sabato 18 febbraio 2012

Epstein, short contro i tarli

Il tarlo dei libri cominciò ad avere paura della morte (aveva saputo, da uno dei libri che rosicchiava, della possibilità di essere trasformato in un e-tarlo digitale). Per prepararsi, cominciò a divorare libri di preghiere».Questo è un microracconto nel quale, per dirla all'antica, forma e contenuto coincidono perfettamente. Si intitola Awareness, consapevolezza, e fa parte della raccolta For My Next Trick I'll Need Wings dello scrittore di Tel Aviv Alex Epstein.Epstein è nato a Pietroburgo nel 1971, vive in Israele da quando aveva otto anni, ha pubblicato sette libri e non riesce a campare facendo lo scrittore. El Haaretz pubblica una bella intervista di Maya Sela, in cui Epstein spiega che il problema non è solo economico. I libri per vivere hanno bisogno di tempo e spazio, mentre (anche) in Israele vengono trattati come merci di consumo: brevemente a scaffale, soffocati dai bestseller, e poi via. Le librerie come cimitero dei libri.Pubblicare online diventa allora una rivolta contro le dure leggi della distribuzione commerciale. Nel 2001, cioè nella preistoria, Epstein pubblicò in rete una Imaginary Library: una biblioteca immaginaria con 35 riassunti di libri sui libri e la lettura. È ancora lì. I tempi di internet sono eterni, a confronto di quelli dei negozi.E adesso le microstorie di For My Next Trick I'll Need Wings compaiono su Facebook, con tutto l'armamentario dei «mi piace» e dei commenti di chi legge.È anche, ovviamente, un esperimento: come cambierà la letteratura nell'epoca dei social networks? L'unica maniera per scoprirlo, dice lui, è farla. Racconti brevi, perciò leggibili su schermo. E dedicati all'estinzione della stampa a favore di nuove, diverse forme di lettura. «Non temo un mondo in cui i libri non saranno più nel formato a noi familiare. I libri esisteranno sempre. Per me non conta com'era la prima edizione del Don Chisciotte. È importante la storia, non il packaging». Il tarlo del libro, costretto a rosicchiare pixel, non è d'accordo.GIOVANNA ZUCCONI http://www3.lastampa.it (fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 18 febbraio)

Podestà ha incontrato l'ambasciatore di Israele Naor Gilon

Milano - l presidente della Provincia di Milano, On. Guido Podestà, ha incontrato questo pomeriggio a Palazzo Isimbardi il nuovo ambasciatore di Israele in Italia, Naor Gilon. I temi al centro dell’incontro hanno spaziato dagli accordi economici business to business tesi a favorire le industrie dell’innovazione sia in Italia sia in Israele, ed Expo 2015. A tal proposito, l’ambasciatore Gilon ha confermato al presidente Podestà la disponibilità a collaborare negli ambiti della sicurezza e della tecnologia. In questo senso va inquadrato, infatti, l’invito rivolto al presidente Podestà di partecipare, il prossimo novembre, alla conferenza internazionale sulla sicurezza del territorio, che si terrà in Israele.http://www.assesempione.info/


Israele cambia politica trapianti

(ANSA) - Per risolvere il problema delle liste d'attesa dei trapianti, Israele ha deciso di cambiare sistema: la priorita' verra' data a chi e' d'accordo nel donare i propri organi, introducendo cosi', primo Paese al mondo, un criterio non medico nel sistema di priorita', dove comunque in cima rimane la necessita' medica. A spiegarlo e' il New York Times.

Agricoltura: Israele rompe monopolio Marocco di olio argan

(ANSAmed) - RABAT, 17 FEB - La società israeliana Sivan conta di poter rompere il monopolio marocchino nella produzione dell'olio di argan. Secondo delle dichiarazioni di rappresentanti della società, scrive La Vie Eco, dei semi provenienti dal Marocco sarebbero stati clonati e moltiplicati, creando un'argania che tollererebbe il clima mediterraneo, sarebbe più resistente alle malattie e che, potenzialmente, potrebbe produrre, afferma la stessa fonte, una quantità di noci dieci volte superiore alla media di un albero in Marocco.2500 arganie sono già state piantate in Israele, nelle regioni di Ashkelon, di Arava e del Negev. Per il momento la società Sivan continua a commercializzare l'olio di argan marocchino, ma conta di vendere quello prodotto in Israele appena i primi frutti potranno essere raccolti.

M. O.: condannati a morte 3 libanesi, "spie Israele"

(AGI) Beirut - Tre libanesi sono stati condannati a morte da un tribunale militare per spionaggio a favore di Israele. La pena capitale e' stata inflitta a Haitham Sahmarani, in carcere, e in contumacia per Mohamed Amin Khazaal e sua moglie Sahira Sahmarani. Dall'aprile 2009 in Libano piu' di cento persone, tra cui militari e impiegati nel settore delle telecomunicazioni, sono finiti in carcere con l'accusa di spionaggio a favore di Israele .


Israele teme nuovi attentati

Dopo quelli di New Delhi, Tbilisi e Bangkok, nuovi attentati sembrano essere imminenti contro obiettivi diplomatici di Israele o ebraici nel mondo.E’ l’allarme lanciato dal Lotar, l’ente israeliano per il monitoraggio del terrorismo nel mondo, che consiglia agli israeliani di adottare misure speciali di sicurezza durante le visite all’estero.
Israele ha imputato a Iran e Hezbollah la responsabilità delle esplosioni.Entrambi hanno smentito un coinvolgimento. http://www.studioconsulenzaromano.net/

Startup israeliana sviluppa il solare galleggiante

Come sappiamo bene in Italia, le imprese dell'energia solare in tutto il mondo competono per trovare terreni sui quali impiantare i pannelli fotovoltaici, creando a volte problemi per l'utilizzo di aree agricole. Per risolvere il problema una startup israeliana, la Synergy Solaris, è arrivata ad una soluzione già individuata anche in Italia: invece di mettere i pannelli a terra ha pensato di metterli sull'acqua, realizzando un avveniristico impianto solare galleggiante.Se si escludono i deserti, in Paesi piccoli densamente abitati come Israele è praticamente impossibile trovare grandi estensioni dove installare migliaia di pannelli solari, come dice il business development manager di Solaris Synergy, Elyakim Kassel: «in molti Paesi c'è una competizione per la terra per costruire grandi parchi solari. Il nostro sistema si presenta come una soluzione per utilizzare superfici d'acqua invece di utilizzare terra preziosa. Qualsiasi superficie d'acqua dolce, salata o inquinata può essere trasformata in una piattaforma di energia solare».Il prodotto di punta della Solaris Synergy è il floating concentrating photovoltaic (Cpv) system, un sistema che concentra una grande quantità di luce solare su una piccola area per produrre energia elettrica attraverso la conversione della radiazione solare direttamente in energia elettrica. Il sistema è dotato di un design modulare che supporta power output che vanno da diversi kilowatt a decine di megawatt, a seconda delle dimensioni.Secondo la società israeliana, questa soluzione solar-on-water «riduce drasticamente il costo di produzione di energia rinnovabile in quanto la superficie dell'acqua viene anche utilizzata per raffreddare i pannelli solari. Questo sistema di raffreddamento mantiene a bassa temperatura gli elementi di silicio utilizzati come semiconduttori e inoltre aumenta l'efficacia e la produzione energia estendendo la loro vita».La Solaris Synergy è stata fondata nel 2008 ed usufruisce delle sovvenzioni per la ricerca e lo sviluppo del ministero israeliano delle Infrastrutture; la startup è inoltre sostenuta da fondi di private equity americani, e recentemente ha ottenuto il permesso della società idrica israeliana Mekorot per costruire il primo impianto vicino alla città di Netivot e ha in corso trattative per realizzare progetti pilota con altre imprese in Gran Bretagna, Francia, Sud America e India.Kassel sottolinea che «la sfida principale, al momento, è quella di abbassare i costi. La gente non utilizzerà la nostra tecnologia se non sarà abbastanza a buon mercato. Dato che siamo una piccola azienda, se vogliamo diffondere la nostra tecnologia in tutto il mondo, dovremo partecipare ad una global company. Non siamo l'unica azienda che si sta concentrando sull' energia sull'acqua: la concorrenza per noi è un bene, dato che dimostra che abbiamo avuto una buona idea. Dobbiamo solo dimostrare che siamo i migliori». http://www.greenreport.it/

"L'opzione militare israeliana contro l'Iran perde forza giorno dopo giorno"

John Bolton, l'ex-ambasciatore Usa all'Onu sotto George W. Bush è appena sceso dal palco del CPAC di Washington DC e corre a firmare libri nella zona degli stand, tra uno della National Rifle Association e uno della Heritage Foundation. Se un candidato presidenziale Repubblicano dovesse tornare alla Casa Bianca il prossimo Novembre, il suo nome viene spesso fatto per la Segreteria di Stato, il posto occupato oggi da Hillary Clinton.Chiede alla sua scorta di farci inserire nella "carovana" del suo seguito, e partiamo in un lungo labirinto che si snoda nei meandri del Marriott Wardam, l'hotel dove si è svolto l'incontro dei conservatori statunitensi. Aspettiamo che parli con i colleghi della tv canadese. Alla fine è tutto nostro, per cinque minuti. Con lui abbiamo voluto parlare principalmente di come gli Stati Uniti stiano gestendo le crisi e le trasformazioni in Medioriente.In particolare si discute di Siria, d'Iran e connessa opzione militare israeliana contro le infrastrutture nucleari iraniane. Su quest'ultima eventualità ci dice di essere convinto che si tratti di una "declining option", di una opzione in declino. Rincara dicendo che l'America avrebbe le capacità di farlo molto meglio ma che l'amministrazione Obama "teme più un attacco israeliano che un Iran nucleare". Infine mette in guardia l'Europa. "Deve investire in Difesa. La riduzione della spesa militare in Difesa ha dimunuito il suo peso nel mondo. E un'Europa più debole, vuol dire un mondo più debole".In Siria siamo ormai alla guerra civile e la comunità internazionale, compresa l’amministrazione Obama, è all’impasse. Come giudica la politica statunitense rispetto ad Assad e alla crisi siriana in generale?La politica dell’amministrazione Obama è nel caos più totale. Si sono lasciati sorprendere dal veto cinese e russo alla risoluzione anti-Assad in Consiglio di Sicurezza, benché la bozza di risoluzione fosse stata già ampiamente annacquata e resa inefficace. Nondimeno, l’amministrazione Obama si aspettava che Cina e Russia avrebbero sostenuto quel testo, così da presentarsi al mondo dicendo “Questa è la nostra posizione”. Con il veto posto alla risoluzione (ndr, ieri Cina e Russia hanno votato contro anche ad una blanda e non vincolante risoluzione dell'Assemblea Generale), l’ammini -strazione USA ha invece sbandato e credo che abbia lasciato disorientati in molti nel mondo arabo e in Occidente.Disarcionare un dittatore come Assad dalla Siria significherebbe togliere l’ultimo principale alleato dell’Iran nel mondo arabo. Perchè secondo lei gli Stati Uniti non esercitano maggiore pressione?Intanto dubito che Assad sia l’ultimo alleato dell’Iran nella regione araba. C’è sicuramente Al Maliki in Iraq, Hezbollah in Libano e Hamas nella Striscia di Gaza. Sappiamo che recentemente Haniyeh, il leader di Hamas a Gaza, si è recato a Teheran. Questo arco dà la misura della natura di questo conflitto. Personalmente propendo da anni per un regime change tanto in Siria che in Iran. Uno dei miei maggiori motivi di preoccupazione rispetto alla riluttanza dei membri dell’amministrazione Obama nel tagliare i ponti con Assad, è che intimamente non vogliono far venir meno un altro eventuale round di negoziazioni sul programma nucleare con gli iraniani. A mio parere negoziare con l’Iran è un’assoluta perdita di tempo. Nella logica dell’amministrazione di Obama, temono però – probabilmente a ragione dal loro punto di vista – che tagliare definitivamente i ponti con la Siria significhi pregiudicare completamente un dialogo con i mullah.Insomma l’amministrazione Obama non fa cadere Assad, blocca Israele, il tutto per non perdere un canale negoziale sul programma nucleare iraniano. E’ questo che sta dicendo?Assolutamente. Questa amministrazione ha fatto pressioni per tre anni su Israele affinché non agisse contro il programma d’armamento nucleare iraniano. E adesso le pressioni su Israele da parte statunitense non sono più solamente private, ma sono diventate persino pubbliche [con le dichiarazioni di Leon Panetta]. Israele sarà costretta ad assumere le proprie decisioni, e stabilirà se permettere o meno a una minaccia esistenziale come l’Iran d’emergere a così poca distanza dal proprio territorio. A quanto sembra, l’amministrazione Obama oggi teme un attacco israeliano più di quanto non tema un Iran dotato di armi nucleari. Ciò riflette una visione assolutamente arretrata ma, ripeto, rientra nella logica di questa amministrazione Obama.Quanto pesa l’approssimarsi delle elezioni presidenziali nei ragionamenti dell’amministrazione Obama?Prima d’essere un problema d’opportunità elettorale, credo vi sia un problema ideologico. Il team di Obama - e lo stesso Presidente – è ancora convinto di poter procedere con l’Iran attraverso le negoziazioni. Un assunto che si dimostra falso. In realtà è gran parte degli assunti concettuali di politica estera di questa amministrazione che si sta dimostrando falsa.Secondo lei Israele ha le capacità militari per portare avanti da sola un’azione militare contro gli impianti nucleari iraniani?Personalmente credo che un’azione militare del genere sia proprio al limite delle loro capacità, almeno per gli impianti nucleari iraniani di cui è dato sapere oggi. Purtroppo l’opzione militare è un’opzione che diventa sempre meno praticabile al passare del tempo e questo perché l’Iran sta rafforzando e controllando di più gli impianti, e predisponendo delle contro-misure per resistere a un possibile attacco militare esterno. Inoltre c’è molto di cui non si sa su ciò che accade dentro l’Iran. A mio avviso gli Stati Uniti possono portare a termine un attacco del genere in condizioni migliori. Quanto a Israele, può continuare a fare ciò che già fa. In ultima istanza, non so quale sarà la decisione degli israeliani, ma non credo sia rimasto loro molto tempo per prenderne una.Poco tempo per Israele, e più tempo con nuove negoziazioni per l’Iran... Questo il paradosso del multilateralismo, non è così?E’ quel che fanno sempre: prendere tempo. Le negoziazioni servono a Teheran proprio per fare questo. E’ quello che continuerà ad accadere nelle negoziazioni con Catherine Ashton e credo che l’Iran farà lo stesso col Gruppo 5 + 1 [ i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu + la Germania]. I negoziati danno agli iraniani il tempo di superare gli ostacoli che incontrano sulla loro via in quello che è un percorso tecnologico e scientifico molto complicato per il raggiungimento di capacità nucleari. Sono riusciti a portare tutti al tavolo quattro o cinque anni fa con successo e mi sembra lo stiano per rifare ancora.Cosa può - e deve fare - secondo lei l’Europa per aiutare Israele di fronte al rischio nucleare iraniano?Prima di tutto l’Europa deve aiutare se stessa. L’Occidente, nel suo insieme, deve aumentare la propria spesa in difesa. Questo deve avvenire dentro un quadro Nato e deve essere inserito in una strategia coerente. La diminuzione della spesa in difesa nel corso degli anni ha prodotto un’Europa molto più debole nel mondo. Questo ha reso la Nato, gli Stati Uniti e in un certo senso il mondo stesso più debole.Questa intervista è stata realizzata lo scorso 11 Febbraio 2012 .http://www.loccidentale.it/

Nato: Rasmussen, Israele non usa nostro scudo antimissile

(ANSAmed) - ANKARA, 17 FEB - Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, ha messo in chiaro che i dati raccolti dal sistema antimissile della Nato dislocato anche in Turchia non viene utilizzato da Israele. In una conferenza stampa tenuta ad Ankara dopo un incontro con il ministro degli Esteri Turco Ahmet Davutoglu, il segretario generale della Nato ha risposto ad una domanda su un presunto utilizzo dello scudo da parte di Israele affermando: "é un sistema della Nato", e "i dati all'interno di questo sistema missilistico non sono condivisi con Paesi terzi", esterni quindi all'alleanza. Dal canto suo il ministro turco , il cui Paese è da tempo in crisi diplomatica con Israele, ha detto "non permetteremo mai che una parte terza usi uno strumento della Nato".La domanda del giornalista turco riguardava un asserito "dibattito" che sarebbe in corso sull'opportunità di fornire assistenza a Israele o meno nell'ambito del sistema radar di allerta avanzata della Nato creato per intercettare missili sparati dal Medio oriente, quindi eventualmente anche dall'Iran.Informazioni di stampa turche, già il mese scorso, avevano segnalato che la postazione turca di Malatya, nell'Anatolia orientale, è già in funzione dal primo gennaio. I radar sono motivo di attrito fra Turchia e Iran, con cui Ankara comunque resta in buoni rapporti almeno formalmente tanto da fungere da mediatore sul dossier nucleare. Rasmussen ha ribadito l'apprezzamento della Nato al fatto che la Turchia abbia "concordato di ospitare una delle strutture" del sistema radar. "I dati sono condivisi all'interno della nostra alleanza, tra alleati", ha detto ancora il segretario generale ricordando che si tratta di "un sistema di difesa per proteggere le popolazioni degli alleati della Nato". "Le capacità e strutture della Nato posso essere usate solo da alleati della Nato", ha ribadito il ministro degli Esteri turco Davutoglu definendo "senza fondamento" informazioni circolate un paio di giorni fa su giornali e siti internet secondo le quali il sistema missilistico Nato sarebbe stato testato assieme a Israele. Nell'assicurare che la Turchia non lascerà che Paesi esterni all'alleanza usino lo scudo missilistico, il ministro ha aggiunto che, "se c'é di mezzo Israele, avremo un atteggiamento ancora più netto a questo proposito". I rapporti fra Israele e Turchia sono in crisi profonda da quasi due anni a causa del sanguinoso arrembaggio israeliano alla flottiglia di attivisti filopalestinesi in cui morirono nove turchi e per il blocco su Gaza.

Facebook CANCELLA Israele dagli Stati del mondo e vi mette l'inesistente Palestina

15-02-2012

Facebook replaces Israel with Palestine

Facebook has wipe Israel off the map.


We double checked the claim, and we can verify as of the publication of this article that it is absolutely true.

When you click on the option to turn on text messaging, Facebook promts you to fill in your country and mobile carrier; but scrolling down the list of countries, you will not find Israel between Isle of Man and Italy. You will, however, find find Palestine listed futher down in the list.

da Barbara



Quando a Piazza Erbe c’era il ghetto

“Case popolari che si elevavano fino al quarto piano, palazzi signorili, sinagoghe, stretti vicoli, cortiletti, scale esterne, cunicoli e passaggi che univano vie e spiazzi, portici, botteghe, balconi con ringhiere di ferro battuto, colonnine di marmo e capitelli”. È questa pittoresca fotografia ad introdurci alla scoperta di un luogo che non c’è più, il ghetto di Mantova, l’area in cui gli ebrei della città virgiliana – per 200 anni seconda comunità d’Italia dopo Venezia – furono costretti a vivere per tre secoli. Le nostre guide in questo viaggio pieno di spunti, che parte dalle origini del domicilio coatto ebraico e arriva fino agli ultimi lavori di “sventramento” edilizio effettuati nei recenti anni Sessanta, sono Emanuele Colorni e Mauro Patuzzi, autori a quattro mani del volume C’era una volta il ghetto – Storia, immagini e guida di Mantova ebraica edito da Di Pellegrini. Un’opera godibile e fresca in cui, ad un campionario di immagini d’epoca (specie dei primi anni del Novecento, quando molte tracce del quartiere erano ancora in piedi), a documenti e mappe recuperate dopo lunghe ricerche negli archivi, si affianca un resoconto ricco di aneddoti della vicende che portarono alla costruzione, allo sviluppo e alla progressiva distruzione urbanistic. “Si iniziò alla fine dell’Ottocento con la constatazione da parte delle amministrazioni comunali delle precarie condizioni statiche ed igieniche della zona. Da allora e fino alla metà del secolo scorso – spiegano gli autori – si procedette di conseguenza a risanare interi isolati abbattendo i vecchi caseggiati esistenti e costruendo al loro posto nuovi immobili. Questi ultimi vennero però progettati senza tener conto dell’originaria fisionomia morfologica e culturale del quartiere in cui sorgevano modificando così in modo irreversibile intere aree”. Oggi del ghetto resta quindi un ricordo remoto, alla portata soltanto di occhi attenti e consapevoli. Un’idea, anche se evidentemente parziale, la si può ad esempio avere passeggiando in via Governolo oppure in via Umberto Norsa oppure ancora in piazza Sermide. Qua e là si possono ammirare porte‐ finestra dalla ringhiera in ferro battuto di derivazione sefardita‐spagnola, piccoli balconi, case a più piani, portali marmorei, cortiletti. Tante tracce, tanti piccoli e grandi indizi di un passato oggi sepolto non solo nelle fondamenta ma spesso anche nella memoria. “Mancava finora a Mantova – afferma Patuzzi – un libro che riguardasse non tanto la Comunità ebraica nei suoi aspetti religiosi e culturali quanto un qualcosa che descrivesse il contesto in cui si trovò lungamente a vivere. Si trattava di cucire assieme più tasselli. È stato un lavoro intenso ed entusiasmante”. L’idea di realizzare quest’opera nasce sulla scia delle passeggiate frequentemente organizzate dalla Comunità ebraica, con notevole successo di pubblico lungo l’itinerario della Mantova ebraica di un tempo. Tour che partono da piazza Erbe, di fianco alla rotonda di San Lorenzo, nel luogo dove si trovava uno dei portoni principali del ghetto e arrivano alla splendida sinagoga Norsa di via Govi, un autentico gioiello dell’architettura ebraica italiana, ricostruendo strade, palazzi e situazioni dal sapore antico. “Il ghetto non esiste più – sottolinea Colorni, già autore di numerose opere dedicata all’ebraismo mantovano – però oggi è comunque possibile tentare di ricostruirlo virtualmente con le parole e con una documentazione appropriata. Far rivivere la storia della comunità, per secoli attiva nel territorio e nel tessuto sociale cittadino, è una sfida importante per vari motivi. Innanzitutto per mostrare la complessità di una realtà vivace che ebbe varie anime. Pensatori e commercianti, ma anche osti, locandieri e quant’altro si possa immaginare. È un compito pressante soprattutto nel racconto alle nuove generazioni. Ai giovani abbiamo infatti il dovere di mostrare un’immagine né pietrificata né stereotipata dell’ebraismo. Solo così facendo potremo vincere il pregiudizio che in alcune sacche ancora resiste”. Il libro, in distribuzione da alcune settimane, è già alla seconda ristampa. Molti, racconta Colorni, nello sfogliarne le pagine e nell’osservare le fotografie pubblicate ritrovano un quid della loro gioventù: “Guarda qua, mi dicono commossi, guarda quella foto. È il cortile che attraversavo tutti i giorni per andare a trovare un amico, la piazza in cui giocavo a pallone, il vicolo in cui facevamo la posta alle ragazze”. Pagine indelebili dei ricordi dell’anima. Pagine del ghetto.

Italia ebraica, febbraio 2012


Una generazione si racconta

Nasce la prima banca della memoria ebraica. Realizzato dal Centro di Cultura Ebraica della Comunità di Roma grazie a un finanziamento dell’Otto per Mille dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, questo inedito progetto web racconterà uno degli ultimi intensi capitoli di storia della più antica realtà della Diaspora abbracciando l’arco temporale che va dai giorni della Liberazione, primo impulso di rinascita dopo gli orrori del nazifascismo, agli anni Ottanta, scenario della storica visita in sinagoga di papa Giovanni Paolo II. Ineludibilmente centrale, in questo appassionante percorso sulla scia dei ricordi di una generazione, lo straordinario contributo culturale e religioso dato dall’arrivo di migliaia di ebrei di Libia nella Capitale in seguito alle persecuzioni antisemite perpetrate nel paese nordafricano.Gli autori delle testimonianze, che saranno pubblicate sul sito www.memoriebraiche.it, sono alcuni tra i principali protagonisti di quel periodo di fermento. Leader politici, rabbini, intellettuali, artisti, giornalisti, gran parte dei quali ancora oggi fortemente coinvolti nella vita comunitaria, parteciperanno domenica pomeriggio al centro Il Pitigliani all’incontro Una generazione si racconta (il via alle 17.30), incontro in occasione del quale verrà data voce ai ricordi e in cui si procederà alla presentazione del nuovo sito. Porteranno un saluto il presidente UCEI Renzo Gattegna, il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, l’assessore alle Politiche Culturali e Centro Storico del Comune Dino Gasperini, l’assessore alle Politiche Culturali della Provincia Cecilia D’Elia, l’assessore alla Cultura, Arte e Sport della Regione Fabiana Santini. Condurrà la serata Marcello Pezzetti, direttore scientifico del Museo della Shoah. Interverranno assieme agli intervistati Micaela Procaccia, Sandro Portelli, Shalom Tesciuba e (in collegamento da New York) il giornalista Maurizio Molinari.
a.s., http://www.moked.it/

venerdì 17 febbraio 2012


L’arte cristiana commuove Israele

"Tornate a visitare i luoghi santi cristiani". E’ l’appello dei docenti dell’Universita’ ebraica di Tel Aviv durante il convegno sulla bellezza dell’arte cristiana in Terra Santa.

Presente tra i relatori, per la prima volta, il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa.

VIDEO:http://www.terrasanctablog.org/2012/02/17/larte-cristiana-commuove-israele-2/



Hezobollah, estranei attacchi a Israele

Lo dice Nasrallah su attacchi India, Georgia, Thailandia

(ANSA) - BEIRUT, 16 FEB - Il capo di Hezbollah libanese, Hassan Nasrallah, ha smentito qualsiasi coinvolgimento del suo "partito di Dio" sciita filo-iraniano nella serie di attacchi contro diplomatici israeliani in India, Georgia e Thailandia. ''Noi non abbiamo niente a che vedere", con gli attentati, ha detto Nasrallah in una dichiarazione su un grande schermo davanti a una folla di migliaia di persone per una cerimonia in onore dei "martiri" di Hezbollah.

Israele, sventato assassinio Barak

'C'era piano Iran-Hezbollah per attentato a Singapore'

(ANSA) - 16 FEB - I servizi segreti israeliani avrebbero sventato un piano del gruppo libanese Hezbollah e di agenti iraniani per assassinare il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak durante la sua visita a Singapore questa settimana. Lo scrive oggi il quotidiano kuwaitiano Al Jarida.Il giornale cita come fonte "alti ufficiali militari israeliani", sulla scia delle tensioni tra Iran e Israele dopo le esplosioni di Bangkok e gli attacchi contro diplomatici israeliani in India e in Georgia.

Ordigni a Bangkok, gli obiettivi erano israeliani

I risultati delle indagini sulle esplosioni di Bangkok fanno crescere la già siderale tensione tra lo stato d'Israele e l'Iran. Secondo il capo della polizia tailandese Priewpan Damapong erano israeliani gli obiettivi dei tre iraniani accusati di essere i responsabili. «Intendevano prendere di mira degli individui, in particolare diplomatici israeliani», ha affermato Damapong, dopo l’interrogatorio di uno degli iraniani, Mohammad Hazaei, 42 anni. I tre attentatori vivevano in una casa in affitto a Bangkok dove si era verificata un’esplosione accidentale. Hazaei e un suo complice, il trentunenne Sedaghat Zadeh, sono riusciti a fuggire. Il terzo, Saeid Moradi, 32 anni, ha lanciato una bomba a mano contro un taxi di passaggio perché si fermasse, ferendo l’autista e tre passanti. In seguito Moradi ha lanciato un’altra bomba a mano contro una macchina della polizia: ma l’ordigno è tornato indietro e l'esplosione gli ha amputato entrambe le gambe.Hazaei è stato arrestato la sera stessa all’aeroporto di Bangkok. Zadeh è fuggito in Malaysia, ma è stato catturato dalla polizia ed è in attesa di essere estradato in Thailandia. La casa era stata affittata da una donna iraniana, la 32enne Rohani Leila, in possesso di un visto di residenza, molto difficile da ottenere in Thailandia. Il visto era stato richiesto per studiare la lingua thailandese, ma la donna è già tornata in Iran. «L'Iran è una minaccia alla stabilità del mondo. I loro obiettivi sono dei diplomatici innocenti», ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma l'Iran si difende: secondo la tv di stato iraniana, Ramin Mehmanparast, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, ha condannato le esplosioni, accusando gli agenti israeliani «infiltrati» di essere spesso «autori di gesti come questo».http://www3.lastampa.it/

M-346
Accordo in Israele per Finmeccanica

I piloti dell'aeronautica militare di Israele, una delle più avanzate del mondo, verranno probabilmente addestrati sui jet italiani dell'Aermacchi. A meno di imprevisti, Israele comprerà circa 30 aerei M-346, l'addestratore avanzato costruito dall'azienda del gruppo Finmeccanica.La società italiana è stata selezionata in esclusiva dal ministero della Difesa di Tel Aviv per la fornitura dei velivoli per un valore di un miliardo di dollari (al cambio corrente sono circa 764 milioni di euro). «La firma ufficiale del contratto è prevista per la metà del 2012 e i velivoli saranno consegnati al cliente a partire da giugno 2014», ha annunciato Finmeccanica.La probabile (ma non ancora certa) commessa è la conseguenza di un accordo tra i due governi. I ministeri della Difesa hanno concordato un pacchetto di acquisti reciproci di tecnologia della difesa, in gergo si chiama offset. Il pacchetto «vale due miliardi di dollari», ha annunciato il ministero israeliano, precisando che si tratta di un miliardo per ognuno dei due paesi. Per questo importo Israele comprerà gli addestratori italiani compreso un pacchetto di formazione. Per lo stesso valore lo Stato italiano acquisterà prodotti dalle industrie della difesa israeliane.Il jet Aermacchi ha prevalso sul T-50 costruito dalla coreana Kai insieme all'americana Lockheed Martin, il numero uno mondiale dell'industria delle armi.I velivoli italiani rimpiazzeranno i TA-4 Sky-Hawks usati da 40 anni in Israele, anche nella guerra dello Yom Kippur nel 1973, sono aerei americani prodotti dalla Douglas Aircraft e poi da McDonnell Douglas, l'ex principale fornitore del Pentagono che è stato assorbito dalla Boeing.Quali prodotti comprerà l'Italia da Israele non è stato comunicato. Tel Aviv ha tecnologie avanzate in particolare nell'elettronica e nella nuova frontiera, i sistemi «unmanned», senza pilota, sia velivoli sia veicoli terrestri. Proprio i velivoli senza pilota potrebbero interessare l'Italia.L'M-346 è sviluppato da Aermacchi a Venegono Inferiore, in provincia di Varese. L'addestratore può essere equipaggiato anche con armi e bombe come caccia leggero e trasformarsi in aereo da combattimento. L'aereo ha avuto un decollo difficile. L'aeronautica italiana lo ha comprato solo alcuni anni dopo che l'azienda lo commercializzava. Nel 2009 è stato firmato il contratto d'acquisto di sei aerei, per 220 milioni di euro; due sono stati consegnati, sulle linee di Venegono il lavoro scarseggia.Nel 2010 è arrivata una commessa di 12 aerei a Singapore, il valore per Aermacchi, che era insieme a Boeing, è di 250 milioni di euro. In prospettiva, c'è la gara negli Usa per almeno 300 aerei.Le azioni Finmeccanica sono salite del 2,35% a 3,48 euro. Il presidente e a.d. Giuseppe Orsi ha commentato: «È una grande affermazione non solo di Finmeccanica e Alenia Aermacchi ma di tutto il sistema paese Italia. Questo risultato è ancora più significativo se si considera che Israele è un paese di avanzata e riconosciuta tecnologia».http://www.ilsole24ore.com

Un matrimonio ultra ortodosso

Le stupende foto delle nozze haredim a Bnei Brak, vicino a Tel Aviv

Bnei Brak è una città di circa 150 mila persone che si trova a est di Tel Aviv, in Israele, abitata quasi esclusivamente da haredim, gli ebrei ultra-ortodossi. Fino agli anni Settanta la città era abitata da persone appartenenti a diverse correnti dell’ebraismo ma negli ultimi quarant’anni è stata governata esclusivamente da sindaci haredim, che hanno favorito la crescita della popolazione ultra-ortodossa e provocato l’allontanamento degli altri cittadini.Oggi a Bnei Brak si è celebrato il matrimonio – in stile tradizionale – del pronipote del rabbino chassid della città, un evento a cui hanno partecipato moltissime persone. Il fotografo dell’Associated Press Oded Balilty ha scattato alcune belle foto dei preparativi del matrimonio, degli invitati e della mitzvah tantz, una danza che si tiene dopo i festeggiamenti e prima della notte di nozze in cui alcuni uomini – tra cui il rabbino e lo sposo – ballano attorno alla sposa, che resta in piedi da sola in un angolo della sala. Le foto: http://www.ilpost.it/2012/02/15/matrimonio-ebraico/

Nir Baram
Letture Kosher di febbraio 2012

Scrivono. Per necessità, per ambizione, mettendo la propria creatività al servizio del regime, usando ogni dettaglio per estorcere, convincere e incriminare la vita altrui. Sono personaggi "non normali, anche se normativi", capaci di vedere e intravedere l´anima umana in un ballo di maschere cupo ed inquietante, dove "svelare il proprio volto" diventa un atto decisivo, una "soluzione finale". Persone per bene, brave per l´appunto, ambiziose, decise, fragili, comuni. Giovani in carriera sotto il regime nazista e stalinista in una delle epoche più atroci che ha conosciuto l´Europa. Lei aspirante poetessa, figlia di intellettuali ebrei, che seguendo un vecchio rapporto sentimentale entra a far parte della famigerata polizia segreta. Lui, un brillante uomo di marketing, estraneo ai propri sentimenti, esperto di quelli altrui, entra a far parte del ministero degli Esteri del Reich. Insieme, determinati nello svolgere i propri ruoli, diventano delle "macchine per sopravvivere", condannando milioni di persone alla morte, attraverso la parola scritta, attraverso il loro talento, attraverso la loro creatività. Come si comprende il male, come lo si giustifica? Fino a che punto è elastica l´anima umana e fino a che punto siamo noi ad elasticizzare la nostra realtà, facendo il possibile per poter dormire la notte? Con una profonda capacità letteraria definita da Yehoshua "audace e brillante. Un nuovo standard per la letteratura di tutti noi", Nir Baram, 35 anni di Gerusalemme, compie con indiscutibile successo, una missione unica e innovativa nel panorama letterario di Israele. Sono due storie parallele rinchiuse in una cornice non semplice da raccontare, in grado di far sorgere domande personali e collettive sulla nostra capacita di riconoscere la verità, costantemente modellata attraverso la realtà. Uno spaccato della complessità dell´anima umana, perturbata nei soggetti quotidiani, inquieta quando la quotidianità è frutto dell´orrore. Seguendo le onde di Primo Levi, Jonathan little e altri, l´autore riesce nella ricerca di comprendere le scelte di chi ha compiuto o ha permesso di compiere atti atroci e creare un livello tale di identificazione con i suoi personaggi, portando il lettore a confrontare le "zone grigie" presenti nelle scelte, i desideri e le paure che insieme hanno permesso alla macchina della carneficina di accelerare. "Esiste nel libro, una dimensione storica legata direttamente ai nostri giorni dice Baram senza la quale, il libro perde interesse. Personalmente, mi stimola meno leggere su persone che hanno creduto ciecamente nella ideologia nazista, perché non ha alcuna rilevanza per i nostri giorni. Ho cercato di creare un equilibrio tra identificazione e ripugnanza, trattando i miei personaggi come persone normali, con desideri e passioni normali, nel contesto della Seconda guerra mondiale".E in effetti Baram in questa opera riesce a far sorgere domande relative alla nostra realtà, analoghe a qualsiasi società in crisi, anche se sarebbe difficile negare un legame ancor più attuale con la società di Israele."Una delle conclusioni più significative a cui sono giunto scrivendo il libro dice Baram, editore di una casa editrice ed editorialista in vari quotidiani è che anche oggi una parte importante delle persone che conosco si mettono al servizio di organi, organizzazioni e istituti, senza credere che gli stessi enti portino un valore positivo al mondo, anzi al contrario. Esiste una contraddizione tra l´etica personale e l´organo a cui stanno donando il proprio talento. È questo il concetto itinerante delle Brave persone, pensiero estremamente diffuso nel mondo capitalista. Si tratta dell´insieme delle giustificazioni che si creano per poter continuare a servire organismi contro la propria credenza". Ma non finiscono qui i legami attuali con la storia dei due personaggi che continuano a perseguitare la mente del lettore anche dopo aver terminato la lettura. La diffusione del male nella sua convenzionalità, l´umanità dietro il carnefice, unitamente ai meccanismi di negazione che non smottano mai e che permettono di convivere con il male, di giustificarlo e diffonderlo, sono tra gli altri i componenti che trasformano questo ambizioso romanzo in un terreno fertile per riflessioni morali che man mano si trasformano in domande penetranti, doloranti, rivolte anche a noi stessi. 15/02/2012 | Sivan Kotler, http://www.formiche.net/


I tentacoli dell’Iran

Alcuni commenti dalla stampa israeliana
Scrive YOAV LIMOR, su Yisrael Hayom: «La prima e lampante conclusione che deriva della serie di attentati degli ultimi giorni è che l’Iran è sotto pressione. Non c’è altro modo di interpretare la sua rozza e violenta condotta, che contravviene praticamente ad ogni logica operativa e diplomatica, se non per il fatto che i dirigenti di Tehran stanno ormai ragionando con le viscere e non con la testa.» L’editoriale osserva tuttavia che, «nonostante la fretta e il dilettantismo operativo con cui sembrano attuati gli ultimi attentati, la loro preparazione è stata scrupolosa: è stata raccolta una considerevole quantità di materiale di intelligence e i terroristi sapevano esattamente chi cercare.» Secondo Limor, «Israele conta di usare gli eventi di questi ultimi giorni (compresa la crescente evidenza del coinvolgimento dell’Iran nell’aiutare il presidente Assad a reprimere con la violenza le dimostrazioni dell’opposizione in Siria) come un solido argomento in campo diplomatico per rafforzare ulteriormente le pressioni sull’Iran per la questione del nucleare. Ma la fretta di agire dell’Iran, a dispetto del pesante prezzo che gli deriva dal suo esporsi su tutti i fronti, deve essere senza dubbio motivo di preoccupazione sia a Gerusalemme che in occidente.»
(Da: Yisrael Hayom, 15.2.12)
All’indomani dell’“incidente sul lavoro” con conseguente esplosione anticipata di un ordigno che agenti iraniani stavano approntato a Bangkok, l’editoriale del JERUSALEM POST commenta: «Repubblica Islamica e Hezbollah hanno dimostrato più volte in passato d’essere in grado di realizzare micidiali attentati terroristici, e non solo contro obiettivi israeliani. Il comandante dei terroristi Hezbollah, Imad Mughniyeh, si rese responsabile nel 1983 dell’attentato alla caserma dei marines Usa a Beirut che uccise 241 soldati americani e 58 paracadutisti francesi, e dell’attentato all’ambasciata Usa, sempre nel 1983 e nella stessa città, che uccise 60 persone. Ma Hezbollah è sul libro paga dell’Iran, che è il principale stato al mondo che sponsorizza il terrorismo. C’erano i mullah iraniani dietro agli attentati dei primi anni ’90 contro il Centro comunitario ebraico AMIA e l’Ambasciata israeliana a Buenos Aires. Gli operativi delle Guardie Rivoluzionari iraniane e i loro collaboratori sciiti sono da tempo una forza destabilizzante in Iraq, dove uccidono militari americani e iracheni sunniti. Non basta. L’Iran sostiene le forze anti-occidentali in Afghanistan, contrabbanda armi e missili per Hezbollah nel Libano meridionale e ha unito le sue forze a quelle del presidente Bashar Assad nella brutale repressione delle rivolte popolari in Siria. Indagini, suppliche e deplorazioni non bastano. È ormai del tutto evidente che l’Iran costituisce una minaccia per l’occidente. La violenta retorica dei dirigenti ufficiali della Repubblica Islamica e il loro sostegno attivo agli attentati terroristici, sia in Medio Oriente che nel resto del mondo, non possono essere congedati con vuote condanne. Una delle ragioni dietro a questi ultimi attentati a Nuova Delhi e a Tbilisi è il desiderio dell’Iran di dissuadere l’occidente dall’attaccare i suoi impianti nucleari, mostrando che i suoi lacchè Hezbollah possono allungare i loro tentacoli terroristici dove vogliono, finanche in Georgia e in India. Una severa risposta dell’occidente a questi attentati, al contrario, farebbe arrivare un chiaro contro-messaggio ai mullah di Tehran: i tentacoli possono essere allungati, ma possono anche essere mozzati.»
(Da: Jerusalem Post, 15.2.12) http://www.israele.net/

In Israele il romanzo “Quando la notte” di Cristina Comencini

“Quando la notte”, il romanzo di Cristina Comencini pubblicato in Italia da Feltrinelli, è appena uscito in Israele con grande consenso di critica.Particolarmente appassionato l’articolo a firma del noto scrittore e drammaturgo israeliano Abraham Yehoshua che ha inoltre deciso di presentarlo.Applausi ed emozione hanno accompagnato la proiezione del film “Quando la notte”, tratto dall’omonimo romanzo per la regia della stessa Comencini, alla Cinemateca di Tel Aviv.“Quando la notte” è stato già pubblicato in molti paesi tra cui la Francia, edito da Grasset, e uscirà presto in Germania e negli Stati Uniti. http://www.rbcasting.com/

Mo: Israele, nuova legge prostituzione, punira' i clienti

(ANSAmed) - GERUSALEMME, 15 FEB - La Knesset (parlamento) ha iniziato oggi l'esame di una nuova e piu' severa legge contro la prostituzione che prevede varie misure di deterrente nei confronti dei clienti, fra cui la detenzione per i recidivi per un periodo massimo di sei mesi.Basata sull'esperienza svedese la legge e' stata elaborata da due deputate della opposizione - Orit Suarez (Kadima) e Zahava Galon (Meretz) - ma domenica ha ricevuto anche l'aperto sostegno del governo di centro-destra guidato da Benyamin Netanyahu.


Israele: visita storica di Netanyahu a Cipro

Domani il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu effettuerà una visita storica a Cipro volta ad evidenziare i legami tra le due nazioni. La fioritura delle relazioni è richiesto da un interesse reciproco di gas e petrolio, e si rafforza al deteriorarsi dei loro rispettivi contatti con la Turchia. Durante l'incontro si discuterà della cooperazione energetica e della sicurezza regionale.La cooperazione energetica con Cipro deve ancora essere definita, ha detto Netanyahu. Entrambi i paesi hanno scoperto enormi giacimenti di gas naturale nel Mar Mediterraneo e stanno trovando accordi per cooperare sulla fornitura del gas ai mercati europei e asiatici. La ditta israeliana Delek e la sua partner Noble hanno scoperto 16 miliardi di metri cubi di gas naturale nel giacimento di gas Leviathan vicino alla zona di Cipro. Il potenziale finanziario di tali aree ha inaugurato una nuova era nelle relazioni tra Israele e Cipro.http://www.focusmo.it

giovedì 16 febbraio 2012

guerra dei sei giorni

Israele e Iran verso la deflagrazione in una nuova Guerra dei sei giorni

Gerusalemme – Probabilmente si respirava la stessa atmosfera di oggi nei mesi che precedettero la Guerra dei sei giorni, nel 1967, quando Israele lanciò il suo efficacissimo attacco preventivo contro l’Egitto e i suoi alleati. Quarantacinque anni dopo, nel mirino del piccolo paese che costituisce l’avamposto più orientale della civiltà occidentale è finito l’Iran.Ci sono cinque ragioni – mi dicono – per le quali Israele non dovrebbe attaccare:1. Gli iraniani potrebbero reagire con veemenza, chiudendo lo stretto di Hormuz e scatenando il terrorismo a Gaza, in Libano, in Iraq.2. L’intera regione sarebbe messa a ferro e fuoco dai musulmani, inferociti; la Primavera araba si tramuterebbe in un Inverno islamico.3. L’economia globale subirebbe il colpo durissimo: il rincaro del petrolio4. Il regime iraniano verrebbe rafforzato, essendo stato attaccato proprio da quei sionisti che la sua propaganda demonizza di continuo.5. Un Iran dotato di armi atomiche non è nulla di cui preoccuparsi, perché gli stati che acquisiscono capacità atomiche diventano più responsabili e meno inclini al rischio.Io vi dico che questi argomenti sono sbagliati.Esaminiamoli uno per volta.Il pericolo di una rappresaglia. Gli iraniani dovrebbero presumibilmente fronteggiare non una, non due, ma tre portaerei statunitensi. Due si trovano già nel Golfo Persico: la CVN 72 Abramo Lincoln e la CVN 70 Carl Vinson. Una terza, la CVN 77 George H.W. Bush, si dice che stia giungendo da Norfolk.Sì, lo so che il presidente Obama è un santo e nobile uomo di pace che impiega aerei senza pilota per uccidere nemici dell’America in quantità senza precedenti, però solo dopo aver lottato con la propria coscienza per almeno... dieci secondi. Ma immaginatevi la scena che mi è stata descritta una volta da un generale a quattro stelle. Non sono le proverbiali tre antimeridiane, bensì le undici di sera alla Casa Bianca (le 7 di mattina in Israele). Squilla il telefono.Il comandante in capo delle forze armate: “Signor presidente, abbiamo informazioni credibili che l’aviazione israeliana è in volo, ed è a un’ora di distanza dagli impianti iraniani sospettati di attività nucleari”.POTUS (acronimo per Presidente degli Stati Uniti): “Dannazione. Cosa devo fare?”Comandante in capo: “Signor Presidente, desidero raccomandarle di fornire agli israeliani tutto l’appoggio necessario per rendere minime le conseguenze di un’eventuale rappresaglia iraniana”.POTUS: “Ma quei [censura] hanno fatto da soli. Hanno agito alle mie spalle, maledizione”.Comandante in capo: “Vero, signore”.POTUS: “Perché mai dovrei alzare un dito per aiutarli?”.Comandante in capo: “Perché se gli iraniani chiudessero lo Stretto di Hormuz, il barile schizzerebbe oltre i duecento dollari”.POTUS [dopo una pausa]: “Un momento! [a bassa voce] Come vanno i sondaggi in Florida?”David Axelrod [anche lui a bassa voce]: “Maluccio”.POTUS: “Ok generale, raduni le armi anti-bunker”.L’eruzione dell’intero mondo musulmano. Tutti i coccodrilli dell’Africa non potrebbero pareggiare le false lacrime che verserebbero le potenze sunnite della regione qualora le ambizioni nucleari iraniane venissero bloccate.Una recessione in doppia cifra. Il prezzo del petrolio sta calando, grazie agli sforzi congiunti dei capi di governo europei per uscire dalla Grande Depressione. Una guerra Israele-Iran li farebbe aumentare, ma i sauditi sono pronti a innalzare la produzione per attenuare l’entità del rincaro.La legittimazione della teocrazia. Per favore, mandatemi la lista di tutti i regimi che, negli ultimi sessant’anni, siano sopravvissuti a un’umiliazione militare come quella che soffrirebbe Teheran. La sopravvivenza di Saddam Hussein dopo la prima guerra del Golfo è il solo caso che mi viene in mente – poi, nel secondo round, lo abbiamo preso.Il senso di responsabilità di un Iran nucleare. Dovremmo credere che una teocrazia sciita rivoluzionaria si trasformerebbe, dall’oggi al domani, in una sobria e calcolatrice seguace del realismo diplomatico... proprio perché è venuta in possesso di armi di distruzione di massa? Sarebbe come se, qualora gli scienziati tedeschi avessero realizzato una bomba atomica tanto velocemente quanto il Progetto Manhattan, la Seconda guerra mondiale fosse terminata con un negoziato mediato dalla Società delle nazioni.Il vero pericolo oggi in Medio Oriente non è quello di una Guerra dei sei giorni tra Israele e Iran. E’ quello che l’inerzia dell’Occidente permetta ai mullah di Teheran di entrare in possesso dell’arma nucleare; non ho alcun dubbio che ne trarrebbero il massimo del vantaggio. Avremmo permesso la creazione di un impero basato sul ricatto.La guerra è un male. Ma talvolta una guerra preventiva può essere un male minore del mantenere la pace. Le persone che non lo sanno sono quelle che ancora negano quel che finirebbe per costarci un Iran armato di atomiche.Mi sembra la vigilia di una distruzione creativa.tratto da The Daily Beast traduzione di Enrico De Simone, http://www.loccidentale.it/


Israele: approvato dal Governo il piano di sviluppo del Mar Morto

833 milioni di NIS (170 milioni di Euro ca.) saranno destinati allo sviluppo della regione del Mar Morto. Questa decisione e’ stata presa l’altro giorno alla sessione settimanale del Gabinetto di Governo. Decisione che segue la proposta del Ministro del Turismo, Stas Misezhnikov, e il Ministro per l’Ambiente, Gilad Erdan, in accordo con l’Ufficio del Primo Ministro e del Ministro delle Finanze.Il Ministero del Turismo investira’ 700 milioni di NIS (140 milioni di Euro ca.), il Ministero dell’Ambiente 121 milioni di NIS (24.2 milioni di Euro ca.) e l’Istituto Geologico investira’ 12 milioni di NIS (2.4 milioni di Euro ca.).Il Ministro Misezhnikov ha deciso di voler trasformare la regione del Mar Morto in una delle piu’ popolari attrazioni turistiche.Il piano include lo sviluppo dei centri Hamei Zohar e Ein Bokek, l’area compresa tra i due centri, cosi’ come le aree destinate alla riabilitazione e le infrastrutture gia’ presenti ma danneggiate o a rischio.Sono, inoltre, comprese nel progetto, le aree del bacino del Mar Morto, in particolar modo quelle del bacino nord, e le riserve naturali danneggiate a causa del basso livello delle acque.I fondi saranno destinati come segue: 434 milioni di NIS (86.8 milioni di Euro ca.) per Hotel e attrazioni turistiche – i lavori inizieranno nel 2012 ed e’ prevista la costruzione di 2700 nuove camere di hotel; 265 milioni di NIS (53 milioni di Euro ca.) saranno destinati alle infrastrutture al servizio dei turisti e 134 milioni di NIS (26.8 milioni di Euro ca.) per il risanamento dell’ambiente.

Nehemia Ben-Porat, Presidente dell’Associazione degli Hotel del Mar Morto, ha dichiarato: “Crediamo che i fondi stanziati daranno un forte slancio all’area . Questo investimento contribuira’ grandemente ad incrementare le opportunita’ di occupazione per i residenti della regione del Negev”. (ICE TEL AVIV) http://www.etribuna.com/


INCIDENTE

Shlomo sta attraversando la strada a Miami quando viene investito da un autobus e perde i sensi. Un prete cattolico, arrivato contemporaneamente ai paramedici, non conoscendo la religione del ferito e credendolo in pericolo di vita gli somministra l’estrema unzione. Dopo due ore Shlomo si riprende tranquillamente e vede il prete che gli dice dell’estrema unzione, al che lui replica:“Beh, sa padre, io sono ebreo, ma questa cosa che lei mi ha fatto certo non mi farà male”.
Torna subito a casa per raccontare in famiglia che cosa gli è successo e trova la moglie già sulla porta che sta uscendo e le dice:“Sarah, non crederai a quello che mi è successo oggi! Sono vivo per….”.E lei lo stoppa dicendo:“Senti Shlomico, non ho tempo. Sono in ritardo per il tavolino di Conquin al circolo della WIZO. La tua cena è nel surgelatore, scongelatela e magia. Ci vediamo sul tardi”.Allora Shlomo va nella stanza di sua figlia Rivka e le dice:“Tesoro, Motek, senti che cosa è successo oggi al tuo papà”.E lei, con fare acido: “Papà, ma non vedi che sono al telefono con un amico? stiamo pianificando una uscita di gruppo per domani sera. Esci e chiudi la porta!”Shlomo a questo punto va nella stanza di suo figlio.“Figlio mio, lascia che ti dica cosa è successo oggi, che stavo per….”E il figlio:“Senti pà, sono in ritardo per un appuntamento con la mia ragazza, anzi, ti dico subito che mi prendo la macchina e che mi servono cento dollari.”A questo punto, Shlomo se ne va da solo nel salone, scuote la testa e dice a sé stesso:“Ma guarda tu! Sono stato GOY per solo due ore e già odio tre ebrei!” Sullam n. 88


MOSHE


Sulla strada fra Tel Aviv e Jaffo, Moshe Abramovich un uomo anziano di circa 80 anni, religioso, viene fermato per un controllo da una pattuglia della polizia che gli chiede che fa in giro a quell’ora di notte.Moshè con sorriso risponde: “Sto andando ad una conferenza su l’abuso di alcool ed i suoi nocivi effetti che ha sul corpo umano, così come sul fumo e sulle terribili malattie che provoca e soprattutto l’argomento verte sulla assurdità e sul non necessità di stare fuori fino a tardi.”
Il poliziotto stupitissimo gli chiede: “Davvero? Chi è che fa questa conferenza a quest’ora della notte? ““Ovviamente quella Yedish-Mame di mia moglie.” Risponde Moshe. Sullam n. 88


Torta di arance e mandorle

Ingredienti: 2 arance non trattate; 250g di farina di mandorle;250g zucchero; 6 uova; 1 bustina di lievito istantaneo; 1 cucchiaio di liquore; 1 bacca di cardamomo; 1 pizzico di sale.Preparazione:
Mettete a bagno le arance non trattate la sera prima. Dopo aver asportato il picciuolo, i semi e le eventuali parti annerite, frullatele.Aggiungete lo zucchero, un pizzico di sale, la farina di mandorle, il lievito, la bacca di cardamomo aperta e pestata nel mortaio, il liquore, mescolate bene il tutto e poi aggiungete le uova, mescolate nuovamente e versate in uno stampo a cerniera imburrato e infarinato.Infornate la torta, a forno preriscaldato a 180 gradi, tenendola coperta per la prima mezz’ora con un foglio di alluminio, poi scopritela e lasciatela inforno ancora mezz’ora o più se necessario. Sullam n.88



Terzi-D’Alema, i due modi di vedere Israele

Due diversi modi di interpretare l’iniziativa in politica estera. L’Autorità palestinese starebbe per annunciare l’abbandono del tavolo di trattativa con Israele, «del resto mi è stato riferito che il processo di pace che si sta tentando in Giordania non sta portando a niente», dice Massimo D’Alema appena rientrato da un tour in Medio Oriente. Aggiungendo che lo stallo, di cui il ministro Terzi aveva accennato nel finale della sua audizione su Medio Oriente, Libia e primavere arabe, è foriero di rischi. L’Occidente, è il consiglio di D’Alema, «deve offrire una sponda alla leadership moderata palestinese, o in prospettiva avremo una ulteriore radicalizzazione». E con elezioni alle viste. Del resto, anche gli Stati Uniti chiedono a Israele maggior impegno. L’Europa e l’Italia, poi, prendano l’iniziativa, anche perché, da quelle parti, «senza Europa non si mangia». Certo, riconosce il ministro Terzi, «ci sono prospettive incerte di riapertura del negoziato», ma «è dovuto un incoraggiamento al governo israeliano a riattivare la trattativa», e anzi «è utile l’iniziativa giordana». Insomma, un serrato confronto tra due diversi atlantisti. Uno, il ministro in carica, ex ambasciatore negli Usa e amico di Israele tutto d’un pezzo, ma che non spezza la continuità nella politica estera italiana, «da cinquant’anni» improntata all’equivicinanza tra Israele e Palestina. L’altro, l’ex premier che da capo della Farnesina, in pieno avvio della pericolosa missione italiana in Libano, si fece fotografare a Beirut a fianco di Hezbollah - a protezione dei nostri militari, mentre passava la vulgata demagogica dell’«amico dei terroristi» - da sempre attento alle ragioni della Palestina, dove da moltissimi anni ha anche adottato a distanza un bambino, e alla fine l’intera famiglia. Ma, soprattutto, a confronto sono stati ieri un diplomatico di gran carriera e un politico puro. Strategico il ragionamento di D’Alema: la Primavera Araba, «che Netanyahu considera l’Inverno di Israele», arriverà anche nei Territori, e col sostegno che le popolazioni maghrebine hanno tributato ad Hamas, rafforzandolo rispetto a Fatah, rischia di far esplodere la situazione. Tattico Terzi: «Israele è preoccupata dall’incubo nucleare iraniano». E bisogna vedere se la partita interna ad Hamas finirà davvero con la separazione dell’ala militare.LA STAMPA 16/02/2012


Elie Wiesel : " Battesimi postumi, Mitt Romney parli alla sua Chiesa"

Mitt Romney "dovrebbe parlare alla sua Chiesa e dire di smettere di esibire battesimi postumi di ebrei e vittime della Shoah". Così il Premio Nobel per la Letteratura Elie Wiesel in un messaggio rivolto al candidato alle primarie repubblicane per le presidenziali negli Stati Uniti. L'abitudine mormone di battezzare vittime della Shoah, tornata in questi giorni d'attualità sulla stampa internazionale era talmente diffusa che nel '95 fu necessario un vero e proprio atto legale, firmato dalle gerarchie ecclesiali dello Utah, per mettere fine a quella pratica, dettata dalla volontà di "salvare le loro anime". http://www.moked.it/


Bellezza e perdono

Il Tizio della Sera è ipnotizzato davanti alla televisione. C’è una rivolta ad Atene. In cima alla folla, proprio davanti alla polizia, un vegliardo. E’ Manolis Glezos, il partigiano. Ha più di novantanni. Nel ‘41 si arrampicò sull'Acropoli per togliere da lassù la bandiera nazista. E la tolse. In una prima fila, c’è Theodorakis, il musicista. 87 anni, capelli folti, i baffi densi, canuto per sbaglio. Scrisse gran canzoni, lo torturò la polizia dei colonnelli. Theodorakis dice che la colpa della crisi è di certi ebrei ricchi in cima al mondo. E va bene, pensa il Tizio, non tutto è perfetto. E perdona Thedorakis, e gli dà un buffetto. Gli dice: Mikis Thedorakis, piantala di fare il cretino. Facci ballare un altro sirtakì. Eroi fermi corrono intorno a un vaso con la loro lancia alzata. Sono Achille ed Ettore, dipinti di nero. Il Tizio ama Grecia la disperata, madre del mondo.Il Tizio della Sera,http://www.moked.it/


Bruciare le persone, bruciare i libri

Il 17 febbraio del 1600 l’ambasciatore francese si lamentò dell’odore di carne umana bruciata che dalla vicina Piazza Campo de’ Fiori arrivava fin su le finestre della sua sede a Piazza Farnese. Che un eretico fosse messo al rogo dal Sant’Uffizio non era così grave, ma che almeno lo facessero un po’ più lontano da casa sua! Se l’odore si percepiva, non si sentivano invece le grida di Giordano Bruno, cui era stato messo un bavaglio sulla bocca per paura che proferisse bestemmie e ingiurie. A ricordo del rogo, nel 1889 fu eretta nella piazza una statua di bronzo, suscitando forti proteste da parte della Chiesa. Non c’è romano che non abbia visto almeno una volta la statua di Giordano Bruno; non tutti però hanno forse notato che sul piedistallo della statua sono affissi dei medaglioni di bronzo con le effigi di otto altri personaggi condannati per eresia (alcuni a morte): Michele Serveto, un medico e teologo spagnolo, che fu perseguitato sia dai cattolici che dai protestanti per le sue idee eretiche sul concetto di trinità e venne alla fine processato e arso vivo nel 1553 dai calvinisti di Ginevra con i suoi scritti appesi al collo; Tommaso Campanella, che passò ben 27 anni della sua vita fra un carcere e l’altro, accusato d’eresia, pratiche demoniche e cospirazione, salvandosi dalla pena capitale solo perché si finse pazzo; Pietro Ramo, assassinato da un sicario cattolico a Parigi nella tragica notte di S. Bartolomeo nel 1572; Aonio Paleario, condannato dal tribunale dell’inquisizione come eretico, impiccato nel 1570 (il suo cadavere fu bruciato davanti a ponte Sant'Angelo, sul Lungotevere di Roma); Lucilio (Giulio Cesare) Vanini, arso sul rogo a Tolosa nel 1619 per ateismo e bestemmie, dopo essergli stata tagliata la lingua ed essere stato strangolato; Paolo Sarpi, morto a Venezia nel 1623, denunciato più volte al tribunale del Sant’Uffizio (fra l’altro anche per sospetti legami con ebrei veneziani), subendo diversi attentati; il ceco Jan Hus, arso sul rogo nel 1415 a Costanza (Germania) per eresia contro la chiesa cattolica; e infine John Wycliffe, teologo inglese dissidente, morto nel 1384 e dichiarato eretico dal Consiglio di Costanza nel 1415, il che portò nel 1428 all’esumazione del cadavere e al rogo dei suoi resti (e dei suoi libri).Poco lontano dalla statua di Giordano Bruno, sul lastricato della piazza, da qualche mese è presente una lapide che ricorda un altro rogo, quello del Talmud messo in atto il 9 settembre 1553. Bruciare un uomo è certamente più grave che bruciare un libro. Nel Talmud stesso è scritto che, quando i romani misero al rogo Rabbi Chaninà ben Teradion avvolto nella pergamena del Sefer Torah, il libro bruciava (insieme al corpo del rabbino), ma le lettere salivano inalterate in alto. E infatti sono arrivate fino a noi. Anche lo studio del Talmud, nonostante i roghi in tutta Europa, è più vivo che mai, tanto vivo che una sua traduzione (in qualsiasi lingua, italiano incluso) non è affatto inutile né impossibile.http://www.moked.it/
rav Gianfranco Di Segni, Collegio rabbinico italiano


In questi giorni il giornalista del Foglio Giulio Meotti ha pubblicato una serie di articoli molto intensi, direi quasi spiritati, sul conflitto iraniano, in cui dà per scontato un imminente attacco da parte di Israele. Subito dopo, il ministro israeliano Matàn Vilnaí (che appartiene alla corrente ex-laburista Aztmaut del ministro della difesa Ehud Barak, cinque deputati, di cui quattro ministri), si è dimesso ed è stato nominato ambasciatore di Israele in Cina. La circostanza non sarebbe degna di nota se non fosse che Vilnaí è il ministro per la Difesa su fronte interno, ossia ha ricoperto finora la mansione più delicata se ci fosse un conflitto con abbondanti lanci di missili sulle città israeliane. Esistono allora tre possibili spiegazioni al cambiamento di ruolo di Vilnaí. La prima è che Israele interpreta in senso lato il concetto di difesa del territorio, e ha quindi deciso di estendere la barriera di difesa antiterrorismo fino alla Muraglia cinese. La seconda spiegazione è che Giulio Meotti sa delle cose che Matàn Vilnaí non sa. La terza spiegazione è che Matàn Vilnaí sa delle cose che Giulio Meotti non sa.Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme,http://www.moked.it/

Voci a confronto

Ancora storie di esplosioni “islamiche” in estremo oriente, dopo quelle di ieri in India ed in Georgia, che riportano ad un Iran che si proclama, ovviamente, del tutto estraneo; questa volta, tuttavia, due cittadini iraniani si fanno subito beccare in Thailandia confermando, in tal modo, quanto le autorità israeliane, Barak in primis, stavano dicendo da alcuni giorni. Lo si legge, in particolare su La Stampa (Alessandro Ursic) e sul Giornale (Gian Micalessin). In Iran, intanto, si prepara una serie di modifiche al codice di procedura penale; poco ci si può attendere da correzioni apportate dai personaggi al potere a Teheran, ed infatti Vanna Vannuccini scrive su Repubblica che ci sono molti casi nei quali il giudice può decidere in piena autonomia, e un editoriale di Avvenire scrive, tra le righe, a proposito della lapidazione (ma non sarebbe stato opportuno un qualche commento? ndr) che sarebbe prevista “l’eliminazione o perlomeno il silenzio”. Anche oggi Michele Giorgio sul Manifesto si scaglia contro Israele, sotto il titolo “Love under apartheid”. Dove vigeva il regime di apartheid bianchi e neri non potevano neanche contrarre matrimonio, né frequentare scuole comuni, bisognerebbe ricordare al “polemista” del manifesto, ma oggi fa almeno sorridere quando scrive per i suoi ingenui lettori che “Israele si oppone (ai ricongiungimenti familiari) per evitare incrementi demografici”. Verrebbe voglia di suggerire a Giorgio di evitare di scrivere, in futuro, che per “i palestinesi non è semplice ottenere un permesso di soggiorno in un altro paese anche arabo”; se i suoi lettori ci riflettono su, potrebbero porsi domande pericolose per la causa. Tobias Buck firma per il Financial Times un altro dei suoi articoli sul quale bisognerebbe riflettere a lungo per la gravità di alcune affermazioni; non vi è dubbio sul fatto che Hamas stia conquistando “nel mondo arabo confidenza, alleati e legittimazione”, ma bisogna almeno dubitare sul fatto che negli USA ed in Europa sia ancora davvero al bando. E’ forse sufficiente il fatto che Hamas si stia allontanando da Siria e Iran (nonostante il recentissimo viaggio dei suoi capi a Teheran, presentati anche ad un pubblico osannante)? è forse corretto affermare che “alcuni suoi membri sono pronti a moderare le loro posizioni”? non è forse da ingenui far finta di non capire che cosa si cela dietro la “separazione tra l’ala politica (che starà coi Fratelli Musulmani) e quella militare” che pur dovranno “mantenere una totale collaborazione”? Il nuovo Egitto ed il Qatar spingono Hamas a unirsi a Hamas, i cui leader vogliono la legittimazione internazionale e la leadership palestinese, e Buck sembra contento di poter chiudere il suo articolo con le parole di uno di questi capi: “crediamo che il futuro sia nostro”. La posizione dell’estrema sinistra (forse anche quella di casa nostra, pensando alle polemiche di questi giorni), sembra tuttora molto vicina a quella del rais siriano Assad; Marinella Correggia scrive sul Manifesto che l’Esercito Siriano Libero non sarebbe tanto composto di ufficiali e soldati “che si rifiutano d sparare su gente comune”, ma “in realtà è responsabile di uccisioni di soldati e civili siriani (elenchi documentati), e di atti di sabotaggio e di terrorismo”. Anche su queste parole ci sarebbe da fare una attenta riflessione… L’Osservatore Romano pubblica una breve nella quale riferisce che Obama ha chiesto al Congresso di confermare 1.3 miliardi di dollari di aiuti militari all’Egitto, malgrado le recenti tensioni; in mancanza di ulteriori dettagli bisognerà aspettare qualche giorno per poter meglio comprendere il significato di questa notizia. Ethan Bronner firma un articolo per l’International Herald Tribune, ma sarebbe stato necessario partecipare al recente seminario organizzato a Yad Vashem per poter meglio comprendere il significato di alcune affermazioni che il giornalista riporta oggi; si legge di un taiwanese che dichiara che “prima di venire qua credevo che (l’Olocausto) fosse stato peggiore di così”, o, più avanti, che “Israele deve lasciare da parte Auschwitz che è una prigione mentale”. Per il sottoscritto non è casuale che queste parole siano ora riportate proprio da una testata come l’Herald Tribune. Per chiudere, infine, un po’ di gossip, che gossip tuttavia non è: “ebreo, cristiano e musulmano allo stesso tempo” dichiara il figlio di Oliver Stone che da cristiano, con un nonno ebreo, si è convertito all’Islam sciita in Iran. Belle potrebbero essere, in senso astratto, le sue parole, se questo fosse davvero possibile, ma il fatto che siano state pronunciate proprio in una terra dove i capi religiosi vogliono uccidere tutti gli ebrei per permettere… Rendo l’idea, signor Sean Ali Stone?Emanuel Segre Amarhttp://moked.it/blog/


Le ragioni dei pessimisti

Del libro di Alberto Mayer, Mabruk! Storie di vita e di morte dei kamikaze palestinesi (Aliberti Castelvecchi 2010), e del dibattito ad esso dedicato giovedì scorso, 9 febbraio, presso il Museo Ebraico di Roma, si è già parlato, sulla Newsletter di venerdì. Alle considerazioni svolte nel corso della tavola rotonda, e riportate nella suddetta cronaca, mi sento di dovere aggiungere soltanto una sensazione e una considerazione di fondo, suscitate dalla lettura del volume, appartenenti, la prima, al terreno delle emozioni, la seconda a quello della razionalità.La sensazione emotiva che il libro suscita nel lettore, purtroppo, è quella di una profonda angoscia. La descrizione analitica del macabro rituale di morte che porta tanti giovani, tante madri, tanti padri, tanti mariti a preparare con meticolosa cura il martirio proprio o dei propri congiunti, ad accettare con serafica indifferenza o con apparente entusiasmo l’idea della morte propria o dei propri parenti, desiderata e procurata per poter così massacrare il numero più alto possibile di ‘nemici’ (quasi sempre civili inermi, vecchi, donne e bambini, colpevoli solo di essere ebrei), non può non gettare nel più profondo sconforto. L’immenso dolore per le vittime si intreccia a una somma di sentimenti, difficilmente decifrabili, rivolti ai responsabili: ripugnanza, orrore, pena, disgusto, incredulità… Che si può provare nei confronti di una bambina destinata, fin dalla nascita, a morire, per dare la morte ad altri? Che si può pensare dei suoi genitori e parenti, della società che le è intorno, che approva questo percorso, ne è orgogliosa o, quanto meno, non proferisce neanche mezza parola di rifiuto, di dissenso, di perplessità?“Lo shahid – nota Mayer – è… un soggetto normotipo”, le sue azioni non sono collegabili ad alcun tipo di patologia psichica, di percepibile alterazione comportamentale: “l’attentato suicida è il punto di arrivo di un percorso estremamente razionale e articolato, all’interno del quale eventuali patologie paranoidi, psicotiche o narcisistiche non sono rilevanti”. Il gesto della cd. shahada, atto a mietere vite umane, a dilaniare decine di corpi, è preparato, accettato da famiglie normali, dove si va a scuola, si parla di calcio, si fanno i conti per la spesa, si guarda la televisione. Un’assoluta “banalità del male”, che lascia attoniti, ammutoliti, convinti unicamente della totale inadeguatezza delle proprie categorie culturali di fronte a un fenomeno che pare appartenere a una logica assolutamente ‘altra’, oscura, impenetrabile, eppure così terribilmente consequenziale, e funzionante.La considerazione razionale è l’amara, amarissima constatazione della completa inconsistenza, in siffatto scenario, di qualsiasi prospettiva di soluzione politica del conflitto mediorientale, per il semplice motivo che la radice, la natura di esso non appare, in alcun modo, di tipo politico. Ė vero, come si dice, che qualsiasi contrasto può trovare soluzione, che anche guerre secolari hanno avuto un termine, ma ciò può avvenire, è avvenuto soltanto quando, da una parte e dall’altra, a un certo momento l’ottenebramento ideologico, il furore distruttivo ha ceduto il passo al paziente linguaggio del dialogo, del compromesso, della mediazione: quando al brutale istinto di morte, con la sua cruda semplificazione, si è sostituito l’umile desiderio di normalità, una minima capacità di ascolto, di accettazione, di ripiegamento. L’umiltà, la pazienza della politica, la fiducia nella forza mite, incruenta della parola, della persuasione. Ma quale politica, quale razionalità si può scorgere in genitori che allevano i loro figli per vederli morire, rivolgendo loro le proprie felicitazioni (“mabruk!”, “auguri!”) per l’annunciato “lieto evento”? I kamikaze, è vero, non rappresentano l’intera società palestinese. Ma è altrettanto vero, ripetiamo, che le voci di condanna del fenomeno sono pressoché inesistenti. Tutti i terroristi liberati nello scambio con Gilad Shalit – alcuni dei quali organizzatori di veri e propri eccidi - hanno ricevuto consistenti premi economici non solo da Hamas, ma anche dall’Autorità Palestinese, e ad alcuni di loro lo stesso Presidente, il “moderato” Abu Mazen, ha voluto personalmente porgere il proprio saluto e apprezzamento.Se le variegate opinioni sui possibili sviluppi del conflitto mediorientale di dividono, fondamentalmente, nei due grandi partiti dei pessimisti e degli ottimisti (o, per lo meno, dei possibilisti), non c’è dubbio sul fatto che il libro di Mayer offra molti argomenti, tanto tristi quanto veri, a uno solo dei due, e nessuno, proprio nessuno, all’altro.Francesco Lucrezi, storico, http://www.moked.it


Londra 2012 - Il sogno di Sergy

È ormai iniziato il countdown verso Londra 2012. La trentesima edizione delle Olimpiadi estive, la terza nella capitale inglese (un record destinato a durare a lungo), si prepara con sempre maggiore fermento ad accogliere migliaia di atleti da tutto il mondo per due settimane da consegnare alla storia dello sport. Eppure anche tra chi si è guadagnato sul campo l'iscrizione alle gare a cinque cerchi possono ancora esistere, a cinque mesi dall'accensione della torcia, pesanti incognite sulla propria presenza ai Giochi. Emblematica in questo senso la vicenda dell'israeliano Sergy Rikhter, discreto protagonista internazionale nella disciplina del tiro a segno. Primo atleta di Israele a conquistare il lasciapassare per Londra, Rikhter è però quello con i dubbi più intensi sul suo futuro olimpico. I problemi, neanche a dirlo, sono di natura economica. La partecipazione ha infatti un costo ingente che necessita di uno sponsor o di un autofinanziamento rilevante che, almeno in questo caso, non sembra possibile. Così l'atleta, già più volte medagliato in Coppa del Mondo, si è rivolto alla comunità del web per chiedere una mano. L'obiettivo, attraverso il sito Mimoona, è quello di raccogliere una determinata cifra entro l'inizio di aprile. Solo allora sarà chiaro se a luglio dovrà tenersi pronto per la grande avventura o più mestamente guardare verso altri lidi. Le speranze di riuscita ci sono visto che la prima settimana di promozione sul web è andata oltre le più rosee aspettative grazie anche al singolare tariffario inventato dallo stesso Sergy. Tariffario per il quale, a seconda dell'ammontare del contributo, è previsto l'invio in cambio di lettere di ringraziamento, fotografie, gadget e t-shirt autografate. “Un piccolo contributo per un grande sogno” dice Rikhter. L'ambizione di Olimpia si coltiva anche così.a.s.http://www.moked.it