sabato 23 aprile 2011







New Trends in Arabic Anti-semitism

VIDEO : http://vimeo.com/16779150



L'utopia acceca anche RaiNews
RaiNews24 si è resa responsabile di una seria violazione della deontologia professionale al limite della calunnia, avendo subito indiziato (senza indizi) gli ebrei “religiosi” e Israele per l’assassinio orribile di Vittorio Arrigoni, prima di essere smentito da Hamas stesso. Come rileva giustamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, la morte tragica di questo giovane attivista italiano è da attribuire all’odio cieco di una indottrinazione ideologica totalizzante della stessa intensità quale l’ideologia di odio verso Israele che Vittorio Arrigoni scambiava per pacifismo e impegno per la giustizia. In ambedue i casi, l’essere umano e il “restare umani” cui egli inneggiava vengono annientati da un’utopia etica per la cui realizzazione si giustifica che l’uomo sia usato come mezzo e non come fine. Tristemente, è la benda dei preconcetti (benché di segno diverso) che rende ciechi alla realtà, ad accomunare vittima e carnefice in un dolorosissimo gioco delle parti. Arrigoni, e evidentemente anche sua famiglia e i suoi amici, odiava Israele al punto tale che non voleva transitarvi “neanche da morto” perché lo considerava lo Stato e il popolo responsabile in toto per le sofferenze dei palestinesi di Gaza. Invece l’oggetto dell’odio della “scheggia impazzita” di Hamas è “la civiltà occidentale e la modernità”, accusate di “immoralità”, un odio fortissimo che offusca la percezione dei singoli esseri umani e che non sa nemmeno distinguere fra un amico e un nemico del suo popolo. Ma in questo quadro della nostra odierna realtà, bisogna soffermarsi anche sulle gravi responsabilità di diversi esponenti della stampa italiana. Sotto il pretesto della ricerca della verità e della giustizia, ci si permette di insinuare bugie che fanno comodo alla propria tesi politica, che portano alla demonizzazione di Israele e di conseguenza sempre più lontano da una mediazione per la pace israelopalestinese a cui si dice di voler arrivare. Appena saputo del rapimento e conseguente assassinio, RaiNews24 (che va in onda anche in lingua araba) trasmette un’intervista con Maurizio Fantoli Mirella, amico e collaboratore di Vittorio Arrigoni. L’intervistatrice Annamaria Esposito inizia con l’indirizzare i sospetti verso un sito dell’estremismo ebraico e Mirella replica che “tutto fa pensare” che “l’odio che lui suscitava nell’estremismo di destra israeliano può essere la causa dell’omicidio” e “probabilmente molti dei miei amici filopalestinesi già supponevano che dietro questo omicidio ci fossero i servizi segreti israeliani, oppure gli estremisti di destra israeliani”, e che questi movimenti “non sanno minimamente cos’è la democrazia, non sanno minimamente cos’è la civiltà e mi sembra assurdo che parlino a nome della loro religione, insultano la loro religione…”. E mentre il loro “processo” all’estremismo ebraico e al governo di Israele continua, su RaiNews24 gira il video del povero prigioniero Arrigoni insanguinato, con una scritta in arabo che scorre, minacciando la sua morte e con parole di incitamento a “combattere con la spada” per la Guerra Santa nel nome del Signore (Allah) dicendo “Alzatevi per la vittoria della vostra religione; combattete i vostri nemici ebrei, i loro alleati e coloro che li difendono; fatelo in fretta perché il paradiso, grande come i cieli e la terra, vi attende. ” Questo si, che è un insulto alla religione, ma RaiNews24 non se ne accorge, eppure trasmette anche in lingua araba. di Lisa Palmieri-Billig è corrispondente di “The Jerusalem Post” e rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee www.ajc.org
dall'OPINIONE del 19/04/2011



Gerusalemme - suoni e luci

Israele - Allarme attentati
Mossa senza precedenti dei servizi segreti israeliani che hanno rivelato i nomi di alcuni dirigenti del braccio armato degli Hezbollah libanesi che, secondo fonti di sicurezza a Tel Aviv, hanno messo a punto un attentato contro un obiettivo israeliano in uno degli Stati affacciati sul Mediterraneo. I preparativi logistici sembrano essere già iniziati e, a quanto viene precisato, l'attentato potrebbe essere questione di giorni. In occasione della festività ebraica di Pesach (Pasqua) circa 65 mila israeliani sono partiti verso i diversi Paesi mediterranei.Il primo nome della lista è quello di Talal Hamyah, indicato come il comandante dell'Apparato degli Hezbollah per la sicurezza esterna. Al fianco di Hamyah, opera Ahmed al-Fayed. All'organizzazione dell'attentato, secondo i quotidiani di Tel Aviv, partecipano anche l'uomo di affari libanese Naim Haris, l'esperto di esplosivi Ali Nagem al-Adin e un uomo di affari turco, Mehmet Taharorlu. Secondo alcuni esperti è possibile che la vistosa pubblicazione di questi nomi sui mass media israeliani costituisca una specie di segnale in codice, per dissuadere in extremis gli Hezbollah dal compiere l'attentato http://www.moked.it/



Festa della libertà
Ieri sera a Torino fiaccolata (fortunatamente anticipata) per festeggiare il 25 aprile; come sempre la Comunità Ebraica di Torino ha partecipato con il proprio gonfalone, che è stato ospitato sul palco delle autorità; tra gli oratori due partigiani, Ugo Sacerdote e Massimo Ottolenghi, curiosamente entrambi membri della nostra comunità. Una presenza ebraica visibile, così come visibile è stata la partecipazione degli ebrei piemontesi alla Resistenza. Del resto noi ebrei abbiamo qualche motivo in più per festeggiare il 25 aprile: non solo la liberazione dell’Italia e il ritorno della democrazia, ma anche la fine delle persecuzioni, delle fughe, dei pericoli, e la possibilità di essere nuovamente cittadini italiani come gli altri. E’ utile ricordare che gli ebrei erano perseguitati in quanto ebrei, ed era in atto un preciso progetto di sterminio del popolo ebraico: la Liberazione (che ha rappresentato il fallimento di questo progetto e la possibilità di sopravvivenza per gli ebrei in Italia) ha quindi anche un significato specificamente ebraico.
Talvolta, come quest’anno, il 25 aprile capita durante Pesach, e le due feste della libertà vengono a coincidere. Non è stato così nel 1945, eppure nei ricordi di chi l’ha vissuta la liberazione dalla persecuzione nazifascista ha assunto quasi naturalmente il linguaggio e la simbologia di Pesach, e a sua volta ogni Pesach successivo si è arricchito con il ricordo della liberazione vissuta personalmente. Alcuni anni fa un’ospite a cui avevo posto la domanda “Cosa rappresenta il seder per te?” ha risposto, tra le altre cose: “Noi che siamo scampati allo sterminio nazista possiamo veramente sentirci come gli ebrei usciti dall’Egitto”. Non credo che questo significhi attribuire alla festa di Pesach significati non suoi, perché l’invito ad attualizzare la liberazione viene dalla stessa Haggadah; anzi, è straordinario che tante persone in tante epoche diverse abbiano percepito e percepiscano come fortemente attuale un evento accaduto più di tremila anni fa, al punto che spesso gli stessi ricordi sono plasmati secondo il racconto della liberazione dall’Egitto. Pesach influenza la percezione che gli ebrei hanno del 25 aprile probabilmente più di quanto la coincidenza con il 25 aprile influenzi il nostro modo di vivere Pesach. Anna Segre, insegnante http://www.moked.it/



“Salviamo i tre nomi di Gerusalemme”
Yerushalaim in ebraico, in lettere arabe e in inglese cancellando dalle insegne stradali e dalle carte geografiche le diciture Al Qudz in arabo e Jerusalem in inglese. Così anche per tutti i nomi delle località in Israele fatta eccezione per le città e i villaggi di popolazione araba. È una recente proposta del ministro dei Trasporti Israel Katz del Likud, partito del primo ministro Benyamin Netanyahu. Come considera quest’ipotesi, domando a Moshe Brawer, dal 2002 presidente della Commissione per i nomi (Veadat Hashemot, di cui è membro da oltre trent’anni), geografo fondatore all’università di Tel Aviv della facoltà di geografia. “Ai primi di febbraio abbiamo avuto una riunione della Commissione composta da undici scienziati e da cinque rappresentanti delle autorità compreso del ministero dei Trasporti - risponde Brawer - e la stragrande maggioranza dei membri, tutti inclusi tutti gli scienziati, era contraria alla proposta. E per legge dal 1950 senza l’approvazione della Commissione non si può dare un nome ad una località in Israele”. È pensabile, tuttavia, che l’argomento verrà ancora sollevato dal ministro dei Trasporti perché la Commissione non si è espressa ufficialmente anche se il suo orientamento è ben noto e alcuni membri hanno perfino minacciato di dimettersi se la proposta dovesse essere in qualche modo approvata. Qual è stato il ruolo storico della Commissione per i nomi? “Dopo la nascita dello Stato di Israele sono stati dati 1500 nomi a città villaggi e kibbutzim e circa 5mila 500 nomi alle vallate ai monti ai fiumi. La carta geografica di Israele si è così arricchita di numerosi nomi prevalentemente in ebraico”, racconta il geografo. “Esistevano, certo, nomi arabi per esempio per i fiumi - spiega Brawer - ma gli arabi spesso usavano nomi diversi per i vari tratti dei fiumi ed è mancata la precisione oggi richiesta”. Dunque per molti luoghi di interesse geografico non esistevano nomi specifici anche perché la popolazione era più scarsa. “Per quanto riguardano i criteri che utilizziamo - prosegue Brawer - il primo è certamente la fonte biblica e storica. Il libro di Yehoshua, ad esempio, è molto ricco di nomi di località, altri si trovano non solo nella Bibbia ma anche nella Mishnah e nelle fonti storiche dei primi secoli come ad esempio in Giuseppe Flavio”. Per la precisa ubicazione degli antichi insediamenti o di luoghi geografici, la Commissione si rivolge ai suoi storici e ai geografi ed è spesso aiutata dal fatto che gli arabi, dopo la conquista del Paese nel settimo secolo, hanno quasi sempre conservato l’antico nome delle località. Quando manca il riferimento biblico storico o archeologico si pensa alla descrizione geografica e alle caratteristiche della natura. L’opinione dei geografi, dei botanici e dei zoologi della Commissione ha qui un importanza particolare. Molto diffuso è anche dare il nome di un personaggio che ha contribuito allo sviluppo del Paese dal punto di vista politico, militare e culturale. “Da qualche anno è stato deciso di non dare nomi altro che in lingua ebraica così non si trovano recentemente luoghi con nomi stranieri anche se i vecchi restano. Il nome delle località arabe non sono modificati”, dice Brawer. “Ogni nome deve avere il nullaosta del rappresentante in seno alla commissione dell’accademia della lingua ebraica in modo da evitare errori. Alla Commissione, non compete dare nomi a strade e piazze nelle municipalità che sono di competenza delle autorità locali”. La Commissione è unica nel suo genere. Infatti ai tempi del colonialismo europeo i nomi dei nuovi insediamenti sono stati dati dagli immigranti talvolta ricordando le loro città di origine, ma non è mai esistita una “commissione” ufficiale. E non esisteva neppure per gli insediamenti ebraici agli albori dello Yishuv. Dopo la conquista britannica però, per necessità militari e civili, fu creato un centro cartografico che doveva affrontare il problema dei nomi delle località e della loro trascrizione nelle tre lingue ufficiali, cioè inglese, arabo ed ebraico. A tale scopo fu creata la prima “commissione dei nomi” composta di esperti inglesi, arabi ed ebrei, tre per ciascun gruppo che in realtà si riunivano solo separatamente. Per la parte ebraiche sono stati nominati David Yelin, glottologo, Avraham Ya’acov Brawer (padre dell’attuale presidente della commissione) e Zvi Ben Zvi che rappresentava le autorità sioniste. Nel 1950, su proposta di David Ben Gurion, la commissione diventa parte dell’ufficio allargato della presidenza del Consiglio, alla quale viene dato il compito esclusivo di dare nomi alle località israeliane. “La Commissione - spiega Brawer - è aperta a contestazioni sia da parte di scienziati che dagli stessi abitanti direttamente interessati e ci sono ripensamenti. Le riunioni, che per lo più assumono carattere di un simposio scientifico, sono aperte ai richiedenti. I rapporti con la popolazione direttamente interessata sono sempre stretti”. In effetti ricordo di aver partecipato, ancora studentessa, a una di quelle riunioni. La Commissione si recò in Galilea per incontrare i membri di un nuovo kibbutz: un momento indimenticabile quello di dare un nome, quasi fossero tutti genitori di un neonato timorosi di sbagliare desiderosi di scegliere un nome corretto e per loro anche bello, un nome che dovrebbe seguirli per la vita, possibilmente per quella dei figli e nipoti, un nome che resta e resterà sulle carte geografiche e sui libri. Hulda Brawer Liberanome, Pagine Ebraiche, aprile 2011



Masada

Voci a confronto
Forse non tutti sanno che, nella scorsa settimana, è stato dimenticato di citare il decimo “anniversario” dell’inizio dei lanci di razzi sparati dalla Striscia contro Israele; il primo lancio avvenne il 16 aprile 2001, e da allora numerose furono le vittime, tra le quali 4 bambini. Prima del ritiro voluto da Sharon, i lanci furono 280 nel 2004 e 170 nel 2005, ma salirono a 946 nel 2006 e 2048 nel 2007. Dopo la vittoria di Hamas aumentarono ancora in numero e gittata, e ad oggi se ne contano oltre 10.000 caduti sul suolo israeliano. Lo ricordo ai lettori perché di questo anniversario non ho trovato traccia nei giornali. Nello stesso modo nessuno ha scritto che una antica sinagoga dell’isola di Corfù è stata incendiata durante questa settimana coi suoi antichi e preziosi volumi; se, ovviamente, Israele non reagisce come fanno alcuni islamici contro simili atti criminali (bruciare libri sacri, di qualsiasi religione siano, è sempre sacrilegio), l’atto non fa notizia. Abbiamo invece letto molte parole dopo l’arresto, da parte della polizia israeliana, degli assassini della famiglia Fogel; ma, tra queste, nessuna che servisse a individuare il vero colpevole, perché non sono soltanto quei due giovani di 18 e 19 anni a dover essere accusati, ma anche e soprattutto la campagna antisemita che li ha portati a voler diventare degli shahid (martiri) fin da quando erano piccolissimi. Molte parole sono state scritte dopo la morte di Arrigoni nel tentativo di trovare delle spiegazioni; senza voler entrare nelle attitudini personali dell’uomo, delle quali si accenna, ma senza prove, i giornali avrebbero dovuto approfondire la realtà dei traffici vari (di esseri ed organi umani, di droga e di armi) che avvengono nel Sinai e che potrebbero contenere la spiegazione di questa, e di tante altre uccisioni. Infine, nei giorni scorsi, una cittadina del Québec, Rivière Rouge, ha abrogato il regolamento che, dal 1944, proibiva agli ebrei di trasferirvisi; nessuno si è chiesto in quante altre città possa perdurare una simile proibizione. Tra circa un mese Netanyahu si presenterà davanti al Congresso degli USA dove farà un discorso che Vanguardia definisce già oggi, chissà perché, drammatico; certo sarà fondamentale per dichiarare, ancora una volta, quanto il mondo già conosce: la volontà di Israele a trattare coi palestinesi, perché, come l’esperienza insegna, solo da trattative dirette potrà nascere un accordo duraturo. Tuttavia molti stati la pensano diversamente, e sembrano cedere ad Abbas che ha appena terminato una serie di incontri a Parigi. Pare che già 130 nazioni si siano dichiarate pronte a riconoscere lo stato di Palestina con capitale Gerusalemme; sarà almeno la volta buona per riconoscere Gerusalemme anche capitale di Israele? Personalmente, ahimè, ho qualche dubbio. E mentre la diplomazia prosegue nei suoi tentativi che, lustro dopo lustro, si dimostrano sempre tutti fallimentari, a Roma si sono incontrati, insieme al sindaco Alemanno, i presidenti dei Comitati olimpici di Israele e dei Palestinesi sperando che, ancora una volta, lo sport riesca a far cadere le barriere che la politica tiene ben salde. Lorenzo Scalia, sul Corriere dello sport, sembra stupirsi della disponibilità degli israeliani ad aiutare i palestinesi, sempre pronti a collaborare per il loro progresso. Auguriamoci che il mondo sportivo si ricordi di ammettere Israele e Palestinesi ai prossimi giochi del Mediterraneo; è stato promesso infinite volte in passato, ma oggi sembra da tutti dimenticato, almeno fino ai prossimi Giochi. Intanto nei Territori il presidente Fayyad partecipa a un raduno in ricordo di Vittorio Arrigoni; dalle parole del Fatto Quotidiano sembra che solo la madre di Rachel Corrie abbia saputo dire che deve finire non solo l’occupazione israeliana, ma anche il lancio di razzi (che determinano la necessità della fermezza israeliana ndr). Peppino Caldarola sul Riformista spiega, come meglio non si potrebbe, la realtà nella quale si era infilato Arrigoni e l’assurdità delle affermazioni di Giulietto Chiesa & C. Di Arrigoni parla anche un articolo di Mario Brescia su Padania: come già il Senato della Repubblica, subito dopo la sua uccisione, decretò un minuto di silenzio alla sua memoria (notizia riportata solo dal TG1 del giorno), così ieri si è ripetuto al Consiglio Comunale di Torino, senza seguire la normale prassi che vuole che un simile atto venga deciso da una riunione dei capigruppo. Solo un consigliere leghista e Piera Levi Montalcini hanno dimostrato la loro contrarietà uscendo dall’aula. Parlavo, all’inizio di questa rassegna, di un grave traffico di esseri umani nel Sinai: chi volesse conoscerne le cifre spaventose, potrà leggere P.Lam. su Avvenire, e così vedrà che in Israele vivono oggi 30.000 rifugiati, 2/3 dei quali eritrei. Anche Israele, e non solo l’Italia, è lasciato solo di fronte a questa catastrofe, nell’effettivo, totale e colpevole disinteresse dell’ONU. Di quanto avviene in Israele, in particolare in questi giorni di pellegrinaggi pasquali, scrive su Le Monde Laurent Zecchini: il centro ecumenico della teologia della liberazione Sabeel (il cammino, in arabo), ha organizzato una speciale via dolorosa dove si parla di annientamento radicale causato dalla creazione dello Stato di Israele (sic). Alberto Stabile firma un’inchiesta sul dopo rivoluzione egiziano, o, meglio, contro-rivoluzione, durante la quale i giovani, ieri protagonisti, sono stati traditi e vengono condannati in rapidi processi, mentre il feldmaresciallo Tantawi, ieri amico di Mubarak, rimane in sella nonostante tutto. E mentre la situazione economica del paese si fa sempre più seria, Il Sole 24 Ore scrive che una delegazione è corsa a Washington a chiedere aiuti alla Banca Mondiale; in questo articolo si apprende anche che i morti in Egitto non sarebbero stati gli ufficiali 380, ma ben 846. In Marocco, al contrario da quanto avviene, o è avvenuto, in tanti altri stati, il re sembra essere riuscito a controllare al meglio la situazione, come scrive in un interessante articolo Carlo Panella sul Foglio, e la quasi democrazia sembra avviarsi verso un periodo di nuova tranquillità; il re è riuscito a controllare i fondamentalisti. In chiusura di questa rassegna va ricordata la morte di due autentici fotografi di guerra avvenuta ieri in Libia; ne parla diffusamente un editoriale del Foglio, e ne parla anche Antonio Ferrari sul Corriere, in un articolo che esamina attentamente la guerra di Libia della quale si parlerà sempre meno, nell’interesse dell’Occidente che non ha ha un programma preciso; come ammoniva ieri sera Ferrara a Radio Londra, l’Occidente dovrebbe meditare attentamente a quanto successe in Vietnam proprio per lo stessa mancanza. Emanuel Segre Amar http://www.moked.it/



Ebraismo e democrazia
Per contingenze storiche a mio giudizio ancora riferibili a quel trauma tutt’affatto elaborato che è stato l’11 settembre 2001, da più parti si levano in questi mesi attacchi alla ritualità ebraica, rea di contraddire il dogma, che come tutti i dogmi a volte non fa mancare di palesare la sua astrattezza, dei principi universali, dapprima riguardanti l’uomo, poi estesi, con coerenza logica ed etica, al mondo animale. È il caso della messa in questione della milà in Germania o della macellazione rituale in Olanda, cui è stata dedicata attenzione anche su queste pagine. Come tutti, sono anch’io turbato da questi attacchi, soprattutto perché, vivendo questo periodo storico, so bene su quale china ideologica si pongano. Ed in aggiunta, come ebreo, le polemiche non possono che farmi venire in mente film già visti (penso, tra l’altro, che al fine di sviluppare un’etica interdipendente fra l’ebraismo della diaspora e Israele sarebbe un giorno fruttuoso meditare su queste paure comuni che diffondono la percezione dell’ebreo della galut come straniero in terra straniera e di Israele uno Stato straniero in una terra non propria). Credo, però, che bisogna stare attenti a far passare il messaggio che questi episodi rinviino a un’incompatibilità fra democrazia occidentale e tradizione ebraica, sulla scia dell’operazione che si sta compiendo, non so quanto propriamente, con il mondo islamico. L’Occidente, anche se avrà uno sviluppo proprio segnato in modo indelebile dal cristianesimo, nasce con l’identità israelita, che per prima individua diritti trasversali ai diversi popoli. È l’ebraismo a sostituire a un limite etnico, con mera funzione di principio d’ordine, un limite di natura morale, valido in tutti i contesti politico-culturali. Sarà poi una forma di universalismo astratto, incarnato di volta in volta dal cristianesimo, dall’illuminismo e dal marxismo ad estendere questo limite all’infinito senza contare le conseguenze degenerative di un simile gesto. I problemi oggi postici rinviano, a mio giudizio, ad una ridefinizione del limite normativo e sono del tutto affrontabili attraverso il dibattito halakhico che caratterizza la tradizione di Israele. Non dobbiamo farci imporre il dibattito da nessuno, semmai mostrare come queste domande abbiano inizio anzitutto con noi.
Secondo la mia sensibilità, per dare più forza alla nostra voce, sarebbe auspicabile che a questo dibattito partecipassero tutti gli ebrei di “buona volontà”, anche coloro che una “riforma” la invocano da tempo anticipando proprio quelle mosse che la politica oggi sembra compiere. Non vorrei arrivasse un giorno qualcuno (ed il vento in Europa comincia a portare notizie sinistre, dall’Ungheria, alla Francia, all’Olanda, alla Svezia, alla Danimarca, fino alle proposte di abolizione delle leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista) che ci ricordasse che siamo tutti ebrei alla stessa maniera. Davide Assael, ricercatore http://www.moked.it/



Senza notizia
Il Tizio della Sera legge il giornale. Anche oggi, la regola dei morti grandi e piccoli. Coi titoli di scatola e col trafiletto. Non si è mai capito come vada. Questo fatto gli riempie le vene e i capillari, sale tutto un rigurgito di sangue e il viso diventa color barbabietola. I morti, scusa, sarebbero di eguale misura. Straricchi e strapoveri, partono tutti e due. Quel povero italiano con il cappellino, che sembrava un pescatore siciliano, era famoso. Prima non gli stava simpatico per via di certe parole che lasciamo perdere, poi gli ha fatto una gran pena nella foto dove lo tengono per i capelli come fosse pollame. E gli fa ancora pena per l'altra cosa: che lo hanno tradito quelli che amava più di tutto al mondo. Proprio loro lo hanno sbranato. Di lui non hanno dato proprio la notizia che tutti vorrebbero conoscere, gli ultimi pensieri di un poveruomo. E poi ci sono i morti senza notizia, eppure la loro morte sarebbe una notizia: c'erano e non ci sono più, e secondo il Tizio c'è differenza. I senza notizia più recenti stanno a Gaza. Sono quelli che fanno il mestiere velocissimo dello scudo. Li mettono nei depositi di armi travestiti da casa normale, a ricevere le bombe di Israele e loro partono per quel viaggio. La cosa funziona così: appositi razzi sono sparati sulle cittadine dell'entità sionista, loro muoiono e il mondo vede chi sono gli Israeliani. I senza notizia ricevono l'elemosina di un trafiletto e non hanno i soliti nomi, Omar, o magari Mohammed. hanno delle cifre. Un giorno 10, uno 8. A seconda dei morti. Alla fine della fila ci sono i senza notizia israeliani. Il nome si conoscerebbe perché lì ne parlano, poi qui no perché sono morti rari e poi perché sono israeliani. D'altra parte, se fanno in tempo a scappare in cantina e non muoiono mai, è chiaro che i giornali si distraggono. L'altro giorno è morto un senza notizia israeliano. Aveva sedici anni. Non se n'è accorto nessuno, a parte lui. Il razzo di Gaza è arrivato, lui era seduto in autobus e non poteva mica scappare. Lo hanno portato in ospedale e dopo qualche giorno, hai visto, è morto. Anzi, non hai visto: niente alla Tv e niente sui giornali. Neanche il nome e la cifra era troppo piccola: 1. Era Daniel Wiplich. Lui e i civili palestinesi sono sepolti più nei media che nella tomba. Il Tizio della Sera http://www.moked.it/



“Al cuore del conflitto c'è sempre il mancato riconoscimento dello stato ebraico”
Gerusalemme non cederà sulla richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come stato nazionale del popolo ebraico, un punto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu definisce “il cuore stesso del conflitto”. Intervistato da AFP alla viglia della pasqua ebraica, Netanyahu conferma che sta lavorando a una iniziativa che intende presentare il mese prossimo davanti a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. “Il cuore del conflitto – spiega Netanyahu – è sempre stato il persistente rifiuto della dirigenza palestinese di riconoscere lo stato ebraico all’interno di qualunque confine. Questo è il motivo per cui questo conflitto ha imperversato per quasi cinquant’anni prima del 1967, prima cioè che vi fosse un solo insediamento in Cisgiordania”. Mettendo in dubbio l’impegno palestinese per una soluzione basata sul principio due stati per due popoli, Netanyahu si domanda: “Perché i palestinesi non fanno una cosa così semplice come riconoscere lo stato ebraico? Dopo tutto, noi siamo pronti a riconoscere uno stato palestinese. Come mai non possono ricambiare, se veramente vogliono la pace?”. Questo rifiuto, dice Netanyahu, chiarisce qual è la causa che sta alla radice dell’assenza di pace. A proposito delle preoccupazioni di Israele per la sicurezza, Netanyahu conferma la richiesta da tempo sostenuta da Israele di mantenere una presenza delle sue Forze di Difesa nella Valle del Giordano e smonta l’idea che una forza internazionale possa garantire sufficiente protezione sul confine orientale del futuro stato palestinese. “Abbiamo assoluta necessità – dice – di una protezione fisica che impedisca la penetrazione dell’Iran e dei suoi fiduciari”. Secondo il primo ministro israeliano, una forza internazionale lungo la Valle del Giordano non resterebbe al suo posto abbastanza a lungo da garantire gli interessi vitali della sicurezza dello stato ebraico, e fa l’esempio della situazione che si è creata dopo il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza del 2005, quando venne schierata una forza di sicurezza europea per monitorare il confine fra la striscia di Gaza e l’Egitto allo scopo di impedire il traffico di armi ed esplosivi e il passaggio di terroristi. Dopo il ritiro israeliano, ricorda Netanyahu, la forza europea levò le tende non appena la striscia di Gaza cadde sotto il controllo violento di Hamas, e la partenza della forza europea permise all’Iran di introdursi facilmente attraverso il confine meridionale del territorio palestinese, riempiendolo di armi. Netanyahu affronta anche il tema degli insediamenti, che agli occhi dei palestinesi e di buona parte della comunità internazionale sembrano essere diventati la questione centrale di tutto il conflitto, tanto da giustificare il blocco di quei negoziati diretti che per anni erano stati invece condotti senza porre precondizioni su questo aspetto. “Ma gli insediamenti – dice Netanyahu – sono una conseguenza, non la causa che sta al cuore del conflitto”. E proprio i negoziati, aggiunge, sono il solo strumento valido per risolvere questo come altri nodi, e permettere così ai palestinesi di conseguire la loro indipendenza statale. Netanyahu accusa l’Autorità Palestinese d’aver abbandonato la strada del negoziato a favore della ricerca di dichiarazioni unilaterali da parte della comunità internazionale e delle Nazioni Unite. E spiega: “I palestinesi pensano: perché mai dovremmo negoziare, quando possiamo ottenere un placet gratuito dalla comunità internazionale? Possiamo benissimo evitare i negoziati (dove bisogna anche concedere), e dare tutta la colpa a Israele”. Secondo Netanyahu, è vero che rivolgendosi all’assemblea generale dell’Onu, come intendono fare a settembre, i palestinesi potrebbero rovesciare su Israele ulteriori pressioni politiche, ma questo non li aiuterà affatto a porre fine al conflitto. “Io sono pronto a negoziare da subito – conclude Netanyahu – La dirigenza palestinese è disposta a fare altrettanto? No. Perché? Perché vogliono evitare il negoziato: vogliono una soluzione imposta dall’esterno”. Ciò che, appunto, Israele non accetterà mai. (Da: Jerusalem Post, 19.4.11)http://www.israele.net/



È necessario a volte sollevare lo sguardo dalla circostanza del momento e dalla grande massa notiziaria del quotidiano, e spingerlo un poco oltre, verso eventi che ancora non sono accaduti ma probabilmente si verificheranno, inducendo un'ampia messe di conseguenze. Si comincia a parlare della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in settembre, nel corso della quale potrebbe essere proposto il riconoscimento di uno Stato Palestinese. Data la composizione e le regole di gioco dell'ONU, la proposta potrebbe raccogliere facilmente l'appoggio di almeno 150 paesi, e non essendoci in Assemblea il diritto di veto come al Consiglio di Sicurezza, si creerebbe un fatto compiuto di notevole impatto sulla situazione strategica di Israele e di tutto il Medio Oriente. L'ipotesi qui prospettata – senza alcun rapporto con la capacità effettiva di autogestione da parte dell'Autorità palestinese – dimostra quanto sia cambiato negli ultimi anni l'equilibrio delle forze geo-politiche nel mondo, non necessariamente a favore di Israele. Suggerisce anche quanto sia necessario per Israele sviluppare nuove strategie lontane dalla teoria "quel che è stato è quel che sarà". In Israele esiste la consapevolezza che a settembre potrebbe scatenarsi un vero Tzunami politico. Speriamo che esistano anche i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa. Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/



Israel Beytenu Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Israele, Casa Nostra
ישראל ביתנו
Israel Beytenu (ישראל ביתנו, letteralmente "Israele, Casa Nostra") è un partito politico israeliano di destra. Il partito, che rappresenta soprattutto gli emigrati dell'ex blocco orientale, ritiene necessaria la fedeltà allo stato da parte di tutti cittadini e propone la linea dura nei confronti del terrorismo. Uno dei suoi fondatori è Avigdor Lieberman, già membro del Likud, noto per il suo piano di ritiro dalla Linea Verde, in modo tale che aree come il “Triangolo” (Meshulash in ebraico, Sharon orientale) e il Wadi 'Ara – ceduto dalla Giordania a Israele in seguito agli accordi successivi all’armistizio del 1949 – passino sotto il controllo arabo, di modo che circa un terzo degli arabi israeliani divengano cittadini palestinesi, cosa che trova il disaccordo della stessa popolazione araba, che preferisce rimanere cittadina israeliana, pittosto che diventare cittadina palestinese. Arabo-israeliani dovrebbero perciò essere incoraggiati, con aiuti economici a riunirsi all'Autorità Nazionale Palestinese. Il partito è noto per il suo favore nei confronti dei Drusi, popolazione araba che accetta Israele e ne serve le Forze armate. Ysrael Beiteinu, nelle elezioni del marzo del 2006, ha ottenuto 11 seggi nella Knesset, dei quali un arabo Druso, Hamad Amar.
Nell'ottobre dello stesso anno, con il supporto del primo ministro Ehud Olmert, Israel Beytenu è diventato parte della coalizione di governo guidata da Kadima, nonostante le obiezioni dei Laburisti

venerdì 22 aprile 2011



Pasqua in tv: da Exodus al Vaticano segreto
Nel weekend di Pasqua, Sky propone una programmazione varia che affronta in vari punti di vista il tema delle religione.Gli appuntamenti più interessanti si trovano su MGM (il canale della Metro Goldwyn Mayer) e National Geographic. Il canale MGM (320), anche per celebrare i 25 anni dalla scomparsa del maestro Otto Preminger, propone sabato 23 alle 17.35 il colossal Exodus, del 1960 e tratto dal romanzo omonimo di Leon Uris. La pellicola è interpretata da Paul Newman, Eva Marie Saint e Ralph Richardson: si raccontano qui le drammatiche vicende che portarono alla nascita dello Stato d'Israele, dal viaggio di 600 ebrei partiti da Cipro verso la Terra Promessa a bordo della vecchia nave chiamata Exodus. La pellicola si è aggiudicata nel 1960 il Premio Oscar per la colonna sonora scritta da Ernest Gold. Ma la programmazione satellitare del weekend di Pasqua propone ancora altre indagini sulla religione: parliamo di Inside: Vaticano Segreto, per scoprire come dentro le mura sacre si mantenga un sistema fatto di vassallaggio e conservatorismo. Il documentario andrà in onda domenica 24 aprile alle 22.10. Il Vaticano che si presenta è un arcano centro di potere, al quale ha accesso solo una ristretta cerchia di persone. Otto di loro rompono l’abituale silenzio e riservatezza per parlare dei loro compiti al servizio del Papa: tra i loro compiti c’è la salvaguardia di beni dal valore inestimabile, il cui valore è impossibile stimare, supervisionano un flusso continuo di visitatori, diffondono l’immagine e le parole del Papa che arrivano in tutto il mondo. È un accesso esclusivo a questo mondo veramente poco conosciuto....................http://www.mauxa.com/







La Pasqua ebraica e la Pasqua cristiana, festa della Liberazione e della Risurrezione

Pèsach (Pasqua) è il giorno più difficile dell'anno ebraico. Il momento in cui sorge il dovere di costruire e di conquistare la libertà, la speranza che illumina la notte. Lo è anche per il mondo cristiano oggi sulla Terra. Prima mera coincidenza. La sera del 18 aprile 2011, proprio mentre su La7 veniva proiettato e discusso il film "La Passione" di Mel Gibson, gli Ebrei in Italia e nel mondo (al tramonto del Sole) hanno celebrato il "Seder", la cena pasquale (è festa fino al 25 aprile) che ricorda l'uscita degli israeliti dalla schiavitù d'Egitto guidati da Mosè, la fine del faraone, l'attraversamento miracoloso del mar Rosso e l'inizio della lunga marcia ebraica (40 anni) verso la Terra promessa. Agli Ebrei in Egitto fu ordinato di prendere un agnello o capretto per ogni famiglia, da sacrificare alla vigilia di Pèsach (nel senso originario di sacrificio pasquale), simbolo della liberazione dall'Egitto. "In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall'Egitto", leggono gli Ebrei durante il Seder. Il precetto di raccontare ai figli dell'uscita dall'Egitto precede nell'Esodo l'uscita stessa, aprendo una porta sul futuro degli Ebrei e dei Cristiani nel mondo."E quando i vostri discendenti vi chiederanno: che cosa significa per voi questo rito? Voi risponderete: Questo è il sacrificio pasquale in onore del Signore, il quale passò oltre le case dei figli d'Israele, quando percosse l'Egitto e preservò le nostre dimore". Il sacrificio pasquale dell'Antica Alleanza deriva dal verbo "passare oltre". Le Sacre Scritture della Bibbia specificano che il sacrificio deve essere mangiato "con azzime ed erbe amare, con la cintura ai lombi, con i sandali ai piedi, con il bastone in mano". L'azzima è in ricordo del pane che di lì a poco non farà in tempo a lievitare e l'erba amara serve per ricordare come cosa passata (anche se per gli Ebrei di Mosè è ancora presente) l'amarezza della schiavitù. Poi bevono quattro bicchieri di vino, ascoltano il più piccolo tra i presenti che intona "Mah Nishatanah", discutono, si scambiano le ricette del charoset e dei biscotti, cantano filastrocche. E pensano a noi che festeggiamo allegramente, a Ester e Mordechai che digiunano, ai cinque rabbini di Benè Berak che discutono tutta la notte e forse tramano la rivolta contro gli antichi romani, a tutti gli Ebrei che molte volte nel corso dei secoli avrebbero festeggiato la libertà chiusi nei ghetti, nascosti o in fuga, agli Ebrei dell'Olocausto, alla rivolta del ghetto di Varsavia. Pensate, quelli di Pèsach furono i Riti di Gesù, di Maria e di Giuseppe..............................................
L'articolo è molto lungo, ma merita una lettura. Lo troverete a: http://www.teramonews.com/la_pasqua_ebraica_e_la_pasqua_cristiana_festa_della_liberazione_e_della_risurrezione-21462.html



Eurosong 2011, per Israele in gara la trans Dana International
Si avvicina ogni giorno di più l’appuntamento con la nuova edizione dell’Eurovision Song Contest da quest’anno abbreviato in Eurosong, con la kermesse che vedrà finalmente il ritorno in gara dell’Italia dopo anni di assenza. A rappresentare il nostro Paese sarà il crooner nonchè vincitore di Sanremo Giovani, Raphael Gualazzi, ultima scoperta della fucina di talenti targata Caterina Caselli. Gualazzi ha preparato per la manifestazione la canzone sanremese trasformandola però in Madness of love, tagliando la seconda strofa e rendendo il testo bilingue. E’ giunto invece il momento di cominciare a parlare degli altri protagonisti che saranno di scena a Dusseldorf il prossimo maggio: iniziamo dal Paese meno europeo di tutti, ovvero Israele. Lo Stato del Medio Oriente è rappresentato da una vecchia conoscenza dell’Eurofestival, la cantante transessuale Dana International. Dana ha infatti già vinto il concorso continentale nel 1998 con Diva, raggiungendo l’apice della popolarità dopo che era stata considerata in terra israeliana un’icona gay grazie a una lunga esperienza da cantante e drag queen. Il cambio di sesso è avvenuto nel 1993. All’Eurosong, che per l’Italia sarà condotto in finale da Raffaella Carrà, l’artista Dana International ha in serbo la canzone Ding Dong. In alto potrete farvi un’idea del pezzo.20 Aprile 2011. http://www.gaywave.it/



Missione imprenditoriale di Unioncamere in Israele (18-20 giugno 2011)
mercoledì 20 aprile 2011 http://www.cameradicommerciolatina.it/
La Camera di Commercio di Latina, unitamente ad Aries (Azienda Speciale della Camera di Commercio di Trieste), con il patrocinio di Unioncamere, organizza una missione imprenditoriale in Israele dal 18 al 20 giugno 2011. L’iniziativa, condivisa con le altre strutture del sistema camerale italiano e importanti istituzioni e partner locali è sviluppata attraverso il Desk Israele di Aries attivo presso la Camera di Commercio italo – israeliana di Tel Aviv, ed intende supportare le imprese italiane che desiderano rafforzare i rapporti commerciali o individuare nuove opportunità di business in Israele. Il mercato israeliano sta divenendo sempre più appetibile per l’economia Italiana, come testimoniato dalle numerose iniziative di cooperazione economica e scientifica bilaterale; in particolare, l’Italia è il quarto fornitore di Israele con una quota di mercato pari a 2,4 Mld $, equivalente al 4,2% del totale delle importazioni israeliane. Nell’ambito dell’Unione Europea, dunque, l’Italia si conferma uno dei maggiori partner di Israele. La missione è rivolta ad operatori dei settori Sistema casa (edilizia/arredo), Agroalimentare (prodotti certificati e non certificati kosher), Tecnologie per ambiente & Energia e Turismo, di cui si allega nota informativa. Il programma prevede: 18 giugno Partenza dall’Italia per Tel Aviv 19 giugno Incontri b2b con aziende israeliane 20 giugno Proseguimento b2b – In serata rientro in Italia La quota di partecipazione per azienda è pari a € 500,00 + IVA 20% e comprende: • servizio di informazioni preliminari sul Paese; • ricerca e selezione dei partner locali; • organizzazione di agende personalizzate di incontri tra aziende; • assistenza di personale specializzato; • trasferimenti di gruppo da e per aeroporto. La quota non comprende le spese di interpretariato, viaggio, vitto e alloggio. Sarà possibile richiedere ad Aries di fornire il servizio di interpretariato a pagamento e acquistare un pacchetto viaggio e soggiorno. Le aziende interessate a partecipare alla missione in oggetto devono inviare, via fax, entro e non oltre venerdì 6 maggio p.v, la scheda aziendale compilando accuratamente il profilo d’impresa, necessario per la ricerca di interlocutori. I company profile aziendali pervenuti verranno inviati al Desk Aries in loco per una prima valutazione sulle potenziali opportunità commerciali e di collaborazione industriale sul mercato israeliano. In caso di valutazione positiva, alle aziende sarà richiesta l’adesione formale all’iniziativa e il contestuale versamento della quota di adesione.



Lettera dall’Iraq: “Ci hanno indottrinato contro Israele”

Il sito web in lingua araba del ministero degli esteri israeliano ha ricevuto sabato scorso una lettera da un iracheno che si dice costernato per il fatto che lui e i suoi concittadini hanno subito “un lavaggio del cervello contro Israele”. L’autore del messaggio aggiunge che i recenti attentati di Hamas contro civili israeliani hanno suscitato in lui un sentimento di “vergogna” per essere arabo e musulmano. “Per tanto tempo – dice la lettera – abbiamo creduto che gli israeliani fossero pericolosi barbari, a causa del lavaggio del cervello che abbiamo subito durante il regime di Saddam Hussein; ma ora vedo come gli arabi vengono massacrati in modo ignobile e vergognoso da governanti sunniti e sciiti”. Il messaggio è stato pubblicato dal ministero degli esteri israeliano sul suo sito web in lingua araba, visitato da utilizzatori di internet in tutto il mondo. L’autore della lettera prosegue dicendo d’aver aperto gli occhi dopo aver visto medici israeliani che si prodigavano per curare una ragazzina palestinese. “Ciò che ha catturato la mia attenzione – scrive – è stato l’ospedale israeliano che ha curato la ragazzina palestinese malata di cancro. E ho visto il film sul pianista ebreo che ha tanto sofferto al tempo di Hitler” aggiunge, riferendosi con ogni probabilità a “Il Pianista” diretto nel 2002 da Roman Polanski. L’iracheno dice che ha iniziato a studiare la storia degli ebrei e che spera di poter visitare un giorno Israele “per sconfiggere la paura inculcata in me dal lavaggio del cervello secondo cui gli israeliani sarebbero barbari e il loro paese uno stato terrorista”. E conclude: “Dopo aver visto il terrorismo all'opera in Iraq e il terrorismo che Hamas e palestinesi fanno contro di voi, ho incominciato a vergognarmi d’essere arabo e musulmano”. (Da: YnetNews, 18.4.11)http://www.israele.net/



Israele entra nel Cern
Martedì 19 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/ Israele diventa il primo membro extraeuropeo del Cern, il Centro europeo per la ricerca nucleare di Ginevra. Domenica scorsa il gabinetto del Primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha approvato l’ingresso del Paese tra i membri del Centro di ricerca. Il risultato è stato salutato con entusiasmo dal premier: «Israele – ha dichiarato Netanyahu – sta entrando a far parte di un club esclusivo, che dà prestigio, visibilità, status internazionale». «E’ una conferma – ha aggiunto il capo del governo – delle capacità dei nostri scienziati, un riconoscimento della loro abilità». Il percorso di avvicinamento dello Stato ebraico al Cern era iniziato nel 1991, come “osservatore”. Due anni fa, nel 2009, Israele era diventato “osservatore speciale”, ottenendo il permesso di partecipare a sessioni riservate, anche riguardo al progetto più importante e noto del Centro, il Large Hadron Collider: il sofisticatissimo acceleratore di particelle in cui, di recente, è stato prodotto dagli scienziati nucleari qualcosa di simile a un mini Big Bang.






SALUTE: ISRAELIANO IL PC PER DISABILI CHE SI COMANDA CON IL PENSIERO

(ASCA) -19 apr - Ideato il primo computer ''hands-free'' per favorirne l'uso da parte dei disabili senza bisogno dell'uso delle mani: messo a punto da un gruppo di ricercatori della Ben-Gurion University di Beer-Sheva of the Negev, in Israele, il software si basa su una tecnologia innovativa che potrebbe consentire alle persone di usare il pc con il solo uso delle onde cerebrali, senza ne' mouse, ne' tastiera. Il dispositivo si basa sull'uso di un casco in grado di connettere l'attivita' cerebrale degli utenti con il computer. ''La tecnologia - spiega Rami Puzis, che ha partecipato alla ricerca - e' stata progettata per aiutare coloro che sono portatori di handicap fisici e non riescono a manipolare un mouse o una tastiera''.



Israele: Expro vince contratto trivellazione nel Tamar


Mercoledì 20 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/
La compagnia petrolifera britannica Expro International Group Ltd. ha vinto un contratto di trivellazione nel giacimento israeliano offshore Tamar. Expro offre pacchetti di servizi di supporto, a partire dalla fase delle esplorazioni preliminari, alle aziende attive nell’industria petrolifera. In Israele si occuperà sia di operazioni di scavo di profondità, sia di piani di esplorazione ulteriore dei fondali marini di cui la società texana Noble Energy Inc. – che ha firmato il contratto con Expro – detiene la licenza di sfruttamento, insieme al partner israeliano Delek. Entro il 2013, hanno già annunciato i vertici delle due aziende, il gas di Tamar sarà commercializzabile. Ma per restare nei tempi serve un aiuto dal Vecchio Continente: dalla Gran Bretagna arriveranno esperti, know-how, tecnologie di scurezza ed equipaggiamenti. Un servizio che vale 27 milioni di dollari. Attualmente, Expro è attiva in Africa, Golfo del Messico e Brasile: ma quello firmato con Noble è il contratto più grande mai realizzato dalla compagnia nell’area del Mediterraneo. Un’espansione commentata con entusiasmo dal dirigente Expro per questa regione, Keith Palmer. «La nostra esperienza – ha dichiarato il manager – ci mette in un’ottima posizione per conquistare nuovi mercati. Una vittoria significativa per la divisione Europa della nostra azienda».



auditorium parco della musica


A Roma israeliani e palestinesi uniti nello sport
Una pace sportiva, simbolica ma efficace per dimostrare il valore dello sport e la forza di aggregazione che porta con sé. Due delegazioni, quella israeliana e quella palestinese, si sono sedute intorno allo stesso tavolo, in Campidoglio, per presentare l’evento amichevole che si terrà giovedì 21 aprile in occasione del Natale di Roma all’auditorium Parco della Musica. Durante la manifestazione il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, conferirà la Lupa capitolina ai presidenti dei comitati olimpici israeliano e palestinese, Zvi Varshaviak, e Jibril Rajoub. Il vicepresidente del Cio, Mario Pescante, durante la presentazione della kermesse, ha salutato con piacere un’occasione che rappresenta «la prima volta che le delegazioni si incontrano fuori dalle solite sedi istituzionali». «La road map politica per chiudere questa tragica storia che fa soffrire due popoli – ha aggiunto – si è fermata. Ma quella sportiva va avanti». 20 aprile http://falafelcafe.wordpress.com/



Il risveglio del turismo in Cisgiordania: 3,3 milioni di visitatori nel 2010
Che l’aria sia cambiata tra Israele e Cisgiordania? A leggere certi numeri, pare proprio di sì. Come quelli relativi al bilancio 2010 sui flussi umani verso la West Bank: lo scorso anno, dicono questi dati, 3,3 milioni di persone sono entrate in Cisgiordania, cento posti di blocco israeliani sono stati rimossi e restano aperti solo sedici checkpoint lungo il confine – ancora caldo – tra i due paesi. Notizie positive anche sul fronte economico. Stando ai dati dell’Autorità nazionale palestinese lo scorso anno sono arrivati nelle città della West Bank qualcosa come 225 milioni di dollari e il Prodotto interno lordo della Cisgiordania è cresciuto del 9 per cento. In questo, solo la componente arabo-israeliana pesa per il 5,5 per cento del Pil.Jenin, Nablus, Hebron, Qalqilya, Tulkarem, Betlemme, Gerico. Non sono più solo città di turismo religioso e di scontri tra israeliani e palestinesi. Sono sempre più centri di attrazione del turismo israeliano e mondiale. Solo a Jenin, per esempio, nel 2010 sono state aperte 600 nuove attività commerciali. Così come i due parchi divertimenti – uno a Jenin, l’altro a Tulkarem –, uno zoo a Qalqilya e un parco acquatico a Gerico. Tra i turisti arabo-israeliani, un milione e trecentomila ha visitato almeno una volta la città di Jenin. Altri 800mila sono stati a Betlemme, mentre a Tulkarem e Qalqilya hanno messo piede altri 700mila. Ultima nella classifica delle grandi città palestinesi, Hebron: in 60mila hanno osato visitare una città contesa tra ebrei e musulmani.20 aprile
http://falafelcafe.wordpress.com/

mercoledì 20 aprile 2011



Giovanni Quer


Piccolo raduno degli odiatori di Israele a Tel Aviv. Ci sono andato anch'io, ecco com'è andata
Sabato sera a Giaffa si è tenuta una commemorazione per Vittorio Arrigoni, sotto la torre dell’orologio che Napoleone aveva voluto all’entrata nord della città. Gli organizzatori sono conosciuti come anarchistim neged hagader, anarchici contro la barriera, che appartengono a diverse organizzazioni e ONG e si ritrovano ogni venerdì a manifestare contro l’occupazione in diversi luoghi di tensione, tra cui Shekh el-Jarakh e Hebron. Gli anarchistim neged hagader sono israeliani che manifestano in supporto ai palestinesi e anche se non si condividono le loro idee politiche sono il frutto di una cultura, quella israeliana, che premia la libertà e l’espressione di tutte le posizioni politiche, di tutte le tendenze culturali, di tutte le idee. Il loro impegno politico e culturale è accompagnato da un grande senso civile, che si esprime in diversi settori, tra cui l’acquisto solidale di prodotti palestinesi, come la birra Taybeh, e le espressioni linguistiche che preferiscono la declinazione femminile al maschile. La mail che chiamava tutti a commemorare la tragedia di Vittorio Arrigoni è circolata per tutti gli ambienti pacifisti e in molti sono arrivati alle otto sotto l’orologio di Giaffa, in particolare italiani, spagnoli e francesi. Sul muretto che porta verso la torre brillavano quattro piccole candele, davanti alla foto di Vittorio Arrigoni, mentre alcune persone brandivano delle torce. Gli organizzatori a un certo punto hanno formato un cerchio, rispettando dei minuti di silenzio. L’atmosfera era triste, gli israeliani ammirano il coraggio di qualcuno che mette a rischio la propria vita tentando di contribuire alla risoluzione dei problemi in questa terra; gli internazionali che l’avevano conosciuto erano visibilmente commossi; i passanti commentavano il caso come un’altra tragedia ma anche con un sospiro di sollievo, perché Israele non è responsabile. Quest’atmosfera di “sacra tristezza” si è presto rotta al suono del megafono, brandito da qualche internazionale, che ha urlato a Israele tutto l’odio e tutto il rancore per lo Stato ebraico e per gli ebrei. Dopo la lettura di testi scontati e politicamente insipidi, ci si è spostati verso un bar: tutti seduti attorno ad un banchetto a celebrare una festa antisemita. Una ragazza israeliana anarchica introduce la commemorazione dicendo per sommi capi quanto accaduto. È ora il turno di una ragazza italiana che legge un testo che dipinge Vittorio Arrigoni come devoto alla causa palestinese e alla causa della libertà. Questo amore per la libertà lo ha portato alla morte. Qui incominciano i problemi: l’amore per la libertà lo ha portato alla morte da chi la libertà non la vuole, non la conosce, la combatte. Ma tanto non è stato detto, quanto piuttosto il motivo per cui Vittorio Arrigoni era a Gaza, ossia per combattere l’inumano nemico israeliano. La morte di Arrigoni è stata associata direttamente alla violenza israeliana, quasi fosse morto per mano di un soldato delle forze di difesa israeliane. La lettura termina con una petizione: “non confondiamo i cittadini con i fanatici, le milizie con gli individui di fede islamica!” La petizione ha dell’oltraggioso! Non fare di tutti i palestinesi dei terroristi è certo fondamentale, non fare di tutti gli islamici dei fanatici è naturale, ma considerare tutti gli israeliani dei militari assassini o degli antipatici violenti coloni è invece accettato, automatico, ovvio, scontato e logico. Dopo la commemorazione ci muoviamo verso un bar di Giaffa, dall’arredo simpatico ma dal cibo non proprio gustoso. Incomincio a parlare con uno degli anarchici israeliani e ne esce che abbiamo un’amica italiana in comune, parliamo di varie cose, anche di politica. Con gli italiani capisco che è più difficile parlare. Cerco di conversare, ma mi chiedono subito se sono israeliano, cosa faccio qui e perché parlo la “loro lingua”. Il mio aspetto semitrasandato mi fa apparire di sinistra ma evidentemente non abbastanza. Non si deve parlare ebraico e non si deve fare amicizia col nemico. I camerieri fanno di tutto per sistemare i tavoli, prendono le ordinazioni e sono curiosi di sapere di questo strano gruppo con tanti italiani, qualche israeliano e qualche spagnolo. Allora gli attivisti si fanno diffidenti; credo sia per la tristezza, in fondo non è semplice dire che il ritrovo è una commemorazione di un amico assassinato da fondamentalisti islamici. La vera ragione si capisce invece dai commenti: “ma che vuole questo?” “ci stanno controllando” “non dir niente che va a chiamar la polizia” “strano che non ci abbiano ancora messo dentro”. Le cose degenerano quando arrivano i piatti. Qualcuno si lamenta della poca carne contenuta nei piatti—il che di per sé è strano visto che chiunque sia stato in Israele solitamente commenta delle porzioni pantagrueliche che servono in qualsiasi luogo di ristoro—e le battute cadono goccia goccia sul gruppo che si faceva più allegro. Un uomo di mezza età che fumava in continuazione commentava “certo che son proprio avari” a cui una ragazza, presente con il figlio, risponde “eh, da queste parti son così, la storia non si sbaglia mai”. Credevo d’aver sentito male, invece la conversazione ha fugato ogni dubbio. C’è chi ordina del vino e non lo vuole più bere perché è stato prodotto con uve del Golan. C’è un bambino del gruppo che gioca con delle pistole ad acqua bagnando tutti, comprese tre donne sedute al tavolo a fianco che chiedono se i genitori possono farlo smettere. Anche questa normale richiesta è fonte di duro commento sull’intera società israeliana: sono violenti, strano che non lo abbiano picchiato, guarda con che occhi lo guardano. Una ragazza tedesca all’altra parte del tavolo si guarda in giro sorpresa. “Volevo vedere com’era Israele”, dopo anni che vive nei Territori, “ma mi dava fastidio l’idea di passare dalla parte dell’oppressore”. Mi chiede perché ho imparato l’ebraico, la lingua dell’oppressore, e tutto ciò che mi viene in mente è che lei parla tedesco, una lingua in cui sono stati progettati ordinati e messi in atto altri tipi di progetti! Per gli israeliani, anche se le cose sono cambiate, è sempre stato il tedesco la lingua che ricorda l’oppressione.
Guardo e ascolto queste gioiose ragazze e questi simpatici ragazzi impegnati a comperare solo prodotti palestinesi, a fare gli indecisi se sedersi o meno ad un tavolo in Israele, a parlare di Ramallah come di un posto molto più bello che Tel Aviv, a inveire contro chiunque fosse seduto al bar perché “come fanno a vivere così con tutto quello che fanno ai palestinesi?” Le analisi politiche sono interessanti: chi avanza ipotesi di coinvolgimento israeliano perché Vittorio era un personaggio “scomodo”, chi sostiene che la sua morte sarà un pretesto per bombardare di nuovo Gaza. Non si capisce ora come Vittorio Arrigoni potesse ostacolare i progetti israeliani né si capisce come la sua morte potrebb’esser collegata a una decisione di intervento armato a Gaza.
Alcune pacifiste sono legate da relazioni amorose con gli anarchici israeliani, altri preferiscono non parlare nemmeno con gli israeliani, sognando di tornare in Palestina. La mia presenza non è benaccetta: non sono un anarchico e parlo ebraico. Sto con gli oppressori. La rabbia e l’odio si spargono verso tutti, mentre ascolto con un orecchio gli italiani e parlo di tutto e di più con gli israeliani. L’Unione Europea ha accettato di avere una sede in Israele, un atto da collaborazionisiti, benché i soldi siano cari alle ONG. Gli israeliani stanno fra loro, in pochi parlano al nemico: anche questi israeliani postsionisti di estrema sinistra sono il nemico. Perché? Perché sono israeliani. Cerco di parlare con qualcuno, nessuno parla arabo, mentre l’ebraico è una lingua che nessuno vuole imparare. Mi chiedo allora tutta questa fascinazione per il mondo arabo non li porta a voler comunicare con la gente comune? Infine arriva il momento del conto. Con venti persone e più c’è sempre qualche problema. Chi si dimentica qualcosa, chi invece vorrebbe far finta di essersi dimenticato. Il cameriere chiede di sistemare i conti. Lo stesso cameriere che si era interessato al gruppo, che è stato in Italia dopo il servizio militare. “Proprio in Italia doveva veni’ sporco de sangue?” Sempre col sorriso chiede di nuovo di sistemare i conti perché altrimenti la differenza deve metterla di tasca propria. Il cliché antisemita riemerge, l’attaccamento ai soldi di “questi qui” è incredibile. Continuano a sentirsi commenti che ridicolizzano la celebrazione del sabato, ridicolizzano la celebrazione della Pasqua. Si descrivono Ramallah e Betlemme come delle isole di pace e meraviglia. Come si può amare la Palestina e dirsi attivisti per i diritti dei palestinesi quando non si vuole riconoscere gran parte dei problemi e delle sofferenze dei palestinesi cristiani, delle donne palestinesi, delle donne e degli uomini palestinesi omosessuali? Non voglio certo ripetere ciò che tutti si chiedono, ossia perché l’assassinio di Vittorio Arrigoni è un’altra occasione di spostare la colpa su Israele quando Israele nulla ha a che fare con tutto questo. Solo mi chiedo una domanda, tutto l’impegno politico, la passione per la libertà e la giustizia, come possono andare d’accordo con un odio viscerale contro Israele? Si chiede di non confondere tra individui e fondamentalisti, perché allora confondere tra individui e soldati? Perché nessuno si chiede come mai le donne palestinesi siano così poche alle manifestazioni degli anarchici? Perché si guarda con fascino il velo mentre il cappello di una donna ebrea religiosa è considerato un simbolo di oppressione? Come si può dire di esser contro il razzismo quando l’antisemitismo pervade l’animo e la mente di molti pacifisti? Come si può dire di esser per la convivenza quando si odiano gli israeliani? Chiedere di distinguere i cittadini dai fanatici è legittimo per quanto attiene i palestinesi, ma applicare distinzioni in Israele è improprio. Si sapeva che i pacifisti non sono poi così pacifisti. Che sono animati da un grande odio. Che sono affascinati dalla violenza. Eppure vedere e ascoltare dal vivo è un’esperienza che colpisce e sconvolge. I sorrisi degli attivisti che temono di infettarsi al contatto con gli ebrei sono una delle cose più violente e spaventose. Gli occhi che odiano gli israeliani con cui spesso intrecciano relazioni amorose sono tra i più truci sguardi dell’umanità. Che differenza c’è tra un aguzzino e uno che fomenta gli aguzzini? Nessuna. Che differenza c’è tra un aguzzino e uno che lo celebra? Nessuna. Che differenza c’è tra chi odia gli ebrei, entra nelle loro case e sgozza donne uomini e bambini, e chi odia gli ebrei, non vuole sedersi ai loro tavoli, dimentica di condannare chi li trucida, e loda chi li assassina? Nessuna. Qualche anno fa un arabo aveva ucciso un attivista italiano a Gerusalemme est perché pensava fosse ebreo, e il commento in Italia è stato “capiamo il gesto”. Oggi una cellula fondamentalista trucida un attivista italiano, e il commento in Italia è “non vogliamo che la salma passi per Israele”, nemmeno tutto il dolore del mondo, che forse solo gli israeliani possono capire e condividere, è apparentemente più forte dell’odio per gli ebrei, dell’odio per Israele.di Giovanni Quer 18/04/2011 http://www.informazionecorretta.com/



I coloni israeliani vittime di serie B

Le verità scomode scompaiono dai giornali Ignorato l'arresto dei palestinesi assassini di Itamar.
Autocensura. Meglio non far conoscere la ferocia degli «amici». I palestinesi, per molta stampa italiana, sono solo vittime. Infatti quando, come è accaduto per il massacro di Itamar vengono arrestati due palestinesi rei confessi di aver sgozzato tre bambini, uno in culla, è meglio ignorare la notizia. Soprattutto se questa arriva dopo l'altra verità scomoda: la morte di un italiano che ha sposato la causa di Hamas, ucciso a Gaza per mano degli uomini di Hamas. La questione israelo-palestinese è complessa e non a caso è un conflitto tra i più lunghi della storia moderna. È lecito schierarsi. Coraggiosa la scelta di Vittorio Arrigoni che, coerente con le sue idee, ha deciso di stabilirsi a Gaza City e condividere le difficoltà dei palestinesi. Meno rispetto ha l'ipocrisia di coloro che sono pronti a puntare il dito e intingere la penna nell'inchiostro dell'odio a senso unico. In uno stato di guerra permanente è difficile fare distinguo, ma è altrettanto vero che la barbarie va condannata. E la strage della famiglia Fogel nell'insediamento di Itamar rientra in questo ambito. Non è stato il lancio di razzi per rispondere all'occupazione israeliana a ucciderli. Non è stato un conflitto a fuoco tra miliziani e soldati della Tsahal. La strage di Itamar è stata l'azione brutale di due studenti di 18 e 19 anni che volevano diventare «shahid». Due palestinesi che vivevano nella West Bank che sognavano di diventare mujaheddin, guerrieri santi. Uccidendo tre «pericolosi» israeliani di tre mesi, quattro e undici anni. Una verità scomoda che racconta la ferocia e la violenza cieca, tranquillamente ignorata dalla stampa italiana. Appena un accenno alla fine dell'articolo su Arrigoni ne Il Messaggero. Gli altri quotidiani, da Repubblica, a Stampa, a Unità e al Corriere della Sera l'hanno ignorata. L'ha ignorata anche Il Giornale sempre pronto a schierarsi a favore di Israele. A volte la scelta di campo è tutta italiana. Fa parte dei giochi di potere e delle fazioni di casa nostra. E si perde la capacità di testimoniare i fatti. Così come la vicenda di Vittorio Arrigoni perde spazio sulla stampa libera e intellettualmente superiore. È difficile raccontare cosa si celi dietro certe morti assurde, seppur in una regione del mondo dove l'odio è il nutrimento quotidiano. La Palestina di Hamas non è quella dell'Anp. C'è chi cerca il dialogo e chi vuole cancellare Israele. E poi ci sono i qaedisti che sognano l'Emirato di Palestina prodromo del ritorno del Califfato in tutta la Mezzaluna fertile. Un tuffo nel Medio Evo in nome dell'interpretazione distorta del pensiero di Maometto. Gli amici italiani della Palestina, di Gaza, cosa pensano dei diritti delle donne nella Striscia? Delle libertà individuali? Gli universitari a fine marzo hanno tentato una protesta a Gaza City sull'onda della Rivoluzione dei gelsomini: la polizia di Hamas li ha malmenati e arrestati così come fa quella del dittatore Assad in Siria o Gheddafi in Libia. Ma è meglio ignorare. I rapitori di Vittorio Arrigoni lo hanno accusato di introdurre a Gaza «costumi occidentali» e la «modernizzazione». Tra l'altro Arrigoni era animatore di un gruppo di giovani palestinesi su Faceboook e i salafiti di Gaza poco tempo fa hanno distrutto alcuni internet point. Nella Striscia della milizia islamica il traffico di droga, di farmaci e di aiuti internazionali è il business più diffuso. Abu Khaled, l'uomo indicato come il trafficante di uomini che tiene prigionieri centinaia di eritrei nel Sinai, è un uomo di Hamas: controlla una rete di tunnel tra Gaza e l'Egitto, rilascia interviste da Gaza. Questi sono i personaggi che ispirano i giovani palestinesi a uccidere i bambini e lanciare razzi contro gli scuolabus. Il mito del kamikaze viene inculcato sin da piccoli. Un esempio? «Lotta con il martirio perché il martire è l'essenza della Storia»: con questa frase dell'ayatollah Khomeini prende il via un filmato di 52 minuti, prodotto da Hezbollah, dove si esalta la figura del «kamikaze» dove si vedono ragazzini di 7-8 anni con dei kalashnikov in mano. Ieri si celebrava Pesach, il passaggio dalla schiavitù verso la libertà. Un sogno per tanti in Medio Oriente. Non li aiuta un Occidente che racconta mezze verità. Maurizio Piccirilli 19/04/2011http://www.iltempo.it/



Calcio a 5, trionfo del Maccabi
Un campionato in crescendo: bello, combattuto, appassionante. Inizio tentennante e poi trionfale volata finale. Questo in estrema sintesi il percorso della squadra di calcio a 5 open del Csd Maccabi aggiudicatosi ieri con una ultima e convincente prova di forza contro Lazio Tennis il torneo CSI (Centro Sportivo Italiano) della sezione di Roma e Provincia. Un risultato di grande prestigio in quella che è la seconda federazione nazionale dopo la Figc. Adesso porte spalancate per i Regionali. E poi chissà - l’appetito vien mangiando - pure per i Nazionali di luglio. Entusiasta il vicepresidente del Maccabi Roma Roberto Di Porto che ricorda la scelta vincente maturata un paio di anni fa di passare dal torneo Figc a quello CSI, competizione quest’ultima organizzata sotto l’egida della Chiesa. “È una scelta apparentemente singolare ma dovuta. Abbiamo così scongiurato pesanti episodi di antisemitismo nei nostri confronti che si verificavano ripetutamente” dice Di Porto. Che poi elogia la combattività dei ragazzi: “Sono stati grandiosi. Anche in inverno con tre gradi sotto zero si sono allenati senza batter ciglio e senza perdere una seduta”. Esulta anche il presidente della Federazione Italiana Maccabi Vittorio Pavoncello. “I nostri giovani – commenta Pavoncello – sono una squadra nel vero senso della parola. Un gruppo di amici che giocano insieme a pallone. Alcuni di loro hanno raggiunto nel passato traguardi sportivi assai più importanti di questo ma la felicità che si leggeva ieri nei loro occhi è qualcosa di meraviglioso. Hanno interpretato al meglio lo spirito più autentico del Maccabi”. Di Porto ci tiene poi a sottolineare un altro aspetto di grande significato. “La categoria a cui eravamo iscritti – racconta – è quella degli open ma ciò nonostante abbiamo scelto di mandare in campo calciatori poco più che ventenni. Accanto a loro alcuni giocatori più esperti a far da chioccia”. Tra loro anche Massimo Fiorentino, riciclatosi pivot dopo un passato da portiere professionista (con alcune presenze in serie B) nel calcio a undici. “Massimo ha fatto la differenza. Come il nostro allenatore, Filippo Feliziani, ex nazionale ed ex giocatore della Lazio di calcio a 5 ai tempi di Cragnotti. La sua impronta era palese. Feliziani ha dato al team l’impostazione di una squadra di calcetto. Prova ne è il fatto che abbiamo subito pochissime reti rispetto ad altre compagini”. Un campionato ricco di soddisfazioni quello dei ragazzi di Feliziani. Un campionato che però, spiega Di Porto, rischiava di non essere disputato. “In tutto abbiamo cinque squadre nelle differenti fasce di età. Molte soddisfazioni ma anche molto stress. Nonostante qualche dubbio iniziale alla fine abbiamo comunque deciso di iscriverci al torneo. La gioia che proviamo oggi è il miglior premio per lo sforzo sostenuto”. E potrebbe non esserci solo l’Italia nel futuro del team. Reduce da un torneo di Futsal svoltosi ad Amsterdam in marzo, il Csd Maccabi sarà probabilmente confermato in tutti i suoi elementi per la grande avventura dei Giochi Europei del Maccabi in programma a Vienna nel mese di luglio. Adam Smulevich http://www.moked.it/



Bella la lettera che lo scrittore israeliano Etgar Keret rivolge sulle pagine del Corriere della Sera alla madre di Vittorio Arrigoni, invitandola a ripensare alla sua decisione di non far passare attraverso il suolo israeliano la salma del figlio assassinato dai salafiti a Gaza, perché questi "aveva combattuto tutta la vita lo Stato ebraico". "Sarà forse la negazione di Israele e dei sette milioni di ebrei e musulmani che vi abitano ad accelerare quel processo di pace e quella liberazione per la quale il figlio aveva varcato i mari e combattuto per tutta la sua vita? Mi auguro che Vittorio Arrigoni sia stato più pro palestinese che anti israeliano. Eppure, anziché incarnare un gesto di compassione e di umanità verso il popolo che aveva voluto aiutare, il suo ultimo viaggio diventa simbolo dell'odio e del rifiuto verso coloro che considerava nemici". La madre di Vittorio Arrigoni ha respinto questo appello. Qualunque forza abbia animato la vita di Arrigoni, certamente il suo assassinio è stato il frutto dell'odio e dell'intransigenza. Trasformare ora la sua bara in un simbolo di ulteriore odio e intransigenza non può che aggiungere dolore e lutti ai tanti già esistenti. Anna Foa, storica http://www.moked.it/



Arrigoni, non chiamatelo pacifista invitava quanti avessero in casa dei cani a ''sguinzagliare le bestie eroiche contro i coloni''
Per favore, non chiamatelo pacifista. Vittorio "Vik" Arrigoni, il cui rapimento e la morte improvvisa e violenta hanno scioccato il Paese era un attivista, non un pacifista. Ammetterlo non significa sminuirne l'impegno, il coraggio, l'onestà. Il pacifismo, infatti, non fa distinzioni, non odia una parte a favore di un'altra. Il pacifismo - ammetterete - è un'altra cosa. Vittorio, invece, era un attivista pro-Palestina, uno che ad Israele (come a Saviano) non le mandava certo a dire, anzi, odiava a tal punto lo Stato ebraico da invitare quanti avessero in casa dei cani a "sguinzagliare le bestie eroiche contro i coloni" o chiedere di spedirgli urgentemente della "kriptonite antisionista", oppure, ancora, sottolineava come "disgustoso è sinonimo di sionista". Sul suo blog, Arrigoni scriveva di non aver mai letto autori favorevoli al dialogo con i palestinesi, come Amos Oz e Abraham Yehoshua, definendo le loro pagine "sporche di sangue". Per non parlare della nota che scrisse su Facebook condividendo il messaggio "Vietato l'ingresso a cani e israeliani": "Sarò eccessivo - scriveva Vik - ma se i palestinesi non possono uscire, perchè agli israeliani deve essere concesso entrare???". Adesso la madre di Vik chiede che il corpo del figlio non transiti neppure per pochi minuti dall'aeroporto di Israele. Una volontà che cozza contro qualsiasi reale intenzione - anche simbolica - di pacifismo e dialogo tra le parti. Per certi aspetti un'occasione mancata. Qui non si vuole affermare la ragione o il torto tra i due Stati ma semplicemente evidenziare una distorsione tutta mediatica.....18 aprile 2011 http://www.dirittodicritica.com/






Chiesa di Betlemme




Vittorio Arrigoni odiava Israele, c’è un’ampia documentazione che abbiamo letto con scrupolo. Ecco perché non era un pacifista. E’ stato definito così per la solita corruzione mediatica che altera l’identità degli individui dopo la morte. Chi combatte sotto la bandiera della pace odia la violenza e il sopruso. Odia i soldati e le armi. Non odia un intero paese, un popolo fatto anche di bambini che vanno a scuola, di persone che vivono normalmente, quando possono, di giorni pieni di relazioni e volti umani. Un pacifista tenta di “mettere pace”, ascoltando le ragioni contrapposte delle fazioni in armi. Cerca la mediazione, il senso comune.19 APRILE 2011 http://www.livesicilia.it/



Pacifisti ingenui
Si dice che tutti i morti ammazzati siano degni di rispetto e ossequio. Vero a parole, falso nei fatti. Esempio dell’ultima ora: dopo due settimane di agonia causa razzo sparato da Hamas su un autobus israeliano, muore un ragazzo ebreo di sedici anni, i media internazionali liquidano la notizia con quattro parole; un membro di Hamas viene ammazzato dai colleghi salafiti di Al Qaeda, e gli organi di informazioni planetari sbattono la notizia in prima pagina manco si trattasse dell’omicidio del presidente degli Stati Uniti. Evidentemente, per certa informazione, vale di più un attivista palestrato addobbato con piercing e tatuaggi, che un anonimo ragazzo sconosciuto. “Nonostante” il pacifista italiano Vittorio Arrigoni fosse un conclamato fiancheggiatore dell’organizzazione integralista islamica Hamas, i media, sorvolando sull’odio che nutriva nei confronti di Israele, l’hanno dipinto come un candido senza macchia da santificare tout court. Più che intentare ridicoli processi di beatificazione, intellettuali ed opinion maker avrebbero dovuto spiegare alla galassia pacifista che l’ignoranza e l’ingenuità sono armi a doppio taglio che se usate impropriamente possono rivelarsi mortali. Se il logorroico presidente Napolitano, anziché onorare post mortem Arrigoni, lo avesse preventivamente ammonito che gli adoratori della mezza luna, pur di distruggere lo stato di Israele sono capaci di servirsi di qualsivoglia carne da macello disponibile sulla piazza (meglio se occidentale e infedele) e gli avesse fatto presente che la maggioranza degli islamici considera l’esibizione di tatuaggi e piercing una bestemmia contro il cielo e contro Allah, probabilmente il dipendente di Hamas avrebbe potuto salvarsi. Ma tant’è, fin che in Italia i media continueranno a rimanere controllati da un establishment progressista filo islamica che fiuta complotti sionisti a destra e a manca, l’integralismo islamico continuerà a usare gli immacolati velleitari occidentali alla stregua di un cleanex usa e getta. 18/04/2011 Gianni Toffali - Verona http://www3.varesenews.it/



Aereo addestratore avanzato per aeronautica Israele: in estate richiesta per le proposte

(WAPA) - Secondo quanto riportato oggi da "Flight International", sembra che il governo di Israele abbia deciso di emettere nell'estate del 2011 una Rfp, request for proposal, richiesta di proposta, per la partecipazione alla gara per un aereo addestratore avanzato con cui sostituire gli ormai datati Douglas A-4 Skyhawk. nell'equipaggiamento della propria aeronautica militare. Il velivolo prescelto, la cui vittoria sarà comunicata all'inizio del 2012, dovrebbe essere acquistato da una joint-venture costituita da Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. In gara, riporta il sito americano, sarebbero l'aereo da addestramento militare transonico Alenia Aermacchi M-346 Master e l'addestratore avanzato T-50 di Kai, Korea Aerospace Indutries. Il primo, un'evoluzione del prototipo Yakovelv-Aermacchi 130, risale al 2004 ed è attualmente in dotazione all'AMI, Aeronautica militare italiana. Per promuoverlo come vincitore della gara, riporta ancora "Flight International", Alenia starebbe puntando soprattutto alla caratteristica del doppio motore del velivolo, che gli conferirebbe una maggiore sicurezza e durata in volo. Il T-50 Golden Eagle è infatti un addestratore avanzato monomotore, progettato da Kai in collaborazione con Lockheed Martin, il cui primo volo è avvenuto nel 2002. Molto recentemente, questi velivolo sono stati scelti anche dall'Indonesia come aerei addestratore (vedi AVIONEWS).http://www.avionews.it/



Verso Pesach, preparativi per la Pasqua ebraica in Israele
In preparazione della festa ebraica di Pesach, che ricorda l’esodo e la liberazione del popolo israelita dall’Egitto, gli ebrei religiosi rispettano la tradizione di eliminare dalla propria casa tutto ciò che contenga delle tracce di lievito: è la chametz che nella settimana di Pesach proibisce il cibo lievitato e contenente frumento, orzo, avena, spelta: se pane, pasta biscotti e torte sono avanzati nella dispensa, vengono buttati nel fuoco. E tutta la casa viene ripulita dalle briciole. Gli utensili usati per cucinare o le stoviglie usato per mangiarli vengono fatti bollire. Per la festa della Pasqua viene appositamente preparato il pane azzimo, o matzah, con farina di cereali e acqua, senza lievito. Pesach inizia il quindicesimo giorno del mese di Nissan - che coincide solitamente con il mese di aprile - ed è chiamata anche Festa della Libertà, a ricordare la fuga che condusse dalla schiavitù alla libertà, e come tale viene invocata nelle preghiere, a simboleggiare la redenzione spirituale e fisica e l’aspirazione dell’uomo ad essere libero. 18 Aprile 2011
In questa fotogallery, ecco un viaggio fotografico tra gli ebrei ortodossi impegnati nei preparativi per la Pasqua ebraica, tra Gerusalemme e Tel Aviv :
http://blog.panorama.it/foto/2011/04/18/verso-pesach-preparativi-per-la-pasqua-ebraica-in-israele/




Minore il supporto dei palestinesi ad operazioni militari contro Israele
Lunedì 18 Aprile 2011 http://www.focusmo.it/Cala il numero dei palestinesi convinti che sparare missili da Gaza contro Israele aiuti la loro causa. Il dato è emerso da uno studio diffuso ieri del Centro di comunicazione e media di Ramallah, che mette a confronto le cifre di oggi con quelle di un’analoga indagine del 2009. Il risultato mostra come, in generale, il supporto dei palestinesi a «ogni tipo di operazione militare» contro lo Stato ebraico sia notevolmente diminuito, e nello specifico sottolinea che il lancio di ordigni contro il territorio israeliano ha oggi la metà dei fautori rispetto a due anni fa. Stando al sondaggio, dall’ultima guerra di Gaza (2008-2009) «la percentuale di palestinesi che si oppone ad attacchi militari contro Israele è cresciuta dal 38.1 per cento del gennaio 2009 a 51.8 per cento dell’aprile 2011». Mentre nello stesso periodo il numero di sostenitori degli attacchi «si è ridotto dal 53.3 per cento al 37.1 per cento attuale». Il lancio di razzi è stato indicato tra le tipologie di aggressione meno popolari. Due anni fa «il 50.8 per cento dei palestinesi reputava che fosse utile»; oggi invece questa percentuale «si è ridotta a 25.4 per cento, mentre il 37.3 per cento degli intervistati è convinto che, al contrario, queste aggressioni danneggino i loro interessi nazionali». Prevedibilmente, sull’argomento le opinioni pubbliche palestinesi di Gaza e Cisgiordania sono divise. Se nei Territori la via militare piace ormai solo a una minoranza, nella Striscia ottiene ancora il consenso del 45.5 per cento degli abitanti.



Nel Medioriente spaesato ora Israele cambia ruolo
Ieri sera gli ebrei nel mondo (col dovuto anticipo o ritardo del tramonto del sole a seconda dei fusi orari) hanno celebrato il «seder», la cena pasquale che ricorda l’uscita degli israeliti dalla schiavitù d’Egitto, la fine del faraone, l’attraversamento miracoloso del mar Rosso e l’inizio della lunga marcia ebraica verso la Terra promessa. Sono avvenimenti che nell’epoca razionalista del diciannovesimo e parte del ventesimo secolo erano relegati alla leggenda e alla sola tradizione religiosa. Quest’anno riaffiorano nella coscienza individuale e collettiva ebraica con un simbolismo religioso carico di significato politico. Nel caso di Israele, diventato fulcro nolente o volente dell’ebraismo, il «seder» è occasione di ripensamento meno di un passato «miracoloso» che di un presente «straordinario». La rivoluzione araba continua in maniera sempre più violenta e sempre meno «gelsominica» a scompigliare regole di un gioco politico, sociale ed economico che parevano immutabili. Una prima regola infranta è quella che stabiliva che nel Medio oriente non si può fare la guerra senza l’Egitto o la pace senza la Siria. Non è più valida perché l’Egitto non è più in grado di fare guerre e la Siria di fare la pace. Né con Israele né con gli altri paesi della regione. Una seconda regola infranta è quella che fissava nella questione palestinese il centro dei conflitti locali e internazionali. Solo il presidente Obama, una diplomazia Onu impotente e gli intellettuali sinistroidi in Europa continuano a crederci. Nel mondo arabo-islamico dove la gente e i governi hanno altre questioni da pensare, la questione palestinese non sembra avere più molti sostenitori. È tuttavia ancora radicata in Israele dove continua a condizionare molti politici israeliani. Esitano a riconoscere le dittature arabe, anche quelle che mantenevano come l’egiziana rapporti con Israele alimentavano aggressive forme di anti sionismo e anti semitismo. La loro caduta può invece offrire allo stato ebraico grandi opportunità se correttamente comprese e sfruttate. Una terza regola infranta era quella che sosteneva che salvo qualche tecnica agricola innovatrice, nulla era esportabile dal Israele ai suoi vicini. Chi segue i blog di giovani arabi si accorge di quanto grande sia l’interesse per i successi economici e tecnologici israeliani. Si accorge anche del modo in cui la popolarissima tv al Jazira insiste a pubblicizzare la maniera in cui la giustizia israeliana tratta i politici coinvolti in scandali: prigione per l’ex presidente dello stato e per un ministro delle finanze; licenziamento di un capo di stato maggiore per l’allargamento illegale di mezzo ettaro di terreno accanto alla sua casa di campagna; punizione di poliziotti corrotti; rifiuto del parlamento di cedere alle pressioni delle lobby economiche sullo sfruttamento delle fonti energetiche recentemente scoperte. «Vedete - è il messaggio implicito che Al Jazira invia quasi quotidianamente - come il nostro nemico tratta i suoi leader corrotti». In altre parole - e questa sembra essere la quarta legge infranta - si ha l’impressione che almeno nell’ambiente giovanile e universitario arabo si tenti con estrema cautela, a discutere l’idea eretica, che Israele potrebbe essere un modello di sviluppo da imitare piuttosto che da distruggere. Questa non è certo la posizione dei Fratelli musulmani, delle vecchie élite asseriste e neppure dei generali che da queste rivolte hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare. Ma il fatto che non si brucino più bandiere israeliane nelle piazze arabe, che in qualche blog e facebook l’idea cominci a circolare e che nessuno osi più addossare la responsabilità di ciò che avviene al Mossad è una novità da non sottovalutare. Non giustifica ancora l’ottimismo. Ma dovrebbe incominciare a calmare da ambo le parti reazioni pavloviane di paura, ignoranza e disprezzo reciproco. Ricordando che anche nel Medio oriente (come nel resto del creato) non c’è nulla di permanente se non l’impermanenza. di Vittorio Dan Segre,19 aprile 2011 http://www.ilgiornale.it/