kibbutz Ein Gevsabato 23 maggio 2009
kibbutz Ein GevL'Otto per mille, i valori laici e l'impegno di valdesi e metodisti
Da sempre le Chiese valdesi e metodiste si presentano con una impronta laica che risulta gradita ad una minoranza significativa di persone: a fronte di circa 20.000 fedeli in tutta Italia, nelle dichiarazioni dei redditi 2005 (ultimo dato disponibile) sono stati ben 264.676 i contribuenti che hanno destinato il loro 8 per mille alla chiesa valdese, con una tendenza inarrestabile di crescita. La proporzione tra il numero de fedeli e quello dei sottoscrittori (1 a 13) è di gran lunga il più alto tra tutte le confessioni religiose che concorrono all’8 per mille. L’essenziale messaggio pubblicitario per la raccolta 8 per mille lanciato dalle chiese valdesi e metodiste, basato quest’anno sullo slogan “Facciamo qualcosa di laico”, esercita evidentemente attrazione su una fascia di persone che rivendicano il diritto alla laicità in un Paese non sempre così laico come dovrebbe essere. Un’ultima annotazione: il messaggio di quest’anno segnala tra tutti i progetti finanziati con i fondi dell’8 per mille due dedicati alla ricerca sulle cellule staminali: un tema sul quale i laici di tutti gli schieramenti hanno ingaggiato una dura battaglia, dall’esito non proprio positivo.Valerio Di Porto, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane moked.it/
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Curiosità
Torino e i libri - Leonid Mlečin: Perché Stalin volle Israele
In una società in cui il pubblico è costantemente bombardato dalla teatralità delle notizie, da dichiarazioni farsesche, dall’idea che ci sia un Noi-buoni ed un Voi-cattivi, stupiscono sempre le analisi profonde e sottili, che si dirigono al punto senza tante elucubrazioni. Questo è il caso della presentazione alla Fiera del Libro, nella gremita Sala Rossa, dell’opera di Leonid Mlečin "Perché Stalin creò Israele", con i relatori David Bidussa e Luciano Canfora, assieme al loro editore Sandro Teti.Il libro non vuole dare una qualificazione morale di Joseph Stalin e delle sue scelte ma offrire un quadro della realtà politica di un determinato periodo storico. La scelta sovietica di appoggiare la creazione dello Stato di Israele e di sostenere il partito laburista di Ben Gurion nasce da un’analisi pragmatica di Stalin di voler creare un avamposto socialista in Medio Oriente. Non è la scelta filantropica di dare un paese in cui vivere al popolo ebraico, ma la decisione di un capo di stato di creare delle opportunità per aumentare la propria influenza.Forse il fatto che non si sia descritto Stalin come il feroce dittatore cattivo ha lasciato un po’ spaesati i presenti; il pubblico è troppo abituato a sentire slogan e discorsi demagogici, che puntano a risvegliare le emozioni, a rassicurare o spaventare a seconda dei casi. Canfora e Bidussa hanno riportato il discorso a se stesso, evitando di dare connotazioni etiche perché avrebbero svilito il ragionamento. I due relatori ci invitano ad analizzare le scelte di Stalin attraverso una riflessione razionale e non con sentimenti di pancia. Come mai Stalin ha prima appoggiato Israele e a poi osteggiato con tutte le sue forze la migrazione ebraica dall’Unione Sovietica? A questa domanda vuole rispondere Perché Stalin creò Israele.Al termine dell’incontro è stato chiesto al pubblico se avesse qualche domanda, in quel momento è sceso un velo di imbarazzo nella sala. Sembrava di essere al liceo, quando il professore fa la fatidica domanda “chi interroghiamo oggi?”. La sensazione era che i presenti fossero stati catapultati in un mondo non loro, mentre era stato chiesto niente di più umano se non ragionare.Bidussa ha concluso ricordando il credo di Machiavelli secondo cui in politica le scelte non si basano sui sentimenti ma sui ragionamenti. Siamo sicuri che valga solo in politica? Daniel Reichel http://www.moked.it/
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L'angolo della lettura
kibbutz AmiadPapa/ Ambasciatore Israele: Più visti a sacerdoti da paesi arabi
Roma, 20 mag. (Apcom) - Il Governo israeliano si è impegnato con il Vaticano a concedere un maggior numero di visti ai sacerdoti dei paesi arabi che chiedono di entrare nello Stato ebraico: lo rende noto l'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, a conclusione del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa (8-15 maggio). "Sarà più facile rispondere positivamente alle richieste provenienti dai sacerdoti provenienti da Egitto o Giordania, mentre vedo difficoltà dovute a motivi di sicurezza per coloro che vengono da paesi per definizione nemici di Israele", spiega l'ambasciatore ad 'Apcom'. Nel corso del soggiorno, il Papa ha preso parte, insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu, ad un incontro israelo-vaticano dedicato a temi di interesse bilaterale come i pendenti negoziati sullo statuto fiscale e patrimoniale della Chiesa cattolica in Terra Santa. Una riunione plenaria della commissione 'ad hoc' si svolgerà a dicembre. "Se va tutto bene potrebbe essere l'ultima", prevede Lewy. "Stiamo facendo sforzi in quella direzione", assicura. Controverso, in particolar modo, il nodo delle esenzioni fiscali dei siti archeologici santi, che, in alcuni casi, Israele vorrebbe limitare agli edifici meta dei pellegrinaggi e la Santa Sede vorrebbe estendere all'area circostante. "E' possibile arrivare ad un accordo", per il rappresentante diplomatico israeliano. Più in generale, Lewy considera "un successo" il viaggio del Papa e sottolinea che Benedetto XVI ha dovuto tenere in considerazione "le sensibilità di tutte le parti". I malumori e le critiche? "Per 45 anni abbiamo atteso che la Chiesa riconoscesse Israele e ora che viene il Papa lo critichiamo? E' una stupidaggine", afferma l'ambasciatore, secondo il quale "questo viaggio non va guardato con l'occhio rivolto al passato, ad esempio al confronto tra Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, ma al futuro, come un esempio dei crescenti rapporti tra ebrei e Chiesa che molti cattolici hanno potuto seguire anche attraverso i mass media da tutto il mondo". Lewy taglia corto su due aspetti della visita papale che hanno sollevato critiche in Israele. "Non ho condiviso le critiche al Papa per il discorso allo Yad Vashem - afferma l'ambasciatore - e penso che in Israele ci siano state reazioni esagerate, dettate da pur comprensibili motivazioni emozionali". Quanto al muro israeliano in Cisgiordania criticato dal Papa, "sappiamo che è brutto, ma, purtroppo, è necessario per la sicurezza. Speriamo che giunga il momento in cui non sarà più necessario. Quel che è stato eretto da mani umane può essere rimosso da mani umane".
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Vilnius (Vilna)A Vilna la ferita ancora aperta fra l'indifferenza della gente
“L’indifferenza è gemella della crudeltà”, recita un aforisma turco, che è lo specchio della condizione degli ebrei lituani, nel passato come nel presente.La comunità ebraica lituana, culturalmente assai fiorente, fu quasi totalmente annientata durante gli anni del nazismo con la complicità dei volenterosi collaborazionisti lituani. A Vilna, la “Gerusalemme della Lituania”, nel cui territorio si trovavano un centinaio di sinagoghe, oltre a numerose Yeshivot e centri culturali, rimase in piedi solamente una sinagoga, che si salvò dalla distruzione solo perché scambiata dai nazisti per un magazzino. Visitando Vilna ai giorni nostri, si ha la sensazione che ad essere scomparsa dalla città non sia solamente gran parte della popolazione ebraica, ma anche ogni traccia della sua memoria storica. All’unica sinagoga rimasta in piedi non è praticamente dedicato nessuno spazio nelle guide turistiche, e di segnaletica per raggiungerla neanche a parlarne. Solo sulle mappe stradali, e nemmeno su tutte, è possibile notare una piccola stella di David in mezzo a centinaia di croci. Molto pubblicizzato è un Museo del Genocidio; solo che si tratta del museo delle vittime del KGB e non di quelle dei nazisti, come si potrebbe istintivamente pensare. Una volta raggiunta la sinagoga, senza grande collaborazione da parte della popolazione locale (e non è solo un problema di comunicazione legato alla lingua), la sensazione di disagio aumenta. La sinagoga è localizzata leggermente al di fuori del centro storico, peraltro molto bello, pittoresco e ben curato, ed è dunque lontana dai flussi turistici tradizionali; è circondata da palazzi in stato di semi abbandono con le facciate scrostate e le strade sporche e dissestate. Le finestre della comunità ebraica, a poca distanza dalla sinagoga, ogni tanto vengono affrescate dai soliti imbecilli con svastiche, stelle di David appese a forche e amenità simili, che, nell’indifferenza dei passanti, restano lì per giorni prima che una qualche autorità cittadina intervenga mandando qualcuno a cancellarle. Non è un fatto isolato, comunque, visto che sono molti i gruppi neonazisti lituani nati in questi ultimi anni (con relative manifestazioni pubbliche), favoriti da una certa indulgenza governativa e dal fascino esercitato da forti correnti negazioniste. Passeggiando tra i vicoli caratteristici del centro, tra gallerie d’antiquariato e locali turistici, si avverte una sensazione di disagio pensando che quello, una volta, era l’animato quartiere ebraico di Vilnius, abitato da quasi 80.000 persone. E il disagio aumenta quando si chiede qualche informazione (perché targhe o lapidi commemorative non se ne vedono): le persone di una certa età, quelle che dovrebbero avere una memoria storica, se interpellate, o non rispondono oppure rispondono scontrosamente, quasi che abbiano voluto rimuovere il passato, manifestando indifferenza se non addirittura fastidio a sentirselo ricordare. I giovani, poi, sembra che siano del tutto all’oscuro del passato. Infine, le autorità locali si sono dedicate ad un’opera di maquillage dell’esterno dei palazzi, delle vie e delle piazze del centro, cercando di dimenticare e far dimenticare il ricordo di questo scomodo passato, forse anche per non causare fastidiosi turbamenti agli attuali inquilini e passanti. Mentre nel resto dell'Europa, alla fine del conflitto, si è cercato di valorizzare ogni più piccola traccia della presenza ebraica prebellica, in Lituania è accaduto l'esatto contrario. Sotto il dominio sovietico, infatti, laddove sorgeva la Grande Sinagoga di Vilnius è stato costruito un asilo infantile, mentre al posto dell'unico cimitero ebraico, dove si trovava la tomba del celeberrimo Gaon, è stato costruito uno stadio di calcio. D'altronde queste sono profanazioni che si stanno ripetendo continuamente negli ultimi anni. Basta per esempio pensare alla discoteca costruita vicino al lager di Auschwitz ("Le atrocità appartengono al passato", la sbalorditiva giustificazione). Tutto questo nonostante lo sforzo della comunità ebraica che, con notevole dispendio di risorse, cerca di diffondere e comunicare la cultura e le radici ebraiche della Lituania attraverso tutti i mezzi di comunicazione possibili, compreso un interessante sito web sulla storia della comunità locale.Al visitatore non ancora sazio di rancore e malinconia è suggerita vivamente una visita a Panierai, località nelle vicinanze della capitale, dove si trova un memoriale dedicato alle vittime della furia nazista. A Panierai i contrasti tra bellezza del luogo e orrore si acuiscono ancora di più. Questo piccolo villaggio si trova in mezzo ad una verdissima e rigogliosa foresta d’alto fusto. La natura incontaminata nasconde un passato orribile. Qui furono massacrati quasi tutti gli ebrei di Vilnius, gli ebrei dei villaggi della vicina Bielorussia e molti oppositori politici. Camminare per le strade del villaggio è un’esperienza emotivamente molto forte. Gruppetti di abitanti del luogo camminano senza una meta, con in mano bottiglie di vodka, già palesemente ubriachi alle 9 di mattina. Ovviamente di cartelli del memoriale delle vittime neanche l’ombra. Eppure si trova a soli 500 metri dalla stazione ferroviaria. Chiedere a qualcuno del posto dove si trovi il sito ed ottenere risposta è ovviamente impossibile, la collaborazione è difatti nulla. Spesso si ottiene come risultato un sorrisetto ironico e si sente mormorare alle spalle la parola Zydow, che significa ebreo. Dopo avere trovato in qualche maniera la strada, si arriva al memoriale, che è praticamente un parco pubblico dove gruppi di ragazzotti con la testa rasata si ritrovano a bere e bivaccare ed anziane signore portano i loro cani a passeggiare. Quasi casualmente ci si imbatte in qualche cartello. Sul bordo del fossato dove i prigionieri, a dieci per volta, venivano assassinati nudi con un colpo alla nuca, mentre gli altri, in fila, aspettavano il loro turno, c'è un'iscrizione commemorativa. Le guardie lituane erano gli esecutori, i tedeschi i coordinatori e organizzatori del massacro. Gli abiti e i beni depredati alle vittime erano la ricompensa che si prendevano i volenterosi assassini e che, di ritorno a Vilnius, dopo la faticosa giornata lavorativa, barattavano con vodka e danaro con i disponibili abitanti del vicino villaggio. C’è un minuscolo museo in mezzo al parco con foto e documentazioni sulle vittime: il museo risulta aperto quando arriviamo, però dobbiamo suonare il campanello per entrare. Il custode accoglie noi solitari visitatori in canottiera e ciabatte.Adam Smulevich www.moked.it/
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Cultura
La visita del sindaco di Roma Gianni Alemanno
....e della sua folta delegazione a Gerusalemme, Tel Aviv e Acco, ha segnato un altro momento importante nell’avvicinamento di Israele all’Europa e alla comunità dei Paesi del Mediterraneo. È anche parte di un percorso di avvicinamento e di riflessione della destra politica italiana nei confronti della storia ebraica del Ventesimo secolo. Come ci confidava uno dei consiglieri di Alemanno, la cerimonia alla Foresta dei Giusti, o in misura ancora più coinvolgente la precedente visita ad Auschwitz, creano l’imperativo di comprendere anche da parte di chi si è sentito fino a quel momento distaccato o non del tutto coinvolto. Si tratta, presumibilmente, di un processo positivo, irreversibile, da incoraggiare. Resta da capire – ed è certo interessante osservare dall’esterno – quale sia da parte della leadership della comunità ebraica il modo migliore per svolgere questo delicato compito educativo senza dimenticare che del collettivo ebraicofanno parte persone con esperienze, idee e ispirazioni politiche diverse. http://www.moked.it/
Sergio Della Pergola,demografo,Università Ebraica di Gerusalemme
Sergio Della Pergola,demografo,Università Ebraica di Gerusalemme
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E la protesta dello sceicco rende il Pontefice più simpatico a Gerusalemme
Il Talmud dice che possiamo conquistare il (nostro) mondo e possiamo perderlo in un solo istante. È un po’ quello che è successo ieri alla conferenza interconfessionale al centro Notre Dame di Gerusalemme, dove un esponente islamico, lo sceicco Taysir al Tamimi, impadronendosi del microfono, ha denunciato Israele del «macello di donne e bambini a Gaza» e chiesto al Papa «nel nome di Dio di condannare questi crimini». Non appena il contenuto del discorso fatto in arabo viene riferito a Benedetto XVI, questi lascia la conferenza.Il risultato di questo incidente, il primo che turba la delicata atmosfera di un pellegrinaggio pieno di mine religiose e politiche, va al di là degli sforzi vaticani di minimizzarlo. Forse gli accompagnatori del Papa non si rendono conto dell’impatto positivo che l’incidente “interconfessionale” provocato dallo sceicco palestinese sta avendo in Israele. Con l’intervento dello sceicco i palestinesi non hanno certo perduto il “mondo in un istante”. Ma esso ha dimostrato come essi “non perdono mai una occasione di perdere una occasione”. Il comportamento arrogante dello sceicco, più del contenuto del suo discorso anti israeliano è stato un regalo a Israele. Una delle tesi del governo Netanyahu è infatti che per arrivare alla pace occorre mettere fine alla pretesa dei palestinesi che tutto deve essere loro permesso in quanto vittime, indipendentemente dalle loro responsabilità verso se stessi e verso gli altri. In senso opposto, l’uscita di Benedetto XVI dalla conferenza a seguito delle parole dello sceicco, gli ha fatto conquistare “in un attimo” un mondo che negli occhi degli israeliani non si era sinora accattivato. Ha diminuito l’impatto negativo della benedizione da lui impartita alla conferenza “Durban II” pur conoscendone il suo tenore antisemita; ha fatto perdonare il rifiuto del rappresentante vaticano di abbandonare la conferenza ginevrina per protesta contro le diatribe anti israeliane del presidente dell’Iran. Benedetto XVI, di cui gli israeliani avevano percepito sino a ieri attraverso la crudele copertura televisiva soprattutto il comportamento impacciato, l’espressione spesso impaurita del volto, la prudenza per tema di commettere errori politici, è improvvisamente diventato simpatico per l’uomo della strada che del cristianesimo e della chiesa di Roma sa ben poco. Vede ora nel Papa soprattutto un vecchio servitore di Dio, umile, sincero, sopraffatto dal peso del suo ruolo. Nessun organo di stampa ha meglio descritto questo aspetto di Benedetto XVI di una caricatura svizzera diffusa nel mondo dal New York Times. In essa si vedono le mura merlate di Gerusalemme che accolgono il Papa con una grande scritta di benvenuto, un religioso ebreo e un religioso islamico sospettosi sullo sfondo e tre alti prelati che in ginocchio pregano: «Di grazia Signore impediscigli di fare pasticci».
di R.A.Segre, 13 maggio 2009, http://www.ilgiornale.it/
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Meron - GolanUbriaco, tenta un sorpasso folle Travolge un giovane: arrestato
Alla guida ubriaco fradicio, sorpassa con doppia riga continua quattro auto di fila, invade la corsia opposta travolgendo e uccidendo un 26enne di Opera, Fredy Sagray, israeliano di origini ma cittadino italiano da sempre. È accaduto tutto nel tratto della statale via Emilia che collega Lodi con il Sudmilano, all’altezza di Tavazzano, appena dopo le 23 di sabato sera e per il quarantenne protagonista, Roberto Romano, il pm di turno del tribunale di Lodi, Delia Anibaldi, ha già disposto l’arresto per omicidio colposo con l’accusa connessa di guida in stato di ebbrezza. L’uomo, così, ora è piantonato nell’ospedale bassianeo, dov’è stato portato policontuso ma non in gravi condizioni di salute. Non appena verrà dimesso per lui si apriranno le porte del carcere della Cagnola di Lodi.L’uomo era tanto ubriaco che aveva serie difficoltà a parlare quando sono arrivati sul posto per i rilievi del caso i carabinieri di Lodi. L’esame del sangue per stabilire il tasso alcolemico, così, gli è stato fatto immediatamente all’ingresso in ospedale. Risultato: 1,71 grammi per litro. Il quarantenne, tra l’altro, al volante di una Fiat Stilo viaggiava con i due figli a bordo: una piccola di 9 anni sul sedile anteriore senza nemmeno la cintura allacciata e il figlioletto di 5 anni sul sedile posteriore: entrambi hanno rimediato ferite guaribili in 20 giorni. La carambola al chilometro 306 all’altezza della logistica, mentre stava raggiungendo la sua abitazione, a San Zenone al Lambro, nel milanese. Mentre Sagray, al volante di una Fiat Punto che guidava tranquillamente da 7 mesi, quando aveva preso la patente, aveva lasciato casa sua alle 22 ed era diretto nel lodigiano da un amico, per poi andare a ballare in un locale della zona.Violentissimo l’impatto, per i medici del 118 Fredy è morto sul colpo. Mentre nell’urto è rimasta anche coinvolta una terza vettura, una Ford Fiesta sulla quale sono arrivati cerchioni e un ammortizzatore della Punto, con due coppie di fidanzati a bordo che hanno rimediato, fortunatamente, solo qualche contusione. Fredy è stato portato all’obitorio di Vizzolo Predabissi. Qui l'ha trovato il padre, Gilermo Georg Sagray che, ieri, ha voluto ricordare: «Amava moltissimo Milano mio figlio. Noi discendiamo dagli ebrei, abbiamo tenuto una casa in Israele pur essendo in Italia da 30 anni e stiamo decidendo in queste ore se far celebrare i funerali nel cimitero ebraico di Milano o in Israele, dove vive l’altro nostro figlio. Fredy era un ragazzo solare. Aveva terminato l’università solo 7 mesi fa: si era laureato in Mediazione linguistica con 95/100 e ora stava cercando un’occupazione. Avrebbe compiuto 27 anni tra qualche giorno: il 15 giugno».Una famiglia molto unita, quella di Fredy, ora distrutta nel dolore tanto che il padre aggiunge: «Penso che, ovunque si terranno i funerali, poi, per un buon periodo abiteremo in Israele. Per non stare ad attendere invano ogni giorno che, nella nostra casa di Opera, suoni il campanello e possa rientrare il nostro amato figlio». http://www.ilgiornale.it/18 maggio 2009
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Parla il nuovo ambasciatore israeliano a Washington
Israele può sopravvivere alle minacce solo se difende la sua identità
di Michael B. Oren 18 Maggio 2009 http://www.loccidentale.it/
Raramente nella storia moderna le nazioni hanno dovuto affrontare autentiche minacce alla propria esistenza. Le guerre vengono dichiarate per cambiare i regimi, modificare le frontiere, ottenere nuove risorse, e imporre ideologie, ma quasi mai per eliminare un altro stato e la sua popolazione.Senza dubbio fu questo il caso della seconda Guerra Mondiale, quando gli Alleati cercarono di ottenere la resa incondizionata della Germania e del Giappone per mettere fine ai regimi di leader detestabili, anche se, in nessun modo, le potenze alleate avevano intenzione di distruggere lo Stato tedesco o quello giapponese, né tanto meno eliminare i loro rispettivi popoli. Nei pochi casi in cui gli Stati moderni hanno visto minacciata la propria sopravvivenza, l’esperienza si è rivelata fortemente traumatica. I colpi di stato militari, le sommosse popolari, e gli scontri civili sono dei tipici sottoprodotti dell’incontro di uno Stato con una singola minaccia esistenziale.Ogni giorno, lo Stato d’Israele deve fare i conti non con uno, ma con almeno sette minacce alla propria esistenza. Tali minacce sono straordinarie non solo perché numerose ma anche per la loro diversità. Accanto ai pericoli militari esterni da parte di regimi ostili ed organizzazioni terroristiche, lo Stato ebraico deve fare i conti con l’opposizione interna, con le tendenze demografiche in atto e con l’erosione dei suoi valori fondamentali. In effetti, è davvero difficile – se non impossibile – trovare l’esempio di un altro Stato che, nella storia moderna, ha dovuto affrontare tale molteplicità e varietà di minacce alla propria esistenza nello stesso tempo.La perdita di Gerusalemme. Preservare Gerusalemme come la capitale politica e spirituale dello Stato ebraico è vitale per l’esistenza di Israele. Questo fatto fu ben compreso da David Ben-Gurion, il primo premier israeliano, all’epoca della fondazione dello Stato nel 1948. Nonostante Israele fosse stato attaccato simultaneamente su tutti i fronti da sei armate arabe – e avendo già perso ampie fette del suo territorio fra la Galilea e il Negev – Ben-Gurion impegnò la maggioranza delle forze armate israeliane in una operazione che aveva come obiettivo di rompere l’assedio di Gerusalemme. Il primo ministro sapeva che la città rappresentava la raison d’être dello Stato ebraico e che, senza Gerusalemme, Israele sarebbe stato un’altra mera miniatura di enclave mediterranea, una terra dove non avrebbe valso la pena vivere né tantomeno difenderla.L’assioma di Ben-Gurion si è dimostrato corretto: per oltre 60 anni, Gerusalemme ha rappresentato il nucleo dell’identità nazionale e della coesione d’Israele. Ora però, per la prima volta dal 1948, Israele sta correndo il rischio di perdere Gerusalemme, non per colpa delle forze armate arabe ma per una combinazione di negligenza e di disinteresse.Gerusalemme non vanta una maggioranza Sionista. Su una popolazione totale di 800mila persone, ci sono 272mila arabi e 200mila Haredim – gli ebrei ultra ortodossi che, di norma, non si identificano con lo Stato sionista. Negli ultimi anni siamo stati testimoni della fuga dalla città di migliaia di ebrei secolarizzati, specialmente di professionisti e giovani coppie. Questo esodo ha gravemente eroso gli introiti fiscali di Gerusalemme, trasformandola nella città più povera di Israele. Aggiungete a tutto questo la mancanza dello sviluppo industriale e i numerosi attacchi terroristici, e vi renderete conto del perché Gerusalemme sia così poco attraente per i giovani israeliani. Non è un caso che circa la metà degli israeliani sotto i 18 anni non abbiano mai visitato la città.Se questa tendenza dovesse continuare, l’incubo di Ben Gurion si materializzerà in poco tempo e Israele rimarrà senza un’anima. Un Paese dove, un giorno, la gran parte degli ebrei non vorrà più vivere o per il quale non sarà più disposta a sacrificare la vita.La minaccia demografica araba. Le stime sul tasso di crescita degli arabi, sia in Israele sia nella West Bank e a Gaza, variano in grande misura. Una scuola di pensiero massimalista ritiene che la popolazione palestinese che vive su entrambi i lati delle linee di confine stabilite dall’armistizio del 1949 stia crescendo molto più velocemente di quanto cresca quella ebraica, affermando che i palestinesi supereranno gli israeliani in meno di un decennio. Al contrario, una scuola minimalista insiste dicendo che il tasso di nascite della popolazione araba in Israele stia diminuendo e che la popolazione dei territori palestinesi si stia riducendo a causa dell’emigrazione.Nonostante l’interpretazione minimalista sia in gran parte corretta, essa non può negare il fatto che gli arabi israeliani attualmente costituiscono un quinto della popolazione del Paese – un quarto della popolazione sotto i 19 anni – e che nella West Bank oggi vivono almeno due milioni di arabi.Israele, lo Stato Ebraico, esiste perché è stato proclamato tale da una decisiva e stabile maggioranza ebraica, che rappresenta almeno il 70 per cento della popolazione. Qualsiasi dato inferiore a questa percentuale comporta una scelta, quella tra essere uno Stato ebraico e uno Stato democratico. Se Israele sceglie la democrazia, dovrà cessare di esistere come Stato ebraico. Se decide di rimanere ufficialmente ebraico, allora dovrà affrontare un livello d’isolamento internazionale senza precedenti, incluse le sanzioni, che potrebbero essere fatali.Il rimedio ideale a questo dilemma è la separazione di due Stati, uno per ebrei e l’altro per i palestinesi. Le condizioni sostanziali per una soluzione del genere però sono irrealizzabili, almeno nell’immediato. La creazione di un governo palestinese – persino seguendo i parametri stabiliti nell’accordo proposto dal presidente Clinton nel 2000 – richiederebbe lo spostamento di almeno 100mila israeliani dalle loro case nella West Bank. Nel 2005, furono necessarie ben 55mila uomini dell’esercito israeliano per evacuare solo 8.100 coloni da Gaza. Fu la più vasta operazione militare israeliana dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, e si rivelò profondamente traumatica. A differenza della roccaforte biblica della Giudea e della Samaria – che oggi viene chiamata West Bank – Gaza non è mai stata considerata una parte della storica Terra d’Israele.Sul fronte palestinese, non c’è mai stata una leadership, nemmeno una, disposta a concedere la richiesta di rimpatrio dei rifugiati palestinesi in Israele, oppure a cedere una parte del Monte del Tempio (una precondizione necessaria per un insediamento che non comporti la divisione di Gerusalemme). Nessun leader palestinese, neanche quello più moderato, ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele e neppure l’esistenza di un popolo ebreo.In assenza di un paradigma realistico della soluzione “due popoli / due stati”, la pressione internazionale crescerà per cercare di trasformare Israele in uno Stato binazionale. Questo comporterà la fine del progetto Sionista. Se consideriamo l’illegalità endemica e la violenza che esistono in altre realtà del Medio Oriente, dove è stato creato un solo Stato, come nel caso del Libano e dell’Iraq, tantissimi ebrei israeliani sceglieranno la via dell’emigrazione.Delegittimazione. Dalla metà degli anni Settanta, i nemici di Israele hanno lanciato – con un successo sempre maggiore –una campagna di delegittimazione contro Israele nei forum mondiali, nei circoli intellettuali e accademici, e sulla stampa. Questa campagna tende a rappresentare Israele come uno Stato razzista e colonialista, che garantisce diritti straordinari ai cittadini ebrei e nega le libertà fondamentali agli arabi.Queste accuse si sono fatte spazio nella manualista pubblicata in Medio Oriente e sono diventati parte integrante delle discussioni quotidiane alle Nazioni Unite e in organizzazioni internazionali. Più di recente, Israele è stato definito uno Stato che pratica l’apartheid, comparandolo di fatto all’ex regime sudafricano che affermava la supremazia della popolazione bianca sui neri. Molti degli sforzi israeliani nelle operazioni di contrasto al terrorismo vengono etichettati come crimini di guerra, e i generali israeliani sono accusati da tribunali stranieri.Nonostante l’occupazione della West Bank e di Gaza abbia chiaramente contribuito ad arrugginire l’immagine di Israele, la campagna di delegittimazione si sta concentrando sempre di più non sulla politica condotta nei Territori dallo Stato ebraico ma sulla sua stessa essenza di Stato nazionale ebraico.In passato queste calunnie venivano scartate come innocua retorica. Ma nello stesso tempo la delegittimazione di Israele si rafforzava sempre di più, e venivano poste anche le fondamenta per l’adozione di misure internazionali tese a isolare Israele e a punirlo con lo stesso genere di sanzioni che hanno fatto cadere il regime Sudafricano. Le campagne accademiche per boicottare le università e gli intellettuali israeliani sono il preludio del tipo di critiche che potrebbero distruggere economicamente Israele e negargli la possibilità di difendersi contro le minacce alla sua esistenza lanciate dal terrorismo e dall’Iran.Terrorismo. Fin dal momento della sua nascita, Israele è stato l’obiettivo di una serie di attacchi – bombardamenti, imboscate, lancio di razzi – condotti da elementi irregolari arabi impegnati a distruggerlo. Nel decennio tra il 1957 e il 1967 – considerato il periodo più sereno nella storia israeliana – centinaia di abitanti sono stati uccisi durante gli attacchi. Nonostante questo, l’establishment che aveva in mano la sicurezza del Paese guardava a questa condizione di terrore come a una seccatura che non minacciava la sopravvivenza dello Stato, anche se poteva tormentarlo.Questa valutazione cambiò nell’autunno del 2000, quando i palestinesi risposero all’offerta israelo-americana di creare uno Stato nella West Bank e a Gaza con un’offensiva di fuoco lungo le frontiere e con una serie di attacchi kamikaze. Il risultato è stato che i turisti e il capitale straniero hanno abbandonato il Paese, e gli israeliani si sono letteralmente rinchiusi dentro le proprie case. Lo Stato stava morendo.Alla fine Israele radunò le proprie forze e, nella primavera del 2002, lanciò una controffensiva contro le roccaforti terroriste nella West Bank e a Gaza. Le Forze della Difesa Israeliana (IDF) svilupparono delle tecniche innovative per pattugliare le città palestinesi, coordinare le forze speciali e le unità d’intelligence, prendendo nel mirino i leader del terrorismo. Israele costruì una barriera di separazione per impedire ai terroristi di infiltrarsi nello stato da est.Queste misure ebbero quasi successo nell’eliminare i kamikaze e nel risanare la stabilità economica e sociale. Non appena queste politiche iniziarono a ottenere i primi risultati storici, i terroristi avevano già trovato una nuova arma altrettanto pericolosa per l’esistenza d’Israele.I razzi Katyusha lanciati dall’Hezbollah a nord di Israele e quelli Qassam lanciati da Hamas a sud hanno reso la vita emotivamente impossibile in gran parte del Paese. Ma se le operazioni di terra e di aria israeliane possono anche aver avuto successo nell’impedire temporaneamente questi attacchi, Israele ha dovuto comunque ricorrere a una terapia da XXI secolo per difendersi da una minaccia nata alla metà del XX secolo.Per di più negli arsenali di Hezbollah e di Hamas ci sono anche razzi capaci di colpire qualsiasi città israeliana. Se lanciati allo stesso tempo, potrebbero distruggere gli aeroporti israeliano, colpire l’economia del Paese, incitare a un esodo di massa, e forse scatenare una reazione a catena che potrebbe unire alcuni arabi israeliani e numerosi stati mediorientali nell’assalto. I tentativi israeliani di difendersi, per esempio invadendo il Libano e Gaza, verrebbero condannati internazionalmente, e servirebbero come pretesto per delegittimare lo Stato ebraico. La sopravvivenza di Israele sarebbe minacciata. Un Iran armato di atomica. Facendo da sponsor ad Hamas e l’Hezbollah, l’Iran è intrinsecamente legato alla minaccia terroristica. Ma quando la Repubblica Islamica otterrà l’arma nucleare – secondo le stime dell’intelligence israeliana entro quest’anno – la minaccia aumenterà e molto.Un Iran armato di atomica comporta non una ma numerose minacce all’esistenza di Israele. Quella più chiara è il desiderio che, ormai per abitudine, l’Iran continua a esprimere proclamando di voler “spazzare via dalle mappe Israele”. Un’altra minaccia deriva dal fatto che i calcoli fatti durante la Guerra Fredda sulla deterrenza nucleare – basati sul concetto della mutua distruzione – potrebbero non valere più nel caso del radicalismo islamico e dei suoi combattenti ansiosi di diventare martiri. Alcuni esperti israeliani prevedono che la leadership iraniana sarebbe disposta a sacrificare il 50 per cento della popolazione pur di “sradicare” Israele dalla faccia della terra.Al di là dai pericoli rappresentanti da un attacco vincente dell’Iran contro Israele, esiste la possibilità che Teheran passi le sue capacità nucleari ai gruppi terroristici, che poi le scatenerebbero contro Israele grazie alla permeabilità dei porti del Paese e attraversate i suoi confini.Un Iran nucleare toglierà ad Israele la capacità di rispondere agli attacchi terroristici: per esempio, in risposta a una rappresaglia israeliana contro Hezbollah, l’Iran potrebbe annunciare l’allerta nucleare, causando un panico diffuso in tutto Israele e il collasso della sua economia. Infine – ed è il fatto più pericoloso – molti Stati mediorientali hanno dichiarato di voler sviluppare da soli le loro capacità nucleari non appena l’Iran riuscirà a ottenere la bomba.Israele si troverà rapidamente in una situazione di profonda instabilità nucleare che potrebbe generare violente rivoluzioni e calcoli errati destinati a portare alla guerra. Come ha affermato il ministro laburista Efraim Sneh, in queste circostanze tutti quegli israeliani che potranno lasciare il paese lo faranno.L’emorragia della Sovranità. La sovranità d’Israele non si basa su larghe sezioni del suo territorio né sui principali settori della sua popolazione. A Gerusalemme Est – a breve distanza da dove vengono severamente applicati i codici di costruzione israeliani usati a Gerusalemme Ovest – gli arabi hanno costruito centinaia di case abusive, molte delle quali nelle aree storiche della città, e nella più completa impunità. La situazione è molto peggio che nel Negev o in Galilea, dove grandi appezzamenti di terra sono stati confiscati agli occupanti abusivi. In queste zone le tasse vengono pagate in modo irregolare e, nel migliore dei casi, la polizia è solo una presenza simbolica.Israele non solo non applica le leggi nei segmenti della sua popolazione araba, ma non lo fa neanche con significanti settori della comunità ebraica. Più di 100 avamposti sono stati creati illegalmente nella West Bank, e la violenza perpetrata dai coloni ebrei nei confronti dei civili palestinesi e delle forze di sicurezza israeliane, oggi è considerata una grande minaccia anche per l’IDF.Ma non è tutto perché Israele si è tirato indietro anche quando è balenata l’idea di rafforzare molti degli status della fiorente comunità Haredim. (Secondo un recente rapporto, nel 2012 gli Haredim saranno un terzo degli studenti delle scuole elementari ebraiche di Israele). Anche se è difficile parlare in termini generali degli Haredim israeliani, la maggioranza schiacciante della comunità non fa il servizio militare e non riconosce i simboli dello Stato.Una buona parte dei membri della Knesset, sia arabi che ebrei, non distingue la validità dello Stato per cui lavora. Alcuni di loro chiedono attivamente la sua dissoluzione. In poche parole, Israele sta subendo un’emorragia di sovranità e, in questo modo, sta minacciando la propria esistenza come Stato.Corruzione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a processi contro i principali leader israeliani con accuse di appropriazione indebita, di aver accettato mazzette, di riciclaggio, molestie sessuali, e persino stupro. Gli israeliani più giovani detestano la politica, che viene ampiamente percepita come un mondo fatto di tagliagole; secondo delle rilevazioni annuali, poi, la Knesset è l’istituzione meno rispettata fra tutti gli organi dello Stato. Le accuse di corruzione si sono estese in aree della società israeliana che un tempo erano considerate incorruttibili, com’è il caso dell’esercito.A mio parere il venir meno della moralità pubblica pone la più grande minaccia alla esistenza di Israele. E’ proprio questa minaccia, infatti, che ostacola la capacità israeliana di resistere alle altre minacce; tutto questo mina la volontà degli israeliani di lottare, di governare e persino di continuare a vivere in uno Stato ebraico sovrano. Tutto questo incoraggia i nemici di Israele a farsi avanti e rovina la sua reputazione internazionale. Per esempio , il fatto che Israele sia un leader mondiale nel settore del traffico di droga e di esseri umani, del riciclaggio di denaro e nel traffico di armi clandestino, non solo è eccessivo per uno Stato ebraico, ma in sostanza riduce anche la sua capacità di sopravvivenza.Soluzioni. Anche se può sembrare il contrario, le minacce all’esistenza di Israele hanno soluzione, in parte o del tutto. La protezione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico deve diventare una priorità politica per Israele. Vanno investite grandi risorse nell’espansione delle infrastrutture industriali e sociali della città e nell’incoraggiare i giovani a tornarci. Due volte l’anno, i bambini israeliani devono visitare Gerusalemme; nei programmi scolastici vanno introdotti materiali sulla centralità di Gerusalemme nella storia ebraica e sulla importanza della città nell’identità nazionale.Allo stesso modo, per mantenere l’integrità demografica israeliana, devono essere adottate misure per separare Israele dalle aree densamente popolate della West Bank. In mancanza di un vero interlocutore fra i palestinesi, Israele deve stabilire unilateralmente le sue frontiere orientali. I nuovi confini dovrebbero includere quanti più ebrei possibile, gli assetti naturali e strategici e i luoghi sacri ebraici.Non c’è una soluzione assoluta per il terrorismo, ma gli attacchi terroristici possono essere ridotti a un livello gestibile attraverso operazioni combinate (d’aria, terra e d’intelligence), opponendo degli ostacoli fisici, e sistemi antiballistici avanzati. E’ anche necessario che Israele adotti una politica di tolleranza zero contro il terrorismo: per ogni razzo o colpo di mortaio lanciato oltre i suoi confini deve esserci una immediata risposta punitiva. Nessuna immunità per i leader terroristici, né militari né politici. Israele ha dimostrato che i kamikaze possono essere praticamente eliminati e che le organizzazioni terroristiche come Hezbollah possono essere dissuase.Israele non può permettere che l’Iran ottenga armi atomiche. Dovrebbe invece lavorare in tandem con gli Stati Uniti appoggiando l’attuale amministrazione negli sforzi diplomatici di dissuadere gli iraniani nel proseguire lo sviluppo del loro programma nucleare, ma dovrebbe anche ricordare ai politici americani i pericoli della prevaricazione iraniana. Israele non può neanche consentire che gli vengano legate le mani perché deve essere libera di avviare operazioni segrete per impedire lo sviluppo di tale programma, mentre continua a sviluppare i piani e l’intelligence necessaria per un’operazione militare.Se si vuole far sopravvivere lo Stato, non ci sono altre possibilità se non quelle di fare in modo che Israele affermi la sua sovranità completamente e in modo giusto su tutto il territorio e su tutta la cittadinanza. Questo significa anche proibire le costruzioni illegali a Gerusalemme Est, nel Negev e in Galilea. Devono essere fatti grandi investimenti per aumentare le forze di sicurezza necessarie per applicare uniformemente il diritto israeliano in tutto il Paese.Nel caso specifico degli arabi israeliani, Israele deve adottare una politica “a due punte” per assicurare una totale eguaglianza nell’erogazione dei servizi sociali e nelle infrastrutture, ma deve anche insistere nella richiesta che gli arabi israeliani dimostrino una sostanziale lealtà allo Stato ebraico. Va stabilito un sistema di servizio nazionale – militare oppure no – che dovrebbe essere obbligatorio per tutti gli israeliani, mettendo fine alla separazione distruttiva delle giovani generazioni degli Haredi dalle responsabilità verso la cittadinanza.La corruzione deve essere affrontata non solo dal punto di vista istituzionale ma anche da quello ideologico. Il primo passo per ridurla tra i politici è una riforma radicale del sistema di coalizione, a cui la corruzione è organica. I giovani devono essere incoraggiati a entrare in politica e devono essere favoriti i movimenti in grado di stimolare la correttezza negli affari pubblici.Per sradicare la corruzione è ancora più importante investire sulla rinascita dei valori sionisti ed ebraici. Questi valori dovrebbero essere prima di tutto inculcati nelle scuole, poi attraverso i media e la cultura popolare. La necessità più pressante però è quella di una leadership. Certamente tutte queste minacce possono essere superate con leader coraggiosi, perspicaci, e moralmente solidi, com’era David Ben-Gurion.Nonostante esistano dei rimedi per tutte le imponenti minacce che Israele si troverà ad affrontare, contemplarli non significa uscirne scoraggiati. Una contestualizzazione storica può rivelarsi utile. Israele ha sempre dovuto lottare contro pericoli mortali, molti dei quali poco invitanti rispetto a quelli di oggi, ma comunque sia, ce l’ha sempre fatta a prevalere.Nel 1948, una popolazione composta dalla metà di quella di Washington DC, senza risorse economiche e senza alleati, armata con nient’altro che pistole, riusciva a tenere a bada ben sei eserciti arabi. Quel popolo ha costruito un’economia, in dieci anni ha triplicato la sua popolazione, ha sviluppato una democrazia vibrante e una cultura ebraica. Diciannove anni dopo, nel giugno del 1967, Israele era circondato da un milione di soldati arabi che volevano il suo annientamento. L’economia stava collassando e la Francia, il suo unico alleato, stava passando dall’altra parte. Non c’era nessun tipo di aiuto dagli Stati Uniti ma solo l’odio da parte dai paesi del blocco sovietico, la Cina e persino l’India.Guardate cos’è diventato oggi Israele. Una nazione di 7 milioni di persone, con un’economia robusta, con sei università tra le migliori del mondo, una pulsante cultura giovanile, un’arte all’avanguardia, e un sistema militare che – almeno in due guerre – è stato capace di mobilitare più del 100 per cento delle sue riserve. Secondo inchieste recenti gli israeliani sono secondi solo agli americani quanto a patriottismo e disponibilità a difendere il proprio paese.Nel 2009 Israele ha stipulato accordi con la Giordania e con l’Egitto, ha eccellenti rapporti con l’Europa dell’Est, la Cina e l’India, e un’alleanza storica con gli Stati Uniti. In pratica, da qualsiasi punto di vista, Israele si trova in una posizione migliore che mai nei suoi 61 anni d’indipendenza.Nonostante la severità delle minacce che la mettono in pericolo, l’esistenza di Israele non deve essere sottovalutata come non devono essere sottovalutati né la sua resistenza né la volontà nazionale. Questa persistenza riflette, almeno in parte, il successo del popolo ebraico nel superare i pericoli per ben 3.000 anni. Accanto alla Diaspora ebrica e ai milioni di sostenitori di Israele all’estero, Israele non può sopravvivere da sola a tutti questi pericoli ma, come nel passato, può prosperare.
Michael B. Oren (1955) è uno storico e scrittore israelo-americano. E’ stato anche un ufficiale dell’IDF, l’esercito israeliano. Il 2 maggio scorso è stato nominato ambasciatore di Israele negli Stati Uniti. Ha scritto “Six Days of War: June 1967 and the Making of the Modern Middle East”, tra gli altri.Tratto da “Commentary”
Raramente nella storia moderna le nazioni hanno dovuto affrontare autentiche minacce alla propria esistenza. Le guerre vengono dichiarate per cambiare i regimi, modificare le frontiere, ottenere nuove risorse, e imporre ideologie, ma quasi mai per eliminare un altro stato e la sua popolazione.Senza dubbio fu questo il caso della seconda Guerra Mondiale, quando gli Alleati cercarono di ottenere la resa incondizionata della Germania e del Giappone per mettere fine ai regimi di leader detestabili, anche se, in nessun modo, le potenze alleate avevano intenzione di distruggere lo Stato tedesco o quello giapponese, né tanto meno eliminare i loro rispettivi popoli. Nei pochi casi in cui gli Stati moderni hanno visto minacciata la propria sopravvivenza, l’esperienza si è rivelata fortemente traumatica. I colpi di stato militari, le sommosse popolari, e gli scontri civili sono dei tipici sottoprodotti dell’incontro di uno Stato con una singola minaccia esistenziale.Ogni giorno, lo Stato d’Israele deve fare i conti non con uno, ma con almeno sette minacce alla propria esistenza. Tali minacce sono straordinarie non solo perché numerose ma anche per la loro diversità. Accanto ai pericoli militari esterni da parte di regimi ostili ed organizzazioni terroristiche, lo Stato ebraico deve fare i conti con l’opposizione interna, con le tendenze demografiche in atto e con l’erosione dei suoi valori fondamentali. In effetti, è davvero difficile – se non impossibile – trovare l’esempio di un altro Stato che, nella storia moderna, ha dovuto affrontare tale molteplicità e varietà di minacce alla propria esistenza nello stesso tempo.La perdita di Gerusalemme. Preservare Gerusalemme come la capitale politica e spirituale dello Stato ebraico è vitale per l’esistenza di Israele. Questo fatto fu ben compreso da David Ben-Gurion, il primo premier israeliano, all’epoca della fondazione dello Stato nel 1948. Nonostante Israele fosse stato attaccato simultaneamente su tutti i fronti da sei armate arabe – e avendo già perso ampie fette del suo territorio fra la Galilea e il Negev – Ben-Gurion impegnò la maggioranza delle forze armate israeliane in una operazione che aveva come obiettivo di rompere l’assedio di Gerusalemme. Il primo ministro sapeva che la città rappresentava la raison d’être dello Stato ebraico e che, senza Gerusalemme, Israele sarebbe stato un’altra mera miniatura di enclave mediterranea, una terra dove non avrebbe valso la pena vivere né tantomeno difenderla.L’assioma di Ben-Gurion si è dimostrato corretto: per oltre 60 anni, Gerusalemme ha rappresentato il nucleo dell’identità nazionale e della coesione d’Israele. Ora però, per la prima volta dal 1948, Israele sta correndo il rischio di perdere Gerusalemme, non per colpa delle forze armate arabe ma per una combinazione di negligenza e di disinteresse.Gerusalemme non vanta una maggioranza Sionista. Su una popolazione totale di 800mila persone, ci sono 272mila arabi e 200mila Haredim – gli ebrei ultra ortodossi che, di norma, non si identificano con lo Stato sionista. Negli ultimi anni siamo stati testimoni della fuga dalla città di migliaia di ebrei secolarizzati, specialmente di professionisti e giovani coppie. Questo esodo ha gravemente eroso gli introiti fiscali di Gerusalemme, trasformandola nella città più povera di Israele. Aggiungete a tutto questo la mancanza dello sviluppo industriale e i numerosi attacchi terroristici, e vi renderete conto del perché Gerusalemme sia così poco attraente per i giovani israeliani. Non è un caso che circa la metà degli israeliani sotto i 18 anni non abbiano mai visitato la città.Se questa tendenza dovesse continuare, l’incubo di Ben Gurion si materializzerà in poco tempo e Israele rimarrà senza un’anima. Un Paese dove, un giorno, la gran parte degli ebrei non vorrà più vivere o per il quale non sarà più disposta a sacrificare la vita.La minaccia demografica araba. Le stime sul tasso di crescita degli arabi, sia in Israele sia nella West Bank e a Gaza, variano in grande misura. Una scuola di pensiero massimalista ritiene che la popolazione palestinese che vive su entrambi i lati delle linee di confine stabilite dall’armistizio del 1949 stia crescendo molto più velocemente di quanto cresca quella ebraica, affermando che i palestinesi supereranno gli israeliani in meno di un decennio. Al contrario, una scuola minimalista insiste dicendo che il tasso di nascite della popolazione araba in Israele stia diminuendo e che la popolazione dei territori palestinesi si stia riducendo a causa dell’emigrazione.Nonostante l’interpretazione minimalista sia in gran parte corretta, essa non può negare il fatto che gli arabi israeliani attualmente costituiscono un quinto della popolazione del Paese – un quarto della popolazione sotto i 19 anni – e che nella West Bank oggi vivono almeno due milioni di arabi.Israele, lo Stato Ebraico, esiste perché è stato proclamato tale da una decisiva e stabile maggioranza ebraica, che rappresenta almeno il 70 per cento della popolazione. Qualsiasi dato inferiore a questa percentuale comporta una scelta, quella tra essere uno Stato ebraico e uno Stato democratico. Se Israele sceglie la democrazia, dovrà cessare di esistere come Stato ebraico. Se decide di rimanere ufficialmente ebraico, allora dovrà affrontare un livello d’isolamento internazionale senza precedenti, incluse le sanzioni, che potrebbero essere fatali.Il rimedio ideale a questo dilemma è la separazione di due Stati, uno per ebrei e l’altro per i palestinesi. Le condizioni sostanziali per una soluzione del genere però sono irrealizzabili, almeno nell’immediato. La creazione di un governo palestinese – persino seguendo i parametri stabiliti nell’accordo proposto dal presidente Clinton nel 2000 – richiederebbe lo spostamento di almeno 100mila israeliani dalle loro case nella West Bank. Nel 2005, furono necessarie ben 55mila uomini dell’esercito israeliano per evacuare solo 8.100 coloni da Gaza. Fu la più vasta operazione militare israeliana dalla guerra dello Yom Kippur del 1973, e si rivelò profondamente traumatica. A differenza della roccaforte biblica della Giudea e della Samaria – che oggi viene chiamata West Bank – Gaza non è mai stata considerata una parte della storica Terra d’Israele.Sul fronte palestinese, non c’è mai stata una leadership, nemmeno una, disposta a concedere la richiesta di rimpatrio dei rifugiati palestinesi in Israele, oppure a cedere una parte del Monte del Tempio (una precondizione necessaria per un insediamento che non comporti la divisione di Gerusalemme). Nessun leader palestinese, neanche quello più moderato, ha mai riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele e neppure l’esistenza di un popolo ebreo.In assenza di un paradigma realistico della soluzione “due popoli / due stati”, la pressione internazionale crescerà per cercare di trasformare Israele in uno Stato binazionale. Questo comporterà la fine del progetto Sionista. Se consideriamo l’illegalità endemica e la violenza che esistono in altre realtà del Medio Oriente, dove è stato creato un solo Stato, come nel caso del Libano e dell’Iraq, tantissimi ebrei israeliani sceglieranno la via dell’emigrazione.Delegittimazione. Dalla metà degli anni Settanta, i nemici di Israele hanno lanciato – con un successo sempre maggiore –una campagna di delegittimazione contro Israele nei forum mondiali, nei circoli intellettuali e accademici, e sulla stampa. Questa campagna tende a rappresentare Israele come uno Stato razzista e colonialista, che garantisce diritti straordinari ai cittadini ebrei e nega le libertà fondamentali agli arabi.Queste accuse si sono fatte spazio nella manualista pubblicata in Medio Oriente e sono diventati parte integrante delle discussioni quotidiane alle Nazioni Unite e in organizzazioni internazionali. Più di recente, Israele è stato definito uno Stato che pratica l’apartheid, comparandolo di fatto all’ex regime sudafricano che affermava la supremazia della popolazione bianca sui neri. Molti degli sforzi israeliani nelle operazioni di contrasto al terrorismo vengono etichettati come crimini di guerra, e i generali israeliani sono accusati da tribunali stranieri.Nonostante l’occupazione della West Bank e di Gaza abbia chiaramente contribuito ad arrugginire l’immagine di Israele, la campagna di delegittimazione si sta concentrando sempre di più non sulla politica condotta nei Territori dallo Stato ebraico ma sulla sua stessa essenza di Stato nazionale ebraico.In passato queste calunnie venivano scartate come innocua retorica. Ma nello stesso tempo la delegittimazione di Israele si rafforzava sempre di più, e venivano poste anche le fondamenta per l’adozione di misure internazionali tese a isolare Israele e a punirlo con lo stesso genere di sanzioni che hanno fatto cadere il regime Sudafricano. Le campagne accademiche per boicottare le università e gli intellettuali israeliani sono il preludio del tipo di critiche che potrebbero distruggere economicamente Israele e negargli la possibilità di difendersi contro le minacce alla sua esistenza lanciate dal terrorismo e dall’Iran.Terrorismo. Fin dal momento della sua nascita, Israele è stato l’obiettivo di una serie di attacchi – bombardamenti, imboscate, lancio di razzi – condotti da elementi irregolari arabi impegnati a distruggerlo. Nel decennio tra il 1957 e il 1967 – considerato il periodo più sereno nella storia israeliana – centinaia di abitanti sono stati uccisi durante gli attacchi. Nonostante questo, l’establishment che aveva in mano la sicurezza del Paese guardava a questa condizione di terrore come a una seccatura che non minacciava la sopravvivenza dello Stato, anche se poteva tormentarlo.Questa valutazione cambiò nell’autunno del 2000, quando i palestinesi risposero all’offerta israelo-americana di creare uno Stato nella West Bank e a Gaza con un’offensiva di fuoco lungo le frontiere e con una serie di attacchi kamikaze. Il risultato è stato che i turisti e il capitale straniero hanno abbandonato il Paese, e gli israeliani si sono letteralmente rinchiusi dentro le proprie case. Lo Stato stava morendo.Alla fine Israele radunò le proprie forze e, nella primavera del 2002, lanciò una controffensiva contro le roccaforti terroriste nella West Bank e a Gaza. Le Forze della Difesa Israeliana (IDF) svilupparono delle tecniche innovative per pattugliare le città palestinesi, coordinare le forze speciali e le unità d’intelligence, prendendo nel mirino i leader del terrorismo. Israele costruì una barriera di separazione per impedire ai terroristi di infiltrarsi nello stato da est.Queste misure ebbero quasi successo nell’eliminare i kamikaze e nel risanare la stabilità economica e sociale. Non appena queste politiche iniziarono a ottenere i primi risultati storici, i terroristi avevano già trovato una nuova arma altrettanto pericolosa per l’esistenza d’Israele.I razzi Katyusha lanciati dall’Hezbollah a nord di Israele e quelli Qassam lanciati da Hamas a sud hanno reso la vita emotivamente impossibile in gran parte del Paese. Ma se le operazioni di terra e di aria israeliane possono anche aver avuto successo nell’impedire temporaneamente questi attacchi, Israele ha dovuto comunque ricorrere a una terapia da XXI secolo per difendersi da una minaccia nata alla metà del XX secolo.Per di più negli arsenali di Hezbollah e di Hamas ci sono anche razzi capaci di colpire qualsiasi città israeliana. Se lanciati allo stesso tempo, potrebbero distruggere gli aeroporti israeliano, colpire l’economia del Paese, incitare a un esodo di massa, e forse scatenare una reazione a catena che potrebbe unire alcuni arabi israeliani e numerosi stati mediorientali nell’assalto. I tentativi israeliani di difendersi, per esempio invadendo il Libano e Gaza, verrebbero condannati internazionalmente, e servirebbero come pretesto per delegittimare lo Stato ebraico. La sopravvivenza di Israele sarebbe minacciata. Un Iran armato di atomica. Facendo da sponsor ad Hamas e l’Hezbollah, l’Iran è intrinsecamente legato alla minaccia terroristica. Ma quando la Repubblica Islamica otterrà l’arma nucleare – secondo le stime dell’intelligence israeliana entro quest’anno – la minaccia aumenterà e molto.Un Iran armato di atomica comporta non una ma numerose minacce all’esistenza di Israele. Quella più chiara è il desiderio che, ormai per abitudine, l’Iran continua a esprimere proclamando di voler “spazzare via dalle mappe Israele”. Un’altra minaccia deriva dal fatto che i calcoli fatti durante la Guerra Fredda sulla deterrenza nucleare – basati sul concetto della mutua distruzione – potrebbero non valere più nel caso del radicalismo islamico e dei suoi combattenti ansiosi di diventare martiri. Alcuni esperti israeliani prevedono che la leadership iraniana sarebbe disposta a sacrificare il 50 per cento della popolazione pur di “sradicare” Israele dalla faccia della terra.Al di là dai pericoli rappresentanti da un attacco vincente dell’Iran contro Israele, esiste la possibilità che Teheran passi le sue capacità nucleari ai gruppi terroristici, che poi le scatenerebbero contro Israele grazie alla permeabilità dei porti del Paese e attraversate i suoi confini.Un Iran nucleare toglierà ad Israele la capacità di rispondere agli attacchi terroristici: per esempio, in risposta a una rappresaglia israeliana contro Hezbollah, l’Iran potrebbe annunciare l’allerta nucleare, causando un panico diffuso in tutto Israele e il collasso della sua economia. Infine – ed è il fatto più pericoloso – molti Stati mediorientali hanno dichiarato di voler sviluppare da soli le loro capacità nucleari non appena l’Iran riuscirà a ottenere la bomba.Israele si troverà rapidamente in una situazione di profonda instabilità nucleare che potrebbe generare violente rivoluzioni e calcoli errati destinati a portare alla guerra. Come ha affermato il ministro laburista Efraim Sneh, in queste circostanze tutti quegli israeliani che potranno lasciare il paese lo faranno.L’emorragia della Sovranità. La sovranità d’Israele non si basa su larghe sezioni del suo territorio né sui principali settori della sua popolazione. A Gerusalemme Est – a breve distanza da dove vengono severamente applicati i codici di costruzione israeliani usati a Gerusalemme Ovest – gli arabi hanno costruito centinaia di case abusive, molte delle quali nelle aree storiche della città, e nella più completa impunità. La situazione è molto peggio che nel Negev o in Galilea, dove grandi appezzamenti di terra sono stati confiscati agli occupanti abusivi. In queste zone le tasse vengono pagate in modo irregolare e, nel migliore dei casi, la polizia è solo una presenza simbolica.Israele non solo non applica le leggi nei segmenti della sua popolazione araba, ma non lo fa neanche con significanti settori della comunità ebraica. Più di 100 avamposti sono stati creati illegalmente nella West Bank, e la violenza perpetrata dai coloni ebrei nei confronti dei civili palestinesi e delle forze di sicurezza israeliane, oggi è considerata una grande minaccia anche per l’IDF.Ma non è tutto perché Israele si è tirato indietro anche quando è balenata l’idea di rafforzare molti degli status della fiorente comunità Haredim. (Secondo un recente rapporto, nel 2012 gli Haredim saranno un terzo degli studenti delle scuole elementari ebraiche di Israele). Anche se è difficile parlare in termini generali degli Haredim israeliani, la maggioranza schiacciante della comunità non fa il servizio militare e non riconosce i simboli dello Stato.Una buona parte dei membri della Knesset, sia arabi che ebrei, non distingue la validità dello Stato per cui lavora. Alcuni di loro chiedono attivamente la sua dissoluzione. In poche parole, Israele sta subendo un’emorragia di sovranità e, in questo modo, sta minacciando la propria esistenza come Stato.Corruzione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a processi contro i principali leader israeliani con accuse di appropriazione indebita, di aver accettato mazzette, di riciclaggio, molestie sessuali, e persino stupro. Gli israeliani più giovani detestano la politica, che viene ampiamente percepita come un mondo fatto di tagliagole; secondo delle rilevazioni annuali, poi, la Knesset è l’istituzione meno rispettata fra tutti gli organi dello Stato. Le accuse di corruzione si sono estese in aree della società israeliana che un tempo erano considerate incorruttibili, com’è il caso dell’esercito.A mio parere il venir meno della moralità pubblica pone la più grande minaccia alla esistenza di Israele. E’ proprio questa minaccia, infatti, che ostacola la capacità israeliana di resistere alle altre minacce; tutto questo mina la volontà degli israeliani di lottare, di governare e persino di continuare a vivere in uno Stato ebraico sovrano. Tutto questo incoraggia i nemici di Israele a farsi avanti e rovina la sua reputazione internazionale. Per esempio , il fatto che Israele sia un leader mondiale nel settore del traffico di droga e di esseri umani, del riciclaggio di denaro e nel traffico di armi clandestino, non solo è eccessivo per uno Stato ebraico, ma in sostanza riduce anche la sua capacità di sopravvivenza.Soluzioni. Anche se può sembrare il contrario, le minacce all’esistenza di Israele hanno soluzione, in parte o del tutto. La protezione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico deve diventare una priorità politica per Israele. Vanno investite grandi risorse nell’espansione delle infrastrutture industriali e sociali della città e nell’incoraggiare i giovani a tornarci. Due volte l’anno, i bambini israeliani devono visitare Gerusalemme; nei programmi scolastici vanno introdotti materiali sulla centralità di Gerusalemme nella storia ebraica e sulla importanza della città nell’identità nazionale.Allo stesso modo, per mantenere l’integrità demografica israeliana, devono essere adottate misure per separare Israele dalle aree densamente popolate della West Bank. In mancanza di un vero interlocutore fra i palestinesi, Israele deve stabilire unilateralmente le sue frontiere orientali. I nuovi confini dovrebbero includere quanti più ebrei possibile, gli assetti naturali e strategici e i luoghi sacri ebraici.Non c’è una soluzione assoluta per il terrorismo, ma gli attacchi terroristici possono essere ridotti a un livello gestibile attraverso operazioni combinate (d’aria, terra e d’intelligence), opponendo degli ostacoli fisici, e sistemi antiballistici avanzati. E’ anche necessario che Israele adotti una politica di tolleranza zero contro il terrorismo: per ogni razzo o colpo di mortaio lanciato oltre i suoi confini deve esserci una immediata risposta punitiva. Nessuna immunità per i leader terroristici, né militari né politici. Israele ha dimostrato che i kamikaze possono essere praticamente eliminati e che le organizzazioni terroristiche come Hezbollah possono essere dissuase.Israele non può permettere che l’Iran ottenga armi atomiche. Dovrebbe invece lavorare in tandem con gli Stati Uniti appoggiando l’attuale amministrazione negli sforzi diplomatici di dissuadere gli iraniani nel proseguire lo sviluppo del loro programma nucleare, ma dovrebbe anche ricordare ai politici americani i pericoli della prevaricazione iraniana. Israele non può neanche consentire che gli vengano legate le mani perché deve essere libera di avviare operazioni segrete per impedire lo sviluppo di tale programma, mentre continua a sviluppare i piani e l’intelligence necessaria per un’operazione militare.Se si vuole far sopravvivere lo Stato, non ci sono altre possibilità se non quelle di fare in modo che Israele affermi la sua sovranità completamente e in modo giusto su tutto il territorio e su tutta la cittadinanza. Questo significa anche proibire le costruzioni illegali a Gerusalemme Est, nel Negev e in Galilea. Devono essere fatti grandi investimenti per aumentare le forze di sicurezza necessarie per applicare uniformemente il diritto israeliano in tutto il Paese.Nel caso specifico degli arabi israeliani, Israele deve adottare una politica “a due punte” per assicurare una totale eguaglianza nell’erogazione dei servizi sociali e nelle infrastrutture, ma deve anche insistere nella richiesta che gli arabi israeliani dimostrino una sostanziale lealtà allo Stato ebraico. Va stabilito un sistema di servizio nazionale – militare oppure no – che dovrebbe essere obbligatorio per tutti gli israeliani, mettendo fine alla separazione distruttiva delle giovani generazioni degli Haredi dalle responsabilità verso la cittadinanza.La corruzione deve essere affrontata non solo dal punto di vista istituzionale ma anche da quello ideologico. Il primo passo per ridurla tra i politici è una riforma radicale del sistema di coalizione, a cui la corruzione è organica. I giovani devono essere incoraggiati a entrare in politica e devono essere favoriti i movimenti in grado di stimolare la correttezza negli affari pubblici.Per sradicare la corruzione è ancora più importante investire sulla rinascita dei valori sionisti ed ebraici. Questi valori dovrebbero essere prima di tutto inculcati nelle scuole, poi attraverso i media e la cultura popolare. La necessità più pressante però è quella di una leadership. Certamente tutte queste minacce possono essere superate con leader coraggiosi, perspicaci, e moralmente solidi, com’era David Ben-Gurion.Nonostante esistano dei rimedi per tutte le imponenti minacce che Israele si troverà ad affrontare, contemplarli non significa uscirne scoraggiati. Una contestualizzazione storica può rivelarsi utile. Israele ha sempre dovuto lottare contro pericoli mortali, molti dei quali poco invitanti rispetto a quelli di oggi, ma comunque sia, ce l’ha sempre fatta a prevalere.Nel 1948, una popolazione composta dalla metà di quella di Washington DC, senza risorse economiche e senza alleati, armata con nient’altro che pistole, riusciva a tenere a bada ben sei eserciti arabi. Quel popolo ha costruito un’economia, in dieci anni ha triplicato la sua popolazione, ha sviluppato una democrazia vibrante e una cultura ebraica. Diciannove anni dopo, nel giugno del 1967, Israele era circondato da un milione di soldati arabi che volevano il suo annientamento. L’economia stava collassando e la Francia, il suo unico alleato, stava passando dall’altra parte. Non c’era nessun tipo di aiuto dagli Stati Uniti ma solo l’odio da parte dai paesi del blocco sovietico, la Cina e persino l’India.Guardate cos’è diventato oggi Israele. Una nazione di 7 milioni di persone, con un’economia robusta, con sei università tra le migliori del mondo, una pulsante cultura giovanile, un’arte all’avanguardia, e un sistema militare che – almeno in due guerre – è stato capace di mobilitare più del 100 per cento delle sue riserve. Secondo inchieste recenti gli israeliani sono secondi solo agli americani quanto a patriottismo e disponibilità a difendere il proprio paese.Nel 2009 Israele ha stipulato accordi con la Giordania e con l’Egitto, ha eccellenti rapporti con l’Europa dell’Est, la Cina e l’India, e un’alleanza storica con gli Stati Uniti. In pratica, da qualsiasi punto di vista, Israele si trova in una posizione migliore che mai nei suoi 61 anni d’indipendenza.Nonostante la severità delle minacce che la mettono in pericolo, l’esistenza di Israele non deve essere sottovalutata come non devono essere sottovalutati né la sua resistenza né la volontà nazionale. Questa persistenza riflette, almeno in parte, il successo del popolo ebraico nel superare i pericoli per ben 3.000 anni. Accanto alla Diaspora ebrica e ai milioni di sostenitori di Israele all’estero, Israele non può sopravvivere da sola a tutti questi pericoli ma, come nel passato, può prosperare.
Michael B. Oren (1955) è uno storico e scrittore israelo-americano. E’ stato anche un ufficiale dell’IDF, l’esercito israeliano. Il 2 maggio scorso è stato nominato ambasciatore di Israele negli Stati Uniti. Ha scritto “Six Days of War: June 1967 and the Making of the Modern Middle East”, tra gli altri.Tratto da “Commentary”
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kibbutz GinosarVi racconto la gratitudine degli ebrei di Libia.Ecco perché vogliamo aiutare chi soffre
Qualche mese fa, un aereo della sua compagnia che volava verso il Medio Oriente per portare il controvalore di centinaia di migliaia di euro in medicinali ai bambini di Sderot e di Gaza, aveva suscitato un'alzata di scudi da parte di chi non riusciva a comprendere il suo gesto. Ma per Walter Arbib non ci sono conflitti di interesse quando si tratta di aiutare gli altri. Ora si parla di nuovo di lui per gli aiuti che sta inviando alle popolazioni terremotate dell'Abruzzo. “Questo progetto è un’occasione speciale di esprimere la mia gratitudine per l'aiuto che l'Italia ha offerto a me e alla Comunità ebraica tripolina quando la Libia ha espulso gli ebrei dal Paese nel 1967» osserva Arbib, che quando fu costretto a lasciare il suo paese assieme a moltissimi altri ebrei aveva 26 anni.«Abbiamo due possibilità nella vita, una è affrontare la realtà, l' altra è distogliere gli occhi», aveva dichiarato qualche mese fa in un'intervista rilasciata al Portale dell'ebraismo italiano. E lui gli occhi non li ha distolti mai, perché dell'aiuto agli altri ha fatto la sua filosofia di vita. Walter Arbib, 67 anni di origini tripoline, è l'amministratore delegato di Skylink Air and Logistics, una società canadese con un fatturato di 330 milioni di dollari che collabora per conto di numerosi governi a missioni di aiuto in zone di emergenza in tutto il mondo. La sua flotta, oltre ai jet e agli elicotteri, vanta anche un enorme Antonov 124 capace di trasporti da 120 tonnellate e un'addestrata squadra di “good guys” i “bravi ragazzi”, operatori pronti a partire a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il 5 giugno 1967, Arbib stava guidando la sua auto quando ascoltò alla radio che era scoppiata la Guerra dei Sei giorni e improvvisamente la sua vita cambiò. Con il pretesto del conflitto gli ebrei tripolini furono assediati nelle loro case. Al ricordo dei pogrom, delle case bruciate, dei beni confiscati, si associa quello dell'accoglienza che l'Italia offrì a centinaia di famiglie ebraiche che vivevano a Tripoli e, fra queste, alla famiglia di Walter.“Io mi auguro che quelli della nostra età tramandino ai propri figli il senso della gratitudine per questo Paese. Quello che l'Italia ha fatto per noi non è una cosa scontata” osserva Arbib “Ricordo l'arrivo, e l'accoglienza. Non dobbiamo dimenticare mai che molti profughi ebrei hanno potuto ricostruirsi una vita grazie all'aiuto italiano”.La permanenza di Arbib a Roma, durò poco tempo, si trasferì in Israele e nel 1988 in Canada dove fondò la SkyLink, ma una parte del suo cuore è rimasta qui in Italia “Mi considero equamente italiano, ebreo e canadese” dichiara con un senso di orgoglio “Quando ho sentito del terremoto in Abruzzo ho pensato che avevo finalmente l'occasione di fare qualche cosa, a nome degli ebrei tripolini, per questo Paese che nel '67 ci aveva accolto, ma che sarebbe stato anche un modo per esprimere la gratitudine agli abitanti di Fossa per gli aiuti dati ad alcune famiglie ebraiche durante la persecuzione nazista”.Da esperto del settore, Arbib, esprime anche il suo apprezzamento per il modo in cui il Governo italiano ha gestito l'emergenza terremoto: “Penso che in questa occasione Berlusconi e Bertolaso e tutto il governo abbiano dimostrato grande efficienza”, osserva Arbib e aggiunge “Far conoscere il cuore degli italiani è un altro dei miei scopi, qualche tempo fa ho organizzato qui in Canada con la collaborazione della Comunità italocanadese una serata in onore di Giorgio Perlasca, perché mi sembrava giusto far conoscere ai canadesi un uomo eccezionale che ha donato la sua vita per salvarne delle altre.”Walter Arbib si definisce un israeliano-italiano-canadese. Ma osservandolo da vicino ci si rende conto che probabilmente è qualcosa di più. Un ebreo che è voluto diventare cittadino del mondo.Lucilla Efrati http://www.moked.it/
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Torino e i libri - Da Grossman a Kenaz a Bat Ye'or,il grande appuntamento con la cultura ebraica
All'ingresso monumentali faraoni segnalano che alla Fiera del libro di Torino il paese ospite quest'anno è l'Egitto. Eppure già all'ombra di queste gigantesche statue di cartapesta decine di migliaia di visitatori vengono a prendersi la loro copia di pagine ebraiche, la pubblicazione a larga tiratura ricca di spunti di cultura e di informazione che l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sta diffondendo in questi giorni. E l'attenzione alla letteratura in lingua araba del Medio Oriente, grande protagonista dell'edizione in corso, si accompagna a un ricco e seguitissimo filone dedicato alla cultura ebraica e agli scrittori israeliani. Quasi che l'esperienza della Fiera 2008, dove tra mille polemiche l'ospite era stato Israele, abbia lasciato un segno indelebile. Nelle sale del Lingotto si possono incontrare scrittori del calibro di David Grossman o Yehoshua Kenaz, l'inglese Howard Jacobson autore delle surreali Kalooki nights, il newyorkese d'adozione André Aciman, il giovane statunitense Todd Hasak Lowy o l'arabo israeliano Sayed Kashua. E poi giornalisti, storici, politologi e tanti intellettuali del mondo ebraico italiano (tra cui molti collaboratori del Portale dell'ebraismo italiano http://www.moked.it/).Nei padiglioni affollati e rumorosi della Fiera del libro, che in quest'edizione 2009 vede come paese ospite l'Egitto, gli incontri si susseguono a ritmi serrati, spesso accavallandosi. Un'ora esatta di dialogo con l'autore, perché alla porta già preme il pubblico dell'evento successivo e poi via di corsa verso il prossimo appuntamento. Tra miriadi di sollecitazioni seguire una traccia culturale, come quella ebraica, è un esercizio del tutto arbitrario e spesso faticoso.Venerdì ad aprire le danze sul fronte israeliano è Sayed Kashua, intervistato dal giornalista Stefano Jesurum. A 34 anni Kashua è un caso singolare nel panorama letterario. Arabo israeliano scrive in ebraico, firmando tra l'altro una popolare rubrica sul settimanale Kol ha'ir in cui racconta in toni scanzonati la quotidianità dei villaggi arabi. I suoi due romanzi tradotti in italiano, E fu mattina e Arabi danzanti (entrambi editi da Guanda) hanno segnato, per tanti lettori, una svolta nella percezione della realtà del mondo arabo israeliano. Nonostante ciò, spiega Kashua, è stato molto difficile trovare un editore in un paese arabo. Gli gioca contro la scrittura in ebraico (e forse non a caso la prima edizione araba delle sue opere uscirà a Beirut, città di secolare tradizione cosmopolita). Eppure, dice lui, nella scelta dell'ebraico non vi sono intenzionalità. “Non scrivo in arabo perché non ne sono capace – dice – L'ebraico è la mia prima lingua di scrittura, quella che ho appreso a scuola. Comunque non sono il primo arabo che scrive in ebraico, anche il grande Shamas l'ha fatto”. Ma la scelta della lingua esplicita in ogni caso una scelta di campo. “Non mi piace parlare di arabi e israeliani come di due parti contrapposte. Nella realtà viviamo una situazione di separatezza: io voglio però mescolare le regole del gioco”. E a confondere ancor di più le acque Kashua elenca i suoi autori preferiti. Tutti israeliani: al primo posto, Etgar Keret.Le regole del gioco si sovvertono anche per André Aciman, nato ad Alessandria d'Egitto in una famiglia sefardita di origine turca, che vive e lavora a New York. Intervistato da Elena Loewenthal, Emmanuelle de Villepin e Wlodek Golkorn, Aciman, di cui in italiano è appena uscito il romanzo d'ispirazione autobiografica Ultima notte ad Alessandria (Guanda), incarna un cosmopolitismo vissuto e sofferto. Il suo legame con il mondo dell'infanzia alessandrino, dove s'intrecciano in armonia lingue, culture e religioni, s'interrompe bruscamente con l'espulsione per un esilio che troverà approdo in un altro meltin'pot, quello newyorkese. In mezzo, una tappa in Italia. “Non mi sento egiziano – spiega Aciman – Non lo sono mai stato e non me l'hanno mai permesso. Ma non mi sento nemmeno statunitense. Mi sento un newyorkese così come una volta mi sentivo alessandrino, figlio di una civiltà che oggi non esiste più”. Ma quest'identità così volatile e per tanti versi così moderna porta con sé un dolore vivo e profondamente ebraico. “Quando la gente si sposta molto i morti rimangono abbandonati e pochi anni dopo sono dimenticati, quasi non siano mai esistiti. E' accaduto a intere generazioni di ebrei, anche alla mia famiglia. Da qui mi è venuta la spinta a scrivere il libro, perché si sappia com'era il mondo ormai scomparso d'Alessandria d'Egitto”. Affonda le sue radici in Egitto anche l'esperienza di Bat Ye'or, lo pseudonimo che in ebraico significa Figlia del Nilo con cui è nota la scrittrice Giselle Littman, protagonista insieme a Ugo Volli e Dario Peirone di un incontro organizzato dall'Associazione Italia Israele. Nata al Cairo e naturalizzata britannica, Bat Ye'or è conosciuta come pioniera nello studio delle forme di sottomissione al dominio islamico e della Jihad. “Leggere i suoi libri – dice Ugo Volli – è importante per riuscire a guardare in controluce le notizie pubblicate dai media e capire davvero ciò che sta accadendo”. Per Bat Ye'or la direzione degli eventi è infatti molto chiara, come illustra nel suo libro Il califfato universale, da poco edito in italiano da Lindau. “In Occidente – spiega – è in atto un profondo processo di islamizzazione. Gli stretti legami fra l'Unione europea e la Conferenza islamica stanno indebolendo le identità nazionali e i valori religiosi europei così da rafforzare il potere islamico. Per questo le politiche di contenimento dell'immigrazione vengono definite razziste e vi sono forti pressioni per favorirla”. E sempre in direzione di una progressiva islamizzazione dell'Europa, dice Bat Ye'or, va inserito il prospettato ingresso della Turchia in Europa. “Il momento è molto critico – conclude – Se non lottiamo, anche a sostegno di Israele, rischiamo di perdere i nostri diritti e la nostra identità giudaica e cristiana”. La giornata di sabato porta con sé l'appuntamento con due grandi della letteratura israeliana, Yehoshua Kenaz e David Grossman. Incontri molto diversi - raccolto e quasi sussurrato il primo, vibrante di applausi e affollatissimo il secondo – a significare un divario netto di poetica, linguaggio e, perché no, perfino esposizione mediatica. Intervistato da Elena Loewenthal, Kenaz – di cui Nottetempo ha da poco mandato in libreria Paesaggio con tre alberi - parla del mestiere di traduttore (traduce dal francese), di libri e di scelte letterarie con il rigore gentile di chi della riservatezza ha fatto una cifra di stile e di vita. “A 62 anni non ho ancora capito né perché si scrivono libri né perché si leggono So soltanto che per me è una sorta di dovere – dice – Scrivere è molto diverso dal tradurre. Quando traduco m'immedesimo nell'autore e scrivo in ebraico come potrebbe fare lui stesso. Ma se sono io a scrivere non sono mai convinto di ciò che sto facendo. La storia inizia a girarmi per la testa e la lascio lì a passeggiare per un po'. Finché non mi decido a scrivere”. E nel processo creativo si dà una sorta di misteriosa trasfigurazione. “Non amo rileggermi. Ma quando lo faccio spesso mi stupisco di quel che ho fatto. Mi viene da dire: è troppo buono per me”. Potrebbe essere una sorta di prova del nove artistica. “In tutto ciò che ho scritto – dice infatti Kenaz - c'è un nucleo autobiografico. Non posso pensare d'iniziare senza questo nucleo da tenere in mano. Ma l'arte non è solo questo. E' quel tessuto di avvenimenti e personaggi che gli si costruisce intorno. E' questa la grande avventura della letteratura”.Viaggia su tutt'altri binari l'incontro con David Grossman. A cominciare dalla sala, la più grande e lussuosa del Lingotto. Per entrare è indispensabile il biglietto. E i biglietti sono andati a ruba già di prima mattina. Ciò nonostante una coda chilometrica attende comunque all'ingresso nella speranza di rimediare in extremis un posto per ascoltare lo scrittore che vent'anni fa, con Vedi alla voce amore, fece scoprire all'Italia la letteratura israeliana. Esce il Nobel Orhan Pamuk, entra David Grossman. Lo accoglie un applauso scrosciante, da rockstar più che da raffinato autore. Lui sorride affabile, ringrazia. Ma non cede alle civetterie da divo e per un'ora abbondante, intervistato da Giovanna Zucconi, zooma su un panorama di vita, letteratura e politica di respiro ampissimo. A partire dal suo ultimo libro A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori), da mesi ai primi posti nelle classifiche dei best seller italiani, per approdare alla pace in Medio oriente.“In Italia – dice – la gente si è mostrata ben disposta a esporsi a questo libro su un piano emotivo. All'inizio ero convinto che questo lavoro, che parla di Israele, dei suoi dilemmi e delle tensioni della sua vita, poteva interessare solo chi vive lì. Ma quando è stato pubblicato all'estero moltissimi lettori mi hanno detto che affronta invece temi universali: le paure, il modo di allevare i figli, i rapporti tra fratelli”. Grossman non nomina mai il figlio Uri, caduto sul fronte libanese nel 2006. Ma la sua presenza è palpabile in ciascuna delle parole che descrivono il libro, scritto dopo la sua morte.Poi il discorso si sposta sulla scrittura (“il grande piacere dello scrivere è lo sforzo di comprendere gli altri, di vedere il mondo come loro lo vedono”) sui media (“siamo vittime di un linguaggio che manipola le persone e sminuisce la loro unicità. Tanti oggi sono attenti alla pulizia dell'ambiente o degli alimenti: perché non dovremmo prestare altrettanta attenzione alla purezza del linguaggio?) per concludere con la politica. Da Obama (“per la prima volta dopo molti anni ha parlato agli americani come a degli adulti: senza manipolarli o illuderli”) alle prospettive di pace. “Spero che Obama imponga a Nethanyahu la soluzione dei due stati. Voglio credere che il nostro primo ministro in fondo sta aspettando proprio che qualcuno lo costringa. Tutti noi sappiamo che la soluzione può arrivare solo da questa formula. Altrimenti tra poco entreremo in un ennesimo ciclo di violenza e sangue. E al termine ci ritroveremo al punto in cui siamo ora”.Sono di nuovo applausi entusiasti. L'incontro si chiude e si apre uno dei rituali che alla Fiera del libro coinvolgono tutti gli autori, dall'esordiente alla star: la firma degli autografi. Superfluo sottolineare che la calca per David Grossman è numerosa ed entusiasta. La security ha ormai i nervi a pezzi. Un'addetta della casa editrice raccoglie i nomi per le dediche e lo scrittore firma una mole impressionante di volumi. Senza dimenticare un sorriso gentile, una parola e una stretta di mano per tutti. Daniela Gross http://www.moked.it/
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giovedì 21 maggio 2009
progetto con bimbi nel kibbutz LotanLa riconciliazione fa fare festa a israeliani e palestinesi
Nella terra dove da anni i potenti discutono di pace e ancora anche solo una parola sbagliata può provocare più danni di una bomba, una stretta di mano o magari una canzone possono essere più efficaci di cento incontri al vertice. È stata questa la filosofia del Concerto per la Riconciliazione, iniziativa lanciata da Sat 2000, il braccio televisivo della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione del viaggio del Papa in Terra Santa. Il primo appuntamento è stato il 13 maggio proprio qui a Bet’she An, nei dintorni di Nazareth, una delle più antiche città della Galilea, a due passi dal fiume Giordano e dal lago di Tiberiade, oggi vivace meta turistica. Lì, nell’anfiteatro romano si sono esibiti artisti italiani, israeliani, arabi e palestinesi, salutati da Roma dai capi delle loro religioni e applauditi da circa quattromila persone accalcate sugli antichi gradini, famiglie ebree, musulmane e cristiane. L’intento è di farne un appuntamento fisso, stabilendo il 13 maggio come Giorno della Riconciliazione. L’idea è venuta a Francesco Porcelli, attuale capo delle produzioni di Sat 2000, dov’è approdato dalla Endemol: «Dopo aver prodotto quattro edizioni del Grande Fratello, sono stato folgorato sulla via di contenuti» ride Porcelli, cugino di Ugo Porcelli, storico complice di Renzo Arbore, tirato dentro quest’avventura per scrivere lo spettacolo di Bet’she An, andato in onda mercoledì scorso. «Ho accettato subito, perché a Sat 2000 si possono ancora scrivere pagine bianche, inventare come altrove non è più possibile» assicura. «A dicembre andai con la famiglia in Terra Santa, in piena guerra di Gaza» racconta Porcelli «sono un cattolico praticamente, interessato da sempre alla questione mediorientale e alle religioni. Rimasi colpito dal clima che si respirava, una grande voglia di vita quotidiana, di normalità nonostante tutto, condivisa dalla gente comune, ebrea o musulmana che fosse. Allora mi sono detto che forse bisognava ricominciare dal basso, per riuscire in quello che i vertici non riescono a risolvere. E perché non con l’arte? Perché non con la musica, che è un linguaggio universale?». Il direttore dell’emittente Dino Boffo, che guida anche Avvenire, fu d’accordo e partì la preparazione.«Non è stato un lavoro facile» ammette Porcelli «qui hanno metodi e tempi diversi. E ogni momento ti accorgi che anche una virgola al posto sbagliato può essere mal interpretata». Ma la posta in gioco, valeva la fatica. È stato messo a punto il cast tecnico, capeggiato dal regista Pino Leoni, altra firma storica della tv pubblica quand’era bella, utilizzando maestranze tutte rigorosamente locali. Si sono scelti i conduttori: l’attore-regista Giulio Base e l’attrice israeliana Moran Atias, fra poco sui nostri schermi con Luca Argentero e sulla Tv americana nella serie “Crash”. Ed è stato definito il cast artistico, la parte più complessa dell’intera operazione. Per esempio, volendo sul palco un decisa presenza palestinese, ci si è rivolti a padre Raeth, parroco di Tayben, villaggio cristiano nelle vicinanze di Ramallah, che ha segnalato un coro di 25 bambini e un balletto di 30 adolescenti: «Ragazzi straordinari ed entusiasti di partecipare, ma non tutti i loro genitori erano d’accordo a mandarli in terra israeliana» chiosa Porcelli «e temevamo anche la reazione del sindaco di Bet’she An, che fu ferito e perse un parente in un attentato nel 2002».Senza contare che a poche ore dallo spettacolo, proprio durante un incontro col Papa uno sceicco arabo aveva rinfocolato le divisioni fra palestinesi e israeliani. Ma i ragazzi sono arrivati, coi loro costumi colorati, con la loro bravura. Non facile neanche trovare una cantante lirica musulmana, per equilibrare la parte “classica” della scaletta che vedeva artisti italiani accompagnati dalla Simphonetta Raanana Orchestra,composta da ebrei e musulmani. Alla fine è arrivata Enas Massalha, mezzosoprano di Daburya a cantare una commovente preghiera tradizionale palestinese, “Ya Mariam”. Il risultato finale è stato uno spettacolo in cui si sono alternati artisti come Francesco D’Orazio, che ha suonato un preziosissimo Guarnieri del Gesù, e il coro tedesco dei Gregorian; il nostro Alessandro Safina, già noto in Israele, e il Quintetto Italiano formato sotto l’ala di Pippo Baudo a Domenica In, cinque solisti lirici che, alla loro prima uscita estera collettiva hanno trascinato la platea con Verdi e “O’ sole mio”; i tedeschi Gregorian, celebrità internazionali, e il gruppo pacifista etnorock dei Gaya, celebrità israeliane, che è un vero peccato non esportare.Tutto legato dalle coreografie del gruppo di teatro-danza Beresheet Al Shalom diretto da Angela Calò Livnè, che da Roma se n’è andata a vivere in un kibbutz trent’anni fa: «Ho fondato la compagnia quando il mio primo figlio è partito militare, affinché nessun altro figlio dovesse più andare in guerra» ha detto sul palco fra gli applausi. Davvero una grande stretta di mano, che non si fermerà qui. Porcelli sorride felice: «Vorremmo allargare l’iniziativa: non solo la ricorrenza fissa del 13 maggio, ma anche interventi nelle scuole, per sapere direttamente dai più giovani cosa sognano».
http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/, 19 maggio 2009
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Allarme Facebook in Israele, il social network usato per reclutare spie
Secondo lo Shin Bet, i servizi segreti interni dello Stato ebraico, 'gruppi terroristici' cercherebbero di avvicinare cittadini israeliani tramite la piattaforma per ottenere informazioni riservate e sensibili in cambio di denaro
Gerusalemme, 19 mag. - (Adnkronos/aki)- In Israele è allarme Facebook. Tramite la piattaforma che consente di essere sempre in contatto con amici e conoscenti di tutto il mondo e attraverso altri social network alla moda, infatti, 'gruppi terroristici' starebbero cercando di avvicinare cittadini israeliani da utilizzare come una preziosa rete di spionaggio, ottenendo informazioni in cambio di denaro. L'allarme è arrivato oggi pomeriggio dallo Shin Bet, i servizi segreti interni dello Stato ebraico, ed è stato subito rilanciato dall'edizione online del quotidiano israeliano 'The Jerusalem Post'.
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Ein GhediTorino e i libri – Georges Bensoussan:“La memoria distorta minaccia Israele”
Lo Stato di Israele è davvero nato per compensare il popolo ebraico della tragedia della Shoah? E’ vero che lo Stato ebraico deve la sua creazione alla compassione del mondo occidentale per il genocidio dei sei milioni? E’ vero che il mondo arabo era era senza responsabilità rispetto al genocidio? A queste domande provocatorie risponde uno dei grandi protagonisti, in questi giorni a Torino, della Fiera del libro e delle altre manifestazioni culturali che attorno alla Fiera prendono vita, lo storico francese Georges Bensoussan. Protagonista alla Fiera, Bensoussan si è dimostrato tale anche negli appuntamenti culturali esterni, come la presentazione in anteprima del suo libro che uscirà in autunno Lo Stato d' Israele, il sionismo e lo sterminio degli ebrei d'Europa (Utet editore) al Museo della Resistenza di Torino. Lo storico francese (è autore anche di Genocidio. Una passione europea, Marsilio editori, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale 1860-1940 e L'eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Einaudi) ci ammonisce dal sottovalutare la diffusione e la gravità di questo pregiudizio, secondo cui Israele sarebbe una sorta di risarcimento al popolo ebraico da parte degli Alleati, afflitti dal senso di colpa per non aver impedito la Shoah. In questo modo, infatti, si scredita il valore storico del sionismo, movimento a cui spetta di diritto il riconoscimento per l'impegno della creazione dello Stato d’Israele. Inoltre, fa notare Bensoussan, perché non fu scelto l’Uganda, oppure uno stato dell’America latina o ancora il Birobijan di Stalin? Perché "Israele è la terra che dava abitazione agli ebrei anche se questi non vi vivevano materialmente". Dal movimento Hibat Zion, amore per Sion, il riferimento a Eretz Israel non è mai mancato. Anche per questo il libro che sarà pubblicato in autunno dalla Utet si intitola Israele, nome eterno, a sottolineare il rapporto millenario tra terra e popolo.Quale evento può confermare la teoria del senso di colpa degli Stati europei? Non è stata forse la Gran Bretagna ad astenersi nel 1947 dal votare per la creazione dello Stato di Israele, fa notare lo storico. E sempre la Gran Bretagna ha limitato l'immigrazione in Palestina, provocando la morte di migliaia di ebrei nei campi di concentramento (gli Alleati conoscevano i campi di concentramento già dal 1942). Bensoussan, nato in Marocco, ma parigino già a sei anni, precisa con un certo impeto che nemmeno il mondo arabo di allora può chiamarsi fuori dalla responsabilità dell'antisemitismo. In Marocco Hitler veniva osannato, addirittura definito un santo.La Shoah non è la causa della nascita di Israele, ma al contrario fu una amara sconfitta per il sionismo. Lo fu dal punto di vista morale, perché lo Yishuv non aveva la possibilità di aiutare gli ebrei d'Europa. Lo fu politicamente, perché non si è riusciti a convincere gli ebrei a spostarsi in massa in Eretz Israel. Infine è una sconfitta demografica perché la Shoah ha annientato sei milioni di ebrei, compromettendo anche in seguito la stessa esistenza di Israele. Il punto cruciale su cui insiste Bensoussan è che il genocidio ebraico non è il motivo della creazione dello Stato, ma ne è diventato la memoria collettiva. In altre parole il sionismo è stato sostituito dalla "religione della Shoah", molti ebrei non conoscono più la Torah, non frequentano la sinagoga e sono lontani dalla spiritualità millenaria ebraica. Tutto questo è stato sostituito con una piena identificazione nella Shoah. Ogni anno decine di migliaia di giovani israeliani partono per il viaggio della memoria ad Auschwitz, ogni soldato visita Yad Vashem; la tragedia oramai è diventata il più importante riferimento identitario per ashkenaziti, sefarditi, israeliani di destra quanto di sinistra.Sarah Kaminski, relatrice dell’incontro, ha sottolineato la volontà di dare senso alle morte nei campi, senza toccare vittimismo o eroismo, si esplicita in un episodio toccante come quello di Ilan Ramon. L’astronauta israeliano, scomparso nel 2003 a causa dell’esplosione dello shuttle Columbia, aveva deciso di portare con sé nello spazio il disegno di un ragazzo del ghetto di Terezin, Petr Ginz, intitolato Il pianeta visto dalla Luna.Bensoussan racconta che nel suo viaggio in Israele è andato alla ricerca dell'archivio del sionismo, situato in una via del centro di Gerusalemme. Arrivato sul posto, non riuscendo a trovare l'edificio, ha cominciato a chiedere indicazioni: né il tassista, né i passanti e neppure il negozio di fronte sapevano dove fosse. Bensoussan con tono ironico ha guardato il pubblico, domandandosi "e se avessi chiesto dove fosse lo Yad Vashem, lo avrebbero saputo? Sono sicuro di sì".Per concludere che se non vogliamo rischiare di delegittimarne l'esistenza "la legittimità di Israele non è la Shoah, ma Israele stesso”. Daniel Reichel http://www.moked.it/
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Grande successo per "pagine ebraiche"
Esordio alla Fiera del libro di Torino in grande stile - centomila copie alacremente e gratuitamente distribuite da giovanissimi volontari - per "Pagine ebraiche", il nuovo giornale dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane che, nell'occasione, presenta la propria campagna sull'8 per mille. Un anno dopo la presenza di Israele come ospite d'onore al Lingotto, l'infopoint dell'Ucei è, paradossalmente, ancora più visibile, immediatamente al di là dell'ingresso in Fiera. "Pagine ebraiche" è la fase sperimentale di un più vasto progetto di rilancio dell'informazione dell'Ucei in Italia. (da La Repubblica)
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PROGETTAVANO ATTENTATO A SINAGOGA NEW YORK
(AGI/REUTERS) - New York, 20 mag. - Quattro uomini sono stati arrestati dall'Fbi, con l'accusa di voler far saltare in aria la sinagoga e un centro comunitario ebraico a New York e di voler lanciare missili contro aerei militari. Lo hanno reso noto le forze dell'ordine statunitensi. Secondo un comunicato congiunto diffuso dalla procura del Distretto Meridionale di New York, dell'Fbi e del Dipartimento della Polizia locale, i quattro volevano piazzare esplosivo vicino la sinagoga del quartiere newyorkese di Riverdale. Secondo l'accusa, gli arrestati volevano anche lanciare missili Stinger contro gli aerei militari che stazionano nella base della Guardia Nazionale Aerea di New York, nell'aeroporto Stewart, un centinaio di chilometri a nord della 'Grande Mela'. "Gli accusati volevano portare a termine una serie di attentati terroristici: selezionavano gli obiettivi e cercavano le armi necessarie per realizzare i loro piani", ha detto Lev Dassin, procuratore del distretto Meridionale di New York, nella nota congiunta. I quattro, identificati come James Cromitie, David Williams, Onta Williams e Laguerre Payen, sono stati fermati dopo aver comprato un missile inattivo e esplosivi di materiale inerte, nell'ambito di un'operazione congiunta diretta dall'Fbi e da altre agenzie.
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E io, ebreo, vi dico: è un gran Papa
Se come tutti si augurano, il pellegrinaggio del Papa si concluderà senza incidenti, gli israeliani tireranno un grosso sospiro di sollievo a tutti i livelli: politico, militare , teologico e protocollare. Di per sé questo pellegrinaggio ha rappresentato per Gerusalemme un grande successo ma solo col tempo sarà possibile misurare il suo reale impatto. Tre elementi emergono già con evidenza.La personalità di Benedetto XVI. All’inizio impacciata, apparentemente incerta, offuscata da quella esplosiva, estroversa , popolare del suo predecessore, oppressa da una origine tedesca in un paese che con la Germania ha un conto tragico sempre aperto, è riuscita a ritagliarsi un’immagine locale e internazionale che nessun altro luogo avrebbe potuto offrirgli. È l'immagine di un servo del divino, di un anti star, che per citare un passaggio della preghiera giornaliera ebraica, chiede di «essere verso tutti polvere». In merito della quale i commentatori aggiungono: «Non è scritto da nessuna parte che questa polvere sia calpestabile».Il Papa non si è lasciato "calpestare" né da quegli ebrei che ritenevano dovesse chiedere perdono per la divisa nazista vestita in gioventù né dalla petulanza politica islamica palestinese che gli chiedeva di denunciare Israele. L'immagine che il papa lascia in Israele è quella di un uomo di fede accolto con sospettoso onore e salutato con rispetto e comprensione.Ciò che ha detto in favore della sovranità palestinese e contro i muri di separazione (prima fra i cuori poi fra i territori) è condiviso qui da molti. La sua condanna dell'antisemitismo, la sua volontà di non convertire nessuno, il rigetto di ogni manipolazione della religione allo scopo di giustificare la violenza, l'odio e le divisioni, è stata apprezzata come la sua preoccupazione per il futuro dei cristiani non solo in Israele, in continua diminuzione anche se con piena libertà di culto, ma nel resto del mondo, incluso quello islamico dove le persecuzioni dei cristiani sono all'ordine del giorno.Contrariamente al pellegrinaggio di papa Wojtyla, la personalità di Benedictus XVI è stata al centro ma non ha dominato la scena politica e mediatica. Ha piuttosto avuto un forte effetto educativo su un Paese - e al di là delle sue frontiere - in cui l'ignoranza e il pregiudizio nei confronti della cristianità hanno radici antiche. La Chiesa di Roma è apparsa in tutta la sua grandezza rituale e spirituale anche nei confronti delle altre chiese. Ha messo in evidenza l'intreccio linguistico, storico, liturgico fra il giudaismo e la cristianità, facendo emergere il problema dell'apoliticità, tanto nel cristianesimo quanto nell'ebraismo, dell'ebreo Gesù. Ha auspicato per i cristiani nel Medio Oriente un ruolo di punta come veicolo di pace, non di ostilità. Infine questa visita papale ha permesso agli israeliani troppo presi dai loro problemi di sicurezza di misurare l'immenso patrimonio umano, culturale, religioso, del loro Paese e la responsabilità di difenderlo e condividerlo con gli altri. Un Paese che con tutti i suoi problemi e difetti si è trasformato in uno dei pochi laboratori di ricerca di soluzioni di due problemi mondiali - il ritorno della religione nella politica e la collaborazione della tradizione con la modernità - in un quadro democratico di libertà. di R.A. Segre. 15,05,2009 Il Giornale.it
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Il tavolo degli oratoriIl comune senso del pregiudizio
Antisemiti che adorano Israele, intellettuali che disprezzano i Rom. Sono gli estremi paradossi dei molteplici volti del pregiudizio, del razzismo e dell’intolleranza xenofoba. Se ne è parlato in una sala gremita all’incontro “Il comune senso del pregiudizio” organizzato dalla Fondazione CDEC............Renato Mannheimer: L’altro da sè.L’indagine sul pregiudizio effettuata in un clima sociale condizionato dalla crisi economica e dall’immigrazione extracomunitaria evidenzia preoccupazioni in termini di sicurezza sociale e in termini di identità culturale: gli italiani sentono minacciata la propria identità e, per certi versi il proprio futuro. Le risposte alle domande sugli immigrati extracomunitari, i mussulmani e gli zingari mostrano il permanere di stereotipi.Ebrei: conoscenza personale e stereotipi culturali.L’84% della popolazione non conosce personalmente alcun ebreo, il 15% circa dichiara di averne conosciuti alcuni e solo lo 0,9% sostiene di conoscerne molti. Fra chi dichiara di aver conosciuto degli ebrei – non importa se pochi o molti - sono sovrarappresentati i titoli di studio più alti, le libere professioni e gli abitanti di Roma, Milano e Torino, sedi delle più importanti comunità ebraiche italiane.A parte quindi un 16% di italiani che conosce gli ebrei anche attraverso l’esperienza diretta, per la grande maggioranza la conoscenza degli ebrei è una conoscenza mediata. Il ruolo cardine in questo processo di mediazione è svolto dai grandi mezzi di comunicazione di massa come tv, radio, cinema. Alla domanda sulla numerosità degli ebrei in Italia oltre la metà degli intervistati (56,3%) non sa rispondere, mentre il 19,5% sovrastima la presenza ebraica (da più di 100.000 fino a oltre un milione). Ebrei e stereotipi Pochi conoscono personalmente gli ebrei ma molti se li immaginano. Per il 27% degli intervistati l’omogeneità del gruppo ebraico è significativa in rapporto agli aspetti economico-politici, una omogeneità per così dire “corporativista”. Il 16,9% enfatizza l’omogeneità degli ebrei in termini specificamente culturali: si tratta del gruppo dalle dimensioni più ridotte che significativamente non è propenso a riconoscere agli ebrei una particolare influenza dal punto di vista sociale ed economico nella vita del Paese. Il 27 % tende a considerare “gli ebrei” un gruppo marcatamente omogeneo rispetto a tutti i criteri proposti (classe sociale, istruzione, reddito, tendenza a isolarsi) L’ultimo gruppo (29,2%) infine non ritiene gli ebrei un gruppo particolarmente omogeneo, da nessuno dei punti di vista considerati. Opinioni e atteggiamenti verso gli ebrei.Agli intervistati è stato chiesto di esprimere un livello di accordo con 16 affermazioni relative agli ebrei: alcune rimandano al pregiudizio classico, altre al pregiudizio moderno, altre riguardano il pregiudizio contingente, legato a IsraeleUna percentuale molto elevata - talvolta superiore alla metà del campione - non concorda né dissente con le affermazioni proposte. Questa area è correlata alla scarsa conoscenza del tema. Un primo interesse dei risultati risiede nell’individuazione, all’interno della batteria di affermazioni, di una sottostruttura interna al pregiudizio formata da tre differenti tipologie di pregiudizi. - La prima riunisce i classici stereotipi antiebraici, quelli che tendono a sottolineare la distanza sociale che separa gentili ed ebrei, descrivendo questi ultimi come gente diversa e un po’ infida. Si tratta di item che, nel loro complesso, propongono un’immagine ebraica che affonda le sue radici in un epoca, il medioevo cristiano, in cui gli ebrei erano per lo più un gruppo alieno rispetto al resto della cittadina. Questa tipologia di pregiudizio di tipo classico raggruppa le seguenti proposizioni Gli ebrei non sono italiani fino in fondo Non ci si può mai fidare del tutto degli ebrei Sotto sotto gli ebrei sono sempre vissuti alle spalle degli altri- La seconda tipologia riguarda gli stereotipi moderni, quelli che richiamano un’idea d’ebreo formatasi principalmente dopo la rivoluzione francese, in cui il problema principale non è più la presunta diversità ebraica (diversità che dopo la rivoluzione aveva iniziato a farsi sempre meno evidente), bensì il supposto potere di cui gli ebrei avrebbero cominciato a disporre, unito all’ambiguità dei loro legami identitari e di fedeltà. Questa tipologia di pregiudizio di tipo moderno raggruppa le seguenti affermazioni Gli ebrei controllano i mezzi di comunicazione in molti paesi del mondo. Gli ebrei riescono sempre ad avere un potere politico sproporzionato, Gli ebrei muovono la finanza mondiale a loro vantaggio, Gira e rigira i soldi sono sempre in mano agli ebrei Gli ebrei sono più fedeli verso lo Stato d’Israele che verso il loro Paese- La terza tipologia, infine, riguarda i nuovi pregiudizi, il pregiudizio di tipo contingente che rimanda alle due più recenti dimensioni dell’identità ebraica: quella collegata al ricordo della Shoah e quella che concerne i legami con lo Stato d’Israele: Gli ebrei si sono trasformati da un popolo di vittime in un popolo di aggressori Gli ebrei fanno ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei Gli ebrei approfittano dello sterminio nazista per giustificare la politica d’Israele Gli ebrei parlano troppo delle loro tragedie e trascurano quelle degli altri L’analisi dei dati ci ha permesso di suddividere il campione in 6 gruppi distinti, ciascuno dei quali mostra atteggiamenti peculiari nei confronti di ciascun tipo di pregiudizio.Tre di questi gruppi mostrano lo stesso atteggiamento rispetto a tutte e tre le tipologie di pregiudizio: i “neutrali”, che rappresentano circa 43% della popolazione, e che tendono a non prendere una posizione pronunciata su nessun tipo di pregiudizio; i “senza pregiudizi” (12,5%) che respingono con forza tutte le tipologie di pregiudizi mentre gli “antisemiti” (12,4%) mostrano di condividerle tutte con altrettanta convinzione. Gli altri tre gruppi hanno dimensioni ridotte (10-11% ciascuno), ma risultano particolarmente interessanti in virtù del loro atteggiamento “ambivalente”. I membri di questi condividono infatti solamente alcune tipologie di pregiudizio respingendone altre. Il primo, gli “ambivalenti di tipo classico”, è composto da persone che tendono a fare propri i pregiudizi classici, sono mediamente neutrali su quelli moderni mentre respingono i tipi di pregiudizi contingenti. Un’altro, “gli ambivalenti di tipo moderno”, respingono quelli delle altre due tipologie. “Gli ambivalenti di tipo contingente”, infine, si mostrano neutrali rispetto ai moderni e respingono con forza quelli classici. Questi gruppi, oltre a distinguersi per un diverso atteggiamento nei confronti degli ebrei, mostrano anche profili sociodemografici e ideologici fortemente caratterizzati. Nel gruppo che possiede unicamente i pregiudizi di tipo classico, ad esempio, vi è una presenza più che proporzionale di persone di destra, legate alle tradizioni religiose, con forti pregiudizi nei confronti delle altre minoranze e con un giudizio positivo nei confronti dello Stato d’Israele.Il gruppo soggetto principalmente ai pregiudizi contingenti, al contrario, vede una presenza più che proporzionale di persone di sinistra, laiche, laureate, con meno pregiudizi rispetto alle altre minoranze e con un giudizio negativo verso lo Stato d’Israele. Interessante anche la composizione di chi condivide tutti i pregiudizi, dove si registra una presenza più che proporzionale sia delle persone di estrema sinistra che di quelle di estrema destra.Da quest’analisi dunque, il pregiudizio antiebraico emerge quale fenomeno multiforme e complessivamente trasversale e non più come conseguenza di una mentalità o atteggiamento xenofobo. E’ vero ad esempio che oggi un pregiudizio di matrice xenofoba colpisce gli ebrei in maniera decisamente inferiore rispetto a quanto non colpisca altre minoranze (rom, islamici, extracomunitari ecc). E’ altrettanto vero però, che il calo “dell’antiebraismo xenofobo” rischia di essere ampiamente rimpiazzato dalla nascita di tutta una serie di nuovi stereotipi, che poco hanno a che fare con la xenofobia, ma che non per questo devono venir tenuti in minor considerazione. Pregiudizi espressi da persone decisamente più laiche, progressiste, aperte alla diversità etnico-culturali, che si autocollocano all’estrema sinistra e con meno stereotipi nei confronti delle altre minoranze rispetto alla media della popolazione. L’indagine è stata effettuata da Ispo su un campione di 2156 casi - metodo CAPI. http://www.mosaico-cem.it/
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