giovedì 28 aprile 2011





Lo sapevate che
Come se avesse attraversato l'Oceano e scoperto l'America dopo tutta quell'acqua, l' Europa si è accorta che mentre era in salotto e guardava la Tv, i popoli arabi erano governati da regimi anche violenti. Non solo quel Mubarak non era moderato come sembrava, ma Gheddafi non era un uomo elegante di una certa età, con gli occhiali da sole e il turbante alla Lawrence d'Arabia. Era un dittatore. Adesso l'ultima: in Siria non c'è il socialismo. Di questo passo tra un po' Israele è l'unica democrazia in migliaia e migliaia di chilometri. E' vita questa? Il Tizio della Sera http://www.moked.it/



La Shoah, Israele e l’ebreo diasporico
Il Novecento è stato per l’ebraismo un secolo da dimenticare. La crisi che ha prodotto nella psicologia ebraica è una ferita che ci porteremo dentro per un tempo inimmaginabile; come se la storia non ci avesse già segnato a sufficienza l’animo e la mente, lasciando nel nostro inconscio collettivo lo sfregio delle sue cicatrici. Il Novecento ha confermato e ha legittimato in noi antichi sentimenti: sospetto, paura, sfiducia, tentazione di fuga, il pensiero a un passaporto sempre valido; e un senso di precarietà che da ansia si è nel tempo trasformato in consuetudine. A dare sicurezza all’ebreo, dopo la Shoah, ce lo diciamo di continuo, è stata la nascita dello Stato di Israele. Ma se Israele ha rappresentato una rinascita dopo la tragedia, la gioia di quella rinascita ha anche portato con sé qualche complicazione di vita e di sentimenti. La Shoah e Israele hanno costituito per l’ebraismo una complicazione del sentire. Shoah e Israele mettono l’ebreo incessantemente alla prova, lo costringono a un confronto che non ha soluzione. L’ebreo potrebbe, naturalmente, starsene tranquillo e pensare ad altro, scansando ansie e crisi di coscienza, ma così sarebbe un caso poco rappresentativo del popolo ebraico, e la cosa non gli piacerebbe affatto. Della Shoah – diciamocelo con un po’ di ironia – non ci è bastata l’immane catastrofe; da sessant’anni ce ne portiamo dietro, oltre al ricordo, anche le conseguenze, e chissà per quanto tempo ancora ci toccherà farlo. Tralasciamo per una volta i risvolti antisemiti del dopo-Shoah e guardiamoci dentro. La sua conseguenza più fastidiosa è quella rappresentata dalla filosofia della Shoah, da coloro cioè che si interrogano sugli aspetti teologici della tragedia, sull’indifferenza di Dio, sulla Shoah come punizione divina per l’ebreo trasgressore. Ma soprattutto, ci si interroga sulle modalità di trasmissione della sua memoria. Dovremmo ricordare la Shoah come uno dei tanti accadimenti della storia, privo di eccezionalità, un avvenimento compensato da altri avvenimenti, dalle purghe staliniste ad esempio, uno dei tanti eventi alternatisi nel procedere sconsiderato della storia dell’uomo? Lo si dovrà considerare nel tempo un puro incidente di percorso? Questo non ci sembra possibile, a noi questo non basta, anzi, ci dà altra angoscia, fa sanguinare ancor di più le ferite. E allora, dovremmo forse ricordare la Shoah come un’eccezione della storia, come un accadimento che ha riguardato solo e proprio noi? E chissà perché noi in particolare? Per quali metafisiche colpe? Siamo colti dalla tentazione di farne un mito, un avvenimento pericolosamente fuori dalla storia, non perpetrato da uomini contro uomini, ma avvenuto per un tragico destino. Con i contorni, cioè, di una lontana tragedia greca, quasi un fatto letterario. E infatti molti ne fanno letteratura di finzione. E ci si chiede allora: abbiamo il diritto di sfruttare la Shoah per farne finzione letteraria? E ci si risponde che così la si fa almeno conoscere, se ne trasmette il ricordo. Certo, ma la si sfrutta, anche! E fare un mito della Shoah, poi, non è forse un segno della solita “arroganza” del popolo ebraico, come dicono gli antisemiti? In tutti questi interrogativi ci si dibatte, senza che si riesca a intravedere una risposta pacificante. Non diversa è la nostra crisi di fronte al problema di Israele. Che non dovrebbe essere un problema. Che per chiunque altro non sarebbe un problema. Tranne che per noi. Da una sessantina d’anni ormai ci siamo abituati a interrogarci sulla liceità di sostenere Israele ad ogni costo. E ci siamo divisi in sostenitori senza se e senza ma, da un lato, e sostenitori con diritto di critica, dall’altro. Forse i due campi in contesa sono stati condizionati e in parte prodotti da una politica non nostra, una politica esterna a cui non sempre si aderiva consapevolmente. Fatto sta che la divisione ha cominciato a operare non solo nel rapporto interpersonale (il che sarebbe normale nella dialettica spinta dell’ebraismo), ma anche all’interno del nostro animo. Eppure molti di noi non riescono a identificarsi totalmente con le scelte politiche di Israele (come peraltro con quelle italiane), o con lo sviluppo complesso della sua identità sociale, o con le sue battaglie interne fra un certo tipo di laicismo spinto e un certo altro tipo di spinta ortodossia; e il nostro sano orgoglio e le nostre emozioni per i raggiungimenti scientifici e tecnologici di Israele li sentiamo come qualcosa che ci deriva dall’appropriazione impropria di una cosa non nostra. L’opposizione fra un’adesione assoluta e un’adesione critica ha prodotto dentro di noi effetti spesso laceranti, per una disgraziata tensione a essere sempre un po’ più consapevoli, un po’ più oggettivi, una tensione a incarnare quella figura dell’ebreo ideale che si forma nella mente di coloro che ci apprezzano. Chi non ama l’ebreo addebita questo atteggiamento a quell’arroganza che a noi piace chiamare semplicemente ‘coscienza critica’. Dalla metà del Novecento, Shoah e Israele, con i loro problemi e i loro interrogativi, hanno assorbito giustamente gran parte delle nostre energie intellettuali, e non solo. Non sarebbe potuto essere diversamente. Nessuno di noi poteva dimenticare la Shoah, le persone perdute nell’orrore, e nessuno di noi poteva non stare a fianco di Israele, che, criticabile o meno, è un miracolo della storia. Ma Shoah e Israele hanno finito per assorbire ogni nostra attenzione, producendo un fenomeno che è forse altrettanto pericoloso di quanto non sarebbe stato se di Shoah e di Israele ci fossimo dimenticati. Nella tenaglia di questi due fenomeni della storia è rimasta intrappolata la nostra identità. Così, non mitizzare la Shoah e non tifare per Israele suscita un forte imbarazzo e senso di colpa. In entrambi i casi, ci si sente di volta in volta ingiusti, irriconoscenti, insensibili, traditori. Anche questa è la tragica eredità lasciataci dall’antisemitismo: un condizionamento psicologico che non lascia l’individuo libero di aderire o meno, e di aderire a modo suo, al sentimento collettivo. E del resto, il negazionismo e l’antisemitismo dei nostri giorni continuano a richiedere, quanto meno, un nostro compatto posizionamento su poche ma solide affermazioni di principio. Quasi tutti noi siamo diventati così gli ebrei della Shoah. Ne discutiamo, la insegniamo ai nostri figli, agli amici, la raccontiamo nelle scuole. Come non farlo? È un dovere etico. Lo dobbiamo ai morti, e lo dobbiamo ai vivi. Molti di noi sono diventati anche ebrei di Israele, e gli danno sostegno, e ne scrivono a difesa, e ne ricavano entusiasmo, talora senso di vita, e motivi di autenticazione. Ma potremmo chiederci che ebraismo sia il nostro. Un ebraismo in funzione di una tragica memoria, e un ebraismo in funzione di un sogno avverato. Una funzione, in entrambi i casi. Se il nostro ebraismo si riducesse a questo, se il nostro ebraismo si ridurrà a questo, sarebbe come ammettere che esso sia una contingenza, un caso fortuito. E se – Dio avesse voluto! – la Shoah non fosse mai avvenuta? E se lo stato di Israele non fosse nato? Che cosa ne sarebbe stato del nostro essere ebrei oggi, in Italia. Che tipo di ebraismo saremmo, senza Shoah e senza Israele? Certo, la storia non si fa con i se e con le domande retoriche, ma è un fatto che ci ritroviamo sempre e di continuo di fronte a interrogativi a cui non possiamo sfuggire, un dibattito interiore infinito, che dà vita e dà senso alla nostra coscienza. Bisogna avere il coraggio di tornare a chiedersi che cosa significhi per noi essere ebrei. Una domanda che ci facciamo da secoli ormai, ma ultimamente sembra che la risposta la si dia per scontata, perché non pensarci è più facile che cercare di rispondersi. Ma forse essere ebrei è proprio continuare a porsi la domanda, e non smettere mai di porsela. In uno slancio di onestà con noi stessi, poi, ci si accorge di coltivare il sospetto che non ci sia dispiaciuto più di tanto che Shoah e Israele ci abbiano distratto dal nostro problema centrale. In perfetta buona fede, si intende, abbiamo sospeso l’interrogativo e lo abbiamo nascosto dietro a un paravento. È indubbio che Shoah e Israele hanno resa più complessa la nostra identità, abbiamo assunto l’una e l’altro come parte di noi, della nostra storia e della nostra coscienza; ed è giusto: nessuna identità è cristallizzata, l’identità è una realtà virtuale, sempre mobile, in continua evoluzione; ma forse nell’assumere la coscienza traumatica della Shoah abbiamo messo in secondo piano questioni di identità che un tempo non erano ritenute eludibili, che, anzi, ci sembravano centrali, e sulle quali, magari, ci si accapigliava e ci si divideva. È vero che la Shoah ha reso più consapevole il nostro legame con il passato, e Israele quello con il nostro presente e con il nostro futuro. Ma c’è il rischio che riattualizzando nel ricordo della Shoah il dovere di ricordare Amalek, esauriamo il nostro debito continuo con lo spazio del passato e della memoria rischiando di trasformarlo in un mito; e nel nostro impegno nei confronti di Israele saniamo il nostro debito con il tempo futuro, come se il Mashiach fosse arrivato sotto forma di realtà politico-nazionale. Esauriamo così le possibilità dello spazio e del tempo. Diamo per saturo il passato, che è lo spazio del dolore, e diamo per già acquisito il tempo dell’aspirazione e la dimensione del desiderio. Come se avessimo concluso, o semplicemente chiuso, il percorso biblico della nostra esperienza individuale e collettiva. Si potrebbe allora chiudere l’esperienza con la nostra storia millenaria, ci si potrebbe dare all’universale e alla generica appartenenza all’umanità. Paradossalmente, nessuno di noi è tentato di farlo. Ci si chiede perché. Un altro interrogativo utile a indagare la nostra coscienza. Ma Shoah e Israele sono rispettivamente lo zachor e lo shamor della nostra esperienza di ebrei: la Shoah di cui si custodisce il ricordo – zachor ­–, e Israele che si ‘osserva’ soltanto nella misura in cui vi si abita – shamor. Ma di noi, ebrei della diaspora, che cosa rimane? Come per lo shabbat, forse è necessario far diventare un concetto unico (dibbur ehad) quello zachor e quello shamor, ossia: ricordare di essere ebrei per custodire, nella prassi, il nostro ebraismo. Lo sforzo necessario sarebbe dunque quello di unificare pensiero e azione, come vorrebbe il pensiero religioso. E forse non soltanto in campo religioso. Ma come? Per il pensiero ebraico interrogarsi non suscita scandalo. Anzi è una manifestazione imprescindibile del nostro esistere, ancor prima che della nostra evoluzione intellettuale. Ci chiediamo da sempre perché Avraham sia disposto a uccidere Itzchak, il figlio che ama, e perché Itzchak sia cieco e passivo di fronte all’inganno che si compie accanto al suo letto di morte, quando Ya’akov sottrae a ‘Esav la benedizione che gli spetta. Avraham non mostra libertà individuale, Itzchak fa la figura del gabbato, Ya’akov non mostra correttezza; ma si tratta dei nostri patriarchi, dei fondatori della nostra fede, e, con tutto il rispetto, le tante risposte dei Maestri sui loro comportamenti non soddisfano del tutto l’ansia di risposta. Ci si continua così a interrogare, e si sospetta che gli episodi e le figure del testo biblico abbiano come fine ultimo e profondo quello di costringere l’intelletto a continuare la speculazione, senza potersi mai dichiarare soddisfatti del risultato raggiunto. Le storie bibliche non sono né parabole né allegorie, sono interrogativi. E l’interrogativo è sempre di carattere etico, un interrogativo sui comportamenti e sulle reazioni, sulle modalità del vivere e sulle scelte personali in relazione all’altro e alla società nel suo insieme. Forse non è un caso che l’ebreo abbia rappresentato nella storia il diverso, l’estraneo, l’altro per definizione. Colui che arriva dall’altra parte del fiume. Colui che per arrivare deve viaggiare e spostarsi dal luogo di origine, muoversi verso, attraversare. Lo stato di Israele è un punto di arrivo, e per questo non ci può bastare come fine ultimo. Dobbiamo continuare a muoverci per essere e continuare a essere ebrei. La passività non ci si addice. Dobbiamo vivere la nostra identità prendendo sempre posizione, compenetrando la nostra etica individuale con quella comunitaria e sociale. E per non fare soltanto della filosofia astratta, vengono alla mente, a solo titolo esemplificativo, i molti argomenti su cui, come individui e come istituzioni, avremmo dovuto prendere una posizione chiara e forte per affermare a noi stessi di esistere in quanto ebrei, e abbiamo invece spesso contribuito al dibattito con un dignitosissimo silenzio o, tutt’al più, con qualche timida uscita, sottovoce. Si tratta di argomenti importanti, quali la difesa del debole e dello straniero, perché anche noi siamo stati stranieri, la difesa del principio di laicità dello stato (per un insegnamento laico nella scuola pubblica e per una classe – e un tribunale – senza crocifissi), la depauperizzazione della scuola pubblica in favore della scuola privata (cattolica), la difesa del relativismo culturale, perché l’assolutismo religioso propugnato dalla chiesa difende soltanto la religione di stato, la cosiddetta e tanto mitizzata verità cattolica, quella unica, che subordina ogni altra identità religiosa e ogni dignità individuale. Soprattutto di fronte a questa continua negazione cattolica del relativismo, come se si trattasse di una bestemmia contro Dio e l’umanità, noi abbiamo girato il capo dall’altra parte, fingendo di non sapere che è la negazione stessa di tutta la nostra cultura, il modo in cui il cristianesimo cerca di superare il suo più grande problema: l’ebraismo. La nostra tentazione invece è rimanere sempre un po’ ’l’altro’, mantenere la prospettiva dell’altro, la sensibilità dell’altro. Perché noi siamo stati l’altro per tutta la storia. Acquisire la visione conclusa della maggioranza significa cancellarsi, nascondersi, annullare ogni sensibilità per le difficoltà di chi vive ai margini, irriconosciuto, respinto, mentre attraversa i guadi. Non si vede differenza fra il dovere di recitare il kiddush con la propria famiglia e il dovere di levare la voce in favore dei principi di coesistenza civile e della libertà di scelta individuale. L’ebraismo è un’ortoprassi, la religione del fare, e lo è anche nel campo etico e culturale. Per essere etici non basta compiacersi perché la Torah è etica, come per vivere la nostra cultura ebraica non basta compiacersi perché Freud, Einstein, Kafka, Mahler erano ebrei. Se bisogna essere giusti nel giudizio e usare pesi e misure onesti (Levitico 19:35-36) è perché bisogna essere corretti nei riguardi dell’altro, ricordandoci oltretutto che per tanto tempo l’altro siamo stati noi. E lo siamo ancora. Se si è richiesti di rispettare i Maestri è perché la cultura, lo studio sono considerati un dovere etico. Per l’ebreo essere è studiare. L’ebraismo è impegno; se si vuole partecipare bisogna esserci, anche a costo di riconoscersi pericolosamente sospesi, in bilico fra religione, etica e cultura. C’è un’immagine che intriga la mia mente da una cinquantina di anni. Un’immagine che rappresenta bene la situazione in cui si trova l’ebraismo italiano (e forse l’ebreo tout court) È di Saul Steinberg, un illustratore e fumettista ebreo americano di origine rumena, morto nel 1999. Un’immagine che non è una risposta o una soluzione, ma è un’altra domanda. Una donna brandisce un martello confrontandosi con il suo punto interrogativo, e con quello si tiene in equilibrio. Montaigne si chiederebbe se sia lei a tenere in equilibrio il punto di domanda o se non sia il punto di domanda a tenere in equilibrio lei. È un fatto che l’equilibrio è dato necessariamente dall’esistenza di quelle due figure alle due estremità dell’asse. Se la donna colpisse davvero con il suo martello il punto di domanda si autoscaraventerebbe nell’abisso. Un suicidio, goffo, ma tanto reale quanto simbolico. Soltanto l’esistenza del punto interrogativo permette alla donna di esistere nel suo equilibrio; ma, passando dal piano grafico a quello intellettuale, un interrogativo si annulla fornendogli una risposta soddisfacente, fornendo, ad esempio, un significato all’immagine. In effetti, il colpo di martello sarebbe una risposta al punto di domanda, e lo annullerebbe, annullando tuttavia anche il soggetto che brandisce lo strumento. Potremmo complicare la nostra lettura di questa immagine, notando che il punto di domanda è rovesciato specularmente, come se si fosse girato a fissare la donna negli occhi per osservarla meglio, minaccioso. Oppure è l’intera immagine ad essere ribaltata specularmente, come se il punto di domanda e la donna si fossero scambiati le rispettive posizioni, come accade nel corso di un duello. O, ancora, la specularità vuol forse indicare il rivolgimento interiore, la speculazione analitica messa in atto dalla figura umana nel tentativo di vedere, di studiare quella domanda da ogni possibile prospettiva. Ma non occorre complicarsi la vita: è già abbastanza enigmatica di per sé. L’immagine di Steinberg sembra una splendida e ironica rappresentazione della nostra umanità, e del nostro ebraismo. Come si può pretendere di risolvere con un semplice atto univoco, con una semplice risposta, con una martellata, la complessità del nostro esistere e del nostro vivere? Come non riconoscere che la vita è lo spazio che intercorre fra due domande estreme irrisolvibili, uno spazio contraddittorio, sospeso fra due interrogativi? Sembra di dover dedurre alla fine che l’identità di quella figura sull’asse è segnata proprio da quel suo precario equilibrio, da quel suo stare sospesa, in attesa. Un’identità fra un prima e un dopo che la annullano. Essa esiste soltanto durante, e quel durante è contraddittoriamente fissato nella sospensione, fra un non più e un non ancora. L’unica desiderabilità è quel presente di crisi. Vien voglia di chiedersi se anche l’identità dell’ebraismo italiano non sia rappresentata da quell’immagine. Un ebraismo in crisi che ha forse spezzato i collegamenti con il proprio passato, e lo tratta troppo spesso come una storia da cui ci si è distanziati in modo definitivo, ben attenti peraltro a non farsi invischiare in una corsa verso un futuro che implicherebbe una partecipazione identitaria troppo coinvolgente. Un ebraismo in tensione fra la nostalgia di un passato più ortodosso e un futuro pìù moderno, un ebraismo che non ha il coraggio di rivendicare il diritto, il desiderio, di rimanere in bilico sull’asse della propria compromissoria identità di confine. Un ebraismo che dovrebbe soltanto riappropriarsi del proprio tradizionale modo di essere, dell’identità di chi non è e non vale finché non costituisce collettività, comunità, ed è comunità in quanto si appropria in modo attivo e continuo della propria cultura, dei propri valori, vivendoli e rappresentandoli senza esitazioni. Un’identità di confine, da conquistare tuttavia giorno per giorno, incessantemente, attraverso l’agire etico e culturale. Senza magari scordarsi del kiddush in famiglia, che ricordi da dove si viene e chi si è.
Forse, e malgrado certi sommovimenti dell’ultim’ora, il nostro ebraismo italiano si sta ancora muovendo, più di altri, fra il non più dell’ortodossia e il non ancora della riforma. A volte, per scansare il fardello non troppo desiderato della prima, ci si muove verso il rischio della seconda. Rimanere in bilico sull’asse della precarietà, assumendo consapevoli il proprio equilibrio precario, è forse l’opzione meno azzardata, a patto che non si perda mai il senso del proprio essere, a patto che non si smetta mai di confrontarsi con i punti interrogativi che ci portiamo dentro. Dario Calimani, Università di Venezia http://moked.it/



Il nuovo attentato al gasdotto presso El Arish nel Sinai, e la seconda interruzione - questa volta prevista nei tempi lunghi - delle forniture dall'Egitto a Israele, aggiungono rilievo al sondaggio di ieri sulle opinoni politiche degli egiziani. Non solo una maggioranza del 54 per cento si è espressa a favore dell'abrogazione del trattato di pace con Israele, contro il 36 per cento di favorevoli a mantenerlo in funzione. Il 75 per cento degli intervistati hanno una buona opinione dei Fratelli Musulmani, il 62 per cento pensano che le leggi in Egitto debbano essere basate sulle istruzioni del Corano, e il 31 per cento sono vicini a posizioni islamiste fondamentaliste, anche se solo il 17 per cento vorrebbero al potere un partito islamico. L'82 per cento pensano che il problema principale sia la situazione economica, il 60 per cento pensano che la libertà di parola sia importante, il 43 per cento chiedono di allontanarsi dagli Stati Uniti (che pure inviano cospicui aiuti economici all'Egitto) mentre il 15 per cento chiedono un riavvicinamento. Su queste basi, noti analisti occidentali ritengono che qualche prudente previsione sia possibile in Egitto dove la transizione è nelle mani dell’esercito, vale a dire di una istituzione con cui hanno una certa familiarità. Intanto il numero dei morti nelle dimostrazioni in Egitto è arrivato a 846. In Siria sono oltre 400, in Libia difficile dire – fra i 600 e i 6000.Sergio Della Pergola, Università Ebraica
di Gerusalemme http://www.moked.it/



Avdat - Neghev

Voci a confronto
Le notizie che giungono in queste ultime ore da quasi tutte le città della Siria sono sempre più drammatiche; forse solo molti quartieri di Damasco, oltre a quella città di Hama che Assad padre distrusse nel 1982 causando oltre 20.000 morti, sembrano essere più o meno tranquille. Le altre città sono sotto il fuoco dell’esercito alawita, la città di Deraa è assediata, e oltre alle centinaia di morti accertati, ricominciano le sparizioni tragicamente significative. “L’invio dei tank è stato deciso su richiesta dei cittadini, per proteggerli”, assicura il “riformista” Assad. E le parole di minaccia dette ieri a Roma da Sarkozy sembrano essere state pronunciate solo per far dimenticare la follia di aver invitato il rais siriano ad assistere alla sfilata sui Champs Elysées dal palco presidenziale. Che dire poi di quanto rischia di succedere all’ONU dove, al momento, non ci sono concorrenti al posto nel Comitato per i diritti umani che verrà assegnato, pare proprio alla Siria, nel prossimo mese di maggio? Di questo parlano diffusamente Cecilia Zecchinelli sul Corriere e numerosi altri quotidiani; se anche la Commissaria dell’ONU per i diritti umani Navi Pillay, da sempre molto paziente con Assad, si accorgerà che la realtà in Siria non è quella raccontata dall’ambasciatore siriano, potrà davvero fare qualcosa? Solo Francesca Paci, su La Stampa, ne parla come di “candidatura tramontata”: chissà quali sono le sue fonti. Il Foglio titola: “Il silenzio arabo sul sangue in Siria”; tace, in realtà, Erdogan, che deve preparare una nuova Flotilla, tacciono i palestinesi, amici e protetti da Assad, tace la lega araba, in attesa di un’eventuale riunione da organizzare, limitandosi a dichiarare che i manifestanti meritano aiuto e non proiettili. E se tace anche Netanyahu, questo diventa, per Liberazione, una prova di non volere la caduta del rais, considerato il male minore. In questa situazione, come scrive Alessandro Oppes sul Fatto Quotidiano, Chavez dal Venezuela accusa l’occidente di complotto per infiltrare terroristi nel paese e poi giustificare un intervento militare. Ma è davvero ipotizzabile un intervento militare di Francia ed Italia, che già sono in affanno in Libia dove, lasciati sostanzialmente soli da Obama, non paiono essere in grado di fermare Gheddafi? Attenta la analisi del Wall Street Journal, che critica le parole pronunciate dal presidente turco Gul e dall’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Scowcroft: il futuro della democrazia dipende davvero, come loro sostengono, dalla Palestina e dai territori occupati? Osserva giustamente il WSJ che Assad non avrebbe interesse alcuno a riprendersi il Golan perché dovrebbe abbandonare quel conflitto che, fino ad oggi, ha permesso al regime di sopravvivere. La democrazia, in realtà, ha bisogno di compiere un lungo cammino, da Tunisi a Tripoli, lasciando fuori Teheran. Quella democrazia che sembra essere sempre più a rischio nel mondo arabo, dove troppi commentatori gridarono troppo presto al miracolo. Molto istruttiva è la lunga storia del movimento dei Fratelli Musulmani che Carlo Panella descrive sul Foglio, partendo dai 40 guerrieri guidati da ibn Saud per arrivare alla variegata realtà dei giorni nostri, nei diversi paesi. Ed intanto, come scrive Meotti, ancora sul Foglio, per il 54% degli egiziani gli accordi di pace con Israele vanno interrotti, e solo il 15% ritiene giusto mantenere rapporti stretti con gli USA (nonostante il famoso discorso del Cairo pronunciato da Obama, ed evidentemente servito a ben poco ndr). Per guardare a quanto succede in casa nostra, da leggere sul Corriere Roma l’articolo che ritorna sulla scritta apparsa sopra il ponte pedonale romano del Pigneto: l’autore di quel gesto voleva far riflettere sui lager che sono nelle nostre città! Banalizzazione del male? Il guaio grosso, a mio parere, sta anche nel fatto che quel gesto è stato compiuto da un insegnante. Sul tema del razzismo scrive pure Le Monde che, in una corrispondenza dagli USA, afferma che, per poter parlare di razzismo, bisogna che ci sia l’intenzione di essere razzista. Ne siamo davvero sicuri? Anche su questo c’è molto da meditare. Emanuel Segre Amar 27 aprile 2011 http://www.moked.it/



Lo Tsunami dell'Onu
A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”. Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]). L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’. Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina. Francesco Lucrezi, storico http://www.moked.it/





WOJTYLA: RABBINO DEL NEW JERSEY,EBREI GLI HANNO VOLUTO BENE'


L'immagine di un Papa fragile, che senza aiuto camminava lentamente verso il Muro per inserirvi la bellissima preghiera di perdono e riconciliazione' e' stata evocata oggi dal rabbino Jack Bemporad del New Jersey, teologo e biblista apprezzato in tutto il mondo, il quale si e' detto convinto che il Papa polacco con quel gesto 'abbia colpito indelebilmente i cuori degli ebrei, non solo di quelli di Israele ma degli ebrei di tutto il mondo'. Per il mondo ebraico e' stato importante anche, spiega Bemporad in un'intervista all'Osservatore Romano, 'il suo incontro con i sopravvissuti polacchi della Shoah, i quali riconobbero come questo Papa da giovane fosse stato testimone di quell'orrore, abbia dimostrato la sua solidarieta' con la sofferenza del popolo ebraico' . (27 aprile 2011) http://www.repubblica.it/



Malattie rare: Tay-Sachs. Aiutiamo la piccola Ludovica
La malattia di Tay-Sachs è una patologia a molti sconosciuta data la sua estrema rarità, un male dal nome quasi impronunciabile dovuto ad un deficit dell'enzima esosaminidasi che può presentarsi in tre distinte forme: infantile, giovanile e dell'adulto o cronica. Si tratta di una malattia degenerativa per la quale al momento non esiste una cura e, di conseguenza, per chi è afflitto da questo male non ci sono molte speranze. Il prossimo 30 Maggio, in occasione del Derby dei Campioni del Cuore che si terrà presso lo stadio Olimpico di Roma, sarà possibile sostenere diverse associazioni impegnate nella solidarietà e nella ricerca scientifica finalizzata alla lotta delle molte malattie che ancora oggi affliggono l’Umanità, tra le quali appunto la malattia di Tay-Sachs: chi vorrà infatti, potrà scegliere di aiutare, tra le altre cause benefiche cui è possibile rivolgere il proprio contributo, la piccola Ludovica di 5 anni, affetta da questa malattia sin da quando ne aveva 3........“Abbiamo trovato all’estero, in Israele, una cura che permette di far regredire la malattia e di migliorarne i sintomi. Abbiamo infatti scoperto che, in quel paese, la malattia è conosciuta molto meglio perché ne è colpita una fascia più ampia della popolazione rispetto a noi (la patologia è circa cento volte più frequente negli ebrei Ashkenazi che nelle altre popolazioni mondiali, ndr); uno scienziato russo che lavora in Israele ha trovato il metodo per dosare la dopamina, un neurotrasmettitore la cui carenza è alla base di alcune patologie neurologiche, utilizzando un farmaco usato per il morbo di Parkinson. Di conseguenza ci siamo recati in Israele, a Marzo, e abbiamo fatto un ciclo alla piccola Ludovica che ha dato risultati concreti. È migliorata tantissimo ed a Giugno ripartiamo.” ......
27 Aprile 2011 http://www.laveracronaca.com/



Caro Erdogan, perché non mandi in Siria un'altra "Freedom Flotilla"?
E' agghiacciante il pensiero di quante persone stiano morendo come mosche nelle strade della Siria e accettare che i feriti siano costretti a nascondersi nelle case dei privati per paura di essere catturati o per sottrarsi ad esecuzioni a sangue freddo. E' agghiacciante immaginare che processioni funebri, cerimonie fatte per stringersi nel cordoglio per un morto, siano state teatro di sparatorie nelle quali tante sono state le vittime. E' agghiacciante pensare che persone detenute siano state torturate e sepolte in fosse comuni e che, ciononostante, la comunità internazionale si sia dimostrata disposta solo a estendere qualche parolina di consolazione. Gente, dov'è finita la vostra coscienza? E' la domenica di Pasqua, per amor di Dio. E poi ci sono le convinzioni di Erdogan il quale è convinto che Gaza viva in una condizione tragica con le sue genti sotto l'assedio e la tirannia di Israele mentre i siriani, oppressi sotto il pugno del suo amicone Assad, godrebbero di benessere e democrazia. Dov'è la sua flottiglia umanitaria per la Siria, mister Erdogan? I nostri feriti, bersagli dei cecchini del suo caro amico Assad, non possono andare all'ospedale per paura di essere uccisi seduta stante o di essere arrestati, andando comunque incontro a morte certa da tortura. O forse ciò non coincide con la sua nozione di tragedia umana? Mi dica, forse lei pensa che gli abitanti di Gaza siano delle persone migliori dei siriani? Assad è forse troppo suo amico per disturbarlo? E dove sono i palestinesi di Hamas che sembrano dimenticare le tragedie di tutti gli altri eccetto le proprie? Dove sono le loro voci oggi? In futuro non aspettatevi che i siriani vengano più in vostro aiuto. Quando arriveranno le elezioni, faremo in modo che la fratellanza musulmana paghi il prezzo del vostro silenzio. E dov'è il re Abdullah d'Arabia Saudita? Che razza di leader è quello che governa sulla Mecca e su Medina, impaurito persino dalla sua stessa ombra? E perchè le giovani tigri della casa degli al-Saud non riescono a rovesciare un ottantenne aggrappato al potere come un paziente che si dimena per riavere il suo ossigeno? Vi siete forse adagiati nella vostra opulenza? Sveglia Bandar bin Sultan, questa è la tua ora. Dove sono gli altri leader arabi? E la Lega Araba? E quei codardi che danno banchetti per celebrare i loro debordanti conti in banca mentre la nostra gente muore sotto i loro occhi? Questa rivoluzione è per ogni età e contro ogni oppressore arabo - e non arabo - della regione. Questa rivoluzione è contro Assad, i mullah in Iran, quello sventurato che è l'attuale re d'Arabia Saudita. Questa rivoluzione è contro il fanatismo di Hezbollah, complice nell'uccisione dei siriani e contro i Pasdaran iraniani che istruiscono Assad su come trarre profitto dalla morte. Questa rivoluzione siriana non morirà mai finantoché non avremo messo sotto tutti i leader arabi. di Farid Ghadry 28 Aprile 2011 Tratto dal blog http://ghadry.com e apparso anche sul Wall Street Journal Traduzione di Edoardo Ferrazzani



Tel Aviv: oggi città internazionale
Mercoledì 27 Aprile 2011 http://www.etribuna.com/
Prima città moderna costruita in Israele, Tel Aviv è diventata oggi centro dell’economia e della cultura nazionale. Tel Aviv è la città che non dorme mai, una metropoli attiva 24 ore al giorno, con le sue spiagge, i suoi mercati, la vita notturna famosa in tutto il mondo., i suoi esclusivi centri commerciali; ma Tel Aviv è anche una città carica di storia e tradizione. Il Comune di Tel Aviv Jaffa ha lanciato recentemente un’iniziativa di carattere nazional - comunale per posizionare la città come “global city”. Il concetto di “global city”, città internazionale, si riferisce ad una città all’avanguardia nel campo dell’economia, della cultura e del sociale. La Global City Administration è l’organo responsabile del collocamento di Tel Aviv come città leader a livello internazionale il cui lavoro è ampiamente illustrato nel sito: www.tel aviv.gov.il/english/GlobalCity.htm La Global City Administration ha ospitato recentemente 15 editori e scrittori della rivista Time Out, nota in tutto il mondo. Agli editori provenienti da importanti città come New York, Londra, Madrid, Barcellona, San Paolo, Amsterdam, Mosca, Città del Capo, Lisbona, Budapest, Bombay e Hong Kong, sono stati illustrati i molteplici aspetti della città di Tel Aviv. I loro articoli sono stati pubblicati su un’edizione speciale intitolata “Time Out Tel Aviv Global City”, con ampia diffusione a livello internazionale.Tale rivista è un valido strumento per il settore che riesce ad evidenziare al meglio i punti di forza della città e del paese.



Israele, Negev: 80milioni di Nis per impianto idrico
Mercoledì 27 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Un nuovo impianto per il riciclaggio dell’acqua sta per sorgere nel Negev. Il progetto – del valore di 80 milioni di NIS, circa 16 milioni di euro – porta la firma congiunta del ministero della Difesa israeliano e del consiglio regionale interessato (Ramat Negev). La struttura sarà in larga parte finanziata dallo Stato, anche perché le risorse idriche che consentirà di risparmiare saranno destinate in parte a un nuovo campo di addestramento che l’esercito è intenzionato a costruire nel deserto. Migliaia di soldati vi verranno alloggiati entro la fine del 2013. Alcuni giorni fa, il capo del governo, Benjamin Netanyahu, aveva spiegato che la prossima realizzazione di questo nuovo campo punta a incentivare lo sviluppo della regione, e non solo: consentirà anche di liberare dalle strutture militari attualmente presenti i dintorni di Tel Aviv, i quali saranno a loro volta convertiti in terreni edificabili. Inoltre, l’impianto di riciclaggio fornirà, nella prima fase operativa, trecentomila metri cubi di acqua purificata, che sarà utilizzata per l’irrigazione dei campi di olivi locali.









Netanyahu: Anp scelga fra pace con Israele o con Hamas
Gerusalemme, 27 apr. (TMNews) - L'Autorità Nazionale palestinese deve "scegliere fra la pace con Israele e la pace con Hamas": lo ha affermato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, commentando l'accordo raggiunto fra Al Fatah e Hamas su un governo di transizione palestinese.



Nuovo sabotaggio al gasdotto per Israele
Minaccia: attentato nel Sinai. Sondaggio in Egitto: cancellare il trattato di pace con Gerusalemme.
Israele sente stringere una morsa pericolosa intorno a sé. Le rivolte arabe stanno mettendo in crisi l'equilibrio esistente. La fine dei regimi autocratici non corrisponde a un miglioramento delle relazioni. La caduta di Mubarak, infatti, ha coinciso con il ritorno dei Fratelli Musulmani sulla scena politica egiziana e con la conseguente recrudescenza dei sentimenti anti israeliani. Il nuovo quadro è confermato da un sondaggio tra la popolazione egiziana condotto dal Pew Research Center, centro di ricerca con sede negli Stati Uniti: il 54% degli egiziani è favorevole alla fine del trattato di pace con Israele. La ricerca ha mostrato la tradizionale freddezza degli egiziani anche nei confronti degli Usa: infatti, solo il 15 per cento vorrebbe relazioni più strette con Washington, a fronte di un 43 per cento che chiede maggiore distanza. Da giorni su Facebook e sui social network si inseguono slogan che riprendono quelli scanditi durante la rivoluzione di gennaio, come «il popolo vuole l'annullamento dell'accordo di pace con Israele». Ieri centinaia di persone hanno manifestato davanti all'ambasciata d'Israele a Il Cairo per chiedere la fine del trattato di pace e «la liberazione» di Gerusalemme est. A confermare la rinnovata ostilità verso Israele, ieri, un nuovo attentato ha sabotato il gasdotto che trasporta gas naturale dall'Egitto verso Israele, Giordania e Siria. Per la seconda volta in due mesi un attentato ha bloccato il flusso dal gasdotto nei pressi di El Arish nel Sinai. Ci vorranno tre settimane per rimettere in sesto la struttura, ha spiegato il governatore del Sinai del Nord, Abdel Wahab Mabrouk, secondo il quale i cinque uomini che in nottata hanno piazzato le cariche esplosive per farle saltare a distanza erano addestrati per atti di sabotaggio. Israele e Siria hanno fatto sapere che il blocco della fornitura di gas non avrà ripercussioni sull'erogazione dell'energia elettrica, perché le loro centrali verranno alimentate con altri combustibili. Ma il secondo attacco in pochi mesi ha fatto dire al ministro delle Infrastrutture israeliano, Uzi Landau, che questa è la prova che Israele deve trovare alternative al gas egiziano. L'esportazione di gas verso Israele è diventata oggetto in Egitto d'una campagna politica e ora anche giudiziaria: l'accusa espressa più volte durante la rivoluzione che ha deposto Hosni Mubarak l'11 febbraio è che il passato regime abbia venduto il gas sottocosto rispetto al prezzo di mercato. L'accusa è diventata la base di un'inchiesta della magistratura che ha portato all'arresto la scorsa settimana dell'ex ministro del petrolio, Sahem Fahmi, e al coinvolgimento nell'inchiesta dei due figli di Mubarak. La rivolta in Siria che rischia di sfociare in una guerra civile come in Libia è l'altro fronte che non fa dormire sonni tranquilli al governo Netanyahu. Lo stato di allerta non è stato annullato. All'orizzonte non si vedono alternative a Bashar Assad se non i gruppi islamisti, meglio organizzati delle opposizioni laiciste. Non solo. Damasco ha fin qui protetto e finanziato le milizie palestinesi, ma ne ha anche controllato la loro operatività. La caduta di Bashar Assad potrebbe coincidere con la presa di potere dei Fratelli Musulmani: nonostante la dura repressione del regime alawita, sono sempre molto potenti in Siria. Tel Aviv verrebbe così assediata a Nord e a Sud dei suoi confini da due regimi islamisti i cui esponenti non hanno mai nascosto la loro avversione per lo Stato d'Israele. La crisi siriana mette a rischio anche il Libano che pur tra tante difficoltà resta per ora escluso dai movimenti di protesta che agitano il mondo arabo. Maurizio Piccirilli 28/04/2011http://www.iltempo.it/



PITTURA. Le opere di Emanuele Luzzati a Cremonabooks
Non rientra ufficialmente nella rassegna Il violinista sul tetto, ma il tema è di sicura attinenza. Domenica 1 maggio (ore 17.30) presso la libreria Cremonabooks sarà inaugurata la mostra Ebraismo, personale di Emanuele Luzzati che potrà essere visitata fino al 28 maggio. La mostra di Luzzati (1921-2007), noto scenografo, costumista e illustratore, è composta da 29 serigrafie che hanno come soggetto la cultura e la religione ebraica. I temi trattati sono legati alle origini ebraiche dell’artista: le feste del popolo d’Israele, alcune scene tratte dal libro di Ester e dall’Antico testamento, le sinagoghe, oltre a ulteriori sette opere. Emanuele Luzzati nasce a Genova nel 1921; nel 1940 è costretto ad abbandonare la sua città a causa delle leggi razziali. Trasferitosi a Losanna, studia e si diploma all’Ecole des Beaux Arts. Nel corso della sua carriera realizza più di cinquecento scenografie per prosa, lirica e danza nei principali teatri italiani e stranieri, illustra e scrive diversi libri dedicati all’infanzia, esegue svariati pannelli, sbalzi ed arazzi collaborando con architetti per arredi navali e locali pubblici. Le mostre e i riconoscimenti, anche a livello internazionale, non si contano e in particolare si ricordano due nomination all’Oscar. Il suo stile è assolutamente inconfondibile, frutto di una fantasia fiabesca e immaginifica e della capacità di lavorare e assemblare materiali assai diversi. Emanuele Luzzati muore a Genova la sera del 26 gennaio 2007. Il giorno dopo avrebbe dovuto ricevere il Grifo d’Oro, massimo riconoscimento della città di Genova. La sua città gli ha dedicato un museo a Porta Siberia, nella zona del Porto antico.mer 27 aprile 2011 http://www.cremonaonline.it/



Hamas e Autorità Palestinese: No a qualunque piano di pace se non c’è “diritto al ritorno”
Hamas e Autorità Palestinese hanno entrambe respinto separatamente, sabato scorso, un piano di pace attribuito al presidente americano Barack Obama giacché esso prevedrebbe, fra l’altro, che i palestinesi abbandonino la rivendicazione del cosiddetto “diritto al ritorno” (vale a dire il “diritto” dei profughi palestinesi e dei loro discendenti di stabilirsi all’interno di Israele anche dopo la nascita del futuro stato palestinese accanto a Israele). Secondo un articolo pubblicato sul New York Times la scorsa settimana, l’amministrazione Usa starebbe lavorando a una nuova iniziativa di pace che ruota attorno ad alcuni principi chiave: creazione di uno stato palestinese senza “diritto al ritorno”, Gerusalemme come capitale di entrambi gli stati, sottolineatura delle vitali esigenze di sicurezza di Israele (rispetto al Medio Oriente in generale). “L’Autorità Palestinese ha già detto che rifiuterà qualunque iniziativa di pace che chieda ai palestinesi di rinunciare al diritto al ritorno”, ha dichiarato Nabil Sha’ath, esponente di rilievo della squadra negoziale palestinese che fa capo a Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Ribadendo che il cosiddetto “diritto al ritorno” costituisce un “diritto fondamentale” a cui i palestinesi non possono rinunciare, Sha’ath ha specificato: “Noi respingeremo qualunque piano di pace americano che ci chieda di cedere su uno dei nostri diritti basilari, il diritto al ritorno dei profughi”. Sha’ath ha sottolineato che gli Accordi di Oslo, firmati da Israele e Olp nel 1993-95, prevedono negoziati su tutte le questioni centrali: dunque anche sui profughi, oltre a Gerusalemme, confini e sicurezza. (Israele, infatti, ricorda sempre che, stando a Oslo, anche i confini sono oggetto di negoziato, per cui le linee pre-’67 non possono essere considerate come il futuro confine fra i due stati). “Come può Washington pianificare una tale soluzione – si è chiesto Sha’ath a proposito dell’iniziativa attribuita a Obama – mentre non ci sono contatti fra Washington e Autorità Palestinese su questo tema?”. Dal canto suo, il “governo” di Hamas che controlla la striscia di Gaza ha definito l’iniziativa attribuita a Obama un “campanello d’allarme che mette a repentaglio il diritto al ritorno”. Facendo appello a tutti i popoli arabi e islamici affinché sostengano il “diritto al ritorno” dei palestinesi, Hamas si è dichiarata totalmente contraria alla nuova iniziativa. “Il diritto al ritorno è un diritto legittimo e sacro che nessuno può cedere”, ha ribadito Hamas. (Da: Jerusalem Post, 23.4.11)
DOCUMENTAZIONE
Cosa intendano i palestinesi per “diritto al ritorno” venne messo in chiaro in un memorandum della squadra negoziale palestinese guidata da Yasser Abed Rabbo, presentato il 1 gennaio 2001 in risposta ai parametri del presidente Bill Clinton per un accordo israelo-palestinese. Vi si legge: «It is important to recall that Resolution 194, long regarded as the basis for a just settlement of the refugee problem, calls for the return of Palestinian refugees to 'their homes', wherever located. The essence of the right of return is choice: Palestinians should be given the option to choose where they wish to settle, including return to the homes from which they were driven». [traduz: “È importante ricordare che la risoluzione 194, da tempo considerata la base per una giusta composizione del problema dei profughi, prevede il ritorno dei profughi palestinesi alle loro case, ovunque situate. L’essenza del diritto al ritorno sta nella scelta: ai palestinesi deve essere data la possibilità di scegliere dove vogliono insediarsi, compreso il ritorno alle case da cui furono allontanati”].http://www.israele.net/

Nelle immagini in alto: La pubblicistica palestinese raffigura costantemente il “diritto al ritorno” (rappresentato dal simbolo della chiave) come la “riconquista demografica” di Israele e la sua cancellazione in quanto stato sovrano del popolo ebraico Si veda anche: Un negoziato onesto e coraggioso (nel 1997 Germania e Repubblica Ceca hanno firmato una dichiarazione di riconciliazione che affronta di petto la questione dei profughi tedeschi dai Sudeti)
http://www.israele.net/sezione,,197.http Basta col doppio gioco palestinese
http://www.israele.net/articolo,3086.htm

Il ''diritto al ritorno'' e' contro la pace
http://www.israele.net/articolo,1652.htm
Esiste gia' la giusta formula per i profughi
http://www.israele.net/articolo,1639.htm
Haniyeh ai leader arabi: Niente compromessi sul ritorno in Israele
http://www.israele.net/articolo,1638.htm
Intoccabile il cosiddetto diritto al ritorno
http://www.israele.net/articolo,1623.htm
Il diavolo nei dettagli
http://www.israele.net/articolo,1958.htm
Abu Mazen: nessun cedimento sul diritto al ritorno L’eterna questione dei profughi
Il Tempio Italiano a Gerusalemme: garantire il futuro di un punto d’incontro storico tra Italia e Israele Università di Gerusalemme Per i lettori di israele.net La serie SCENE DAL LIBRO DI ESTER 4 serigrafie di EMANUELE LUZZATI firmate dall'artista DVD “Israele, una storia per immagini”: disponibile per i lettori di israele.net
http://www.israele.net/articolo,3120.htm



Israele:iniziano i lavori della più grande centrale elettrica
Martedì 26 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Iniziano i lavori di costruzione della più grande centrale elettrica privata israeliana. Il cantiere è stato affidato alla Wood Group plc., compagnia con sede in Scozia, dalla società Dorad Energy Ltd. Il contratto – del valore di 870 milioni di dollari – è stato firmato giorni fa: e per Wood Group si tratta della prima volta in Israele. Gli impianti sorgeranno nei pressi di Ashkelon, nel sud del Paese, su terreni di proprietà della Eilat Ashkelon Pipeline Company Ltd. Il progetto comprende dodici turbine azionate da gas naturale e destinate a produrre 840 megawatt di elettricità, pari a circa l’8 per cento del fabbisogno elettrico del Paese. Wood Group ha fatto sapere che per realizzare questa centrale sarà necessario assumere altri 300 impiegati; quasi tutti saranno israeliani. I lavori, hanno aggiunto gli scozzesi, verranno ultimati nel 2013. «La nostra azienda – ha commentato il responsabile per Israele, Shlomo Cohen – considera questo progetto la pietra miliare per una futura espansione nello Stato ebraico. E’ una sfida e una svolta allo stesso tempo».



Lega A: Montegranaro, l'israeliano Drucker è il nuovo coach
h Ex giovane prodigio (nel 2004 con l'Hapoel Gerusalemme ha vinto l'UJeb Gip), resterà anche la prossima stagione solo in caso di salvezza ^ì, io sono l'allenatore della Sutor fino a ''^quando qualcuno non mi dice il contrario», rispondeva Pillastrini sabato sera a chi gli chiedeva se continuava a sentirsi il coach di Montegranaro dopo il tracollo a Teramo (76-47). Ma il suo destino era già stato deciso: poche ore dopo è stato esonerato, nonostante un triennale firmato in estate tornando nel club che aveva lasciato nel 2007. Essere esonerati a soli 3 turni dalla conclusione della stagione regolare è inconsueto, ma la situazione aveva ormai superato i livelli di guardia: dal 30 gennaio ad oggi la Fabi ha vinto solo contro Brindisi; soprattutto, nelle ultime giornate lo scollamento tra la squadra e il coach era divenuto troppo evidente (così come evidente è sempre stato il pessimo apporto ed atteggiamento di Ray...). Gli appena 47 punti segnati sabato e la caduta nella zona retrocessione hanno accelerato un ingaggio che era nell'aria , quello di Sharon Drucker, primo tecnico israeliano del nostro campionato (Blatt, ex Treviso, è nato negli Usa). Il contratto firmato ovviamente è legato a come si concluderà questa stagione: durerà fino al 30 giugno 2012 solo in caso di salvezza. Chi è Drucker? Nato a Petah Tikva (Israele) nel 1967, ex giocatore dall' 1985 al 1993, ha allenato dal 1999 il Maccabi Ra'anana, poi l'Hapoel Galil Helion, l'Hapoel Gerusalemme, con la quale ha vinto la Uleb Cup 2004 battendo il Real Madrid. Nel 2005/2006 in Russia ha guidato l'Ural alla conquista del-l'Eurocup Challenge. Poi in Lituania al Lietu- vos e a Ostenda (Bel) ove vinse il campionato nazionale. Nel 2008/2009 il rientro in Israele al Maccabi Tel Aviv come assistente di Gershon. Aveva iniziato questa stagione nell'Aris Salonicco prima del suo esonero a febbraio. I tifosi della Fortitudo lo ricordano bene: nel 2008/2009 il club bolognese gli fece firmare un triennale salvo poi tirarsi indietro, lui si rivolse alla Fiba e vinse il lodo. «Accetto questa sfida - ha detto Drucker - e chiedo a tutti la massima compattezza per essere un'unica forza che scende in campo per centrare la salvezza. Se ragioneremo come "Noi", potremo farcela». a.b. Sharon Drucker, 43 anni, esonerato a febbraio dall'Aris Salonicco (Ciamillo) E' LA QUINTA PANCHINA CHE SALTA Quinto cambio di allenatore nella stagione, con Sharon Druker che proverà a risollevare una Montegranaro in crisi. Prima di lui sia Bechi (38% di vittorie) che Ramagli (43%), nella lotta per non retrocedere, sono riusciti a dare una svolta alla stagione, cosa che non è avvenuta invece per Peterson e Filipovski. (f.car/infopress) 24 aprile
http://news.tuttobasket.net/





MINISTRO ISRAELIANO DIMENTICA DOCUMENTI 'TOP SECRET' IN ALBERGO

(ASCA-AFP) - Gerusalemme, 26 apr - Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha dimenticato alcuni documenti classificati come ''top secret'' in una stanza d'albergo a Londra, dove aveva fatto tappa il mese scorso per recarsi per New York. Lo ha riferito il secondo canale televisivo privato in Israele. Barak dimentico' questi documenti presso il Park Plaza Westminster e sui alcuni fogli erano contenute anche delle note a margine scritte di suo pugno. A ritrovarli e' stato un uomo d'affari israeliano, cui era stata assegnata la camera d'albergo dopo Barak, che ha avvertito i servizi segreti che hanno dunque potuto recuperare il materiale. Secondo il ministero, citato dalla televisione, l'incidente sarebbe da attribuire a un agente che avrebbe dovuto passare al setaccio la camera dopo la partenza di Barak e non lo fece con la dovuta attenzione.

mercoledì 27 aprile 2011



Amedeo Ciccanti
Ciccanti dell'UDC: i palestinesi di oggi non sono gli ebrei di ieri.‏
San Benedetto del Tronto Bella la manifestazione di ieri al Comune, indovinata l'idea di farne fare testimonianza ai giovani, ma vorrei dire che è stata stonata l'affermazione, che ha paragonato la persecuzione contro gli ebrei a quella degli israeliani contro i palestinesi. Il gruppo di lavoro del Prof. Bruni e degli insegnanti dovrebbero fare una visita a Gerusalemme oltre quella dei campi di concentramento tedeschi e forse capirebbero che una similitudine del genere e' arbitraria, fuorviante e forse gravemente antisemita, che infonde lo stesso odio e risentimento verso gli ebrei che portarono all'olocausto. Pertanto, mentre condivido la manifestazione, mi dissocio con sdegno da questo passaggio della manifestazione che, essendo pubblica, poteva essere meglio controllata. Infatti, voglio pensare che sia sfuggito al controllo. Comunque credo che si debba chiedere subito scusa all'Ambasciata dello Stato di Israele da parte del Sindaco Gaspari, che non credo si riconosca in tale similitudine". Lo ha dichiarato l'On. Amedeo Ciccanti, Deputato UDC e componente dell'Associazione interparlamentare Italia-Israele a margine della manifestazione sul 25 aprile organizzata dal Comune di San Benedetto del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. 26/04/2011,http://www.ilquotidiano.it/






Egitto: sondaggio boccia accordi con Israele, maggioranza chiede stop
(Aki 26 aprile) - L'accordo di pace stilato tra Egitto e Israele va interrotto. E' quanto sostiene la maggior parte della popolazione egiziana secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center, centro di ricerca con sede negli Stati Uniti, secondo cui il 54% degli egiziani è favorevole alla fine del trattato di pace. Il sondaggio è stato condotto su mille egiziani tra il 24 marzo e il 7 aprile. L'accordo a cui si fa riferimento è stato firmato nel 1979 e prevedeva che l'esercito israeliano si ritirasse dalla Penisola del Sinai, nella parte in territorio egiziano, che Israele aveva occuoato nel 1967.Secondo i dati raccolti, inoltre, solo il 15% degli intervistati è a favore di strette relazioni tra Egitto e Stati Uniti, il piu' antico e forte alleato di Israele. Per il 43% degli interpellati, invece, tra i due Paesi dovrebbe esserci una certa distanza.



Eyes Wide Open: il Brokeback Mountain per la comunità ebrea ortodossa
Eyes Wide Open (Israele, 2009) di Haim Tabakman, è sicuramente uno dei film più belli della passata stagione (presentato a Cannes 2009 nella sezione Un Certain Regard) e da diversi critici associato al film culto di Ang Lee Brokeback Mountain. L’amore gay (impossibile?) tra ebrei ortodossi fa da sfondo alle vicende di Aaron, macellaio kosher in un quartiere ebraico ultraortodosso di Gerusalemme, che alla morte del padre assume come aiutante il giovane e bell’Ezri. A poco a poco succede quello che, secondo i precetti dell’ultraortodossia ebraica non dovrebbe accadere: Aaron si sente attratto da Ezri, che lo ricambia. Dopo un primo tentativo di “resistere” alla passione incombente i due cedono e si abbandonano all’amore. La faccenda, però, non passa del tutto inosservata. L’opera prima del regista israeliano Haim Tabakman ha ottenuto numerosi premi, tra cui il premio Eros And Psyche al MedFilm Festival, il Best Movie al Flanders International Film Festival Ghent, e il Gran Prix Award al Cape Winelands Film Festival in Sud Africa. Tra i protagonisti Zohar Strauss, interprete del film Leone d’Oro Lebanon.......24 aprile http://it.paperblog.com/



Netanyahu gioca contro l'attivista Nathan Sharansky
Scuola e Olimpiadi: scacco doppio della FIDE ad Israele

Grandi notizie per gli scacchisti del Medio Oriente. Il programma Chess in Schools della FIDE, seguito dal vice-presidente Ali Nihat Yazıcı, sta dando i suoi frutti molto velocemente. A soli tre mesi dall'elezione in Siberia abbiamo già tre stati conquistati sulla scacchiera: Algeria, Sudafrica e Israele. Il 18 e 19 dicembre infatti Ilyumzhinov si è recato a Tel Aviv dove ha incontrato le maggiori personalità dello sport e degli scacchi nello specifico. L'esito è stato più che soddisfacente: i rappresentanti israeliani hanno promesso di introdurre gli scacchi nei curriculum scolastici... come materia obbligatoria! Ma vediamo cosa è successo più nel dettaglio. Proprio il 19 dicembre Kirsan ha incontrato il Ministro dell'Istruzione Shimshon Shoshani per discutere la possibilità e i problemi con connessi con questo ambizioso progetto. Shoshani ha subito garantito i fondi e i documenti necessari, assicurando che un accordo tra il ministero e la federazione di scacchi israeliana verrà firmato a breve, mentre quello tra la FIDE e la federazione scacchistica era già stato siglato. All'incontro hanno partecipato anche scacchisti di indubbia fama come Sutovsky e Gelfer, attualmente vice presidente della FIDE. Ilyumzhinov si è poi intrattenuto con Varshavyak, a capo della Commissione Olimpica Israeliana, con l'incredibile proposta di introdurre gli scacchi nelle Olimpiadi Invernali a cui Varshavyak sembra si sia detto favorevole, promettendo di discutere la questione già a gennaio con Jacques Rogge, presidente della IOC (International Olympic Committee). Ci sono alcuni punti da notare: •a differenza di altri stati (ad esempio la Turchia), gli scacchi in Israele saranno una materia obbligatoria! •gli scacchi saranno introdotti già alla scuola materna ("preschool institutions") •perché Ilymzhinov ha parlato di Olimpiadi Invernali? Forse le considera delle olimpiadi "minori" in cui gli scacchi hanno più chances di entrare? Quello che dobbiamo notare poi è che il comunicato FIDE mostra, per ora, solo promesse: il Ministro firmerà un accordo a breve, Varshavyak discuterà a gennaio... non ci resta che restare con gli occhi ben aperti e puntati su Tel Aviv per nuove e, speriamo, belle notizie. Per ora sul sito della Israel Chess Federation non c'è ancora nessun commento.http://blogchess.blogosfere.it/



Nablus

ISRAELIANO UCCISO E ALTRI 4 FERITI, SCONTRI A NABLUS
(AGI) - Gerusalemme, 24 apr. - La tensione nei territori occupati e' destinata ad aumentare dopo un incidente avvenuto alla Tomba di Giuseppe, a Nablus. Un israeliano e' stato ucciso e altri quattro feriti dai proiettili sparati da un poliziotto palestinese di sorveglianza. I quattro, a bordo di tre veicoli, erano entrati nelle prime ore del mattino nell'area, sotto il controllo palestinese, per pregare. Ma, secondo quanto ha riferito l'autorita' palestinese, non avevano il permesso per accedere alla Tomba. Un agente ha ritenuto, a quel punto, di aprire il fuoco su "elementi sospetti". Secondo i coloni si e' trattato di un gesto deliberato: "Avevano pregato alla Tomba di Giuseppe per pochi secondi. Quando stavano per andar via", ha affermato Yosi Dagan del Consiglio regionale dei coloni della Samaria, "sono stati presi nel mirino da quei terroristi chiamati poliziotti palestinesi". Jibreen al-Bakri, governatore di Nablus, ha ribadito che il gruppo era entrato nel sito "senza coordinarsi con l'Autorita' palestinese, cosi' come previsto da un'intesa con Israele". In ogni caso, ha aggiunto, "gli agenti responsabili della sicurezza nell'area sono stati fermati e un'inchiesta e' stata avviata". I quattro erano ebrei ultraortodossi hassidici, e il 24enne ucciso e' il nipote del ministro della Cultura Limor Livnat, considerato un falco del governo israeliano. E' frequente l'ingresso non autorizzato di ebrei in quella che per i musulmani e' la tomba del profeta Giuseppe, sepolto due secoli fa. L'ultimo incidente di rilievo, pero', accadde nel 2003, quando sette ebrei restarono feriti in un agguato teso loro mentre si recavano a sito. Nell'area sono cominciati scontri con decine di palestinesi. Polizia e militari israeliani sono dovuti intervenire per disperdere la folla. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha definito un "omicidio ingiustificato" la morte di un israeliano a Nablus. L'uomo, nipote del ministro del Likud Limor Livnat, era andato a pregare alla tomba di Giuseppe, che si trova nell'area controllata dai palestinesi, ma non aveva il permesso per accedervi. Insieme con lui c'erano altri quattro ebrei ultraortodossi hassidici. Gli agenti palestinesi hanno sparato sulle auto, dopo aver notato "movimenti sospetti". L'Autorita' palestinese ha poi ribadito che chiunque voglia accedere nell'area deve "coordinarsi" con l'Autorita' palestinese, come previsto da un'intesa con Israele. "Nessun coordinamento", ha sottolineato b, "puo' giustificare un incidente simile e il gesto i sparare contro innocenti". L'esercito israeliano si ritiro' dal sito della Tomba di Giuseppe nel 2000. Spesso gli ebrei vi si recano scortati dai soldati. (AGI) .





Cari amici, ho caricato sul YouTube il mio Dossier su Gerusalemme. Aspetto i vostri commenti, Grazie Claudio Pagliara








Aryeh e Liora, dopo l'abbraccio al museo Yad Vashem di Gerusalemme


E il database dell'Olocausto riunisce due cugini
26 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
Vivevano a un’ora di macchina di distanza. Dopo decenni di persecuzioni, campi di concentramento, espulsioni di massa, torture, viaggi attraverso l’Europa, avevano deciso di trascorrere i loro ultimi anni di vita in Israele. Lei, Liora Tamir, 65 anni, aveva preso una casa a Tel Aviv. Lui, Aryeh Shikler, 73, ad Haifa. Non due sconosciuti, Liora e Aryeh, ma parenti. Di più: cugini. Solo che non lo sapevano. Tanto da aver fatto credere alla donna di essere rimasta sola al mondo. Ma l’insistenza di Ilana, la figlia di Liora, il lavoro decennale del museo dell’Olocausto e Internet hanno portato i propri frutti. E hano fatto abbracciare – per la prima volta – i due cugini allo Yad Vashem di Gerusalemme. Liora è l’unica, della sua famiglia, scampata ai lager nazisti prima e ai campi di lavoro sovietici poi. A dodici anni era completamente sola. «Mia mamma non mi ha mai parlato di tutti i parenti», racconta la donna. «Così quando è morta ho pensato fossi l’ultima sopravvissuta». Decenni dopo, la figlia Ilana inizia a fare le sue ricerche. Trova riscontri, incrocia nomi, cognomi e legami parentali. Poi approda all’ampio database dello Yad Vashem. E qui trova la famiglia Shikler. Cerca di capire se c’è ancora qualcuno in vita. Si imbatte in un certo Aryeh, un’anziano di Haifa. Si mette in contatto con lui. E alla fine si scopre che sono parenti. I due s’incontrano. Piangono. Si abbracciano. I responsabili del museo, gli stessi che si sono posti l’obiettivo di inserire nel database generale tutte le vittime ebree dell’Olocausto (più di sei milioni), ecco i responsabili si commuovono. «Ci vorrà un po’ di tempo per riassestare le cose», dice la figlia Ilana. «Ma finalmente abbiamo un albero genealogico».











Concentration camp prisoners working in the old brickworks.


Sono di ritorno da Bullenhuser Damm. Ogni anno che passa aumentano le persone presenti il 20 aprile alla cerimonia del "ricordare". Quest'anno è stata inaugurata una Mostra all'interno della scuola. Potete vederla qui: http://www.kz-gedenkstaette-neuengamme.de/index.php?id=20



Maria Pia Bernicchia

martedì 26 aprile 2011



Tel Aviv, fermato autista per guida contromano. A 92 anni
26 aprile 2011 http://www.linkiesta.it/
«Scusate, avevo fretta: dovevo andare a una festa di compleanno». Quando i poliziotti telavivini l’hanno fermato in mezzo alla strada non si aspettavano proprio questa sincerità. E nemmeno un altro particolare: l’età. A 92 anni suonati, l’uomo – di cui non è stata resa nota l’identità – verso le due del pomeriggio di lunedì 25 aprile ha imboccato a tutta velocità e contromano la tangenziale Ayalon, una delle arterie più trafficate di Tel Aviv. L’allarme è scattato subito. Alcune pattuglie hanno rallentato il traffico in transito in quel pezzo di strada. Mentre un'altra ha incrociato subito l’uomo – a bordo di un auto grigia metallizzata – e l’ha fermato. Dopo avergli chiesto il perché, l’uomo ha ammesso candidamente di non essersi reso conto dell’errore. Del resto andava di fretta: «All’ospedale Ichilov festeggeremo il compleanno di un mio amico», ha detto agli agenti, più stupiti per l’età che per l’errore. Per lui, però, nessuna pietà. A 92 anni gli è stata ritirata la patente di guida e consigliato di fare una visita medica per cercare di stabilire se l’uomo sia ancora in grado di guidare.



Le due feste
Capita abbastanza spesso come quest'anno che la Pasqua cristiana cada assai vicino o addirittura sia inclusa nel periodo della festa ebraica di Pesach. Ciò non fa meraviglia, dato che quella deriva da questa, sia stata l'"ultima cena" di Gesù un seder come i vangeli sinottici lasciano capire o una sua preparazione alla vigilia, come ha sostenuto di recente il papa seguendo Giovanni. Originariamente le date delle due feste coincidevano sempre, poi fra il terzo e quarto secolo la Chiesa stabilì un proprio metodo di calcolo diverso da quello ebraico e fissò la Pasqua sempre di domenica, anche per riaffermare la propria indipendenza religiosa rispetto all'ebraismo da cui divergeva. Non ho la pretesa di affrontare qui gli aspetti storici di questa vicinanza temporale, cioè da un lato il rapporto di Gesù con l'ebraismo e dall'altro i grandi lutti inflitti al popolo ebraico proprio nella ricorrenza pasquale a causa dell'accusa di deicidio - certamente infondata, come ha riconosciuto ancora lo stesso papa Benedetto XVI riprendendo una tesi conciliare, ma profondamente radicata nell'antigiudaismo dei vangeli e fonte di persecuzioni a non finire. Voglio solo proporre una riflessione per così dire di antropologia religiosa sulla differenza fra le due feste. L'andamento passionale è simile, da una situazione di angoscia e dolore al trionfo finale. La Pasqua cristiana è però, nel suo svolgimento, soprattutto un grande funerale, la celebrazione di una vittima innocente che si risolve infine positivamente nella sua resurrezione. In Pesach l'accento è posto sulla liberazione di un popolo dalla schiavitù, non sul passato di oppressione. Nel testo dell'haggadà, il rituale della cena pasquale ebraica, si ricorda naturalmente l'aspetto doloroso di quella schiavitù, la persecuzione e l'afflizione che ne vennero, e anzi si dice che "in ogni generazione" c'è chi "si leva contro di noi per distruggerci"; ma il fuoco è sulla gratitudine e la gioia per la libertà riconquistata. Dunque nel confronto fra le due feste si contrappone non solo un singolo di natura divina al collettivo di un popolo direttamente salvato dal Signore "senza mediatori" - tant'è vero che Mosè è clamorosamente quasi assente nella versione del racconto contenuta nell'haggadà. Ma si nota anche una scelta di tempi e di emozioni, di punti di vista assai diversi: l'accento ebraico è messo sulla festa della libertà e non sulla sofferenza dell'oppressione; i miracoli (le piaghe) sono moltiplicati dall'esegesi rabbinica fino a quasi normalizzarli. L'accento cristiano va invece sulla vittima e sulla sua resurrezione, che è il riconoscimento di uno stato divino più che un normale miracolo. Mi sembra importante sottolineare soprattutto che Pesach non si centra affatto sulla condizione di vittima, ridotto a un elemento fra i tanti. E' importante stabilirlo perché esiste una tendenza nel Cristianesimo ma anche in certi ambienti ebraici, a valorizzare l'aspetto di "vittime innocenti" del popolo ebraico, soprattutto dopo la Shoah. L'affermazione di Papa Wojtyła per cui Auschwitz sarebbe stata "un nuovo Golgota" si incontra con quella di coloro che di fronte all'autodifesa ebraica attuale in Israele rimpiangono "l'innocente sopportazione" degli ebrei chassidici distrutti dalla Shoah. Al di là del folklore in stile "violinista sul tetto" che ha largo corso nei mass media, vi sono degli eminenti pensatori, come Joshua Leibowitz a sostenere l'aspetto positivo di essere "portati al macello come pecore". E vi è una teoria filosofica dell'ebraismo come primato dell'altro, in cui ciascuno sarebbe chiamato quasi ad annullarsi in nome di ciò. E però "porgere l'altra guancia" non è un tema ebraico (mentre amare il prossimo come se stesso sì), dunque l'altruismo è sempre tenuto lontano dall'autonegazione e ancorato alla propria conservazione. E non solo Pesach, ma nessuna festa ebraica è la celebrazione dello statuto di vittime: non certo Channukkà o Purim, che ricordano vittorie sul genocidio, sempre mettendo in rilievo il miracolo della sopravvivenza; ma neppure le ricorrenze più tristi come Kippur o Tishà beAv (in cui si ricorda la distruzione di Gerusalemme) hanno al centro una condizione vittimaria, semmai l'analisi lucida e razionale degli errori e dei peccati commessi che giustificano la punizione. In realtà l'ebraismo non si concentra su vittime e martiri: se al centro del racconto cristiano Gesù muore sulla croce, nel racconto ebraico è importante che Isacco non perisca ma sia salvato prima di essere immolato; la storia sacra ebraica si concentra sul superamento di prove e sull'arrivo alla terra promessa, poi sull'obbligo di mantenere la purezza religiosa; se i profeti minacciano spesso dolori e parlano di Israele come "servo sofferente", lo fanno in vista di una restaurazione messianica del regno di Israele che dovrà avvenire nel tempo e mondo e non in una condizione trascendente. Nella storia ebraica la prima forte menzione di martiri - fedeli che muoiono per non rinnegare la fede - compare in un testo che i Saggi non vollero includere nel canone, il secondo libro dei Maccabei, peraltro tardo, risalente al primo o al secondo secolo prima della nostra era. Nel seguito della nostra storia i martiri (o piuttosto caduti per la "santificazione del Nome") non mancano, naturalmente; ma noi non li trattiamo da santi per questo, non abbiamo agiografie e martirologi, e preferiamo ricordarli per le loro altre virtù, com'è il caso di Rabbi Akivà, ucciso atrocemente dai romani, ma che è importante nel mondo ebraico soprattutto per il suo sapere e la sua autorità rabbinica. Insomma, non vi è affatto nell'ebraismo una vocazione vittimaria (e quindi non vi è quella "religione olocaustica" che ci rinfacciano i negazionisti). L'ebraismo è fortemente legato all'idea di realizzarsi nella vita e indica come modello non la sofferenza per la fede, non l'ascetismo o il martirio, ma la "gioia" della vita buona e piena di senso vissuta secondo le sue regole. Naturalmente questo non vuol dire che non ci siano stati ebrei asceti o martiri, né cristiani interessati ad affermare i loro ideali nel mondo, anzi. Ma che, nonostante la parentela d'origine, l'orientamento antropologico fondamentale delle due religioni, in questa festa come in altre è assai diverso. Ricordarselo è la base indispensabile di ogni dialogo ben fondato. Ugo Volli http://www.moked.it/



Pincio: quell'hotel a zero stelle a Tel Aviv
Qui sotto, un brano da «Hotel a zero stelle», il nuovo romanzo dello scrittore romano Tommaso Pincio (pagine 240, euro 12,00, Laterza, collana Contromano): un viaggio tra vita e letteratura all’interno di un insolito albergo dove gli ospiti dovrebbero essere vagabondi dell’anima.

Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote. Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita. A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale. Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky». Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile. La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome. Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa. L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo. Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso. È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha. 21 aprile 2011,http://www.unita.it/






Israele: approvato trasferimento di basi militari nel Negev
21 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/
Il Parlamento israeliano ha approvato un piano da 19 miliardi di NIS (poco meno di 4 miliardi di euro) per spostare nel deserto del Negev le basi militari e i campi di addestramento di Tzahal, l’esercito israeliano, situati attualmente nella regione del Centro. Il progetto dovrebbe essere portato a compimento nel 2018. Nei prossimi sette anni circa 25mila soldati saranno inviati nel sud del Paese. Una misura che, secondo il Primo ministro, Benjamin Netanyahu, offre due vantaggi: «Decentralizzare la popolazione e permettere alle regioni meridionali di svilupparsi». Oltre cinque chilometri quadrati di terreni situati nei dintorni di Tel Aviv saranno dunque liberati, e venduti come lotti edificabili.



Ebrei di Cochin, India

Non basta la rabbia per costruire la democrazia
Di Ray Hanania http://www.israele.net/
Quando ho espresso per la prima volta la preoccupazione che i dimostranti in Egitto avessero bisogno di un supporto per realizzare la democrazia, sono stato immediatamente messo alla gogna da critici che mi accusavano d’essere ingiusto. I dimostranti non fanno altro che invocare la libertà, mi insolentivano: come se discutere in qualche modo i fatti sia di per sé immorale o, come dicono gli arabi, “haram” (proibito). In realtà mi sono limitato a scrivere che le popolazioni del mondo arabo non hanno alcuna esperienza di democrazia: sono state cresciute in ambienti repressivi, dove la libertà di pensiero ed espressione viene soffocata e punita. E mi domandavo come queste popolazioni possano conseguire da sole una democrazia autentica. I tiranni mediorientali perseguono, imprigionano o uccidono rapidamente e regolarmente chiunque critichi i loro governi. La critica al governo è la base fondamentale della libertà di parola che vige in una vera democrazia. La repressione nei regimi arabi, invece, è sempre stata così assidua da diventare routine, tanto che non fa più notizia. L’unica libertà di parola tollerata dalle dittature del Medio Oriente è sempre stata quella di criticare l’occidente, il mondo cristiano e Israele. Più di recente, con l’affermarsi di emittenti più aperte come al-Jazeera, i mass-media hanno iniziato a criticare gli altri paesi arabi, ma mai quello in cui si trovano. La tv satellitare al-Jazeera ha sede nel Qatar, mentre al-Arabiyya fa base nel Dubai ed è in parte di proprietà di una società saudita.
I dimostranti non hanno alcuna esperienza di democrazia, e tuttavia il mondo è rimasto a guardare a bocca aperta coltivando enormi aspettative, nella speranza che la democrazia si producesse per miracolo. Ma come ci si può aspettare che la democrazia venga realizzata da popolazioni che non ne hanno mai avuto alcuna esperienza? E che gli sforzi per la democrazia possano almeno sopravvivere? La democrazia in Medio Oriente corre il rischio di fallire più che in qualunque altra parte del mondo. L’America sta tentando di realizzare una democrazia in Iraq sin da quando ha invaso quel paese nel marzo 2003, e non ci è riuscita. L’Iraq ha un “governo”, ma non è una democrazia dove i cittadini possano decidere della propria leadership. I leader in Iraq vengono selezionati dagli Stati Uniti. Dunque, come ci si può aspettare che in Egitto la democrazia compaia tutt’a un tratto, seppure dopo un’ondata di proteste che ha portato alla rimozione di un dittatore come l’ex presidente Hosni Mubarak? Gli arabi vivono in un mondo immaginario dominato dal minimo comun denominatore della pressione fanatica esercitata dal gruppo. Se ad esempio ti esprimi a favore di una pace con Israele basata sul compromesso, vieni denigrato e insultato come “disfattista” da parte dei fanatici, che sono minoritari nella comunità araba, ma hanno la voce più forte. Le voci di maggioranza, che sono moderate, non sono abituate ad esprimere la loro opinione e se ne stanno zitte. I fanatici utilizzano la democrazia in occidente per dare voce all’odio e sostenere l’estremismo in Medio Oriente. Questo è il motivo per cui i fanatici promuovono se stessi molto meglio dei moderati. La conseguenza è che le voci dell’estremismo appaiono come quelle della maggioranza, anche se non lo sono, giacché in Medio Oriente la percezione equivale alla realtà. In Egitto i dimostranti hanno rovesciato Mubarak, un tiranno che, stando ai giornali, aveva accumulato ricchezze a miliardi. Ma quegli stessi dimostranti hanno rovesciato anche l’atteggiamento mentale prodotto da un’intera vita di sopraffazione e negazione della libertà? Mubarak sarà sostituito dalla volontà popolare o semplicemente da una nuova e più astuta dittatura? Troppo spesso, in Medio Oriente, la violenza diventa il principale mezzo con cui la gente reagisce a ciò che non le aggrada. Se dici qualcosa che non piace agli estremisti, anziché intavolare un dibattito sui mass-media del posto, gli estremisti cercano di zittirti con l’intimidazione (come spesso cercano di fare con me, senza successo), o più semplicemente di ammazzarti, come hanno fatto con Juliano Mer-Khamis, l’attore la cui madre ebrea si batteva per i diritti dei palestinesi e il padre palestinese aveva insegnato la coesistenza pacifica. Ora naturalmente guardiamo all’era post-Mubarak di trasformazione dalla tirannia. Ma è una trasformazione verso la democrazia? La settimana scorsa la giunta militare che ha preso le redini del potere in Egitto ha arrestato un blogger egiziano, mentre il futuro del vero criminale, Mubarak, resta un punto interrogativo. E intanto gli è stato permesso di esprimere la sua opinione, di condannare chi lo critica e promettere che trascinerà in giudizio chiunque lo definisca corrotto. Quello che non ha la popolazione egiziana è proprio ciò di cui ha più bisogno. Non solo deve rovesciare un dittatore, ma deve anche essere capace di sostituirlo con una vera democrazia dove sia permesso ad ogni voce di parlare liberamente di qualunque argomento. Deve esserci tolleranza per la libertà di parola. La libertà di parola in un contesto di intolleranza non è affatto libertà di parola. E non si tradurrà in democrazia. Quello che mi auguro è una vera democrazia in Egitto e in tutto il Medio Oriente. (Da: Jerusalem Post, 19.4.11)