sabato 31 marzo 2012

La sporca campagna dell’Onu contro Israele

Che l’Onu sia ormai una macchietta in mano ai Paesi islamisti non è certo una novità, basta dare una occhiata a quello che sta facendo la famigerata Commissione dei Diritti Umani per rendersene conto. Ma questa volta le machiavelliche menti nazi-islamiche del Palazzo di Vetro ne hanno davvero pensata una inedita: indire una conferenza per la denuclearizzazione del Medio Oriente invitando Israele a parteciparvi.Bene, diranno i soliti ipocriti pacifinti, cosa c’è di male? C’è che, per quanto ne sappiamo pur senza alcuna conferma, Israele è l’unico Paese in Medio Oriente in possesso di armi nucleari (ammesso che le voci siano vere). Quindi, denuclearizzare il Medio Oriente vorrebbe dire solo ed esclusivamente denuclearizzare Israele, cioè privare lo Stato Ebraico dell’unica vera arma di dissuasione che ha nei confronti di tutti coloro che lo vorrebbero cancellato dalla faccia della terra.La trappola è stata organizzata bene. L’Onu sta premendo per questa conferenza, che si dovrebbe tenere in Finlandia, perché sostiene che un Medio Oriente completamente denuclearizzato impedirebbe di fatto all’Iran di dotarsi di armi nucleari e, di conseguenza, fermerebbe sul nascere la successiva escalation nucleare degli altri Paesi (Turchia e Arabia Saudita in testa). Il concetto dell’Onu si basa furbescamente su un protocollo aggiuntivo al trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 2010 dai 189 Paesi aderenti (tra cui non c’è Israele) per un Medio Oriente denuclearizzato, un protocollo voluto dai Paesi arabi e dall’Iran per dimostrare l’adozione di due pesi e due misure nei confronti di Israele. Peccato che, come detto, Israele non abbi amai firmato il trattato di non proliferazione a differenza dell’Iran.Il concetto alla base di questo trappolone è: se Israele ha le armi atomiche, perché non le dovrebbe avere l’Iran? Un concetto pericoloso, primo perché l’Iran non è Israele, secondo perché Israele non ha mai attaccato un’altro Paese per primo e, soprattutto, non ha mai minacciato nessuno di “cancellarlo dalla faccia della terra” come invece fa l’Iran con Israele un giorno si e l’altro pure.La sostanza di tutto questo è drammaticamente semplice: se Israele accetta di partecipare e aderire a questa conferenza per un Medio Oriente completamente denuclearizzato dovrà rinunciare al suo arsenale atomico perdendo l’unica cosa che ha impedito ai suoi nemici di distruggerlo. Se al contrario rifiuterà l’Iran sarà giustificato a possedere armi nucleari dal fatto che Israele non vuole disfarsi delle sue. Bella trappola no?L’ambasciatore di Israele all’Onu, Ron Prosor, ha però alzato la posta mettendo in difficoltà i nazi-islamici del Palazzo di Vetro. Prosor ha affermato che «Israele non ha nulla in contrario a un Medio Oriente denuclearizzato o a partecipare a conferenze di questo genere, ma – ha aggiunto – solo quando ci sarà una pace globale ed effettiva nella regione». In pratica Israele parteciperà a questo tipo di conferenza solo quando tutti gli Stati medio-orientali avranno effettivamente riconosciuto Israele e avranno firmato con Gerusalemme trattati di pace effettivi e inequivocabili. Solo allora Israele potrà prendere in considerazione una tale opportunità.Rimane il fatto, davvero abominevole, che l’Onu con il suo comportamento scriteriato sta di fatto giustificando l’Iran a possedere armi nucleari a dispetto della firma di Teheran sul trattato di non proliferazione, un atteggiamento palesemente anti-israeliano e non giustificabile dalle false “buone intenzioni” pubblicizzate dagli organizzatori di questa conferenza.Sharon Levi. http://www.secondoprotocollo.org

Hezbollah da museo, tra memoria e propaganda

Nel Sud del Libano, a Mleeta, è nato 'Mleeta Resistance Tourist Landmark' o come viene più confidenzialmente chiamato: 'Museo degli Hezbollah'. Una via di mezzo tra strumento di propaganda e voglia di memoria (iconografica). Qui sono in mostra, infatti, le 'glorie' militari che raccontano le gesta contro il nemico israeliano. Ci si muove tra manichini vestiti da mujaheddin, cannoni, carri armati e mezzi blindati israeliani, distrutti e catturati nel corso degli anni. Ma non solo: elmetti bucati da proiettili, resti di equipaggiamenti, artiglieria e contraerea. L'accesso al museo, approvato dal ministero del turismo libanese, però non è così semplice: bisogna superare diversi posti di blocco. La prudenza non è mai troppa, anche perché Israele ha dichiarato che, nel caso di un nuovo attacco, questo luogo sarà il primo obiettivo da distruggere - di Nicola Perilli,http://espresso.repubblica.it/

Tunisia: vietato ingresso a gruppo turisti israeliani

Ad un gruppo di sei turisti israeliani è stato impedito, seppure fossero d'origine tunisina, l'accesso in Tunisia al loro arrivo all'aeroporto di Tunisi-Cartagine. La decisione delle autorità aeroportuali ha costretto i turisti a restare nello scalo per una notte, prima di potere ripartire ieri mattina per Israele.Sia sotto il regime di Bourghiba che sotto la dittatura di Ben Ali, i turisti israeliani avevano libero accesso in Tunisia, senza necessità di visto. La Tunisia, peraltro, è uno dei siti turistico-religiosi più visitati dagli israeliani.A denunciare l'accaduto al giornale "El Maghreb" è stato Roger Bismuth, presidente della comunità ebrea di Tunisia. Lo stesso Bismuth (che appena pochi giorni fa ha denunciato il mutato clima nel Paese nei confronti degli ebrei, tunisini da moltissime generazioni) ha poi fatto sapere che le autorità governative hanno revocato la disposizione restrittiva, ma ormai i turisti erano già ripartiti per tornare in Israele.http://www.ticinonews.ch/


"Giornata della terra", Gaza, ucciso palestinese, scontri a Gerusalemme"

Decine di migliaia di palestinesi – a Gaza, a Geusalemme, in Galilea, nel Neghev, in Cisgiordania, in Libano, in Siria e in Giordania – hanno partecipato ieri ad una giornata di mobilitazione nazionale nella ricorrenza del 30 marzo: l’anniversario dell’uccisione da parte della polizia israeliana, nel 1976, di sei dimostranti arabi che protestavano contro la espropriazione di terre. Negli scontri è stato ucciso un dimostrante ucciso a Gaza: decine i feriti in Cisgiordania e – secondo la Mezzaluna Rossa – sono almeno 300 le persone rimaste intossicate da gas lacrimogeni.Nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere «una marcia globale», di un milione di persone, al di là dei reticolati di confine, verso Gerusalemme. Israele aveva elevato lo stato di allerta ed inviato rinforzi lungo le linee di prevedibile frizione. In particolare destavano preoccupazione informazioni di intelligence relative alla presenza di attivisti pachistani, afghani ed indonesiani giunti via Teheran nel Libano del Sud, a ridosso della Galilea.Gli incidenti più gravi si sono verificati al posto di blocco di Kalandya (fra Gerusalemme e Ramallah) – dove dimostranti palestinesi e reparti dell’esercito israeliano si sono confrontati per diverse ore – e al valico di Erez, fra Israele e Gaza, dove i militari hanno aperto il fuoco per respingere un gruppo di palestinesi che sembravano in procinto di attaccare il terminal. In questa circostanza è rimasto ucciso il ventenne Mahmud Zaqut, di Gaza.Ma al di là delle violenze sul terreno è apparso evidente che, per motivi svariati, la manifestazione palestinese è stata imbrigliata dalle forze armate regolari in Libano, in Siria e in Giordania, dove i militari di re Abdallah hanno bloccato un corteo di 14 mila palestinesi mentre puntava verso le linee israeliane. In Cisgiordania i servizi di sicurezza di Abu Mazen hanno agito con eguale fermezza e anche a Gaza Hamas ha fatto il possibile per impedire alla folla di raggiungere le postazioni israeliane. Il tutto in base a una tacita intesa tesa a limitare qualsiasi motivo di tensione.La Stampa- Aldo Baquis, 31.03.2012


Israele - Il Technion fa 100 anni

Tra i massimi centri internazionali nel campo della ricerca scientifica, l'istituto Technion di Haifa compie oggi 100 anni di vita. Un traguardo prestigioso per quella che è stata la casa di molti scienziati di fama e di non pochi premi Nobel tra cui, ultimo in ordine di tempo, il professor Daniel Shechtman cui è andato il riconoscimento dell'Accademia di Oslo nel 2011 per la sua scoperta dei quasicristalli."Israele può vincere la battaglia della sopravvivenza solo scommettendo sull'innovazione tecnologica", soleva dire un certo Albert Einstein, non a caso primo presidente della Technion Society.
http://www.moked.it/


"L'orgoglio, miglior reazione"

La vita pubblica italiana ha assistito nelle ultime settimane a una ricomparsa di manifestazioni - in parte solo verbali, ma in parte anche violente - di razzismo e antisemitismo; ritengo che siamo in presenza tanto di atteggiamenti personali quanto di possibili organizzazioni che tengono ad aumentare la tensione e la avversione per gruppi di minoranza, come gli ebrei ma non solo, creando non solo la falsa indicazione di una ossessiva ricerca di capri espiatori per le situazioni di crisi che ci colpiscono, ma piuttosto una tensione crescente che possa costituire in un futuro più o meno vicino la cornice nella quale favorire irresponsabili azioni discriminatorie o anche solamente minacciose.Reagire a questa situazione è necessario, opportuno, di stretta attualità o è preferibile astenersi dal fornire una cassa di risonanza a questi fenomeni? Questa domanda va rivolta al tempo stesso a ebrei e a non ebrei, ai singoli individui come alle strutture della società, alle sue istituzioni, alle sue associazioni.L'esperienza del passato ci insegna che non si ottiene mai alcuna prevenzione astenendosi da assumere posizioni chiare. Indubbiamente anche l'inverso non è una garanzia e tuttavia bisogna ricordare che se è vero che durante la seconda guerra mondiale gli ebrei, gli zingari e altre minoranze hanno pagato un debito di sangue fuori dal comune, è anche vero che non sono stati gli unici ad essere colpiti dalla furia nazifascista.Ne deriva ancora una volta il principio che razzismo e xenofobia sono certo una minaccia per i diretti interessati, ma non solo; una società giusta e civile non può essere che quella nella quale la maggioranza si rende garante per i diritti umani, culturali, esistenziali, delle sue minoranze.Mentre non bisogna lasciarsi andare a reazioni esasperate va ribadita la necessità di isolare le forze eversive e razzistiche prima che possano consolidarsi e avere seguito nell'opinione pubblica. In modo particolare credo vada curata una paziente opera educativa delle nuove generazioni che spesso non sono neppure informate degli orribili fatti avvenuti in un recentissimo passato.Lettere anonime, scritte incitanti all'odio, liste di proscrizione, azioni violente contro scolari e contro docenti devono essere un'occasione non solo per parole di biasimo e di solidarietà, ma soprattutto per iniziative culturali che facciano capire ai malintenzionati che le organizzazioni, le istituzioni educative e formative, le rappresentanze sociali e politiche, intendono fare da barriera contro qualsiasi nostalgia del passato recente.Ai nostri fratelli delle comunità ebraiche, oggi più che mai, rivolgo un fraterno appello perché siano consapevoli che coloro che fomentano l'odio non attenderanno mai nostre prese di posizione per promuovere una campagna antisemitica e pertanto la reazione più produttiva da parte nostra può essere soltanto quella di esprimere il nostro fermo orgoglio di appartenere alla tradizione ebraica anche qui in Europa e di voler essere cittadini dei paesi dove viviamo contribuendo con i nostri valori, a voce alta, al progresso dell'intera società.Amos Luzzatto, presidente della Comunità ebraica di Venezia, http://www.moked.it/

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Dialogo tra i libri

A Torino le iniziative per ricordare Primo Levi a 25 anni dalla scomparsa si sono aperte lunedì scorso con la presentazione dell’edizione commentata di Se questo è un uomo a cura di Alberto Cavaglion, in una serata che ha visto gli interventi del Sindaco Piero Fassino, di Amos Luzzatto, Presidente del Centro Internazionale Primo Levi, di Mauro Bersani responsabile dei classici Einaudi e dello stesso Cavaglion, con letture di Valter Malosti; in conclusione è stato consegnato ai figli Lisa e Renzo il documento che certifica l’intitolazione a Primo Levi dell’asteroide 4545. Molti gli spunti di riflessione offerti al pubblico, dall’incontro di Primo Levi con il mondo ebraico ai suoi interessi per l’astronomia, testimoniati anche da alcuni racconti. Cavaglion offrendo alcuni assaggi del suo commento si è soffermato in particolare sull’intertestualità. Spesso chi legge Se questo è un uomo come una semplice testimonianza senza considerarne il valore letterario non si rende conto della quantità infinita delle citazioni che costellano il testo: non solo la Torah e Dante (con buona pace di Gherush 92), ma anche l’Eneide, Baudelaire, Dostoevskij (letture giovanili di Levi, autori che in alcuni casi non saranno più citati successivamente). Non si tratta solo di una ricerca erudita: l’individuazione di queste citazioni potrebbe apparire, soprattutto ai ragazzi, come una vera e propria caccia al tesoro, che potrebbe aiutarli a riflettere, tra le altre cose, sul valore della cultura, su una catena ininterrotta di libri che dialogano con altri libri. In fin dei conti l’abitudine midrashica a mescolare il prima e il dopo funziona anche per il nostro immaginario. Non solo Dante ha influenzato Primo Levi, ma Primo Levi ha influenzato il nostro modo di leggere Dante. Ho letto per la prima volta Se questo è un uomo alcuni anni prima di leggere il XXVI canto dell’Inferno, e dunque per me non è mai esistito il canto dantesco senza la lettura di Levi; i due testi sono legati inscindibilmente: censurare Dante per me significherebbe censurare Primo Levi. La lezione di Cavaglion è stata utile per ricordare che i libri che abbiamo letto costituiscono un patrimonio che nessuno ci potrà mai togliere, e anche che, proprio perché i libri dialogano tra loro, le censure sono più problematiche di quanto qualcuno creda.http://www.moked.it Anna Segre, insegnante


Quei temi difficili che sono ancora un tabu

La crisi finanziaria, i possibili cambi di rotta per uscire dal tunnel, il ruolo delle comunità religiose per una società più equa sono stati alcuni tra i punti toccati dalla Commissione bilaterale tra la Santa Sede e il Rabbinato israeliano riunitasi negli scorsi giorni in Vaticano. A capo della delegazione israeliana Rabbi Shear Yashuv Cohen (nella foto in un recente incontro con papa Benedetto XVI), già rabbino capo di Haifa, mentre era chiamato a guidare la rappresentanza pontifica il cardinale Peter Tuckson, attuale presidente del consiglio della giustizia e della pace. Molti gli ospiti autorevoli che hanno preso parte ai lavori: tra gli altri Ettore Gotti Tedeschi, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione, che è intervenuto con un contributo sulle cause della crisi e sulle sue possibili soluzioni. A chiudere tre intensi giorni di riflessione un comunicato congiunto, che riepiloga i vari punti sollevati lasciando emergere non pochi punti di contatto sull'approccio a queste delicatissime tematiche: su tutti il comune riconoscimento della centralità del rispetto della dignità dell'uomo, quell'uomo "fatto a immagine e somiglianza di D.O" e che deve affermare se stesso non nell'egoismo quanto in una rete comportamentale etica di relazioni e scambi.L'iniziativa, l'ultima di una serie di incontri, non sembra però convincere più di tanto Sergio Minerbi, diplomatico e già ambasciatore di Israele a Bruxelles, che non ritiene sia giusto attribuire eccessiva importanza a eventi di questo tipo. "C'è un vizio di origine - afferma - e cioè che ambo le parti accettano di evitare gli argomenti scabrosi, quelli che forse impedirebbero un comunicato comune ma potrebbero chiarire in cosa consiste il dissenso e forse anche indicare come superarlo". Fra le questioni da evitare a ogni costo, chiosa il diplomatico, ci sarebbero prima di tutto le relazioni ("ancora tese") fra Santa Sede e Stato ebraico. Minerbi parla quindi del tema scelto come di un tema volutamente 'parve', né carne né pesce, e che non porta conseguentemente da nessuna parte. "E’ giusto evitare di offendere l’altra parte - la sua considerazione - ma non è ammissibile che gli israeliani partecipino per tre giorni consecutivi a una riunione di così alto livello senza nemmeno sfiorare il problema dell’atteggiamento costantemente negativo del Vaticano nei confronti dello Stato di cui sono cittadini".a.s twitter @asmulevichmoked, http://www.moked.it/


Da Gerusalemme la natura che popola il mondo

Il KKL, il Keren Kayemeth LeIsrael, e' una delle piu' antiche fondazioni ecologiche. Il 26 marzo 2012 un ulivo piantato dal KKL Italia lo scorso 27 gennaio alla scuola elementare “Franco Cesana” di Roma, in occasione del Giorno della Memoria, e' stato in parte divelto e incendiato da persone che poi hanno imbrattato i luoghi ''con scritte offensive e svastiche''. Lo rende noto Raffaele Sassun presidente del KKL, che denuncia il ''gravissimo atto vandalico di impronta antisemita''. L'ulivo, piantato per ricordare le vittime della Shoah, sarà ripiantato il 24 aprile: ad assicurarlo e' il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo . Valeria Pannuti parla in studio con il Presidente del KKL Italia Raffaele Sassun di questo fatto di cronaca e delle attivita' del KKL. Una onlus che ha piantato più di 200 milioni di alberi, costruito bacini idrici, facendo indietreggiare il deserto. L'accesso all'acqua e' anche un requisito importante per la pace.

VIDEO: http://www.rainews24.it/it/canale-tv.php?id=27202


venerdì 30 marzo 2012

Liste antisemite: insulti a Profumo

(ANSA) - ROMA - Una foto del ministro dell'Istruzione Francesco Profumo con sulla fronte il numero 666, e la definizione di "ebreo nazista", per aver chiesto un minuto di silenzio per i bambini uccisi a Tolosa e non per "i 1500 bambini palestinesi ammazzati dallo Stato nazista di Israele". Lo pubblica il sito antisemita Holywar, non nuovo a queste azioni. Nel mirino anche il giornalista di Repubblica Marco Pasqua e il presidente di Equality Aurelio Mancuso. Condanna da mondo politico e comunità ebraica.

Neghev


La minaccia di una giornata di violenze


Editoriale del Jerusalem Post, http://www.israele.net/
Una schiera internazionale di organizzazioni terroristiche come Hezbollah e Hamas, di stati delinquenti come l’Iran e di gruppi estremisti come “Code Pink” ha unito le proprie forze per fare dell’imminente 36esima Giornata della Terra quella potenzialmente più grande - e più violenta - di tutte le precedenti.Venerdì vi saranno i consueti cortei nelle città del “triangolo” in Bassa Galilea – Sakhnin, Arrabe e Deir Hanna – che furono teatro delle rivolte e degli scontri del 30 marzo 1976 che lasciarono sul terreno sei morti. Allora le violenze vennero scatenate dal progetto del governo di edificare nuovi agglomerati ebraici in Galilea (nel nord d’Israele) e di ampliarne alcuni già esistenti come Karmiel. Le poteste si allargarono poi al Negev, alla Cisgiordania, alla striscia di Gaza e ai campi palestinesi in Libano. Era la prima volta che gli arabi israeliani davano inizio ad attività politiche violente a livello nazionale.Quest’anno vi saranno dimostrazioni nel villaggio “abusivo” di Wadi al-Na’am, nel Negev, contro la ricollocazione di beduini prevista dal Piano Prawer approvato dal governo. E sabato vi sarà una marcia a Giaffa contro le politiche a favore della componente ebraica della popolazione. Vi saranno anche manifestazioni nella striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas, dove è previsto un tentativo (del tutto irresponsabile) di attraversare il confine con Israele.Ma alle proteste contro gli “espropri” di terra israeliana verrà ad aggiungersi un’ulteriore dimensione. Le manifestazioni di quest’anno, ribattezzate “Marcia globale su Gerusalemme” ("GM2J" è l’acronimo in inglese per Global March To Jerusalem) si svolgeranno anche contro quella che gli organizzatori definiscono la “giudaizzazione” di Gerusalemme.Facendo di Gerusalemme (Al-Quds, in arabo) il perno dell’evento, gli organizzatori sono riusciti a trasformarlo in un affare internazionale con cortei di solidarietà previsti in Egitto, Giordania, Iran e altrove. Non sono previste manifestazioni in Siria, dove la gente è già abbastanza occupata a combattersi in una guerra civile. Mentre l’esercito e il governo libanesi, nonostante le pressioni di Hezbollah, pare che preferiscano evitare una replica degli eventi del maggio scorso, quando centinaia di palestinesi in Libano e in Siria, nel celebrare la Giornata dell’Indipendenza d’Israele (che gli arabi, ostili all’esistenza stessa di Israele, chiamano per questo la Giornata della Nakba, cioè della "catastrofe") si erano lanciati verso le frontiere d’Israele. In quell’occasione dieci manifestanti rimasero uccisi dalle forze di sicurezza libanesi e israeliane. Il Libano ha quindi vietato manifestazioni a sud del fiume Litani, stando a quanto riferisce il Daily Star di Beirut. E dunque ci si aspetta che i cinquemila manifestanti si limitino a radunarsi presso il castello di Beaufort, a Nabatiya.Rimane tuttavia la reale possibilità di una brutta fiammata. Proprio questa settimana Marwan Barghouti, l’ex capo di Tanzim (uno dei bracci armati di Fatah), un personaggio che gode di ampia popolarità fra i palestinesi e che sconta l’ergastolo in Israele per aver organizzato l’assassinio di quattro israeliani e un sacerdote greco ortodosso, ha esortato i palestinesi a lanciare una “resistenza popolare su vasta scala”.Anche la crescente estremizzazione della dirigenza arabo-israeliana può aumentare le chance di violenza. Coinvolti nell’organizzazione delle manifestazioni di questo fine-settimana vi sono personaggi come Muhammad Zeidan, presidente del Comitato di monitoraggio della leadership arabo-israeliana: un arabo-israeliano che si trovava sulla nave filo-Hamas Mavi Marmara nel maggio 2010, invoca l’abolizione di Israele a favore di uno stato “bi-nazionale” e chiede che a milioni di “profughi” palestinesi venga dato il diritto di stabilirsi nelle città israeliane all’interno della Linea Verde. Zeidan afferma d’aver avvertito le forze di sicurezza israeliane di "stare alla larga" dalle dimostrazioni se vogliono evitare violenze.Si può solo sperare che forze di sicurezza e di polizia israeliane abbiano adottato tutte le necessarie precauzioni per evitare il più possibile scontri violenti che potrebbero incendiare una situazione già tesa. E lamentare il fatto che palestinesi e arabi israeliani si siano così estremizzati da non farsi scrupolo di unire le loro forze a quelle di soggetti come Hamas, Hezbollah e Iran, anziché venire finalmente a patti con l’esistenza dello stato ebraico e imparare a convivere in pace con esso.(Da: Jerusalem Post, 27.2.12)

Israele: bloccate 90 scimmie da sperimentare

GEAPRESS – Bloccata in Israele la spedizione di 90 macachi coda lunga diretti negli USA presso i laboratori dello Shin Nippon Biomedical Laboratories, quelli della presunta scimmietta finita con tutta la gabbia nella macchina di lavaggio ad acqua bollente (vedi articolo GeaPress). L’Alta Corte di Giustizia dello Stato di Israele ha emesso martedì scorso un provvedimento cautelare che sospende la spedizione, chiedendo al Procuratore Generale un parere legale sull’intricata questione legale che ha ora portato al provvedimento in questione.Sulla vicenda ha avuto un peso considerevole l’Associazione Ten Lehayot Lihiyot, la quale ha sollevato alcune eccezioni alla legge che regolamenta il settore. In particolare il prelievo in natura di settanta delle novanta scimmiette, oltre al fatto che presso il luogo di destinazione non sarebbero compiuti esperimenti utili alla salute umana. Fatto questo che in Israele deve evidentemente costituire una pregiudiziale.Le scimmiette sono allevate presso la Mazor Farm, aperta nel 1991 nel centro del paese. Circa 1000 scimmie, inviate soprattutto negli Stati Uniti e Regno Unito. I fondatori sono tre israeliani ed un australiano, quest’ultimo co-fondatore di Bioculture Mauritius, grande esportatore di scimmie da sperimentare.http://www.geapress.org/

ISRAELE, STUDIA EXPORT GAS VERSO GIORDANIA E PALESTINA

(AGI) - Tel Aviv, 29 mar. - Israele ha intenzione di esportare il gas naturale ai propri vicini arabi, e prioritariamente a Giordania e Palestina, nella speranza che questo possa contribuire a migliorare le relazioni e promuovere la pace nella regione. Lo ha dichiarato il ministro dell'Energia e dell'Acqua, Uzi Landau, a margine della conferenza, tenutasi ieri ad Atene, dal titolo "Investment Energy Summit: Greece, Cyprus, Israel". Secondo Landau, le esportazioni di gas dovrebbero iniziare nell'arco di 5-10 anni ed aggirarsi intorno ai 5-7 miliardi di metri cubi ogni anno.

Israele: battaglia legale per salvare "il cane della Bibbia"

Gerusalemme, 29 mar. (Adnkronos/Washington Post)- Orecchie a punta, pelo folto marrone o bianco e nero, coda a ricciolo .Cosi' si presenta il "cane di Canaan", per molti il tipico cane randagio israeliano ma, per chi vuole proteggerlo, e' il cane che abitava in Terrasanta gia' dai tempi della Bibbia. In prima linea in questa battaglia e' Myrna Shiboleth, un'addestratrice di New York che nel 1970 e' arrivata in Israele e ha fondato un allevamento sulle colline della Giudea per preservare questo cane. Ma ora l'autorita' israeliana per la Terra rivendica la proprieta' e la Shibolet ha chiesto l'appoggio degli appassionati d tutto il mondo. Una petizione online ha gia' raggiunto 2mila firme da tutto il mondo. Vittime di un ampio programma di abbattimento dei cani randagi che li ha decimati, i cani di Canaan stanno diventando infatti sempre piu' rari. Molti di loro viveano a margine degli accampamenti beduini nel deserto del Negev, ma l'urbanizzazione di questi ultimi sta mettendo a rischio la sopravvivenza di una specie che era presente in questa terra gia' dal quinto secolo avanti Cristo, come dimostrano i ritrovamento di centinaia di loro scheletri nel Sinai.

Chi vuole la fine di Israele?

Ci risiamo. Prima, fu la variegata "Flottiglia della Libertà" che tentò di entrare via mare nella Gaza controllata da Hamas. Ora c'è la "Marcia Mondiale su Gerusalemme" (GMJ), prevista per oggi. O per mare, o per terra, gli obiettivi sono gli stessi: provocare scontri con Israele, dare una cattiva reputazione a Israele nel mondo mediatico e perseguire una strategia per delegittimare il diritto stesso di esistere di Israele. Per chiunque voglia andare a fondo e capire il loro linguaggio e simbolismo, gli organizzatori della GMJ sono abbastanza trasparenti circa le loro prospettive e i loro obiettivi.Quando parlano nel loro manifesto di liberare la "Palestina", non intendono solo la Cisgiordania e Gaza, ma Israele stesso. Quando mostrano il loro logo, Israele è davvero circondato e avvolto dal movimento. Quando parlano di «difesa di Gerusalemme e la sua liberazione», intendono l'intera città, che sia stata parte di Israele prima del 1967 o meno. Quando parlano di «territori occupati» non intendono quelli successivamente alla guerra del 1967, quando Israele fu minacciata di essere annientata e ne uscì vittoriosa, ma dal 1948, quando Israele fu istituita.Quando parlano di «tutela dei luoghi sacri», intendono i luoghi sacri musulmani, non quelli ebrei, perché non riconoscono affatto il millenario collegamento della città con il popolo ebraico. Per quanto riguarda i siti cristiani, io non ci scommetterei, a prescindere dalla retorica. Quando affermano che Israele cerca di «distruggere la presenza cristiana e musulmana» in Gerusalemme, stanno cercando di capovolgere la verità, perché mai come oggi tutti i siti religiosi sono protetti.Quando richiamano il termine «pulizia etnica» per descrivere la «campagna sionistica» in «Gerusalemme e nel resto della Palestina», ignorano in modo palese le cifre demografiche, che mostrano forti aumenti della popolazione araba sin dal 1967 in Gerusalemme, nella Cisgiordania e in quello che loro chiamano «il resto della Palestina».Quando parlano di "apartheid" stanno evocando una situazione che non esiste, come chiunque capisca il significato specifico del termine coniato nel Sud Africa governato dai bianchi, compreso addirittura il giudice Richard Goldstone nel suo editoriale del New York Times, prontamente afferra. E quando parlano dei «diritti non negoziabili e inalienabili del popolo palestinese, comprese le loro famiglie, per ritornare nelle loro case e nelle loro terre...», intendono inondare Israele con milioni di Palestinesi e quattro generazioni di figliolanza, semplicemente ponendo fine ad Israele come stato.Basta guardare alcuni di coloro che approvano la GMJ. Ricordate il Reverendo Jeremiah Wright?Lo stesso Jeremiah Wright che inveisce contro l'America, disprezza Israele e sembra non avere molte cose buone da dire sugli ebrei. Egli è membro del Comitato Consultivo del GMJ (la Marcia Globale su Gerusalemme). Così come George Galloway. Si, lo stesso George Galloway che fu espulso dal Partito Laburista britannico, che aveva legami piuttosto stretti con l'Iraq di Saddam Hussein ed è considerato un amico da alcuni "pacifici" gruppi come Hezbollah ed Hamas.C'è Hilarion Capucci della Chiesa Greco-Melchita, che è stato arrestato nel 1974 per contrabbando di armi per l'Esercito della Liberazione della Palestina e condannato da Israele a 12 anni di carcere. C'è Greta Duisenberg, la donna olandese che notoriamente disse in televisione, nel 2005, che «capiva» gli attentatori suicidi palestinesi, responsabili per l'uccisione di tanti israeliani.C'è Judith Butler, un membro della facoltà di Berkeley e dichiarata anti-sionista. Lei respinge l'idea stessa di Israele, credendo invece in un lieto fine di stato "binazionale", e sostiene il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) contro Israele. E c'è Richard Falk, un relatore ufficiale delle Nazioni Unite, meglio conosciuto per la sua affermazione che l'11 Settembre è da considerare un affare interno americano. Le sue opinioni circa Israele, sulle quali c'è molto materiale cartaceo, non sono più convincenti.La lista continua, ma il punto ormai dovrebbe essere chiaro circa la mentalità del GMJ. Per coloro che veramente ci credono e che sono promotori di questa iniziativa, a cui si sono uniti alcuni ingenui seguaci che non si rendono conto di essere solo manipolati, il punto centrale non è la pace, ne la coesistenza e nemmeno i diritti umani. Dopo tutto se la promozione della pace, della convivenza e dei diritti umani fossero veramente l'obiettivo, avrebbero potuto, tanto per cominciare, prendere in considerazione alcune altre marce in quella zona.Per esempio c'è una "carovana" proveniente dall'Asia che sta andando al GMJ. Stanno viaggiando via terra, attraverso l'Iran dove, secondo il sito, i 120 partecipanti stanno incontrando «importanti personalità iraniane». Una delegazione iraniana di «artisti, poeti, studenti e attivisti, così come alcuni membri del Parlamento, si uniranno successivamente alla carovana». Ecco, questo è interessante. Non una parola, per esempio, sul come affrontare il problema dei diritti umani in Iran, sebbene la Nazione soffra parecchio della loro mancanza.Inoltre, se gli iraniani si stanno aggiungendo alla" carovana", che cosa vuol dire il coinvolgimento di Teheran nella GMJ? Dopo tutto, in un paese strettamente controllato come l'Iran, carovane politicamente motivate non arrivano, non si incontrano e non partono per puro caso. Né i gruppi locali si uniscono spontaneamente alle file senza il via libera da parte della leadership politica - una leadership che cerca un mondo senza Israele. Quindi nelle spirito della verità nella pubblicità, la GMJ dovrebbe semplificare quanto dichiarato come propria missione riducendolo a: «Con le buone o con le cattive, noi siamo un movimento creato per smantellare Israele. Non abbiamo alcun interesse in un accordo bilaterale tra Israeliani e Palestinesi. Accogliamo assolutamente chiunque condivida il nostro unico obiettivo. Non ce ne importa nulla di ciò che accade in qualsiasi altro paese della regione, siano essi assassini di stato sponsorizzati, repressioni, torture, persecuzioni religiose o discriminazioni sessuali. Dopo tutto, se non si tratta di Israele, non ci riguarda».di David Harris, http://www.opinione.it/, 30 mar 2012

Baku

Azerbaijan: negata la concessione di base aree a Israele

Azerbaijan quest'oggi ha negato le accuse fatte da una rivista americana che aveva concesso l'accesso a Israele delle sue basi aree per potenziali attacchi contro l'Iran. L'articolo pubblicato nella rivista Foreign Policy Mercoledì suggeriva una cooperazione tra Azerbaijan e Israele "accentuando i rischi di un attacco israeliano contro l'Iran". L'articolo diceva che l'accesso ai campi d'aviazione azeri vicino al confine con l'Iran potrebbe dare agli aerei da combattimento israeliani vantaggi logistici nelle sortite contro gli impianti nucleari in Iran.Ma il Ministero della Difesa azero ha detto che queste affermazioni sono false e infondate. "Questa informazione è assurda e infondata", il portavoce del ministero della Difesa Teymur Abdullayev ha detto ad AFP. Un alto funzionario dell'amministrazione presidenziale dell'Azerbaigian ha anche detto che tali speculazioni sono "mirate a danneggiare le relazioni tra Azerbaigian e Iran".http://www.focusmo.it

Mo: marcia palestinesi, Israele eleva stato allerta

(ANSAmed) - TEL AVIV - Israele ha elevato sensibilmente oggi lo stato di allerta in occasione di una serie di manifestazioni indette dai palestinesi - in Israele, nei Territori e nei Paesi vicini - in occasione della Giornata della Terra. Questo evento ricorda i sei dimostranti arabi rimasti uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia israeliana nel tentativo di disperdere violente manifestazioni innescate dalla confisca di terre agricole in Galilea. La scorsa notte Israele ha imposto la chiusura dei valichi di transito con la Cisgiordania: una misura che non veniva imposta da mesi. A Gerusalemme, severe misure di sicurezza sono state adottate in prossimità della Spianata delle moschee, dove l'accesso è oggi consentito solo ai fedeli musulmani di età superiore ai 40 anni. L'esercito israeliano ha intanto rafforzato le proprie posizioni ai confini con il Libano, la Siria e la Giordania, dopo aver appreso che da quei Paesi potrebbero convergere cortei di dimostranti fra cui attivisti giunti dall'Iran. Misure rafforzate di sicurezza sono segnalate anche in territorio israeliano (in particolare in Galilea) e ai margini della Striscia di Gaza.

L’Egitto e l’accusa a Israele: “State rubando i nostri calciatori”

Ci mancava pure il calcio. La cosa, a dire il vero, farebbe sorridere. Non qui, però. Non in questo pezzo di terra – tra Egitto e Israele – dove tutto è politica, tutto è diplomazia, tutto è sfida. E dove i rapporti di buon vicinato durati decenni ora si son tradotti in una diffidenza reciproca.Scordatevi il trattato di pace che regola i rapporti tra Il Cairo e Gerusalemme. Qui si parla del rettangolo verde, tutto erba e gesso e reti e bandierine e calciatori e palloni e tifo. Perché l’accusa, per chi la fa, è forte. E rischia di compromettere quel poco di stabilità ch’è rimasto in zona. Ecco, dicono molti parlamentari egiziani che «Israele ci sta rubando i talenti del calcio locale».

Il primo esempio che viene fatto è quello di Mahmoud Abbas. Talento egiziano, soltanto omonimo del presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Abbas (nella foto sopra) gioca nell’Hapoel Tel Aviv e di tornare al Cairo pare non avere voglia. Né per viverci. Né per impegnarsi con la maglia bianca-rossa-nera del suo Paese. Abbas non è da solo. Insieme a lui ci sono anche George Imses (del Bnei Yehuda) e altri colleghi-connazionali del Bnei Sakhnin. Tutti nomi (circa 150), tutti esempi, che gl’egiziani usano per denunciare la vicenda. Pazienza se poi molti di questi hanno soltanto lontane origini del Cairo o di Alessandria.Tifo e nazionalismo. Sulla questione, in un Paese dove il mese scorso sono morti oltre 70 tifosi nello stadio di Port Said, ecco, sulla questione è intervenuto anche Ahmed Ismail, capo della Difesa e della sicurezza nazionale egiziana. Ismail ha consigliato di «verificare attentamente» se Israele sta facendo una campagna acquisti «dei nostri talenti per portare le proprie squadre a brillare nelle competizioni internazionali». Intanto Mohammed Hafez, numero uno del Comitato parlamentare per la gioventù e lo sport ha già fatto appello ai calciatori connazionali di mollare i campi israeliani e tornare a far brillare quelli egiziani. Ha anche promesso che questi «incidenti inaccettabili» non si verificheranno più. http://falafelcafe.wordpress.com/

giovedì 29 marzo 2012

Il Presidente Giorgio Napolitano e il generale Serra in partenza per il Libano

Libano: Unifil,comandante Serra incontra amb. Paesi donatori

(ANSAmed) - BEIRUT, 29 MAR - Il generale italiano Paolo Serra, comandante dell'Unifil, la forza dell'Onu schierata nel sud del Libano al confine con Israele, ha incontrato gli ambasciatori dei Paesi donatori della missione per fornire un aggiornamento del quadro operativo.Secondo quanto riferisce l'ufficio stampa dell'Unifil, il gen. Serra si è soffermato poi sui principali aspetti di una revisione strategica della missione contenuti in un documento recentemente approvato dalle Nazioni Unite, che rappresenta il risultato di uno studio condotto allo scopo di attagliare la missione Unifil all'attuale contesto operativo. La principale caratteristica del documento riguarda una maggiore presa di responsabilità delle forze armate libanesi nella regione. All'incontro hanno partecipato gli ambasciatori in Libano di 22 Paesi, tra cui Italia, Usa, Russia e vari altri Paesi europei

In Israele le donne pompiere

Dina Jones e Dana Bokobza sono le prime donne pompiere ad essere state accettate in un corso di due mesi alla fine del quale potranno accedere alla carica di comandante nel Servizio Antiincendio.Dina Jones proviene da Ma'ale Adumim e, negli ultimi sette anni, ha lavorato in Giudea e Samaria. Yoav Gadasi, presidente dell'Organizzazione dei pompieri professionisti, ha apprezzato il suo avanzamento di carriera: "Dina è un pompiere straordinario, molto coraggiosa e capace di agire sotto forte pressione. Non ci sono pompieri come lei, anche tra i colleghi uomini. Sarà un comandante formidabile alla fine del corso."Dana Bokobza, invece, è originaria di Ashkelon e madre di tre figli. Lavora nella caserma della sua città da otto anni ed è stata tra le prime donne in Israele ad essere stata reclutata in questo corpo. "Sono abituata allo stupore della gente, ma sono la prova vivente che tutto è possibile. Amo il mio lavoro e per me attraversare le fiamme è istintivo. Non penso affatto al pericolo." Riguardo ai suoi tre bambini nati tutti in questi otto anni racconta: "Non ho mai chiesto trattamenti di favore. Il lavoro richiede molti sacrifici, ma grazie all'aiuto di mio marito e della mia famiglia, non è un problema.http://fuoridalghetto.blogosfere.it

Il boom del cioccolato in Israele

Israele conta per circa l’1,5 per cento nella domanda mondiale di cioccolato, ma il suo mercato nazionale è in crescita costante negli ultimi anni, aiutata dalla crescita economica del paese: le previsioni parlano di un aumento del 5-10 per cento in termini di valore assoluto soltanto per il 2012, dopo che negli ultimi cinque anni il settore è cresciuto complessivamente di poco meno del 40 per cento.Come scrive il Wall Street Journal, la crescita del mercato del cioccolato in Israele sta facendo aumentare gli investimenti delle maggiori multinazionali del settore, la svizzera Nestlé e la statunitense Kraft Foods (che ha da poco annunciato una prossima divisione al suo interno, con nuovo nome e nuovo marchio per la sua sezione snack), aiutate dalle recenti difficoltà delle società israeliane del settore e con la speranza di inserirsi nel mercato mediorientale.La crisi economica ha portato a una diminuzione della domanda in mercati tradizionalmente “forti” come gli Stati Uniti e l’Europa, ma Israele è da alcuni anni in piena ripresa: il suo prodotto interno lordo è aumentato del 3,2 per cento nell’ultimo trimestre del 2011, secondo i dati ufficiali, e per il 2012 le previsioni sono ancora migliori (di poco sopra il 4 per cento), anche se gli analisti avvertono che molto dipenderà dalla stabilità della regione mediorientale. Allo stesso tempo, una delle principali aziende del settore alimentare, Strauss Group (che controlla oltre la metà del mercato israeliano della cioccolata), ha riportato oggi una netta diminuzione dei profitti e sta affrontando un periodo di scioperi e lotte sindacali. Recentemente, Strauss Group è stata accusata da un gruppo di consumatori (che hanno sporto denuncia all’autorità di controllo per la concorrenza) di imporre un prezzo troppo alto per la propria cioccolata: il momento di difficoltà di Strauss favorisce l’aumento degli investimenti in Israele delle multinazionali straniere.Il consumo di cioccolato in Israele è in grande crescita da oltre dieci anni, partendo però da quantità molto basse: nel 2005 la media per abitante era di solo 3 chilogrammi l’anno (due terzi dei quali in inverno), una quantità doppia rispetto a quella di cinque anni prima ma molto inferiore alla media europea, che è di circa il doppio.http://www.ilpost.it/

Il generale "di destra" che parla con Hamas

Il vero sconfitto delle primarie di Kadima è Netanyahu. Il premier israeliano tifava per Tzipi Livni, leader opaco ammirato in Occidente ma incapace di conquistare il cuore degli israeliani. Vincere contro di lei l’anno prossimo sarebbe stato agevole, battere l’incognita Mofaz sarà assai più arduo. A 63 anni Shaul Mofaz rappresenta oggi la novità più interessante nella politica dello stato ebraico. L’ex generale nato in Iran nel 1948, emigrato in Israele nel 1957, ha aspettato a lungo questo momento e oggi si gode la sua netta rivincita su Livni che lo aveva battuto alle primarie di quattro anni fa.Il tempo per festeggiare è poco, Mofaz è a metà del suo cammino: la vittoria odierna sarà vana se non seguirà quella alle prossime elezioni politiche. Lo attende una sfida piena di insidie perché eredita un partito all’opposizione e in caduta di consensi, anche se con il numero più alto di seggi alla Knesset. Ma ha un anno davanti a sé per cambiare lo scenario.
Il suo primo obiettivo è quello di evitare possibili scissioni interne. «Tzipi, il tuo posto è dentro Kadima. Se resteremo uniti riusciremo a mettere Israele sulla giusta rotta dopo tre anni di governo di Netanyahu», sono state le sue prime parole. Livni per ora tace, chiusa nel suo ufficio valuta la possibilità di ritirarsi dalla vita politica. Nel governo c’è invece fermento perché più di qualcuno lavora affinché la vittoria di Mofaz possa preludere a un ricompattamento a destra della coalizione di unità nazionale.Tra i più espliciti il ministro degli interni e leader del partito ortodosso sefardita Shas, Eli Yishai: «In un momento come questo l’unità è necessaria più che mai e l’esperienza di Mofaz può tornarci utile». Netanyahu non si è sbilanciato, per ora si è limitato a una telefonata di congratulazioni. A un anno dalla chiamata alle urne, è improbabile che Mofaz porti Kadima al governo, anche di fronte a offerte di poltrone ministeriali di peso.Mofaz è lungimirante e sa aspettare il suo momento. Come nel 2009, quando presentò il suo piano di pace per il Medio Oriente, definito allora dal quotidiano liberal Haaretz «il progetto più serio e più realizzabile elaborato da un dirigente israeliano negli ultimi anni». Mofaz fu incoraggiato dal presidente Peres ad andare avanti ma lui mise come condizione l’appoggio del governo, che chiaramente non arrivò. «Se Netanyahu non ne vuole discutere vorrà dire che sarò io ad attuarlo, quando sarò premier».Mofaz sente oggi questo traguardo più vicino, il suo progetto può finalmente uscire dal cassetto. Il piano prevede il trasferimento in massimo un anno del controllo del 60 per cento della Cisgiordania ai palestinesi e successivamente la negoziazione dello status di Gerusalemme e della questione dei rifugiati, anche con il coinvolgimento di Hamas, che all’epoca si disse interessato. Secondo i media di Tel Aviv il punto debole di Mofaz resta la sua immagine. Molti israeliani lo descrivono come un generale freddo, insensibile e di destra.Un identikit che non gli permetterà certo di guadagnare consensi nell’elettorato di centro-sinistra, disorientato dalla scelta dell’ex laburista Ehud Barak di entrare a far parte di un governo di unità nazionale sbilanciato a destra. La cosa non è sfuggita al suo staff che con successo ha incentrato la campagna elettorale sulle questioni sociali. Chissà se tra un anno funzionerà ancora la promessa di «un nuovo ordine sociale» che ristabilisca «la dignità dei lavoratori». Maurizio Debanne, http://www.europaquotidiano.it/

Livni valuta abbandono politica

(ANSA) - TEL AVIV, 28 MAR - Dopo la bruciante sconfitta nelle elezioni primarie del partito centrista Kadima (opposizione), l'ex leader Tzipi Livni sta considerando la possibilita' di lasciare la politica attiva. Lo afferma il quotidiano Yediot Ahronot, secondo cui non pare probabile che essa accetti di restare in posizione gregaria dietro al vincitore del confronto, l'ex ministro della Difesa Shaul Mofaz. Mofaz ha ricevuto il 61,7% dei voti dei membri di Kadima, e la Livni solo il 37,2%.

Quiche Z.Z. (Zola e Zucca)

Ingredienti per 6/8 persone: 700 gr di zucca 300 gr di gorgonzola 250 gr di ricotta 2 uova 50 gr di parmigiano sale 1 rotolo di pasta sfoglia. Procedimento Schiacciare la zucca cotta e unirla a gorgonzola e ricotta e mescolare bene.Aggiungere anche uova e parmigiano, salare e mescolare nuovamente.Stendere la pasta sfoglia in una tortiera, bucherellarla e farcirla col composto.Cuocere per 40-50 minuti a 180 gradi.http://imenudibenedetta.blogspot.com/


Polpettone di Fagiolini alla Ligure

Ingredienti per 4 persone: ½ kg di fagiolini lessi ½ kg di patate lesse 3 uova 100 gr di parmigiano sale pangrattato olio.Procedimento Tritare i fagiolini al mixer e schiacciare le patate. Unire le verdure con uova, parmigiano e sale mescolando bene.Trasferire in una pirofila con carta forno e completare con una manciata di pangrattato e un filo d'olio Infornare a180 gradi per 20-30 minuti, http://imenudibenedetta.blogspot.com/



Agricoltura: Catania riceve ambasciatore Israele

(AGI) - Roma, 28 mar. - Il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Mario Catania ha ricevuto l'Ambasciatore dello Stato di Israele in Italia Naor Gilon. Nel corso dell'incontro sono state affrontate le principali tematiche relative alle relazioni tra i due Paesi in ambito agricolo, con particolare riferimento alla cooperazione bilaterale, nello specifico, per la ricerca e l'innovazione tecnologica nella produzione agroalimentare. L'ambasciatore israeliano ha inoltre consegnato al ministro l'invito della sua omologa israeliana, Orit Noked, alla fiera "Agritech", principale appuntamento nella regione mediorientale per l'innovazione e la tecnologia applicata all'agricoltura, che si terra' in Israele dal 15 al 17 maggio e al quale e' prevista la partecipazione di imprese italiane del settore.


Israele in stato di massima allerta anche a Pasqua

Per la prima volta da diversi anni, le forze di difesa d'Israele manterranno l'allerta massima anche durante le vacanze di Pasqua, lo rivela in esclusiva il sito web del giornale israeliano Yedioth Ahronoth. La decisione è stata presa dal Capo di Stato Maggiore dello Stato ebraico, Benny Gantz, specificando che egli non accetta l'idea di un esercito in "stato di vacanza" durante il periodo pasquale Sebbene i funzionari dell'IDF (Israel Defence Force) hanno negato che la decisione sia legata a preparativi di manovre militari o a particolari minacce incombenti, le speculazioni che la mossa possa essere collegabile alla crescente tensione tra lo Stato ebraico e l'Iran si stanno moltiplicando. Oltre alla questione iraniana, Israele si trova di fronte ad una serie di minacce lungo tutti i suoi confini. Il conflitto in Siria tra le forze del regime e i ribelli è una forte preoccupazione per la sicurezza israeliana che teme sia un gesto disperato di Damasco che potrebbe messo alle strette tentare di fomentare un conflitto con Tel Aviv; sia il possibile esodo di rifugiati siriani in caso di escalation delle violenze in Siria. Altro motivo di angoscia per Israele rimangono i confini con il Libano sempre più territorio esclusivo dei militanti sciiti filo-iraniani di Hezbollah. I gruppi armati della Striscia di Gaza, l'aumento degli attriti con l'Egitto del post-Mubarak e il crescente malcontento palestinese in Cisgiordania, completano la lunga serie di minacce con le quali Israele sembra destinato a convivere nei prossimi mesi.http://www.focusmo.it/

In Francia i funerali di Merah dopo il no di Algeri

I funerali di Mohamed Merah, il 23enne di origine algerina e sedicente qaedista che ha ucciso a sangue freddo sette persone a Tolosa e Montauban, si svolgeranno in Francia intorno alle 17, nei pressi di Tolosa, dopo il rifiuto di Algeri di accogliere la salma «per ragioni di sicurezza». Lo hanno riferito i media algerini e lo ha confermato il l'imam della Grane moschea di Parigi, Abdallah Zekri. Il padre di Merah aveva chiesto che Mohammed potesse essere sepolto nella sua città natale di Essouagui, vicino a Medea, 80 chilometri a sud di Algeri. Ma il governo di Algeri ha negato il permesso dopo che le autorità del villaggio si erano opposte ala richiesta dei familiari per motivi di ordine pubblico. «Sono stato incaricato dalla famiglia di organizzare i funerali in Francia, in accordo con le autorità, poiché l'Algeria ha rifiutato di accogliere il corpo di Mohamed Merah facendo riferimento a motivi di sicurezza», ha dichiarato Abdallah Zekri. Il responsabile religioso si trova a Tolosa, nel sud-ovest della Francia, dove il killer ha ucciso un militare e poi tre bambini e un professore di una scuola ebraica. Ed è a Tolosa, la città in cui Merah viveva, che il corpo dovrebbe essere inumato. «Penso che sarà a Tolosa, nel settore musulmano del cimitero di Cornebarrieu», ha indicato ancora Zekri.IL NO DI ALGERI - Il corpo di Merah sarebbe dovuto partire per Algeri con un volo di linea Air Algerie delle 13:15 ed essere sepolto a Bezzaz, un paese a diverse decine di chilometri da Algeri, di cui è originario il padre di Merah. Subito dopo l'uccisione da parte delle teste di cuoio francesi del killer di Tolosa il 22 marzo scorso, il padre e lo zio di Merah avevano avviato le procedure per la sua sepoltura in Algeria. La richiesta in piena campagna elettorale per le legislative algerine di maggio ha scatenato un vivace dibattito.DENUNCIA - Intanto, il padre di Merah ha denunciato le forze speciali della polizia francese per l'omicidio del figlio e si è rivolto a uno studio legale algerino per perseguire davanti a un tribunale francese l'unità speciale della polizia, il Raid. «Merah ritiene che suo figlio sia stato assassinato», ha spiegato l'avvocatessa Zahia Mokhtari. La legale è molto nota in Algeria soprattutto per essere riuscita a vincere nel 2005 un processo in Germania per l'appartenenza di un uomo ad al-Qeada, che è stato poi liberato ed è tornato in Algeria.COMPLICE - Proseguono le indagini su eventuali complicità nella strage. Il fratello di Mohammed Merah ha parlato di un secondo complice, che avrebbe aiutato il killer, secondo quanto riferisce il quotidiano Le Parisien. Quest'uomo avrebbe accompagnato in macchina i due fratelli Merah lo scorso 6 marzo, quando hanno rubato lo scooter T-Max utilizzato dal killer per uccidere sette persone, fra cui tre bambini. Abdelkader Merah, che è stato arrestato la settimana scorsa mentre la polizia dava inizio all'operazione, non ha però fornito nessun elemento per indentificare o localizzare il complice.http://www.corriere.it/esteri/, 29 marzo


Ricordare, immaginare

Scrive Shimon Peres: “La gente preferisce ricordare piuttosto che immaginare. La memoria ha a che fare con cose familiari, mentre l’immaginazione chiama in causa l’ignoto.” Potrà sembrare assurdo, ma il Presidente dello Stato d’Israele inizia così la prefazione di un libro in cui si spiega il successo d’Israele. Non è quindi la memoria la chiave del successo d’Israele, quanto la sua capacità di saper proiettare la propria visione nel futuro. È solamente attraverso la prospettiva del domani che si possono realizzare cose grandiose. Non bisogna quindi dimenticare la propria storia, tutt’altro, ma per saperne scrivere una nuova e più bella non basta conoscere il passato, bisogna avere anche il coraggio di cambiarlo. Daniel Funaro, studente, http://www.moked.it/

Maserati: operativa anche in Israele con concessionaria a Tel Aviv

Con l'apertura a Tel Aviv della concessionaria "Auto Italy Israel," la Maserati e' ora operativa anche in Israele, il 65* mercato al mondo per la Casa del Tridente di proprieta' del gruppo Fiat.La nuova concessionaria Maserati di Tel Aviv, informa una nota, sorge nel centro finanziario della citta' israeliana ed e' situata nei pressi della Ayalon Highway. La concessionaria, caratterizzata da un'area complessiva di 2.000 metri quadrati, sara' dotata al suo interno di un centro assistenza e a breve anche di un Caffe' italiano. com/mur rosario.murgida@mfdowjones.it,http://borsaitaliana.it



Ho ricevuto un regalo.......


......E io lo offro a mia volta a voi. Sono bambini, sono ebrei, sono israeliani, sono VIVI, e riempiono il mondo di gioia.

http://danilette.over-blog.com/article-voici-mon-cadeau-de-hanouccah-93382284.html

da Barbara

Voci a confronto

Continuano i giornali a parlare di quanto succede dopo la strage di Tolosa, ed è opportuno aprire anche noi una ampia discussione sull’argomento.Mentre il padre del Mahmoud assassino si ripromette di portare in giudizio la Francia che ha ucciso suo figlio (che non dovesse essere impossibile prenderlo vivo è opinione di molti, ma se l’azione di questo inconsolabile padre possa essere accettabile, beh, lasciamo andare), è arrivata, negli uffici di al Jazeera di Parigi, una chiavetta contenente le riprese della strage fatte dall’assassino con una telecamera appesa al collo. Le riprese, inframmezzate da preghiere e da letture di versetti del corano, sono anche tecnicamente buone, e c’è voluto un forte intervento di entrambi i candidati principali alla presidenza della Repubblica per convincere i dirigenti della televisione (e anche i signori del Qatar che tanti interessi economici hanno in Francia dove hanno acquistato coi nostri petrodollari tante grandi società) a non divulgare le immagini della strage. Se poi queste immagini non giungeranno, per altri canali, nelle mani degli arruolatori di altri assassini fondamentalisti, questo sarà tutto da vedere. Ne parlano, tra gli altri, Stefano Montefiori sul Corriere e Daniele Zappalà su Avvenire e Andrea Luchetta su Il Riformista. Nicolas Sarkozy, frattanto, dichiara persona non grata l’imam al Qaradawi che era stato invitato a parlare in Francia; il Presidente si è accorto delle sue dichiarazioni chiaramente antisemite (ma solo lui è colpevole di ciò tra coloro che sono invitati in Francia con tutti gli onori?), ed ha preso un provvedimento per il quale staremo a vedere quanto tempo resterà in vigore. Sotto il titolo (che da solo dice già purtroppo tante cose): Israele dopo Tolosa, Andrea Fontana scrive un articolo pubblicato su Giorno Carlino Nazione ; Signor Fontana, la Shoah NON è “l’evento fondante dello Stato di Israele”, come lei scrive, con l’aggiunta che sarebbe “una semplice verità”. Sono pronto a regalare all’autore di questo articolo i libri di Georges Bensoussan che lo smentiscono chiaramente (e non solo i suoi!), ma temo che non li leggerebbe, visto che poi aggiunge che è “grave che gli ebrei non possano intendere le ragioni di altri che oggi sono a loro volta oppressi”. Chiara affermazione di un suo credo politico preciso. Nell’articolo, per chi lo vorrà leggere, si parla di errori e colpe di Israele, e, ricordo, questo compare sotto il titolo: Israele dopo Tolosa. Intanto, a dimostrazione dell’aria che tira oggi in Europa, si legga la breve riportata solo dal Corriere: un ragazzino ebreo è stato colpito alle spalle all’uscita da scuola, mentre veniva apostrofato con le ben note parole di “sporco ebreo”. Registro, a questo punto, con grande dolore (ed altro) la lettera inviata al manifesto da Rete Ebrei Contro l’Occupazione, nella quale si legge, tra l’altro: “ci auguriamo che questa ennesima tragedia non venga utilizzata per diffondere tra gli ebrei, in Israele e fuori, il senso di paura utile a far loro accettare anche l’idea di una guerra preventiva contro l’Iran”. A qualcuno, evidentemente, la storia non ha insegnato proprio niente. Ed infatti, come riporta Repubblica Roma, la Comunità di Roma è stata scossa ieri dalla notizia che nella scuola elementare Franco Cesana l’ulivo piantato dagli alunni lo scorso 27 gennaio è stato divelto e bruciato. Chiaro esempio dei pericoli che oggi corre di nuovo l’Europa. Analogamente, come sempre, è in primo piano Rinascita dove, oltre ad una breve vergognosa su chi si dichiara amico di Israele, pubblicata sotto il titolo “Circoncisioni”, fa bella mostra di sé un articolo del noto Renato Pallavidini che lascio a coloro che desiderano leggerselo; personalmente condivido solo la frase finale, dove l’autore scrive che “la nostra civiltà è forse in crisi irreversibile”; Pallavidini ne è una chiara dimostrazione.Disappunto, ma non stupore, provo poi alla lettura su Avvenire dell’articolo firmato dal vice presidente MCL che affronta ancora la situazione dei cristiani in Israele, tema à la une da parecchi giorni; “nessuno ha scritto che in Israele non c’è libertà religiosa, o che i cristiani vengano discriminati o maltrattati”, si legge, e forse dovremmo ringraziarlo per tale riconoscimento? Perché, al contrario, non si ha il coraggio di dire dove questa è la realtà che proprio i cristiani devono vivere tutti i giorni? L’autore scrive poi che “il giovane (cristiano) se ne va per non stare sempre (metaforicamente) con l’elmetto in testa”. Signor vice presidente, mi consenta di farle notare che ci saranno dei giovani che lasciano Israele, ma la popolazione cristiana, in Israele, e solo in Israele tra le terre della zona, è in aumento, e sarebbe doveroso scriverlo, contemporaneamente alla denuncia, mai fatta, della fuga in massa dalla Palestina (dobbiamo forse ricordare i numeri?). Se manca il coraggio di affrontare questa realtà, la sconfitta sarà inevitabile e definitiva.Il Foglio pubblica un editoriale dedicato alla marcia organizzata dal regime iraniano per andare alla conquista di Gerusalemme, arrivando da tutti i confini; non solo dal Libano, ma anche dall’Egitto, da Gaza, dalla Giordania e dalla Siria di Assad, subito riammesso nel salotto “buono”. Purtroppo anche alcuni giovani ebrei di Teheran sono stati precettati da Khamenei per rompere le linee difensive di Israele.Assad, nel frattempo, con la complicità della Russia (e non solo di essa) riesce a trovare un accordo con l’inviato dell’ONU Kofi Annan; rimane al suo posto, va perfino a visitare Homs promettendo di ricostruirla più bella di prima, ma continua ad uccidere con di fronte un’opposizione che sembra essere rimasta senza armi e con poche possibilità concrete. Si preannuncia poi la classica riunione che si terrà in Turchia, ma va sottolineato che non saranno presenti né i curdi, pur importanti nella zona, né i laici, e neanche la Russia, che sembrerebbe essere la vera vincitrice della guerra che sta terminando. Di questo ne parlano, tra gli altri, Flavio Pompetti sul Messaggero e Federico Zoja su Avvenire. E proprio Avvenire titola Libano, esempio di dialogo, un articolo a margine della visita del ministro Riccardi, ma quelle parole non compaiono nel testo. E il sottoscritto, pur conscio delle difficoltà di quel paese, si chiede se si possa davvero dire del Libano di oggi che è “un paese modello di democrazia e di convivenza tra etnie e religioni”.Infine da sottolineare l’articolo del Secolo d’Italia che intervista el Baradei, che sarebbe invece meglio lasciare nel dimenticatoio dopo i danni che ha procurato al mondo intero; oggi afferma che, se Israele attaccasse l’Iran, alimenterebbe la determinazione di Teheran a sviluppare un arsenale nucleare (sic). La solita storiella di Israele che è colpevole e che, se si difende, è la causa della altrui volontà di distruggerlo. Strana poi l’affermazione che. se Israele attaccasse l’Iran, tutti aiuterebbero l’Iran a sviluppare l’arma nucleare. Urge verifica, ad esempio, in Arabia Saudita, signor el Baradei, premio Nobel per la pace!Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog