sabato 11 dicembre 2010


Nasce l'asilo nido Gam Gam

La crisi demografica e identitaria dell’ebraismo italiano si combatte con una nuova stagione di progettualità. Nasce ispirandosi a questo assioma la grande avventura di Gam Gam, il servizio di asilo nido che il Consiglio della Comunità ebraica di Firenze ha deciso di regalare ai suoi iscritti aprendone le porte nel cuore della festa di Chanukkah al termine di una cerimonia breve ma intensa, scandita dall’affissione di una mezuzah e dall’accensione dei lumi della Chanukkiah. Alla cerimonia hanno partecipato tra gli altri il presidente della Comunità ebraica Guidobaldo Passigli, i due vicepresidenti Franco Ventura e Daniela Misul, il consigliere con delega all’educazione Silvia Bemporad, il rabbino capo Joseph Levi, il segretario Emanuele Viterbo e le educatrici della scuola materna accompagnate dai loro giovanissimi allievi e da alcuni curiosi.La realizzazione del nido è stata decisa a inizio luglio con il consenso quasi unanime dei membri del Consiglio della Comunità ebraica (tra cui la vicepresidente Misul che già durante il suo mandato aveva individuato la necessità di investire sul fronte pedagogico) dopo l’approvazione quasi plebiscitaria dell’assemblea degli iscritti appositamente convocata nei giorni precedenti. Gam Gam potrà accogliere un massimo di 12 bambini non necessariamente appartenenti a nuclei familiari ebraici che saranno presi in consegna da una cooperativa esterna di educatrici. Per consentire l’erogazione del servizio negli scorsi mesi le sale comunitarie sono state parzialmente rinnovate con una serie di interventi che hanno dotato la collettività ebraica fiorentina non solo di un asilo nido ma anche di una cucina, localizzata nel seminterrato e pensata per arricchire le numerose attività sociali e culturali che vi sono organizzate. Il lavoro di riqualificazione dei locali di via Farini è stato curato dallo Studio Funaro e coordinato dal presidente Passigli in collaborazione con il vicepresidente Ventura. Fondamentali per il finanziamento degli interventi le donazioni di istituti bancari e privati che hanno permesso di alleviare in modo significativo le ingenti spese sostenute per poggiare un solido tassello sul futuro della Firenze ebraica.Adam Smulevich, http://www.moked.it/

venerdì 10 dicembre 2010

Grazie Chicca.
Ho fatto un filmato su ciò che resta del villaggio Yemin Orde, un saluto Yossi Alfassa


Israele: “I riconoscimenti unilaterali servono solo a minare il processo di pace”

Israele condanna la decisione di Argentina, Brasile e Uruguay di riconoscere uno “stato palestinese nei confini pre-‘67” definendola “un’interferenza estremamente dannosa” da parte di paesi che non hanno mai preso parte al processo di pace in Medio Oriente.La presidente argentina Cristina Kirchner ha scritto al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per annunciare che il suo paese “riconosce la Palestina come stato libero e indipendente entro i confini del 1967”. Ne ha dato notizia lunedì scorso il ministro degli esteri argentino, Hector Timerman. Venerdì il Brasile aveva preso un'identica decisione, mentre l'Uruguay avrebbe intenzione di fare lo stesso passo nel 2011, stando a quanto dichiarato dal suo vice-ministro degli esteri Roberto Conde.“E’ assurdo e sconfortante – ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri israeliano Yigal Palmor – Non hanno mai dato alcun contributo al processo di pace e ora prendono una decisione completamente contraria a tutto ciò che è stato finora concordato: una decisione dannosa, perché di fatto mina le fondamenta del processo di pace”.Il processo di pace, avviato a Madrid nel 1991 e a Oslo nel 1993, prevede che la soluzione permanente e definitiva del conflitto, compresa l’istituzione di uno stato palestinese, debba risultare soltanto da negoziati diretti fra le parti e da soluzioni reciprocamente concordate. “Un riconoscimento mentre i negoziati sono ancora in corso e un accordo finale deve ancora essere raggiunto – ha spiegato Palmor – è contrario allo spirito e alla lettera del processo di pace”.In pratica è come se Brasile e Argentina avessero unilateralmente deciso di stabilire di propria iniziativa quali debbano essere i confini d’Israele. Israele contesta la rivendicazione palestinese su tutta la Cisgiordania e sulla parte orientale di Gerusalemme, conquistate da Israele nel giugno 1967 alla Giordania (che le aveva occupate nel 1948), dopo che la Giordania lo aveva attaccato.“Questo riconoscimento, fatto oggi – ha dichiarato il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon – serve solo a danneggiare il processo di pace, perché non fa altro che incoraggiare l’intransigenza dei palestinesi, che continuano a sperare in un miracolo: che qualcuno scenda dal cielo, o dalla comunità internazionale, a imporre a Israele l’accordo che vogliono loro, senza trattare alcun compromesso”.Significativamente, il giorno dopo l’annuncio dell’Argentina, Yasser Abed Rabbo, segretario generale del comitato esecutivo dell’Olp e ascoltato consigliere del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), parlando a radio “Voce della Palestina” ha affermato che l’Autorità Palestinese sta seriamente pensando di “rivolgersi direttamente alla comunità internazionale e all'Onu” per ottenere un “riconoscimento” alle proprie condizioni, evidentemente senza l’accordo con Israele. La mossa sarebbe dovuta al fatto che gli Stati Uniti hanno ufficialmente comunicato di non aver ottenuto da Israele un ulteriore congelamento delle costruzioni in Cisgiordania alle condizioni chieste dai palestinesi. “Chi non riesce a costringere Israele a bloccare le attività negli insediamenti in modo da riavviare i negoziati – ha detto Rabbo – come potrà costringere Israele ad accettare la giusta soluzione?”.La parte palestinese boicotta i negoziati ponendo come precondizione un blocco totale e illimitato di tutte le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania e nella parte est di Gerusalemme. Israele ha effettivamente congelato le costruzioni in Cisgiordania per dieci mesi, fino al settembre scorso, senza che ciò bastasse a smuovere la parte palestinese. Di recente, su pressioni Usa, il governo Netanyahu si è dichiarato disponibile a rinnovare una sola volta la moratoria, per altri tre mesi, in cambio di un pacchetto di aiuti e di garanzie scritte da parte americana. I palestinesi tuttavia non accettano limiti di tempo né l’esclusione di Gerusalemme dalla moratoria: su questo stanno facendo fallire i negoziati e accusano Israele (e Stati Uniti) del fallimento. "Ciò che sta provocando il fallimento del processo di pace – ha dichiarato mercoledì il segretario generale del governo israeliano, Zvi Hauser – non è il rifiuto di Israele di prolungare il blocco delle costruzioni in Giudea e Samaria (Cisgiordania), bensì la fissazione dei palestinesi di imporre pre-condizioni".Il “riconoscimento” di Brasile, Argentina e Uruguay è il risultato di una richiesta in questo senso avanzata dal presidente palestinese Abu Mazen alla fine di novembre. In realtà, sottolineano a Gerusalemme, il mandato dello stesso Abu Mazen a negoziare con Israele su confini e altre questioni cruciali per l’accordo finale viene contestato dai suoi stessi rivali palestinesi del movimento islamista Hamas; il quale, dopo aver ottenuto la maggioranza dei voti nelle elezioni del 2006, un anno dopo ha preso il controllo nella striscia di Gaza con un golpe sanguinoso, e continua a respingere seccamente l’esistenza stessa dello stato di Israele.“C’è un’entità palestinese in Cisgiordania governata dall’Autorità Palestinese – ha fatto notare Palmor – e un’altra entità palestinese nella striscia di Gaza controllata da Hamas; e queste due entità non si riconoscono nemmeno l’un l’altra. Quale stato palestinese stanno riconoscendo brasiliani e argentini? Questo non è chiaro nemmeno agli stessi palestinesi”.(Da: YnetNews, Ha’aretz, israele.net, 7-8.12.10) http://www.israele.net/


Delta Force (1986) (se vi capita di vederlo su qualche canale TV....nr)

Due terroristi arabi dirottano un aereo di linea americano partito da Atene verso gli Stati Uniti. Il velivolo viene obbligato a raggiungere Beirut in Libano, nel frattempo scatta l'allarme delle autorità americane che organizzano in poche ore un reparto della Delta Force, pronto a partire per una missione di salvataggio. Sul volo i sequestratori si accorgono della presenza di passeggeri ebrei e di alcuni marines che, arrivati a Beirut, vengono separati e condotti in una base filo-palestinese della città, l'aereo invece riparte per l'Algeria dove ad attenderli c'è la Delta Force, i ragazzi guidati dal colonnello Alexander e il capitano McCoy però non sanno che a bordo sono saliti altri terroristi armati fino ai denti. L'11 settembre 2001 é ancora lontano ma "Delta Force", ambientato nel 1985 sulle rotte del Mediterraneo, é già carico di paure e segni premonitori, a dire il vero il terrorismo arabo di matrice islamica, declinato in svariate formazioni/origini, colpisce l'occidente e Israele in particolare già da decenni per via dell'irrisolta questione palestinese. Il 1985 é l'anno degli attentati sanguinosi agli aeroporti di Roma e Vienna ed é il periodo del braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l'Iran dell'ayatollah Khomeini, il prologo si riferisce infatti alla (vera) fallita missione di recupero degli ostaggi nei pressi di Teheran, con in primo piano l'eroico capitano McCoy lanciato nel salvataggio di un soldato intrappolato in un elicottero in fiamme. Sul campo c'è anche il colonnello Alexander ben conscio di sapere che McCoy é il migliore in quello che fa.McCoy é il ben noto attore Chuck Norris, vittima da anni di un'ironia maligna grazie anche a film come "Delta Force", divenuto il simbolo (ridicolo) di un America muscolare e implacabile, poco incline alla tolleranza dei suoi nemici e, soprattutto, sottomessa al culto della violenza. Sono gli anni 80 di Reagan, Rambo.....e di Chuck Norris. "Delta Force" é non solo un film che decanta la forza dell'America ma che rivendica l'esistenza di Israele e il patto di amicizia che lega i due paesi, dietro c'è la Cannon dei cugini ebrei Golan e Globus, la casa di produzione conosce negli anni 80 un periodo florido in ambito action con successi al botteghino come "Over the top" e "Cobra" con Stallone e la serie "Missing in Action" ancora con Norris. Il regista di "Delta Force" é Menahem Golan in persona, piuttosto lucido e sicuro nel dirigere situazioni che il suo popolo conosce bene come il terrorismo e la violenza.Il film non manca di trovate improbabili ma il bello é che, prima di scatenare Chuck Norris in azioni fantasiose, si prende tutto il tempo necessario per mettere in piedi un contesto credibile e anche per questo inquietante, la preparazione dell'attentato é cosi metodica e semplice da lasciare atterriti alla luce degli sviluppi successivi. McCoy e Alexander nella prima ora compaiono solo sporadicamente, con il personaggio di Norris tenuto a scalpitare, in primo piano ci sono a sorpresa(?) i due terroristi a bordo dell'aereo, con un inedito Ben Forster ("Jackie Brown") nel ruolo di Abdul (per la serie: anche nel passato gli indiani erano interpretati da bianchi), un leader del terrorismo internazionale dal sangue freddo aiutato nella prima fase del sequestro dal barbuto Mustafà. L'attenzione é rivolta anche al nutrito e impaurito carico di passeggeri in cui si riconoscono i nomi alti sonanti di George Kennedy, Shelley Winters, Martin Balsam e Hanna Schygulla che sembra nata per fare la hostess impaurita, indimenticabile. Il comandante dai nervi saldi dell'aereo é il bravo Bo Svenson."Delta Force" quindi prima di fare partire i primi botti ci mette almeno un'ora ma non dispiace affatto e restituisce un clima di apprensione intorno al destino dei passeggeri in balia di terroristi pronti a morire, a un certo punto suonano agghiaccianti i proclami di attacchi sul territorio americano, e non passa inosservata una critica feroce al Libano (bombardato di recente da Israele, guerra del Libano 2006) e la sua connivenza con le formazioni paramilitari filo-siriane/iraniane. Risalta la bella figura dell'informatore segreto israeliano, sotto le mentite spoglie di un prete greco ortodosso di Beirut, che McCoy tenta in una pericolosa missione di avvicinare. Nel momento di lasciare esplodere i fuochi d'artificio il film diventa un divertente action-movie, con le gesta del reparto speciale della Delta Force, nata negli anni 70 per contrastare il terrorismo crescente fuori dal territorio americano, sottolineate da una marcetta trionfale ed eroica che funge da vera e propria colonna sonora.Girato nei territori di Israele (Gerusalemme, West bank, Haifa, ecc.) "Delta Force" é l'ultimo film del leggendario Lee Marvin, muore l'anno successivo, l'attore dimostra 10 anni in più della sua età ma é sempre roccioso e carismatico come ai tempi d'oro di "Quella sporca dozzina". Lee marvin resta defilato nelle retrovie a favore del vero protagonista e più giovane Chuck Norris che si prodiga in sparatorie furiose, molto bella quella nell'inseguimento sopra un furgone piena di stunts notevoli, e cavalca una moto enduro munita di lancia razzi(!) che viene sfruttata in diverse sequenze esplosive, la più assurda quella del salto al volo su un aereo in corsa che rischia, in modo serio, di minare la credibilità dell'intero film. Scontato lo scontro tra McCoy e Abdul, piuttosto violento, anche con qualche colpo di arte marziale, insomma non delude. Golan non é malvagio come regista action, predispone lunghe sequenze con gli uomini delle Delta Force che irrompono nel covo dei terroristi muniti di caschetti agli infrarossi, e non mancano operazioni subacquee e colpi di bazooka devastanti. Chuck Norris elimina decine di avversari, alcuni in maniera impietosa e con sbeffeggi di macabra ironia per la gioia dei suoi fan: "Sleep Tight Sucker!". Nonostante sia il potenziale film preferito di George W. Bush resta un titolo da non perdere.http://deadinside-sciamano.blogspot.com/


La mia escursione. La fortezza di Massada e il valore di un simbolo

Una delle escursioni che mi ha maggiormente colpito della mia ultima crociera nel Mar Rosso, a bordo di Costa Allegra, è stata quella a Massada e al Mar Morto.Oggi vorrei raccontarvi della fortezza di Massada e del suo importante valore, anche simbolico. Siamo a Eliat, cittadina di circa 30.000 abitanti nonché unico porto israeliano ad affacciarsi sul Mar Rosso. Importante centro commerciale, in passato ha subito diverse dominazioni, dovute principalmente alla posizione strategica che occupava. Si susseguirono così, nel corso dei secoli, i Nabatei, i Romani, i Bizantini ed ancora gli Arabi.Attualmente la città è un attivo porto commerciale ed un sempre più importante e rinomato centro turistico.Ad attenderci, una volta sbarcati dalla nave, gli autobus che, con un percorso di circa due ore, ci hanno consentito di arrivare nella zona del Mar Morto e alla fortezza.Massada (in ebraico Mezzadà = la fortezza) è il luogo dove i Giudei combatterono la loro ultima battaglia contro i Romani, nel 73 D.C.E’ situata a circa 400 metri sopra il Mar Morto, su un’alta montagna, isolata e circondata ovunque da roccioni.La maggior parte delle notizie su Massada sono state fornite dallo storico ebreo Giuseppe Flavio il quale, dopo la caduta di Gerusalemme, visse a Roma, sotto la protezione di Vespasiano e dei Flavi. Ad oggi non è chiaro se Giuseppe fosse presente agli eventi di Massada o se ottenne le informazioni dagli annali militari romani o ancora da testimoni oculari, fatto è che i suoi scritti costituiscono la fonte informativa principale riguardo questo luogo.Esistono unicamente due modi per raggiungere la cima della montagna: a piedi, attraverso un impervio e lungo sentiero, detto del Serpente, oppure in teleferica. L’escursione organizzata prevede, per una questione di tempi, unicamente quest’ultima possibilità.Una volta giunti in alto, il luogo regala panorami unici che molte guide turistiche definiscono come i più belli di Israele: a est, tra i monti della Giordania, le acque turchesi del Mar Morto; a ovest, infinite distese desertiche della Giudea i cui colori si perdono all’orizzonte.La storia narra che nel 70 d.C., dopo la caduta di Gerusalemme, avvenuta per opera di Tito, un gruppo di superstiti scappò a Massada, raggiungendo un secondo gruppo, di Giudei irriducibili, definiti Zeloti (pieni cioè di “zelo” religioso). Complessivamente un migliaio di persone (960 per l’esattezza), sotto la guida dell’intrepido Eleazar ben Yair.Massada rimase quindi l’unica fortezza in rivolta contro i romani, decisi, questi ultimi, a sconfiggerla. Nell’autunno del 72 il generale romano Flavio Selva iniziò la marcia su Massada con la decima legione e con migliaia di prigionieri giudei. Ma l’impresa non fu affatto semplice. La fortezza era realmente difficile da raggiungere, era protetta da mura alte cinque metri che la cingevano lungo un perimetro di oltre un chilometro e mezzo ed inoltre gli assediati avevano enormi riserve di cibo, che garantivano loro di poter autonomamente sopravvivere per molto tempo.Dopo averla assediata, Selva fece costruire, sul lato occidentale, dove c’era un promontorio roccioso, una rampa di terra, rocce e legno su cui far scorrere le macchine da guerra fin sotto la città: catapulte, baliste e un grande ariete con cui sgretolare le mura. Servì, purtroppo, a poco anche un secondo muro interno in legno e pietra, costruito dagli Zeloti come ultima difesa contro i romani.Quando Eleazar capì che ormai non c’era rimasta alcuna via di scampo, radunò tutti gli abitanti della fortezza e li convinse a commettere un suicidio collettivo. Gli scritti di Giuseppe Flavio riportano parte del discorso pubblico: “Leali miei seguaci, è trascorso molto tempo da quando decidemmo di non servire né i romani né alcun altro se non Dio che è unico ed è il vero e giusto Signore degli uomini. Ebbene ora è giunto il tempo di dimostrare la nostra determinazione coi fatti. In questo non dobbiamo mostrarci pavidi, in quanto, mai ci siamo piegati in schiavitù, ora più che mai non dobbiamo scegliere di esser schiavi, e con questo le pene che significherebbero la fine di tutto, se si cadesse vivi in mano dei romani. Siamo stati i primi nella rivolta e saremo gli ultimi ad abbandonare la lotta. E ancora io penso che Dio ci abbia dato il privilegio di poter morire nobilmente, come uomini liberi e non come gli altri che sono stati ignobilmente sconfitti. Ora ci è chiaro che all’alba la nostra resistenza sarà alla fine, ma siamo ancora liberi di scegliere una morte onorevole per noi e per i nostri cari. E questo non può esserci impedito dai nostri nemici. Che le nostre mogli muoiano senza dover essere stuprate e che i nostri figli non debbano conoscere l’onta della schiavitù; dopodiché ci faremo l’un l’altro, senza alcun rimorso, un favore, e la nostra libertà sarà così conservata. Ma prima bruceremo tutta la fortezza con tutto quel che c’è, sarà un brutto colpo per i romani, questo lo so per certo, trovare le nostre persone fuori dalla loro portata e senza bottino di guerra. Risparmieremo solo una cosa: la nostra abbondanza di cibo, come testimonianza che siamo morti non per volontà altrui, ma perché, come abbiamo deciso sin dall’inizio, preferiamo la morte alla schiavitù”.Ed accadde esattamente questo. Il capo di ogni famiglia uccise la moglie ed i figli; poi radunarono tutti gli effetti personali in una pila e le diedero fuoco.Infine, a sorte, fu deciso chi dovesse uccidere e chi dovesse essere ucciso: l’ultimo sopravvissuto, infine, si gettò sulla spada.I romani, che si attendevano una forte opposizione, assaltarono all’alba il forte, ma tutto quel che trovarono fu un “assordante” silenzio e pile di morti.Due donne e alcuni bambini, che si erano nascosti in una caverna, raccontarono ai romani ciò che era successo.In questo modo finì la lotta degli Ebrei contro la potenza romana e la Terra d’Israele divenne una provincia dell’Impero Romano.La caduta di Massada, il 10 aprile del 73, segna la fine dell’Indipendenza Giudaica, fino alla successiva riconquista, avvenuta il 15 maggio del 1948, con la costituzione dello Stato d’Israele.Nel corso dei secoli, escluso un piccolo gruppo di monaci che vi vissero nel quinto secolo, Massada rimase in rovina e quasi dimenticata. La riscoperta di questo luogo in tempi moderni risale al 1838, avvenuta per opera dello studioso americano Edward Robinson. Negli anni 1963-65 furono eseguiti grandi scavi e minuziose ricostruzioni delle rovine da gruppi dell’Università Ebraica di Gerusalemme.Massada è oggi Parco Nazionale ed è visitata durante tutto l’anno da migliaia di turisti. E’ divenuta un simbolo per i giovani d’Israele, nonché meta di sacri pellegrinaggi.http://imblogger.altervista.org/


Dove Wikileaks non arriva: le relazioni Israele-Arabia Saudita

9 dicembre 2010 da Lorenzo Declich http://30secondi.wordpress.com/
Se c’è un motivo per cui le relazioni segrete fra Israele e Arabia Saudita non emergono è per il fatto che queste relazioni sono segrete.O meglio: non passano per i normali canali diplomatici che, ad esempio, Wikileaks in questi giorni ha pubblicato.A darci la notizia che i sauditi non hanno nessuna intenzione di fermare le relazioni con Israele in rapporto al “problema” Iran è DEBKAfile, un sito di “spifferatori” israeliani.Secondo questa fonte colloqui si sono tenuti ai massimi livelli dei servizi segreti (Muqrin bin Abdulaziz and Meir Dagan) in Amman già un anno fa.Gli accordi sono di natura militare: appoggio saudita all’aeronautica militare israeliana in caso di attacco all’Iran.Le notizie di DEBKAfile, lo ricordo, proprio perché non sono basate su fonti documentate, sono da prendere con le pinze.Che però vi sia in corso un serio confronto fra Israele a Arabia Saudita in campo militare è un fatto accreditato anche dal Times già in giugno.


Sorridi canguro!

I canguri dello Gan Guru zoo, in Israele, si ammalano spesso di una forma grave di gengivite, che sfocia in una parodontite talmente violenta da portarli all'inappetenza e, rapidamente, alla morte. L'ultima volta è accaduto quattro anni fa, quando il 40% dei canguri ospitati morirono a causa di questa malattia. Oggi però i maruspiali possono dormire sonni più tranquilli. Un team di ricercatori israeliani ha infatti messo a punro un trattamento specifico che riduce la mortalità del 100%. In pratica: salva la vita dei canguri. Si tratta di una combinazione di agenti disinfettanti assemblati in una vernice di base polimerica che rilascia il medicamento in misura progressiva. Autori della scoperta scientifica sono il Prof. Michael Friedman (Scuola di Farmacia della facoltà di medicina della Hebrew University), il Prof. Doron Steinberg (Facultà di medicina Dentale), il Dr. Eran Lavy (Koret School di Veterinaria della facoltà di Agricoltura, alimentazione e ambiente).Rainews24


Insieme per festeggiare Liu Xiaobo

Un'americana e un israeliano canteranno alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace al dissidente cinese
TEL AVIV - Divideranno il palco del premio Nobel per la pace, sabato ad Oslo, per il concerto in onore di Liu Xiaobo, il dissidente cinese in prigione, che non sarà li a ritirare il premio. Lui israeliano, lei americana, chiederanno con la loro canzone di «fare un regalo al mondo» e accettare tutte le diversità, per abbattere le barriere che dividono gli uomini. La cantautrice statunitense India Arie (tre Grammy Awards) ha voluto con sé Idan Raichel, la star della world music israeliana con il quale sta lavorando al nuovo album, per cantare insieme «Gift of Acceptance», una canzone sulla pace scritta a quattro mani, durante la cerimonia condotta dagli attori Denzel Washington e Anne Hathaway in cui suoneranno anche Barry Manilow, Jamiroquai e Herbie Hancock. Raichel stava suonando il pianoforte, cercava nuovi arrangiamenti per un pezzo, nella sua casa-studio a nord di Tel Aviv, quando gli è squillato il telefono: «Idan, ci vediamo ad Oslo per il concerto del Premio Nobel. Verrai con me!», gli ha detto India. IL CONFLITTO SULLA PELLE - «L’emozione mi ha letteralmente travolto– racconta Idan -. India ha scritto il testo e io la musica. Certo non è come ricevere il Nobel, ma per un musicista israeliano, nato e cresciuto in una terra dilaniata dal conflitto, poter eseguire una canzone alla celebrazione per il Nobel per la pace è una cosa straordinaria, che ha anche un grande valore simbolico. Shimon Peres e Itzhak Rabin hanno preso quel premio perché hanno aperto la porta al dialogo, per mettere fine alla guerra perenne in Medio Oriente. Io credo che la musica possa fare qualcosa, ed è ciò che cerco ogni giorno nelle mie canzoni. Penso spesso alle parole di John Lennon “Give Peace a Chance”, che ha portato il messaggio di pace in ogni angolo della Terra. Tutti pensano che Tel Aviv sia una bolla isolata dalla realtà israeliana, ma non è vero. Qui sentiamo tutto, c’è l’esercito, ci sono stati gli attentati, la guerra è arrivata anche qui, l’Iran del nucleare è un pericolo reale pure per noi di Tel Aviv. Portiamo i segni del conflitto sulla pelle. Il nostro grido, l’anelito alla pace, è un monito per tutta la società civile e da Oslo il messaggio arriverà nelle case di tutto il mondo». MUSICISTA CAPELLONE - Idan ha fatto il servizio militare, e in Israele non è cosa da poco: proprio all’esercito si è seduto per la prima volta alla tastiera, lasciando il mitra in un angolo. Ha creato un gruppo e si è esibito per tre anni nelle basi militari «per strappare un sorriso ai soldati». Adesso ha trentatre anni, dai tempi della leva non si è più tagliato i capelli, ed è diventato così il musicista «capellone» con i dreadlock alla Bob Marley, amato da tutte le teenager d’Israele. Ha messo su il suo Idan Raichel Project, che ospita musicisti immigrati etiopi, russi, yemeniti, brasiliani, che si sono esibiti con lui in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, dove è nata la collaborazione e l’amicizia con India Arie. Ha suonato con gli indiani, i ruandesi, i marocchini e gli iraniani, registrando tre album (il New York Times lo ha scelto come «uno dei progetti di world music più importanti»). PAURA DELL'OMOLOGAZIONE - «Non posso pensare alla mia musica senza la diversità, che secondo me è la ricchezza di tutti noi. Accettare la diversità è il primo passo per arrivare alla pace - dice Raichel -. L’obiettivo non è avere ragione, bisogna saper guardare al diverso e accettarlo, comprenderlo. Questo è il messaggio della nostra canzone. E’ importante che gli artisti palestinesi si esibiscano all’estero, come gli israeliani. E’ importante che lo facciano anche i musicisti iraniani, siriani e libanesi. In questi paesi non ci sono solo il conflitto e la politica, ma anche la cultura, l’arte, e la gente, diversa da noi, che vuole continuare a diffonderla. I governi si alternano, i regimi prima o poi cadono, ma la gente resta e combatte per i propri diritti e per il futuro. Mi commuovo se penso agli studenti iraniani che si ribellano al regime. Mi fa paura tutto ciò che è omologato, sempre uguale. Dal palco di Oslo continuerò la mia battaglia a suon di pianoforte per le cose in cui credo, per la diversità e la pace. Il pianoforte è l’unica arma che ho». Ariela Piattelli0 8 dicembre 2010,http://www.corriere.it/


Libano e Israele colpiti da siccità e incendi
Quaranta morti nello Stato ebraico, centoventi in quello dei Cedri e una staffetta di elicotteri turchi e giordani per soccorrere entrambi i Paesi. L’inverno è in ritardo e l’acqua scarseggia.
«Se continua così, la prossima guerra civile la faremo per l’acqua». L’aveva dichiarato nei giorni scorsi il ministro dell’Acqua libanese Jibran Bassil e, se non fosse per la pioggia finalmente scesa ieri a calmare gli spiriti, forse a Beirut qualche vicino di casa avrebbe finito davvero con l’aggredirsi per l’ultima tanica d’acqua ancora in vendita. In effetti fra Israele e Libano dicembre è cominciato con 28 gradi di sole e il rumore delle autocisterne che pompavano nelle case dei quartieri alti era l’unica colonna sonora per chi boccheggiava in terrazza. Quaranta morti in Israele, centoventi incendi in Libano, e una staffetta di elicotteri turchi e giordani corsi a soccorrere entrambi i Paesi: l’inverno, in Levante, quest’anno è in ritardo di due mesi. In Libano, dove con settembre arrivano le piogge torrenziali dell’autunno andando avanti per anche 70 giorni di fila, quest’anno è successo persino che imam e vescovi si mettessero d’accordo per organizzare preghiere collettive che chiedessero l’intercessione divina presso il clima, mentre su facebook un movimento per la danza della pioggia – forte di centinaia di entusiasti – si dava appuntamento in centro città per ballare. L’inverno rovente libanese costerà caro all’economia, visto che gli stabilimenti sciistici a est di Beirut - meta privilegiata per i ricchi turisti di Abu Dhabi e Arabia Saudita - non hanno ancora visto un fiocco di neve, mentre in città le famiglie devono rinunciare a ogni lusso pur di permettersi le autocisterne di affaristi improvvisati che consegnano un’acqua marina, inquinata e contaminata, ma insomma pur sempre acqua. Non tutti possono permettersi di spendere venti euro al giorno per riempire privatamente la propria cisterna; azioni elementari come lavarsi le mani o i piatti, o tirare l’acqua in bagno diventano impossibili nelle case sovraffollate di Ouzai o dei campi profughi palestinesi, e il rischio di colera è sempre in agguato. E se le famiglie libanesi e israeliane adesso vivono giorni post-atomici, il peggio a quanto pare deve ancora arrivare: gli esperti danno per esaurite le riserve idriche della regione intorno al 2015. Per il Libano, Paese che vanta il 120 per cento delle riserve necessarie, una simile prospettiva ha il sapore della beffa. Si tratta di pagare il conto per decenni di abuso idrico, con acqua pompata dalle falde superficiali piuttosto che approfittare dei fiumi e dello scioglimento delle nevi con apposite dighe. Persino gli islamisti di Hezbollah si sono accorti del problema, lanciando campagne per la pianificazione degli impianti, e il risparmio d’acqua, ma invano: le decine di milioni stanziati in questi anni da volenterosi donatori occidentali si sono persi in piccoli progetti, e soprattutto nelle tasche degli impiegati ministeriali e municipali. http://www.terranews.it/


Preoccupazioni degli ebrei italiani per gli atti di intolleranza contro gli immigrati.

Concluso ieri il Congresso degli ebrei italiani. In uno dei documenti si parla di “elevare il livello di attenzione” per il fondamentalismo islamico.“Preoccupazione” per la crescita degli episodi xenofobi e per gli atti di intolleranza, anche di amministrazioni pubbliche o nelle dichiarazione degli uomini politici. È quanto si legge in una mozione del Congresso degli ebrei italiani che si è concluso ieri a Roma.Secondo il documento, approvato dalla commissione che si occupa di Israele, della diaspora e della società italiana, è dal rilevare “la crescente presenza nel sociale e in alcune amministrazioni di atti di intolleranza sia individuale che organizzata”.Il Congresso ha poi sottolineato che la recrudescenza della xenofobia, del neofascismo, del neonazismo e del fondamentalismo islamico in Italia e in tutta Europa impone agli ebrei italiani di elevare il livello di attenzione. Il Congresso, in questo senso, propone al Consiglio di creare uno strumento di monitoraggio e ipotizza la creazione di un numero telefonico ad hoc per le denunce di qualsiasi atto di razzismo nel territorio nazionale.Nel rispetto della tradizione ebraica dei valori di accoglienza e integrazione, il Congresso degli ebrei italiani auspica, in una delle mozioni approvate, un impegno del Consiglio Ucei al fine di garantire pari opportunità alle nuove immigrazioni nel rispetto del dettato costituzionale e delle leggi dello Stato.09 dicembre 2010. http://immigrazioneoggi.it/


"Israele vuole la pace"

Netanyahu risponde allo scetticismo Usa
Presa di posizione da parte di Israele all'annuncio di fonti governative Usa sull'interruzione degli sforzi Usa per arrivare a una nuova moratoria degli insediamenti ebraici nei territori occupati, riaffermando l'impegno dello stato ebraico a continuare gli sforzi di pace. Il premier Benyamin Netanyahu ha fatto sapere che "Israele resta deciso a continuare gli sforzi per arrivare a un accordo di pace storico con i palestinesi".8/12/2010, http://www.tgcom.mediaset.it/


Nel Sinai di Mubarak c'è ancora posto per gli schiavi (e gli eritrei lo sanno)

"Certamente non è sbagliato sparargli, è necessario farlo. Per trovare un accordo con un infiltrato, puoi solo fare fuoco", così il Generale Muhammad Shousha, il governatore del Sinai dei Nord, parlando di immigrazione nel democraticissimo Egitto. E sì perché il problema del Sinai, la penisola a lungo contesa fra Egitto e Israele, non è solo quello delle bande di predoni beduini che perso ogni esotismo si sono ridotte a mercati di schiavi, bensì il modo di affrontare la questione della immigrazione da parte del faraone Mubarak.Dieci anni orsono, con la fine della guerra fra Etiopia ed Eritrea, e il divampare del genocidio in Darfur e del conflitto nel Sud Sudan, migliaia di profughi eritrei e sudanesi sono fuggiti dai loro Paesi in cerca di rifugio in Europa; una terra promessa dov'è sempre più difficile arrivare. Non solo per colpa delle politiche securitarie che intanto prendevano piede nel Vecchio Continente, ma anche perché sul percorso dei migranti s'incontrano i campi di concentramento libici e l'amaro deserto egiziano.L'Egitto ha lasciato che il Sinai si trasformasse in un luogo schizofrenico, paradiso del turismo internazionale macchiato da sanguinosi attacchi terroristici e crocevia dei cartelli criminali che gestiscono la tratta di carne umana per l'Europa. Nel momento in cui la Libia dichiara guerra a profughi e rifugiati, per arrivare in Europa bisogna passare dal confine israeliano. E Israele oscilla fra apertura e chiusura, la memoria della Diaspora e la paura di perdere la propria identità, la costruzione di nuovi muri e le parole di accoglienza del Nobel Wiesel.Nel 2007, quando sudanesi ed eritrei cominciano ad arrivare in sempre più gran numero nello stato ebraico, Gerusalemme dà il via a una politica di rimpatrio forzato dei clandestini (o erano rifugiati?) verso l'Egitto. Contemporaneamente, iniziano le "sparizioni" in territorio egiziano. Nel 2005, durante un "incidente", qualche dozzina di africani viene massacrata dalla polizia. Fra il luglio del 2007 e l'ottobre del 2008, circa 33 migranti vengono uccisi nel Sinai, 60 dal marzo del 2010. Roba da far impallidire Ciudad Juarez e la frontera fra Messico e Usa.Le morti di questi giorni, gli schiavi dei predoni beduini rinchiusi nei container a morire di fame, non sono una novità per il governo egiziano, che ha fatto davvero molto poco per evitarle. Testimonianze di migranti sfuggiti all'arresto delle autorità locali raccontano di acqua bollente versata addosso ai prigionieri, bastonate su donne e bambini, insulti tipo "sei un ebreo" o "sei un nemico degli arabi e dell'Islam", visto che nella propaganda abilmente coltivata al Cairo è opinione diffusa che gli africani raggiungono Israele per rubare il lavoro agli arabi nei cantieri o nell'agricoltura.Qualche decennio fa Israele si è ritirata definitivamente dal Sinai. Oggi lo stato delle relazioni con le forze di sicurezza egiziane al confine è decente, considerando gli standard diplomatici con il resto del mondo arabo-musulmano. E' dunque arrivato il momento di mandare un messaggio preciso a Mubarak: il faraone deve stanare e contrastare le bande dei trafficanti di uomini se vuole evitare nuovi muri con il suo potente vicino. Israele, da sola, può poco. La comunità internazionale dorme. Ad esclusione di Benedetto XVI quasi nessuno sembra è interessato al dramma degli ostaggi nel Sinai. L'UNHCR, l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, si limita a dire che "siamo in contatto con il governo egiziano sulla questione". Dov'è l'immancabile commissione d'inchiesta dell'Onu? 9 Dicembre 2010, http://www.loccidentale.it/


L'ultima dell'Onu: è lecito uccidere un gay

Il Giornale, 9 dicembre 2010 di Fiamma Nirenstein
L'assemblea del Palazzo di Vetro elimina "l'orientamento sessuale" dai motivi di condanna internazionale per violazione dei diritti umani. Quasi 80 Paesi, per lo più africani e islamici, hanno votato a favore della risoluzioneAdesso vediamo se anche dopo questa qualcuno riesce a sostenere che la decisione è buona perché l’ha presa l’Onu, è una risoluzione dell’Onu e quindi bisogna osservarla... È successo il 14 novembre, zitti zitti, piano piano. E adesso per l’Onu uccidere gli omosessuali non è reato. È pazzesco? Naturalmente sì. E tuttavia c’era da aspettarselo, dato che alcuni dei suoi più rispettati membri, come l’Iran, li uccidono sulla pubblica piazza per impiccagione, oppure prevedono la condanna alla decapitazione, come l’Arabia Saudita. In realtà, in 7 Paesi per l’omosessualità è prevista la pena di morte, e per ben 80 Paesi, con pene variabili, essere ga y è un reato.Ma adesso si tratta di una decisione votata a maggioranza, ed ecco come. Il Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha discusso alcuni emendamenti a una risoluzione già esistente sulle esecuzioni extragiudiziali, arbitrarie e sommarie. La risoluzione afferma i doveri dei Paesi membri di proteggere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, con speciale enfasi sulla richiesta ai Paesi di investigare le uccisioni a base discriminatoria. Nella risoluzione si prende, anzi, si prendevano in considerazione parecchi casi di questo genere. Per esempio venivano inclusi i bambini senza fissa dimora, gli attivisti di diritti umani nei Paesi autoritari, i membri di comunità etniche, religiose e linguistiche minoritarie. Per gli ultimi dieci anni la risoluzione aveva incluso anche l’orientamento sessuale, ricordando che non è raro che gli omosessuali siano condannati in vario modo a morte. Ma oggi questo punto non è più incluso nella risoluzi one contro gli assassinii dovuti alla discriminazione, perché una maggioranza di 79 Paesi contro 70, 17 astenuti e 26 assenti, ha votato un emendamento presentato dalla piccola nazione africana del Benin, che l’ha presentato da parte del raggruppamento africano dell’Onu, che proponeva di stralciare le minoranze omosessuali dal gruppo dei cittadini che si devono proteggere. Già in passato l’Uganda aveva tentato di introdurre un simile emendamento, ma senza successo.Fra coloro che hanno votato a favore dell’emendamento, l’Afghanistan, l’Algeria, l’Egitto, il Marocco, il Pakistan, la Malesia, il Sudan, lo Yemen, naturalmente l’Iran. I Paesi islamici non hanno simpatia per i gay, anzi, li perseguitano e li condannano. Ma la preferenza per escludere gli omosessuali dalla protezione internazionale è ben più larga e sorprendente: Cina, Congo, Corea del Nord, Russia, Vietnam, Zimbabwe, Uganda... C’è l’imbarazzo della scelta. Ci sono anche Paesi come Bahamas, Belize (dove si prendono 10 anni se sei gay), Giamaica (stesso trattamento), Grenada (idem), Guyana (la condanna qui è a vita) e via elencando. Contro, invece, tutti quanti i Paesi occidentali e, unico in Medio Oriente, Israele. Inoltre l’India, la Corea del Sud e la maggior parte dell’America Latina.È interessante che la possibilità di essere gay senza commettere reato e senza che la società in cui sei nato abbia il diritto di ucciderti o metterti in galera sia ancora oggi una questione di confini geografici, nonostante l’evidenza dell’universalità della presenza omosessuale nel mondo. Ma si sa che per Ahmadinejad gli omosessuali non esistono nel suo Paese, lo ha detto appunto dal podio dell’Onu. Il diritto alla sessualità ha perimetri precisi, e si può scommettere che siano gli stessi dell’oppressione alla donna e dello sfruttamento spietato ai minori.L’Onu, comunque, ormai è diventata sede permanente di negazione dei diritti umani. Uno degli u ltimi episodi è l’impossibilità della signora Navy Pillay, alto commissario per i diritti umani, di presenziare alla cerimonia del conferimento del Premio Nobel al dissidente cinese Liu Xiabo, con la scusa che per venerdì aveva già un impegno a Oslo con «chiara precedenza» sul Premio Nobel. Ma davvero? Dunque è solo una coincidenza che il consiglio per i diritti umani dell’Onu si sia rivolto alla Cina, un Paese in cui l’oppressione e la condanna a morte dei dissidenti è notoria, solo tre volte, mentre gli Usa, per le loro gravi, gravissime violazioni, sono condannati ben 7 volte e Israele alcune decine? Se è una coincidenza, dobbiamo cominciare a credere nella magia.



Sogno di una recensione di fine autunno

Il Tizio della Sera legge in una notte il romanzo di un umorista ebreo che ha scritto un dramma. Nel libro, il riso è come la porta di un palazzo dove abita il mostro della tristezza. Il protagonista si adopera a consegnare la donna che ama ad uno sconosciuto inconsapevole, in modo che questo qui ne faccia la sua amante - il protagonista pensa che solo perdendo l'amore si può sapere quanto valesse l'amore, allora sì che l'amore è perfetto. La stampa ne parla come di un romanzo glamour di perversioni sessuali, ma al Tizio sembra una strombolata dei giornalisti. Quello è un libro dove la speranza è crepata e non c'è un filo d'aria. Chiude il libro e dorme. Sogna che viene inseguito da degli sgherri spagnoli con quegli elmi a pentola. A un tratto, fa il sarto in un ghetto e cuce una bella giacca, ma arrivano i cosacchi ubriachi e bruciano tutto. Come se fosse il giorno dopo in una vita dove le epoche sono semplicemente il giorno dopo, scende da un treno merci, passa un cancello e va in una baracca. Qui poi muore, ma in quel posto delle baracche morire è normale come vivere. Si sveglia tutto sudato: ha capito il romanzo! e ringrazia l'angelo che spiega i romanzi. Se uno vive da moribondo, che ne sa della vita normale. Il punto è capire se dopo gli ebrei, adesso sia tutto il mondo a credere che vivere sia come morire.Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


Hatzèr - Una spiegazione possibile

Hatzèr in ebraico significa recinto o cortile, ma nei nostri dialetti giudaico italiani assume un significato sociale più complesso. Vivere in hatzèr era la versione ebraica di una imposizione giuridica, il ghetto, che per secoli abbiamo certamente subito ma anche interpretato a modo nostro. Era un mondo nello stesso tempo aperto e chiuso, che ha segnato nel tempo a tal punto le realtà locali, che ancora oggi se ne riconoscono con chiarezza i tratti e le caratteristiche. Nonostante la secolarizzazione, e nonostante l’ormai lungo periodo storico di emancipazione e integrazione che ha caratterizzato l’epoca che va dall’epopea risorgimentale ai nostri giorni (così ben tratteggiata da Anna Foa al congresso UCEI alla presenza del Capo dello Stato), quando gli ebrei italiani si incontrano fra loro misurano certamente una forte sintonia nei comportamenti e nel modo di riferirsi a una tradizione vissuta con passione. Ma percepiscono anche una certa distanza nei comportamenti, nel modo di vivere e di raccontare sé stessi. La fotografia che ne emerge è quella di un mosaico di hatzerìm che stanno assieme perché sono parte della stessa storia, ma nel contempo sono gelosi custodi di realtà locali che non intendono perdere le loro prerogative di autonomia. La chiave sta nel comprendere la sostanza reale di questa situazione e di trovare il giusto equilibrio per interpretarla. Per esempio, quando si sente dire con convinzione che la Giornata Europea della Cultura Ebraica è solo una vetrina per l’esterno e non un modo di vivere l’ebraismo, non si tiene conto che in una piccola realtà (le famose “piccole comunità”) il lavoro volontario che si attiva per organizzare e programmare l’evento si trasforma in una preziosa occasione di lavoro e di riflessione. In questi casi la legittima richiesta che proviene dalla società civile, che vuole sapere e conoscere chi sono gli ebrei e come si esprimono nella loro vita comunitaria, si trasforma in una spinta per conoscere meglio noi stessi. Nessuno di noi nasce imparato, e sono lontani i tempi in cui da quando i bimbi avevano quattro o cinque anni iniziavano a conoscere nel Chéder i fondamentali della nostra tradizione. Oggi spesso sono proprio le domande degli altri a spingerci ad approfondire aspetti anche fondamentali della nostra tradizione. L’importante è mettere sempre al centro del nostro impegno lo studio continuo, il Talmud Torà, sia che nasca come spinta interiore, sia che emerga come esigenza per rispondere a domande di altri. E’ questa la natura del hatzèr (nel contempo aperta e chiusa), ed è questa – che lo si voglia o meno – la sostanza della storia da cui proveniamo e di quella che ci troviamo a vivere.Gadi Luzzatto Voghera, http://www.moked.it/




Ahuva Tomer era l'ufficiale comandante della polizia di Haifa.

Una donna con il grado di colonnello, che era riuscita a farsi amare (proprio come il suo nome in ebraico, Amata) da tutti. Quando è scoppiato l'incendio sul Monte Carmelo, Ahuva non è rimasta in ufficio a distribire ordini, ma si è messa al volante ed è corsa nel luogo dove un gruppo di ufficiali del servizio carcerario aveva avuto l'istruzione di sgomberare il carcere Damon, minacciato dalle fiamme. Ahuva è stata ripresa in televisione sulla salita mentre scherzava con un fotografo e gli offriva un posto sul retro della vettura. Un minuto dopo, Ahuva era in mezzo al vortice dello Tsunami di fuoco che – da una direzione del tutto imprevedibile – si era riversato sull'autobus su cui viaggiavano 37 ufficiali carcerari oltre a altri due alti ufficiali della polizia, divorando tutti nelle fiamme. La grande tragedia del Carmelo ha svelato carenze organizzative, di cui si dovrà riparlare, ma ha soprattutto dimostrato l'eccezionale qualità umana, coraggio e professionalità delle forze dell'ordine e dei servizi di emergenza di Israele. A parte gli enormi danni materiali, nessun civile è stato colpito dal disastro. Ahuva ha lottato tra la vita e la morte per quattro giorni. E poi, come ha detto il Comandante generale della polizia durante la cerimonia del funerale, nel promuoverla a Generale di Brigata: "Anche dopo la ferita hai mostrato quando profonda era la tua anima di comandante. Dal mezzo delle fiamme hai dimostrato il valore della difesa della vita umana. Non ci hai lasciato finché non sei stata certa che le fiamme erano state definitivamente spente".SergioDella PergolaUniversità Ebraicadi Gerusalemme http://www.moked.it/


Ordine dei Giornalisti pro Hamas? Non in mio nome!

Ieri sera un colpo di mortaio esploso dalla Striscia di Gaza ha ferito un israeliano. Dopo l’offensiva “Piombo fuso” il fuoco islamico si e’ diradato, ma nessuno si fa illusioni che cessi. Hamas ha come obbiettivo dichiarato la distruzione di Israele. E’ finanziato dall’Iran, alla cui guida c’e’ un signore che nega l’olocausto e arricchisce uranio. Ad esserne spaventati sono in primo luogo i Paesi arabi. Non solo quelli moderati, Egitto e Giordania. Ma anche la culla dell’islam, l’Arabia Saudita che, come ha svelato Wikileaks, ha ripetutamente chiesto agli Stati Uniti di bombardare Teheran. Hamas, inoltre, e’ in rotta di collisione con il Presidente dell’Autorita’ Palestinese, Mahmoud Abbas, punto di riferimento di Stati Uniti e Europa.In una situazione cosi’ complessa, e’ oltraggioso che il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Jacopino, abbia deciso di sostenere quel potente strumento di propaganda pro Hamas che prende il nome di “Freedom Flottiglia”. Con il pretesto di “liberare Gaza” il movimento e’ in prima linea nel tentativo di delegittimare Israele e rafforzare il regime islamico che tiene in ostaggio un milione e mezzo di palestinesi a Gaza.Enzo Jacopino e’ libero di promuovere le peggiori cause, ma a titolo personale, non nelle vesti di Presidente dell’Ordine dei Giornalisti. Non in mio nome. Non nel nome di molti, spero, miei colleghi.Per i dettagli delle iniziativa pro flottiglia del Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, clicca qui. Claudio Pagliara http://www.claudiopagliara.it/


foto gruppo del viaggio in argomento

Cara Chicca,
E' possibile finalmente leggere le prime puntate del Diario di Viaggio 2010.
L'ho ristrutturato e spero che sia gradevole.

VIAGGIO IN ISRAELE 21.4/1.5.2010 Prima Puntata - Vigilia, Partenza, Arrivo a Tel Aviv

Scritto da Mara
Martedì 07 Dicembre 2010 14:56
continua

giovedì 9 dicembre 2010


Cari amici, ieri ero in Yemin Orde, ancora scioccato con i danni.
I bambini sono stati evacuati dal Villaggio. Molti edifici sono danneggiati, alcuni dovranno essere ricostruiti DA ZERO. Non c'è elettricità, né linee telefoniche. E’ molto deprimente camminare tra le rovine. In molti punti il fumo è esce dal terreno. E’ indescrivibile tutto questo. Forse lo capirete meglio dalle foto, ma non potrete sentire l'odore di fumo. Questo nonostante ti rimanga dentro, non può essere trasferito ...E’ nostro dovere ora aiutare questi ragazzi Yossi Alfassa (direttore Keren Hayesod in Italia)
Qualche foto che ho scattato: altre al: http://www.facebook.com/album.php?aid=20435&id=115936725136829. Chi volesse aiutare a ricostruire il villaggio, questo è l'IBAN:IT71P0200805022000400971137


Har-Ha-Carmel Ba-Esh: una tragedia nazionale

Il Monte Carmelo (Har-ha-Carmel) è il più importante polmone verde di Israele, dove viene anche chiamato “Il monte verde tutti i giorni dell’anno”. Oggi purtroppo non è più possibile usare questa definizione.5 milioni di alberi sono andati distrutti. Alberi che hanno anche il doppio dell’età dello Stato d’Israele. Molti centri abitati, tra cui diversi Kibbutz, sono ormai completamente bruciati. Ci sono 17 mila sfollati. Decine di persone sono morte, in maggioranza giovani ragazzi e ragazze che erano accorsi in aiuto. Tra questi, anche un boyscout di soli 16 anni, volontario nei vigili del fuoco. Ogni anno, come purtroppo succede nelle foreste e nei boschi di tutto il mondo, il Monte Carmelo è oggetto di incendi più o meno grandi, dolosi e non.
Questo incendio però è stato devastante. E’ la peggiore catastrofe naturale che il Popolo d’Israele abbia subito da sempre.Non è una sciagura che tocca solamente Israele. Tutto il Mediterraneo soffrirà di questa tragedia ecologica.Il Primo Ministro dello Stato di Israele Bibi Netanyahu ha nominato il KKL quale unico Ente responsabile della rigenerazione dell’eco sistema nell’area. Tutte le Ambasciate di Israele nel mondo sono in contatto con gli uffici locali del KKL per coadiuvare la raccolta delle donazioni.Noi del KKL abbiamo accettato con grande senso di responsabilità questo compito, per il quale abbiamo bisogno fin da ora dell’aiuto di tutti i nostri sostenitori. Sappiamo che si tratta di un lavoro lungo e difficile. L’incendio viene combattuto con materiale anti-incendio chimico e con gli aerei anti-incendio che usano acqua marina. Questo significa che non sarà possibile piantare subito nuovi alberi se non solo dopo una lunga e pazientepreparazione. Per la completa rigenerazione della flora del Monte Carmelo parliamo di tempi che purtroppo si aggirano tra i 20 e i 40 anni.Bisogna però iniziare immediatamente. E per farlo, tutti noi dobbiamo partecipare e aiutare. Fai parte di questo grande progetto sionista con una offerta che può variare da 10 a 100.000 euro. Effettua un bonifico della cifra che puoi donare.Non tirarti indietro.Ricostruiamo insieme il giardino più bello della Terra d’Israele. Raffaele Sassun Presidente KKL Italia (6 dicembre 2010) KKL Italia Onlus IBAN: IT 64 A030 6903 2361 0000 0003 409


Dahab

Sono stato a Sharm El Sheikh, ma preferisco chiamarla Ophira, a Di-Zahav e Neviot (oggi Dahab e Nuweiba) nel 1974, e poi molti anni sino all’86.Dal 1967 il Sinai era Israele, a Sharm c’era un villaggio Ophira, una scuola agraria, un ostello della Gioventù, un camping, il Marina Sharem hotel a Na’ama bay e tre diving, piu alcune imbarcazioni da charter, ed una guarnigione militare Israeliana con una piccola base navale. il tutto durò sino al 25 Aprile 1982 quando, a seguito degli acordi di Camp david con l?Egitto, Israele abbandonò il Sinài.Da allora, sino all’86. l’area rimase disabitata ed un vero paradiso ambientale, successivamente si trasformò nell’orrore e nello scempio ambientale odierno.Tutto ciò era ben prevedibile, turisti, specialmente russi, per attirare gli squali hanno iniziato a nutrirli e questi squali del genere longimanus hanno perso il timore per quella creatura aliena che appare l’uomo in acqua, in più, notizia recente, pare che sia stato gettate in mare nell’area diverse carcasse di pecore da una nave, le pecore putrefacendosi generano un forte odore di ammoniaca che attira gli squali. Questi squali hanno la capacità di alzare la testa fuori dall’acqua ed annusare l’aria in superficie, infatti spesso seguono i pescherecci, essendosi abituati all’odore di ammoniaca che gli segnala le carcasse di pecora potrebbero essere attratte dall’urina degli uomini in acqua che emana lo stesso odore. 7 dicembre 2010 http://www.focusonisrael.org/



A proposito degli squali che gli israeliani avrebbero messo nel Mar Rosso, gustatevi lo squalo sionista, l’ultima trovata della marina israeliana (vignetta di Enrico Cobra Renzetti) dal sito


Israele: un'oasi di speranza per i migranti eritrei

E' ormai scaduto l'ultimatum dei sequestratori che da un mese tengono prigionieri nel deserto del Sinai 80 profughi eritrei in condizioni disumane. Tra loro anche donne incinta e bambini. I prigionieri continuano ad inviare appelli ai familiari per raccimolare il riscatto richiesto per essere condotti in Israele. Si moltiplicano le iniziative in loro sostegno come la conferenza stampa di oggi al Senato dal titolo "Profughi sotto ricatto: cosa c’entra l’Italia? - Eritrei etiopi somali sudanesi in catene nel deserto del Sinai", alla presenza del mondo politico e della società civile. Bloccati sul Mediterraneo, respinti dall'Egitto dal 2005 perchè ha già una vasta popolazione di migranti, il popolo africano del Corno d'Africa e parte del Sudan, dilaniato da una guerra civile da oltre 22 anni, che dal 2003 ha provocato più di 300.000 morti e 2,7 milioni di sfollati, anche Israele si trova, suo malgrado, a dover affrontare questa tragedia.Inizialmente ha offerto rifugio e anche posti di lavoro negli alberghi e nei kibbutz. Quasi 3.000 persone hanno ricevuto un soggiorno temporaneo o un permesso di lavoro. Ma senza una politica generale, la maggior parte dei migranti sono solo temporaneamente liberi per le strade,Il professore di geografia dell'Universitא di Haifa Arnon Soffer stima che se il ritmo attuale persiste ci saranno circa 500.000 immigrati clandestini in Israele in 15 anni. E in un paese di appena 7,6 milioni di persone, il fenomeno potrebbe rivelarsi una minaccia esistenziale. .Riguardo i diritti umani per gli africani in Israele c'è molta simpatia e figure di alto profilo come il premio Nobel e sopravvissuto all'Olocausto Elie Wiesel hanno chiesto al governo di offrire una casa per sfuggire al genocidio del Darfur.
Gli africani descrivono viaggi strazianti, in fuga da persecuzioni in patria, che si fanno strada attraverso l'Egitto, dove i diritti umani vengono calpestati dalle stesse guardie di frontiera, che nel 2007 hanno sparato e ucciso 85 africani che cercavano di raggiungere Israele.Nel deserto del Sinai in Egitto, gli immigrati pagano migliaia di dollari ai trafficanti beduini per portarli oltre il confine e sono spesso tenuti in ostaggio dai contrabbandieri, il cui fine è quello di estorcere più soldi ai loro parenti. Secondo le testimonianze Sono decine i racconti dei migranti che parlano di violenza, abusi. Secondo le testimonianze, i contrabbandieri sottopongono i migranti a violenze inaudite, stupri, scosse elettriche e ustioni derivanti dal fatto che sono rinchiusi in soffocanti containers con sbarre di ferro senza cibo e acqua.Rivela una donna eritrea identificata solo come HA: "Cinque o sei uomini mi hanno violentata più volte, non so quante volte. Mi hanno anche picchiato molte volte. Mi sembrava di morire". Abdul-Rasul è arrivato dal Darfur nel 2007, ed è uno dei pochi che ha guadagnato lo status giuridico in Israele. Lavora in un negozio di prodotti per computer a sud di Tel Aviv. I suoi figli ora parlano tutti correntemente l'ebraico, e sua figlia di 17 anni - sopravvissuta a un colpo di pistola alla testa nel Sudan - sta pensando di aderire al servizio militare in Israele.Ma Abdul è da considerasi solo uno dei pocchissimi fortunati! 7 dicembre 2010, http://ilprofessorechos.blogspot.com/


missile Fateh-110
Documenti Usa diffusi da WikiLeaks: i missili Hezbollah possono raggiungere Tel Aviv

La diplomazia americana si dà un gran daffare per cercare di impedire che armamenti sofisticati raggiungano i luoghi più caldi del mondo, ma i dispacci diffusi da WikiLeaks e ripresi dal New York Times rivelano quanto sia arduo tale obiettivo soprattutto riguardo a paesi come Iran, Siria e Corea del Nord. Da un dispaccio americano risulta addirittura che il presidente siriano Bashar al-Assad venne direttamente ammonito da Washington per le forniture ai terroristi libanesi filo-iraniani Hezbollah di “missili balistici d’avanguardia e altri armamenti” soltanto una settimana dopo che Assad aveva negato d’averlo mai fatto.“Siamo preoccupati – scriveva il segretario di stato Usa Hillary Clinton in un dispaccio diplomatico del febbraio 2010 classificato come “segreto” – per la fornitura siriana a Hezbollah di armamenti sempre più sofisticati. Nei nostri incontri della scorsa settimana ci è stato detto che la Siria non sta trasferendo nessun ‘nuovo’ missile ai libanesi Hezbollah. Ma siamo al corrente – continuava la Clinton – degli attuali sforzi siriani volti a fornire missili balistici a Hezbollah”, fra cui missili del tipo Scud-D, basati su tecnologia nordcoreana. Aggiungeva il segretario di stato: “Devo sottolineare che tale attività suscita profonda preoccupazione nel mio governo e vi mettiamo in guardia con forza contro questa grave escalation”.Nell’incontro precedente, gli Stati Uniti avevano espresso il timore che a Hezbollah fossero stati forniti missili del tipo Fateh-110, capaci di raggiungere gran parte di Israele, compresa Tel Aviv, a partire dal Libano. Pochi giorni fa un funzionario governativo americano ha confermato al New York Times che si tratta di missili molto precisi e particolarmente pericolosi. Un alto funzionario del ministero degli esteri siriano respinge l’accusa, ma a nove mesi di distanza, scrive il New York Times citando fonti del Pentagono, il flusso di armi è “incontrollato”.Stando ai dispacci pubblicati dal New York Times, la diplomazia Usa ha anche ripetutamente espresso il timore che il gruppo terrorista palestinese Hamas ricevesse armamenti dall’Iran grazie a grandi aerei cargo gestiti dalla sudanese Badr Airlines, per poi seguire su convogli di camion via terra. Nonostante il Sudan insistesse che il carico era di macchinari agricoli, Washington chiese ad altri paesi della regione di negare i diritti di sorvolo, cosa che lo Yemen si rifiutò di fare, stando a un dispaccio Usa del febbraio 2009. Successivamente risulta che almeno due grandi convogli di camion carichi di armi siano stati bombardati in territorio sudanese da aerei non identificati.In un altro dispaccio dell’aprile 2009 l’Egitto accusava l’Iran di fornire 25 milioni di dollari al mese a Hamas e collegava Tehran a una cellula Hezbollah dedicata al traffico di armi.Ma la preoccupazione principale di Washington sembrano essere Siria e Hezbollah. “Il deciso sostegno siriano allo sviluppo militare di Hezbollah – dice un dispaccio inviato nel novembre 2009 dallo staff diplomatico Usa a Damasco – e in particolare la costante fornitura di razzi a lunga gittata e l’introduzione di missili guidati, può alterare l’equilibrio militare e produrre uno scenario significativamente più distruttivo di quello della guerra del luglio-agosto 2006”.Altri dispacci del luglio 2009 rivelano che la Corea del Nord ha fornito tecnologia missilistica all’Iran e alla Siria, e ha sostenuto Hamas e Hezbollah utilizzando banche cinesi “come principale punto d’accesso al sistema finanziario internazionale”.Il segretario di stato Hillary Clinton ha scritto anche al vice ministro degli esteri siriano Faisal al-Miqdad dicendosi “preoccupata del fatto che Hezbollah sta ancora progettando un’operazione per vendicare la morte di Imad Mughniyeh” (il capo terrorista ucciso in un attentato a Damasco nel febbraio 2008). Aggiungeva tuttavia che, mentre Hezbollah si prefigge “un rilancio del conflitto del 2006 (con Israele), ciò non sembra rispondere agli interessi della Siria”. La Clinton avvertiva che “sia Iran che Hezbollah hanno interessi che non corrispondono agli interessi strategici siriani”, e che “il supporto operativo a Hezbollah da parte della Siria costituisce un calcolo strategico sbagliato”.Il giorno successivo il segretario di stato americano dava disposizione ai suoi diplomatici di sollevare la questione dei trasferimenti di armi siriane a Hezbollah nelle varie capitali arabe, a partire da Arabia Saudita, Giordania e Qatar. Discuteva inoltre di queste sue preoccupazioni con Gran Bretagna, Francia e Turchia, tutti paesi che, si legge, “si sono impegnati a sollevare queste preoccupazioni con i loro interlocutori siriani”.“La dirigenza siriana – spiegava la Clinton nel suo dispaccio – vede il sostegno militare a Hezbollah come parte integrante del sistema di sicurezza siriano e come merce di scambio nelle trattative con Israele per la restituzione delle alture del Golan, oltre che un possibile ‘bastone’ per portare gli israeliani al tavolo negoziale”.Secondo fonti del Pentagono citate dal New York Times, l’arsenale di Hezbollah comprenderebbe oggi circa 50.000 razzi e missili, compresa una quarantina o una cinquantina di missili Fateh-110, e una decina di missili Scud-D. “Un Hezbollah nuovamente rafforzato suscita il timore che un suo eventuale futuro conflitto con Israele possa erompere in una guerra aperta regionale”, concludono i dispacci americani.(Da: Jerusalem Post, YnetNews, 7.11.10)http://www.israele.net/


Israele, un fondo specializzato per investire in titoli di stato

Martedì 07 Dicembre 2010 http://www.focusmo.it/
Contro la crisi del debito sovrano in Europa, che a giudicare dagli eventi delle ultime settimane non accenna a rientrare, la Harel Insurance Investments and Financial Services Ltd. – il terzo più grande gruppo di assicurazioni israeliano – ha annunciato la creazione di un fondo specializzato che investirà in titoli di Stato dei cosiddetti “Paesi PIIGS” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna).Il fondo cercherà di contrastare i rischi che minacciano la moneta unica, che secondo alcuni potrebbe essere travolta dalle difficoltà di bilancio dei Paesi-membri sopraccitati: in altre parole, lo scopo della Harel è evitare per quanto possibile la volatilità del tasso di cambio euro-shekel, la moneta israeliana, per non danneggiare le industrie e le esportazioni dello Stato ebraico. Il responsabile del settore investimenti della Harel Finance, nonché vicepresidente della Harel Pia, Uri Rabinovich, ha dichiarato: «Il fondo, battezzato Harel Pia PIIGS Bond Foreign Currency Hedge, propone agli investitori bond irlandesi e dell’Europa meridionale, che offrono possibilità di guadagno relativamente alte. Questo fondo può interessare chi vuole diversificare il proprio portfolio di bond, soprattutto in ragione del fatto che di solito questi titoli hanno un rendimento molto più basso dell’attuale. Certo – ha sottolineato Rabinovich –, si tratta di investimenti rischiosi: rendimenti alti significano rischio maggiore: chiunque voglia investire in questo fondo deve esserne consapevole». E comunque, ha concluso, «non bisogna dimenticare che, malgrado tutto, la maggior parte dei PIIGS ha oggi rating più alti di quelli israeliani. Per esempio, i titoli spagnoli sono classificati AA, quelli italiani A+ e gli irlandesi A».


Maiori: un gesto di solidarietà per Israele

Un gesto di solidarietà dall’amministrazione comunale: Maiori dona ad Israele 100 alberi per il rimboschimento del Monte Carmelo
Maiori, cittadina della costa d’Amalfi, già sede nel 13° e nel 14° di una piccola Comunità ebraica nella zona del Lazzaro e successivamente nel 15° in via Casa Imperato, turbata e addolorata per il disastro umano ed ambientale causato dall'incendio della riserva naturale del Monte Carmelo, nell'esprimere a Sua Eccellenza Ghideon Meir, Ambasciatore dello Stato d'Israele in Italia, il cordoglio per le vittime di tale nefasto evento e per rafforzare il legame tra Maiori e lo Stato d'Israele, ha deciso di donare un piccolo bosco di 100 alberi che contribuirà in parte al rimboschimento della zona interessata dall'incendio. I cittadini di Maiori ben conoscono i danni di un incendio in quanto, spesso, le zone boschive della Costiera amalfitana sono interessate da questi eventi e proprio la loro sensibilità ha spinto l'Amministrazione Comunale di Maiori a questo piccolo gesto di profonda e sincera amicizia. Il Sindaco e l'Amministrazione comunale della città di Maiori vogliono inoltrare un appello a tutti i comuni italiani a donare alberi attraverso la Keren Kayemeth LeIsrael (associazione che dal 1901 si occupa del rimboschimento della terra d’israele), affinchè il Monte Carmelo possa ritornare con il suo verde lussureggiante a fare da cornice alla riserva naturale di Nahal Mearot con i suoi rari ed importantissimi insediamenti preistorici, al Monastero Stella Maris, meta di pellegrinaggi anche di gruppi cattolici italiani, ed alla città di Haifa.07/12/2010, http://www.positanonews.it/

(Chi volesse scrivere al Comune di Maiori un suo apprezzamento, questo è l'indirizzo:'anagrafe@comune.maiori.sa.it' nr)


Recep Tayyip Erdogan
Turchia-Israele/Netanyahu: importante migliorare relazioni

Contatti intensi dopo invio di aiuti contro rogo su Monte Carmelo
7 dic. (Apcom-Nuova Europa) - La 'diplomazia dei disastri' segna un nuovo successo: il terribile incendio sul monte Carmelo, costato la vita a 42 persone, sta riavvicinando Israele e Turchia, dopo mesi di gelo assoluto nelle relazioni. "E' molto importante" migliorare le relazioni con Ankara, ha decretato stasera il premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, confermando le manovre in corso per ricucire i rapporti bilaterali precipitati al minimo storico dopo l'attacco attacco israeliano alla nave di pacifisti diretta a Gaza (in cui morirono 9 turchi), lo scorso 31 maggio. La stampa turca riferisce di contatti in corso da giorni. E di un progressivo ammorbidimento delle posizioni dei due Paesi scivolati nell'ultimo anno in un crescendo di tensioni e attriti. La scorsa settimana la Turchia ha inviato due aerei anti-incendio per combattere le fiamme sul monte Carmelo. E Netanyahu ha telefonato al collega turco Recep Tayyip Erdogan per ringraziare, lanciando le danze della normalizzazione. "Di fronte a tale disastro era un nostro dovere aiutare, sia umanitario, sia in base ai precetti dell'islam", ha dichiarato il premier turco, che però ieri ha ribadito la richiesta di scuse ufficiali e indennizzi per le vittime del blitz di maggio. Secondo il quotidiano Hurriyet, però, Ankara sarebbe pronta ad accettare un compromesso: scuse non ufficiali, ma solo alle famiglie delle vittime. Secondo altri media, si starebbe lavorando a un'ipotesi di indennizzi da versare senza coinvolgere le istituzioni. Oggi la Yilmazlar, una grossa società di costruzioni turca attiva in Israele, ha ipotizzato di inviare gratuitamebnte dei suoi operai per aiutare nei lavori post-incendio sul monte Carmelo.


Champions League – Impresa (con rimpianti) per l’Hapoel Tel Aviv

Impresa storica per l’Hapoel Tel Aviv, che nell’ultimo turno del girone eliminatorio di Champions League strappa un inaspettato pareggio sul campo del Lione. Gli israeliani hanno giocato con autorevolezza contro un avversario di grande blasone dimostrando ottima organizzazione nella manovra e sfiorando, complice la contemporanea sconfitta del Benfica in casa dello Schalke, un clamoroso ripescaggio ai sedicesimi di finale di Europa League come terza forza del girone. A interrompere il sogno dell’Hapoel è stato un goal di Lacazette a pochi istanti dal termine.http://moked.it/


Gerusalemme - Getzemani

Voci a confronto

La Voce Repubblicana pubblica oggi le parole di saluto rivolte dal Presidente Gattegna al Capo dello Stato Napolitano che ha voluto accogliere l’invito rivoltogli di essere presente al Congresso che si chiude oggi a Roma; un Congresso come sempre acceso, con posizioni in duro contrasto, ma l’amicizia di Napolitano è, s icuramente, un punto fermo per gli ebrei che tanto diedero all’Italia del Risorgimento, della I guerra mondiale, della cultura e della scienza. E l’essere ebreo è al centro della cultura italiana, come ci fa osservare Elena Loewenthal su La Stampa, in un articolo nel quale parla di due romanzi diversi: Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, di Piperno, e Il cimitero di Praga, di Eco. Dell’ebreo, osserva Elena, nei libri di scuola si parla per la sua presenza nel mondo antico, nell’epoca degli assiri, dei babilonesi e dei fenici, ma poi bisogna saltare alla metà del secolo scorso per accorgersi che l’ebreo è sempre qui, unico tra i popoli antichi a sopravvivere; e così negli ultimi anni la narrativa italiana risulta sensibile ai destini di questa esigua minoranza. L’Avvenire riprende le parole di un anonimo diplomatico statunitense, confermate dalla radio dell’esercito israeliano, secondo le quali gli USA hanno deciso di non chiedere più ad Israele la sospensione delle costruzioni, preferendo concentrare gli sforzi diploma tici sulla definizione dei confini e la sicurezza reciproca per i due stati. La notizia, ripresa da molte testate, viene accompagnata, su Avvenire, dalla polemica suscitata in Israele da una lettera aperta scritta da 50 rabbini che sostengono che sia vietato affittare e vendere immobili a gentili. Una ben più accesa di scussione, al confronto, è in corso in Israele dopo la decisione dell’Argentina di riconoscere lo Stato di Palestina coi confini del 1967; anche Bolivia, Costa Rica, Cuba, Nicaragua, Venezuela, e ultimamente Brasile presero identica decisione, dopo la assidua campagna diplomatica di Abu Mazen e del suo primo ministro Fayyad in America latina, e già è annunciato il riconoscimento da parte dell’Uruguay; ne parla Liberazione, e anche la Stampa (dove purtroppo Paola Caridi scrive “diplomazia di Tel Aviv” ignorando che il ministero degli Esteri si trova a Gerusalemme; coloro che non accettano che Gerusalemme sia la capitale di Israele, non riescono a trovare parole diverse, aderenti alla realtà?). A mio modesto parere il mondo farebbe bene a comprendere che i conflitti debbono essere risolti dalle parti in causa senza troppe interferenze esterne che ben difficilmente servono alla causa. Certo che un simile concetto è ben difficile da far comprendere a coloro che si considerano responsabili delle sorti altrui (USA e non solo) o combattenti delle guerre di mezzo mondo (da Castro a Chavez a, oggi, l’argentina Fernandez, appunto descritta come accesa filopalestinese dalle rivelazioni di Wikileaks). E queste rivelazioni continuano nel giorno in cui il suo artefice (al meno di facciata) si è consegnato a Scotland Yard sperando di non venire estradato in Svezia (dove è ricercato per stupro di donne comunque consenzienti). Le ultime rivelazioni parlano di 50000 missili attualmente in mano di Hezbollah che potrebbe lanciarli, in caso di conflitto, al ritmo di 400/600 al giorno, come si legge in tutte le principali testate. Sul Riformista viene riportata la lunga e, apparentemente, calorosa conversazione tra Netanyahu ed Erdogan: il primo ministro israeliano ha voluto ringraziare il suo omologo turco per il pronto e grande aiuto prestato per spegnere l’incendio che ha distrutto la foresta del monte Ca rmel. Cinque milioni di alberi sono andati distrutti, e ci vorranno molti anni prima che possano ricreare quell’ecosistema così importante per tutta l’area del Medit erraneo. Questo incendio avrà almeno avuto il merito di far parlare tra loro i capi dei due governi dopo mesi nei quali l’ambasciata turca in Israele è senza am basciatore, richiamato in patria a seguito della vicenda della Mavi Marmara. E proprio di questa vicenda stanno discutendo a Ginevra, in riunioni segrete fino ad ora, diplomatici dei due paesi, alla ricerca di una soluzione che possa soddis fare entrambe le parti. E’di sicuro nell’interesse di Israele ritrovare un’intesa col potente vicino, anche se i rapporti non potranno tornare ad essere quelli del passato, ma anche Erdogan ha bisogno di un Israele amico per poter esercitar e la propria influenza in Medio Oriente con una politica che non sia solo filo iraniana. Sul Wall Street Journal si denuncia l’importazione in Israele di grandi quantità di marmo iraniano; che questo bel marmo, dal color caffè, e con grandi proprietà, provenga da terra nemica per addobbare l’edificio della Bank Leumi e tante altre costruzioni di prestigio, non sembra essere messo in dubbio, anche perchè quella pietra non si trova altrove. Traders turchi e dei paesi del golfo lo esportano ovunque, ed avrebbe anche un prezzo molto competitivo, e così il marmo porta shekels ai mullah dopo che, in un recente passato, lo stesso era stato denunciato per il commercio dei pistacchi e del caviale. Più innocua è invece l ‘ultima polemica scatenata da Sgarbi contro il vignettista Stefano Disegni in un articolo pubblicato sul Giornale; che il critico d’arte sia molto sensibile alla bellezza femminile è ben noto a tutti, e quindi che Disegni abbia disegnato le bellezze di Elisabetta Canalis e di Belen Rodriguez in abiti di soldati nazisti e di deportati ebrei, ma senza testa (evidentemente meno dotata delle altre parti del corpo a giudizio del disegnatore) non gli è proprio andata giù. Emanuel Segre Amar http://www.moked.it/


Guido Lopez (1924-2010)

Pur nei giorni d’intenso lavoro del Congresso dell’Unione sarebbe triste dover constatare che questo portale si dimenticasse di rendere omaggio alla figura di Guido Lopez, che ci ha lasciato lunedì scorso, lasciandoci tutti più soli. Era nato a Milano il 2 gennaio 1924. All’ebraismo italiano ha dedicato non poche energie, come ognuno potrà constatare scorrendo gli indici della “Rassegna mensile di Israel” ora disponibili. Alla sua città aveva dedicato il suo libro più famoso “Milano in mano”, più volte ristampato e accresciuto. Il suo animo di scrittore lo portava spesso verso la Toscana, l’adorata Bolgheri, nel ricordo di suo Papà, il grande Sabatino Lopez, cui nella vecchiaia Guido venne ad assomigliare in modo sorprendente (“figlio di padre noto”, amava dire di sé). Scrivendo di Saba e di Svevo in un libretto delizioso che s’intitola “I verdi, i viola e gli arancione” (Mondadori, 1971), Guido ha fatto giustizia di molti stererotipi sulla ebraicità degli scrittori giuliani. Sull’ebraismo di Saba vi sono in quel libro pagine molto illuminanti. Sempre in quel libro vi sono raccontati i primordi della casa editrice Mondadori, dove a lungo Guido sarà a capo dell’Ufficio Stampa: vivo era il ricordo dello sfollamento ad Arona della famiglia di Guido e della casa editrice, mentre a pochi metri in linea d’aria si consumava l’eccidio di Meina. Fu amico e interlocutore privilegiato di Primo Levi. A Guido è indirizzato l’epigramma dello scrittore torinese più citato senza fare riferimento al destinatario: “Difficile essere ebrei, ma anche divertente”.Alberto Cavaglion, http://www.moked.it/