sabato 10 novembre 2012

Babbuino “adotta” gattino: per amore o per rubargli il cibo? 

ISRAELE – Un gattino è stato adottato da un babbuino. E’ successo in uno zoo israeliano, come ha scritto il sito della Abc.Il micio, quando era ancora molto piccolo, è arrivato per caso nella gabbia del babbuino. Il primate non ci ha pensato su due volte e ha adottato il micio.Da allora i due sono inseparabili. Il babbuino accudisce il gatto come se fosse un suo figlio. E guai a chi prova a toccarglielo.Eppure, alcuni maligni sostengono che il babbuino lo faccia solo per interesse. Infatti, dicono, sarebbe stato visto mentre rubava il cibo al gatto. Sarà vero? (Foto e video) http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/babbuino-gattino-zoo-israele-foto-video-1390356/

Crumble alle prugne rosse

Ingredienti:per il ripieno:800 gr di prugne rosse 50 gr zucchero di canna 1 limone non trattato.Per la pasta:150 gr burro 300 gr farina oo 130 gr zucchero di canna 50 gr di mandorle in polvere 1 cucchiaino di cannella 1 uovo 1 bustina vaniglina 1 bustina lievito
Preparazione:Lavare, asciugare e snocciolare le prugne, metterle in una ciotola con lo zucchero e la scorza grattugiata di 1 limone non trattato. Lasciare riposare 1 ora mescolando di tanto in tanto.Nel frattempo preparare la pasta.In una ciotola mettere la farina, lo zucchero, la cannella le mandorle in polvere e il burro ammorbidito: lavorare gli ingredienti con la punta delle dita fino ad ottenere delle briciole di media, grossa dimensione.Imburrare una pirofila da forno non troppo bassa, cospargere con 2-3 cucchiai di zucchero, versare dentro le prugne e ricoprire con la pasta frolla.Infornare per circa 40 minuti a 180 .Il crumble é pronto quando la superficie diventa dorata e croccante. Servire il crumble tiepido.http://incucinaconmonica.blogspot.it/




Torta-Mousse al Cioccolato
 Ingredienti per 4 persone:360 gr di cioccolato fondente acqua qb 3 cucchiai di caffè solubile 100 gr di burro 4 uova sale. per la glassa 40 gr di cioccolato fondente acqua qb Procedimento:Sciogliere il cioccolato in un pentolino con il caffè solubile stemperato in un goccio d'acqua.Quando il cioccolato è fuso, aggiungere il burro e scioglierlo.Fuori fuoco aggiungere 4 tuorli alla crema di cioccolato, mescolando bene.Trasferire la crema in una ciotola a raffreddare.Montare a parte gli albumi con un pizzico di sale, poi incorporarli alla crema di cioccolato mescolando delicatamente dal basso verso l'alto.Trasferire il composto in uno stampo da plumcake rivestito di carta forno.Mettere a riposare per una notte in frigorifero a solidificare.Per la glassa fondere il cioccolato con un po' d'acqua.Sformare la torta-mousse e ricoprirla con la glassa la cioccolato.Completare con una spolverata di cacao.http://imenudibenedetta.blogspot.com/

...................e parlando di militari......................

Incursori della Marina per rafforzare i legami con Israele 

MESSINA -  Blitz in Israele dei reparti d’élite della Marina militare italiana. Dal 3 all’8 novembre, nelle acque prospicienti la città di Haifa, si è tenuta la prima edizione dell’esercitazione bilaterale Rising Star 2012 a cui hanno partecipato i palombari artificieri del Gruppo operativo subacquei del COMSUBIN (Comando Subacquei ed Incursori) di La Spezia e i Divers (specialisti sommozzatori) della Marina israeliana.Obiettivo dell’addestramento, il “contrasto della minaccia costituita dagli ordigni esplosivi improvvisati (Improvised Explosive Devices)”, attraverso la “bonifica a bordo delle unità navali e subacquee”.“Le minacce terroristiche o i fenomeni di pirateria stanno portando le Forze di sicurezza ed in particolare le Marine militari dei paesi occidentali a studiare assetti e procedure efficaci”, ha spiegato il Comando italiano nel comunicato di presentazione della missione in Israele. “L’intervento sugli IED a bordo delle unità navali, necessita di un continuo addestramento, materiali specifici e tecnologicamente moderni, ma soprattutto operatori altamente specializzati”. Come i sub italiani e gli omologhi israeliani, operativi da tempo nei principali teatri di guerra internazionali. A partire dagli anni ’90, ad esempio, i reparti del COMSUBIN di La Spezia sono intervenuti nei Balcani e in Albania, in Corno d’Africa, Rwanda, Libano e Golfo persico.Prima dell’esercitazione navale ad Haifa, a fine 2011 le forze aeree di Italia ed Israele avevano dato vita a due importanti attività addestrative, la prima in Sardegna (nome in codice Vega) e la seconda nel deserto del Negev (Desert Dusk). Durante i war games furono simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed “Eurofighter” e “Tornado” dell’Aeronautica italiana e bombardati bersagli fissi e mobili nei poligoni militari.Rising Star 2012 ha preso il via una decina di giorni dopo il terzo vertice intergovernativo italo-israeliano di Gerusalemme, a cui hanno partecipato, tra gli altri, il primo ministro Mario Monti e ben sei ministri del suo esecutivo. “L’Italia e Israele sono unite da un legame speciale ed oggi stiamo ponendo le basi per intensificare ulteriormente questa collaborazione e, allo stesso tempo, per avviarla in nuovi settori”, ha spiegato il professore Monti al termine del colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Diversi gli accordi commerciali sottoscritti; tra i più importanti quelli in vista del “rafforzamento e la promozione della collaborazione sul fronte delle imprese innovative start-up e, più in generale, dell’hi-tech”, come si legge nel memorandum finale. All’orizzonte ci sono poi gli investimenti finanziari nel settore delle grandi infrastrutture (come ad esempio il collegamento ferroviario dal Mar Rosso al Mediterraneo) e, immancabilmente, per la cooperazione, la ricerca, lo sviluppo e la produzione nel settore militare.Il 2012 è stato un anno chiave nelle relazioni tra i complessi militari industriali dei due paesi. A febbraio, il governo di Israele ha ufficializzato l’accordo preliminare per l’acquisto di 30 caccia-addestratori M-346 “Master” di Alenia Aermacchi (Finmeccanica). I velivoli saranno assegnati alle Tigri volanti del 102° squadrone dell’aeronautica militare; oltre alla formazione dei piloti e al supporto alla guerra elettronica, essi potranno essere utilizzati per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Il giro di affari della commessa si attesta intorno al miliardo di dollari ma comporterà per l’Italia una contropartita altrettanto onerosa. Tel Aviv, infatti, ha imposto che le forze armate italiane si dotino di un satellite elettro-ottico di seconda generazione “Ofeq”, prodotte dalle industrie israeliane IAI ed Elbit (costo 200 milioni di dollari) e di due velivoli di pronto allarme (Early warning and control - AEW&C) “Gulfstream 550” con relativi centri di comando, controllo e sistemi elettronici avanzati delle aziende IAI ed Elta Systems (800 milioni circa).Nel corso dell’anno, l’Aeronautica italiana ha pure deciso di dotare i propri elicotteri EH101 e gli aerei da trasporto C27J “Spartan” e C130 “Hercules” con un nuovo sistema di contromisure a raggi infrarossi, denominato “Dircm - Directional infrared countermeasures”, che sarà co-prodotto da Elettronica Spa di Roma e dall’israeliana Elbit. “Con il Dircm, l’Aeronautica militare sarà la prima forza armata europea a dotarsi di un sistema con tecnologia non americana per la difesa dai missili che possono essere lanciati con sistemi a spalla e che rappresentano una delle minacce più pericolose in fase di decollo ed atterraggio”, spiegano al Ministero della difesa. Venticinque milioni e mezzo di euro la spesa, con consegne che saranno fatte entro la fine del 2013. E sempre dal prossimo anno, i missili israeliani aria-terra a corto raggio “Spike” armeranno gli elicotteri d’attacco AW-129 “Mangusta” di AugustaWestland, altra azienda di punta del gruppo Finmeccanica. Tel Aviv farà la guerra con il made in Italy, noi la faremo con le armi d’Israele.http://www.dazebaonews.it/

Israele: ambasciatore Talo' da italiani citta' colpite razzi

(ANSAmed) - TEL AVIV, 9 NOV - La solidarieta' ai civili italiani ed israeliani esposti al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza e' stata portata dall'ambasciatore italiano in Israele Francesco Maria Talo' in visita in alcune citta' del sud di Israele.Talo' ha incontrato i rappresentanti delle comunita' italiane di Sderot, Beer Sheva, del Kibbutz Ruhama, di Ashkelon ed Ashdod: a loro ha manifestato l'attenzione del governo italiano per le sfide alla sicurezza che affrontano "a causa dell'azione di milizie estremiste operanti a Gaza".Dopo l'incontro con il sindaco di Sderot, la citta' piu' colpita da razzi e colpi di mortaio in arrivo da Gaza, Talo' ha discusso con il sindaco di Beer Sheva "possibili iniziative" di cooperazione tra la "capitale del Neghev" e l'Italia, in particolare nel settore scientifico, delle start-up, e della promozione della lingua e della cultura italiane.La visita si e' conclusa con un sopralluogo alle nuove aree agricole create dal Keren Kayemeth, Fondo Nazionale Ebraico, anche con finanziamenti di cittadini italiani.

Golan: l''ultimatum di Israele ad Assad, "ci difenderemo"

(AGI) - Roma, 9 nov. - Il conflitto siriano, che da tempo sta gia' generando tensioni con la Turchia, rischia di accendere una pericolosa scintilla anche con Israele. Per la prima volta il governo dello Stato ebraico ha lanciato un avvertimento a Bashar al-Assad a causa dei proiettili esplosi nelle battaglie con i ribelli, che per errore cadono sulle alture del Golan, la regione montuosa strappata da Israele proprio alla Siria nella guerra dei Sei giorni, nel 1967. "Il regime siriano e' responsabile di cio' che sta avvenendo lungo il confine", ha detto il vicepremier Moshe Yaalon in un comunicato. "Sapremo come difendere i cittadini dello Stato di Israele e la nostra sovranita'", ha aggiunto minaccioso.Intanto prosegue l'esodo di massa verso la Turchia, che ospita ormai 120mila siriani. E si registra anche la piu' ingente diserzione di massa avvenuta da molti mesi: la notte scorsa hanno varcato il confine 8mila persone, tra le quali 26 ufficiali dell'Esercito, due generali, undici colonnelli, due tenenti colonnelli, altrettanti maggiori, quattro capitani e cinque tenenti. Hanno attraversato il confine con la provincia turca di Hatay, nell'Anatolia meridionale, insieme alle rispettive famiglie e a decine di soldati di fanteria, per un totale di 71 persone.In una intervista in tv Bashar al-Assad ha affermato che "se un presidente deve restare o andarsene e' una questione che riguarda il popolo, e l'unico modo in cui la si puo' decidere e' per mezzo delle urne elettorali". Il presidente siriano ha anche sparato a zero contro il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, uno degli statisti piu' ostili al suo regime, liquidandolo come un megalomane che si crede "il nuovo sultano ottomano" e "un califfo", ansioso di dominare l'intero Vicino Oriente e disposto a favorire i Fratelli Musulmani pur di rimanere in sella, lui che guida un partito flo-islamico."Erdogan di se' pensa di essere il nuovo sultano dell'Impero Ottomano", afferma il presidente siriano, "e di poter controllare la regione come avveniva appunto nell'Impero Ottomano, ma sotto un nuovo ombrello. Dentro di se'", rincara la dose Assad, "si sente un califfo". Una manciata di chilometri a sud di Damasco un'autobomba ha ucciso almeno quattro persone, mentre nel nord al confine con la Turchia almeno 25 membri delle forze di sicurezza di Assad sono morti in un attacco dei ribelli.http://www.agi.it/

 


La provocazione di bambini palestinesi a soldati israeliani:

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=5sxqsmv0T1A

venerdì 9 novembre 2012

Israele, pozzo neolitico del mistero

È stato un incidente o si è trattato forse di un omicidio? Questo il "mistero" - datato al neolitico - che appassiona gli archeologi israeliani da quando hanno scoperto nella Valle di Jezrel (nella Galilea del sud) un pozzo risalente a circa 8.500 anni fa che, nel fondo, cela gli scheletri di una ragazza di 19 anni e un uomo più anziano, anche loro dell'epoca. Come ci siani arrivati e perché, se sono rimasti intrappolati o buttati dentro e per quale ragione, è quanto si domandano gli esperti, forse più attratti da questo risvolto che dalla scoperta stessa del pozzo.Per ora domande rimaste senza risposta: "L'unica cosa certa è che per molto tempo dopo la caduta dei due sconosciuti - racconta Yotam Tepper, direttore degli scavi per conto della Direzione delle Antichità israeliane - il pozzo è stato fuori uso a causa della contaminazione dell'acqua. I cadaveri nel fondo l'avevano resa non potabile".Al di là del "giallo", il pozzo rappresenta di per sè una scoperta di grande rilievo per l'archeologia israeliana e probabilmente in generale per la conoscenza del mondo preistorico. Ora sarà messo in esposizione, così come i diversi reperti trovatinel corso delle ricerche. http://www.cdt.ch/

A Moretta, Israele incontra l’Italia dei formaggi




Si è appena concluso all’Agenform - Istituto Lattiero – Caseario e delle Tecnologie Agroalimentari di Moretta - un ciclo di sei lezioni sul tema della caseificazione artigianale, cui ha preso parte un gruppo di uomini e donne provenienti da Israele.L’idea di organizzare questo corso è nata dalla volontà, manifestata dai partecipanti, di approfondire quelle che per loro erano conoscenze possedute soltanto a livello elementare sul tema della caseificazione: gli ospiti non erano digiuni di nozioni sull’argomento (ciascuno di loro proveniva da un background molto ricco di esperienze di produzione di formaggi a livello familiare) ma era necessaria una breve esperienza formativa che desse loro la possibilità di praticare “l’arte casara” secondo tecniche moderne e all’avanguardia. La sede Agenform morettese – la cui storia vanta un’ormai ventennale esperienza nell’ambito di corsi di formazione in ambito agroalimentare – è stata quindi identificata come struttura ideale e idonea per fornire a queste persone conoscenze precise e mirate sulla produzione e commercializzazione dei prodotti lattiero-caseari.  Le lezioni, tenute dal docente  e responsabile dell’Istituto Guido Tallone, sono state accolte con entusiasmo dagli allievi, i quali hanno avuto modo di affiancare agli insegnamenti frontali attività pratiche svoltesi nel “caseificio didattico”, dove si sono svolte prove di lavorazioni di alcuni prodotti tipici del nostro territorio: mozzarella, ricotta, tomino fresco.Il corso si è inoltre proposto di offrire ai partecipanti nozioni di marketing: dal momento che Israele è un paese che sta investendo molto sulla lavorazione di formaggi - biologici e di capra - e sulla nascita di piccoli caseifici (delle moderne kibbutz), è sembrato utile concedere agli studenti la possibilità di vedere e apprendere come avvengono in Italia la commercializzazione e la relativa promozione dei prodotti di azienda agricola.L’esperienza appena conclusasi ha avuto il merito di scrivere le battuti iniziali di un dialogo – che si spera possa proseguire positivamente e in modo analogo magari anche in Israele – tra due realtà con tradizioni culturali e alimentari diverse, ma non poi così distanti.http://www.targatocn.it/

Israele:Livni,Peres fermi Netanyahu

(ANSA) - TEL AVIV, 9 NOV - Pressioni insistenti vengono esercitate nei confronti di Shimon Peres (89 anni) da esponenti di forze centriste affinche' si dimetta dalla carica di Capo dello Stato e si presenti alle elezioni politiche del gennaio 2013 alla guida di una coalizione che sbarri la strada al Likud di Benyamin Netanyahu e all'estrema destra. La notizia viene confermata oggi da Haaretz secondo cui fra quanti premono su Peres affinche' torni alla politica attiva c'e' la ex-leader di Kadima Tzipi Livni.

Dialogo ebraico-cristiano, l’ombra dei lefebvriani

PORTE aperte ai lefebvriani, ma nessun avallo alle loro posizioni antisemite. La Santa sede prova a driblare  i timori di un cammino a ritroso sul viale del dialogo ebraico-cristiano dopo il ritorno di fiamma tra il Vaticano e la Fraternità di San Pio X. Per la verità, la tanto attesa risposta dei tradizionalisti al preambolo dottrinale, stilato da Roma come conditio sine qua non per il rientro nella Chiesa, tarda ancora ad arrivare. E le esternazioni del neo prefetto di Doctrina fidei, monsignor Gerhard Mueller, fanno salire la bile a chi spinge per la fine dello scisma. Eppure, qualche giorno fa, una nota della commissione Ecclesia dei, la stessa incaricata di condurre il dialogo a destra, ha rimesso in carreggiata il faccia a faccia: la Chiesa non incalza la Fraternità, che, a settembre, ha chiesto ancora tempo per rispondere, e invoca pazienza e fiducia nel buon esito del confronto.Come a dire che la pace si farà, non si sa quando, ma si farà. La vuole il papa che sulla ricomposizione della frattura, almeno in parte, si gioca la riuscita del suo regno. Benedetto XVI ci ha messo la faccia, liberalizzando la messa tridentina, revocando la scomunica ai vescovi lefebvriani e riannodando i fili del dialogo dottrinale con i tradizionalisti. Tante, troppe, discusse concessioni che per ora hanno alimentato solo uno snervante tira e molla tra Roma ed Econe.I nodi del dibattito sono al pettine già tempo, dal dialogo interreligioso al rapporto con l'ebraismo, dall'ecumenismo alla libertà religiosa. In sostanza, in discussione c'è l'autorità del Concilio Vaticano II. Ma è soprattutto sul legame con il popolo di Israele che la Santa Sede sente l'urgenza di rassicurare chi, nel rientro dei lefebvriani, scorge il rischio di una pesante marcia indietro.Nostra aetate
 - la Magna carta per i cattolici del dialogo con il popolo di Israele, ndr - non è minimamente rimessa in discussione dal magistero della Chiesa, come il papa stesso ha più volte dimostrato, con i suoi discorsi, i suoi scritti ed i suoi gesti personali nei confronti dell'ebraismo; un riavvicinamento con la Fraternità  sacerdotale San Pio X non significa assolutamente che le posizioni di detta Fraternità vengano accettate o appoggiate>. Ad affermarlo è il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani, intervenendo alla plenaria della Commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo - organismo dello stesso dicastero -, svoltasi nei giorni scorsi in Vaticano.Il pericolo che, una volta ricucito lo strappo, nella Chiesa si riaffacci un certo antisemitismo è tutt'altro che remoto. Lo sanno bene anche in Santa Sede, dove, come negli episcopati dell'Europa centrale, non mancano le voci critiche su un'intesa con i tradizionalisti. A fine ottobre ha fatto notizia l'espulsione dalla Fraternità del vescovo negazionista, monsignor Richard Williamson. Poteva essere un segnale di svolta per l'avvio di una nuova fase con i fratelli maggiore nella fede.E, invece, ci ha pensato un comunicato del distretto italiano dei lefebvriani a dare il giusto peso alla vicenda: . Più chiaro di così... La Chiesa cattolica può ancora permettersi il lusso di illudersi?Giovanni Panettiere, http://blog.quotidiano.net/


«Basta feste: design è duro lavoro»

Designer, architetto, artista, filmaker. È difficile definire il talento creativo dell'israeliano Arik Levy, che a 27 anni (oggi ne ha 49) lascia a Tel Aviv un ufficio di design grafico e un negozio di surf per trasferirsi in Svizzera, poi in Giappone e infine a Parigi, dove oggi vive e ha il suo studio. Caratterizzati da una forte componente sperimentale, i suoi lavori trovano in prestigiosi musei come nelle case borghesi, attraverso oggetti e mobili realizzati per marchi come Vitra, Baccarat, Molteni&C, Zanotta, Ligne-Roset.............
 http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/arredamento-casa/2012-11-06/basta-feste-design-duro-200135.php?uuid=Ab5Asg0G


Cronaca di un’intervista poco ordinaria. Per il protagonista, Tomer Hemed, israeliano di Haifa, e per le circostanze: ci siamo parlati e guardati via Skype, e non eravamo soli. Nel salone di casa Hemed c’era una donna, che non si è fatta vedere ma ha partecipato attivamente. Madre, sorella, fidanzata, amica? Non c’è stato rivelato ma poco importa. La donna interveniva, in ebraico o in inglese, quando Tomer tentennava. Che si trattasse di questioni sociopolitiche, calcistiche o di un termine in inglese che non arrivava, lei aveva le idee chiare e la parola pronta.Cominciamo dalla famiglia. Come mai ha anche il passaporto polacco?“Perché i genitori di mia madre da li sono arrivati in Israele. Il nonno ha combattuto contro la Germania, è stato ferito e in ospedale ha conosciuto la nonna. Mia madre è nata in Polonia, poi tutti insieme si sono trasferiti in Israele”.Lei è di Haifa.“Una città tranquilla nella quale convivono arabi ed ebrei, dove non senti quasi le tensioni che caratterizzano la vita in altre città israeliane. Si vive bene”.Quando da ragazzino ha cominciato a giocare, lo faceva solo con ebrei o per strada, al parco, o dove giocava c’erano anche arabi?“Chiaro. Nella squadra dove sono cresciuto c’erano diversi arabi, ed erano amici miei. E lo stesso è avvenuto poi al Maccabi Haifa: ci sono sempre stati giocatori arabi, e ora di più. In generale, dico due cose: i problemi sono nelle zone di confine, il resto d’Israele vive una realtà più distesa; e in Israele il calcio può essere considerato una specie d’isola felice all’interno della situazione di conflitto. Ci sono squadre arabe in campionato, abbiamo arabi in nazionale. Il calcio è sempre stato un veicolo d’integrazione e di distensione, col calcio nascono amicizie e ci si conosce meglio”.
E cosa ha pensato leggendo le grandi polemiche sorte intorno alla presenza di Gilad Shalit, il soldato israeliano, all’ultimo Clasico?“Personalmente vedere Gilad Shalit alla partita mi ha fatto piacere, è stata una bella cosa. Perché è stato 5 anni imprigionato fuori da Israele, senza la famiglia, senza nessuno. È stato male, a lungo. Gli piace lo sport, gli piace il calcio, mi è sembrato un bel gesto portarlo a vedere la partita”.La cosa però nel mondo palestinese non è piaciuta, ne è nato un caso politico.“Sinceramente non vedo perché la cosa sia diventata un problema. Questa è una persona che ha passato 5 anni molto brutti, perché non dargli qualcosa di speciale? Non penso fosse necessario aggiungere altro, appiccicare alla cosa un significato politico. È stato un bel gesto e basta”.
Non tutti sono contenti del fatto che Israele ospiterà il prossimo Europeo Under 21.
“In Israele c’è grande attesa, è la prima volta che ci danno un grande torneo e vedrete, sarà una bella manifestazione. È importante per il nostro Paese”.Sarà pericoloso?“Io penso che in Europa si tenda a guardare verso Israele con timore eccessivo, distorcendo la realtà. È chiaro che vicino al confine ci sono problemi, tensioni e conflitti, è pericoloso. Però nel resto del Paese non ti accorgi di nulla, pensi che tutto sia normale come nel resto del mondo. Non è che noi israeliani ci svegliamo ogni giorno pensando che succederà qualcosa di brutto. Si, ci sono città che sfortunatamente vivono con la sensazione del pericolo costante, dove la gente è preoccupata ma la gran parte del Paese vive diversamente, è tranquilla e sicura. Io sono cresciuto ad Haifa e non l’ho fatto con paura, ho vissuto una vita normale anche se è chiaro che ogni tanto qualcosa è successo, come nel 2006, però non era una questione di tutti i giorni. Io mi sentivo al sicuro. Gli Europei in Israele sono un bel segnale, e sono sicuro che chi verrà se ne andrà con un’opinione diversa del nostro Paese: un posto dove si può vivere, fare turismo e, ovviamente, giocare a calcio”.Torniamo a lei, ha giocato il Viareggio.“Si, due volte col Maccabi Haifa. Nel 2005 siamo arrivati terzi, battendo l’Inter nella finalina, ai rigori. Nel 2007 fuori subito”.Poi ha impiegato un po’ ad emergere.“Quando sono arrivato in prima squadra al Maccabi Haifa abbiamo vinto il campionato, c’era da fare la Champions e c’erano un sacco di giocatori buoni, io volevo giocare, fare esperienza così hanno cominciato a prestarmi”.In tv quando lei era adolescente che campionati facevano vedere? E chi seguiva o tifava?“Facevano vedere tutti i grandi campionati d’Europa. A me piaceva il Manchester United. E come giocatore Ronaldo, il brasiliano”.Posso dire che assomiglia a Van Nistelrooy?“Me lo dicono in tanti, qui in Europa. In Israele invece mi paragonano a Drogba. Bel complimento, mi piace il suo stile”.In Spagna è arrivato grazie a Dudu Aouate, portiere israeliano del Maiorca.“Cercavano un attaccante, Dudu gli ha suggerito di seguirmi e provarmi. È andata bene. Prima stagione difficile per la lontananza dalla famiglia e l’adattamento a un campionato molto più duro di quello israeliano, ora mi sento meglio, sono più tranquillo e le cose girano bene”.
Recentemente è stato in panchina contro la Russia.“Grande squadra. Hanno vinto tutte le partite e Fabio Capello ha fatto un grande lavoro: mi sono sembrati forti, potenti, difficili da affrontare, sono sulla strada giusta”.E voi? Ce la potete fare ad arrivare secondi a spese del Portogallo?“L’obiettivo è quello. Ora che il Portogallo ha perso punti con l’Irlanda del Nord abbiamo una chance ma ovviamente non sarà facile. Sono fortissimi, pieni di campioni. Dobbiamo crederci”.E lei, ‘pichichi’ della zona europea, un sogno?“Più o meno. Diciamo che ho approfittato al meglio le opportunità che mi hanno dato e le partite contro il Lussemburgo. Ora per restare li su ci sarà da lavorare parecchio…”.
 FILIPPO MARIA RICCI,http://deportivolagazzetta.gazzetta.it/

 

Festival Cinema Israele: Kolirin narra horror della routine
 (ANSAmed) - Roma, 7 nov - ''Il mio e' un film horror senza l'horror''. A parlare e' Eran Kolirin, regista israeliano di grido, presente in questi giorni a Roma nell'ambito del Festival del cinema israeliano e di argomento ebraico promosso dall'Istituto Pitigliani. Il suo lungometraggio 'The Exchange', proiettato alla Casa del Cinema, affronta il vuoto esistenziale e la paura di vivere, che quotidianamente viene imbrigliata e mascherata dalla routine. Ad ANSAmed, Kolirin racconta come e' nato questo film, la sua seconda prova alla regia, e anche di come affronta le aspettative di critica e pubblico, altissime dopo il successo internazionale del suo primo lavoro, 'La Banda' (2007). ''Dopo aver girato 'La Banda' ho viaggiato molto: promozione, festival, presentazioni. Mi sono trovato spesso da solo, lontano da casa e ho avuto parecchio tempo per riflettere sulla mia vita e su quali siano per me gli elementi basilari del cinema. L'idea successiva e' stata quella di costruire un film utilizzando questi elementi. 'The Exchange' e' nato cosi'''. Il film narra di Oded, un dottorando in fisica all'Universita' di Tel Aviv, che all'improvviso si rende conto del vuoto della propria esistenza e inizia a sfidare le convenzioni sociali con comportamenti stravaganti e grotteschi. La componente ''horror'' di cui il regista parla e' costituita dalla routine che scandisce la vita di ognuno, e dall'abisso sottostante. ''La nostra esistenza - aggiunge Kolirin - e' costretta e plasmata dall'architettura: il modo in cui una casa e' costruita determina il modo in cui vive chi la abita. Allo stesso modo, se una strada e' dritta, chi la percorre andra' dritto. Ma se si fa un passo indietro e si osserva tutto cio', come fa il mio protagonista, quello che emerge e' la paura di vivere''. Il tono e' molto lontano da quello commovente e un po' buffo di 'La Banda': eppure, ''questi film si assomigliano molto'', assicura Kolirin. ''Io sono la stessa persona, parlo delle stesse cose. I paragoni tra i miei due lavori mi infastidiscono, perche' spesso sono superficiali''. La reazione di pubblico e critica nei confronti di 'The exchange' e' stata duplice. Lo scorso anno, a Venezia il film e' stato accolto da molti applausi, ma anche qualche fischio. Malgrado gli sporadici 'buu', tuttavia, questa seconda opera di Kolirin si iscrive senz'altro in quel filone fortunato del cinema israeliano contemporaneo che negli ultimi tempi sta spopolando in tutte le principali rassegne internazionali. Un fenomeno che il regista, premiato a Cannes e in molti altri festival, spiega come ''una combinazione di due fattori. Da una parte, i film stessi: negli ultimi anni in Israele ne sono stati girati di piu' e inoltre nell'industria cinematografica e' in corso un ricambio generazionale che porta una ventata di freschezza. Dall'altra parte, in Europa il cinema israeliano e' diventato l'ultima moda. Ma questo aspetto e' insidioso: le mode prima o poi passano''.

Voci a confronto

Commenti antisemiti sul blog di Beppe Grillo. La denuncia è di Gad Lerner, preso di mira da alcuni frequentatori del sito con ripetuti incresciosi epiteti a sfondo razziale. “Grillo – scrive Lerner su Twitter – mi dedica nuovamente le sue attenzioni sul blog. Liberissimo, per carità. Gli chiederei solo di cancellare il commento verme ebreo”. I post vengono cancellati, ma restano le polemiche (Messaggero, Mattino).Decisamente superficiale la scelta della redazione di Repubblica che, per titolare l’intervista all’attrice israeliana Hadas Yaron, protagonista dell’attesissimo Fill the Void, inquadra il mondo dell’ortodossia ebraica nella categoria “integralismi”. Intervista sul Foglio a Naor Gilon, ambasciatore dello Stato di Israele a Roma. Vari i punti sollevati dal diplomatico: dai rapporti “eccellenti” con l’Italia ai nuovi rigurgiti di antisemitismo in Europa fino alla minaccia incombente del nucleare iraniano. Di notevole interesse, sul Financial Times, l’analisi di Geoff Dyer sul voto ebraico americano. Un voto che ha registrato un lieve travaso repubblicano ma che, pur con meno slancio di quattro anni fa, resta ancora saldamente democratico. Politica mediorientale, infine: il dittatore siriano Assad rifiuta il salvacondotto, ipotesi ventilata dal premier inglese Cameron, e annuncia di essere pronto a morire a Damasco (Sole 24 Ore). http://moked.it/blog/

Un nuovo museo ebraico a Mosca

Inaugurato a Mosca, alla presenza del presidente israeliano Shimon Peres, un nuovo museo ebraico che ripercorre la storia tumultuosa degli ebrei in terra russa, dai tempi dello zar al presente, passando per le repressioni staliniane e la Shoah. "Non esiste un altro museo come questo", ha detto Peres in occasione dell'apertura in un sito già di per sé d'eccezione: un ex deposito di autobus costruito nel 1926 dall'architetto Konstantin Melnikov. "Questa è una importante testimonianza storica della grandezza dell'uomo, ma anche delle sue debolezze", ha detto il capo dello Stato ebraico, che ha 89 anni ed è nato sul territorio dell'attuale Bielorussia prima che la famiglia emigrasse in Palestina nel 1930.http://www.moked.it/
 


Poche parole nella vita di tutti

 Le Poste Italiane emetteranno il 10 novembre un francobollo da 75 centesimi dedicato a Primo Levi. Chissà quanti tra coloro che lo useranno (il francobollo sarà commercializzato in quasi tre milioni di esemplari) faranno caso alle parole iniziali di Se questo è un uomo che si leggono dietro il ritratto dello scrittore, ma comunque quelle parole entrano simbolicamente a far parte della vita di tutti. Il rapporto tra dimensione individuale e collettiva della memoria è stato uno dei numerosi temi trattati ieri da Mario Barenghi, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l'Università di Milano-Bicocca, nell’annuale lezione organizzata dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi, dal titolo Perché crediamo a Primo Levi? Da ogni Lezione Primo Levi (da questa come dalle tre degli anni precedenti) sono uscita con la gioia stupita di aver scoperto qualcosa di nuovo in testi che credevo di conoscere perfettamente. Una lezione così ricca di idee, suggestioni e spunti per ulteriori riflessioni non può essere riassunta in poche righe. In questo contesto vale la pena di notare, comunque, che alcune di queste suggestioni potrebbero essere sviluppate ulteriormente in ambito ebraico: per esempio, quando il prof Barenghi ha sottolineato la concretezza determinata dall’uso di “questo” (Considerate se questo è un uomo, Considerate se questa è una donna, Meditate che questo è stato, Vi comando queste parole) mi è venuta in mente l’Haggadà di Pesach: “Io faccio questo per quello che il Signore fece a me quando io uscii dall’Egitto”.Anna Segre, insegnante, http://www.moked.it/

La vittoria di Barack Obama alle presidenziali americane è alquanto imbarazzante per quanti in Israele e nella diaspora ebraica hanno svolto un'accanita, amara e perdente campagna di opinione a favore di Mitt Romney. Fra questi, Bibi Netanyahu, il suo grande sostenitore Sheldon Adelson, e una certa parte dalla stampa che si autoproclama filo-ebraica e filo-israeliana. Nonostante l'indubbia erosione nel sostegno elettorale nei confronti di Obama, 69 per cento degli elettori ebrei lo hanno votato (erano il 78 per cento nel 2008). Forse questi ebrei non capiscono nulla del loro paese, gli Stati Uniti, o non capiscono nulla del proprio interesse di ebrei. C'è solo da sperare che il rieletto presidente non sia un tipo vendicativo, altrimenti potrebbe essere grave il danno politico e d'immagine prodotto ai danni d'Israele da chi ha speso una fortuna e non ha risparmiato basse e retoriche analogie a sostegno del rivale repubblicano. A parziale consolazione di costoro: ancora solo quattro anni, e poi Obama se ne andrà a casa. Sergio Della Pergola, univ Gerusalemme,http://www.moked.it/

Voci a confronto

I giornali quotidiani danno ancora molto spazio all’esito delle elezioni americane. Occhi puntati sulle reazioni del mondo alla riconferma del presidente Barack Obama. Pochi sembrano i leader mondiali delusi dalla sconfitta di Romney; tra questi viene annoverato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Alessandro Farruggia, Giorno-Carlino-Nazione). Nonostante il pronto messaggio di congratulazioni inviato da Netanyahu a Obama, circolano voci secondo cui il premier avrebbe imposto a ministri e parlamentari dei partiti di governo di non rilasciare dichiarazioni negative sulla rielezione di Obama (breve sulla Stampa). L’International Herald Tribune pubblica un breve commento del professor Shlomo Avineri della Hebrew University, secondo cui nonostante i disaccordi tra Netanyahu e Obama, la cooperazione tra i due paesi sul fronte della sicurezza non è mai stata così salda e Obama potrà raggiungere risultati importanti sullo scacchiere mediorientale in questo secondo mandato. Che il dossier Medio Oriente risulti il più incandescente tra quelli che si troverà sul tavolo Obama sul fronte della politica estera è quanto spiegato anche da Gilles Kepel su Repubblica. Siria e Iran i fronti più complessi secondo l’analista, il quale auspica che Obama, trattandosi del secondo mandato, possa “affrancarsi dall’influenza delle lobby pro-israeliane”.“La mafia è un reato e chi venisse in piazza a celebrare la mafia sarebbe prontamente fermato. Perché il fascismo invece viene scambiato con un ideale, tollerato e permesso?” A domandarlo è un lettore del Fatto Quotidiano. Furio Colombo ripercorre in risposta gli avvenimenti del funerale di Pino Rauti e auspica una maggiore vigilanzacontro i fenomeni di nuovo fascismo. http://moked.it/blog/

Al via la missione in Israele dei parlamentari italiani

È partita questa mattina alla volta di Israele una delegazione composta da 18 deputati e senatori di diversi schieramenti. La missione, al quarto appuntamento nel corso dell'attuale legislatura, rientra nel quadro delle attività dell'Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele e seguirà un intenso programma di incontri e visite dal grande significato. Ad accogliere la delegazione, questa sera a Tel Aviv, l'ambasciatore d'Italia in Israele Francesco Talò.http://www.moked.it/

Le Stazioni di Vertlib e il suo treno della libertà

“Carissimi, vi scrivo questa lettera, ma spero che quando vi giungerà avrete già ricevuto la notizia della scomparsa di Rahil Solomonovna. Vi esprimiamo le condoglianze nostre e di tutti i parenti e amici, di cui ormai ben pochi sono rimasti... La nonna aveva ottantaquattro anni. Morì nell’autunno del 1993 dopo una lunga malattia e fra grandi sofferenze. La rividi un’ultima volta prima che morisse, in occasione del primo viaggio nella mia città natale, che avevo lasciato da piccolissimo”. Si apre così Stazioni intermedie (La Giuntina, 282 pp.) dello scrittore austriaco di origine russa Vladimir Vertlib: con il racconto del ritorno del protagonista, da adulto, nel luogo che aveva lasciato a cinque anni insieme ai genitori in cerca di una vita lontana dalle persecuzioni. È proprio questo bambino, perennemente in viaggio e intrappolato fra mondi, culture e lingue diverse, il protagonista del libro che ha conquistato la XII edizione del Premio letterario Adelina Della Pergola. Un libro dal forte sapore autobiografico in cui vengono ripercorse le tappe della vita di Vertlib: dalla sua città di nascita, Leningrado, nell’Ex Unione Sovietica, fino a Tel Aviv, passando per Roma, Amsterdam, New York, Boston, fino ad approdare definitivamente in Austria, dove lo scrittore vive ancora oggi dividendosi tra Vienna e Salisburgo. “Il mio libro vuole raccontare come, attraverso l’ironia, sia possibile superare situazioni di grande difficoltà e arrivare a trovare se stessi – spiega Vertlib – Stazioni intermedie è anche un’opera sull’identità ebraica: al centro vi è il destino da perseguire nel microcosmo di una famiglia che fa di tutto per cercare un posto nel mondo, sempre condizionata dal proprio ebraismo”. Tuttavia, nelle varie stazioni intermedie (a ciascuna è dedicato un capitolo), la ricerca di un paese in cui sentirsi a casa, di una patria, è vana, perché ciascun luogo presenta un lato oscuro, in cui trovarsi bene è molto difficile. E tuttavia, lo scrittore tiene a specificare che pur ritraendo situazioni cupe, il suo libro non vuole trasmettere un messaggio pessimista, “anzi l’ironia e l’autoironia diventano un modo attraverso cui è possibile non soltanto sopravvivere, ma anche trovare il proprio posto nel mondo, a dispetto del fato gravante sul popolo ebraico che sembra essere quello di vagabondaggio e persecuzione, almeno fino alla nascita di Israele. Penso che il libro sia ottimista perché nonostante il tocco malinconico e il finale triste che hanno talvolta le storie, ciascuna di esse, ciascuna tappa, insegna al bambino a crescere e ad andare avanti”. Tanti i temi che Vertlib affronta nel volume, che è stato pubblicato per la prima volta a Vienna nel 1999: la difficoltà del viaggio e dell’emigrazione, la separazione dagli affetti, la crudeltà delle burocrazie, le speranze così sistematicamente deluse. Tanti e tali gli intrecci con quella che è stata la vita dell’autore, da rendere inevitabile la domanda su quanto ci sia di autobiografico. “Anche se la storia del protagonista assomiglia innegabilmente alla mia, Stazioni intermedie rimane un romanzo – sottolinea Vertlib – Non tutto quello che racconto è autentico, non tutto quello che racconto mi accadde. Ciò che senz’altro non ho inventato è l’atmosfera di quegli anni e, soprattutto, le mie emozioni di bambino, che rimangono scolpite in modo indelebile nella memoria anche quando ho dimenticato i fatti. E perciò, per quelle situazioni, ho ricreato episodi che ben si accordino con i sentimenti che ricordo perfettamente di aver provato. Perché talvolta un romanzo può essere più reale della verità”. r.t. twitter @rtercatinmoked, http://www.moked.it/

giovedì 8 novembre 2012


Il fascino della galabiya e il disgusto per lo shtreymel 

Gerusalemme, la "città tre volte santa", offre sempre un panorama antropologico e folcloristico di rara varietà, che include ebrei ortodossi appartenenti ai più vari movimenti, religiosi cristiani di ogni confessione e musulmani di diverso orientamento. L'occidentale medio, ambasciatore o pellegrino, professionista o cooperante, studente in visita o turista, ha un'innata attrazione per le fogge dei preti, è quindi vittima di un'insolita attrazione per chi indossa i vestiti tradizionali arabi e non manca mai di esprimere la soverchia antipatia per pastrani, peyes (cernecchi) e shtreymel (cappelli di pelo). Perché?Una risposta plausibile risiede nell'inconscia influenza del romanticismo orientalista, per cui il mito del "buon selvaggio" e della frugale vita dell'indigeno attraggono chi ha ormai a noia i comodi e artefatti costumi occidentali; così la cultura araba e in particolare quella beduina accendono la passione dei sognatori occidentali che vedono nelle ancestrali tradizioni sociali dei valori che considerano persi in un occidente degenerato (solidarietà sociale, legami famigliari, lavori tradizionali, culinaria tipica). La seconda ragionevole risposta risiede in un mai placato "antisemitismo occidentalista", che ha in particolare odio l'ebreo che si veste come nella Polonia, Lituania o Ucraina del XVIII secolo, perché l'immagine di barba, cernecchi e zucchetto evoca atavici richiami antigiudaici.Nella maggior parte delle persone le reazioni sono spontanee. L'occidentale medio che va a Gerusalemme si indispettisce per il passo veloce degli ortodossi, compiange le donne coperte da gonnoni, parrucche e cappelli, si contorce in smorfie quando deve rispettare la loro sensibilità sociale legata a una percezione molto castigata della modestia. E' inutile spiegare che gli ortodossi corrono per non sottrarre tempo allo studio, che la struttura sociale ortodossa è complessa e opprimente ma non violenta e comunque in trasformazione, che Meah Shearim è un quartiere a sé. Fioccano battute sui vestiti e le barbe; si pronunciano sermoni di condanna contro la sottomissione delle signore di cui si vede solo la parrucca; si deridono le regole dello shabbath e quelle alimentari, ritenute antiquate, vetuste ed eccessive; seccati si guardano uomini passare in un giorno di festa con un cappello di pelo (lo shtreymel) sotto il sole cocente, accrescendo l'astioso sospetto per un popolo di cui si deve un po' diffidare. Pochi metri più in là, dove gli shtreymel sono meno frequenti e lasciano il posto alle galabiye e le parrucche camminano a testa bassa e passo svelto tra i veli delle donne arabe, un trionfo di sorrisi compiaciuti ammira l'esotico spettacolo della donna dal velo bianco e il vestitone nero ricamato di rosso al petto che vende spinacette e menta seduta su uno straccio, degli uomini che urlano dietro e davanti i banchi del mercato, dei bambini dalla pelle ambrata che si ammassano a chiedere soldi e vendere cianfrusaglie.Tuttavia, il disprezzo per l'ebreo ortodosso non è amore per la modernità, poiché non si capirebbe il fascino per l'arabo tradizionale. La compassione per l'oppressione delle donne ebree ortodosse non spiega la condiscendenza quasi nostalgica verso il velo islamico. Le ragioni sono più profonde, sono lontane, e ben rappresentate da quell'orientalismo novecentesco che ha lasciato due maggiori eredità: le simpatie romanticiste per gli arabi e il disprezzo occidentalista per gli ebrei.Le figure di Lawrence e Glubb Pascià sono ben ritratte in "Gerusalemme, Gerusalemme", ma per capire la relazione con gli arabi e con gli ebrei degli orientalisti di allora bisogna leggere Freya Stark, la nobildonna inglese che aveva scelto Asolo, sui colli trevigiani, come sua residenza. Affascinata dall'oriente arabo quando tutti i nobili inglesi partivano per l'India, Freya Stark aveva iniziato la sua brillante carriera di narratrice di viaggi negli anni '20. I suoi libri, in particolare "Effendi", descrivono il Vicino Oriente come un angolo di terra disastrato dagli ottomani, abitato da pochi raffinati arabi educati in Europa e residenti perlopiù a Damasco o Beirut, attraversato da molti fieri beduini e oggetto delle "ridicole mire" dei sionisti. I suoi diari e le sue lettere dimostrano come gli arabi la seducessero e come gli ebrei la ripugnassero. Gli arabi vivevano in case con un giardino rinfrescato da una fontana e da verdi piante; con gli arabi si sorseggiava il tè alla menta o alla salvia recitando poesie; con i beduini si attraversavano deserti e terre ostili sul dorso di un asino o di un cammello mangiando zampe di capra bollite. Con "gli amici di nazionalità ebraica" sembrava invece di stare in Europa, benché fossero ancora attaccati a un antico oriente che non hanno mai lasciato e in cui già erano "invisi alle popolazioni circostanti".Nessuno potrebbe ora scrivere qualcosa di così palesemente antisemita, ed è per questo che leggere gli orientalisti del primo Novecento aiuta a capire ciò che in molti pensano oggi, ma che preferiscono esprimere con articolati artifizi retorici. In questo risiede l'antisemitismo occidentalista, che esprime bene anche Singer nei suoi romanzi in cui compaiono sempre figure di assimilazionisti anti-religiosi che lamentano "l'attaccamento all'Oriente biblico". Così come l'antisemita ritiene che la presunta estraneità dell'ebreo in Occidente sia l'attaccamento all'oriente, così lo stesso antisemita ritiene che la presunta estraneità dell'ebreo in Israele sia l'attaccamento all'occidente, per ragioni di origine, politica, cultura o società. E' così che si esprime l'antisemitismo nel disprezzo dello shtreymel e nel fascino per la galabiya. Del resto non deve stupire questo tipo di antisemitismo, quando in Europa si è affermata la moda dello yiddishismo e della musica klezmer. Il mondo dello shtetl, annientato dalla Shoah, esercita un fascino romantico irresistibile: violinisti sul tetto, raccontastorie coi cernecchi, barzellettieri con il pastrano, immagini che fanno svanire miseria, paura, pogrom, violenza antisemita , discriminazione e emarginazione.Allo stesso modo, le figure dell'arabo e del beduino costituiscono la vera arma di seduzione che attrae i sogni romantici di chi vede nell'indigeno il sopravvivere ostinato di una purezza tradizionale che si contrappone alla modernità insopportabilmente occidentale, sempre un po' americaneggiante, e fastidiosamente ebraica.Giovanni Quer,http://www.informazionecorretta.com/

Il vaso di Pandora di Abbas 

di Khaled Abu Toameh http://www.israele.net/
Perfino il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas non sembrava rendersi conto che stava aprendo un vaso di Pandora quando ha detto giovedì scorso che non vuole tornare alla sua città natale di Safed e che uno stato palestinese sarebbe costituito solo nella West Bank, nella striscia di Gaza e a Gerusalemme est.I commenti di Abbas, fatti durante un’intervista con Channel 2, hanno scatenato un’ondata di critiche senza precedenti da parte di molti palestinesi ed arabi.Egli è accusato di “rinunciare al diritto al ritorno” per milioni di profughi palestinesi e alcuni dei suoi rivali politici hanno addirittura richiesto la sua esecuzione per “alto tradimento.”Quello che ha sorpreso Abbas è stato il fatto che le dure condanne non venivano solo da Hamas e dai gruppi radicali palestinesi, ma anche da altri palestinesi, tra cui alcuni dei suoi alleati politici dell’OLP.Semmai, le molteplici denunce mostrano che i palestinesi rimangono fortemente opposti a qualunque tipo di concessioni ad Israele, specialmente per quanto riguarda il “diritto al ritorno” dei profughi alle case che avevano in Israele.Ma Abbas stesso è parzialmente responsabile del fatto che i palestinesi sono stati radicalizzati fino al punto che vedono qualsiasi discorso di compromesso con Israele come un atto di “alto tradimento.”Nel corso degli anni, Abbas ha ripetutamente dichiarato che il “diritto al ritorno” è sacro ed è una “linea rossa ” che nessun palestinese dovrebbe osare attraversare.In varie occasioni, lui ed altri alti funzionari PA hanno rassicurato i profughi che la leadership palestinese non avrebbe mai abbandonato il loro “sacro” diritto.Nonostante le rassicurazioni, gli oppositori di Abbas hanno continuato a mettere in dubbio la sua vera posizione riguardo al “diritto al ritorno." Il presidente PA è già stato criticato per essersi opposto ad una terza intifada e per aver trasformato la sua organizzazione in un “appaltatore” per lo stabilimento della sicurezza israeliana nella West Bank.I suoi commenti a proposito dei profughi hanno ora fornito ai suoi nemici palestinesi ed arabi ulteriori munizioni che saranno usate contro di lui.Un Abbas sprezzante si è ora spostato in una posizione di controllo dei danni di fronte alle crescenti proteste contro di lui e le sue politiche.In una serie di dichiarazioni negli ultimi tre giorni, Abbas ha negato con veemenza le accuse di aver abbandonato il “diritto al ritorno” dei profughi.Giudicando dalla sua reazione, rimane l’impressione che Abbas rimpianga di aver anche solo rilasciato un’intervista ad un organo dei media israeliani.Il suo portavoce Nabil Abu Rudaineh, ha cercato di spiegare che l’intervista con Channel 2 era volta soprattutto a “colpire l’opinione pubblica israeliana.”In altre parole, il portavoce sta dicendo a palestinesi ed arabi che Abbas dice agli israeliani quello che vogliono sentire –cioè che i profughi palestinesi non ritorneranno alle loro vecchie abitazioni in Israele.Abbas sta ora accusando Hamas di incitamento contro di lui sul problema dei profughi.Egli si vede come la vittima di una “cospirazione” escogitata insieme a Hamas e al governo israeliano per vanificare il suo sforzo per migliorare lo status di uno stato palestinese questo mese all’ONU.Eppure le spiegazioni di Abbas e i tentativi di chiarire la sua posizione riguardo ai profughi sembrano fino ad oggi non essere state recepite.I leader e i politici israeliani che si sono precipitati ad accettare i commenti di Abbas probabilmente non si rendono conto di avergli causato anche più danni tra i palestinesi e gli arabi.Molti palestinesi stanno ora dicendo apertamente che Abbas non ha un mandato del suo popolo per fare concessioni ad Israele, particolarmente sull’esplosivo caso dei profughi.Come ha spiegato un articolista palestinese, “Abbas non parla a nome dei 6.000.000 di profughi” quando dice che non vuole ritornare a Safed.La controversia sui commenti di Abbas significa che molti palestinesi sono contrari alla richiesta di statalità che Abbas farà all’ONU alla fine di questo mese. Egli cerca il riconoscimento dell’ONU di uno stato palestinese “solo” entro le linee pre-1967 – un’idea cui molti palestinesi ed arabi si oppongono perché vogliono “liberare tutta la Palestina.”La richiesta di Abbas per uno stato potrebbe quindi tornare indietro come un boomerang e rendere ancora più profonde le differenze tra i palestinesi.Lo scandalo pubblico sui suoi commenti è una prova ulteriore che nessun leader palestinese ha un mandato dal suo popolo per fare alcuna concessione a Israele.(Da: Jerusalem Post, 04.11.12)

Xbox arriva in Israele

Forse non lo sapevate, ma fino ad ora in Israele non era possibile comprare una Xbox 360, almeno non ufficialmente. Tuttavia, oggi Microsoft ha annunciato il lancio di Xbox 360 in Israele, a distanza di sette anni dal lancio originale dalla console. La notizia fa il paio con quella del via libera recentemente concesso dal governo cinese a PlayStation 3. La console Microsoft verrà lanciata il 21 novembre, come annunciato da una conferenza stampa tenutasi a Tel Aviv, completa del supporto locale per lingua, valuta, Xbox live e Kinect.L'annuncio è stato accompagnato da una bizzarra comparsa di Master Chief, che con una voce abbastanza grottesca ha esortato la platea a giocare Halo 4 "lasciando perdere i giochi da femminucce".http://www.key4biz.it/

E' Haifa la nuova città santa di Israele?

Uno dei principali motivi per visitare Israele è sempre stato quello religioso. Ma se pensate che sia solo Gerusalemme la città santa, probabilmente non avete ancora visitato Haifa. Infatti, se da un lato ebrei ortodossi, musulmani e cristiani si contendono, in una difficile convivenza, i luoghi sacri all’interno delle vecchie mura di Gerusalemme ad Haifa sorge il Centro mondiale degli adepti Bahá’í.Siamo a nord di Israele verso il Libano e Haifa sorge ai piedi del Monte Carmelo, dove religione e storia si intrecciano di nuovo. E’ qui che, secondo la Bibbia, il profeta Elia sconfisse un gruppo di profeti del dio Baal. Oggi invece è il luogo santo dove i meravigliosi Giardini Bahá’í, inaugurati nel 2001, includono il maestoso Mausoleo del Bàb con una cupola alta 40 metri interamente ricoperta di oro 14 carati. Accanto a questa tomba, sorgono altri edifici: un centro studi in cui vengono tradotti nelle varie lingue i testi originali scritti dal fondatore Baha ‘u ‘llah conservati nell’archivio e la Casa Universale di Giustizia che ospita i 9 principali membri dell’alto consiglio dei Bahá’í.Per capire come ha avuto origine la religione Bahai ho incontrato a Milano due membri dell’assemblea locale, Shervin Setareh e Carla Castello. La fede Bahai è nata in Iran dove il suo fondatore, Baha ‘u ‘llah (1817-1892) accettò la rivelazione del Bàb che nel 1844 affermò di essere l’atteso Mahdi dell’Islam, una sorta di figura messianica già presente nell’ebraismo. Fucilato nel 1850 e proclamato eretico, nella maggior parte dei suoi scritti il Bàb accennò all’arrivo imminente di Colui che Dio renderà manifesto, promesso dalle sacre scritture e che avrebbe instaurato sulla Terra il regno di Dio. Baha ‘u ‘llah quindi si proclamò il promesso dal Babismo ed il Messaggero di Dio, l’educatore tanto atteso dall’umanità per la realizzazione delle promesse escatologiche delle principali religioni mondiali che prevedevano il sorgere di un salvatore come il Cristianesimo, l’Islam, il Buddismo e altre ancora. Perseguitato dagli Ottomani, ha trascorso l’ultima parte della sua vita imprigionato ad Akko e successivamente al suo rilascio ad Haifa. Fu proprio qui che impressionato dalla bellezza del Monte Carmelo, espresse il desiderio che il Bab, il precursore della fede, fosse sepolto lì.Tra le tante curiosità, il numero 9 contraddistingue molti punti chiave di questa religione. Nove sono i messaggeri di Dio inviati nel corso di tutta l’umanità per rivelare progressivamente il suo piano: Adamo, Abramo, Mosè, Zarathustra (tanto caro a Nietzsche), Krishna, Buddha, Gesù, Maometto e Bàb. Nella struttura spirituale e amministrativa, nove sono le persone che vengono elette come responsabili nelle varie assemblee. In quelle locali (come quella di Milano) e quelle nazionali vengono eletti annualmente. A loro volta questi 9 responsabili di tutte le assemblee nazionali ogni 5 anni si ritrovano ad Haifa per eleggere i nove principali membri dell’alto consiglio. Anche nell’architettura questo numero assume caratteri quasi mistici. Il tempio di Haifa ha nove porte al fine di rappresentare le maggiori nove religioni del mondo e i giardini sono stati progettati in nove cerchi concentrici. Il pellegrinaggio in questi luoghi, che ogni Bahá’í sogna di poter fare almeno una volta dura nove giorni e ripercorre le tappe fondamentali della predicazione e della vita di Baha ‘u ‘llah.I responsabili ci tengono a sottolineare che non sono una setta, che non fanno proselitismo e accettano ogni altra forma religiosa, in quanto ognuna è preziosa per la rivelazione dell’unico Dio avvenuta nei secoli. La persona che si accosta alla fede Bahá’í ha così piena libertà di accettare queste verità oppure di rifiutarle. Non c’è nessuna scomunica, nessuna imposizione e nessun potere di controllo sulla vita altrui. L’obiettivo è un processo di trasformazione dell’individuo, tramite la preghiera, per poter aspirare all’unità spirituale con tutti gli uomini. Senza annullare le diversità tipiche di ogni cultura nazionale ma al contario risaltarle per arrivare ad apprezzarci come cittadini dello stesso mondo. I Bahá’í sono benvisti anche per il loro impatto positivo nel sociale. Cercare di far progredire l’umanità verso la piena unità e armonia significa anche opporsi a tutti i sopprusi, le violenze e le discriminazioni sostenendo la parità dei diritti fra uomini e donne.
A dispetto di molte persecuzioni musulmane, in aperto contrasto con le teorie dei testi Bahá’í, in Israele il governo ha favorito lo sviluppo di questa religione. Il comune di Haifa per creare simmetria con i giardini in costruzione sul Monte Carmelo ha spostato una sezione della Ben Gurion Avenue di 1,86 metri per allinearla con le scale centrali delle Terrazze. Dall’apertura dei giardini del 2001, tutto questo ha fatto lievitare il numero di turisti diretti al Monte Carmelo. Negli ultimi anni Haifa risulta così la sesta meta più visitata nello stato ebraico.Dubitare, rifiutare o accettare questo “nuovo” credo dipende dalla sensibilità di ogni persona. Innegabile però è che questa religione proclama la bellezza in tutte le sue sfumature. Basta aprire gli occhi su questi giardini che si incastonano in un paesaggio sospeso tra la montagna e il mare del porto di Haifa. Del resto il Baha ‘u ‘llah diceva che la bellezza è il canale materiale per esprimere la gioia per se stessi e gli altri.L’ennesima meraviglia in Israele. Da scoprirehttp://www.linkiesta.it/

DONNE - ITALIANE ALL'ESTERO...E NON SOLO - AMICIZIA FRA TRENTINO E ISRAELE PASSA ANCHE ATTRAVERSO L'INIZIATIVA "DELLE DONNE PER LA PACE"

L'amicizia fra il Trentino e Israele ha molti aspetti. Uno è quello della ricerca scientifica e della cooperazione economica, "certificato" recentemente dalla visita a Trento dell'ambasciatore di Israele in Italia. Altrettanto significativo è l'impegno sul versante della pace e della promozione del dialogo fra le diverse componenti del complesso "mosaico" della società israeliana. Una delegazione trentina, composta da rappresentanti di alcune realtà attive in questo campo, l'assessorato alla solidarietà internazionale e convivenza della Provincia, la Fondazione Fontana, le donne rurali della Coldiretti, in questi giorni in visita in Israele, è stata ricevuta oggi dal sindaco di Gerusalemme Nir Barkat. Con loro anche le "donne per la pace" di Officina Medio Oriente; donne israeliane leader nelle rispettive comunità di riferimento - ebrea ortodossa e ultraortodossa, musulmana, cristiana, drusa, beduina - incontratesi per la prima volta a Trento due anni fa nell'ambito dell'iniziativa organizzata dall'assessore Lia Giovanazzi Beltrami e dedicata appunto al Medio Oriente, oggi impegnate in un cammino comune per promuovere i valori del rispetto reciproco, della riconciliazione, della cooperazione. Donne che lavorano nel sociale, nel mondo dell'istruzione o dei media, donne che rivestono ruoli importanti all'interno delle comunità di riferimento, donne che per incontrarsi, ed elaborare un percorso di azioni comuni, devono superare molti ostacoli, non solo quelli presenti all'interno della società israeliana, con le sue contraddizioni e i suoi conflitti, ma anche quelli legati alla loro condizione "di genere"', come si è soliti dire, ovvero in sostanza, il loro essere donne all'interno di mondi dove tradizionalmente è più spesso l'uomo ad avere potere e autorità. Una sfida importante, dunque, quella del "G8" delle donne, come è stato battezzato il gruppo Trento, luogo rivelatosi ideale per favorire l'incontro di sensibilità così apparentemente lontane, per religione, esperienze, opportunità. Una sfida che il sindaco di Gerusalemme ha mostrato di tenere in grande considerazione.Qualche esempio delle cose fatte in questi primi due anni. Innanzitutto, il corso per la risoluzione pacifica dei conflitti organizzato dallo Haredim college, l'università degli ebrei ultraortodossi creata da Adina Barshalom, figlia, del Gran rabbino di Gerusalemme, con il sostegno della Provincia autonoma di Trento. Un'esperienza unica, nata in un contesto apparentemente molto chiuso, che per l'occasione ha aperto le sue porte anche a corsiste arabe e delle altre comunità che convivono nel paese, un'esperienza che si è conclusa oggi con la consegna dei primi diplomi a quelle che diventeranno le prossime "ambasciatrici di pace" del Paese ma che proseguirà anche in futuro. Un altro esempio potrebbe essere quello del centro comunitario di Lod, aperto in un quartiere degradato della città, abitato prevalentemente da beduini inurbati; il centro in passato, e nonostante la sua collocazione, era caduto in disuso, soprattutto per mancanza di fondi, e di fatto privatizzato da alcune associazioni, divenendo più un luogo di discriminazione che di incontro.Ma recentemente, grazie ad un impegno congiunto delle famiglie del quartiere, è stata avviata una nuova gestione. La direttrice della struttura è ora Faten Helzinaty, musulmana, che ha in quest'occasione in Tehilabila Barshalom il suo braccio destro. A giorni aprirà il primo doposcuola per i bambini delle famiglie beduine del quartiere, e quindi altre attività rivolte ai giovani e alle donne.Il centro promuove inoltre un programma per il recupero del fatiscenti condomini della zona: con 10000 euro si possono risanare fino a 40 appartamenti, ricorrendo al lavoro semi gratuito della popolazione. I cambiamenti, come ha potuto constatare la delegazione trentina, sono evidenti. Ed ancora: a Tel Sheva, cittadina beduina nel deserto del Neghev, è partito un progetto della Fondazione Rashi per sostenere e migliorare la scuola pubblica. Il progetto rientra nel programma Revadim, finanziato da una fondazione ebraica, la Rashi Foundation, e da altri donatori anche esterni ad Israele. Quella di Tel Sheva è la prima scuola beduina ad esserne interessata, delle oltre 60 fino ad oggi coinvolte in tutto Israele.Sono, come si vede, piccoli passi, che però significano molto. Non solo per i risultati concreti che possono portare, nella lotta alla spirale della povertà ma sopratutto perché creano legami, e fanno si che persone appartenenti a realtà molto lontane anche quando vivono praticamente gomito a gomito possano conoscersi e "fare assieme", senza peraltro rinunciare alla loro identità. Un concetto questo ribadito anche dal sindaco di Gerusalemme nell'incontro di oggi, dopo avere ringraziato il capo di cabinetto dell'assessorato alla solidarietà internazionale e convivenza Andrea Morghen per avere organizzato la visita, portando anche i saluti del presidente Lorenzo Dellai e dell'assessore Lia Giovanazzi Beltrami. "La nostra città è per tradizione una città aperta a tutti. Nella tradizione ebraica si dice che dopo la cattività in Egitto le tribù di Israele ebbero ognuna una terra dove abitare. Ma Gerusalemme non andò a nessuna tribù, perché doveva rimanere una città aperta a tutte le popolazioni e a tutte le religioni. Anche oggi noi possiamo vedere questo camminando per le strade di Gerusalemme. Possiamo vedere ebrei ultraortodossi camminare assieme a musulmani o cristiani, possiamo vedere gente di ogni nazionalità, di ogni credo o provenienza, vivere assieme. E questo è in fondo il fondamento stesso delle moderne democrazie." http://www.italiannetwork.it/