sabato 14 maggio 2011
















Yom Hazikaròn - il giorno del ricordo dei caduti


e Yom Ha'Atzmaút - il giorno dell'indipendenza - sono in Israele un'ulteriore occasione per riflettere su di noi, sulla nostra storia, e su tutto quello che ci circonda. Nel periodo moderno, a partire dal 1860, ma soprattutto dal 1948 fino a oggi, in tutte le guerre e altre campagne per la difesa di Israele sono caduti 22.867 soldati e altri membri delle forze di sicurezza. Inoltre sono caduti in Israele 2.443 civili, vittime del terrorismo e di altre azioni armate. Solamente nel corso dell'ultimo anno, nel complesso dei paesi musulmani, sono morte oltre 24.000 persone vittime di violenza proveniente dall'interno del mondo islamico. Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/



Getta la maschera Dieudonnè: la verità in un libro inchiesta
Di: Fiona Diwan 12/05/2011 http://www.mosaico-cem.it/
Da 15 anni non perde pubblica occasione – da tribune mediatiche, tv e teatri, per sputare insulti razzisti su Israele e gli ebrei, accusati di “pornografia della memoria e di essere trafficanti di schiavi”. Alle elezioni europee del 7 giugno 2009 si presentò con un partito, la Lista Antisionista per un’Europa Liberata, che specie in certi quartieri dell’Ile de France, riuscì a portare a casa risultati affatto trascurabili. A fine marzo scorso è volato in Libia in sostegno di Gheddafi, per protestare contro “l’aggressione occidentale” e rispondere così al suo “peggior” nemico, il filosofo Bernard Henri-Levy, che aveva preso pubblicamente posizione a favore dell’intervento internazionale in Libia. Riparandosi dietro il vessillo della libertà di satira e del diritto all’umorismo, continua da anni a irridere e negare la Shoah, malgrado denunce e condanne in Tribunale: due anni fa invitò sul palco di un suo spettacolo il negazionista Robert Faurisson a cui fece consegnare un premio da un finto deportato ebreo. Ma, naturalmente, lui stava scherzando. Stiamo parlando di Dieudonnè M’bala M’bala, comico francese tra i più popolari e osannati, idolo delle banlieu parigine e ora messo sotto inchiesta da un libro che ne svela le collusioni con l’estrema destra e l’estremismo islamista. La galaxie Dieudonnè, saggio appena uscito in Francia, contribuisce definitivamente a “smascherare un’impostura” e a gettare la maschera dal volto di una delle figure più inquietanti dello star-system d’Oltralpe. Un saggio che promette grande bagarre mediatica. Gli autori? Michel Briganti, giurista e membro del CRIDA (Centro di Ricerca, Informazione, Documentazione Antirazzista); Andrè Dechot, giornalista; Jean Paul Gautier, storico dell’estrema destra. “Nato ideologicamente a sinistra nel 1980, Dieudonnè si è progressivamente radicalizzato fino a operare una saldatura tra correnti dell’islamismo radicale e estrema destra”, dichiarano gli autori. E proseguono: “Nonostante le provocazioni, Dieudonnè continua a beneficiare di un capitale di simpatia non trascurabile. Tanto più pericoloso perchè il suo è un progetto politico ambizioso. Non a caso ama definirsi “trublion politique”, (un neologismo intraducible, crasi delle parole tourbillon e trouble, ndr), ma di fatto non è che un mistificatore. Come e perchè Dieudonnè è diventato il trait d’union del “fronte antisionista”? Intorno a quali assi politici si è costituito questo fronte? Quali le forze e gli obiettivi in gioco? Noi crediamo che il fenomeno Dieudonnè sia ben lungi dall’essere qualcosa di effimero e marginale. Questo partito a geometria variabile nato nel seno dell’estrema destra è il sintomo di un nuovo ciclo storico: è la rinascita delle destre autoritarie, nazionaliste e xenofobe che surfano sulle ideologie neoconservatrici dello scontro di civiltà”. Con questo saggio gli autori si propongono d’identificare i sintomi del fenomeno, lasciando ad altri il compito d’individuare il trattamento della malattia. E le domande sono numerose. Gli autori si chiedono: siamo davanti a una drammatica ma banale riattualizzazione del vecchio antisemitismo politico o non si tratta piuttosto dell’emergere di qualcosa di più complesso e nuovo? Chi sostiene veramente Dieudonnè? Le risposte sono nella storia, gli orientamenti, la rete nazionale e internazionale, i contatti (con Ahmadinejad e Jean Marie Le Pen, ad esempio), insomma i percorsi delle diverse componenti della galassia Dieudonnè che si dipanano lungo le pagine del libro-inchiesta. Un lavoro investigativo durato anni che si appoggia su fonti numerose, verificate e verificabili.



Hamas, Fatah e quelle domande sull'accordo ancora senza risposta
Passata la sbornia per lo storico accordo tra Fatah e Hamas, è giusto farsi – o meglio: fare – qualche domanda. Domande che, per ora, restano senza risposta. In attesa che quei fogli firmati al cospetto della nuova autorità egiziana si trasformino in atti concreti. E non nell’ennesimo tentativo di demolire le fondamenta uno dell’altro. Perché l’euforia, tra i palestinesi, sarà pure tanta. Però poi bisogna fare i conti con la geopolitica. E con la cartina. Da un lato la Striscia di Gaza governata da Hamas. Nient’altro che un pezzetto di terra isolato dal resto del mondo (anche dopo le timide aperture egiziane). Dall’altro lato c’è la West Bank. Grande, tortuosa, piena di colonie e carica di tensione per ora frenata, governata dal Fatah. In mezzo lei, Israele. Una democrazia matura. Ma anche un Paese in perenne stato di guerra. Minacciata da tutti i lati. E allora. Fatte le premesse, la prima domanda è proprio sul ruolo cruciale d’Israele. Perché se l’accordo prevede la formazione di un governo congiunto tra Hamas e Fatah, come può questo esecutivo essere operativo giorno dopo giorno senza l’approvazione dello Stato ebraico che continua a controllare parte della Cisgiordania? Israele non darà mai il permesso di muoversi liberamente per la West Bank a esponenti di Hamas. Gerusalemme è in guerra con la formazione che governa Gaza. Mentre negli ultimi anni ha saputo costruire buone relazioni con l’autorità politica di Ramallah. Come si confronteranno i nuovi vertici dell’Autorità nazionale palestinese? Via Skype? Poi ci sarebbero da fare i conti. Proprio quelli: i conti economici. E siamo alla domanda numero due. Dai resoconti dei Palestine Papers è venuto fuori che la principale paura di Abu Mazen è quella di perdere tutti i finanziamenti occidentali (americani ed europei in primis) in caso di accordo politico e militare con Hamas. Cos’è successo da allora? Chi o cosa ha rassicurato Fatah sul fatto che i soldi continueranno a piovere come sempre ogni mese? Unione europea e Stati Uniti hanno dato l’ok all’accordo? Per non parlare dell’aspetto militare. Che ci porta a fare la domanda numero tre: in che modo avverrà l’integrazione delle forze di sicurezza di Gaza e Ramallah? Davvero Fatah ha la forza di fare a meno dell’aiuto occidentale o sarà Hamas ad abbandonare i suoi propositi anti-ebraici? E ancora: l’integrazione è davvero una strada realizzabile? La realtà è sotto gli occhi: da un lato c’è l’esercito palestinese in Cisgiordania che coopera con l’esercito israeliano in quasi tutte le operazioni. Per non parlare dei corsi di addestramento e dei finanziamenti statunitensi. Non un finanziamento a fondo perduto. Ma con una clausola: io Usa ti finanzio e ti rafforzo, tu Fatah ti occupi di annientare gli estremisti firmati Hamas. Ecco, parliamo di Hamas. Più che un esercito il suo è un’accozzaglia di fazioni paramilitari estremiste che esercitano un controllo a macchie sulla Striscia. La visione è anti-israeliana e una delle mission è proprio quella di annichilire lo Stato ebraico. Poi, di domande, ce ne sarebbero anche altre. Sulle prossime elezioni, sulla proclamazione dello Stato palestinese, sulla riorganizzazione della moribonda Organizzazione per la liberazione della Palestina. Ma per ora, passata la sbronza, basterebbe fare luce sulle prime tre. Infine, una vocina – non smentita – che gira tra gli ambienti diplomatici mediorientali. Ecco, dice quella vocina che l’accordo «a sorpresa» tra Fatah e Hamas è stata una risposta politico-diplomatica ai colloqui sempre più fitti, ma nascosti, tra Israele e Turchia con la mediazione americana. Al centro del dialogo Ankara-Gerusalemme ci sarebbero il rinvio della partenza di una nuova Freedom Flottilla verso Gaza e un’operazione congiunta per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, ostaggio dei miliziani della Striscia da quasi cinque anni. Una corrispondenza di amorosi sensi che avrebbe finito per lasciare fuori dai giochi non solo Fatah e Hamas, ma anche l’Egitto. E questo – secondo la vocina – spiegherebbe non solo l’accelerazione sull’accordo palestinese, ma anche il ruolo cruciale della nuova autorità al Cairo.7 maggio http://www.linkiesta.it/





Ecco iGaza, la prima applicazione per iPhone sulla Striscia
La controffensiva – o resistenza, a seconda dei punti di vista – si fa anche così, con un semplice telefonino. Ne è convinto l’inglese Gary McFarlane che ha creato la prima applicazione per smartphone dedicata alla Palestina. Si chiama iGaza, si scarica gratuitamente da iTunes e una volta installata apre una finestra aggiornata in modo costante sulla Cisgiordania e soprattutto su quello che succede nella Striscia. L’applicazione si alimenta di notizie d’agenzia, ma anche dei contributi dei blogger, degli attivisti per i diritti umani e divide tutto per sezioni. All’interno è prevista anche una mappa di Gaza presa da Google con gli aggiornamenti sui probabili blitz dell’esercito israeliano. C’è pure uno spazio dedicato alle risoluzioni delle Nazioni Unite che riguardano il Medio Oriente e anche un pulsantino che, una volta premuto, consente di inviare una protesta via mail a un membro dello Stato israeliano.14 maggio http://www.linkiesta.it/





















La parata degli anziani veterani in Israele
I tenaci ebrei che combatterono il nazismo e sono arrivati vivi fino a oggi hanno festeggiato a Gerusalemme
Oggi a Gerusalemme centinaia di veterani ebrei della Seconda guerra mondiale hanno partecipato a una sfilata per celebrare i soldati che hanno combattuto nella guerra, per ricordare quelli che sono morti e per festeggiare la vittoria sui nazisti. Durante il conflitto oltre un milione di ebrei, sia uomini che donne, si arruolarono tra le truppe alleate, in particolare nell’esercito americano e in quello sovietico. La maggior parte di quelli di loro che sono ancora vivi abita in Israele o in Russia. vedi altre foto: http://www.ilpost.it/2011/05/11/parata-veterani-israele/







Ad anniversario Israele Fini e Alemanno cantano l'inno di Mameli
Anche Gianni Letta lo intona, Berlusconi in silenzio
ROMA - Compagni di partito, ora su posizioni diverse, il presidente della Camera Gianfranco Fini e il sindaco di Roma Gianni Alemanno si sono ritrovati insieme a cantare ad alta voce l'inno di Mameli sul palco dell'anniversario della fondazione dello Stato di Israele. Tra le autorità presenti, anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta ha mormorato l'inno, mentre il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ascoltato l'esecuzione in silenzio. TMNews
Mercoledì 11 maggio 2011 http://www.diariodelweb.it/







Israele: aereo Alitalia scortato da caccia
Il volo Alitalia Roma-Tel Aviv di oggi è stato intercettato e scortato all’atterraggio da caccia israeliani in seguito alla momentanea interruzione delle comunicazioni radio con il controllo del traffico aereo. La notizia è stata data dalla radio israeliana. L’intervento, dettato dalle rigide misure di sicurezza del paese, è stato di natura precauzionale e la situazione si è chiarita subito dopo l’atterraggio. Secondo quanto dichiarato alle agenzie dal responsabile Alitalia a Tel Aviv questa non sarebbe la prima intercettazione del genere ad un aereo della compagnia. 11 Maggio 2011http://www.dedalonews.it/



Masada

Parte da Roma un’altra Flottilla


Dopodomani a Roma “partirà” la seconda spedizione per Gaza. Il nome sarà “Stay Human”, in ricordo delle memorie dell’attivista italiano ucciso in Palestina dagli estremisti islamici del gruppo di HamasSabato 14 maggio, chi può, visto che a Roma non si vota, se ne parta per una bella scampagnata. Il centro infatti a partire dalle 14 sarà occupato da loro, gli odiatori di Israele per professione, quelli di Forum Palestina, del Campo anti imperialista e di tante altre realtà estremiste, che daranno il proprio ideale battesimo alla seconda flottilla per Gaza. Ribattezzata “stay human” in onore di Vittorio Arrigoni. Il corteo partirà alle 14 e 30 da piazza della Repubblica per terminare un paio di ore dopo a piazza Navona. Le parole d’ordine saranno “boicottare Israele” e “liberare Gaza”. Anche se poi, come si era già scritto ieri, per strada si è aggiunto un altro slogan che rischia di costare caro al candidato di Sinistra e libertà a Milano, Giuliano Pisapia: “Boicottare Vendola”. Reo di avere ricevuto e omaggiato l’ambasciatore d’Israele, Gideon Meir, a Bari durante la fiera della cultura libraria ebraica. Secondo il manifesto con cui Forum Palestina propaganda la seconda Flottilla, e nello specifico la manifestazione, dove non mancheranno probabilmente bandiere bruciate dello stato ebraico e di quello statunitense, “la Striscia di Gaza è da anni sottoposta a quello che l’inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani Richard Falk, ha definito un assedio che non ha pari nella storia dei decenni successivi alla II Guerra Mondiale”, che “le vittime di questo assedio sono il milione e mezzo di donne, uomini, vecchi e bambini che vivono nella Striscia, sottoposti ai continui bombardamenti ed alle incursioni quotidiane dell’esercito israeliano”. Il comunicato continua così: “E’ proprio in nome del Diritto che le nostre navi partiranno per Gaza, portando solidarietà ed aiuti. A bordo delle navi non ci saranno né armi, né terroristi, come paventano quei parlamentari (fra i quali l’inossidabile Giuseppe Ciarrapico) che chiedono al governo di impedire la partenza della nave italiana. A bordo della ’Stefano Chiarini’ e delle altre nostre navi ci saranno attivisti per la pace e la giustizia, giornalisti, parlamentari, uomini e donne della cultura e dello spettacolo, e porteranno materiale per i bambini e per le scuole, per la ricostruzione, per gli ospedali”. Naturalmente chi ha visto Gaza anche nei numerosi video presenti su you tube, postati dalle imprese arabe di Dubai che gestiscono supermercati, outlet di lusso, porti turistici e quant’altro, sa benissimo come questa immagine di povertà, quasi si trattasse del Bangladesh, sia in parte falsa. Laddove il restante è rappresentato dall’influenza di Hamas, secondo il quale viene distribuita la ricchezza e l’energia elettrica solo ai militanti del partito unico, un po’ come faceva il fascismo nell’Italia degli anni ‘20 e ‘30. Ma peggio, se possibile. Tuttavia, sempre secondo Forum Palestina, “contro questa punizione collettiva disumana ed illegale, più volte condannata dall’ONU e dalle agenzie umanitarie, si mobilita la società civile, e la Freedom Flotilla Stay Human è l’espressione della solidarietà della società civile internazionale con il popolo palestinese”. E a proposito di solidarietà con la popolazione di Gaza, inutile dire che l’intera manifestazione verrà dedicata a Vittorio Arrigoni, e che sfileranno cartelli con la sua foto un po’ ovunque per Roma. Il paradosso sarà che a portarli ci saranno anche quelli che come alcuni esponenti del campo anti imperialista, che lo hanno implicitamente indicato come bersaglio agli scherani di Hamas. E ciò allorchè in almeno un articolo comparso sul sito del Campo, Arrigoni veniva dipinto come un avventurista che faceva il gioco dei nemici di Hamas quando ebbe l’idea rivelatasi per lui fatale di appoggiare i giovani di Gaza del movimento “Gybo”, proprio a manifestare contro l’oscurantismo fascio-islamico del partito armato di Haniyeh. E che gli estremisti a libro paga di Hamas in Italia sabato celebrino Arrigoni è tutto sommato uno scempio nello scempio anti israeliano che sarà di per sé quella manifestazione. La prima spedizione fu al centro del famoso “incidente della Freedom Flotilla”, che si è verificato il 31 maggio 2010, quando gli attivisti pro-palestinesi, che trasportavano aiuti umanitari ed altre merci, tra cui un carico di 10mila tonnellate di calcestruzzo, tentò di violare il blocco di Gaza e fu intercettata da forze navali israeliane nelle acque internazionali del Mediterraneo, nell’ambito dell’operazione navale denominata dall’Israel Defense Forces (IDF) “Operazione Brezza Marina”. Gli attivisti furono fermati e l’esercito israeiliano, con il sospetto che il trasporto includesse anche armi e terroristi, salirono sulla barca, con conseguente scontro a bordo. Alcuni giorni prima dell’incidente gli organizzatori avevano preannunciato le proprie intenzioni, non tanto di portare aiuti umanitari, quanto piuttosto di forzare il blocco e l’obiettivo di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica in favore di Gaza. Alla notizia il governo di Israele aveva fatto sapere che non avrebbe acconsentito alla violazione del blocco. Dimitri Buffa 12 Maggio 2011, http://www.opinione.it/



Nazisti/ Oggi il verdetto su "guardiano Sobibor" John Demjanjuk
Non ci sono prove, è probabile una condanna "per associazione"
Roma, 12 mag. (TMNews) - Uno degli ultimi grandi processi per i crimini nazisti in Germania dovrebbe concludersi oggi con l'atteso verdetto nei confronti di John Demjanjuk, la presunta guardia del campo di concentramento di Sobibor (Polonia) accusato di avere partecipato allo sterminio di circa 27.900 persone tra il marzo e il settembre del 1943. Dopo 90 sedute in 18 mesi in aula regna un sentimento di frustrazione generale perchè le prove non ci sono e Demjanjuk verrà probabilmente condannato, se condannato, "per associazione". Il tribunale di Monaco di Baviera si pronuncerà oggi sulle sorti del 91enne di origini ucraine, il quale nega ogni accusa e rischia una pena massima di 15 anni di prigione. La procura ne ha chiesti sei. L'avvocato di Demjanjuk, Ulrich Busch, ha chiesto l'assoluzione, affermando che il suo cliente è una "vittima della giustizia tedesca". La sua linea difensiva non è cambiata: non c'è alcuna prova che Demjanjuk fosse a Sobibor e, se mai ci fosse stato, in quanto soldato dell'Armata rossa fatto prigioniero dai nazisti, ha agito perchè costretto con la forza. L'imputato, seduto in sedia a rotelle e affiancato da dottori e da un interprete ucraino, in aula ha osservato il silenzio. Tramite il suo legale, ha accusato la Germania di "torturarlo". La sua famiglia ha sempre ribadito che le sue condizioni di salute erano precarie e che non avrebbe sopravvissuto al processo. E invece ce l'ha fatta. Alla sbarra hanno testimoniato 15 tra storici, giuristi, esperti di medicina e grafologia. Tra i testimoni anche tre sopravvissuti al lager e un ex guardiano. L'accusa però non ha prodotto alcun testimone diretto o documento che provi la sua tesi, a parte una carta d'identità delle SS che stabilisce il ruolo di guardiano a Sobibor. Un falso dell'epoca sovietica, risponde la difesa. E' pertanto possibile che Demjanjuk sia condannato "per associazione": in quanto guardiano di Sobibor è per forza complice dello sterminio degli ebrei. Demjanjuk ha già scontato otto anni di carcere in Israele, dove è stato ritenuto colpevole di avere lavorato come guardiano al campo di concentramento di Treblinka con il soprannome di "Ivan il terribile". Condannato a morte nel 1988, è stato assolto dalla Corte suprema israeliana per via dei dubbi sulla sua identità. Al termine di una lunga battaglia giudiziaria, Demjanjuk è stato espulso nel maggio 2009 in Germania dagli Stati Uniti, dove viveva dagli anni Cinquanta. Il suo resterà nella storia come uno degli ultimi processi di crimini nazisti, assieme a quello dell'ungherese Sandor Kepiro, 97 anni, da poco cominciato a Budapest. Qualunque sia il verdetto, Demjanjuk non avrà pace, perchè ora anche la Spagna reclama la sua estradizione: è accusato di avere lavorato come guardiano in un altro campo di concentramento dove sono morti dei prigionieri spagnoli. (fonte Afp)



Il Mediterraneo dance di Raiz, nuovo disco da Napoli a Israele

Il cantante ex Almamegretta pubblica l'album «Ya» Canzoni tra cultura orientale e il sound di Bristol
Alternate HTML content should be placed here. This content requires the Adobe Flash Player. Get Flash NAPOLI - S'intitola «Ya» il nuovo disco di Raiz, alias Gennaro Della Volpe, ex leader degli Almamegretta (ma col loro si riunirà in un live speciale alla Città della Scienza di Napoli il 4 giugno). Un titolo che riprende un'inflessione tipica napoletana, «ya», «dai», che è un'abbreviazione dell’esortazione arabo-ebraica «Yalla!». Un piccolo segno di quel mélange musicale e di culture che il cantante e attore partenopeo (interpreta una parte nel film «Tatanka») opera da anni. Il suo ultimo lavoro, in tal senso, è una conferma. Raiz canta in inglese, ebraico, napoletano e italiano, con un sound che da Kingston va ad Algeri e Gerusalemme, giungendo all'elettronica di Bristol e arrivando alla dance newyorkese. Il punto di partenza, però, è sempre Napoli, città mediterranea in cui convivono più anime. La scelta di Raiz di abbracciare la religione ebraica non è forse casuale: a Napoli c'è stato fino al dopoguerra un pullulante quartiere degli ebrei, ubicato tra la zona dell'Anticaglia e di Forcella, al centro storico. Ancora viva è oggi l'attività della sinagoga in via Cappella Vecchia, nei pressi di piazza dei Martiri, dove Raiz è stato spesso avvistato. «Diventare ebreo - ha recentemente spiegato il cantante a Il fatto quotidiano - non è una buona definizione del mio percorso spirituale: preferisco dire che sono tornato alla pratica di qualcosa che appartiene alla mia anima dalla nascita. Ho voluto girare i miei video in Israele per mostrare una faccia del paese che veramente in pochi conoscono: la faccia della gente comune». Tornando all'album, il lavoro conferma la collaborazione dei Planet Funk, che si sono occupati della produzione. C'è poi la complicità dei Radicanto (Giuseppe De Trizio, Fabrizio Piepoli e Adolfo La Volpe) a esaltare le radici etniche del Mare Nostrum (ad esempio il brano «'A rosa»: musica israeliana e parole napoletane). Si ritorna così a Occidente, come testimonia il nuovo singolo «Domani, domani, domani», girato tra Parigi, Casablanca e il niente. Giovedì 12 maggio Raiz presenterà l'album in uno showcase alla Feltrinelli di piazza dei Martiri (a due passi dalla sinagoga) e con l'atteso live a Bagnoli a giugno. Marco Perillo
11 maggio 2011 http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/



Israele propone la pace, Hamas promette guerra per generazioni

IL MINISTRO DELLA DIFESA ISRAELIANO EHUD BARAK ha parlato martedì di un possibile piano per un accordo di pace coi palestinesi, accennando quelli che potrebbero essere i punti principali che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu illustrerà questo mese nel suo prossimo discorso davanti al Congresso americano e al presidente Barack Obama. Parlando al ricevimento tradizionalmente organizzato per i soldati in servizio nel quartier generale delle Forze di Difesa israeliane a Tel Aviv, Barak ha detto che Israele è pronto a compiere “passi coraggiosi” pur di arrivare alla pace. “Alla vigilia di questa 63esima Giornata dell’Indipendenza – ha detto – Israele si presenta come il paese più forte e più stabile nel raggio di 1.500 chilometri attorno a Gerusalemme. Questa posizione di forza e di fiducia in se stessi richiede che Israele formuli un piano ampio e coraggioso per bloccare quella sorta di tsunami politico che sta per arrivare il prossimo settembre”. Il riferimento è al proposito dell’Autorità Palestinese di dichiarare alle Nazioni Unite l’indipendenza dello stato palestinese unilateralmente, cioè senza negoziato né accordo con Israele. Barak ha detto che Israele è pronto a prendere “decisioni difficili” fintanto che rimangono integre la sua sicurezza e i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Dopodiché ha presentato i punti salienti del suo piano: – Un confine permanente, definito sulla base dei vitali interessi di sicurezza e demografici, tale che i grandi blocchi di insediamenti a ridosso della ex linea armistiziale e i quartieri a maggioranza ebraica di Gerusalemme rimangano sotto sovranità israeliana, accompagnato da scambi di terre tali da lasciare nelle mani dei palestinesi una quantità di territorio analoga a quella che stava al di là della linea armistiziale prima del 1967. – Misure di sicurezza che prevedano una presenza militare israeliana permanente lungo il fiume Giordano, a protezione del confine orientale, e garanzie che lo stato smilitarizzato palestinese non possa diventare un’altra striscia di Gaza o un altro Libano. – Insediamento dei profughi palestinesi (e loro discendenti) nello stato palestinese. – Intese concordate per l’area santa di Gerusalemme. – Infine, ma più importante, una esplicita dichiarazione che, con l’accordo di pace, il conflitto è terminato e con esso cessa ogni ulteriore rivendicazione fra le parti, unita a un riconoscimento formale di Israele come stato nazionale del popolo ebraico e dello stato palestinese come stato nazionale degli arabi palestinesi. Barak ha spiegato che questi principi corrispondo in pratica alle richieste che Israele avanza sin dall’anno 2000. Ha chiesto inoltre alla comunità internazionale di adoperarsi per lo “smantellamento delle strutture terroristiche nella striscia di Gaza” e di fare propri i principi stabiliti dal Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Ue, Russia,Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, riconoscimento degli accordi precedente sottoscritti da israeliani e palestinesi, ripudio della violenza e del terrorismo. “Ai quali aggiungerei – ha concluso Barak – la richiesta perfettamente comprensibile per qualunque persona civile che, prima di ogni altra cosa, venga permesso alla Croce Rossa di vedere Gilad Shalit”, l’ostaggio israeliano trattenuto da Hama nella striscia di Gaza sin dal giugno 2006. L’ORGANIZZAZIONE ISLAMISTA PALESTINESE HAMAS sarebbe anche disposta ad accettare uno stato palestinese nelle linee del 1967, ma non accetterà mai di riconoscere lo stato di Israele perché questo significherebbe contraddire l’obiettivo del movimento di “liberare tutta la Palestina” e privare le future generazioni palestinesi della possibilità di “liberare tutte le loro terre”. Lo ha detto mercoledì all’agenzia di stampa palestinese Ma'a Mahmoud al-Zahar, uno dei più alti esponenti di Hamas nella striscia di Gaza. Alludendo alla possibile linea politica del costituendo governo di unità nazionale palestinese Fatah-Hamas, al-Zahar ha detto che riconoscere il diritto ad esistere di Israele significa “precludere il diritto delle future generazioni di liberare le terre”, e si è domandato (con un riferimento quasi esplicito al principio palestinese di riservarsi il “diritto di “invadere” Israele con i discendenti dei profughi palestinesi): “Quale sarebbe in quel caso il destino di cinque milioni di palestinesi in esilio?” Al-Zahar ha spiegato che, nel frattempo, Hamas è disposta ad accettare uno stato palestinese “su qualunque parte di Palestina”, senza con questo contraddire il suo obiettivo proclamato di arrivare a uno stato palestinese “dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”. Al-Zahar ha anche parlato della tregua militare con Israele, confermando che il movimento islamista palestinese è disposto ad andare avanti col cessate il fuoco, purché sia chiaro che “la tregua fa parte della lotta armata, non di un suo ripudio”, e che “in ogni caso tregua non significa pace”. Al-Zahar ha poi affermato che, pur avendo riposto molte speranze nell’unità della fazioni palestinesi e nel suo impatto sull’imminente creazione di uno stato palestinese, egli tuttavia dubita che tale progetto possa essere portato a termine il prossimo settembre, una scadenza che l’Autorità Palestinese ha posto prima di siglare l’accordo con Hamas. “Tutto questo parlare di uno stato palestinese – ha detto al-Zahar – è un tentativo di pacificarci”, per poi domandarsi quale sarebbe la natura di tale stato palestinese, se venisse proclamato fra pochi mesi: “Quale sarebbe il suo territorio? Quelli che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza sarebbero i suoi cittadini? E che ne sarebbe dei cinque milioni di palestinesi in esilio? Intendiamo forse rinunciare al loro diritto al ritorno?”
(Da: Ha’aretz, YnetNews, 11.5.11)http://www.israele.net/






da Barbara


Un video divertente ripreso nella strada più frequentata di Gerusalemme:

http://www.aish.co.il/h/iid/Wave_Your_Flag.html




venerdì 13 maggio 2011



14 maggio: Israele celebra 63 anni di indipendenza

Negli ultimi anni ho subito un gran numero di minacce, intimidazioni, agguati e aggressioni mediatiche, insulti e azioni di infimo "dossieraggio" a causa del mio amore per il popolo ebraico, del mio impegno per la memoria della Shoah e l'educazione dei giovani all'Olocausto: un amore legato sia alle mie più antiche radici, sia alla mia vicinanza a tanti sopravvissuti all'Olocausto. Anche oggi, visitando i blog neonazisti o quelli gestiti dagli anarchici italiani (gli estremi si toccano, anche se diverso è l'atteggiamento del movimenti di critica globale in altri paesi, con cui spesso ho un rapporto costruttivo ed eccellente) si possono leggere messaggi offensivi e ostili nei miei confronti, connessi proprio ai miei studi sull'Olocausto e sulla realtà mediorientale. Mi ha particolarmente amareggiato, nel corso di una mia missione al campo Rom del Triboniano, l'essere stato definito - davanti a giovanissimi Rom - da alcuni esponenti del gruppo di "antirazzisti anarchici milanesi" quale "sporco ebreo sionista" e il Gruppo di difensori dei diritti umani di cui sono co-presidente quale "setta di rabbini". Recentemente, altri sedicenti "noglobal" mi hanno bollato con queste parole “Attenzione, è refrattario alle etichette, sulla canottiera le stacca sempre. Forse la stella gli da fastidio”. Negli stessi blog, altri volenterosi "anarchici" hanno trascorso ore in rete, cercando qualcosa nel mio presente o nel mio passato che potesse servire per screditare la mia persona, non trovando altro di meglio che la pubblicazione del Dizionario Enciclopedico sugli UFO (Giunti Editore), il mio vecchio lavoro di pubblicitario (per uno stipendio da fame che tuttavia mi è servito per soccorrere tanti esseri umani in difficoltà: Santa Pubblicità!) e un mio messaggio di auguri in occasione della nascita della bambina di Gianfranco Fini: auguri di crescere in un mondo tollerante, in mezzo a bambini liberi di tutti i popoli. Contemporaneamente, gli stessi giovani "ribelli" hanno definito la coraggiosa azione civile di Matteo Pegoraro - con cui condivido da anni tante azioni per i diritti umani - per ottenere il riconoscimento del'unione con il suo compagno come un "simpatico e goliardico tentativo di sposarsi": è chiaro che questi giovanotti dalle idee confuse non hanno la minima idea di cosa significhi lottare con le armi della nonviolenza per evitare che i diritti fondamentali della persona siano calpestati. Altro è la goliardia, altro il livore che obnubila la ragione. Ma il clima che mi circonda non basta a indurmi a sorvolare su una ricorrenza che ha un grande valore civile e storico: il 63° anniversario della nascita di Israele. "Il 14 maggio 1948 in Eretz Israel è nato il popolo ebraico...". Roberto Malini http://www.imgpress.it/



Voci a confronto
In una giornata nella quale i quotidiani non hanno molte notizie di cronaca da riportarci, credo che una particolare attenzione vada dedicata alle parole di Fiamma Nirenstein che sul Giornale prende lo spunto da 170 pagine di regole dettate dall’Europa; bisogna vedere quello che sta dietro questo documento. Non basta certo scrivere tutte quelle regole di “non discriminazione” se poi si permettono le politiche peggiori quali, ad esempio, la costruzione della atomica iraniana. Se poi si guarda con attenzione alle cronache dei giorni scorsi, Fiamma osserva giustamente come è stato spesso tratteggiato Bin Laden: sembrava fosse un povero vecchio, con la barba bianca, solo, stanco ed annoiato, pieno di rughe. Anche queste parole usate dai media sono importanti per le conseguenze che comportano. E, nello stesso modo, oggi l’Occidente si muove un pochino contro i collaboratori di Assad, mentre il rais, a differenza del suo compare Gheddafi (visto oggi come un mostro) viene tuttora descritto come un leader col quale si può trattare nonostante i crimini che commette giorno dopo giorno. Anche coi palestinesi, ora riunificati dalla pace firmata al Cairo, si gioca con le parole: Hamas sembra (ma è sola apparenza) tenuta fuori da certi giochi, e così, mentre il gruppo terrorista dispone di un tesoro di 540 milioni di dollari da amministrare che gli permette di gestire un gran numero di dipendenti, Fatah riceve un dono di 85 milioni di euro per compensare il blocco delle rimesse IVA imposto dal governo Netanyahu. Su questo tema si esprime anche Marc Henry sul Figaro, riportando la contrarietà del ministro della difesa Barak a fronte di questa decisione governativa. Netanyahu ritiene che sia un metodo di pressione efficace, mentre il suo alleato laburista sostiene che non sarebbe necessario, pensando che sia possibile monitorare attentamente l’uso che i palestinesi ne farebbero. Su quanto avviene nelle terre di Israele Roberto Silvestri scrive un articolo per il Manifesto in vista di una trasmissione di questa sera su RAI 3 alle 24,40: Estremi urbani. Il giornalista incita all’odio contro gli israeliani con affermazioni secondo le quali i sionisti vorrebbero radere al suolo la moschea di Al Aqsa per costruire il 3° Tempio. Nell’articolo di Silvestri non mancano poi attacchi contro i traffici immobiliari di Sharon ed i traffici nel sottosuolo permessi dalla politica archeologica di Barak. Ancora attenzione alle terre di Israele è dedicata da Dimitri Buffa che su L’Opinione riprende le odierne accuse mosse al governatore Vendola reo di essersi incontrato con l’ambasciatore Gideon Meir; se perfino la Bibbia scrive che in quelle terre scorre latte e miele, non è certo stato Israele a renderle fertili, come afferma l’ex parlamentare europea Morgantini in questo articolo pieno di veleno. Insomma, Israele non deve essere additato come un esempio di sviluppo, come hanno fatto Vendola e Berlusconi (strano connubio, questo, ndr). Allargando l’orizzonte alle terre vicine, Peppino Caldarola sul Riformista crede di poter vedere un islam ben diverso da quello descritto da Oriana Fallaci; dovremmo cambiare la nostra percezione e comprendere l’occasione che quelle rivoluzioni ci offrono. Viene tuttavia da chiedere a Caldarola se segue attentamente anche quel che succede il giorno dopo le rivolte dei giovani. Scrivendo degli ultimi avvenimenti registrati in Libia, Carlo Panella, dopo aver osservato che da molti giorni non si sa nulla di Gheddafi, afferma che, se Bush aveva una strategia ben precisa in Iraq, così non si può dire della NATO, le cui strategie restano molto vaghe. Un editoriale del Foglio riprende un articolo pubblicato sul Washington Post di J. Diehl: perché facciamo una simile distinzione tra gli avvenimenti siriani e quelli libici? Per Hillary Clinton Assad è un riformista! Per Obama non bisogna dire che Assad se ne deve andare! Eppure il rais siriano caccia tutti i giornalisti (tranne uno) per fare tranquillamente la sua pulizia, e sembra che, alla fine, nessuno voglia imporre davvero dei cambiamenti in Siria, a differenza di quanto si cerca di fare in Libia. Giuseppe De Rita scrive sul Corriere che tecnologia, armi e soldi non bastano per fare la storia, e che, mentre poche centinaia di fortunati pensano di poter cambiare la realtà del mondo, miliardi di persone sono destinate a limitarsi ad osservare. Solo chi è un vero leader, come lo fu Abramo, deve uscire dalla sua terra per costruire il mondo. Francesco Battistini dedica il suo odierno articolo sul Corriere alla linea ferroviaria in costruzione tra Gerusalemme e Tel Aviv: i tedeschi hanno deciso di ritirarsi da ogni collaborazione perché il percorso, per 6 chilometri, passerà sul terreno oltre la linea verde. L’ex eurodeputata Morgantini fa sentire la sua voce predicando il boicottaggio di tutte le aziende che lavorano in questo progetto, anche se gli stessi palestinesi ne traggono vantaggi: oggi grazie ai tecnici e agli operai che lavorano, domani grazie al fatto che il percorso toccherà Ramallah. Altra polemica troviamo in un editoriale del Foglio: dopo molte esitazioni il drammaturgo Kushner riceverà la laurea ad honorem della City University di New York; Kushner è severissimo contro le politiche israeliane, ma alla fine riceverà la sua onorificenza, mentre il suo accusatore Wiesenfield verrà cacciato. Sono personalmente d’accordo che Kushner può dire quello che ritiene, ma è doveroso chiedersi almeno perché certi premi non vengano mai assegnati ai valorosi dissidenti anti islamisti, sostiene, con ragione, Wiesenfield. Grave il problema dell’acqua, come sollevato da Brown Lester sul Manifesto; l’Arabia Saudita perde la sua autosufficienza nella produzione dei cereali, ancor più grave la situazione in Siria, Iraq, Yemen, Giordania, mentre la Turchia costruisce bacini che aggravano la situazione per i paesi vicini. Ogni giorno nascono 10.000 persone, mentre l’acqua si riduce giorno dopo giorno. Da seguire, infine, quanto pubblicato dall’Osservatore Romano (e non solo) nello sforzo per riabilitare la figura di Pio XII; la Superiora del Sacro Cuore avrebbe ricevuto istruzioni dal futuro papa Montini, secondo indicazioni a sua volta impartitegli da papa Pacelli, di offrire rifugio anche agli ebrei che i nazisti, nei giorni antecedenti il 16 ottobre, stavano braccando. Anche questa volta bisogna affidare le carte agli storici, altrimenti rimarrà solamente una questione interna alla Chiesa.
Emanuel Segre Amar, http://moked.it/



La parola e il braccio
Cosa ha permesso a Israele, nonostante tutto, di vivere, crescere, prosperare, fino al traguardo di questo 63° anniversario di Indipendenza? Chi bisogna ringraziare per la prodigiosa rinascita del popolo ebraico, che, nonostante i tanti Amalek della storia, è riuscito a riaccendere, nella propria terra, una “luce per tutte le nazioni”? Occorre dire grazie, in primo luogo, ai rabbini, ai poeti, ai sognatori, ai sarti, agli straccivendoli, ai folli che hanno permesso all’ebraismo di tramandare la propria anima, attraverso secoli di esilio, in mille città, villaggi e shtetl, fino a consegnarla, nei tempi moderni, ai realizzatori del sogno sionista? O il primo ringraziamento va tributato a tutti i combattenti che, su mille fronti - tra le mura del dal ghetto di Varsavia come tra le fila dell’esercito britannico o di Tsahal – hanno affermato con la forza la volontà di vita e di resistenza – contro tutti, nonostante tutto – del popolo del libro? Il mondo, si sa, ama i primi, non i secondi. Ama la parola ebraica, non il braccio che le permette di esistere, di essere pronunciata. Eppure, spesso sono stati gli stessi poeti, cantori, musicisti a impugnare le armi, affinché il messaggio affidato alla loro arte non fosse spento, soffocato per sempre. Fra i tanti, in questo 63° Yom ha Azmaùt, ricordiamo la luminosa figura del grande poeta guerrigliero lituano Avrom Sutskever: catturato dai nazisti, costretto a scavare la fossa ove, una volta fucilato, sarebbe stato seppellito il suo cadavere, Sutzkever vi si gettò nello stesso istante in cui l’ufficiale diede ordine di sparare, precedendo di un attimo la raffica e riuscendo, così, a essere colpito in modo non letale. Sepolto vivo, riuscì a respirare sotto terra, economizzando l’aria, e a sopravvivere. Uscito dalla fossa, diventò comandante di una brigata di partigiani ebrei, affrontò e sconfisse i nazisti in mille scontri, in una spericolata tattica di guerriglia, trovando rifugio nei boschi, dopo avere colpito, per poi tornare a colpire. Divenne un incubo per il nemico e, per i suoi, una leggenda vivente, tanto da essere prelevato dai russi, a conflitto in corso, e condotto a Mosca, per essere insignito del premio Stalin, che, però, rifiutò, preferendo tornare a combattere. Vinse la sua guerra, morì in pace, libero, giusto, sazio di giorni, il 20 gennaio del 2010, a 96 anni. E, tanto in pace quanto in guerra, restò sempre un poeta. In sua memoria, così come in memoria di tutti coloro che hanno difeso, con la parola e con le braccia, il diritto a esistere del popolo ebraico, come di tutti i popoli, ricordiamo una delle sue più toccanti poesie, scritta in yiddish, durante i suoi giorni di partigiano, intitolata Unter dayne Vaise Shtern, “Sotto le tue stelle bianche”:
Sotto le tue stelle bianche, tendimi la tua mano bianca.
Le mie parole sono lacrime, vogliono riposare nella tua mano.
Guarda, si offusca il loro scintillio, nel mio sguardo pieno di tenebra,
e non ho nessun posto dove poterle restituire.
Ma, Dio di fede, io voglio affidarti il mio bene,
perché c’è un fuoco dentro di me e, nel fuoco, i miei giorni.
Nelle cantine e nelle fosse, piange la quiete assassina.
Corro in alto, sopra i tetti, e cerco: dove sei, dove?
Mi seguono stranamente scale, corti, lamenti.
Pendo come una corda strappata e canto così per te:
sotto le tue stelle bianche, tendimi la tua mano bianca.
Le mie parole sono lacrime, vogliono riposare nella tua mano.
Francesco Lucrezi, storico,http://www.moked.it/



A colloquio con Benedetto XVI

Durante l’ultima tappa della visita pastorale di domenica a Venezia, Papa Benedetto XVI ha incontrato il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia nella Basilica della Salute. Tra questi era presente Amos Luzzatto, presidente della Comunità Ebraica di Venezia, in principio non invitato, sembra per un disguido di segreteria e poi unico citato con nome e cognome nel discorso ufficiale del Pontefice. Su questo gesto e sull’incontro privato successivo all’evento pubblico ne abbiamo parlato con il diretto interessato. Amos come consideri il gesto del pontefice? Di riparazione per il mancato invito ufficiale? Sono sempre stato del parere che la miglior diplomazia è la sincerità, che il fatto di scegliere frasi e concetti politically correct non sia la maniera migliore di stabilire rapporti con un possibile interlocutore. Se si sorvola su qualche uscita scomoda tale gesto potrebbe essere interpretato come un arrendersi alle altrui opinioni. Durante la mia presidenza UCEI a Roma ebbi un incontro pubblico con padre Norbert Hofmann braccio destro del cardinale Kasper, presidente della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l'ebraismo. Hofmann sostenne la tesi, abbastanza comune in ambiente cattolico, che il regime nazista fosse sostanzialmente un regime contro la chiesa cattolica e che il suo obiettivo principale fosse quello di demolire la chiesa cattolica per sostituire ad essa una chiesa nazista, il sacrificio degli ebrei e delle altre minoranze coinvolte sarebbe stato un terribile passaggio di questo piano. Questo era uno dei tanti modi per trasformare il silenzio prolungato della chiesa cattolica sulla Shoah, in un atto di prudenza, smarcandosi così da possibili critiche. Mi sentii quindi di obiettare con una domanda: dopo quasi venti secoli di evangelizzazione dell’Europa com’è possibile che un regime nemico della chiesa abbia potuto affermarsi e trascinare l’opinione pubblica di quasi tutti i paesi europei? Non mi risulta che ci siano state opposizioni di massa in Polonia, Francia, Belgio, Austria o Ungheria, paesi cattolici alleati di Hitler. Se il regime nazista è riuscito a galvanizzare a tal punto l’opinione pubblica allora forse qualcosa non ha funzionato nel messaggio propugnato dalla chiesa. A tale quesito Hofmann non ha saputo rispondere. Quindi è tua opinione che non ci sia stato nessun disguido nel mancato invio dell’invito? Quando in tali occasioni un invito non viene mandato ci sono a monte motivi studiati e ragionati, può esserci dimenticanza per un invito a cena non per un evento pubblico di tale portata. Se mi si chiede il motivo del mancato invito sinceramente non lo so. Può essere che sia stato per le mie dichiarazioni, alla vigilia della visita, sulla politica del vaticano e nello specifico sull’insegnamento della religione cattolica. Una problematica su cui non si fa sufficientemente attenzione. Se avevi queste riserve come mai allora hai accettato l’invito quando ti è stato recapitato in ritardo? Gli inviti si devono accettare sempre. Monsignor Beniamino Pizziol, nominato dal Papa poche settimane fa vescovo di Vicenza, è venuto personalmente a casa mia domandando scusa per il disguido e fermandosi a conversare con me per almeno mezz’ora. Mi è stato fatto intendere che non fosse un semplice problema d’ufficio. Evidentemente ci sono due tendenze nella chiesa cattolica veneziana: come il non invito aveva un peso politico, l’invito portato dal mio amico Pizziol rappresenta le istanze di coloro che sono impegnati quotidianamente nel dialogo interreligioso e che si spendono perché esso venga mantenuto. Di più non posso dire, non c’è dubbio che, nonostante l’incontro con il Pontefice, persistano le mie riserve su alcune sue prese di posizione, come la ferma volontà di portare avanti il processo di beatificazione di Pio XII in merito alla quale mi sono già espresso negativamente in passato. Nel suo ultimo libro, dove è narrata la seconda parte della vita di Gesù di Nazareth, Papa Benedetto XVI ha tentato però di dissipare la millenaria accusa di deicidio che grava da duemila anni sugli ebrei. Non c’è dubbio che affermarlo su carta ha di certo un valore e che tale gesto lasci intravedere qualche spiraglio positivo. Il Papa, nella veste di intellettuale e ricercatore, tenta di rimediare ad alcuni arroccamenti della Chiesa attraverso la letteratura, malgrado ciò questo riconoscimento è parziale e non privo di ulteriori criticità. Il travaglio della chiesa cattolica in merito a questo tema è palese e questo Papa, cerca una via, di certo apprezzabile, ma indolore per venirne fuori. Credi però che si possa instaurare un rapporto di dialogo costruttivo? Benedetto XVI è un Papa intellettuale e come tutti gli intellettuali quando scrivono e producono qualche opera documentata si espongono inevitabilmente a possibili osservazioni o critiche. Anche a me succede, quando scrivo, di ricevere critiche proprio perché il testo scritto “fa testo”. Il fatto però che ci siano punti di vista necessariamente diversi non implica che si sia schierati su fronti diversi, trincerati sulle proprie posizioni e pronti ad attaccare. Credo che sia possibile con un intellettuale e un ricercatore, com’è di fatto questo pontefice, avere divergenze di opinioni che non si trasformino in antagonismo all’arma bianca. Dopo il discorso ufficiale in cui il Pontefice ti ha menzionato per nome salutando la Comunità ebraica di Venezia che “Ha antiche radici ed è una presenza importante nel tessuto cittadino”, lo stesso ti ha poi ricevuto insieme ad altre autorità. L’occasione per un saluto veloce o per qualcosa di più? Se devo essere sincero tutti sono rimasti sorpresi del fatto che invece di un saluto veloce, riservato agli altri, con me si sia invece trattenuto a parlare e che per tutto il tempo abbia tenuto la mia mano nella sua. Cosa vi siete detti? Il Pontefice ha ascoltato con manifesto interesse, prima il racconto delle origini storiche della mia famiglia, proveniente dalla Germania come lui del resto, poi la storia della presenza ebraica in città. È intervenuto anche il Cardinale Scola che ha ricordato l’importanza della cultura ebraica a Venezia e nello specifico della biblioteca ebraica “Renato Maestro” grazie ai suoi tesori librari. Per il resto si vedrà. Come ho detto in una recente intervista, quello che conta in un incontro e in un dialogo è capire cosa c’è che unisce e cosa c’è che divide. Dobbiamo averne cognizione, poterlo analizzare e discutere, è indubbio che ci siano dei punti critici che ci dividono. Michael Calimani,http://www.moked.it/



Voci a confronto
Cominciamo da Yom HaAtzmaut: buona festa a tutti. Sui giornali ne parlano solo Dan Segre sul Giornale la redazione romana del Messaggero e una nota di Avvenire che cita Peres. In cambio ci sono molte discussioni e analisi sul futuro di Israele, da David Wurmster sul Wall Street Journal, che analizza l’impatto dei nuovi giacimenti di gas naturale sul futuro dell’economia israeliana, all’intervista tutto sommato ottimista di Etkar Keret sul Fatto quotidiano, a un dossier di “Liberal” in cui Richard Bolton parla dei rischi di un nuovo accerchiamento di Israele, al pessimismo di Aaron David Miller, già negoziatore americano in Medio Oriente (“Per Israele è una sorta di resa dei conti: gli ebrei potranno vivere nel loro Stato, ma la regione nella quale – geograficamente – si trovano non li lascerà mai liberi di poterselo godere.”), ai suggerimenti di appeasment dell’ex ambasciatore Kurtzner (“Bisogna essere in grado di negoziare anche con i nemici.”), all’urgenza di un negoziato secondo Rosemberg, all’accusa all’Onu di Daniel Pipes, alla replica di Sharanski che “non vi sarà pace senza democrazia”. Ci si accorge nel frattempo che la “primavera araba” e in particolare quella egiziana sta diventando un incubo dittatoriale (Alberto Negri sul Sole), sia dove ha vinto, come in Egitto dove i copti sono vittime designate (Tramballi sul Sole, redazione del Foglio, Tottoli sul Corriere, Parsi su Avvenire), sia in Siria dove viene durissimamente repressa con metodi “cileni” e l’aiuto dell’Iran (Panella sul Foglio, una dura polemica della redazione dello stesso Foglio, contro Hilary Clinton che parla ancora di possibili riforme del regime, Manero sul Riformista, Randa Slim su Liberal a proposito delle difficoltà di Hezbollah). Da citare ancora le solite farneticazioni di Chomski sull’uccisione di Bin Laden (Ferraresi sul Foglio), un pezzo di Guido Viale sul Manifesto che insiste sull’assurdo e offensivo paragone fra politica europea nei confronti degli immigrati e Shoà, un articolo di Stefano Montefiori sul Corriere un po’ eccessivamente ironico su un problema vero, cioè il clima invivibile per i francesi normali e in particolare gli ebrei nelle periferie francesi dominati dagli immigrati arabi, una ricostruzione della protezione offerta dal regime di Adenauer ad Eichmann (Trincia sul Secolo XIX), un paio di articoli che raccontano come l’imam di Segrate (una moschea importanbte vicino a Milano) inviti a non votare per il partito di Vendola a ragione delle sue scelte sessuali (Corriere della Sera, Dergani su Libero). Ugo Volli, http://moked.it/



Rai News risponde: "Su Arrigoni un'intervista emotiva" E l'informazine pubblica diventa un gioco di prestigio
Non solo una risposta tardiva, non solo una risposta mistificante, non solo una risposta insoddisfacente. Ma un vero e proprio affronto alla realtà dei fatti. La lettera fatta pervenire stamane dal direttore responsabile di Rai News al gruppo di italiani residenti in Israele che criticavano il canale per le enormi falsità lanciate riguardo alla morte di Vittorio Arrigoni merita di essere diffusa. Un testo che deve essere conosciuto e pubblicato così come sta, senza commenti, perché tutti possano constatare di persona come l'informazione si riduca spesso a un gioco di prestigio.
"Gentili Signori, dovrei essere io a sentirmi offeso e calunniato dalla vostra lettera, come giornalista e come Direttore di Rai News. Il nostro Canale, infatti, ha subito detto che Vittorio Arrigoni era caduto nelle mani di un gruppo di estremisti islamici. Dopo la morte, abbiamo sottolineato come i suoi assassini fossero stati fino all’ultimo miliziani di Hamas. E quando Hamas ha voluto rendere onore al pacifista e militante pro palestinese Arrigoni, non abbiamo certo taciuto le responsabilità della stessa Hamas. Di quale Rai News state, dunque, parlando? Avete la bontà di presentarvi come “gruppo d’ascolto di Rai News”. Magari! Purtroppo delle ore e ore di informazioni che abbiamo dato sul martirio di Arrigoni sembrate aver visto una sola intervista, messa in rete con l’intenzione malevola di sollevare un polverone e di danneggiare una nostra conduttrice. Veniamo a quel singolo episodio, l’intervista di Anna Maria Esposito a Maurizio Fantoni Minella. E’ un’intervista fortemente emotiva: l’intervistato era amico di Vittorio Arrigoni e ne condivideva l’impegno politico a Gaza. E’ durata troppo a lungo, perché (succede!) un altro collegamento era venuto meno. Verso la fine la nostra conduttrice ha letto un dispaccio d’agenzia che riportava il giudizio irridente di un gruppo di estremisti ebrei secondo cui Arrigoni, ammazzato dai suoi amici palestinesi, se la sarebbe cercata. E solo all’ultimo Fantoni Minella ha tirato fuori la teoria del “cui prodest” (ai palestinesi non conveniva la morte di Arrigoni, perché l’avrebbero ucciso?). Ora è sicuramente giusta la critica sulla durata eccessiva. Si può considerare inopportuna la lettura (nel contesto) di quella nota di agenzia. E persino respingere, perché contraddetto dalle prime notizie di cronaca, il dubbio di Fantoni Minella sulla matrice palestinese dell’attentato. Ma nulla autorizza a sostenere (come fate) che secondo “il duo Esposito – Fantoni Minella il rapimento era falso, ormai smascherato, pertanto si trattava di un’esecuzione di chi aveva tutto l’interesse a far fuori Arrigoni, e cioè tutti quelli sopracitati (integralisti ebrei, ebrei ortodossi, estremisti della destra israeliana)”. Né tantomeno è lecito usare qualche minuto di intervista per sostenere che tutto “il lavoro di Rai News è stato di un’incompetenza e di una parzialità vergognose”. Basta. Posso capire il nervosismo di alcuni amici Israeliani in un momento in cui tutto cambia rapidamente e rischiano di cadere certezze, magari dolorose, ma rassicuranti. Vi prego di lasciar cadere ogni sciocco tentativo di annoverarci nella lista dei nemici di Israele. Non è così. E chi vuol farlo credere fa un torto alle idee che vorrebbe difendere. E vi aspetto in trasmissione per discutere della morte e dell’impegno di Arrigoni, della sicurezza di Israele e dell’accordo Hamas Fatah". Corradino Mineo, http://www.moked.it/



Antisemitismo e islamofobia

Il prossimo 16 maggio, l’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas presenta una ricerca su antisemitismo e islamofobia che verrà discussa da Gianfranco Fini, Rosy Bindi, Adriano Prosperi. Il rapporto – curato dal comitato «Passatopresente», e steso grazie al contributo tra gli altri di Claudio Vercelli e Bruno Contini – è di grande interesse, e suggerisce riflessioni generali e specifiche. Per quale motivo un’associazione ebraica può e deve interessarsi alla discriminazione nei confronti dei musulmani e per quale ragione i due fenomeni possono essere analizzati congiuntamente? Innanzitutto poiché il pregiudizio anti-islamico, attualmente più diffuso di quello anti-ebraico, si concentra nelle stesse persone che definiamo antisemite: il meccanismo che produce diffidenza e razzismo è evidentemente lo stesso. Più delle metà degli italiani può essere considerata antisemita o parzialmente tale, con un’incidenza sempre maggiore del cosiddetto «nuovo antisemitismo», ovvero quello che si appunta su Israele e sul conflitto israelo-palestinese. Una porzione assai significativa di intervistati, inoltre, ritiene che gli ebrei abusino della memoria della Shoah per godere del vantaggio connesso allo status di vittime. Colpisce la distanza tra l’ebraismo in quanto tradizione astratta e gli ebrei in carne e ossa: contrariamente a quanto potremmo immaginare non c’è grande avversione nei confronti della cultura e della religione ebraica, che anzi viene considerata costitutiva dell’identità europea, ma sussiste la convinzione profonda per cui gli ebrei sarebbero chiusi tra loro, propensi a complottare e più leali a Israele che all’Italia. In altre parole sembra essere falsa l’idea che il pregiudizio vada combattuto sul terreno dell’incontro e della conoscenza, poiché questi fattori sembrano avere un influsso troppo tenue rispetto alla mole di messaggi negativi veicolati dal discorso pubblico e dai mezzi d’informazione, soprattutto quelli televisivi. Insomma, mi pare che i leader ebraici abbiano spunti abbondanti su cui meditare. Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, http://www.moked.it/



Yom Ha'atzmauth: il saluto del Presidente Shimon Peres
Cari amici, oggi celebriamo i 63 anni della nostra Entità statale e possiamo rimirare il miracolo storico della nascita di una nazione: lo Stato di Israele. Dobbiamo elogiare uno dei nostri massimi capi, David Ben-Gurion, che dichiarò la costituzione di una patria e di uno Stato ebraici in un epico giorno del maggio 1948. Immediatamente dopo fummo attaccati da forze superiori in numero e armamenti. Dalle macerie della Guerra d’Indipendenza nacque uno dei migliori eserciti, e tra i più etici, del mondo. Il deserto si mutò in un modello di agricoltura avanzata ammirato da tutti; lo sviluppo d’Israele in campi come l’alta tecnologia, la scienza-tecnica e la medicina l’hanno posta all’avanguardia in tutto il mondo, relativamente a quei settori. Nel giorno della proclamazione dello Stato d’Israele fu stabilito che la nuova nazione si sarebbe basata sulla libertà, giustizia e pace, come predetto dai profeti d’Israele. Noi osserviamo il codice ebraico di valori morali instillato in noi. Stiamo affrontando delle forze maligne, specialmente quelle iraniane: questa sfida di un regime che è pericoloso per l’intero mondo va affrontata con una mobilitazione determinata della comunità internazionale. Siamo determinati, insieme ai nostri sostenitori, dovunque siano, a combattere l’antisemitismo e la delegittimazione. Lo Stato d’Israele è preparato a dare il suo contributo, e a subirne le conseguenze, per fare la pace coi nostri vicini. Siamo fiduciosi che il vento nuovo che soffia sulla nostra regione porterà nuove occasioni di pace, sicurezza e prosperità per tutti. La nostra speranza è che Gilad Shalit possa riunirsi con la sua famiglia immediatamente. I legami di fratellanza che uniscono lo Stato ebraico con le comunità ebraiche nel mondo sono vitali per noi: voi siete senza altro dei partner per il nostro successo. Tutto sommato abbiamo dei motivi per essere orgogliosi, ma nel futuro dobbiamo ancora fare molto. Insieme possiamo farcela, davvero! Insieme prevarremo; insieme celebreremo molti altri Giorni dell’Indipendenza nel futuro. Buona Festa dell’Indipendenza!
10/05/2011 Gerusalemme







La roccaforte di bin Laden? “Identica a Israele”

Un caso? Una scelta deliberata? Oppure la madre di tutte le cospirazioni? Facciamo un po’ d’ordine: nelle cartine del compound pakistano dove viveva asserragliato Osama bin Laden, qualcuno c’ha visto una somiglianza – di più: una copia esatta – con la cartina d’Israele (Cisgiordania e Striscia di Gaza incluse). Possibile? Sì, secondo il sito internet francese JSSNews. Messe a confronto le due realtà qualche somiglianza effettivamente c’è. Le forme combaciano. Così come i confini: identici a quelli reclamati dal mondo arabo. Non solo. Dicono quelli di JSSNews che l’edificio dove dormiva il leader dei terroristi «si trova esattamente dove è posizionata Gerusalemme», la Città Santa, il feticcio ideologico dei qaedisti. E ancora: l’ingresso principale della struttura di Abbottabad corrisponderebbe – da un punto di vista geografico – alla metropoli di Tel Aviv nello Stato ebraico. Un altro edificio costruito a nord del compound, poi, non ricalcherebbe altro che la città di Haifa. I legami tra Osama bin Laden e Israele non sono solo religiosi. A Gerusalemme (quartiere di Shuafat) papà Mohammed aveva comprato negli anni Quaranta una casa di due piani (16 stanze, dieci bagni) e un ampio giardino da 700 metri quadri. Osama, quando la città era sotto amministrazione giordana, ci aveva trascorso qualche mese nel 1960. Quell’edificio, abbandonato dai bin Laden dopo la guerra del 1967 è stato usato come sede diplomatica spagnola, quindi abbandonato. Fino a quando, nel settembre scorso, l’avvocato Mueen Khouri aveva detto ai giornalisti che quella casa era in vendita. Ma solo ai legittimi proprietari. O meglio: solo a Osama. In mezzo a dubbi e suggestioni, l’unica cosa certa è proprio quest’ultima: il leader di Al Qaeda quella casa non potrà comprarla mai più. http://www.linkiesta.it/

giovedì 12 maggio 2011





Yom HaZikaron (Giorno della Memoria dei Caduti delle Guerre di Israele)

Yom Hazikaron è il giorno della memoria dei caduti in guerra e delle vittime del terrorismo, e si celebra ogni anno al 4o giorno di Iyar, tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, una settimana dopo Yom Hasho'a, il giorno della Memoria dell'Olocausto, e due settimane dopo Pesach. E' dedicato a tutti i caduti in battaglia, dai soldati, ai membri delle forze di sicurezza, ai caduti dei movimenti clandestini precedenti la fondazione di Israele, alle vittime del terrorismo. Yom Hazikaron venne decretato per legge nel 1963, ma la consuetudine della celebrazione in questa data risale al 1951, fissando il legame tra il giorno dell'Indipendenza e tutti coloro che, per ottenere e mantenere questa indipendenza, sacrificarono la propria vita. La giornata inizia la sera del 4o giorno di Iyar e termina la sera successiva, con l'apertura delle celebrazioni del Giorno dell'Indipendenza. Per legge, ogni luogo di divertimento rimane chiuso, le cerimonie commemorative si svolgono in tutto il paese e le bandiere vengono abbassate a mezz'asta. Una sirena risuona alla vigilia di Yom Hazikaron, alle 8, poi di nuovo la mattina seguente, alle 11, e durante il suono è consuetudine rimanere in silenzio. Le celebrazioni si svolgono nei centri cittadini, nei pubblici edifici e nei cimiteri, e i programmi radiotelevisivi sono dedicati al tema della giornata. Consuetudini: In Israele è difficile che qualcuno non abbia perso un familiare, un amico o un conoscente in una delle guerre subite dal paese, per questo motivo Yom Hazikaron è un giorno particolarmente significativo per tutti. Sono in molti a partecipare alle celebrazioni, e i familiari dei caduti si recano a visitare i cimiteri militari. http://www.goisrael.com/



Teddy Reno: “Ero braccato, la voce mi ha salvato la vita”

Una chiamata fuori dalla cella poteva essere il segno della fine. Fuggito nel Ferrarese dalla sua città, braccato come ebreo, rinchiuso nel penitenziario di Codigoro nel dicembre del 1944, la confusione dei mesi che precedettero lo sfondamento da parte degli Alleati della linea Gotica aveva fatto finire quel ragazzo alla soglia dei 18 anni fra i detenuti comuni. Ma quanto sarebbe durata? In quel giorno freddo e cupo la differenza fra la vita e la morte era un soffio e infatti si rivelò tale. Spinto nei corridoi dai brigatisti neri, cacciato in uno stanzone, quel ragazzo capì allora che cantare può segnare una vita e anche salvarla. Su un palcoscenico improvvisato e malamente illuminato gli dissero di intonare qualcosa. Di fronte a lui giovani feroci e disperati, ormai consapevoli di come sarebbe finita la guerra sbagliata che avevano combattuto e di come molti sarebbero stati chiamati a pagare per i crimini commessi sulla popolazione civile. Se siamo qui a parlarne, sospesi quasi settant’anni dopo nella luce sfavillante del monte Generoso e della valle di Muggio, in un sereno rifugio elvetico arrampicato sopra Chiasso, subito al di là del confine con l’Italia, è perché quella di Teddy Reno, divo degli anni ruggenti della ricostruzione, cantante, industriale discografico e scopritore di talenti, fu una storia a lieto fine. Cosa si prova a passare dal terrore alla salvezza? Evidentemente sollievo – risponde serio – ma vorrei dire che in quei giorni vidi giovani della mia età cui vennero da un momento all’altro i capelli bianchi. Eravamo ricercati, sfuggiti da Trieste e rifugiati in campagna grazie alle conoscenze di mio padre, l’ingegner Giorgio Merk, direttore generale delle industrie Arrigoni che da quelle parti avevano uno dei tanti stabilimenti. In quei mesi terribili si doveva solo sparire e attendere. Mia madre, ebrea, era ammalata e miracolosamente scampò alle ricerche. Mio padre e io infine fummo tratti in arresto come sospetti. I brigatisti neri mi costrinsero a cantare quello che potevano ascoltare i giovani nella Repubblica sociale, Lili Marlene, Camerata Richard, Vento portami via con te. Ero terrorizzato, non so dove ho trovato le forze. Il mio debutto fu la mia salvezza, mi salvò la vita. E da allora salire su una scena non mi ha più fatto paura. Perché le chiesero di cantare? Mi avevano sentito durante l’ora d’aria, quando i detenuti potevano allontanarsi un minimo dalla cella. Cantavo per ingannare il tempo, per non impazzire. Mi mancava da morire la radio clandestina che usavo per imparare l’inglese e per sapere cosa accadeva nel mondo libero. Quando vennero a prenderci ero riuscito per miracolo a far sparire tutti i miei appunti sugli orari dei programmi preferiti. E in carcere gli altri detenuti, molti erano dei semplici delinquenti comuni fra i quali cercavamo di mimetizzarci, mi battevano le mani. Pochi giorni dopo eravamo miracolosamente liberi, nella confusione generale eravamo riusciti a tornare nel nostro rifugio in campagna. Tornai a cantare solo quando vidi il primo soldato inglese. La fine della guerra offrì ai sopravvissuti l’occasione di partecipare a una stagione densa di speranze. Finito il conflitto rientrammo a Trieste. La città che aveva lungamente sofferto ed era rimasta sotto la diretta dominazione tedesca tornava alla vita, affrontando un incredibile decennio di amministrazione angloamericana e tornava ad essere un vulcano, un luogo di incontro di genti diverse e ricche di progetti. Ma soprattutto i militari inglesi e americani con le loro band portavano fra la gioventù un nuovo modo di vedere la musica e il divertimento. Teddy Reno naturalmente è un nome d’arte che nacque in quegli anni. Qual’è il suo vero nome? Da bambino il mio nome era Ferruccio Merk, poi il cognome divenne Ricordi. Oggi sono Ferruccio Merk-Ricordi. Perché questa mutazione? Il fascismo decise, ancora prima di varare le leggi razziste del 1938, di italianizzare il cognome dei cittadini che portavano cognomi di origine non italiana. La famiglia di mio padre proveniva da un’antica stirpe dell’impero austroungarico. Da Merk il cognome fu tradotto in Ricordi. Mia madre, Paola Sanguinetti, veniva da una famiglia ebraica romana di industriali che possedevano le fabbriche di conserve alimentari Arrigoni, dove mio padre lavorava come direttore. Il cognome originario è tornato alla luce quando nel 1968 mi sono trasferito in Svizzera. Le autorità elvetiche hanno voluto vedere tutti i documenti e hanno cancellato gli effetti di quel provvedimento che negli anni Trenta ci aveva tolto il nostro vero cognome. Lei da oltre quarant’anni risiede in svizzera. Perché? Sono arrivato in Svizzera mentre infuriavano le polemiche per la mia relazione con Rita Pavone. Lei era molto più giovane di me e io ero già sposato. Volevo sposarmi nuovamente con Rita e a Lugano è stato possibile. Da allora ci siamo fermati in Canton Ticino, un luogo pieno di fascino e di tranquillità, solo a un passo dal confine con l’Italia. Qui sono nati i nostri figli Alex, giornalista radiofonico alla Radio della Svizzera italiana e Giorgio, musicista (dal matrimonio con la mia prima moglie Vania Protti era nato precedentemente l’altro mio figlio, l’attore e regista Franco Ricordi). E Teddy Reno? Teddy Reno è nato quando dopo la guerra ho cominciato a cantare nei locali e a Radio Trieste. Avevo ormai deciso di fare il cantante e il musicista. Ma la vera svolta è stata quando sono riuscito a convincere Lelio Luttazzi a venire a Milano con me per fondare assieme una casa discografica. Lo conoscevo appena e lui mi rispose semplicemente: “Sì, andemo”. Era il 1947, avevamo appena vent’anni e tutti ci presero per matti. E a Milano come andò? Quando prendemmo un ufficio nella mitica Galleria del Corso, dove avevano sede tutte le case musicali di allora, credevano che fossimo due ragazzini allo sbaraglio. Ma la Compagnia Generale del Disco che avevo fondato con pochi accorgimenti divenne in breve uno dei protagonisti del mercato discografico italiano. Mi aiutò lo spirito imprenditoimprenditoriale ereditato dalla famiglia e anche una certa attenzione per quello che avveniva oltre le frontiere. Quando i dazi tenevano ferme anche per anni le novità discografiche americane noi eravamo rapidissimi a lanciare l’edizione pubblicata in Italia delle stesse canzoni. Cui aggiungevamo composizioni nostre e di nostri amici e repertorio tradizionale italiano. Com’era l’industria musicale di allora? Fra il 1948 e il 1961 mi sono affermato come interprete del genere confidenziale con canzoni di grande successo come Addormentarmi così, Trieste mia, Muleta mia, Aggio perduto o’ suonno, Accarezzame, Na voce na chitarra e o’ poco e’ luna, Chella lla, Piccolissima serenata. Nacquero nuove amicizie, alleanze con personaggi straordinari, come l’imprenditore musicale di origine ungherese Ladislao Sugar e innumerevoli altri protagonisti di allora. Mia madre, sulle prime disperata di avere un figlio cantante di musica leggera, fu infine conquistata dalla fama che mi ero guadagnato e a un certo punto l’ho colta vantarsi con qualche amica: “Sono la mamma di Teddy Reno”. Oltre ai successi personali e in seguito a quello, travolgente, di Rita Pavone lanciata da un concorso per voci nuove inventato da Teddy Reno, lei ha messo assieme una folgorante carriera di attore, di showman radiofonico e televisivo concentrandosi infine sulla sua sulla capacità di scoprire i talenti dei più giovani. Una passione che dura ancora oggi. Sia Rita che io stiamo organizzando iniziative che rilancino la canzone italiana. Fra pochi giorni, all’inizio di maggio, in migliaia di scuole italiane prende avvio la Festa di Gian Burrasca. Io sto lavorando anche su “Forza canzone d’Italia nel mondo”, un tour di 20 capitali mondiali per trovare nel mondo dei milioni di italiani che vivono all’estero l’ispirazione che faccia rinascere la grande musica leggera italiana. La musica italiana è in crisi? Chi si trova all’estero e accende una radio può facilmente constatare che oltre il 90 per cento della musica italiana trasmessa risale a molti anni fa. Evidentemente abbiamo perso terreno. Alla soglia degli 85 anni, ha ancora voglia di cantare?
Altro che. Anzi, non so come, ma mi sembra che mi sia anche migliorata la voce. E alla festa del Libro ebraico di Ferrara, dove il 9 maggio è ospite d’onore assieme all’attore Arnoldo Foà, canterà? Se mi hanno invitato forse se l’aspettano. Cantare mi ha salvato la vita, mi ha aiutato a superare gli anni difficili della mia gioventù, mi ha regalato il successo. Perché mai dovrei farne a meno? Guido Vitale, Pagine Ebraiche, maggio 2011



Rainews 24 su Vittorio Arrigoni. Calunnie contro Israele e propaganda in stile Hamas - 09 maggio 2011
Un gruppo di telespettatori della rete del servizio pubblico Rai News, denuncia in una lettera il comportamento tenuto il 15 aprile scorso, sulla vicenda di Vittorio Arrigoni.Secondo la lettera una informazione non equilibrata.Ecco la lettera:
Siamo un gruppo di ascoltatori di Rai News 24, residenti in varie città in Israele. Con profonda indignazione abbiamo seguito i servizi del canale sull’uccisione, nella zona di Gaza, dell’operatore italiano Vittorio Arrigoni da parte di terroristi palestinesi. Il lavoro di Rai News in questa penosa vicenda è stato di una incompetenza e di una parzialità vergognose, tali da stravolgere qualsiasi concetto di professionalità, di corretta informazione, di cronaca equilibrata in una situazione di conflitto. Abbiamo aspettato inutilmente questa settimana un contraddittorio alle trasmissioni di Rai News 24, andate in onda venerdi 15 aprile e dedicate alla memoria di Vittorio Arrigoni, che hanno visto la televisione pubblica responsabile di aver sostenuto tesi calunniatrici nei riguardi dello Stato di Israele e del popolo ebraico. Un’analisi accurata dei materiali andati in onda e facilmente accessibili su internet potrebbero essere alla base di una denuncia per calunnia aggravata nei confronti di Rai News 24 e in generale della Rai – azione che ci riserviamo di compiere qualora non ci venissero fornite pronte e adeguate spiegazioni e scuse ufficiali per l’avvenuto. Ci saremmo aspettati che dopo le prime 24 ore di reportage “a caldo”, concitati, emotivi e inaccurati, ci fosse almeno una smentita rispetto a tutte le tesi calunniose proposte dai vari intervistati che, senza prove e senza dubbi, hanno subito avuto la certezza dei “veri mandanti” dell’assassinio di Vittorio Arrigoni – ossia che nella loro pazzesca fantasia fossero lo Stato di Israele e vari movimenti ebraici estremisti. Gran parte della stampa nazionale ed internazionale, con molta più professionalità, equilibrio e onestà intellettuale ha riportato le dichiarazioni di Hamas (che le rammentiamo, è riconosciuto dall’Italia e in sede europea e internazionale come organizzazione terroristica) che si assumeva la piena responsabilita’ dell’accaduto. Sarebbe bastato tradurre il testo del video che ritraeva l’Arrigoni picchiato e bendato, e il motivetto musicale di sottofondo, per capire chi si è reso responsabile di questo assassinio – ossia gruppi terroristici legati direttamente o indirettamemte al governo di Hamas a Gaza. Vogliamo rilevare in particolare la faziosità della trasmissione condotta da Annamaria Esposito, nel pomeriggio di venerdi 15 aprile, nella quale intervistava Maurizio Fantoni Minella. Ci sarebbe da fare un’analisi approfondita sulla tipologia mediatica usata da Rai News 24 e dal personale in studio e sul campo, ma ci limiteremo solo a alcuni aspetti. 1- In genere in un’intervista un conduttore pone delle domande ed aspetta che l’intervistato risponda più diffusamente: in questo caso la Esposito non si è limitata a porre le domande ma ha addirittura guidato l’interlocutore su argomenti da lei stessa suggeriti. Da notare che la Esposito ha parlato per 4.10 minuti circa, a fronte dei 5.22 minuti del suo interlocutore. Si è trattato dunque di una finzione di intervista, un pretesto perché la Esposito potesse liberamente esternare il suo pensiero, usando un interlocutore acquiescente. 2- Quando l’intervistato Fantoni Minella, sicuro che il mandante fosse Israele, attraverso l’esercito o i servizi segreti, oppure non meglio identificati “ebrei ortodossi” radicali, o estremisti della destra ebraica, ha esposto questa tesi assolutamemte infondata, mai l’intervistatrice ha obiettato che ci potessero essere altre spiegazioni, richiamando per esempio altre responsabilità. Tutto questo avveniva, mentre in quello stesso momento un gruppo palestinese aveva già rivendicato l’azione. 3- Entrambi i personaggi hanno continuato a parlare di “integralisti ebrei”, “ebrei ortodossi”, “estremisti della destra israeliana”, mettendo nel calderone tutti, in un crescendo dialettico tipico della peggiore espressione antisemita. L’apice è stato raggiunto nell’affermazione che gli unici israeliani buoni sono “coloro che si vergognano della politica del loro paese, mentre tutti gli altri non conoscono né cosa sia la civiltà né la democrazia”. Eppure Vittorio Arrigoni sapeva benissimo che fidarsi di Hamas, che democratico e filo-occidentale non è, avrebbe potuto essere pericoloso per lui. 4- La conclusione del loro “dialogo” non poteva che essere conseguente: secondo il duo Esposito-Fantoni Minella il rapimento era “un falso”, ormai “smascherato”, pertanto si trattava di una “esecuzione ” palesemente eseguita da chi aveva tutto l’interesse a far fuori Arrigoni, e cioé tutti quelli sopra citati. Ci sembra che questa bieca demonizzazione di Israele e del mondo ebraico faccia parte di un disegno politico ben noto e molto pericoloso. Purtroppo il triste episodio di Vittorio Arrigoni ne è la prova. E, tragicamente, Arrigoni è stato ucciso proprio da coloro i quali nella loro carta costitutiva includono un preciso riferimento al documento antisemita dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”. Alla fine, i presunti esecutori del delitto sono stati uccisi dalle forze di polizia di Hamas. Bell’esempio anche questo di giustiza sommaria fuori da qualsiasi concetto di legalità giuridica. Parteggiare per Hamas ha un significato riprovevole, in modo particolare per noi israeliani, perché significa sostenere un movimento che nel suo statuto inneggia all’eliminazione non solo di Israele come Stato, ma di ogni ebreo come individuo (vedi art. 7 dello statuto di Hamas). Sarebbe stato più opportuno che Rai News 24, come organo di informazione pubblico, avesse preso le distanze dalle affermazioni deliranti e menzognere mandate in onda, ma ciò non è avvenuto. Sarebbe stato opportuno almeno riparare a tutte le interviste offensive e tendenziose trasmesse venerdi 15 aprile, ma questo non è avvenuto.
In una testata giornalistica seria, i responsabili sarebbero stati richiamati alle loro responsabiità, ma questo non è avvenuto.
link:http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999910&sez=120&id=39634
http://www.fainotizia.it/



Luciano Segre

Don Martino Michelone, un altro prete cattolico tra i Giusti di Israele
Luciano Segre se l’è portato nel cuore per sempre quel prete robusto e dai modi diretti che ogni tanto bonariamente lo minacciava, lui bambino ebreo, quando sbagliava qualcosa nelle mansioni da chierichetto. Quel prete, don Martino Michelone, oggi verrà dichiarato "Giusto tra le nazioni" durante una cerimonia a Moransengo, paesino sulle colline del Monferrato, secondo il volere dello Yad Vashem, l’istituzione israeliana che ha condotto una severa istruttoria lunga tre anni. E in una delle ultime telefonate giunte da Israele, a Luciano, salvato con la sua famiglia dal coraggio di don Martino, è stato chiesto se avesse ricevuto pressioni per cambiare religione. «Mai», ha risposto. L’abito da chierichetto serviva per camuffarsi meglio nella piccola comunità, dove tuttavia molti erano al corrente di quel che avveniva in canonica. Primo a dare la notizia che un altro Giusto si aggiunge ai cinquecento italiani nella speciale lista stilata a Gerusalemme è stato Gad Lerner sul «blog del bastardo» (http://www.gadlerner.it/) in cui ha riproposto un suo vecchio articolo pubblicato su «Vanity fair» che racconta la storia dell’amico Luciano, diventato un manager di successo, e della sua famiglia. Nel 1938, alla proclamazione delle leggi razziali, Riccardo Segre, commerciante di tessuti a Casale Monferrato, pensava di poter attraversare indenne la tempesta con la moglie Angela, sua sorella Elvira e il piccolo Luciano. Dopo l’8 settembre 1943, con l’avvento della repubblica di Salò, cadde ogni residua illusione e anche Riccardo Segre organizzò la fuga con i suoi: arrivò prima a Cogne, poi in ritardo all’appuntamento con la famiglia Ovazza per fuggire insieme in Svizzera. Un ritardo che valse ai Segre la vita perché gli Ovazza furono traditi e massacrati all’hotel Meina. Riccardo Segre prese prima la via di Castino, nel Cuneese, luogo dei racconti partigiani di Beppe Fenoglio, e quando malato e senza una lira cominciava a disperare arrivò l’invito di don Martino: «Prendi la tua famiglia e venite a nascondervi da noi». L’umanità di don Michelone, che una volta fu anche costretto a darsi alla macchia perché se la intendeva con i partigiani, verrà ricordata questa mattina nell’ambito del festival di cultura ebraica OyOyOy oltre che da Gad Lerner e Luciano Segre, da don Luigi Ciotti, che non ha conosciuto direttamente quel suo collega, ma ha imparato «ad amarlo - dice - attraverso la testimonianza di Luciano Segre». Il giusto, aggiunge don Ciotti, «è colui che ascolta la propria coscienza, che è sempre voce di responsabilità. Nella vita di uomini come don Michelone è ben visibile la soglia che divide il giusto dall’ingiusto. Un esempio essenziale per recuperare quel senso di responsabilità e rispetto del bene comune oggi molto scaduti». Questa mattina a Moransengo, oltre al sindaco di Morano, paese natale di don Michelone, ci saranno anche Romano Prodi, grande amico di Segre, l’ambasciatore di Israele in Italia, Gideon Meir, la vicepresidente delle Unione delle comunità ebraiche italiane, Claudia De Benedetti. Lo Yad Vashem ricorda don Martino Michelone con un albero piantato nel Giardino dei Giusti sul Monte Herzl. (blog di Dino Messina, 8 maggio 2011



Il boicottaggio a Vendola

di Dimitri Buffa, 11 maggio http://www.opinione.it/

“Boicotta Israele, boicotta Nichi Vendola”. Sabato a Roma si vedranno degli insoliti striscioni con questo slogan. E saranno i corifei di Forum Palestina, del Campo anti imperialista e della seconda flottilla italiana per Gaza quelli a portarli. Cioè gente che invece dovrebbe teoricamente votare per i candidati di “sinistra e libertà” alle elezioni di domenica. Teoricamente. Perché è bastato che il governatore della Puglia consumasse il sacrilegio di ricevere l’ambasciatore dello stato ebraico in Italia Gideon Meir, “con la scusa della cultura ebraica e del suo festival in terra di Puglia”, per scatenare le proteste dei più duri e puri tra Rifondazione i filo palestinesi “brucia bandiere” e le associazioni dell’estremismo islamico in Italia. Gli stessi che il 14 maggio marceranno per le strade della capitale brandendo manifesti con la foto del povero Vittorio Arrigoni. Che però quando era vivo veniva indicato ad Hamas, dall’Italia, come uno che frequenta “strana gente”. Da parte di quel Campo anti imperialista e da parte di altre organizzazioni affiliate ad Hamas nel nostro paese. E tutto perché aveva dato voce ai giovani di Gaza del manifesto “Gybo”, appoggiando anche le istanze di liberazione sessuale e di non persecuzione degli omosessuali da parte degli scherani di Haniyeh a Gaza. Insomma gli stessi che hanno indirettamente indicato Arrigoni come un bersaglio ai suoi assassini, adesso sfileranno con il suo manifesto per le strade della Capitale. Bruciando bandiere americane e israeliane, probabilmente. E magari stavolta anche il pupazzo di Vendola. Promosso sul campo a “gay sionista”. Incredibile gli accenti quasi intimidatori della lettera aperta scritta a Vendola dai compagni di viaggio nei Territori occupati della ex eurodeputata di Rifondazione Luisa Morgantini. Già dal titolo: “tu quoque Nichi” si capisce il tono della missiva contro Vendola: “Nichi, lo sai che nell”unico Stato democratico del Medio Oriente“ esistono le prigioni per i morti? Quelle dove i palestinesi marciscono, letteralmente, per scontare pene di 250 anni? Noi comprendiamo – si legge ancora - le ragioni diplomatiche che ti spingono a parlare anche con l’Ambasciatore di uno Stato che pratica l’apartheid, ma è davvero necessario sposarne e diffonderne la propaganda? Non dobbiamo dirti noi che già nella Bibbia la Palestina è identificata come la terra dove scorrono latte e miele: non è stato certo lo Stato di Israele a renderla fertile.
Semmai, lo Stato di Israele sta utilizzando i territori abitati dai palestinesi come discariche”. Insomma si suggerisce l’abiura. E per Vendola, che il Forum Palestina etichetta come un “personaggio”, un “azzeccagarbugli in completa sintonia con il centro sinistra italiano, perfettamente compatibile con la politica estera del paese più amico di Israele, l’ultimo bastione coloniale europeo”, c‘è ora il problema di avere lodato “lo stato dell’apartheid per i palestinesi che però il signor Governatore al pari del Presidente del Consiglio Berlusconi vede come un esempio di sviluppo”. Un problema che potrebbe costargli caro a Milano, dove per il candidato di Sel Giuliano Pisapia il miraggio del ballottaggio con la Moratti alle comunali si allontana sempre di più.