giovedì 11 ottobre 2012

Trent’anni fa, quando in Italia gli ebrei si potevano ammazzare

di DANIEL FUNARO – Ci vorrà ancora del tempo per sapere se, a trent’anni di distanza dall’attentato alla Sinagoga di Roma, in cui morì un bambino di due anni, Stefano Gay Taché e furono ferite 38 persone, l’Italia saprà rendere giustizia al suo passato. Per ora a dare un senso a questo anniversario c’è stato unicamente il gesto di Giorgio Napolitano che, come annunciato lo scorso 9 maggio nella giornata del ricordo delle vittime italiane del terrorismo, ha deciso di inserire anche Stefano in questo elenco ufficiale, risolvendo l’anomalia per cui un bambino ebreo ucciso a due anni sotto il fuoco del terrorismo palestinese non ne faceva inspiegabilmente parte.Bisogna però ripartire da più lontano, dal 9 ottobre 1982, o forse da tempo prima. Erano gli anni della guerra in Libano, della strage di Sabra e Chatila e del sentimento antisionista che pervadeva una certa sinistra. Il clima in Europa per le comunità ebraiche era pessimo. In tutte le maggiori capitali europee agli ebrei era rimproverato il loro legame con Israele. Un certo antisemitismo aveva ricominciato a circolare e si moltiplicavano gli atti di violenza nei confronti di luoghi ebraici e degli ebrei in generale. Come accadde a Roma, quando poche settimane prima dell’attentato, in un corteo della Cgil, vi fu un gesto gravissimo che apparve e quasi come un segno premonitore. Alcuni manifestanti decisero di deporre una bara da bambino di fronte alla lapide per i deportati sotto la Sinagoga di Roma.L’avvertimento suonò sinistro, allora come oggi. Per i detrattori d’Israele, gli ebrei da vittime della Shoah si trasformarono in carnefici. Si rimproverava a chi era sopravvissuto ai campi di sterminio che gli ebrei volessero difendersi, che le vittime sacrificali delle follie dell’umanità avessero deciso di vivere come ogni popolo libero avrebbe fatto, riservandosi, se necessario, anche il diritto di reagire. Era una nuova forma di antisemitismo che si rigenerava nell’odio contro Israele.Fu così che l’Italia decise di vendere, ancora una volta, al miglior offerente gli ebrei , dimenticando che anch’essi erano cittadini italiani. Lo fece per la prima volta quando il Parlamento, con la nobile eccezione dei repubblicani di Spadolini, allora Primo Ministro, e dei radicali di Pannella, meno di un mese prima dell’attentato alla Sinagoga, ricevette con tutti gli onori Yasser Arafat, leader dell’organizzazione terroristica palestinese dell’Olp, allora nota per gli attentati contro gli ebrei in tutta Europa e ancora lontanissima dall’idea di un negoziato politico con Israele. Il tutto in un clima di festosa amicizia con quello che Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, per rivendicare la posizione italiana dopo la crisi di Sigonella e giustificare la decisione di liberare gli assassini dell’ebreo americano Leon Klinghoffer durante il sequestro dell’Achille Lauro, avrebbe tre anni dopo paragonato niente meno che a Giuseppe Mazzini. Paragone decisamente inappropriato, come ha ricordato ieri il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni nel suo discorso alla cerimonia di commemorazione dell’attentato, per il semplice fatto che i rivoluzionari come Mazzini non sparavano ai bambini all’uscita dai luoghi di culto, né agli anziani sulle sedie a rotelle.L’Italia vendette gli ebrei ai terroristi con il cosiddetto Lodo Moro, l’accordo svelato dall’ex Presidente della Repubblica Cossiga, in base al quale era stato concesso ai terroristi palestinesi di agire liberamente nel suolo nazionale, a fronte dell’impegno di non colpire obiettivi italiani. L’immunità garantita da parte palestinese non riguardava però gli ebrei, quasi che questi non fossero italiani, come quelli colpiti a Roma in quel 9 ottobre di trent’anni fa. L’Italia vendette gli ebrei in modo forse più consapevole e calcolato di quanto si possa pensare. Il giorno dell’attentato, a differenza che in quelli precedenti, non c’era la solita camionetta della polizia a difendere gli ebrei romani. Un’ambigua e inquietante casualità che lascia ombre su una storia da sempre poco chiara.Per questa ragione oggi c’è una pagina di storia dell’Italia che non può essere chiusa. Ci sono ancora troppi dubbi e troppe responsabilità non accertate. La realtà è che avremmo bisogno di uno scatto d’orgoglio collettivo. Bisogna rendersi conto che quella di Stefano è la storia di un bambino italiano ammazzato, per cui l’Italia non si è neppure data pena di inseguire ed estradare l’unico degli attentatori a cui la giustizia ha dato un nome, Osama Abdel Al Zomar, che vive liberamente in Libia dalla metà degli anni ’80.Dobbiamo pretendere che il velo d’ipocrisia che ha oscurato la nostra politica internazionale per lungo tempo sia finalmente strappato. Immaginare di rispondere come uno Stato democratico sarebbe una grande vittoria per il paese. Togliere il segreto di Stato su vicende che precedono e accompagnano anche l’attentato alla Sinagoga consentirebbe all’Italia di consegnare, quantomeno al tribunale della storia, i responsabili di quella strage. Un po’ poco forse per chi perse un figlio o un fratello, ma in realtà una grande vittoria per la coscienza di un paese che intende essere civile.di DANIEL FUNARO, http://www.libertiamo.it/

 

Israele: falso allarme ferma voli

(ANSA) - TEL AVIV, 10 OTT - Un velivolo non identificato, rivelatosi poi ''non ostile'', ha causato questa mattina la sospensione per diversi minuti di tutte le operazioni aeree civili all'aeroporto internazionale 'Ben Gurion', lo scalo principale di Israele. Lo riportano i media spiegando che per ragioni di sicurezza, in quel lasso di tempo, sono stati interrotti tutti voli in partenza e in arrivo dallo scalo stesso, con la conseguente chiusura dello spazio aereo. Jet militari si sono alzati in volo per intervenire.


Planet Kids, su Sky parte il nuovo canale per bambini

 Il target bambini raccoglie consensi a non finire. Per questo hanno pensato bene di lanciare il nuovo canale Planet Kids che andrà ad occupare la posizione 620 del bouquet Sky, al posto di Disney in English -che si sposta al 619 vicino agli altri canali Disney-. Il canale, che parte il 15 ottobre alle 7.00, offre serie animate provenienti da tutto il mondo, ma anche produzioni per imparare nuove lingue e culture lontane.Il canale indirizzato ai bambini dai 6 ai 10 anni -ma piacerà anche ai teen!- è una miscela di entertainment e edutainment caratterizzata dalla trasmissione di programmi in duplice lingua: oltre all’italiano c’è la possibilità di seguire lo show nella lingua del paese dove è stato prodotto.................Tra i cartoon inediti, in programma c’è la serie tv “Galis Summer Camp”, un live action prodotto in Israele trasmesso in italiano e in lingua ebraica. Il canale ha infatti stretto un accordo con la Dori Media Group, il gruppo israeliano che produce alcune telenovelas molto amate tra i teenager. Per cui anche i fan delle produzioni in lingua spagnola saranno accontentati.................http://www.tvblog.it/

Israele: festa grande per il baby tapiro

VIDEO:  http://video.repubblica.it/natura/israele-festa-grande-per-il-baby-tapiro/107323/105703

Israele: Netanyahu annuncia elezioni anticipate     

(di Massimo Lomonaco) (ANSA) - TEL AVIV, 10 OTT - Non ha aspettato neppure la riapertura della Knesset il 15 ottobre - come molti indicavano - ma ha sciolto subito ogni indugio e, dopo brevi consultazioni con gli alleati di governo, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato che Israele andrà subito ad elezioni anticipate. Il premier non ha indicato la data del voto, tuttavia esponenti del suo partito, il Likud (centrodestra), hanno parlato di fine gennaio o al massimo degli inizi di febbraio 2013. Finisce così in anticipo di molti mesi la 18/a legislatura della Knesset: motivo della scelta - come ha detto lo stesso Netanyahu in una breve conferenza stampa - è stata l'impossibilità di mettere d'accordo i partiti sull'impostazione e i contenuti della finanziaria 2013. Un bilancio statale che si annuncia foriero di tagli e pesanti interventi per fronteggiare la crisi che soffia anche in Israele. Netanyahu ha rivendicato l'azione intrapresa dal suo esecutivo per fronteggiare le difficoltà economiche: "Abbiamo evitato una disoccupazione di massa, creato posti di lavoro, investito in sanità, educazione e trasporti". Ma proprio per non disperdere l'efficacia di questi atti, ha aggiunto che "tutto questo richiede un bilancio responsabile. Ho terminato le mie consultazioni e non pare possibile fare approvare dalla Knesset il bilancio. Questo non lo posso accettare. Di fronte a questi scossoni economici è mio dovere come primo ministro porre gli interessi nazionali davanti a tutto". Il premier ha anche citato i "trambusti regionali" della zona, la minaccia iraniana e la necessità di garantire "gli interessi nazionali in future trattative". Ecco perché - ha sottolineato dicendo di aver voluto con il voto anticipato scongiurare "una campagna elettorale lunga" - si deve "continuare a condurre una politica economica" che porti sicurezza e stabilità ". E quindi si è proposto come candidato a gestire questo passaggio chiedendo ai cittadini "un nuovo mandato". Nei primi commenti dopo la conferenza stampa, alcuni hanno offerto chiavi di lettura della vicenda ipotizzando che la scelta di andare al voto potesse essere già stata presa all'epoca dell'intervento all'Assemblea generale dell'Onu nello scorso settembre. In quell'occasione (il discorso sulla 'linea rossa''), Netanyahu preconizzò che Teheran avrebbe potuto concretizzare i suoi progetti nucleari verso primavera-estate 2013. Ora - hanno proseguito i commenti - con le elezioni di gennaio/febbraio Netanyahu, che ha ammonito sul pericolo e ha condotto una ferma politica in questo senso, avrebbe diritto a presentarsi come l'unico in grado di gestire la situazione. Allo stato attuale, del resto, le previsioni parlano di un possibile sicuro successo del suo Likud. A meno che - come hanno sottolineato altri commentatori - non stia scaldando i motori l'ex premier di Kadima, Ehud Olmert, uscito abbastanza indenne dai suoi guai giudiziari. E questo forse potrebbe movimentare la scena politica israeliana delle prossime elezioni. Una certa preoccupazione è stata espressa a tarda sera dal negoziatore palestinese Saeb Erekat. "Le elezioni anticipate sono una questione interna israeliana - ha detto - Ma noi speriamo che la campagna elettorale non si trasformi in una corsa all'ampliamento delle colonie ... e dell'assedio israeliano contro il nostro popolo a Gaza. 

Nirenstein: “De Magistris mette a rischio la pace a Gaza”
“È con estrema preoccupazione e sconcerto che apprendo che il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha concesso il patrocinio del comune all’Associazione Ship to Gaza Sweden legata al movimento Freedom Flotilla che organizza la missione della nave Estelle per forzare il blocco navale che Israele chiede di rispettare in risposta ai ripetuti atti ostili che giungono dal territorio amministrato da Hamas”. È quanto sottolinea, in una nota, Fiamma Nirenstein (Pdl), vice presidente della Commissione Esteri della Camera, intervenuta quest’oggi a Barba&Capelli, in onda dal lunedì al venerdì dalle 7.00 alle 9.00.  http://www.radiocrc.com/


Lanciati da Hamas razzi a sud di Israele

 Il sud di Israele oggi ha subito un violento attacco di razzi dalla Striscia di Gaza, controllata dal gruppo radicale palestinese Hamas. I militanti del movimento radicale hanno sparato almeno 20 razzi. Come riferito dai rappresentanti del braccio armato di Hamas, l'attacco è una risposta ai raid aerei israeliani di domenica sulla Striscia di Gaza in cui sono rimasti feriti 10 palestinesi.Le autorità israeliane hanno confermato il lancio di razzi, aggiungendo che nessun danno è stato accusato. Domenica lo scopo dei raid era quello di eliminare due leader di un movimento terroristico internazionale filo-palestinese.http://italian.ruvr.ru

 

Israele dispiega missili Patriot nei pressi di Haifa

 Gerusalemme, 8 ott. (TMNews) - Israele ha dispiegato delle batterie di missili Patriot anti-missile nei pressi della città portuale di Haifa, nel nord del paese. Lo hanno riferito oggi i media israeliani. Due giorni fa un drone non identificato era entrato nello spazio aereo israeliano. Un portavoce militare ha confermato all'Afp che i missili Patriot, di fabbricazione americana, sono stati posizionati nei pressi di Haifa, ma non ha voluto precisare se il dispiegamento sia legato all'episodio di sabato. Una fonte della Difesa ha detto all'Afp che non è la prima volta che Israele dispiega delle batterie di missili Patriot nei pressi di Haifa. Sabato i jet dell'aviazione israeliana hanno abbattuto il drone, che non era armato, sul deserto del Negev, dopo che era entrato nello spazio aereo israeliano dal Mar Mediterraneo, nei pressi della Striscia di Gaza. L'esercito israeliano ha detto di non credere che il drone sia entrato da Gaza, e che a inviarlo sia stato l'Hezbollah libanese

Lufthansa avvia volo cargo per Israele

Dal 28 ottobre 2012, Lufthansa Cargo avvierà il volo diretto tra Francoforte e Tel Aviv, che sarà svolto da un MD-11 con cadenza trisettimanale. Al ritorno è previsto uno scalo a Istanbul. Ma anche la compagnia tedesca subisce gli effetti della crisi.Se il traffico aereo delle merci subisce un declino sulle rotte tra Asia ed Europa, su quelle verso il Medio Oriente rimane in crescita e anche le compagnie europee stanno puntando a questo mercato. Lo sta facendo Lufthansa Cargo, che dal 28 ottobre 2012 aprirà la nuova rotta diretta tra Francoforte e Tel Aviv, su cui prevede tre voli la settimana effettuati con un MD-11F. L'apparecchio decollerà dallo scalo tedesco il martedì, il giovedì e la domenica e da quello israeliano il mercoledì, il giovedì e la domenica. Al ritorno, il volo effettuerà uno scalo a Istanbul. Questo volo full freight si aggiunge alla stiva che viene dedicata alle merci sui 37 voli passeggeri settimanali di Lufthansa, e Austrian Airlines per gli scali israeliani. I principali prodotti esportati da Israele sono quelli farmaceutici, mentre in importo dalla Germania ci sono macchinari e componenti automobilistici.La rotta per Tel Aviv è una della risposte dalla compagnia tedesca ad una crisi che sta toccando anche la Germania. Inizialmente, LH cargo ha spostato parte della stiva prima impiegata tra Asia ed Europa sulle rotte per gli Stati Uniti, ma ora anche questa relazione mostra una flessione. Il Ceo di Lufthansa Cargo, Karl Ulrich Garnadt, spera in una ripresa per il 2013, anno in cui dovrebbe arrivare il primo Boeing 777 Freighter, che fa parte di un programma di rinnovo della flotta, ora composta da MD-11F.http://www.trasportoeuropa.it/

 

L'amaro ticchettio delle ricorrenze si sussegue: 40 anni dall'uccisione degli sportivi israeliani alle Olimpiadi di Monaco il 5-6 settembre 1972, 30 anni dall'attacco terroristico al Tempio Maggiore di Roma il 9 ottobre 1982 con l'uccisione di Stefano Gaj Taché, 69 anni dalla razzia del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943. Ma anche 32 anni dall'attentato della Rue de Copernic a Parigi il 3 ottobre 1980, 30 anni dalla strage alla Rue des Rosiers il 9 agosto 1982, 27 anni dall'attacco all'Achille Lauro il 7 ottobre 1985, 18 anni dalla distruzione della comunità ebraica di Buenos Aires AMIA il 18 luglio 1994, e per futuro riferimento alla stessa data l'uccisione dei turisti israeliani a Burgos in Bulgaria quest'anno, 11 anni dall'11 settembre 2001, e sette mesi dalle uccisioni alla scuola ebraica Ozàr Hatorah di Tolosa il 19 marzo 2012. E tra non molte settimane, 39 anni dalla prima strage di Fiumicino il 17 dicembre 1973, e 27 anni dalla seconda strage di Fiumicino il 27 dicembre 1985. Non è certo tutto, ma è qualcosa che induce a pensare. Su chi siano i mandanti e chi siano le vittime. Nel calendario annuale vi sono altre tre date note a priori, il Giorno della Memoria il 27 gennaio, il 10 del mese ebraico di Teveth, giorno della commemorazione dei defunti, e il 28 del mese ebraico di Nissan, Yom Hashoah. La memoria della morte interferisce sempre più spesso con il flusso della vita. L'oblio consapevole della morte interferisce in modi sempre più inquietanti con il flusso della vita civile. Sergio Della Pergola univ Gerusalemme, http://www.moked.it


Voci a confronto

Elezioni anticipate in Israele. Ad annunciarle, ieri sera in conferenza stampa, il premier Benjamin Netanyahu. Si andrà alle urne all’inizio del prossimo anno anticipando di alcuni mesi il voto previsto per ottobre. “Ho terminato le mie consultazioni – ha affermato Netanyahu – e non pare possibile fare approvare dalla Knesset un bilancio responsabile. Questo non lo posso accettare. Di fonte a questi scossoni economici è mio dovere come primo ministro porre gli interessi nazionali davanti a tutto”. Alcuni media israeliani ipotizzano già una data: 12 febbraio. In Italia dell’argomento parlano tra gli altri Stampa, Fatto Quotidiano e Giornale.Un articolo, che riporta le reazioni soddisfatte di leader ebraici e musulmani, è dedicato dall’Osservatore Romano all’impegno del governo tedesco per varare una legge che tuteli la circoncisione dopo la ben nota e clamorosa pronuncia della corte di Colonia. “Siamo lieti che i comandamenti ebraici e la vita ebraica non siano costretti all’illegalità”, ha commentato Dieter Graumann, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania.A Firenze, riporta Avvenire, si apre intanto un intenso ciclo di conferenze dal titolo Dubito ergo sum. L’iniziativa, ospitata all’Auditorium Stensen, avrà tra le sue tematiche centrali un approfondimento sullo sviluppo dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo.http://moked.it/

Libri e ferite

Recentemente recatomi, per partecipare a un congresso, a Oxford, ho avuto modo di trascorrere un po’ di tempo, nelle more dei lavori congressuali, in diverse librerie della ridente cittadina universitaria, da ammirare non solo per l’imponente patrimonio bibliografico a disposizione (a volte da fare invidia alle migliori biblioteche pubbliche, con centinaia di migliaia di volumi di ogni tipo, nuovi e usati, sistemati con grande ordine e razionalità), ma anche per l’estrema comodità dell’accoglienza riservata ai visitatori, con comode poltrone dove si può restare indisturbati a leggere per ore e ore.In tutte le librerie, non mancava l’angolo dedicato al “Middle East”, nel quale, per rispetto alla “par condicio” (i britannici ci tengono a queste cose), figuravano volumi sia di autori arabi e palestinesi che ebrei e israeliani. Gli scaffali deputati a offrire il punto di vista israeliano, però, erano quasi tutti pressoché completamente occupati dagli innumerevoli volumi pubblicati da Ilan Pappé, che, lasciato Israele (dove, a suo dire, si sentiva perseguitato dall’ambiente accademico e culturale) per il Regno Unito, è diventato, Oltremanica, un’indiscussa star, andando a ricoprire molteplici incarichi di alto prestigio (quali Direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina, dell’Exeter Center di Studi Etno-politici ecc.). Evidentemente preso da nostalgia per la lontana madrepatria, in Inghilterra Pappé non fa altro che scrivere di Israele, dedicando al tema una serie di libri che sono dei veri e propri capolavori di equilibrio, moderazione, obiettività: tutti volti a descrivere l’orrore del ‘muro’, la brutalità dei soldati israeliani, la mostruosità della “pulizia etnica”, la violenza dei coloni, la crideltà della repressione ecc. I proiettili israeliani, spiega Pappé, fanno male, feriscono, uccidono. Forse Pappé non nega che anche gli altri proiettili siano nocivi, non so dire, non ne parla mai.I libri hanno tutti belle copertine colorate: ne ricordo uno, in particolare, con una serie di soldatacci israeliani, armati fino ai denti, uno dei quali guarda sorridente (ma sembra un sorriso beffardo, cattivo…) un povero bambinello palestinese. Sui risvolti di copertina, l’autore è sempre presentato come: “il maggior storico del mondo sul conflitto israelo-palestinese”, “il più coraggioso degli studiosi israeliani”, “l’unico che dice la verità” ecc. ecc.Dopo avere sfogliato le pagine degli innumerevoli libri di Pappé, il lettore, se non si è ancora stancato, può quindi passare alle pagine degli studiosi palestinesi, che dicono, ovviamente, le stesse cose (probabilmente in tono un po’ più moderato, non so, onestamente non ci sono arrivato, la visone dei volumi di Pappé mi prendeva troppo tempo).Questo è il quadro del Medio Oriente offerto al lettore inglese. E a questo punto, ovviamente, si dovrebbe passare a parlare del tema del “Selbsthass”, l’“odio di sé” di cui più volte, con svariate argomentazioni, si è trattato su queste pagine. Ma confesso che è un argomento che mi mette a disagio, dal momento che mi sembra presupporre una sorta di “obbligo fedeltà” alle proprie origini, al proprio popolo, alla propria nazione. E può diventare, in ogni caso, un discorso ambiguo, scivoloso, dai connotati vagamente razzisti. Se la libertà è il valore supremo, si può odiare anche la propria patria? E si può impedire di farlo? La Corte Suprema degli Stati Uniti, in una famosa sentenza, ha stabilito che si può bruciare la bandiera americana, perché essa, proprio in quanto simbolo della libertà, concede anche la libertà di bruciarla.Pappé esercita la sua libertà di odiare, di bruciare la sua (o ex sua) bandiera. Non so, e in fondo non mi interessa, se si tratti di un “odio di sé”, quel che è certo è che, per esprimere il suo sentimento, lo studioso calpesta disinvoltamente i più elementari parametri dell’obiettività storiografica. Parafrasando il detto, “amica veritas, sed magis amicum odium”.Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it/

Al di là delle comprensibili tattiche politiche, sono davvero inquietanti le parole che il premier greco Samaras ha rilasciato al quotidiano tedesco Handelsblatt. Con le prospettive di crescita economica più vicine al 2020 che al 2010, l’Europa rischia davvero il ritorno di estremismi nazionalistici capaci di minare alla base il progetto inaugurato dai padri fondatori nel dopoguerra. E non credo sia faziosità partitica, per un ebreo, denunciare questo rischio ed indicare chiaramente quali siano  partiti o movimenti in netto contrasto con l’etica ebraica, che nella sua problematicità, mantiene come nucleo originario quel rispetto dell’Altro che si è posto alla base dello sviluppo, in senso democratico, dell’Occidente. Nessuno dice che un ebreo debba aderire a una prospettiva liberale o socialista, o chissà quale altra. Ma sulla ferma condanna di partiti xenofobi (dove, per coerenza, va compresa anche l’islamofobia) e razzisti, mi pare si dovrebbe essere tutti d’accordo. Se non altro per non contraddire l’istinto universale di autoconservazione. Davide Assael, ricercatore  http://www.moked.it

mercoledì 10 ottobre 2012

Comunità Ebraica di Milano – Assessorato alla Cultura Gruppo Sionistico Milanese / Il Nuovo Convegno

Presentazione del libro biografico “Enzo Sereni, L’Emissario” casa editrice Le Chateau di Aosta.La vicenda umana, politica, esistenziale di una figura del Novecento ebraico italiano e internazionale.Il fuoco nella mente Le scelte di vita e le molte vite di Enzo Sereni Mercoledì 10 ottobre 2012 / 24 tishrì 5773 – ore 20.30 Aula Magna A. Benatoff della Scuola Ebraica – Via Sally Mayer 2 – Milano Intervengono: Marco Brunazzi e David Bidussa Conduce e modera: Stefano Jesurum
Enzo Sereni, nato a Roma nel 1905 da Samuele Sereni e Alfonsa Pontecorvo, con la moglie Ada nel 1927 si trasferì in Eretz Israel dove fondarono il kibbutz Ghivat Brenner. Quando scoppiò il secondo conflitto mondiale, Enzo andò a combattere contro i nazisti. Paracadutato in Italia, fu catturato dai tedeschi e deportato a Dachau, dove morirà. Ada, tornata in Italia a cercare il marito, ignara della sua sorte, si dedicò con energia e passione all’espatrio clandestino degli ebrei in Palestina, l’Alyah Beth.
Enzo  Sereni, “Ebreo-italiano-filosofo-manovale-socialista”
di Maria Luisa Moscati Benigni
“Ebreo-italiano-filosofo-manovale-socialista”, così venne subito definito Enzo Sereni, nella borgata di Rehovot dove venne assunto come operaio giornaliero in un aranceto quando, sul finire del 1926, fece l’ Aliàh con la moglie Ada Ascarelli e la piccola Hana di pochi mesi.Enzo, rampollo dell’alta borghesia romana era figlio di Samuele Sereni medico del Re d’Italia, e di Alfonsa Pontecorvo. Aveva due fratelli: il  minore Emilio, storico, sarà il primo membro del PCI ad essere eletto ministro nel primo governo postbellico, il maggiore Enrico, scienziato legato al movimento antifascista di “Giustizia e Libertà”, partito come volontario nella prima guerra mondiale, avrà grande influenza nella sua formazione. Fin d’allora, pieno di entusiasmo, Enzo pubblicherà diari ed appunti che dimostrano la grande perspicacia politica di Enzo ragazzo, poi, entrato nella cerchia che Vamba aveva  formato attorno al “Giornalino della domenica” dà vita ad una copiosa produzione letteraria: novelle, poemi, romanzi. Ma il romanzo più bello sarà tutta la sua vita.Con il suo carattere non poteva non infiammarsi  per D’Annunzio, per l’impresa di Fiume e il nascente fascismo, ma sebbene ragazzo, seppe cogliere subito la minaccia alla libertà insita nel fascismo stesso e nei giorni della Marcia su Roma annota:“22 ottobre 1922- Il fascismo infuria, terribile e orribile…Sono stato in giro.. Schifo: non c’è altro da dire..”Ma la lotta cui dedicò tutto se stesso fu per il risorgimento del popolo ebraico che poteva attuarsi solo nella patria antica, in Palestina. Ed è proprio il fratello Enrico, reduce dal Congresso sionistico di Karlsbad del 1921, che gli trasmette il “bacillo” del sionismo, come egli stesso scriverà sulla Rassegna mensile di Israel (luglio-agosto 1931).I suo sionismo non fu, come usava allora negli ambienti dell’Italia ebraica, ideale e spirituale, ma investì e condizionò l’intera sua vita.Fu segretario e animatore del gruppo “Avodà” (lavoro) fondato a Roma da Dante Lattes e Moscè Beilinson, coloro che Enzo considerò i suoi maestri unitamente a Berl Caznelson che gli fu amico sino alla fine.A proposito dello scopo per cui era sorta, il programma diceva: “l’organizzazione Avodà vuole che il risorgimento del popolo ebraico in Erez Israel avvenga mediante la creazione di una libera società ebraica in cui non ci siano né sfruttati, né sfruttatori; che il popolo d’Israele nella Diaspora ritorni ad una vita produttiva ed a una viva cultura ebraica. Per raggiungere tali scopi si vuole: 1) che ognuno consideri se stesso pioniere del risorgimento. 2) che ognuno si renda padrone degli elementi essenziali della viva cultura ebraica, quali la lingua, la letteratura ecc. 3) che ognuno si prepari a stabilirsi in Erez Israel, 4) che ognuno si costituisca un’esistenza produttiva nella Diaspora, 5) che ognuno lavori il più largamente possibile tra le masse della Diaspora onde avvicinarle al lavoro e alla cultura ebraica”.E nel Convegno giovanile di Livorno del 1924, in un’atmosfera pervasa di spiritualismo quasi mistico, dopo aver denunciato la profonda crisi dell’ebraismo nella diaspora, annuncia la sua decisione di trasferirsi quanto prima in Erez Israel per lavorarvi lui stesso con le sue braccia.Scrive Marcello Savaldi in un opuscolo in memoria di Enzo Sereni “Così fu Enzo sino alla fine: l’azione seguiva inevitabilmente il pensiero ed egli era sempre il primo a compiere quanto chiedeva agli altri”.Lo studio era l’altra sua grande passione per cui, conseguita la laurea in filosofia,  inizia una brillante carriera universitaria, assolverà  poi l’obbligo del servizio militare e soprattutto si unirà in matrimonio con Ada Ascarelli, laureanda in Lettere, che con lui divideva il sogno.E fu così che sul finire del ’26 annunciarono alle rispettive sbigottite famiglie la decisione di lasciare la loro normale agiata esistenza per fare l’ Aliàh, la salita a Sion.Con una bimba di pochi mesi si fermarono quindi nella borgata di Rehovot fondata da  russi emigrati  nella prima aliàh di fine Ottocento. Lì trovano lavoro, ma non era questo lo spirito che li aveva spinti  a lasciare Roma, bensì  valori come “visione religiosa della vita, -scrive la stessa Ada Sereni- coscienza morale intesa come responsabilità dell’uomo verso il proprio simile, posizione filosofica avversa al fascismo e a qualsiasi totalitarismo portato a sopprimere la libertà di pensiero e la ricchezza delle diversità umane…”.In quanto a Enzo, uomo di cultura, sentiva prepotente il bisogno di vivere a contatto con i libri  in un ambiente portato alla speculazione intellettuale.La soluzione ai loro problemi venne allorché decisero di creare   un kibbutz:  il kibbutz  Ghivat Brenner (collina Brenner, un ideologo del sionismo socialista) ove, insieme ad altri ventisei giovani  di origine polacca, piantarono cinque tende attorno a due baracche di legno, una per la mensa e attività culturali (ove Enzo aveva sistemato i libri che si faceva spedire dall’Italia), e l’altra per i bambini. E si misero a dissodare la terra (acquistata dal Fondo Nazionale Ebraico), una terra coperta di sassi e di cardi pungenti, senza strada né acqua né luce ma, scrive ancora Ada, “… per noi era una sfida al nostro ideale di creare davvero, con le mani, oltre che con la forza del sogno, una patria per il popolo ebraico” e aggiunge “La gioia era grande, grande per tutti: per l’arabo che aveva venduto cento ettari di terra arida,  incolta e inospitale per diecimila sterline (nel 1926 !) e si faceva i calcoli di quanto avrebbe potuto fare con quella ricchezza insperata, e per noi, ventotto giovani pieni di sogni e di entusiasmo per la nuova società che avremmo creata e volevamo giusta; una società socialista di eguali dove a ognuno sarebbe stato dato secondo le proprie necessità e cui ciascuno avrebbe contribuito con tutte le proprie forze”.E nel frattempo nacque la seconda bimba cui misero nome Agar, la biblica madre di Ismaele da cui discesero le popolazioni arabe: Enzo pacifista da sempre credeva nella possibilità di coesistenza  con gli arabi, in un’integrazione delle società arabe ed ebraiche.Ma i sogni hanno breve durata: sulla Germania si addensa l’ombra del nazismo e Sereni, giunto nel paese, rimane sconvolto constatando come gli ebrei fossero del tutto impreparati ad affrontarlo. Organizza la partenza di interi nuclei famigliari riuscendo persino a trasferire i loro averi, porta in salvo in Palestina centinaia di ragazzi e fonda un’organizzazione, “Hechaluz” che dopo le Leggi di Norimberga sarà in grado di  preparare e trasferire in Erez migliaia di ebrei tedeschi che divennero pionieri attivi nell’opera di costruzione. Continuerà l’opera iniziata tornando in Germania nel ’34 e nel ’36. Raggiunge poi gli Stati Uniti d’America per illustrare alle comunità ebraiche sparse nel paese l’ideale sionista: ricostituire un popolo ebraico in Erez Israel.Al ritorno assiste con gioia all’arrivo di tanti giovani provenienti dall’Italia, anche se la causa di questa ondata di nuovi immigrati sono le famigerate Leggi Razziali emanate nel ’38. Li accoglie nel  suo kibbuz Ghivat Brenner, nella sua casa, insegna loro la lingua, l’organizzazione operaia, le difficoltà della nuova vita.Con lo scoppio della guerra Enzo è di nuovo in Europa per le sue varie missioni sionistiche, lascia Parigi alla vigilia della caduta della città, ha visto che contro Hitler è necessaria l’azione e lui, pacifista da sempre, si arruola.Viene inviato in Egitto a far opera di “chiarimento e disintossicazione” tra i prigionieri italiani, dopo tanti anni è di nuovo a contatto con la lingua, la cultura la storia italiana. Ogni giorno il Giornale d’Oriente pubblica suoi scritti dagli argomenti più svariati, parla alla radio, visita i campi, è instancabile e la cosa infastidisce i funzionari del Comando britannico. Arrestato dalla polizia egiziana per una banale questione di passaporti, vede in questo l’intervento dei suoi stessi mandanti, gli inglesi, e solo dopo dieci giorni di sciopero della fame verrà rilasciato. Fu allora che nell’ozio forzato del carcere, stila un piano di azione di paracadutisti da effettuarsi dietro le linee tedesche in supporto della Resistenza, ma prima che il suo piano possa realizzarsi passeranno quattro anni.Tornato in Palestina si assumerà il compito di compiere una nuova missione questa volta in Iraq dove parlare di sionismo poteva costare la vita. Raduna segretamente giovani ebrei, insegna loro l’ebraico, parla di Erez Israel, una terra dove tutti hanno gli stessi diritti, dove non c’è disparità tra uomo e donna, dove ciascuno trae il sostentamento dalla terra con il lavoro delle sue braccia e dove soprattutto l’ebreo va a testa alta e all’occorrenza sa difendersi. Un mondo insomma lontano secoli dalla loro condizione attuale.E come quelli giunti dalla Germania e dall’Italia anche i giovani ebrei iracheni suoi “discepoli” andranno ad ingrossare le file di coloro che giunsero a lavorare per costruire una patria in Erez Israel.Eppure, nonostante i mille impegni, non si distaccherà dai suoi amati libri trovando il tempo di soddisfare la sua necessità spirituale di approfondire, studiare, meditare.Né smise mai di lottare per l’unità politica della classe operaia: gli interessi di tutti gli operai sono uguali e le divisioni tra loro favoriscono l’insorgere e il trionfo della reazione come spiega nel suo studio sulle “Origini del fascismo”.Intanto il Comando britannico si dichiara pronto a realizzare il progetto esposto da tempo e acconsente a paracadutare in territorio nemico i giovani ebrei palestinesi perché vi svolgessero la doppia azione a favore degli Alleati e dei fratelli ebrei.Enzo Sereni è tra loro, è giunto il momento di tornare in quell’Italia da cui era fuggito in tempo di pace. Con altri dell’Haganà e del Palmàch (formazioni paramilitari  ebraiche semiclandestine sorte per difendere il  kibbutz da assalti notturni degli arabi e dai soprusi degli inglesi) organizzerà lanci di armi e viveri dietro le postazioni tedesche per aiutare   gruppi partigiani ad organizzare la resistenza unitamente agli ebrei rimasti nascosti,  portandoli in salvo in Palestina.  Durante uno di questi lanci, in territorio fiorentino, un colpo di vento dirottò il suo paracadute e finì in mano tedesca, era il 15 giugno del ’44. Nel kibbutz aveva lasciato la moglie Ada e tre figli.Deportato, di lui la moglie ebbe   notizie solo a guerra finita:  seppe che  nell’ottobre del ‘44 era ancora vivo, sorvegliato speciale  nel   campo di sterminio di Dachau, poi più nulla. Solo molto più tardi, dall’archivio del campo emerse il suo atto di morte: 18 novembre 1944.Anche lei, lasciati i figli in Palestina, sarà, nella stazione di Milano,  fra quelli che issavano cartelli col nome dei loro cari scomparsi alla ricerca  di  notizie sperando, inutilmente, nel miracolo del ritorno.E’ a questo punto che venne invitata ad entrare nell’organizzazione del Joint,: era particolarmente adatta perché parlava italiano, aveva molte conoscenze, era  forte e decisa, con una volontà di ferro e sarà lei che tra l’estate del ‘45 e il maggio del ‘48 riuscirà ad organizzare la partenza clandestina di   oltre quaranta navi dalle coste italiane, portando verso Erez Israel  almeno 25.000 profughi  continuando così l’opera intrapresa dal marito, ma questa è un’altra storia, un’epopea che ha il sapore della leggenda. 
Dalla lettera ai figli: Cari figli,
… il pianto non serve, e non serve neppure il digiuno, il pianto, il digiuno, le preghiere in pubblico non servono a niente se non sono accompagnate dai fatti… Noi dobbiamo essere completamente ebrei (cioè indipendenti), non perché i tedeschi hanno compiuto stragi o i russi non ci hanno trattato con giustizia o gli inglesi non hanno mantenuto le loro promesse. Noi dobbiamo essere ebrei poiché nessun popolo può esistere, se non conserva il suo carattere nazionale e culturale…  Ma una guerra come la nostra non può  e non deve essere accompagnata dall’odio… io desidero che educhiamo i nostri giovani ad odiare il male. Ma l’odio che io voglio provocare e coltivare è l’odio al concetto, al regime e non agli uomini. Per un socialista deve essere sempre chiaro che è proibito confondere l’odio verso il regime con l’odio verso l’uomo, poiché l’amore per l’uomo, e sia anche questi un delinquente ed un criminale, precede ogni altro sentimento…Ricordiamoci sempre che questa guerra è una guerra che si combatte per eliminare la guerra; e perciò deve concludersi con l’amore verso il vinto e col tentativo di introdurre anche lui nella nostra società…
- e a proposito del futuro aggiunge –  Noi dobbiamo prepararci ad una nuova Alià e dobbiamo prepararci ad accogliere i nuovi olim. Siamo pronti a questo compito?… Spesso sono dei frammenti umani, privi di forza e di volontà, tranne forse la volontà di fuggire dall’inferno. Sapremo amarli così come sono? Sapremo scorgere in loro la scintilla di luce umana che certamente è nascosta nel loro interno? 27 dicembre 1942 http://www.mosaico-cem.it/

martedì 9 ottobre 2012

Palestina, l'Oktoberfest di Taybeh la birra che finanzia scuole e ospedali

TAYBEH - Oktoberfest in Medio oriente. Una città festeggia oggi con una grande sagra popolare il successo di una birra, prodotta da una delle più tenaci ed antiche comunità cristane cattoliche di Israele. Quella di Taybeh. Una scommessa imprenditoriale vincente e che sta guadagnando fette di mercato sempre più ampie. Che questo villaggio della Samaria sia visitato da turisti e pellegrini è sempre meno infrequente. Anche perchè questa cittadina samaritana è, da sette anni, un piccolo fenomeno da studiare. Uniti sotto la guida di padre Raed Abusahlia, il parroco cattolico, e con la collaborzione di tutte le autorità religiose, a Taybeh producono una birra che consente loro di fare cose notevoli. A beneficio di cristiani e musulmani dei villaggi vicini. Assistenza agli anziani, istruzione, assistenza sanitaria ed una casa per partorire: Taybeh si è attrezzata, con i proventi della birra, ma anche della produzione di olio e di ceramiche (come la tipica lampada a forma di colomba della pace) finanzia una casa del parto. Qui non si chiede se una donna sia musulmana, cristiana o - anche israeliana. Come recitava una scritta all'ingresso dell'ospedale napoletano degli Incurabili, anche a Taybeh non importa chi tu sia: basta tu abbia le doglie e sarai assistita. Tutto con una birra. Tra l'altro effettivamente tanto buona da meritarsi l'etichetta «the finest in the Middle East» . Gli organizzatori parlano di ventimila visitatori ad oggi, quarantamila con la serata di chiusura, stasera. http://www.ilmattino.it/
 

Bordighera: inziati alla Palestra Dennis i Corsi di Krav Maga, autodifesa israeliana

Sono iniziati presso la Palestra Dennis Universe di via San Lorenzo, 4, a Bordighera, i corsi e gli insegnamenti di Kick Boxing, autodifesa israeliana.Il Krav Maga è un metodo di combattimento israeliano nato in ambienti ebraici dell'Europa centro-orientale e sviluppatosi nella stessa Israele durante la prima metà del XX secolo.La parola Krav Maga, in ebraico moderno, significa letteralmente "combattimento con contatto".La traduzione più utilizzata è comunque "combattimento corpo a corpo". Anche se viene spesso indicato come stile di combattimento finalizzato alla difesa personale, in realtà il Krav Maga ha una componente offensiva che spesso prevede di attaccare l'avversario prima di essere attaccati. Pier Rossi, http://www.bordighera.net

Noa e Piovani, insieme in Israele

La cantante ospita il maestro e porta in scena cinema italiano
(ANSA) - TEL AVIV, 07 OTT - Un premio Oscar e una grande interprete: insieme - complici le note di 'La vita e' bella' - hanno incantato ieri sera il pubblico di Rishon Lezion (centro di Israele) in un concerto che ha portato l'Italia sul palcoscenico. L'Italia delle musiche per il cinema (dai fratelli Taviani, a Nanni Moretti, Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore, Federico Fellini) composte da Nicola Piovani e le canzoni di Noa, sospesa tra occidente e oriente, fusa in un mix etnico unico.

Israele: drone abbattuto, dito puntato contro Hezbollah
    di  .http://www.atlasweb.it/
Sabato notte (ora locale) un velivolo sconosciuto senza pilota, ha violato lo spazio aereo israeliano dopo aver proceduto dal Mediterraneo, vicino alla costa di Gaza. In brevissimo tempo, due caccia israeliani hanno intercettato e affiancato il drone, scortandolo in volo fino ad una zona isolata a sud del Monte Hebron, nel deserto del Neghev, dove è stato abbattuto. Questa la ricostruzione dei media locali.I resti del drone, spiega un alto portavoce dell’Israel Defense Forces (), il generale Yoav Mordechai, sono già stati localizzati. Il velivolo, che sarebbe rimasto nello spazio aereo israeliano per meno di trenta minuti e che avrebbe percorso 56 chilometri, non trasportava esplosivi e non proveniva da Gaza, come era invece stato ipotizzato da altre testate online. Il funzionario non ha precisato come il drone sia stato abbattuto, limitandosi a dire che la località desertica è stata scelta per “ragioni di sicurezza”.Proprio ieri nella di Gaza il ministero dell’Interno del governo di Hamas ha annunciato di aver condotto una grande esercitazione militare: “Una normale esercitazione, programmata da tempo e in linea coni nostri obiettivi, e cioè mantenere la sicurezza e la stabilità nella territorio”.Ynetnews, edizione on line di un quotidiano israeliano, riferisce che il drone, di “possibile fabbricazione iraniana”, sarebbe stato inviato per “spiare” il reattore nucleare di Dimona, sempre nel Neghev, in caso di un attacco futuro. E se in molti hanno guardato all’Iran per ricercare la paternità del drone, la televisione libanese Al-Mayadeen ha sostenuto che il drone appartenesse al gruppo di resistenza libanese Hezbollah. Un’ipotesi sulla quale il movimento libanese non ha ancora ufficialmente detto niente ma che, secondo alcuni, troverebbe conferma nei caccia israeliani che, come sostiene Al Arabiya, starebbero sorvolando a bassa quota i cieli libanesi.I vertici IDF, continua Ynetnews, non sospettavano “minimamente” che Hezbollah, il noto gruppo militante libanese sciita, disponesse della tecnologia sufficiente per utilizzare un drone su una lunga distanza. I tecnici militari stanno cercando di determinare se il drone fosse controllato a distanza dal Libano o dallo spazio tramite un sistema di navigazione satellitare (GPS). Nel caso in cui venisse confermata la seconda ipotesi, il mezzo sarebbe dovuto tornare alla base o esplodere in mare.“ è consapevole delle capacità tecnologiche di Iran e Hezbollah. La domanda cui ora dobbiamo rispondere è la seguente: come rispondere a questa infiltrazione? Nel caso di lanci di missili di Hezbollah dal Libano abbiamo subito risposto coi fatti, e cioè con l’azione militare”, ha detto al quotidiano un alto funzionario della sicurezza, rimasto anonimo.Anche la Radio dell’esercito israeliano avanza l’ipotesi di Hezbollah: il velivolo potrebbe aver fatto un lungo giro prima di violare lo spazio aereo israeliano avanzando dalla costa vicino Gaza.Sulla questione sono intervenuti anche il primo ministro Benjamin , che ha ringraziato le forze di sicurezza per l’eccellente copertura difensiva, e il ministro della Difesa Ehud , che sta già esaminando una “risposta adeguata”.Nell’agosto del 2006, al termine della Seconda guerra del Libano, i caccia israeliani avevano intercettato due droni Abadil di Hezbollah. Entrambi erano stati abbattuti: uno sul mare nello spazio aereo libanese, l’altro a nord della città israeliana di .Ieri, invece, alcuni media iraniani hanno sottolineato come il caso del drone abbattuto in territorio israeliano evidenzi le debolezze del sistema difensivo di Tel Aviv, criticando in particolare il tanto osannato sistema di difesa missilistico Iron Dome, che, secondo i vertici militari israeliani, sarebbe in grado, in maniera automatica e autonoma, di intercettare la maggior parte dei missili che dovessero essere lanciati contro Israele in caso di conflitto regionale.


Dopo la morte di Shlomo Venezia, le farneticazioni negazioniste. Che in Italia non possono essere punite

 di MARIO PIRANI 8 ottobre 2012 La Repubblica
Nella notte del  1° ottobre è morto a Roma Shlomo Venezia 1 all'età di 89 anni. Era una figura storica. Degli ebrei tornati da Auschwitz,  figurava tra i pochissimi  -  una diecina in tutto  -  sopravvissuti dopo l'ultimo, atroce soggiorno in attesa della morte in un Sonderkommando, le squadre di internati che nel lager, prima di essere uccisi a loro volta,  erano obbligati alle ultime operazioni di smaltimento e cremazione dei cadaveri delle vittime dei forni. Venezia si era salvato in extremis. Su questa esperienza inumana aveva scritto un libro, ma più importante di ogni iniziativa, in cui fu coinvolto dopo la guerra con i suoi compagni, furono le testimonianze davanti ai tribunali alleati in cui essi comprovavano per visione diretta le caratteristiche delle camere a gas e le operazioni di sterminio.  Per questo le celebrazioni per la sua morte,  sono state particolarmente sentite dall'ebraismo romano, dall'antifascismo  e dalle rappresentanze dei sopravvissuti.  La cronaca non sarebbe completa, però, se lasciassimo passare sotto silenzio come i siti nazifascisti, la cui immonda propaganda , potenziata con vasta eco dal web si siano subito fatti vivi. Ecco come si è espresso il portavoce di uno dei siti più virulenti: "Morto il falsario olo-sopravvissuto Shlomo Venezia!"In un sottofondo di musiche e canti di gioia lo speaker ha aggiunto: "Quando muore un sopravvissuto sono sempre triste: le loro comiche cazzate mi divertono molto! Comunque pare morendo abbia esalato un ultimo grugnito...". Altre emittenti hanno corredato i concerti con  brani in cui gli utenti della rete , trasformati dalla recente tecnologia Web 2.0  in creatori di contenuti, hanno tratto nuova linfa da vecchie canzoni. I brani 'caricatì su piattaforme o forum dei simpatizzanti, vengono quasi sempre corredati da commenti di inaudita brutalità e da trasformazioni repellenti di Celentano ed altri. Qualche esempio. "Con 24.000 ebrei quanto sapone ci farai... Se ne rimane pure uno vivo ci farai pure il detersivo". Una delle band che ha dedicato un album a Zyclon B (dal nome del  veleno utilizzato nelle camere a gas) contiene strofe ributtanti su Anna Frank: "Anna non c'è, è andata via/ l'hanno trovata a casa sua, / nella soffitta di Amsterdam, ora è sul treno per Buchenwald! / Un bel treno prima classe / lì nei confini del terzo Reich / e poi s'aprono le porte: /  Avanti scendi adesso, che fai? / Ti chiudi dentro al cesso? No, Non puoi !/ Il capolinea è questo, non lo sai? / E segui quella fila di giudei, di giudei!".L'antologia diffusa via Web è troppo disgustosa per dilungarsi con altri esempi. Piuttosto vogliamo fare il punto sulla Convenzione di Budapest, che con legge 18 marzo 2008, introduce norme internazionali sulla criminalità informatica sotto le sue varie forme e  stabilisce le necessarie modifiche ai codici di procedura penale dei paesi aderenti. L'Italia ha sottoscritto la Convenzione ma non ancora ratificato le norme applicative e, soprattutto, non ha firmato il breve ma importante Protocollo aggiuntivo che inserisce fra i crimini informatici anche qualsiasi forma di antisemitismo e razzismo sotto veste Web. La discussione, tipica del formalismo giuridico italiano, si è impantanata nella inclusione o meno del negazionismo, tra i crimini perseguiti, nel timore che questo apra infiniti e devianti contenziosi sulla libertà di espressione.  La discussione vede , da un lato, gli esperti del ministero della Cooperazione internazionale, Riccardi, favorevole a una condanna generalizzata e, dall'altra, i giuristi del ministero di Giustizia, pur guidato da una specchiata figura dell'antifascismo, come Paola Severino, che impersonò la parte civile contro  Priebke, che si mostrano restii ad inserire il negazionismo tra i reati da condannare. Tra l'una e l'altra interpretazione ci guadagnano i nazisti, perché nel frattempo, il Protocollo aggiuntivo di Budapest, non viene ratificato dal nostro Paese. 
 



 

lunedì 8 ottobre 2012

Champions di scacchi, padovana l’unica squadra italiana

Obiettivo Risarcimento, squadra di scacchi padovana doc, sarà l’unica rappresentativa italiana all’European club cup 2012 che si terrà dal 10 al 18 ottobre in Israele, a Eilat. Si tratta di una sorta di “Coppa dei campioni” degli scacchi.All’open parteciperanno trentaquattro squadre provenienti da Germania, Francia, Belgio, Monaco, Russia, Bielorussia, Repubblica Ceca, Inghilterra, Finlandia, Svezia e Svizzera. Oltre, naturalmente, al Paese ospitante. Fra le fila della formazione padovana militano anche Hikaru Nakamura, statunitense, quarto nella classifica mondiale dei migliori scacchisti, Kiril Georgiev, grande maestro bulgaro, e Michele Godena, campione italiano..........................http://www.padovaoggi.it/

 


Barcellona-Real Madrid, Messi sfida Ronaldo nel clasico. Il caso Shalit
 Messi contro Cristiano Ronaldo, Vilanova contro Mourinho, fantasia catalana contro tradizione madrilena, capolista contro campioni in carica, al momento sesti in classifica: ai molti, consueti motivi diinteresse del clasico, che opporrà domenica alle 19.50 al Camp Nou Barcellona e Real Madrid, si aggiunge questa volta un'inedita querelle politico-diplomatica, che cala la massima sfida del calcio spagnolo nel tormentato scenario mediorientale. Quella che sembrava un'iniziativa di conciliazione ed equidistanza del club blaugrana - l'invito ad assistere al match rivolto ad esponenti israeliani e palestinesi - si è rivelato invece un autogol. Mahmud al Sarsak, stella del calcio palestinese, per tre anni agli arresti in Israele perché sospettato di attività terroristiche, non sarà spettatore al Camp Nou: motivo, la presenza in tribuna di Ghilad Shalit, il militare israeliano per cinque anni prigioniero di Hamas a Gaza.«Mi rifiuto di sedere nello stesso posto di un assassino giunto con un carro armato», ha detto lunedì in conferenza stampa al Sarsak, tornato in libertà nel luglio scorso dopo tre mesi di sciopero della fame. E non è bastato a convincere il calciatore di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, l'invito rivolto dal Barca - e a quanto sembra accettato - al rappresentante palestinese in Spagna, Mussa Amer Odeh, e al presidente dell'Associazione calcio palestinese, Jibril Rajub.
Domenica sera, dunque, riflettori non solo sul campo ma anche sulla tribuna d'onore......................http://www.ilmessaggero.it/


La storia della guerra dello Yom Kippur

di Davide Maria De Luca
L'articolo è molto lungo. Chi fosse interessatop può andare a questo indirizzo: http://www.ilpost.it/2012/10/06/la-storia-della-guerra-dello-yom-kippur/

Nave «pacifista» vuol forzare il blocco israeliano a Gaza E De Magistris la sostiene 

È partito ieri pomeriggio da Napoli, con l'intenzione di forzare il blocco navale israeliano davanti a Gaza, il veliero «Estelle», parte di quella terza «flottiglia della libertà» che si propone di sollevare davanti al mondo il problema delle condizioni di vita dei palestinesi della Striscia.  La «flottiglia» si presenta come un'iniziativa pacifista, e le 17 persone a bordo intendono consegnare a Gaza un carico «umanitario» che comprende sacchi di cemento, palloni e altri generi di cui si presume ci sia necessità in loco a causa del blocco imposto da Israele alla Striscia nel giugno 2006 dopo il rapimento di un suo soldato.Ma nessuno dimentica quello che accadde due anni fa a una nave turca parte della prima flottiglia (maggio 2010), attaccata dalla marina israeliana dopo il suo rifiuto di fermarsi ai limiti delle acque territoriali: i soldati saliti a bordo furono violentemente aggrediti e reagirono uccidendo nove persone. L'anno scorso, invece, fu il governo greco a bloccare la partenza della seconda flottiglia, e il progetto abortì.Quest'anno la «Estelle» è partita in giugno dalla lontana Svezia e pochi giorni fa è giunta a a Napoli. Le autorità israeliane hanno contattato i governi dei Paesi dove la nave è passata e quelli delle nazionalità cui appartengono i partecipanti all'iniziativa (Canada, Norvegia, Svezia, Stati Uniti e lo stesso Israele), allo scopo di fermarli. Questo sulla base del fatto che l'intenzione dichiarata è di infrangere la legge. «Nessuno fermerà la nostra nave, nemmeno arrivati lì ci fermeranno se non con la violenza o l'arresto», ha infatti detto Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden, organizzazione filopalestinese che appartiene alla Freedom Flotilla. Feiler, che ha origini israeliane, evita di pensare a cosa potrà accadere una volta arrivati a destinazione. «Ero anche sulla prima nave della Flotilla, quando gli israeliani spararono a nove attivisti, ma non mi sono fermato». Feiler ha preso parte anche alla seconda missione, «sono stato picchiato e nemmeno questo mi ha fermato». Ci fermeremo solo quando «riusciremo a portare a termine la missione».Gli inviti del governo israeliano non hanno sortito effetto su Luigi De Magistris, sindaco di Napoli: la sua amministrazione ha invece appoggiato ufficialmente la «Freedom Flotilla». De Magistris nega che si tratti di un'iniziativa favorevole a Hamas, il movimento integralista islamico che governa la Striscia di Gaza. Rispondendo a un'interrogazione parlamentare del senatore del Pdl Luigi Compagna, De Magistris ha parlato di tentativi di strumentalizzazione politica, ha detto che «Napoli non si fa intimidire da queste interrogazioni parlamentari» e ha assicurato che «non è un'iniziativa pro Hamas, ma pro popolo della Palestina, pro palestinesi che si trovano nella Striscia di Gaza e pro due Stati che possano vivere vicini in pace e sicurezza». É però diffusa l'impressione di una scelta a favore di un pacifismo a senso unico, tanto che a Napoli si è formato un movimento di protesta denominato «Non in mio nome», che accusa a tal proposito il sindaco di «uso distorto, arrogante e superficiale dell'istituzione pubblica “Comune”».L'equipaggio della «Estelle» conta di giungere in vista di Gaza tra due settimane ed è facile prevedere un confronto deciso con la Marina israeliana. Ieri intanto, un insolito episodio è avvenuto nello spazio aereo israeliano. Un drone proveniente dal Mediterraneo a poca distanza da Gaza è stato intercettato da due F16 dell'aviazione dello Stato ebraico che lo hanno affiancato, accompagnandolo fino ad una zona isolata a sud del Monte Hebron dove è stato abbattuto. Il Paese di provenienza dell'aereo senza pilota non è stato ancora identificato: si ipotizza che sia il Libano. Già nell'agosto del 2006 l'aviazione israeliana intercettò due droni degli Hezbollah. Uno fu abbattuto sul mare nello spazio aereo libanese, mentre il secondo fu colpito a nord della città israeliana di Haifa.http://www.ilgiornale.it/

7 FILM ITALIANI AL FESTIVAL DEL CINEMA DI HAIFA

(AGI) - Tel Aviv, 5 ott. - Sono sette i film italiani che in questi giorni vengono proiettati in Israele nell'ambito della 28esima edizione dell'Haifa International Film Festival (Iff), il piu' importante appuntamento nel Paese per appassionati e addetti ai lavori. Il Bel Paese schiera alcune delle pellicole piu' recenti che hanno ottenuto un vasto successo di pubblico e di critica, come 'Romanzo di una strage' di Marco Tullio Giordana e 'Reality' di Matteo Garrone. In programma anche 'A.C.A.B.: All Cops Are Bastards' di Stefano Sollima, 'Padroni di casa' di Edoardo Gabbriellini e 'Io sono Li' di Andrea Segre, una storia poetica e toccante sull'immigrazione cinese nel Nordest che ha visto la sua protagonista Zhao Tao vincere il David di Donatello 2012 come miglior attrice protagonista.Ma non mancano alcuni classici come 'Viaggio in Italia' di Roberto Rossellini e 'Io e te' di Bernardo Bertolucci. La partecipazione italiana e' stata organizzata in collaborazione con l'Istituto di cultura di Haifa. La kermesse, che si chiudera' lunedi' 8 ottobre, si svolge nella splendida cornice del Monte Carmelo: sono 280 quest'anno le pellicole da tutto il mondo in cartellone che richiamano migliaia di persone da dentro e fuori i confini di Israele.

La storia della nostra vita (in Israele la ricordiamo in una capanna)

In Israele questo é il periodo delle feste. Ormai stanno volgendo al termine e il paese si appresta a tornare alla routine quotidiana. Abbiamo iniziato con Rosh Hashanah, il capodanno ebraico. Poi c’è stato Kippur, il giorno dell’espiazione. Ed ora Sukkot; la festa delle capanne. La festa di Sukkot ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il loro viaggio verso la terra promessa, la terra di Israele. Durante il loro pellegrinaggio nel deserto essi vissero in capanne. E’ usanza che ogni famiglia costruisca una capanna e che trascorra parte della giornata all’interno di questa, compreso i pasti. E’ scritto nella Torah: “Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto”. (Levitico 23;42-43) Quando vi sedete a tavola per la cena di Sukkot, guardate le persone intorno a voi. Guardate i vostri figli, che vi guardano come se avessero qualcosa di meglio da fare, ma la verità è che stare con la propria famiglia è la cosa migliore che possiamo fare durante queste feste. Guardate vostra madre; non sarà a suo agio fino a quando il suo piatto speciale sarà servito. Cammina in cucina e torna al tavolo, avanti e indietro, come se avesse paura che se si sedesse non sarebbe più in grado di rialzarsi; la cena che offre fa capire quanto sia innamorata dei suoi figli. Guardate vostro padre che siede a capotavola, trasmette serenità e quel senso bellissimo di protezione a tutta la famiglia. Guardate i vostri fratelli o sorelle, rappresentano il più bel legame che avete con il passato e le uniche persone che faranno sempre parte del vostro futuro. Guardate la persona con cui avete scelto di vivere, vostro marito o vostra moglie. Li avete scelti, tra l’altro, per momenti come questi. Perché sarà pure bellissimo partire per un viaggio romantico a Parigi, ma avere una famiglia, proteggere i vostri figli, provvedere per la vostra famiglia e amare la persona che stava con voi in trincea durante una guerra chiamata vita, questo si che è una vera storia d’amore. Pensate poi a quelli che mancano, poiché la tavola della feste è sempre piena di gioia, ma è anche piena di ombre tristi; c’è sempre un ricordo di chi non è seduto alla nostra tavola ma che vorremmo fortemente. Guardate voi stessi in base a chi siete e a cosa voi rappresentate: un padre o una madre, un marito o una moglie, un figlio o un nipote, a volte si è tutti questi insieme. Tutti volti di Eretz Israel.Guardate tutto questo e cercate di raccontare a voi stessi la storia della vostra vita. Ed ecco il mosaico di questa nazione: milioni di storie che provengono da lontanissime parti di questo pianeta. Perché la storia del nostro esilio è la storia di milioni di persone che si ritrovano tutti seduti alla stessa tavola durante queste feste a testimonianza di come le tradizioni che l’ebraismo ci ha dato, ci abbiano protetti e portati fino a qui; il nostro ritorno a Sion è una, cento, mille, milioni di storie bellissime ma difficili. In ogni strada nello Stato di Israele, in ogni collina e in ogni angolo di questo paese c’è una storia. Sono tutte storie che fanno di questo paese un miracolo, un vero miracolo quotidiano di cui spesso ignoriamo l’importanza. Perché se lo Stato di Israele in questi giorni è pieno di capanne, abbiamo dimenticato che Israele stesso è una grande capanna che ci protegge.Le storie sono tutte diverse tra loro, e sono tutte uguali. Le storie dei moderni abitanti di Tel Aviv o dei i religiosi residenti delle colonie della Cisgiordania, le storie degli idealisti-socialisti dei Kibbutzim o degli ebrei di origine e cultura europea o le storie degli ultra ortodossi con i loro rigidi costumi. Pensate a voi stessi come un capitolo di questo enorme ed infinito libro.Non dimenticate la vostra storia, siatene fieri poiché la “vostra storia” è un tassello fondamentale di un mosaico chiamato Israele. La storia di ognuno di noi è la storia di chi ha trovato in sé la forza di creare un mondo migliore, perché la terra degli ebrei è terra di tolleranza e di speranza, terra di guerra che vuole la pace.Dobbiamo sederci a tavola e ricordarci della nostra storia, fare una fotografia delle persone che sono sedute e che erano sedute alla nostra tavola perché probabilmente con il tempo le persone si dimenticheranno di questo miracolo in cui gruppi di giovani, famiglie e persone di talento sono venute qui a vivere e hanno creato un paese in cui la vita di ognuno ha un senso profondo.La nostra storia è nelle nostre mani. Noi pensiamo che le circostanze ci controllino, ma non è così. Chi siamo e le decisioni che prendiamo determineranno ciò che la gente dirà di noi tra un secolo.Inoltre durante questa festa suggestiva, Dio ci dice di portare e di unire quattro specie: “E porterete nel primo giorno un frutto dell'albero hadar e rami di palma e un ramo dell’albero di mirto e salici del ruscello e vi rallegrerete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni”. Mettendo simbolicamente insieme queste piante, impariamo un’importante lezione di unità e fratellanza. Il cedro presenta sia gusto delizioso sia aroma fragrante, così allo stesso modo ci sono ebrei istruiti nella Torah e protagonisti di azioni positive nella loro vita. Così come il lulav (dattero) è di buon gusto, ma non ha fragranza, così ci sono in mezzo a Israele persone immerse nella Torah, ma incapaci di fare buone azioni verso il prossimo durante la loro vita. Come il mirto non ha gusto, ma produce una meravigliosa fragranza, così ci sono ebrei che anche se sono ignoranti e non si preoccupano minimamente della religione, sono occupati in buone azioni, rispettano e amano il prossimo. E come il salice non ha né gusto né odore, così ci sono ebrei ignoranti della Torah, dell'ebraismo ed incapaci di fare buone azioni per se e per gli altri. Però, solo quando tutti gli ebrei stanno insieme e sono legati strettamente tra loro come le spezie, la pianta e il frutto che uniamo a Sukkot, allora abbiamo “Am Israel” (il popolo di Israele).Perché ogni giorno, il popolo di Israele si sveglia e decide di scrivere all’interno di un libro intitolato Israele, la storia della propria vita.Leonardo Aseni, http://www.linkiesta.it/


Israele: vendesi 'balcone' di Herzl, emiro Qatar in corsa

(di Massimo Lomonaco) (ANSAmed) - TEL AVIV, 5 OTT - La foto e' passata alla storia: Theodor Herzl, padre del sionismo, affacciato al balcone di un albergo di Basilea: lo sguardo fisso verso l'orizzonte oltre il fiume Reno, mentre immagina un futuro per il popolo ebraico. Ora quel balcone appartenente alla stanza 117 del Grand Hotel Les Trois Rois, e' in vendita e tra i possibili acquirenti ci sarebbe - secondo quanto riporta la stampa israeliana - la famiglia reale dell'emirato arabo del Qatar.La societa' dell'emiro, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, ha del resto gia' investito centinaia di milioni di franchi svizzeri nell'acquisizione di hotel di lusso nelle citta' svizzere di Berna e Losanna. Herzl - occhi ispirati e folta barba sumerica - fu fotografato nel 1901 sul balcone di quella storica stanza, dove risiedeva mentre in citta' si svolgeva il Quinto Congresso sionista. Era da non molto ritornato da un incontro importante: quello con il sultano Abdul Hamid II, sovrano dell'Impero Ottomano di cui la Palestina era una provincia. Un passaggio di rilievo, visto che in quella parte del regno sarebbe dovuto sorgere 'lo stato ebraico' vagheggiato da Herzl e alla cui realizzazione il giornalista di origini ungheresi stava dedicando la vita. Non a caso, il convegno di Basilea varo' infine la costituzione del Fondo nazionale ebraico, ente a cui fu assegnato il compito di acquistare terreni in Palestina. La potenza evocativa della foto - come e' avvenuto per molte altre - ha colpito nel profondo l'immaginario collettivo ebraico: non c'e' quasi luogo pubblico in Israele dove l'immagine di Herzl affacciato al balcone non sia esposta. Al tempo stesso quella foto ha reso la location un luogo storico: la stanza 117 dell'hotel porta infatti il nome del fondatore del sionismo ed e' diventata un'attrazione turistica per i visitatori di Basilea. L'albergo stesso - uno dei piu' famosi al mondo - e' gia' di per se' un cult: la lobby e le stanze hanno infatti ospitato nel corso degli anni i nomi piu' importanti della storia e della cultura europei, e non solo. Ora pero' - ha spiegato la stampa israeliana citando media svizzeri - l'uomo d'affari Thomas Straumann ha annunciato un piano di dismissioni non solo del 'Les Trois Rois' ma anche di un altro albergo di lusso, il 'Bellevue'. Uno dei potenziali acquirenti - come ha segnalato il giornale svizzero Der Sonntag - sarebbe appunto la societa' d'investimenti immobiliari dei ricchissimi reali del Qatar. Il 'balcone' della celebre foto potrebbe cosi' passare nelle mani di un destinatario che, forse, neppure Herzl avrebbe potuto immaginare. 

Hassan, cameraman ufficiale di Ahmadinejad e informatore della Cia 

Non ha avuto bisogno di parlare, Hassan Gol Khanban. Gli è bastato mostrare ore e ore di filmati su nastri mini-dv e vhs. E poi firmare il documento di piena collaborazione. Che inizierà soltanto quando sul suolo americano metteranno piede la moglie e i figli. «Ora al sicuro in Turchia, ma forse stanno già volando verso gli Stati Uniti».Da Gerusalemme, parte attiva nella vicenda, assicurano – senza mezzi termini – che si tratta del più grande caso di successo dello spionaggio anti-iraniano negli ultimi decenni. Più degl’infiltrati che, una volta entrati dall’Azerbaigian, hanno eliminato – uno dopo l’altro – le figure chiave del programma nucleare di Teheran.La storia è rocambolesca e stupefacente allo stesso tempo. Hassan Gol Khanban il primo ottobre scorso s’è presentato agli agenti Cia di New York e ha chiesto asilo politico. I servizi segreti iraniani l’hanno cercato per ore. Perché Hassan Gol Khanban è il cameraman personale del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L’uomo che più gli è stato a fianco negli ultimi anni. E nella città americana seguiva gli appuntamenti del numero uno di Teheran durante il vertice Onu e tutta la spedizione, 140 uomini in tutto. Fino a quando ha deciso di chiudere con il passato.
Hassan Gol Khanban (nel tondo), l’operatore ufficiale di Ahmadinejad, a New York lo scorso 23 settembre. Una settimana prima di chiedere asilo politico agli Usa consegnando filmati e foto riservati (foto di Gary Krauss/Ap)
Ma quello che manca, in tutta questa storia, è il resto. Che, in questo caso, vuol dire tutto. Perché Hassan, un uomo sulla quarantina ed ex membro basiji (la polizia religiosa), s’è portato con sé decine di filmati, centinaia di foto. «Materiale sensibile». Di più: «vitale, per l’Intelligence di mezzo mondo». In quelle istantanee e in quei nastri ci sono le immagini dei laboratori e dei siti nucleari della Repubblica islamica. Tutto il materiale di cui hanno bisogno Israele e Usa per decidere se la «linea rossa» iraniana sul nucleare è stata superata oppure no.In quelle videocassette – raccontano da Gerusalemme – ci sarebbero tutte le ultime visite ufficiali, e mai trasmesse nella tv di Stato, di Ahmadinejad e dell’ayatollah Ali Khamenei nei siti nucleari e le sedi delle Guardie rivoluzionarie del Paese. «Il più grande e aggiornato archivio sul cuore scientifico e militare del Paese», spiegano da Israele, «arrivato senza nessun intoppo perché nessuno ha mai pensato di controllare le due valigie del cameraman prima di partire per New York».Tra il materiale ci sarebbero anche i laboratori che non sono mai stati fatti visionare agli osservatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna: «il complesso nucleare di Natanz, l’impianto di arricchimento nucleare di Farduz, la struttura militare di Teheran e il centro di ricerca di Amir-Abad». «In molti filmati si vedono scienziati ed esperti spiegare nel dettaglio i vari programmi di ricerca ad Ahmadinejad», raccontano estasiati da Gerusalemme. «La cosa è positiva per due motivi: da un lato ci fornisce prove evidenti su quello che hanno intenzione di fare gl’iraniani», spiegano. «Dall’altro, ci permette di inserire, catalogare e memorizzare nei nostri dispositivi di contro-spionaggio le singole voci dei vertici militari, così da individuarli subito ogni volta che intercettiamo le loro comunicazioni».
Hassan Gol Khanban insieme ai vertici militari iraniani (foto Agenzia Fars)
Dallo Stato ebraico spiegano anche che il primo «contatto» tra Cia e Hassan Gol Khanban abbia avuto luogo esattamente un anno. E proprio quando l’operatore tv si trovava a New York per i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu. È in quei giorni che sarebbe stato convinto dall’intelligence americana a passare dalla loro parte. In tutti questi mesi, dicono da Gerusalemme, il cameraman non avrebbe mai contattato la Cia. Né altri 007 occidentali presenti in Iran. Per non destare sospetti. «Gli americani hanno avuto, per un anno intero, un loro uomo di fianco ad Ahmadinejad e Khamenei», spiegano.Poi la svolta. Agli inizi di settembre Hassan Gol Khanban chiede e ottiene – grazie al suo ruolo – un visto per la moglie e i figli per la Turchia. Motivo: visita ai parenti in Turchia. Una volta che la famiglia ha toccato il suo turco, «e una volta che gli Usa li hanno presi in custodia», per Hassan è stato il momento di «finire il lavoro». Atterrato a New York, il 23 settembre, ha filmato per qualche giorno Ahmadinejad. Poi, quando tutti si erano rilassati alla fine del discorso all’Onu del presidente iraniano, l’operatore tv, l’ombra dell’uomo più potente della Repubblica islamica, ha lasciato la sua stanza al Warwick Hotel e s’è consegnato agli agenti statunitensi affiancato dall’avvocato Paul O’Dwyer. «Sono Hassan Gol Khanban, cittadino iraniano. Chiedo asilo politico agli Stati Uniti d’America». Dando così inizio alla più roccambolesca storia di spionaggio.http://falafelcafe.wordpress.com/

 

Voci a confronto

Una vasta operazione antiterrorismo è stata portata a termine nelle scorse ore in diverse città della Francia. A Strasburgo Jeremy Sidney, francese convertito all’Islam, ha sparato contro le forze dell’ordine ed è rimasto ucciso nello scontro a fuoco. A casa sua hanno trovato un elenco di possibili obiettivi ebraici per un attentato. A riferirne i dettagli è Giampiero Martinotti su Repubblica, che riporta anche una breve intervista allo scrittore Marek Halter.Un ampio articolo che sul trentennale dell’attentato alla sinagoga di Roma compare sul Giornale di Ostia, mentre ieri le pagine romane del Corriere della Sera riportavano ieri un ricordo di Paolo Conti, in attesa della cerimonia che avrà luogo mercoledì 10 ottobre.In Medio Oriente, un aereo senza pilota, di provenienza incerta, è stato abbattuto nello spazio aereo israeliano dall’aviazione (breve sulla Stampa ) mentre proseguono le tensioni fra Turchia e Siria, come riferisce Francesca Paci sempre sulla Stampa .http://moked.it/blog

Africa, sui cristiani la minaccia islamica 

C’è una guerra, a bassa intensità ma, proprio per questo continuativa e quindi insidiosa, che sta mettendo in discussione la presenza cristiana nell’Africa centro-settentrionale e in Medio Oriente. Un solo dato, per capire le dimensioni del problema. Nell’Iraq di Saddam Hussein i cristiani erano circa un milione e mezzo. Oggi, a quasi dieci anni dalla detronizzazione del tiranno, si sono ridotti a un terzo. In Siria, anche se i giochi in quest’ultimo caso sono ancora aperti, grande è il timore per il futuro della robusta minoranza, corrispondente al dieci per cento della popolazione, distribuita tra ortodossi, cattolici, assiri, armeni, protestanti e così via. L’emigrazione verso paesi meno ostili alle comunità cristiane sta divenendo un indice del mutamento che sta investendo gli ampi territori che vanno dalla costa atlantica del Continente africano (ed in particolare Il Senegal, la Mauritania, il Marocco) per arrivare al Golfo persico. Rispetto ai decenni trascorsi, dove all’espulsione delle comunità ebraiche nel Maghreb e nel Mashrek non si era accompagnato un identico trattamento per questa grande minoranza monoteista, ora invece le cose sono mutate. La crescente avversione nei confronti dei secolari insediamenti cristiani, al di là delle contingenze che riguardano le singole aree di crisi, è da ricondurre essenzialmente alla crescita dell’islamismo radicale e alla sua capacità di riprodursi come una sorta di organismo flessibile, dai molti volti ma dotato dell’indiscutibile capacità di muoversi come un soggetto transnazionale. Il fondamentalismo, infatti, risponde alla crisi degli Stati nazionali che è particolarmente acuta laddove questi erano già deboli di per sé, essendo il risultato di processi di decolonizzazione incompleti, faticosi e, spesso, dai risultati deludenti. In altre parole, la capacità aggregativa e militante dei gruppi islamisti trova un buon terreno nelle clamorose inadempienze delle élites di potere. La mappatura della presenza fondamentalista, soprattutto laddove essa si manifesta attraverso ripetuti episodi di violenza contro i cristiani, indica al momento nell’Africa i maggiori focolai di crisi. Il nord del Mali, la regione centrale e quella meridionale del Niger, tutti gli Stati settentrionali della federazione nigeriana, il Sudan meridionale e la Repubblica centrale africana insieme a ciò che resta della Somalia, soprattutto nell’area meridionale, e a parte del Kenya orientale, costituiscono i punti più problematici. Al-Qaeda, un network sempre attivo e proteiforme, ha stretto legami di reciprocità ideologica ed operativa con i gruppi salafiti, e di osservanza radicale, che da anni operano nel Continente: così con i somali al-Shabab, i Boko Haram presenti in Nigeria, l’Ansar Ezzedine per l’area mediterranea. Centrale è il rapporto con lo Yemen, dove l’organizzazione che fu di Osama bin Laden ha un fortissimo radicamento, derivante dai contatti con l’Afghanistan. Un collante efficace sono i traffici illegali di armi, droga ed esseri umani, insieme ai business della pirateria e dei rapimenti. Più in generale, tutti i gruppi islamisti si avvantaggiano delle situazioni di guerra, laddove le tensioni creano un terreno favorevole per la violenza e i commerci clandestini, così come della possibilità di indicare nella presenza di comunità cristiane lo «scandalo» contro il quale indirizzare la popolazione musulmana, soprattutto se disagiata economicamente. È tutta l’Africa, compresa tra il Mediterraneo e la fascia sahelo-sahariana a sud del deserto, ad essere stata trascinata in questi ultimi vent’anni dentro le dinamiche del mondo arabo-musulmano. Il jihadismo politico contende all’Occidente (e ai cristiani, impropriamente identificati con esso), ma anche e soprattutto alle corrotte élites locali, e finanche all’islamismo "moderato" dei Fratelli musulmani, il ruolo di figura egemone nel controllo di ampissime aree di territorio nel quale i confini tra paesi sono stati messi in discussione dai mutamenti macroeconomici accaduti in questi anni. In tale gioco, destinato ancora a ridisegnare equilibri e rapporti di forza, ha senz’altro qualcosa da dire la Cina, la vera potenza neocoloniale, anche se di natura diversa da coloro che l’anno preceduta, la quale si sta accaparrando risorse ma anche rapporti privilegiati con i gruppi dirigenti africani. Sta di fatto che dinanzi ai grandi investimenti fatti dai paesi oramai emersi del sistema del Bric, la politica americana arranca, vincolata com’è dalla mancanza di risorse proprie, per non parlare dell’assenza dell’Unione Europea. I jihadisti lo sanno bene poiché non sono privi di una logica politica, ancorché perversa. Noi europei sembriamo invece completamente incapaci di cogliere i mutamenti strutturali che stanno letteralmente cambiano la terra sotto i nostri piedi. Claudio Vercelli, http://www.moked.it/