sabato 10 marzo 2012

La festa di Purim

Oggi gli ebrei di tutto il mondo festeggiano la festa di Purim, che cade il 14esimo giorno del mese ebraico di Adar e ricorda quando la regina Ester e suo cugino Mardocheo sventarono il piano di Amàn – consigliere del re persiano Assuero – di uccidere tutti gli ebrei dell’impero. La storia viene raccontata nel libro biblico di Ester. Durante il Purim, che viene preceduto da un giorno di digiuno, le persone banchettano, si scambiano doni – soprattutto cibi e bevande – fanno la carità e leggono il libro di Ester. C’è anche l’usanza di indossare maschere e costumi e di partecipare a sfilate simili a quelle del carnevale, un’usanza che sembra introdotta dagli ebrei italiani nel Cinquecento prendendo spunto dai cortei carnevaleschi.Il fotografo di Agence France Presse Menahem Kahana ha fotografato le celebrazioni del Purim nella città di Bnei Brak, che si trova a est di Tel Aviv, in Israele, ed è abitata quasi esclusivamente da haredim, gli ebrei ultra-ortodossi.................. http://www.ilpost.it/ 8.3.2012

In Israele arrivano nuove leggi contro prostituzione e anoressia

Carcere per i clienti delle prostitute, stop alle modelle anoressiche e alle immagini “photoshoppate”. Queste le nuove norme al vaglio del Parlamento israeliano

Negli ultimi mesi molte donne in Israele si sono sentite di nuovo al centro dello scontro tra laici e ultraortodossi, poco difese dalle istituzioni e sotto attacco da parte di un mondo religioso estremista che le vorrebbe relegate in fondo agli autobus e su marciapiedi separati dagli uomini.Tra i toni (giustamente) accesi della polemica e delle proteste, arrivano però due proposte di legge a ricordare che comunque nello Stato ebraico la normativa in fatto di diritti e difesa delle donne è la più avanzata del Medio Oriente e, spesso, supera quella di molti paesi occidentali.La prima proposta punta a colpire il traffico umano e lo sfruttamento della prostituzione, prevedendo pene severe per i clienti delle “lucciole”. Alla prima violazione i clienti potranno evitare il carcere frequentando un corso che li istruirà sui drammi che circondano il mondo del sesso a pagamento, ma al secondo “strike” scatteranno pene fino a un massimo di sei mesi di reclusione.Secondo i promotori della legge, in Israele le prostitute sono circa 15.000, di cui un terzo minorenni. La maggior parte, il 90 per cento secondo alcune stime, sono straniere, portate clandestinamente da Africa, Asia ed Europa dell’est e poi costrette a vendere il proprio corpo da protettori violenti e senza scrupoli.La seconda bozza di legge in dirittura d’arrivo cerca invece di arginare la crescita dei casi di anoressia, soprattutto fra le giovani, prendendo di mira le distorsioni del corpo femminile e i canoni di presunta bellezza imposti dai media e dal’industria della moda. La nuova legge vieterebbe alle agenzie pubblicitarie di assumere modelle sottopeso, ossia con un indice di massa corporea inferiore a 18,5 e obbligherebbe a inserire degli avvisi nelle pubblicità qualora fossero stati utilizzati software quali “Photoshop” per far dimagrire digitalmente le modelle.Entrambe le proposte hanno ricevuto l’appoggio del governo e dei due principali partiti rappresentati nella Knesset, il Likud e Kadima, rendendo molto probabile la loro approvazione.da: Ariel David, http://www.romaebraica.it/

Gratin di patate e cipolle

Ingredienti:1000 gr. di Patate - 4 Cipolle - 500 ml. di Latte - 100 gr. di Burro - Sale - Pepe.Preparazione:Lavate le patate, sbucciatele e tagliatele a fettine molto sottili.Pulite le cipolle e tagliatele ad anelli, anch’essi sottili.Disponetele le patate e le cipolle a strati alterni in una pirofila ben imburrata, salando e pepando ogni strato e cospargendolo con fiocchetti di burro.Comprimete il tortino con le mani e ricopritelo di latte.Cuocete in forno già caldo a 180 gradi fino a che il latte non si asciughi e non si crei la superficie gratinata.Accorgimenti:Per ottenere la gratinatura, ovvero la crosticina croccante sulla superficie, è necessario preriscaldare bene il forno e, in caso di cottura con altre pietanze, disporre la teglia nel piano superiore.http://www.gustissimo.it/

Cestino di pane con radicchio, pere e gorgonzola

Ingredienti 4 persone: 10 fette di pane ai 5 cereali in cassetta, 4 uova, 2 cucchiai di latte, 2 pere, 200 gr di gorgonzola piccante, 100 gr di panna fresca, 500 gr di radicchio trevigiano, burro, sale.Procedimento:Ungere con del burro uno stampo a cerniera del diametro di 24cm, adagiarvi le fette di pane leggermente appiattite con un matterello, sbattere 1 uovo con il latte, spennellare le fette di pane con il composto e cuocere nel forno caldo per 10 minuti circa. Nel frattempo pulire il radicchio e tagliarlo a listarelle, farlo rosolare in una padella con olio extra vergine di oliva, aggiungere le pere tagliate a cubetti e far stufare per pochi minuti, salare e pepare.Togliere la teglia dal forno, preparare un composto con le restanti uova e il gorgonzola sbriciolato adagiare sulla base della torta il radicchio stufato con le pere e ricoprirlo con la crema di uova e formaggio. Mettere lo stampo in forno a 180° per 30 min finché la superficie sarà dorata. http://i4moschettieri.mastertopforum.net


Israele-Turchia: allerta del Mossad sulla missione diplomatica

Gli agenti del Mossad israeliano hanno allertato la Turchia circa la possibilità che la missione diplomatica israeliana sul territorio anatolico potrebbe essere a rischio. La principale agenzia d'intelligence israeliana ha inviato una lettera all' omologa turca, in cui si legge:" Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniana sta preparando un attacco anti-israeliano in Turchia. Secondo il rapporto diffuso dai quotidiani turchi ed israeliani, quattro soggetti provenienti dalla Repubblica Islamica, avrebbero già tentato di oltrepassare il confine , muniti di armi e materiale utilizzabile in un attacco contro diplomatici israeliani.http://www.focusmo.it


Ramallah

Nuova fumata nera per il governo di unità nazionale palestinese

I colloqui per la formazione di un governo di unità nazionale palestinese resteranno sospesi finché Hamas non permetterà alla Commissione Elettorale Centrale palestinese di operare nella striscia di Gaza. Lo ha dichiarato mercoledì un esponente di Fatah.Due settimane fa Fatah e Hamas hanno concordato di rinviare i colloqui sulla formazione del governo unitario che, in base a quanto previsto dall’accordo di riconciliazione fra le due organizzazioni mediato dal Qatar, dovrebbe essere guidato dall’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Da allora le due parti continuano ad accusarsi a vicenda per il ritardo. Fatah sostiene che la decisione di posporre i colloqui è stata presa su richiesta del capo di Hamas, Khaled Mashaal, che incontra forti opposizioni interne contro il patto siglato con Abu Mazen. Hamas, dal canto suo, sostiene che è stato Abu Mazen a chiedere il rinvio.All’inizio Abu Mazen sperava di poter convocare nel prossimo mese di maggio le elezioni presidenziali e parlamentari palestinesi già più volte rinviate. Stando ai patti, fra i compiti principali del governo unitario dovrebbe esserci appunto quello di preparare le elezioni. Nel frattempo, però, diversi capi di Hamas hanno pubblicamente preso posizione contro l’accordo di riconciliazione firmato da Abu Mazen e Mashaal il mese scorso a Doha (Qatar), sostenendo che il capo di Hamas non li aveva preventivamente consultati.Ora Jamal Muhaissen, membro del Comitato Centrale di Fatah, accusa Hamas di impedire alla Commissione Elettorale palestinese di registrare circa 250mila elettori nella striscia di Gaza, un'operazione che a suo dire dovrebbe durare più o meno sei settimane. Dice Muhaissen che solo una volta completato il lavoro della commissione, Abu Mazen emanerà un decreto per indire le elezioni come previsto nell’accordo fra le due parti. In questo contesto Muhaissen afferma che i colloqui sulla formazione del nuovo governo resteranno sospesi finché Hamas non permetterà alla commissione di iniziare le sue operazioni nella striscia di Gaza. Muhaissen smentisce inoltre come “infondata” l’accusa di Hamas all’Autorità Palestinese d’aver impedito ai sostenitori del movimento islamista in Cisgiordania di registrarsi presso la commissione.Intanto un altro esponente di Fatah, Azzam al-Ahmed, smentisce che le due organizzazioni abbiano formato una squadra congiunta per facilitare la costituzione del nuovo governo, e nega che Fatah abbia incaricato suoi rappresentanti nella striscia di Gaza di entrare a far parte di tale squadra. Anche al-Ahmed sostiene che Hamas avrebbe chiesto due settimane di tempo per prendere una decisione finale in merito al governo di unità nazionale. Viceversa, il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nega che il suo movimento sia responsabile dell’attuale stallo e afferma che tutta la faccenda è nelle mani di Abu Mazen.Nel frattempo Mahmoud al-Zahar, cofondatore e membro della dirigenza di Hamas, ha smentito mercoledì che la sua organizzazione abbia mai espresso l’intenzione di tenersi fuori da un’eventuale conflitto armato fra Israele e Iran. Lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars. “Rappresaglia con tutte le nostre forze: questa è la posizione di Hamas riguardo a una guerra sionista [israeliana] contro l’Iran”, ha detto Zahar secondo l’agenzia Fars.L’affermazione appare in diretta contraddizione con quanto riferito poco prima, sempre mercoledì, dalla BBC secondo la quale lo stesso Zahar avrebbe invece affermato: “Se Israele ci attaccherà, noi risponderemo. Se non lo farà, noi non ci faremo coinvolgere in nessun altro conflitto regionale”. Il giorno precedente, anche un altro esponente di Hamas, il membro del politburo Salah Bardawil, aveva affermato che il gruppo islamista palestinese si sarebbe tenuto fuori da un’eventuale guerra fra Iran e Israele. “Se ci sarà una guerra fra le due potenze – aveva detto Bardawil, secondo il giornale britannico Guardian – Hamas non interverrà in quella guerra”. E aveva aggiunto: “Hamas non fa parte di alleanze militari nella regione, la nostra strategia è di difendere i nostri diritti”. Queste prese di posizione erano state spiegate da alcuni osservatori con lo stretto rapporto che esiste fra Hamas e i Fratelli Musulmani egiziani (sunniti), avversi all’Iran (sciita). Parlando mercoledì con l’agenzia Fars, Zahar ha viceversa affermato che, in caso di attacco all’Iran, Hamas reagirebbe non solo contro Israele, ma anche contro “chiunque lo aiutasse”.Nei reportage del Guardian e della BBC gli esponenti di Hamas hanno parlato anche dei finanziamenti iraniani a favore di Hamas, ma anche su questo le comunicazioni appaiono incoerenti. Secondo il Guardian, Bardawil ha detto che “nei primi tempi del blocco [di Gaza] i soldi erano davvero tanti, ma poi due anni fa si sono ridotti”. La BBC cita invece un altro anonimo esponente di Hamas a Gaza secondo il quale, “benché l’Iran sia sempre stato finanziariamente molto generoso con Hamas, Iran e Hamas hanno poco in comune sul piano ideologico”.(Da: Jerusalem Post, 8.3.12) http://www.israele.net/

Shlomo Eliahu
Generali vende la quota MigdalCeduto il 69% al gruppo israeliano Eliahu per 835 milioni

Generali lascia Israele: il Leone di Trieste ha ceduto per 835 milioni la quota detenuta nella compagnia Migdal, pari al 69,1%, all' imprenditore Shlomo Eliahu. Lo ha annunciato ieri il gruppo triestino precisando di stimare una plusvalenza pari a 103 milioni e un miglioramento dell' indice di solvency I di circa 2,4 punti percentuali. Il controvalore della cessione, che permetterà di aumentare la liquidità del capitale disponibile, rappresenta un premio implicito di circa il 12,6% rispetto al prezzo alla Borsa di Tel Aviv. Il titolo del Leone ieri ha guadagnato l' 1,62%. La trattativa, che secondo le indiscrezioni pubblicate dalla stampa locale è cominciata tra fine 2011 e inizio 2012, è andata avanti in modo piuttosto spedito e la transazione è stata concordata in tempi rapidi. Il gruppo guidato da Giovanni Perissinotto ha deciso la vendita perché Israele non fa parte dei Paesi «core» sui quali punta, quelli cioè a crescita maggiore e a minore presenza assicurativa come, anzitutto, Est Europa, Cina, India e Brasile. Israele è invece considerato un mercato «maturo» (la quota assicurativa sul Pil è pari al 4,7%), con un difficile quadro politico che tra l' altro rende piuttosto volatile la domanda nel ramo vita, che risente delle pressioni regolamentari e dei rischi guerra e terrorismo. L' acquirente, Eliahu, controlla il gruppo da lui fondato, attivo nei settori finanziario, assicurativo e immobiliare e che detiene il 10% circa di Bank Leumi, istituto che in passato ha controllato la Migdal ed è ancora azionista della compagnia. Eliahu, che ha svolto tempo fa anche attività politica, è nato a Baghdad nel 1936. Ha iniziato la sua «carriera» proprio alla Migdal, da cui è uscito nel 1953 per svolgere l' attività di agente assicurativo. Nel ' 55 ha avviato una propria iniziativa nel settore delle polizze e nel ' 66 ha fondato il suo gruppo, inizialmente attivo solo nella Rc auto, e che successivamente ha esteso i rami di business. La Migdal è presente nei segmenti vita, malattie, fondi pensione e danni con una rete di agenti e broker indipendenti, e una propria società di distribuzione. Dal 2005 opera anche nei servizi finanziari attraverso Migdal capital markets. Nei primi nove mesi del 2011 ha registrato premi lordi per circa 1,3 miliardi (1,6 miliardi a fine 2010) con un risultato netto di 57 milioni (158 milioni a fine 2010) e un patrimonio netto di circa 888 milioni (934 milioni a fine 2010). Per le Generali Migdal rappresentava in parte un «pezzo di storia». Il Leone partecipa nel 1934 alla fondazione della compagnia, con una quota del 27%, insieme ad alcune famiglie locali. Negli anni Quaranta il controllo passa alla Leumi che lo mantiene fino al ' 97. In quell' anno Migdal viene quotata e la maggioranza del capitale è rilevata dal Leone, allora presieduto da Antoine Bernheim. Sergio Bocconi, http://archiviostorico.corriere.it/

Israele: senza gli USA, “il 60% degli israeliani è contrario ad un attacco contro l’Iran”

Secondo un sondaggio condotto domenica e lunedì dal quotidiano israeliano Haaretz, durante la visita del primo ministro Benjamin a , il 58% degli israeliani ritiene che “se gli Stati Uniti non dovessero attaccare gli impianti nucleari dell’, Israele non dovrebbe intraprendere un’azione militare da solo”.Tuttavia, rimane alta la fiducia degli intervistati nei confronti di “Netanyahu e del ministro della Difesa Ehud Barak sulla gestione della presunta minaccia iraniana”.Lunedì Netanyahu ha incontrato il presidente statunitense Barack Obama a Washington, alla Casa Bianca, per “analizzare” i punti di frizione tra i due paesi “su come intervenire contro il programma nucleare iraniano.Al vertice Obama ha dichiarato che “è del tutto inaccettabile che l’Iran possieda armi nucleari. È nei migliori interessi degli Stati Uniti prevenire un Iran nucleare. Crediamo che ci sia ancora una finestra aperta per la via diplomatica”.Netanyahu ha invece ribadito che “è ormai scaduto il tempo per porre fine, con efficacia, al programma nucleare di . Diplomazia e sanzioni non hanno condotto ai risultati sperati”.Lunedì, in un intervento alla conferenza annuale dell’American-Israeli Public Affairs Committee (AIPAC), Netanyahu ha dichiarato che “Israele ha atteso a lungo i risultati delle sanzioni e della diplomazia. Nessuno di noi può permettersi di aspettare ancora a lungo”.Mercoledì Haaretz informava della proposta israeliana di acquisto, in occasione di una riunione tra Netanyahu e il segretario della Difesa USA Leon , di “tecnologie avanzate per il rifornimento in volo e bombe anti-bunker GBU-28”. Una misura, secondo la stampa iraniana, “per preparare un adeguato attacco ai siti nucleari del paese”.La fonte di Haaretz, un alto funzionario statunitense rimasto anonimo, ha rivelato inoltre che Obama “ha dato il via libera a Panetta affinché si occupi dell’affare”, al fianco dell’omologo israeliano Barak.http://www.atlasweb.it/

Primo post su Facebook per il presidente Peres


Il presidente israeliano Shimon Peres ha aperto la sua pagina sul social network "Facebook", con un video nel quale invita le persone a "diventare amiche per la pace". "Sono emozionato nello scrivere il mio primo post in bacheca, spero che questa pagina diventi un posto in cui coloro che sognano e credono nella pace raccontino e condividano le loro storie e le loro esperienze con me" scrive Peres, che conclude: "Facebook ci dà potere, osiamo credere di poter cambiare il nostro mondo e creare un domani migliore, voglio sentire la vostra voce".http://www.moked.it/


Medinat Weimar, semiseria utopia

Un progetto che gioca sul filo dell’ironia, del paradosso e dell’assenza di certezze. Ma guai a farsene beffe perché l’idea di fondo è molto seria e sempre più apprezzata come dimostra il crescente consenso che circonda Medinat Weimar, il movimento politico per la creazione di uno Stato ebraico in Turingia con la città di Weimar come capitale. In Germania sta ottenendo grande visibilità, campeggia insistentemente sulle pagine dei giornali e nel dibattito pubblico. Dall'inizio di gennaio dispone inoltre di uno spazio all'interno del Museo ebraico di Berlino, uno dei più conosciuti e visitati al mondo. Il manifesto politico del gruppo, imperniato sui principi dell'antifascismo e dell'autodeterminazione, si pone come obiettivo una battaglia politica su due fronti: convincere i tedeschi a dare la Turingia agli ebrei e questi ultimi a fare ritorno nella rinnovata terra di Germania per fondarvi il loro Stato. Alcuni anni fa Mahmud Ahmadinejad ha proposto polemicamente che sia l'Europa a concedere una parte del suo territorio per ospitare lo Stato ebraico. “Se astratta dal contesto antisemita del discorso del presidente iraniano – questa la controprovocazione del gruppo – l'idea può essere interessante”. Tutto inizia nel 2008. L'artista israeliano Ronen Eidelman presenta la sua tesi di laurea all'Accademia delle Belle Arti di Weimar, un programma di studio nell'ambito dell'arte nello spazio pubblico che prevedeva la creazione ex novo di un movimento politico inteso appunto a fondare un nuovo Stato ebraico in Turingia. L'inconsueta ricerca di un giovane laureando sul rapporto tra l'arte e la comunicazione politica ha giorno per giorno acquisito dimensioni inaspettate, mobilitato risorse, persone, energie, elaborato una struttura ideologica articolata e rispettabile, conquistato pian piano la curiosità del pubblico e l'attenzione di istituzioni culturali e media. Si è insomma costituita in movimento. Medinat Weimar si propone come una via verso il superamento di molti gravi problemi del mondo, su tutti tre: il conflitto mediorientale, il trauma del popolo ebraico e il senso di colpa tedesco. Opportunità ad un tempo per i tedeschi, di convivere con gli ebrei e dividere con loro il suolo che fu del terzo Reich, chiudendo così definitivamente con il loro passato; e per gli ebrei, o almeno molti di loro, di ritrovare le proprie radici, un tempo estirpate da tutta l'Europa orientale. La Turingia è il luogo adatto. Se da una parte questa regione è testimone di un millennio di vita ebraica, giacché le prime comunità vi si insediarono nel X secolo (a Erfurt si può ancora ammirare una sinagoga risalente al XII secolo), dall'altra ha una altrettanto lunga storia di antisemitismo, purtroppo non conclusa. La Turingia infatti, già patria dell'antigiudaismo luterano in età moderna, poi roccaforte del partito nazionalsocialista ai suoi albori negli anni Venti, è oggi il centro geografico del (crescente) fenomeno neonazista. Medinat Weimar vuole combattere non solo l'antisemitismo ma anche il falso filosemitismo, ovvero quella solidarietà pelosa nei confronti di ebrei e israeliani con cui molti tedeschi benpensanti si puliscono la coscienza, o almeno la faccia. Medinat Weimar persegue un'integrazione genuina e consapevole degli ebrei nella società tedesca, senza pregiudizi né ipocrisie.Eidelman ha spiegato che Weimar “è un luogo dal forte valore simbolico per la Germania , tra i maggiori centri della sua vita culturale e politica da secoli (si pensi a Goethe, Schiller, alla Weimarer Republik, al Bauhaus). È dunque il luogo giusto per il Tiqqun Deutschlands, la riparazione o redenzione della Germania”. Aggiunge poi, a persuadere i locali ancora scettici, una considerazione di ordine pratico. “L'economia della Turingia – dice – è stagnante e la decrescita demografica forte. I giovani emigrano in massa e mancano i flussi migratori che coinvolgono invece altre zone della Germania. Una forte immigrazione, quale deriverebbe dalla nascita di uno Stato ebraico, risolverebbe molte questioni, non solo culturali”. Ricordi, chi trova il piano stravagante, che nella storia dell'idea di Stato ebraico non mancano i precedenti. Il Piano Uganda, proposto dallo stesso Theodor Herzl al sesto Congresso sionista nel 1903, fu per anni preso in seria considerazione e una spedizione venne mandata in esplorazione del territorio. In seguito furono inviate commissioni anche in Cirenaica, in Angola e in Iraq. Di qualche anno seguì il progetto Glaveston, che prevedeva la creazione di insediamenti ebraici negli Stati Uniti meridionali. Tra il 1907 e il 1914 9mila ebrei europei si trasferirono in Texas. Nel 1939 una proposta venne direttamente dal Ministero degli Interni del governo Roosevelt: trasferire gli ebrei europei in Alaska. In questo caso si trattava più di una soluzione d'emergenza per salvare gli ebrei che dell'aspirazione a uno Stato nazionale, ma non mancò chi si fece suggestionare dall'idea di una terra non di latte e miele ma di ghiaccio e salmone.Il piano Madagascar provenne invece da parte nazista. I gerarchi hitleriani, in una fase ancora ‘moderata’ della loro politica antisemita, vagliarono l'ipotesi di trasferire la popolazione ebraica che ‘ammorbava’ l'Europa sull'isola dell'Oceano indiano. Anche Stalin ebbe la sua idea di Stato ebraico, l'Oblast autonomo di Birobidzan, ovvero la Sion sovietica. Nel disegno del leader bolscevico ogni etnia che popolava l'Unione Sovietica avrebbe avuto un territorio in cui amministrare autonomamente la nuova vita socialista. Agli ebrei toccò l'inospitale Manciuria. Il risultato della ‘tenace opera di convincimento’ portata avanti dalla burocrazia bolscevica si poté misurare verso fine degli anni Quaranta. Allora vivevano a Birobidzan circa 30mila ebrei – naturalmente con loro scuole, sinagoghe, istituzioni. Si stampava perfino un giornale in yiddish. Con la liberalizzazione dell'emigrazione negli anni Settanta il numero degli ebrei manciuriani calò vistosamente, ma della vivace comunità rimangono ancora oggi tracce. A differenza di tutti quelli che l'hanno preceduto, il piano di Eidelman è pensato e agito con uno Stato d'Israele già esistente. Come si pone nei suoi confronti? Tra i principi fondanti di Medinat Weimar è detto chiaro e tondo: “Non vogliamo sostituire Israele, solo dargli un fratello minore europeo”. È postsionismo? “No – risponde l'ideologo di Eretz Thüringen – non amo queste definizioni ma dovendo scegliere preferisco presionista, nel senso che guardo alle origini, all'idea di emancipazione che animava Theodor Herzl”. “L'idea – spiega – si colloca in maniera trasversale a tutte le divisioni ideologiche, culturali e religiose tanto del mondo ebraico quanto di quello tedesco”. Molti obiettano che non sarà facile condurre il progetto in porto. “I sogni utopici aprono spazi di libertà”, la risposta. Ronen Eidelman è un artista prima che uno statista. Il suo lavoro ha a che fare con l'immaginazione, più che con il realismo politico. La sua è utopia postmoderna, concepita in un contesto povero di certezze, in particolare nel campo delle tradizionali categorie politiche. Qual è oggi, nel mondo globalizzato, il senso dello Stato nazionale? Quale quello dell'identità di popolo?Nell'idea dello Stato ebraico in Turingia c'è il gusto dell'ambiguità, dell'ironia dissacrante come strumento di critica del dogma. La voglia di confondere, mostrare la fragilità della doxa invalsa, dei confini e dei tabù. Rendere insomma chiaro che nulla è chiaro. Medinat Weimar non è un movimento realistico. È piuttosto una provocazione, un tentativo di sfumare i confini fra le posizioni estremiste di ideologie fra loro opposte (antisemitismo, nazionalismo, sionismo e antisionismo) mostrandone la comune riducibilità all'assurdo. Lo slogan: “Bratwurst kasher ora!Manuel Disegni, Pagine Ebraiche, marzo 2012


Appena finita la guerra, mentre ancora si sparava nelle città e nelle campagne, per la Polonia presero a girare degli emissari dalla Palestina, alla ricerca dei bambini ebrei sopravvissuti. A volte i piccoli, soprattutto se bambine, avevano trovato delle famiglie in cui erano beneaccetti o addirittura amati. Ma da queste famiglie dovevano separarsi, dimenticare il polacco e ogni cosa appresa fino a quel momento, restare orfani per una seconda volta, e prepararsi a partire per “Eretz”. Una frammento di storia poco noto e spesso doloroso. Se ne parla anche, fra l’altro, nell’ultimo straordinario romanzo di Nava Semel “E il topo rise”.Laura Quercioli Mincer, slavista http://www.moked.it

venerdì 9 marzo 2012

Premiata l’ospitalità italiana in Israele

Lo Stato di Israele nella persona di Tzvi Lotan, consigliere per gli Affari turistici dell’Ambasciata, ha ricevuto la menzione speciale della giuria del Premio Ospitalità Italiana (organizzato da Isnart) per aver promosso, in collaborazione con la Camera di Commercio Italia-Israele, l’accoglienza italiana.Per la categoria “Ristoranti italiani nel mondo nell’area Mediterranea”, il presidente della Camera di Commercio di Ancona Rodolfo Giampieri ha premiato Fabrizio Fornari, chef e proprietario dell’Osteria da Fiorella di Tel Aviv, vincitore tra oltre 800 partecipanti.http://www.lagenziadiviaggi.it


Israle. Creato il letto-nido che può ospitare fino a 16 persone

Su Repubblica.it è uscita una notizia-curiosità proveniente da Israele: il letto-nido. Il nome originale è "The Giant Birdsnest for creating new ideas", ed è stato ideato e creato dagli architetti e designer del gruppo creativo O*GE, come prototipo per un nuovo spazio ispiratore di socializzazione. Un ibrido tra arredamento e parco giochi. Il suo potente e allo stesso tempo semplice concetto e le sue caratteristiche intriganti non necessitano ne di spiegazioni ne di un manuale d'uso. In pratica è pronto all'uso, pronto a giocarci dentro o a tenerci dei meeting di lavoro informali. La versione più grande misura 4,50m di diametro e può contenere fino a 16 persone contemporaneamente, offrendo uno spazio confortante e sensuale, con la possibilità di sedersi in svariate posizioni, perfetto per incontri informali e di scambio culturale. Ovviamente non è escluso il semplice relax.Insomma ci si può sbizzarrire in mille modi. Se anche tu vuoi provare la sensazione di farti cullare in un nido d'uccelli un pò rivisitato, c'è la possibilità di ordinare il letto-nido in 3 diverse misure.http://piacenzanight.com


Iran/ Israele si felicita per ripresa dialogo su dossier nucleare

Gerusalemme, 7 mar. (TMNews) - Il capo del Consiglio nazionale di Sicurezza israeliano, Yaacov Amidror, si è felicitato oggi della prossima ripresa del dialogo dell'Onu con l'Iran sul suo programma , ma ha messo in guardia contro un suo eventuale fallimento. "Sono molto felice della ripresa dei negoziati tra l'Iran e le grandi potenze, soprattutto se porteranno all'abbandono da parte di Teheran del suo programma nucleare, ma devono anche prepararsi a un suo fallimento", ha detto Amidror alla radio pubblica."Se (le grandi potenze) non hanno un'alternativa militare, (gli iraniani) non rinunceranno al loro programma nucleare", ha avvertito ancora Amidror.(fonte Afp)

Teheran
Hamas scarica Ahmadinejad

I rappresentanti di Hamas hanno dichiarato che, nel caso di una guerra tra Iran e Israele, loro non combatteranno al fianco di Teheran. Alcuni membri del movimento si sono però affrettati a smentire tali indiscrezioni. Lo scrive il Guardian.PER LA PALESTINA - Hamas ha sempre fatto di tutto per rendersi indipendente da qualsiasi influenza straniera. E’ ormai risaputo che abbia ricevuto il supporto di stati come la Siria e, più recentemente, Iran. L’aiuto di questo paese, comunque, non è mai stato usato come un segno di distinzione da parte del movimento palestinese. La leadership di Hamas ha confermato che il movimento non può essere influenzato da correnti sia interne sia esterne, insistendo che tutto si muove in relazione ai desideri del popolo, contrariamente a quanto accade in Al-Fatah, descritti come le pedine del potere occidental e di Israele.http://www.giornalettismo.com/

Macfrut «espone» in Israele ed attira visitatori a Cesena

Una delle attività che maggiormente impegnano lo staff di Macfrut durante tutto l’anno, è il continuo sviluppo del processo di internazionalizzazione; una attività che porta risultati e «apre» importanti canali per i rapporti con le varie aree produttive del mondo che contribuisce anche a favorire in questo processo, le aziende ed operatori della filiera ortofrutticola espositori della rassegna cesenate.Nel panorama mondiale, una notevole rilevanza è ricoperta da Israele che, nonostante sia un Paese di non grandi dimensioni, ha una ortofrutticoltura ed un settore agroindustriale avanzati e con forte capacità espansiva.Per questo, la responsabile dell’Ufficio estero di Macfrut, Valentina Piraccini, si è recata in Israele alla fiera Agromashov che si è tenuta a Tel Aviv.Anche questa è stata una delle molteplici «tappe» del programma di internazionalizzazione che Macfrut sta mettendo in campo da anni (all’attivo una ventina di corrispondenti esteri e diverse joint-venture con rassegne fieristiche internazionali tra cui Agromashov), nel quale, oltre a incontri e seminari, si prevede anche la presenza alle maggiori rassegne di settore con spazi espositivi sotto l’egida di Macfrut, dove trovano posto importanti imprese ed operatori del Made in Italy, interessati ad un rapporto più diretto con il Paese dove si tiene la fiera agroalimentare. La partecipazione alla rassegna di Tel Aviv è avvenuta in collaborazione con la Regione Emilia Romagna ed ha avuto un momento di alto livello con la visita dell’Ambasciatore italiano, Luigi Mattiolo, e del vicepresidente della Camera di Commercio Israele-Italia, Roberto Della Rocca. Una visita che ha concretamente avuto il risultato di vedere, già in questi giorni, al «lavoro» sia l’Ambasciata che la struttura della Camera di Commercio in Israele, per preparare una delegazione ufficiale in visita a Macfrut, che si terrà a Cesena dal 26 al 28 settembre 2012.Questa azione viene favorita anche dall’interesse riscontrato alla fiera Agromashov sia per le tecnologie che per le produzioni italiane, partendo dal «top» rappresentato da macchinari e packaging.http://www.diariodelweb.it/

Consalvo, Confagricoltura: "Una partnership agricola con Israele per sviluppare tecnologie agricole"

"In Israele sono stati capaci di trasformare i punti deboli della loro agricoltura in punti di forza attraverso innovazioni e tecnologie, declinando l'importanza dell'agricoltura, non solo come fonte di nutrimento, ma come motore economico del Paese".

Lo ha detto Giandomenico Consalvo, componente della giunta di Confagricoltura con delega all'internazionalizzazione, introducendo i lavori del seminario: "Israele-Italia: tecnologie e innovazioni agricole", che si è tenuto oggi, in collaborazione con l' Ambasciata d'Israele, a palazzo della Valle, sede dell'Organizzazione.Confagricoltura guarda con favore a sinergie italo-israeliane in campo tecnologico. L'innovazione è, infatti, una delle priorità dell'agricoltura.Israele ha una ridotta superficie coltivabile, per due terzi arida e semi arida con problemi di erosione dei terreni: è stata questa la sfida che gli agricoltori israeliani hanno combattuto e vinto. Un sistema semplice, ma efficiente che ha connesso in modo perfetto il settore primario, con l'industria (serre, semi, fertilizzanti, irrigazione, tecnologie ecc.), il Centro di ricerca in agricoltura del ministero dell'Agricoltura e lo Sviluppo rurale e il Governo. "La necessità è stata la molla che ha spinto il nostro Paese alla tecnologia e all'innovazione, in 63 anni siamo stati capaci di trasformare il deserto in terra coltivabile", ha sottolineato l'ambasciatore Naor Gilon, ricordando le analogie e gli ottimi rapporti con l'Italia.Il direttore generale del Centro di ricerca in agricoltura del ministero dell'Agricoltura e lo Sviluppo rurale di Israele, Yoram Kapulnik ha presentato i successi della ricerca applicata che ha spinto verso un agribusiness hitech che riesce a moltiplicare di cinque volte le rese (raggiungendo, ad esempio le 500 tonnellate per ettaro di pomodori, le 80 tonnellate per ettaro di agrumi) e di prolungare le stagioni di raccolta.Dal canto suo Giuseppe Alonzo, presidente del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in Agricoltura in Italia si è soffermato sulle sfide principali dell'innovazione in agricoltura nel nostro Paese, in particolare la tracciabilità e la genomica. Yitzahak Kiriat, direttore per le agrotecnologie, l'acqua e l'ambiente dell'Istituto per l'export e la cooperazione internazionale in Israele ha sottolineato la continua evoluzione dell'agricoltura all'insegna della tecnologia che viene confezionata su misura per rispondere alle esigenze del mercato.In occasione di Agritech, la fiera internazionale dell'agricoltura che si tiene a Tel Aviv dal 15 al 17 maggio al 2012, si discuterà anche della cooperazione che si può attivare tra i ricercatori israeliani e italiani, per razionalizzare l'apporto idrico delle coltivazioni, evitare l'erosione dei suoli, individuare tecniche produttive a basso consumo d'acqua con le coltivazioni senza terra e migliorare le rese.http://www.viniesapori.net


La polizia arresta uno degli attentatori dell'ambasciata israeliana a Nuova Delhi

Forse ha un nome una delle persone coinvolte nell'attentato contro l'ambasciata israeliana di Nuova Delhi in cui è rimasta ferita una diplomatica dello Stato ebraico. La polizia ha arrestato un giornalista indiano, Syed Mohammed Kazmi. L'uomo, cinquanta anni, avrebbe affermato di lavorare per una pubblicazione iraniana. Per gli inquirenti, che hanno perquisito la casa dell'arrestato, Kazmi era in contatto con la persona sospettata di aver piazzato la bomba nell'automobile della diplomatica israeliana.http://www.moked.it

Ester rappresentata alla propria toeletta poco prima di presentarsi al re Assuero, olio su tela di Théodore Chassériau, 1841, Parigi, Musée du Louvre

La festa della donna

Per una rara coincidenza, quest’anno l’otto marzo cade proprio di Purim, il giorno in cui leggiamo il rotolo di Ester, la regina che, 2.400 anni or sono, salvò il popolo ebraico dallo sterminio. L’ebraismo non ha mai avuto bisogno di fissare un giorno come “festa della donna”, perché lo festeggia ogni venerdì sera quando, attorno al tavolo imbandito, canta “Eshet chail”, una lode alla donna di valore. La donna ideale non è l’eroina, la donna “pubblica”, ma, come recita Proverbi 31, quella che svolge un ruolo determinante nella casa ebraica, nella strada, nel mondo del lavoro e in quello dell’assistenza ai bisognosi. La tradizione avrebbe potuto “fregiarsi” del ruolo svolto da donne come la regina Ester, le profetesse Miriam e Deborah, Yael. Ha invece lasciato alla donna un ruolo difficile e fondante per la continuità del popolo ebraico, assai più complesso di quello che svolge l’uomo spesso rinchiuso nelle quattro mura della Casa di studio. L’uomo moderno è avvisato: la sfida da vincere è ben più grande.Scialom Bahbout, rabbino capo di Napoli http://www.moked.it/


Il mondo e le macchine

Il Tizio legge di Obama: "Questo è quello che c'è" e capisce perfettamente cosa si intenda con questa fine allocuzione. Vale a dire che solo il realismo può orientare le scelte di una minoranza. Per esempio, quando uno andava a trovare George W. Bush alla Casa Bianca, in caso di disaccordo bastava spengere e riavviare.Il Tizio della Sera http://www.moked.it/


All'inizio del 2012, per la prima volta l'Asia figura al secondo posto nella mappa delle esportazioni di Israele (21 per cento del totale), dopo l'Unione Europea (35 per cento), e prima degli Stati Uniti (20 per cento). Solamente tre anni fa gli USA occupavano il primo posto (32 per cento), seguiti dalla UE (29 per cento), mentre la Cina, l'India e gli altri paesi asiatici erano a livelli ben inferiori (16 per cento del totale). Questo significativo cambiamento nella direzione dell'export da Israele ha un risvolto positivo e uno negativo. L'aspetto negativo è che di recente vi è stato un effettivo calo nell'esportazione verso gli Stati Uniti che in passato sono stati il maggiore se non l'unico paese con una bilancia dei pagamenti fortemente orientata a favore di Israele. L'aspetto positivo è che i nuovi mercati asiatici assorbono notevoli quantità di prodotti israeliani di alta qualità, nel quadro di un aumento complessivo del volume degli scambi del commercio estero. Nella lista degli otto maggiori esportatori in Cina, notiamo anche la Nilit, grande produttore di fibre sintetiche e di prodotti plastici, fondata nel 1969 a Migdal Ha'emeq dal milanese Ennio Levi, e oggi presieduta dal figlio Miki Levi. La rivoluzione in corso nel campo dell'esportazione potrebbe far pensare ad altre non meno significative scelte nel futuro posizionamento strategico di Israele sul piano globale.Sergio Della Pergola,Università Ebraica di Gerusalemme http://www.moked.it/

giovedì 8 marzo 2012



Il 7 marzo nella storia: una questione di donne

La festa è domani, 8 marzo, ma frugando nelle date della storia come ci piace fare al Journal abbiamo scoperto che il 7 marzo riassume due momenti particolarmente significativi della vita italiana ed israeliana. Due prime volte molto importanti, due prime volte storiche. Matilde Serao nacque il 7 marzo 1856 a Patrasso, in Grecia, dove il padre si era rifugiato nel 1848 per sfuggire alle repressioni dei Borbone. Il padre, Francesco, era un giornalista e la madre, Paolina Bonelly, una greca di sangue nobile. La Serao iniziò giovanissima la carriera di giornalista, prima come redattrice del «Corriere del mattino» di Napoli,poi a Roma, come “redattrice fissa” del «Capitan Fracassa» e collaboratrice di altri noti periodici: la “Nuova Antologia”, il “Fanfulla della Domenica”, la “Domenica letteraria”.Pur non essendo quella che oggi si definirebbe una bella donna, la Serao ebbe una vita sentimentale piena e soddisfacente. Si sposò, a Napoli, nel 1885 con Eduardo Scarfoglio un giornalista col quale fondò il “Corriere di Napoli”. Quando il matrimonio ebbe termine nel 1904 la Serao fondò e diresse da sola un altro giornale, il “Giorno di Napoli” e questo fa di lei, tra le altre cose importanti della sua vita, la prima donna italiana a dirigere un giornale.Più a sud e diversi anni dopo, in Israele il 7 marzo del 1969 dopo aver attivamente partecipato alla nascita ed all’affermazione dello stato, Golda Meir viene chiamata a ricoprire la carica di primo ministro dello stato di Israele. Ancora una prima volta : quella di una donna alla guida di Tel Aviv. Nel 1948 era stata già capo del governo transitorio ed aveva ricoperto l’incarico di Ministro degli Esteri, ed ambasciatrice a Mosca. Nata in Ucraina da una famiglia ebrea di umili origini, la Meir aveva studiato in America dove aveva seguito il padre nel tentativo di sfuggire alle persecuzioni contro gli ebrei nell’ex impero russo. Durante tutta la sua attività politica fu spesso definita dai suoi stessi compatrioti “il miglio uomo possibile al governo”, ma quando abbandonò la scena tutti la chiamavano “la nonna di Israele” anche a testimonianza del ruolo fondamentale della Meier nella storia dello stato con la stella di David.http://www.iljournal.it/

I drusi delle alture del Golan

Majdal al-Shams è una cittadina arroccata a 1130 metri di quota sulle alture del Golan, nell’estremo nord di Israele, a ridosso del confine con la Siria e con il Libano. Gli abitanti di Majdal al-Shams – circa 10mila persone – sono tutti drusi, una minoranza religiosa che accoglie nella proprio dottrina elementi di islamismo, giudaismo, induismo e cristianesimo e che vive prevalentemente di pastorizia e agricoltura.Prima della Guerra dei sei giorni – il conflitto scoppiato nel 1967 tra Israele e Siria, Egitto e Libano – i drusi di Majdal al-Shams erano cittadini siriani. Dopo il conflitto le popolazioni dell’Alta Galilea e del Golan passarono sotto il controllo di Israele. La Siria continua a considerare i drusi di Majdal al-Shams come suoi cittadini, mentre Israele concede la cittadinanza a tutti i drusi che abitano le alture del Golan (gli altri insediamenti sono Buq’ata, Mas’ade e Ein Qiniyye) e non li riconosce come cittadini siriani. Soltanto il 10 per cento dei drusi ha accettato di beneficiare della cittadinanza israeliana. Israele rilascia comunque loro un lasciapassare per viaggiare all’estero, in cui vengono definiti genericamente come «abitanti delle alture del Golan» (fanno il servizio militare nell'esercito israeliano e sono ottimi combattenti n.r.). Dato che i drusi di Majdal al-Shams e degli altri villaggi risiedono stabilmente sul suolo israeliano hanno anche diritto all’assistenza sanitaria statale, a vivere e muoversi liberamente sul territorio nazionale e lavorare senza problemi all’interno dei confini israeliani.Oltre che di agricoltura e allevamento, la maggior parte degli abitanti di Majdal al-Shams si guadagna da vivere grazie al turismo. Questo villaggio di confine è infatti l’ultimo insediamento umano abitato prima di arrivare al Mount Hermon Ski Resort, l’unico comprensorio sciistico di Israele. Anche se l’azienda che gestisce gli impianti è di proprietà israeliana, la maggior parte delle persone che lavorano nella stazione sciistica è di origine drusa, come quasi tutti i maestri di sci del Monte Hermon, gli addetti alla sicurezza sulle piste, gli impiantisti, i camerieri dei bar, dei ristoranti e gli impiegati alle casse.La stazione ha aperto nel 1971 e da allora ha rappresentato una fonte di introiti importanti per queste popolazioni di montagna. A Majdal al-Shams, negli anni, sono stati aperti alberghi, noleggi di attrezzatura sportiva, negozi e altre attività commerciali. Nel villaggio di Newe Ativ, a 12 chilometri dagli impianti, ci sono resort con spa, pub e pensioni. Anche d’estate molti turisti salgono al Monte Hermon per fare passeggiate o, semplicemente, passare qualche ora in alta quota. Nonostante i posti di lavoro offerti dalle piste o dalle infrastrutture turistiche, però, parecchi drusi continuano a vivere grazie alla vendita dei propri prodotti. Sulla strada che sale agli impianti molti venditori ambulanti aprono ogni giorno il proprio chiosco e sopravvivono vendendo olive, spezie, mele e Pite Druzit, una variante di pita condita con un mix di spezie e formaggio allo yogurt. Produzioni rigorosamente a “chilometro zero”.Nonostante il limbo politico internazionale in cui continuano a vivere, i drusi continuano a mantenere buoni rapporti sia con Israele sia con la Siria, dove, molti di loro, hanno mantenuto, negli anni, rapporti di parentela e amicizia.http://www.ilpost.it/

Stratfor e le relazioni Israele-Arabia Saudita

Non è un segreto per nessuno, ormai.Almeno spero.Sauditi e Israeliani collaborano in funzione anti-iraniana.E’ appettitoso, però, che si documenti una collaborazione fra Mossad e sauditi che rimonta al 2007.E questo è ciò che al-Akhbar (english) fa, sfruttando il proprio sodalizio con Wikileaks.Interessante anche che gli e-mail del 2007 commentino il doppio gioco saudita: relazioni con i jihadisti da una parte e relazioni con gli israeliani dall’altra: “per paura che gli americani non siano in grado gestire entrambe le cose”.http://30secondi.globalist.it/2012/03/06/stratfor-e-le-relazioni-israele-arabia-saudita/

Israele, amico Sharon: Avrebbe chiesto di staccare la spina

Gerusalemme, 6 mar. (LaPresse/AP) - Ariel Sharon, ex primo ministro israeliano in coma dal 2006 per un ictus, non avrebbe mai voluto sopravvivere grazie al respiratore artificiale e avrebbe invece chiesto di essere lasciato morire. Lo ha detto Raanan Gissin, amico, confidente e portavoce dell'ex leader israeliano, secondo cui se avesse potuto farlo, "avrebbe chiesto di staccare la spina". L'ex premier, 84 anni, ha guidato il governo di Tel Aviv dal 2001 al 2006, quando è stato colpito dall'ictus. A distanza di sei anni, Sharon è ancora in coma in un ospedale nel centro di Israele, dove respira grazie alle macchine. "Conoscendolo - ha aggiunto l'amico - non avrebbe mai voluto vivere così". Prima di entrare in politica, Sharon fu un noto ufficiale militare che combattè tre guerre. Conosciuto per le vedute estremiste, sconvolse gli israeliani nel 2005 quando ritirò in modo unilaterale truppe e coloni dalla Striscia di Gaza dopo 38 anni di occupazione militare.

Israele-Cina: proseguono gli studi sulla sostenibilità energetica


Agronomi cinesi, ricercatori, professori e uomini d'affari saranno in Israele per effettuare studi finalizzati a garantire la sostenibilità energetica. Già lo scorso Novembre tredici funzionari cinesi sono rimasti sul territorio israeliano per una decina di giorni, allo scopo di apprendere tutte le tecniche e l'esperienza israeliana in materia di gestione idrica e agraria.La Cina grande potenza emergente, per decenni è stata l'industria del mondo, tuttavia sembra si stia diffondendo nel Paese la moderna idea di sostenibilità. Sia il governo sia i suoi leader sembrano aver acquisito ormai la consapevolezza che, con una popolazione in costante crescita, sia indispensabile usufruire di risorse sostenibili nel settore idrico ed alimentare. Sebbene la Cina e lo Stato ebraico siano diversi sotto molti aspetti, il gigante asiatico prenderà ad esempio Israele, adottando le sue tecniche in campo agricolo. Nel farlo non potrà però sottovalutare il divario enorme esistente tra la popolazione cinese, 1,3 miliardi e quella israeliana, sette milioni. Secondo Yani Xie, il direttore del settore cooperazione presso l'Istituto di management internazionale della Galilea, i due Paesi sono accomunati da una comune passione nel campo dell'innovazione e l'eccellenza. "Questo e la stima reciproca, faciliterà la collaborazione" ha dichiarato il rappresentante.http://www.focusmo.it/

Agricoltura: Veneto ed Israele per nuovi orizzonti di collaborazione

Venezia, 6 mar. (Adnkronos) - ''Le realta' agricole del Veneto e di Israele possiedono conoscenze, progetti e innovazioni il cui scambio aiutera' ancor meglio ad accompagnare verso il mercato le rispettive filiere, dando loro piu' valore, che nel nostro caso significa poter dare piu' reddito ai nostri agricoltori, in linea con quello che e' il nostro principale obiettivo politico''. Lo ha detto l'assessore all'agricoltura del Veneto Franco Manzato, nel portare il saluto della Regione all'incontro dedicato all'innovazione nel settore primario, tenutosi oggi al quale sono intervenuti tra gli altri Jonathan Hadar consigliere per i rapporti commerciali tra Italia e Israele, Ytzhak Kiriati responsabile del settore agricolo dell'Israel Export Institute, Pier Ceresini, consulente per il settore agricolo e nuove tecnologie israeliane del Ministero dell'industria, del commercio e del lavoro israeliano, Jonathan Hadar consigliere per i rapporti commerciali tra Italia e Israele e il Presidente di Confagricoltura Veneto Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi.''Dando per scontata la qualita' dei nostri prodotti, prerequisito irrinunciabile per le produzioni regionali - ha detto ancora Manzato - ma alle spalle della qualita', un ulteriore elemento di competitivita' e' costituito dall'innovazione dei sistemi, sulla quale puntiamo con la ricerca e le attivita' di sviluppo dell'ente strumentale regionale Veneto Agricoltura. Possiamo e vogliamo fare ancora di piu' e il confronto di oggi rappresenta una buona occasione per creare nuove sinergie utili ai nostri imprenditori e alla nostra economia agricola''.

Ingredienti per 4 persone: 2 cespi di radicchio olio 1 petto di pollo sale farina qb salsa di soia qb Procedimento Affettare il radicchio e rosolarlo in padella con un po d'olio Tagliare il pollo a bocconcini e infarinarli.Salare il radicchio.Rosolare il pollo in un'altra padella.Salare e sfumare il pollo con la soiaAggiungere anche il radicchio e fare insaporire prima di servire.www.la7.it/imenudibenedetta

Plumcake al Muesli

Ingredienti per 4 persone:200 gr di muesli 150 ml di panna 1 uovo 150 gr di zucchero 150 gr di farina 2 cucchiaini di lievito per dolci sale latte qb zucchero a velo ProcedimentoMescolare il muesli con panna, uovo, zucchero, farina, lievito e sale.Aggiungere un po di latte per rendere un po piu morbido l'impasto.Rivestire uno stampo da plumcake con carta forno e versare l'impasto.Cuocere in forno a 180 gradi per mezzora.Completare a piacere con zucchero a velo.www.la7.it/imenudibenedetta

Energia: accordo Cipro-Israele-Grecia per cavo sottomarino

(ANSAmed) - NICOSIA, 6 MAR - I governi della Repubblica di Cipro, Israele e Grecia hanno firmato un accordo domenica ad Haifa per la posa di un cavo elettrico sottomarino tra le due rispettive sponde mediterranee. Lo riferiscono con evidenza i media greco-ciprioti secondo cui la posa del cavo, che dovrebbe essere ultimata entro il 2016, coprira' una lunghezza di 287 chilometri di mare che dividono Cipro da Israele ad una profondità di circa 2.000 metri. La cosiddetta "interconnessione Euro-Asia", con una capacità di trasferire 2.000 MW, è "un evento storico," ha detto un portavoce della compagnia elettrica israeliana. Per collegare Cipro all'Europa continentale e' prevista anche la posa di altri cavi sottomarini tra l'isola e la Grecia passando per Creta. Il presidente della compagnia cipriota DEH Quantum Energy, Ktoridis Athanasios, ha detto che tutti e tre i Paesi trarranno profitto dal progetto. Di recente sia Israele sia Cipro hanno scoperto enormi giacimenti offshore di gas naturale nel Mediterraneo orientale e hanno in progetto una stretta collaborazione per l'estrazione e la successiva fornitura di gas ai mercati europei e asiatici.



L’attacco all’Iran è deciso. E Obama non può dire no

Il Gornale, 7 marzo 2012 da Washington, F. Nirenstein

Il presidente cerca di rimandare l’intervento militare ma assicura fedeltà e aiuto a Tel Aviv. Che però preme per agire contro la minaccia atomica.

È finito, in realtà, il tempo in cui «tutte le opzioni sono sul tavolo», come ha detto Obama. È finito alla conferenza annuale dell’Aipac, American Israel Public Affairs Committee, a Washington. Obama lo può ripetere, e l’ha fatto di fronte a un pubblico di tredicimila amici d’Israele bollenti, la cui passione cercava di spingere senza troppo successo a dichiarazioni d’impegno definitivo: ma sì, Obama ha risposto, ma l’ha fatto volteggiando alla sua maniera spesso inconsistente, spesso fascinosa, come un torero nella corrida, piroettando, sventolando una bandiera di speranza di fronte a un pubblico immenso che voleva comunque amarlo e farsi amare perché sa che sarà lui il pr! ossimo presidente, di nuovo.E lui che voleva farsi amare e votare, più volte ha assicurato di avere a cuore Israele, di essere fedele più di ogni altro presidente al patto non scritto fra lo Stato ebraico e gli Usa, di avere difeso lo Stato ebraico all’Onu, di averlo sempre aiutato militarmente. E il patto c’è, sicuramente, ma non riguarda ancora e forse non riguarderà mai il toro che scalpita giù nell’arena, il toro nero di nome Iran che si prepara allo scontro.Invece per Israele il tempo è qui, è giunto, la dead line sembra non potere essere più allontanata: per Netanyahu, come si è inteso bene nel discorso notturno, con pochi e forzati sorrisi di vero affetto per la sua alma mater americana e pochi cenni a Obama, il contrasto fra chi vive nell’immediata ombra della minaccia e chi ancora vuole permettersi di stare a vedere segnerà il limite, il confine imposto dalla storia.Per il primo ministro d’Israele non si tratta di far politica, ma di vivere, e la grandiosità dei parati di gioia, colorati, risonanti di musiche, per i due grandi ospiti dell’Aipac, le grida di affetto, la clacque che spingeva i due a gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro, apparivano tanto volenterosi quando persino un po’ tristi di fronte a un destino che puzza di rischio mortale, di sangue prossimo venturo. Obama ha rivendicato la sua totale, indiscutibile devozione all’amicizia immortale fra Israele e gli Usa con l’approvazione amorosa di uno Shimon Peres così affettuoso e così politico nei suoi complimenti (il «presidente più amichevole verso Israele che si sia mai visto» ha detto) e soprattutto nel capire che comunque Obama è già il vincitore delle prossime elezioni.E Bibi l’ha messo alla prova: gli ha raccontato i quindici anni di osservazione spietata della preparazione del potere atomico dell’Iran nel silenzio del mondo, i dieci anni di sanzioni senza denti, il rischio che lo stato più criminale della storia dopo la Germania nazista si impossessi di un’arma definitiva e ricattatoria per il mondo intero. E che Israele, che esso dichiara ogni giorno di volere fare a pezzi venga distrutto, mentre il Medio oriente si nuclearizza tutto intero.È il tempo delle decisioni, ha detto triste e deciso Netanyahu: «Non lascerò mai che il mio popolo viva sotto la minaccia dell’annichilimento, il nostro destino deve restare interamente nelle mani del nostro popolo, siamo padroni della nostra vita che abbiamo diritto di difendere».Questo è riuscito a mettere in scena l’Aipac con un fantastico sforzo, dimostrando che gli ebrei americani perlomeno sanno quello che sta accadendo allo Stato ebraico: il rischio di essere distrutto. Alla vigilia del supermartedì in cui l’America decide del candidato repubblicano, gli ebrei americani hanno comunque offerto a Obama un palcoscenico gigantesco per ribadire ciò che tutto il mondo mette continuamente in discussione: la sua simpatia per Israele. Lui l’ha raccontata in lungo e in largo mentre il pubblico applaudiva, certo non immemore del fatto che Obama non ha ancora mai visitato Israele nonostante sia stato al Cairo e in Turchia, nonostante le sue dichiarazioni di fiducia a leader come Erdogan che odiano Israele, o delle sue vecchie aperture ad Assad. Obama ha vantato il suo grande contributo alla sicurezza israeliana, ma si tratta di un vecchio piano settennale firmato da George W Bush: invece il congelamento delle costruzioni nei t! erritori, invenzione tutta sua, è stato un pedaggio richiesto, ottenuto nel 2010 e mai retribuito. Pazienza.Oggi è buon giuoco di Bibi accogliere le dichiarazioni di amicizia invincibile di Obama, perché i repubblicani non hanno, sembrerebbe, nessuna alternativa attendibile. Obama ha detto che con l’Iran tutto è possibile, che bisogna parlare tenendo in mano un grande bastone. Se intenda usarlo, non l’ha promesso all’arena rutilante in cui il rosso e il blu e il bianco e il celeste delle due bandiere si intrecciavano in magnifici fregi, grandiosi come sanno fare a Washington. In Israele c’è un detto molto comune: «Questo è quello che c’è, e con questo bisogna vincere». Bibi non se lo è certo dimenticato.

mercoledì 7 marzo 2012

Voci a confronto

Guerra sì? Guerra no? Guerra quando? I giornali di tutto il mondo si pongono oggi questa terribile domanda.Intanto la diplomazia continua per la sua strada. Lady Ashton, senza tenere in alcuna considerazione la richiesta fatta pochi giorni or sono da Netanyahu, in Canada, di trattare con l’Iran solo dopo aver ricevuto un chiaro impegno che non verrà costruita la bomba, ha *offerto” a Teheran la ripresa del dialogo sul nucleare (interrotto nel gennaio del 2011), come scrive un editoriale di Avvenire e Beda Romano sul Sole 24 Ore. Non dubita, chi scrive, che la pavida e debole Europa inizierà nuovamente queste inutili trattative, spinta anche, seppur non solo, dai propri interessi economici.Ma intanto guardiamo a quello che succede al di là dell’Atlantico. Bret Stephens sul Wall Street Journal chiede all’America se si deve credere ad un Obama che afferma: “I have Israel’s back”. Si può credergli quando afferma di tenere tutte le opzioni aperte sul tavolo mentre Hillary Clinton dubita dell’efficacia di quella militare? Osserva inoltre Stephens che i consiglieri militari di Obama fanno di tutto per frenare i piani militari israeliani per un eventuale attacco. In questa interessante analisi sulla figura politica di Obama, Stephens ha voluto andare indietro nel tempo per vedere chi, anche, ma non solo, nel mondo ebraico americano, ha contribuito alla formazione delle idee dell’attuale presidente. La triste conclusione è che ci si deve domandare chi sia Obama oggi, ci si deve domandare se in questo anno pre-elettorale non stia trattenendo la propria lingua dal dire quanto in cuor suo pensa. Ed allora, possiamo credergli quando si dichiara amico di Israele? Per Bret Stephens il suo discorso di fronte all’AIPAC è stato, insomma, solo un lungo esercizio di cinismo politico.Diametralmente opposta la tesi di Barbara Spinelli, non da oggi nota per le sue idee mai tenere verso Israele; l’America ha le sue idee chiare, ma stenta ad attuarle perché “un minuscolo stato” ha il potere di condizionarle, dopo avergli già “ceduto per tre anni sullo stato palestinese”. La Spinelli arriva a suggerire un arbitrato per risolvere il problema iraniano, che paragona a quello della Corea del Nord; come nulla è successo tra la Corea ed il Giappone dopo che il regime di Pyonyiang si è dotato della bomba, che cosa potrebbe succedere di terribile tra Israele ed Iran se Teheran si costruirà la sua bomba? Netanyahu dovrebbe starsene tranquillo, chiedendosi, come fa la Spinelli, quale amministrazione l’America abbia mai avuto migliore di quella di Obama. Ancora oltre queste affermazioni va u.g. su Rinascita, per il quale Shimon Peres è un “falco sionista”, Israele è “l’entità sionista” (è meglio non ricordare l’esistenza dello stato, come se ne ignora la capitale e tutti i suoi diritti); per u.g. Obama e Netanyahu sono divisi solo da differenze tattiche da applicare contro il nemico del loro mondo libero; sono, insomma, i vertici atlantici ad essere privi di qualsiasi freno etico. Tristi parole queste che ho citato dalle colonne di Rinascita.Obama vincerà le prossime elezioni, scrive Fiamma Nirenstein sul Giornale, “questo è quello che c’è, e con questo bisogna vincere” si dice in Israele, e Netanyahu lo sa bene. Giovanni Maria Sanna scrive sul Mattino che Obama insiste nella sua politica convinto che sia vincente; è sufficiente che gli apprendisti stregoni rimangano a dormire (ma non dice chi siano questi stregoni, se cioè siano i repubblicani o gli israeliani). Per Dario Fabbri (Riformista), poi, sono già iniziate le prove tecniche di tregua, ed Israele rischia di essere tagliato fuori. Dal canto suo il giornale economico Il Sole 24 Ore pubblica un articolo di Roberto Bongiorni nel quale si analizza la economia reale dell’Iran; è certo in crisi, ma, osserva l’articolista, dipende dal petrolio solo per il 21% del suo PIL; è una realtà ben diversa da quella degli altri grandi produttori di petrolio. Ma che l’economia sia in grave crisi è evidente, e, scrive Foggy Bottom sul Foglio, la cricca al potere sta trasferendo i propri capitali in Malesia ed in Indonesia; che sia questo un segnale positivo che dimostra l’inizio della fine del regime?Ancora sul Foglio Carlo Panella pubblica un nuovo articolo dedicato alla situazione siriana; dopo aver ricordato che iraniani e russi stanno aiutando il regime di Assad, tra l’altro, nella guerra per il controllo dell’etere, guerra questa capace di recare gravi danni all’opposizione come già li creò ad Israele nell’ultima guerra del Libano, Panella prende una dura posizione nei confronti dei cristiani, solidali con Assad, affermando che finiranno col pagarne le conseguenze, come già successe in Iraq. E’ una posizione politicamente cieca, quando non apertamente cinica, che avrà pessime conseguenze in futuro, scrive il commentatore, ma non si pone la domanda sulle possibilità future offerte ai cristiani dagli attuali “ribelli”; vorrei ricordare a Panella la frase scritta a Betlemme dai fondamentalisti islamici: prima quelli del sabato, poi quelli della domenica. Al contrario Luca Geronico su Avvenire descrive una realtà molto più complessa di quanto si trova nella maggior parte dei giornali, aprendo una finestra su alcune verità siriane spesso taciute dai commentatori.Giampiero Martinotti su Repubblica parla della guerra scatenata in Francia da Marine Le Pen contro la carne Halal (e non solo questa); adesso il premier Fillon se la prende anche lui contro le posizioni “ancestrali” di musulmani ed ebrei; è un argomento da seguire da vicino, anche perché pure in Italia si incominciano a fare affermazioni che potrebbero limitare grandemente le esigenze del mondo ebraico osservante.Emanuel Segre Amar, http://moked.it/blog/


Dovlatov, maestro del paradosso

Tra i massimi studiosi internazionali delle dinamiche della risata, Laura Salmon, slavista e docente dell’Università di Genova, è autrice di Meccanismi dell’umorismo. Sull’opera di Sergej Dovlatov (Mosca, 2008), lavoro frutto di 20 anni di ricerche che è stato recentemente pubblicato in Russia e che dovrebbe arrivare presto anche in Italia, nella sua componente prettamente ebraica, grazie alla casa editrice Giuntina. “Si fa un gran parlare di umorismo ebraico – spiega la professoressa ai nostri lettori – ma spesso questo avviene a sproposito. Per molti, anche tra gli addetti ai lavori, gli ebrei sono ‘quelli che raccontano tante barzellette’. Un’affermazione che non rende giustizia a una tradizione dissacrante ed eversiva che ha contaminato tanta letteratura di valore del Novecento”. Professoressa Salmon, sui giornali, nei libri, al cinema va sempre più di moda la risata ‘ebraica’. Sgombriamo il campo da equivoci, cosa rappresenta questo particolarissimo genere nel vasto panorama dello humour? Partirei da un presupposto che ritengo essenziale: quello che definiamo con il termine humour è in realtà una macrocategoria in cui rientrano fenomeni molto differenti. In questa diversità spicca in particolare il dualismo comicità-umorismo scettico. Da una parte un modello verticale, dall’altro un sistema di tipo orizzontale. È un binomio da tenere bene a mente per non cadere in fraintendimenti purtroppo comuni. Qual è la differenza tra i due generi? Tutte le forme di comicità richiedono un atteggiamento di superiorità da parte di chi fa la battuta. Si tende quindi a denigrare, a deridere la vittima della nostra arroganza. L’umorismo scettico ha invece come oggetto non una persona e neppure una categoria di persone. Ad essere messo in crisi è un determinato modello, un sistema di valori. Lo scopo è quello di condividere la consapevolezza della paradossalità della vita umana. L’umorismo ebraico appartiene alla seconda categoria? Certamente nella sua componente più specifica. Gli ebrei, legati da una parte alla loro singolare e instabile vicenda diasporica attraverso i secoli e dall’altra all’assenza di posizioni dogmatiche, di verità indiscutibili, sono senza dubbio dei maestri capaci nel trovare, grazie a questa sospensione, a questo processo di ricerca perennemente incompiuto, una vera e propria solidità nell’assurdo. L’umorismo ebraico, quello specifico, quello che non è vittima di banalizzazioni e distorsioni, si basa sulla comprensione dell’assurdità che ci circonda e sulla condivisione di questa scoperta con chi ci è vicino. Un umorismo quindi fortemente empatico e basato sulla caduta di barriere e pregiudizi. Un modo per dire ‘Siamo tutti dei disgraziati, rendiamoci conto di questo e facciamoci una risata perché altro da fare non ci resta’. La contrapposizione è evidente: la comicità tradizionale ti dà un pugno, l’umorismo ebraico una mano. Parlando in altri termini la comicità, che serve a rafforzare gli stereotipi su cui fa leva, è definibile come un’azione conservativa-reazionaria. L’umorismo è invece eversivo, un’acutissima presa in giro, spesso in forma aforistica, con poche ma pungenti parole, del sistema binario buono/cattivo – bello/brutto assai diffuso nella nostra società. Una tra le tante spiegazioni per le feroci persecuzioni antiebraiche nel passato e per il disagio che ancora oggi suscita in alcuni questo approccio rivoluzionario e destabilizzante. Qual è la consapevolezza complessiva di questa peculiarità umoristica? Scarsa in modo impressionante, purtroppo anche tra gli addetti ai lavori. La percezione generale è che gli ebrei sono ‘quelli che raccontano tante barzellette’. È un peccato perché un approccio differente permetterebbe di cogliere l'essenza particolare di questa sofisticata tipologia di humour. Non si tratta comunque di un appannaggio facile: per arrivarci sembra necessario un lungo e consapevole addestramento che tenga lontani dai cliché. In fondo è anche questo il segreto del suo fascino perché, in chi ne è appassionato cultore, tende a radicarsi la sensazione di appartenere a una specie di ‘èlite’. Si trasforma la paura della precarietà in quella che definirei ‘euforia da montagne russe’: la condizione di vertigine, oscillando tra un paradosso all’altro, rappresenta infatti un’esperienza che rende divertente la sospensione esistenziale. Dovendo spiegare una tipica situazione di umorismo ebraico ai suoi studenti quale figura, quale momento utilizzerebbe come esempio? Senz’altro la famosa scena della patata nel film ‘Ogni cosa è illuminata’, scena che ci porta a vedere come personaggi in partenza antitetici diventino a un certo punto come fratelli. Il meccanismo di condivisione tra i due parte proprio da una risata: si ride della mancanza di senso, dell'incomprensione latente. Tra gli autori inserisco a pieno titolo Sergej Dovlatov, scrittore russo di cui ho avuto la fortuna di tradurre il vasto corpus letterario. Dovlatov è un personaggio emblematico: ebreo per i non ebrei, non ebreo per gli ebrei. Halakhicamente un goy, ci ha lasciato in eredità alcune pagine straordinarie e inequivocabili di umorismo ebraico. Tutta la sua opera è infatti protesa eversivamente a farci vedere l’amico nel nemico e l’intimo nel lontano. Dovlatov ci comunica che nella disavventura siamo tutti uguali senza distinzione di razza, colore, religione. La sua è un’operazione che porta al dissolvimento di ogni certezza, che ci fa vedere il mondo da un punto di vista differente da quello propugnato dall'ideologia, dal dogma. È il ridere nel pianto di pirandelliana memoria, il witz scettico freudiano e la ‘chochma’ ebraica.
Adam Smulevich, Pagine Ebraiche marzo 2012 - twitter @asmulevichmoked