giordania, e centinaia di migliaia di altri sparsi per il mondo: non sarebbero più considerati “profughi”, il che significherebbe la perdita di quel miliardo e passa di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno. Indipendenza significherebbe abbandonare la “lotta armata”, vera chiave di volta dell’identità palestinese; significherebbe svelare che il concetto di palestinismo creato dall’Olp e accettato dall’Onu, dai mass-media e anche da vari politici israeliani, è una falsa identità con un falso scopo. Significherebbe che tutte le sofferenze patite per cancellare Israele sono state inutili.L’indipendenza comporterebbe assumersi responsabilità e porre fine all’istigazione all’odio e alla violenza, fare i conti con fantasie come la “archeologia palestinese” o la “società e cultura palestinese”, richiederebbe di costruire un autentico nazionalismo, con istituzioni giuste e trasparenti.Significherebbe anche, naturalmente, porre fine al conflitto, porre fine al terrorismo e all’istigazione, porre fine alla guerra civile fra laici e islamisti, fra tribù e clan, porre fine alla corruzione, all’arbitrio, all’illegalità e dare vita a un governo autenticamente democratico. Accettare Israele significherebbe la fine della Rivoluzione Palestinese: un tradimento in termini nazionali e un’eresia in termini islamici. In questo contesto, per i palestinesi e per gran parte dei musulmani il “processo di pace” non è che una metafora della sconfitta.(Da: YnetNews, 1.5.12)

Facebook/ La timeline più lunga?Torre David Gerusalemme:1099 anni

17 mag. (TMNews) - La Torre di Davide a Gerusalemme è uno dei luoghi più famosi d'Israele ed uno dei siti archeologici più affascinanti del mondo così da essere visitato ogni anno da centinaia di migliaia di turisti.L'antica torre si trova sulla linea di confine tra la "Ir Atiqà", la Città Vecchia, e la Città nuova di Gerusalemme e rappresenta un simbolo che ha 4000 mila anni di storia.Il Museo della Torre di David ha recentemente lanciato la più lunga timeline su Facebook, 1099 anni di storia. Si sarebbe voluto tornare indietro di 4000 anni, ma Facebook attualmente non consente un cammino a ritroso così lungo.La Timeline della Torre di David - informa l'ufficio turistico d'Israele - è ricca di eventi testimoniati da fotografie, film, disegni e illustrazioni che raccontano la storia della Torre all'ingresso della Città Vecchia di Gerusalemme che a sua volta racconta la storia della città.Re, principi e generali fanno tutti parte della storia della Torre, così come i racconti del "pellegrino" abituale, nel senso più ampio del termine: dai crociati ai pellegrini provenienti da ogni angolo della terra fino ad oggi che sono entrati nella città.

Siria: Israele, sorte Assad e' segnata. Seguire il modello yemenita

(ASCA-AFP) - Los Angeles, 17 mag - ''Sono frustrato dalla lentezza del crollo del regime. Credo che la sorte di Assad sia segnata e che occorra alzare la voce, per ragioni sia morali che pratiche''. Cosi', il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in visita ufficiale a Washington nel corso di un'intervista alla Cnn.L'uscita di scena del presidente siriano, ha aggiunto, sarebbe un ''grande colpo'' inferto anche all'Iran, agli sciiti libanesi di Hezbollah e alla Jihad islamica.''Penso - ha quindi concluso Barak - che si dovrebbe seguire il modello yemenita, vale a dire lasciare intatto il partito al governo, le forze armate e d'intelligence''.

Cittadinanza onoraria a Gilad Shalit il soldato israeliano prigioniero per 5 anni

Il giovane militare ha ringraziato Roma per il sostegno alla sua liberazione. Ad accoglierlo in Campidoglio, assieme ai prinicipali esponenti della comunità ebraica, il sindaco Alemanno e la presidente Polverini

Bandiere, canti, palloncini bianchi e commozione. Una piazza del Campidoglio gremita per la festa di benvenuto al neo-cittadino onorario di Roma, Gilad Shalit, il giovane caporale israeliano liberato l'ottobre scorso dopo una detenzione di cinque anni. "E' un giorno particolare e commuovente per tutti. - ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno - Questo ragazzo è un simbolo di speranza. Fino quando esisteranno giovani come lui, semplici e tranquilli che non odiano nessuno, noi saremo sicuri che i barbari, l'odio e il fondamentalismo non prevarra'". Un giorno particolare anche secondo la presidente della regione Lazio, Renata Polverini.

"Una giornata importante per Roma, per Shalit, ma io penso per l'Italia e per Israele - ha detto Polverini - Questo consolida il rapporto di fratellanza e ci insegna che quando le istituzioni di tutto il mondo si uniscono si riesce a portare a casa un risultato assolutamente straordinario. E' stato emozionante vedere quanto Shalid, con gli occhi quasi da bambino, fosse sorpreso di scoprire quanto il mondo si fosse mosso in suo favore. Gli auguriamo adesso di riprendere la sua vita. Ha detto che non ha ancora deciso cosa farà ed è comprensibile dopo cinque anni di prigionia. Speriamo che prosegua la sua vita nel migliore dei modi". Commosso il saluto di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma. "Non avrei mai immaginato che ci saremmo ritrovati qui ma ci siamo riusciti. Adesso è il momento di fare alcune riflessioni insieme: non è possibile gioire del tutto nel momento in cui ci sono altri che soffrono. Alcuni giorni fa abbiamo deciso insieme al sindaco, al presidente della regione Lazio e della provincia di Roma di spegnere quelle luci del Colosseo perché vengono ancora sterminati cristiani in Nigeria e noi non possiamo rimanere in silenzio, altri cittadini italiani sono prigionieri ed è per questo che vogliamo gridare da qui: vogliamo liberi i due soldati che si trovano progionieri in India".Emozionato il protagonista della serata, Shalit: "Sono molto emozionato e felice di esprimere qui la mia gratitudine per tutto quello che è stato fatto per la mia liberazione. - ha detto Shalit - Voglio ricordare tutti gli altri ostaggi imprigionati contro la propria volonta': spero tornino presto a casa". Il sindaco Alemanno, dopo aver consegnato la cittadinanza onoraria, ha regalato a Shalit lo stendardo che dal 2009 era esposto in piazza del Campidoglio. "Lo stendardo che abbiamo tenuto esposto in questa piazza e non è mai stato tolto te lo regalo - ha detto Alemanno - perché ti ricordi di questi anni anche dal nostro punto di vista. Ti vogliamo bene". Presenti alla serata, tra gli altri, anche Riccardo Di Segni, il rabbino capo di Roma, e l'ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon.http://roma.repubblica.it/

Se anche in Cisgiordania scoppia lo scandalo sui tesorieri di partito

Non è tempo di tesorieri. Vedi alla voce “Lusi” (Margherita). O “Belsito” (Lega Nord). E però, le grane sulla grana che sparisce o viene usata per altri scopi paiono non essere un’esclusiva italiana. Basta vedere cosa succede a Ramallah, in Cisgiordania, la “capitale” dell’Autorità nazionale palestinese. La quale ha da poco deciso di dire basta alla corruzione, al malaffare, ai soldi che arrivano-cambiano proprietario-ripartono verso lidi più dorati istituendo un’Agenzia di lotta al malcostume. Finendo, però, con il tirare in ballo chi ormai non balla da un pezzo, e però è sempre venerato come il Dio sceso in terra.E allora. West Bank in subbuglio per l’annuncio di un’inchiesta che cerca di fare luce sulla sottrazione di milioni di dollari di fondi pubblici dell’Anp da parte di Mohammed Rashid, ex influente consigliere economico del presidente Yasser Arafat. Era lui il tesoriere effettivo di una montagna di soldi che, quand’era in vita l’uomo con la kefiah sempre attorno al collo, arrivavano da tutte le parti: mondo arabo, mondo asiatico, Italia e Francia e Spagna. Ecco, dicono le anticipazioni di quell’inchiesta che Rashid avrebbe preso milioni di dollari destinati all’infrastruttura disastrata palestinese per farsi i suoi investimenti personali in Giordania, Egitto, Emirati e Montenegro. Per questo l’Agenzia palestinese per la lotta alla corruzione ha chiesto a questi Paesi di congelare i conti correnti riconducibili all’ex consigliere di Arafat.

Mohammed Rashid durante un’intervista ad Al Arabiya

L’interessato, a dire il vero, in Cisgiordania non mette piede da un pezzo. Dal 2004, anno in cui il “caro leader” andò per altri lidi, periodo in cui la moglie Suah Arafat se ne scappò con la figlia e – dissero i maligni senza essere smentiti – con altri milioni di dollari e conti correnti e proprietà private sparse di qua e di là attorno al Mediterraneo. Ecco, Rashid. È comparso, guarda caso, pochi giorni fa, in tv. E ha detto delle cose che in molti non hanno capito, ma tutti hanno compreso il senso: più che parole in libertà erano vere e proprie minacce nei confronti di Abu Mazen, il numero uno dell’Anp. Minacce che prefiguravano la rivelazione di chissà quali retroscena sull’ascesa al trono palestinese proprio di Abu Mazen. «Attento a non commettere un enorme sbaglio», ha ammonito il tesoriere «made in Palestine».Carriera folgorante quella di Rashid all’interno della formazione di Yasser. Origini curdo-irachene, giornalista, senza nemmeno un soldo, negli anni Novanta si unì alla causa palestinese diventando, in pochi mesi, prima l’esperto d’economia di Arafat, poi il consulente finanziario del gran capo e del suo entourage più stretto.

Il presidente dell’Anp, Abu Mazen

«Rashid è arrivato da noi con le tasche vuote e se n’è andato multimilionario», ha denunciato il capo dell’Agenzia per la lotta alla corruzione. «Sono convinto che le fortune e le attività di business del “curdo” sono fiorite grazie al denaro pubblico e alla distrazione di aiuti internazionali destinati al popolo palestinese». L’ha chiamato proprio così, il capo palestinese: il «curdo». Cosa che, da queste parti, suona come una presa di distanza. Di più: la cacciata definitiva dal clan.Ecco, a proposito di clan. Secondo qualche giornalista arabo il vento contro la corruzione che ha preso a soffiare su Ramallah non è altro che l’inizio della resa dei conti «selettiva» all’interno della nomenclatura claustrofobica dell’Anp. Rashid è molto vicino a Mohammed Dahlan, l’ex responsabile a Gaza di Fatah (il partito creato da Arafat e preso in mano da Abu Mazen).Dahlan, nei mesi scorsi, ha avuto la bella idea di affrontare a muso duro proprio Abu Mazen sulla gestione della Cisgiordania, sul rapporto – pessimo – con i “fratelli-coltelli” di Hamas che, intanto, s’eran presi la Striscia di Gaza, sui continui tira-e-molla con gl’israeliani sui colloqui di pace. E così aveva avuto gioco facile Abu Mazen a metter in giro la voce, poi rilanciata da tutti i giornali locali, di un tentato golpe di Dahlan contro gl’interessi palestinesi. A dimostrazione che non è nemmeno tempo di essere amici di tesorieri. In Italia come in Palestina.http://falafelcafe.wordpress.com/

Rifiutarsi di ricordare Monaco '72. All'Olimpiade di Londra vince la paura

È evidente il motivo per cui il Cio si rifiuta di ricordare con un minuto di silenzio a Londra il massacro olimpico di Monaco '72: la paura. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie solo per un minimo gesto di omaggio agli atleti israeliani uccisi quarant'anni fa da un commando di terroristi palestinesi. La preoccupazione di urtare la suscettibilità di chi non vuole riconoscere lo Stato di Israele e dunque non pensa che i morti ammazzati di Israele, uccisi in Germania nel mezzo di una competizione olimpica, debbano essere onorati. La paura, il terrore. Nessun'altra spiegazione plausibile.Un minuto di silenzio, non cerimonie mastodontiche e costose. Un minuto di silenzio e di raccoglimento per i due atleti israeliani che vennero ammazzati nel villaggio olimpico e per gli altri nove che, presi in ostaggio, persero la vita (assieme a un poliziotto tedesco e al commando di sequestratori) alla fine di un disastroso blitz condotto dalle forze speciali della Germania occidentale. Una strage. Una carneficina ad altissimo valore simbolico perché, per la prima volta dopo l'Olocausto, 11 ebrei vennero trucidati in terra tedesca. Il massacro fece molto scalpore, ma si decise lo stesso di andare avanti con i Giochi olimpici. Oggi, dopo quarant'anni, la richiesta di un minuto di silenzio avanzata dagli israeliani sembra una richiesta ragionevole, misurata, tutt'altro che provocatoria. Ma gli organizzatori delle Olimpiadi di Londra non hanno perso l'occasione per un altro gesto di viltà. Ai Giochi del Mediterraneo lo Stato di Israele viene escluso. Ora viene esclusa persino la possibilità di ricordare i morti di quarant'anni fa. Nessuna ragione convincente per questo sconcertante rifiuto. Non un argomento sostenibile. Soltanto la paura. Ma la paura, il cedimento preventivo ai diktat dei prepotenti, è la negazione stessa dello spirito olimpico, fondato sulla lealtà e sul riconoscimento del valore di tutti gli atleti di tutte le Nazioni. E si sancisce così il principio che alcuni morti non possono nemmeno essere nominati, che il Cio è ostaggio di chi addirittura sente il massacro di Monaco come una bandiera da sventolare. Una pagina orribile della storia.Uno sfregio alle Olimpiadi: le Olimpiadi della paura.Pierluigi Battista, Corriere della Sera, 17.5.2012

Io penso che pensi che penso

Il Tizio conosce uno. Si era convinto che questo fosse di sinistra per quanto riguarda l’Italia e di destra per quanto riguarda Israele, e questo per il fatto che là c’è il pericolo e qui no. Poi ha capito che sul fatto di Israele questo qui era pubblicamente di destra, e di sinistra solo in privato, perché Israele deve fare la pace senza che lo diciamo noi. Invece non è così, e il Tizio ha ricapito quello che aveva capito male. E ha capito che il suo amico è quasi di destra anche per quello che riguarda l’Italia perché la situazione è seria e non è il momento di criticare, ed è di sinistra solo in privato perché ora si scambiano i ruoli e anche qui c’è un grandissimo pericolo che in Israele non c’è - dato che ci sono due pericoli: la fine del mondo in Israele e la fine dei soldi in Italia. E per quanto riguarda l’Italia, uno che sta in Germania non può venirci a dire quello che dobbiamo fare in Italia, ora che è in grave pericolo: lo dice tranquillamente in privato tramite le banche. E per quanto riguarda Israele viene fuori che se uno abita in Italia non può criticare Israele come fanno quelli di sinistra in Israele, i quali ne hanno tutto il diritto perché abitano in Israele e c'è la democrazia, e per fare un esempio se uno vuole rubare in autobus lo può fare, basta che lo dica apertamente. Mentre se uno sta a Pinerolo e vuole criticare Israele come fanno quelli di sinistra che abitano in Israele, allora deve fare l’alyà e lasciare Pinerolo, che però è complicato per ragioni come il mal di mare quando c’è il trasloco, e poi che in Piemonte ci sono dei vini buonissimi e farli spedire in Israele costerebbe una cifra. Adesso che potenzialmente ha capito, il Tizio ha solo un dubbio. Come faccia quello lì, con tutte le idee messe una sopra l’altra per mascherare con quella sopra quella sotto, ad andare avanti con un solo numero di telefono. Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/

università di Tel Aviv

In Israele Yom Ha'atzmauth, la festa dell'Indipendenza, si celebra secondo la data ebraica, il 5 del mese di Yiar. Nel 1948, quando David Ben Gurion dichiarò l'indipendenza di Israele, il 5 di Yiar era la sera del 14 maggio e durava fino alla sera del 15. Per questo, la data dell'indipendenza generalmente nota nel mondo è il 15 maggio. Nel corso degli ultimi anni nella comunità della minoranza dei cittadini arabi in Israele è nato il culto della Nakhba, ossia del disastro. La vittoria degli uni sarebbe stata la disfatta degli altri, e nel giorno della gioia degli uni, gli altri rimpiangono tutto quello che hanno perso. Così l'altroieri, nella data storica del 15 maggio, davanti all'università di Tel Aviv un migliaio di manifestanti ha evocato la tragedia degli arabi palestinesi – sia detto per inciso, in gran parte avvenuta per propria iniziativa, insipienza e intransigenza. Ci sono state delle controproteste, ma la dimostrazione è passata senza gravi incidenti. Notiamo allora l'ampia base di libertà d'opinione che ancora esiste nella società israeliana. E chiediamo ai critici di Israele se a loro risulta che il 20 settembre siano autorizzati cortei di Papalini contro la Nakhba di Porta Pia. O se il 22 marzo gli austriaci possano manifestare a Milano contro la Nakhba delle Cinque Giornate. O se l'11 luglio i realisti francesi possano dimostrare a Parigi contro la Nakhba della presa della Bastiglia.Sergio Della Pergola,Università Ebraica Gerusalemme http://www.moked.it

giovedì 17 maggio 2012

Gerusalemme suoni e luci
Nakba e libertà

Editoriale del Jerusalem Post http://www.israele.net/
La vibrante, benché arroccata, democrazia israeliana si è mostrata in tutta la sua grandezza lunedì scorso, all’Università di Tel Aviv. Alcune decine di studenti, palestinesi ed ebrei, hanno pubblicamente espresso la loro convinzione che gli eventi relativi alla nascita dello stato di Israele costituiscano una “nakba”, parola araba che significa “catastrofe”, e l’hanno fatto dopo aver ricevuto l’autorizzazione del rettore dell’Università di Tel Aviv, Joseph Klafter. I partecipanti alla manifestazione hanno ascoltato la lettura di una poesia del compianto poeta palestinese Mahmoud Darwish, hanno osservato un momento i silenzio e per buona misura – in un chiaro tentativo di coinvolgere gli studenti ebrei “giudaizzando” la cerimonia – hanno recitato una loro versione della preghiera Yizkor, che viene tradizionalmente letta in memoria dei defunti nelle sinagoghe e in altre commemorazioni ebraiche.Il fatto che si sia tenuta questa cerimonia conferma la tesi – fatta propria del comitato editoriale di questo giornale – che la cosiddetta “legge sulla Nakba” non vìola affatto la libertà di riunione e la libertà di espressione dei cittadini israeliani, sia arabi che ebrei. Infatti la “legge sulla Nakba”, approvata nel marzo 2011, sebbene sia stata rozzamente travisata dalla stampa (e descritta come una legge liberticida, se non addirittura l’inizio della fine della democrazia israeliana), in realtà afferma un principio del tutto ragionevole. In sostanza, si tratta di un emendamento alle norme sui finanziamenti pubblici che dà mandato al ministero delle finanze di sospendere le sovvenzioni statali destinate ad organizzazioni, istituzioni, municipalità o altri enti che usano i soldi dei contribuenti israeliani per attività che hanno lo scopo i minare le basi morali dello stato d’Israele. Non si può pretendere che Israele, in quanto stato ebraico, continui a spendere il denaro dei suoi contribuenti per perpetuare la versione vittimista palestinese che distorce intenzionalmente la realtà storica allo scopo di delegittimare il sionismo. Giacché, dopotutto, resta il dato di fatto che le sofferenze palestinesi furono il risultato del rifiuto della risoluzione di spartizione Onu nel 1947 da parte della dirigenza palestinese estremista, e della folle decisione di personaggi come l’antisemita Haj Amin al-Husseini di scatenare una guerra per la distruzione dello stato ebraico appena nato. A meno di starsene fermi e farsi trucidare, e gettare nella pattumiera ogni aspirazione all'autodeterminazione nazionale, c’era ben poco che gli ebrei potessero fare per risparmiare ai palestinesi le dolorose conseguenze di quella loro scelta scellerata. E tuttavia, essendo una democrazia, Israele sente l’obbligo di tutelare il diritto dei palestinesi di commemorare la loro “storia”, indipendentemente da quanto possa essere distorta e controproducente per un futuro di riconciliazione e di pace.La “legge sulla Nakba” garantisce questo delicato equilibrio. Gli organizzatori dell’evento e gli amministratori dell’Università sono stati attenti a rispettare i limiti della “legge sulla Nakba” che proibisce all’Università di usare fondi statali per finanziare attività anti-israeliane. L’Università di Tel Aviv non ha partecipato alle spese per le cerimonie della “giornata della Nakba”: sono stati gli organizzatori dell’evento che hanno saldato il conto per le spese relative a personale di servizio, allestimenti, decorazioni. Ma, garantendo che la cerimonia si tenesse nel campus, le autorità dell’Università hanno confermato i principi democratici di libertà di parola e di riunione (contro l’opposizione di chi non ha capito questa logica e l’ha rumorosamente contestata, col solo effetto di regalare molta pubblicità a un evento che di per sé ha attirato un gruppo molto piccolo di persone).Per quanto riguarda, poi, coloro che all’evento hanno preso parte, sarebbe troppo chiedere che, insieme al lutto per la “catastrofe”, dedicassero un pensiero anche a quanto di buono da quella “catastrofe” è venuto fuori? Se nel 1948 arabi e palestinesi fossero riusciti a soffocare Israele sul nascere, certamente oggi non esisterebbe – non solo in terra d’Israele, ma in tutta la regione – nessun istituto accademico del livello dell’Università di Tel Aviv che, come le altre università israeliane, accoglie docenti e studenti senza alcuna distinzione di etnia, sesso o religione, promuovendo un’atmosfera di totale libertà d’espressione. Ecco qualcosa su cui sarebbe utile riflettere nella “giornata della Nakba”.(Da: Jerusalem Post, 14.5.12)

Igiebor fa sorridere l'Hapoel

L'Hapoel Tel-Aviv diventa la prima squadra a vincere la Coppa di Israele per tre edizioni di fila grazie al gol nel recupero del centrocampista nigeriano che vale la vittoria per 2-1 in finale sul Maccabi Haifa.........http://it.uefa.com/


ISRAELE – Episodio curioso quello avvenuto nello scorso fine settimana in Israele

In una partita dei play-off valevole per il campionato del paese, i giocatori dell’Hapoel Ra’anana si sono inventati un simpatico quanto strano schema durante il calcio di punizione contro l’Hapoel Ramat Gan. Due compagni hanno finto un litigio per distrarre gli avversari, così Knafo è andato a segno sugli sviluppi del calcio piazzato. La rete è valsa per i padroni di casa l’1-0, anche se poi a trionfare sono stati gli ospiti per 2-3. Ecco il video prelevato da Youtube:http://www.soccermagazine.it/curiosita/video-israele-simulano-un-litigio-per-distrarre-gli-avversari-durante-un-calcio-di-punizione-73329/

Lambro
Lambro, depurare le acque sul modello israeliano

Il Lambro guarda a Israele. La visita di una delegazione di tecnici israeliani, avvenuta nei giorni scorsi, ha posto le basi per emulare il virtuoso modello del vicino oriente, dove il flusso dello Yarqon River, prima di attraversare Tel Aviv, subisce ben tre diversi utilizzi: inizialmente le acque vengono estratte dalla sorgente e utilizzate nelle case e nelle aziende; poi, una volta depurate, sono reimmesse nel fiume consentendone la vita biologica; infine,una volta arrivate nel mare, vengono nuovamente prelevate per essere utilizzate a scopi irrigui.In quest'ottica – il Lambro è un fiume che presenta diversi profili di problematicità circa la salubrità delle sue acque e una della cause principali del suo inquinamento è legata al sistema di depurazione – si è svolta nei giorni scorsi la visita dei due tecnici ad alcuni dei maggiori siti di interesse idrico in Brianza. In particolare il tour ha portato gli esperti a visitare il depuratore di Merone e la zona circostante ed alcuni siti posizionati nell'alta Valle del fiume Lambro. Il progetto a cui stanno lavorando coinvolge, attraverso un trattamento naturale con un impianto di fitodepurazione, il depuratore di Merone.«Di questa esperienza la parte di nostro interesse è proprio la depurazione che rappresenta per il Lambro la prima e più importante criticità da affrontare – ha spiegato in una nota stampa Daniele Giuffrè, ingegnere responsabile per il Parco Valle Lambro della diga (Cavo Diotti) –. Proprio per questo una delegazione israeliana è giunta sulle acque del Lambro per verificarne le condizioni e avviare una collaborazione che possa portare anche da noi la loro tecnologia senz'altro la più avanzata al modo in materia di depurazione delle acque».http://www.mbnews.it/

Israele-Turchia: spunta ad Ankara psicosi uccelli-spia

Angry-birds targati Mossad? Sospetto incombe su stormi gruccioni

(di Alessandro Logroscino) (ANSAmed) - TEL AVIV, 15 MAG - Sono volatili migratori dal piumaggio coloratissimo, abituati a incrociare le rotte del Medio Oriente e dell'Asia centrale. E di solito attirano l'attenzione di ornitologi od osservatori dilettanti. Ma in questa stagione i gruccioni rischiano di fare inopinatamente le spese del clima di sospetto venutosi a creare fra Turchia e Israele, un tempo alleati strategici nella regione. Ad Ankara sono ormai additati niente meno che come fantomatiche spie sioniste: per colpa di piccoli dispositivi di rilevamento i quali - si azzarda - potrebbero essere state agganciati alle loro zampette da oscuri 007. La stampa israeliana riprende oggi la vicenda in toni piu' faceti che seri. Ironizzando sulla psicosi di questi molto presunti 'Angry Birds' targati Mossad. Stando al tabloid Yediot Ahronot, tutto sarebbe nato dal banale ritrovamento in Turchia di un povero gruccione morto. Esaminato da qualche curioso, il volatile (Merops Apiaster, secondo il linguaggio scientifico) ha rivelato attorno a una zampa un anellino con la scritta Israele.Che il Mossad avesse inteso addirittura firmarsi appare strano.E in effetti fra gli stessi ornitologi turchi la faccenda e' sembrata tutt'altro che un mistero, essendo questa forma di 'marchiatura' degli uccelli un metodo usato comunemente dai ricercatori per seguirne le tracce al termine del ciclo delle migrazioni. Senonche', ad alimentare il sospetto si e' verificato pure che l'esemplare in questione aveva all'altezza del becco narici di dimensioni assai piu' larghe del solito. E tanto e' bastato a scatenare l'allarme del laboratorio del ministero dell'Agricoltura in cui il pennuto era finito. Si e' cosi' deciso di passare il dossier ai servizi di sicurezza turchi, onde valutare se quei due buchetti non fossero stati allargati di proposito per far passare piccole antenne o altre diavolerie del genere. Per ora non risultano essere emerse prove schiaccianti a carico. Ma i gruccioni in volo nei cieli turchi - a credere a quanto scrive Yediot Ahronot sulla base d'informazioni di rimbalzo - restano al momento sotto sorveglianza. Yoav Pearlman, dell'Israeli Birdwatching Center, prova a buttarla sul ridere e assicura che non di spie-volanti si tratta, bensi' di semplici uccelli migratori oggetto di studi comportamentali da parte degli scienziati. ''Le autorita' di Ankara - celia Pearlman - per una volta possono riposare serene''. Ma non e' detto che finisca cosi'. Appena un anno fa, in fondo, l'intelligence dell'Arabia Saudita concluse una indagine analoga con il severo annuncio della ''detenzione'' di un ignaro grifone, fra le cui penne era stato rinvenuto un micro -gps dell'istituto di zoologia dell'Universita' di Tel Aviv.
Indizio pressoche' certo - secondo le deduzioni di Ryad - d'un qualche nebuloso ''complotto spionistico sionista''.

Condominio Medioriente, il conflitto in 20 minuti

Una mucca passa il confine Libano-Israele e vince il Festival Corti da Sogni di Ravenna

Una mucca libanese si spinge un po' troppo oltre il suo solito pascolo, supera la 'Blue Line' tra Libano e Israele e il suo piccolo proprietario non può recuperarla. a un soldato Onu indiano e agli israeliani di presidio il compito di salvarla. Dal regista franco-libanese Alain Sauma, una quasi-favola sul conflitto surreale che, nella vita quotidiana delle persone, è come una perenne lite di condominio.Il festival internazionale di cortometraggi “Corti da Sogni” è organizzato dal circolo Sogni e dal Comune di Ravenna, assessorato alla Cultura, ufficio delle attività cinematografiche.VIDEO: http://www.ansa.it/web/notizie/videostory/spettacolo/2012/05/14/Condominio-Medioriente-conflitto-20-minuti_6869174.html

Neghev
Il vero problema dei profughi palestinesi

Di Clifford D. May http://www.israele.net/
Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono l’India, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza hindu, l’altra a maggioranza musulmana. Più di sette milioni di musulmani sfollarono verso il territorio che sarebbe diventato il Pakistan; un numero analogo di hindu e sikh sfollò verso l’India. Oggi non c'è uno solo di quei musulmani, sikh e hindu che sia ancora nella condizione di profugo.Poco dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi abbandonarono la Palestina, che era stata divisa in due nazioni indipendenti: una a maggioranza ebraica, l’altra a maggioranza musulmana. Circa 750.000 musulmani lasciarono il territorio che sarebbe diventato Israele; un numero analogo di ebrei lasciò le terre arabo-musulmane. Oggi non c'è uno solo di quegli ebrei che sia ancora nella condizione di profugo. Viceversa, vi sono ancora i profughi palestinesi. Anzi, il loro numero si è moltiplicato per cinque. Come è possibile?Attraverso due meccanismi. Innanzitutto un profugo è, per definizione, una persona che vive su suolo straniero, ma non nel caso dei palestinesi per i quali la definizione di profugo è stata allargata fino a comprendere anche i palestinesi sfollati all’interno del territorio palestinese. In secondo luogo, l’ente internazionale responsabile del reinserimento dei profughi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, è stato tagliato fuori sin dall’inizio mentre veniva appositamente creato un nuovo ente, l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency), esclusivamente destinato ai profughi palestinesi. Nel 1950 l’Unrwa definiva “profugo palestinese” chiunque avesse “perduto la sua casa e i suoi mezzi di sussistenza” durante la guerra lanciata dai paesi arabo-musulmani come reazione alla dichiarazione d’indipendenza d’Israele. Quindici anni dopo l’Unrwa decideva – contro il parere degli Stati Uniti – di considerare “profughi” anche i figli, i nipoti e i pronipoti di coloro che avevano lasciato il territorio israeliano. E nel 1982 l’Unrwa estendeva ulteriormente la definizione sino a coprire tutte le generazioni successive. Per sempre.In base alle regole dell’Unrwa, il discendente di un profugo palestinese rimane “profugo palestinese” anche se acquisisce la cittadinanza di un altro paese. Ad esempio, dei due milioni di profughi palestinesi ufficialmente registrati in Giordania, tutti tranne 167.000 posseggono la cittadinanza giordana (in effetti, circa l’80% della popolazione giordana è palestinese, cosa che non sorprende dal momento che la Giordania stessa occupa più di tre quarti del territorio storicamente denominato Palestina). Adottando questa politica, l’Unrwa viola in modo flagrante la Convenzione del 1951 relativa allo status di profugo, la quale afferma chiaramente che una persona cessa di essere considerata profugo se “ha acquisito una nuova cittadinanza e gode della protezione del paese della sua nuova cittadinanza”.Ma il programma dell’Unrwa è quello di far crescere all’infinito, anziché ridurre, la popolazione profuga palestinese. Secondo le proiezioni dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, nel 2030 l’elenco ufficiale Unrwa dei profughi palestinesi arriverà a 8 milioni e mezzo. Nel 2060 il numero di profughi palestinesi sarà 25 volte quello dei profughi Unrwa del 1950, anche se verosimilmente non uno di quelli che effettivamente lasciarono Israele sarà ancora in vita.Chiunque può capire cosa significherebbe se a tutti questi “profughi” venisse effettivamente riconosciuto il “diritto” al “ritorno” in Israele. “Sul numero dei profughi – ha affermato il 24 marzo 2009 lo stesso presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – è illogico chiedere a Israele di prendersene cinque milioni, o anche solo un milione, perché significherebbe la fine di Israele”.Ma naturalmente, proprio questo è l’obiettivo. I discendenti di coloro che sfollarono più di sessant’anni fa, quando venne respinta la prima offerta di quella che poi ci saremmo abituati a chiamare la “soluzione a due stati”, vengono usati come pedine per impedire la soluzione a due stati: adesso e in futuro. Accrescendo continuamente in modo abnorme e artificiale il numero dei profughi, mantenendo questa popolazione in condizioni di povertà, dipendenza e rabbia, lasciando intendere che il “diritto al ritorno” verrà preteso e ottenuto da qualche leader palestinese, l’Unrwa aiuta concretamente gli estremisti ad impedire la pace e a continuare la guerra per l’annientamento di Israele. E, paradossalmente, questa politica contro la pace viene in gran parte finanziata dai paesi occidentali, e in particolare dagli Stati Uniti che sono sempre stati il maggiore contribuente dell’Unrwa alla quale, dal 1950, hanno versato circa 4,4 miliardi di dollari.Alcuni membri del Congresso hanno capito cosa sta succedendo e intendono fare qualcosa. Il senatore Mark Kirk (repubblicano, dell’Illinois) sta lavorando a un emendamento del disegno di legge sui finanziamenti all’estero per l’anno fiscale 2013 che stabilirebbe per la prima volta come politica degli Stati Uniti quella di definire “profugo palestinese” solo un vero profugo palestinese e non un suo figlio, nipote o pronipote, e nemmeno chi si fosse reinserito acquisendo la cittadinanza di un altro paese. L’emendamento Kirk richiederebbe al Segretario di stato di riferire al Congresso quanti palestinesi che usufruiscono dei servizi Unrwa corrispondano effettivamente alla definizione di profugo internazionalmente riconosciuta. Anche Howard Berman (democratico, della California), autorevole membro della commissione affari esteri della Camera dei Rappresentanti, sta studiando delle proposte di legge su questo tema volte a garantire perlomeno che i discendenti dei profughi siano catalogati come tali e cioè, con inconsueta chiarezza, non come profughi bensì appunto come “discendenti di profughi”. Costoro potrebbero continuare ad accedere ai servizi dell’Unrwa, ma come “cittadini dell’Autorità Palestinese”, che possono aspirare a diventare cittadini di uno stato palestinese se e quando i palestinesi arriveranno alla conclusione che istituire uno stato palestinese vale il prezzo da pagare: la rinuncia al sogno di distruggere lo stato ebraico.Purtroppo sono ancora troppo pochi i palestinesi giunti a questa conclusione. Se il Congresso riuscisse a imporre un colpo di freno all’Unrwa, forse altri si aggiungerebbero.(Da: Israel Hayom, 10.5.12)

Siria: Israele teme che caduta di Assad apra le porte ad Al-Qaeda

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 14 mag - Israele teme che l'eventuale caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria apra la strada ai terroristi di Al-Qaeda sulle Alture del Golan. Lo ha riferito all'AFP un ufficiale dell'esercito israeliano, sottolineando che una situazione simile creerebbe un pericoloso vuoto di sicurezza simile a quello del Sinai.''Se il regime di Assad cadra', la minaccia peggiore e' che il confine a nord, la zona desertica, possa essere presa da gruppi legati ad Al-Qaeda'', ha detto l'ufficiale chiedendo di mantenere l'anonimato.L'esercito di Tel Aviv teme inoltre che l'arsenale di armi sofisticare di cui e' in possesso il regime siriano possa cadere nelle mani dei militanti, inclusi gli hezbollah libanesi.
Il mese scorso il generale Yair Golan, capo del comando nord dell'esercito israeliano, aveva detto i armamenti siriani possiedono ''il piu' grande stock mondiale di armi chimiche''.

Voci a confronto

L’Ambasciatore di Israele all’ONU Michael Oren scrive oggi un interessante articolo sul Wall Street Journal nel quale fa un excursus sulla storia di Israele e sui grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, tra un ’73 nel quale ben pochi accettavano l’idea della nascita di uno stato di Palestina, e il governo attuale che ne riconosce apertamente la legittimità. In un ideale collegamento raccomando anche la lettura di Giulio Meotti che in inglese, su Israelnationalnews, fa una perfetta rappresentazione della situazione reale del conflitto coi palestinesi; oltre a dimostrare come sia inestricabile la situazione (e sicuramente non solo quella di oggi), spiega che non è corretto pensare di ritornare al momento della guerra del ’67, perchè si vuole in realtà ritornare a quella del ’48, quando gli arabi, come ben sappiamo, hanno rifiutato la nascita dello Stato di Israele, creando quella nakba che hanno ricordato ieri (anche con i soliti lanci di razzi taciuti dai quotidiani di casa nostra). Di questa commemorazione, come sempre vista dalla parte dei palestinesi, scrive Michele Giorgio sul Manifesto, e deve riconoscere che le cose sono andate meglio dello scorso anno quando vi fu un tentativo di penetrazione attraverso le frontiere israelo-siriane, notoriamente sbarrate. Ieri, in concomitanza con questo anniversario della nakba, si è anche concluso lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi; grazie alla mediazione delle autorità egiziane, i detenuti hanno ottenuto di poter riprendere gli studi universitari, di poter ricevere visite di familiari anche se residenti a Gaza e di poter acquistare libri vari, pur rimanendo in vigore l’arresto amministrativo (del quale si ricorda sempre che discende dal periodo del Mandato britannico, ma si dimentica che non è certo in vigore solo in Israele). Di questa felice conclusione della protesta scrive Laurent Zecchini su Le Monde, osservando che è una vittoria della lotta non violenta; purtroppo Zecchini dimentica spesso di criticare proprio gli episodi di violenza senza i quali il conflitto avrebbe già perso da tempo la sua ragion d’essere. In Siria arrivano adesso gli osservatori italiani, come scrive Eric Salerno sul Messaggero, ma non vi sarà alcun intervento armato (genere Libia) che favorirebbe solo al Qaeda e farebbe crescere il prezzo del petrolio in un mondo che non ha di sicuro bisogno di questo. Non si parla, al contrario, nei quotidiani italiani, di un enigmatico viaggio dell’ex primo ministro francese a Teheran, in corso proprio in questi giorni; lo ha forse voluto Sarkozy? ma potrebbe essere stato fatto contro il desiderio di Hollande? vedremo. Intanto un editoriale del Foglio scrive che presto il Mek (i Mujaheddin del popolo) potrebbe essere cancellato dalla lista nera del terrorismo negli USA (in Europa è già stato cancellato da analoga lista); è utile ricordare che è proprio grazie al Mek che l’Occidente è stato informato, fin dal 2002, degli atti compiuti dal regime iraniano per dotarsi della bomba nucleare, ma non si deve neppure dimenticare che è stato proprio Obama a cancellare i fondamentali aiuti economici che gli USA fornivano all’opposizione di Khamenei; e lo stesso Obama ha tenuto in questa settimana una riunione con nove dei suoi principali consiglieri, non svelata dai nostri quotidiani; hanno partecipato, tra questi, Peter Beinart, autore del criticato libro “The crisis of Zionism” nel quale invita la gioventù ebraica ad abbandonare Israele e, a lato della semplice menzione del terrorismo arabo, stronca quello ebraico (!). Visto che chiamò Obama “the Jewish president”, forse ora Obama ha voluto dimostrargli di non essere affatto jewish. Ed a riprova di ciò al meeting ha partecipato anche David Remnick che paragona la democrazia israeliana con quelle siriana ed egiziana, e Joe Klein che afferma che l’Iran non cercherebbe di dotarsi della bomba. Due brevi del manifesto e del Messaggero censurano giustamente il leader dell’estrema destra greca che ha conquistato 21 seggi, ma dimenticano di osservare quanto di simile sta avvenendo in tanti altri stati europei. In Francia si discute sull’eccidio di Tolosa, ma a latere si verificano nuovi gravi fatti di intolleranza, e ne parla un articolo de Le Monde; si invita a non confondere antisemitismo ed antisionismo (noi ricordiamoci delle parole del Presidente Napolitano), ma nel frattempo l’Università tace perché l’amministrazione uscente non vuole più intervenire, e quella entrante non è ancora nel pieno delle sue funzioni; è ammissibile una simile affermazione di fronte a gravi episodi? Di antisemitismo e antisionismo (doppia damnatio che nascerebbe a destra) scrive Bruno Gravagnuolo su L’Unità a commento dell’articolo di Mieli del quale Ugo Volli ha scritto a lungo ieri in questa rubrica; siamo davvero sicuri che questa distinzione permanga solo in “qualche anfratto della sinistra radicale dispersa”? Saverio Ferrari dopo un convegno di febbraio, si accorge sul manifesto del rischio di un nuovo fronte tra destra e sinistra radicali, e ricorda che Claudio Mutti, convertitosi all’islam, ha assunto il nome Omar Amin che fu già quello dell’ex SS von Leers rifugiatosi in Egitto. Ci dovrebbero riflettere all’interno della redazione del manifesto. “Ho molti amici ebrei…la lobby è la più influente del pianeta” dice il finiano Fabio Granata accorso in aiuto dell’amico Giovanni Ceccaroni che scriveva che “l’ebraismo italiano…andava contro gli interessi del nostro Paese”. Sono parole non nuove, sappiamo dove portano, e sappiamo anche quale rischia di essere la fine dei cosiddetti “amici ebrei”. Antonio Airò su Avvenire ricorda le parole di Pio XII pronunciate nel radiomessaggio del Natale del ’42: scopo di ogni società è “lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana”; stop. Dirà in seguito il papa che “ogni pubblico accenno doveva essere ponderato e misurato per non rendere più grave e insopportabile la situazione (dei sofferenti)”. “Generico” deve riconoscere Airò, questo riferimento, ma sufficiente per lui per cercare di dimostrare quanto al sottoscritto sembra indimostrabile. Ricordo infine, a conclusione di questa mia rassegna, che domani sera Roma sarà in festa con l’accoglienza del suo concittadino Gilad Shalit in Campidoglio.Emanuel Segre Amar http://moked.it/blog