sabato 16 ottobre 2010

Shlomo Venezia
16 ottobre 1943

Basse murature sbreccate in fondo a un viottolo di campagna, calcinacci che si aprono su stanzoni vuoti. E' la prima Judenramp del campo di sterminio di Birkenau. Su un rialzo erboso, Shlomo Venezia racconta agli studenti romani assiepati intorno: «esattamente qui, questa è la prima Judenrampe, dove sono arrivati tutti i primi italiani», a partire dai 1022 ebrei deportati da Roma il 16 ottobre 1944. Alle sue spalle, ogni tanto passa un treno.Sono venuti duecento ragazzi di 33 scuole di Roma, coi loro insegnanti, dopo un anno di lavoro fatto di ricerche, letture, incontri con sopravvissuti e con storici, in un viaggio voluto da Veltroni, organizzato dall'assessorato alle politiche educative insieme con la Comunità ebraica. Racconta Shlomo Venezia: «Arrivato il treno - la tradotta, carri bestiame - incominci a sentire urla, strilli, raus, raus, e tutt'attorno c'erano le guardie con i cani lupo. Ero giovane, avevo vent'anni come molti di voi; mi sono fermato un attimo, per aiutare la mamma - e subito sento due botte in testa, non ho fatto a tempo a girarmi, ho visto che era il tedesco che voleva che si liberasse il posto per far scendere tutti quanti, saltare giù come gli animali. E difatti già lì è cominciata la selezione».Ci spostiamo all'ingresso vero e proprio del campo di Birkenau: una città sterminata, di cui restano file di baracche in muratura, e poi a perdita d'occhio, come uno stormo di gru, gli steli delle canne fumarie delle baracche di legno smantellate dopo la guerra dai locali - per fare legna da ardere ma anche, spiega lo storico Marcello Pezzetti, per cercare il mitico «oro degli ebrei». I nazisti avevano pensato che era più razionale fare arrivare i binari dentro il campo e mandare i selezionati direttamente a piedi alle camere a gas. Accanto a quei binari, alla Judenrampe 2 dove scese dal treno con tutta la sua famiglia, ci aspetta Piero Terracina.«Non potete immaginare la confusione che c'era qui, perché ognuno correva da una parte all'altra per cercare i propri cari che avevano viaggiato su altri carri. Una scena che a dire infernale è poco. Le Ss correvano da una parte all'altra menando colpi di bastone. Io avevo poco più di quindici anni, facevo presto a schivare i colpi; quelli che venivano colpiti erano le persone anziane, le donne, le mamme coi bambini in braccio. Urlavano ordini in tedesco che non capivamo; ma c'è un linguaggio che tutti capiscono, quello del bastone. Col bastone riuscirono a mettere ordine; formarono due file, una di uomini e una di donne. E cominciò subito lo sterminio. Io, in mezzo a questa confusione, andavo in cerca di mia madre, insieme ai miei fratelli. Mia madre piangeva, ricordo ancora l'abbraccio - e poi - non l'ho più vista. Questo è stato, è stata la scena dell'arrivo su questa stazione, su questa rampa, su questi binari».Piero Terracina l'abbiamo sentito parlare molte volte, ma ogni volta è la prima volta. Il tempo non ha attenuato il dolore e non ha banalizzato la parola. Oggi deve ripetere il racconto più volte ai gruppi di studenti che si susseguono davanti a lui; ma ogni volta deve fermarsi a cercare dentro di sé la forza e la parole. Una ragazza, Simona Rapino, gli dà una lettera: «quei silenzi agghiaccianti ti danno il tempo di far ritirare le lacrime che, come animali in gabbia che scorgono una fessura, tentano di scappare». «Ricordo mio padre, con mio nonno; la sua colonna si avviò a piedi verso le camere a gas. Non sapevamo che cosa erano, pensavamo che queste ciminiere fossero le fabbriche dove avremmo dovuto lavorare per la Germania. In un certo senso ci avevano tranquillizzato. Non sapevamo che erano la fabbrica della morte. E mio padre per tutto il tragitto faceva qualche passo e si voltava, a salutare con una mano, ogni pochi passi si voltava, ci salutava, alzava la mano. Fino a che scomparve alla vista».Dai ragazzi vibra affetto, quasi come se Piero Terracina fosse per loro quel padre e quel nonno che lui ha perduto in questo posto. Aveva la loro età, gli fa immaginare su se stessi la solitudine di vedersi strappare tutti, e sapere che non esistono più. «Sono parole che non riescono a scivolarti dalle orecchie, che ti sgusciano dentro al sangue e lo gelano», gli scrive Claudia Catelli, del Giulio Cesare. «E' il compenso più alto che potrei immaginare», dirà lui. La prossima stazione è il crematorio, dove ci attende di nuovo Shlomo Venezia. I nazisti lo fecero saltare, e non restano che le rovine; ma quel cemento lacerato, quei ferri contorti, sembrano un monumento alla disperazione dei sommersi e alla vergogna degli assassini. Shlomo Venezia svolgeva il lavoro più terribile: il Sonderkommando, l'unità addetta a estrarre e lavorare i cadaveri delle persone uccise dal gas. «Praticamente dieci mesi sono stato sempre a contatto con migliaia e migliaia di cadaveri. Non vi potete immaginare come erano queste persone. Erano irriconoscibili, non si sapeva più se erano persone, se erano altre cose. Molti venivano addirittura, con gli occhi di fuori. Altri, scusate, vi devo dire la verità, vomitavano sangue; insomma, c'era di tutto. Soffrivano dieci minuti ma era un'eternità per questa povera gente». Il semicerchio dei ragazzi si stringe; gli occhi si sgranano, le labbra si serrano, le braccia si intrecciano come per darsi sostegno. Spuntano lacrime.«Mi hanno dato in mano una forbice, di quelle che usano i sarti. Dovevo tagliare i capelli; tagliavo i capelli alle donne. E un altro, gli avevano dato lo specchietto del dentista, una pinza col quale doveva estrarre i denti d'oro. C'era una specie di pista in cemento dove veniva buttata con le carriole tutta la cenere di queste persone che morivano. E lì veniva tutto pestato, tutto sminuzzato in maniera tale che non si vedesse più che erano ossa umane. Alla fine veniva un camion, caricava sopra, e veniva portato al fiume, veniva buttato lì».Ma per fortuna sono ragazzi. Dirà poi Veltroni che la visita in questo luogo di dolore è anche un gesto di speranza, riposta nelle facce e nelle voci di questi ragazzi normali che diventano testimoni. La loro presenza ci conforta. Il giorno dopo, incontrando i coetanei polacchi, alcuni di loro si lanceranno in complesse ricostruzioni delle radici culturali dell'Europa; ma adesso si esprimono anche in modi più di pancia. Una ragazzina con la faccia tonda e gli occhi brillanti di pulita intelligenza dice all'amica: «se incontro uno di quelli che dicono che non è vero lo piglio a calci'n culo». Si accorge che ho sentito, arrossisce (come si imbarazzano facilmente). Un ragazzo: «ar primo che me racconta `na barzelletta sull'ebrei, lo strrrìtolo». Nel sotterraneo delle celle di punizione, dove fu sperimentato il Zyklon B, una ragazza ascolta assorta, poi sussurra due parole forse inadeguate ma sentite: «Che stronzi!» E arrossisce.Nella baracca dove stavano i bambini messi da parte per gli esperimenti dei medici nazisti rstano i disegni delle maestre (un cinese che va a scuola: così possono disegnarlo con un copricapo che sembra una kippah). Marcello Pezzetti racconta con la voce rotta di quando i nazisti chiesero ai bambini chi voleva rivedere la mamma, e poi li portarono dal dottor Mengele; due bambine rifiutarono la mamma, deturpata dal campo - e sopravvissero con il dolore di quel rifiuto.Ci raduniamo di nuovo davanti al crematorio. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, suona lo shofar, il corno che si ascolta solo in momenti estremi e solenni. Scandisce i salmi, intona il Kaddish, e poi gli ebrei presenti ci avvolgono tutti nel canto Amì Maanim - io credo, nonostante tutto, nel ritorno del Messia - che i deportati intonavano nel momento di scendere dai treni. Gli altri ragazzi vorrebbero capire di più. Uno è dispiaciuto che nessuno gli spiega le parole; dico, chissà quanti concerti hai sentito dove non si capiva niente. Lui annuisce ma non è convinto: stavolta capire le parole gli importa molto di più. Altri, la sera a cena, tempestano di domande un esponente della comunità, ascoltano rapiti le spiegazioni.Nel pomeriggio, passiamo sotto il cancello: Arbeit macht frei. Birkenau sembrava l'incarnazione della terra desolata, Auschwitz 1 sembra ordinaria archeologia industriale, mattoni scuri, viali con alberi ed erba. E un'industria era, dove si fabbricava morte e se ne estraeva profitto. Negli stanzoni, teche di vetro mostrano i prodotti di quella industriosità. Davanti a ogni teca - ai paramenti religiosi, agli abiti dei bambini, alle scarpe, a un enorme mucchio di protesi, gambe di legno, corsetti di ferro - qualcuno va in pezzi. I ragazzi di una scuola tengono un diario; uno di loro annota: «Non è il set di un film - lo si vede sui muri screpolati, sulle scarpe consumate, sui vestitini dei bambini». Io non dimenticherò mai il grigio mare increspato di capelli che coprono una stanza intera. Carla Di Veroli legge le ultime pagine dell'autobiografia di sua zia Settimia Spizzichino - testimone instancabile del 16 ottobre. Parlano del dovere della memoria. Una ragazza cerca maldestramente di non farsi vedere mentre si asciuga gli occhi con un kleenex. Ma per fortuna, sono ragazzi. Dopo che Veltroni ha deposto la corona al muro delle fucilazioni, si raccolgono in cerchio per la foto di gruppo col sindaco, e ritrovano le loro facce di adolescenti che sorridono. La sera, tutti ricevono una copia del 16 ottobre 1943 di Giacomo De Benedetti. Mi chiedono tre ragazze: «dov'è il signor De Benedetti?» Vorrebbero la sua firma. Purtroppo, dico, non è più fra noi: arrossiscono. Una professoressa mi spiega: è che in questo viaggio sentono un potere tutto nuovo di essere in contatto con i luoghi e i protagonisti della storia; gli autori dei libri non sono più astrazioni, sono persone con cui parlare. Veltroni ricapitola il loro percorso della memoria, ribadisce che adesso il compito di raccontare passa a loro, ricollega tutto all'antifascismo e alla resistenza, a cui dobbiamo la speranza che questo non accada più. Poi, per scrollarsi un poco quell'aura di morte, tutti fuori, verso la serata che gli è stata organizzata in discoteca.Sul volo di ritorno, leggo ancora il diario dei ragazzi: «Tra venti minuti atterriamo, e sento di avere nel cuore una ricchezza che non avevo alla partenza». Non racconteranno più memorie altrui trasmesse, ma un'esperienza vissuta in proprio. Sanno anche che è l'inizio di un impegno che non finisce qui. Un ragazzo scherza con Veltroni: «E mò come fai senza de me?» «Ti telefonerò ogni mattina per farmi dire che devo fare». Dico, tanto ci ritroviamo tutti presto. «Già, ci becchiamo il 16 all'Auditorium», dice (e si imbarazza, pensando di aver usato linguaggio inappropriato). «Ci vieni?» gli chiede Veltroni. E lui, «Come no, non me ne perdo una». http://www.spazioforum.net/


16 ottobre: verso il futuro senza dimenticare

16 Ottobre 2010. Sono trascorsi 67 anni dal “sabato nero” del ghetto di Roma quando alle cinque del mattino con un repentino blitz provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 SS naziste iniziano la caccia per i quartieri di Roma. La capillare azione cui nessun ebreo deve sfuggire sia egli uomo, donna, bambino, anziano, ammalato e perfino neonato si conclude con il rastrellamento di 1024 persone. Di esse solo sedici faranno ritorno. Molti gli eventi in agenda per la celebrazione della triste giornata. Come di consueto si svolgerà domani sera alle 18.45 la tradizionale fiaccolata organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio cui parteciperanno il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il Presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, Gianni Alemanno, Sindaco di Roma, Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, Renata Polverini, Presidente della Regione Lazio, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo della Comunità di Sant'Egidio.La marcia silenziosa che da Santa Maria in Trastevere si snoderà per i vicoli di Trastevere e raggiungerà il Portico d'Ottavia ripercorrendo a ritroso il cammino che fecero quella mattina gli ebrei strappati alle proprie case e condotti al Collegio Militare a Trastevere prima di essere imprigionati nei treni con destinazione Auschwitz. Proprio per conservare la Memoria mantenendo il cuore aperto alla speranza e lo sguardo al futuro, al termine della cerimonia dal Largo 16 Ottobre, nel cuore del ghetto partirà un nuovo corteo che accompagnerà l'ingresso di un nuovo sefer torà fino all'isola Tiberina luogo in cui durante la guerra sorgeva la casa di riposo ebraica.Il nuovo sefer donato alla Casa di Riposo di Roma vuole ricordare tutti quei bambini deportati dalle loro case che non più vi fecero ritorno e che se non fossero morti oggi forse ne sarebbero ospiti. Dopo i discorsi delle autorità presenti il sefer sarà condotto nel tempio della nuova sede della Casa di Riposo ebraica in via Portuense.http://moked.it/


Voci a confronto

Domani ricorre il triste anniversario della «razzia al ghetto», quella ferocemente consumata dai tedeschi ai danni degli ebrei romani il 16 ottobre del 1943. Gli anni sono passati ma continua a trattarsi di una data che rimane impressa nella coscienza degli italiani, almeno di quelli che non vogliono voltare la testa dalla parte opposta, allora come oggi. A parlarcene, per la parte che spetta a questa rassegna stampa, è indirettamente un lungo articolo di Corrado Augias su la Repubblica di oggi, dove viene commentata la fiction che andrà in onda il 31 ottobre prossimo, così come il giorno successivo, sul primo canale della televisione di Stato, dedicata alla figura di Pio XII ai tempi dell’occupazione tedesca di Roma. Parte centrale dell’opera è il ruolo di Pacelli nella tragica vicenda incorsa agli abitanti del ghetto (e di altri quartieri di Roma). Il giudizio di fondo che l’autore formula nel merito dell’intera produzione, quindi anche delle intenzioni culturali che si possono ricavare dalla sua visione, è piuttosto secco se non duro, vedendovi in essa una opera dai forti tratti apologetici, ovvero protesa ad esaltare una dimensione «eroica» del pontificato. Centrale è la chiusa dell’articolo di Augias laddove afferma che «d’altra parte non è da sceneggiati come questo che si può pretendere una sia pur approssimativa verità storica. Lo scopo è diverso: tratteggiare al meglio una figura preparandola alla santità». Riscontriamo peraltro che nel 2009 si è conclusa la seconda fase di beatificazione di Pacelli, il quale ha ricevuto il titolo di «venerabile», elemento che ne attesta l’eroicità delle virtù per la Chiesa. Rimane il fatto che il film, prodotto per la televisione, parlerà ad un ampio pubblico, di credenti e non, fatto che sicuramente solleverà reazioni assortite, di identificazione ma, forse, anche di differenziazione se non di biasimo – più o meno sottile - per coloro che dovessero riscontrarne la non verosimiglianza in uno o più fondamentale passaggi. Qualora ciò dovesse accadere, detto per inteso, poiché finché la proiezione pubblica non avrà corso è per ognuno di noi difficile, se non impossibile, affermare alcunché di certo. E rimanendo per così dire nell’argomento, ma spostando il fuoco dell’attenzione, la cronaca di questi giorni ci offre ricchi spunti, purtroppo, per soffermarci su piccoli e grandi negazionisti, abituali stravolgitori non solo e non tanto della storia trascorsa quanto – ed è l’aspetto più preoccupante – del presente. Partiamo dai primi, quindi. Bianca Stancanelli, su Panorama, tratteggia un ritratto di Claudio Moffa, docente all’Università di Teramo, fondatore e direttore del «master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente», al quale l’autrice dell’articolo attribuisce quindici iscritti. Moffa è personaggio (vale la pena di usare questa espressione) già noto alle cronache poiché da tempo, anche attraverso le sue attività accademiche, va sostenendo la plausibilità di tesi quanto meno “riduzioniste” sulla portata dello sterminio degli ebrei nell’Europa occupata dai nazisti. Non a caso la prolusione d’inizio della nuova edizione del master, tenutasi il 25 settembre, era dedicata a «il tema tabù del mondo accademico: il dogma della Shoah». Frammenti e segmenti della medesima, finiti su internet e poi, nel classico gioco dei rimbalzi che è parte integrante dell’informazione, sulla carta stampata, hanno rotto le cateratte delle polemiche, innescando una (nuova) reazione a catena. Moffa, si diceva, non è nuovo a questo “gioco delle parti”, e l’articolo di Stancanelli ne racconta le precedenti “peripezie”. Il gusto della “provocazione scientifica”, rivestita ambiguamente degli abiti dell’innovazione intellettuale e del coraggio culturale, quelli di uno sguardo “non conformista” al passato, sono cibo abituale per i denti di chiunque voglia delegittimare l’evidenza dei trascorsi proiettandone poi i risultati politici e culturali sul presente. Si tratta peraltro di una strategia argomentativa consolidata, che si basa su un costrutto mentale molto seduttivo, quello che sostiene che la realtà dei fatti non sia mai il risultato di forze visibili ma, piuttosto, il prodotto dell’operato di forze occulte. Le quali hanno tutto l’interesse (privato, ossia a stretto giro personale, per autoavvalorarsi) a riscrivere il passato (pubblico, poiché collettivo) ad immagine e somiglianza dei propri, inconfessabili interessi. Propriamente, questo stile intellettuale è quello tipico dei cosiddetti “negazionisti”, ossia di coloro che, non importa a quale titolo e per quale ragione, affermano che ciò che è stato non è mai accaduto o, ancora meglio, che la valutazione dei trascorsi implichi la svalutazione del giudizio corrente che, per il fatto stesso di essere condiviso dai più, potrebbe essere o sarebbe il risultato di una menzogna diffusa a piene mani da chi “controlla il potere”, per sua natura manipolatore delle menti. Presentando il tutto, quindi, come una rilettura libera da infingimenti di sorta, protesa a liberare energie e “verità” altrimenti imprigionate dalla congiura dei silenzi o, peggio ancora, delle versioni di comodo. All’atteggiamento, di calcolato candore del «signor Claudio Moffa», così come efficacemente lo definisce Riccardo Pacifici su la Repubblica, risponde oggi il presidente medesimo della Comunità di Roma, sempre sul giornale diretto da Ezio Mauro, laddove si invita a fare in modo che riguardo al negazionismo è bene che «l’Italia adotti una legge per punirlo». Così la cronaca di una querelle, quella sul ruolo e sul magistero intellettuale del docente dell’Università di Teramo, che si trascina già da alcuni anni, ovvero dalla nascita del master dedicato a Enrico Mattei che è divenuto un po’ il raccordo “accademico” di quanti si riconoscono nelle affermazioni di cui Moffa è convinto titolare. Ma il vero punto critico, in questo come in altri casi, è la saldatura tra la provocazione intellettuale e le politiche di Stato. E qui spostiamo la nostra attenzione ai grandi negazionismi, che sono la vera sponda politica sulla quale concentrarsi. Nel suo viaggio-show in Libano (un fatto già di per sé inquietante) il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, durante una acclamata e partecipata tappa a Bint Jbeil, roccaforte del movimento sciita Hezbollah – il cui radicamento sociale è un fatto tanto incontrovertibile quanto angosciante - ha dichiarato che «i sionisti sono mortali», che come tali «sono destinati a scomparire per sempre» e che «non hanno altra scelta che arrendersi e tornare nei loro paesi d’origine». Millanterie da bullo di ricca periferia (quella geostrategica del Medio Oriente) o minacce sensate, poiché fondate su una reale capacità di fare seguire ad esse gesti concreti? In tutta la probabilità entrambe le cose, poche le prime si nutrono delle seconde e viceversa. Si legga in tal senso l’intervista di Daniele Castellani Perelli su Europa a Ilter Turan docente di scienze politiche all’Università di Istanbul. Sta di fatto che in un drastico capovolgimento dei ruoli Ahmadinejad ha indossato i panni di risoluto capo fazione libanese, dicendo a tutti che chi dovesse toccare Hezbollah se la dovrà vedere con Teheran. E poiché la minaccia è vicina nonché concreta, essendo il movimento sciita sotto la lente del giudizio del tribunale che indaga sull’assassinio del premier libanese Rafiq Hariri, il brivido di timore ha un fondamento in più oggi, quanto meno rispetto agli anni trascorsi. Tra le tante testate fanno menzione del fatto il Corriere della Sera, la Repubblica, e con maggiore chiarezza esplicativa e più ariosità espositiva, il Foglio, che inoltre, in un altro interessante articolo, intervista Michael Young su il destino di un Libano sotto la rinnovata morsa dell’estremismo e le fragilità costituive dell’anemico Stato centrale beirutino. (La medesima testata si pronuncia poi sui processi demografici in corso in Medio Oriente, rilevando come la regione si avvii allo «svuotamento dei cristiani».) Così ancora, con accenti diversi, gli articoli di Luca Geronico per l’Avvenire, Umberto De Giovannangeli su l’Unità, Francesca Paci per la Stampa, così come il resoconto, inquietante per gli aspetti di vivido e livido “colore”, di Lorenzo Trombetta per Europa. Da ultimi, in una giornata ricca di sollecitazioni, ci siano permessi rimandi all’intervento del rabbino David Rosen al Sinodo sul Medio Oriente in corso in Vaticano, riprodotto su l’Osservatore romano, così come, sempre sulla stessa testata, un articolo sullo “stato dell’arte” nelle negoziazioni tra israeliani e palestinesi, sulle quali anche Shlomo Ben Ami interviene per il Figaro così come Yossi Klein Halevi su il Wall Street Journal Europe.Claudio Vercelli, http://moked.it/


Tel Aviv - museo dell'Haganà

Siamo privilegiati?

Qualche giorno fa Alberto Cavaglion ha sollevato un problema interessante per chi gravita intorno al mondo della scuola: le festività ebraiche o di altre religioni entrano nel computo dei 52 giorni (25%) di assenza superati i quali un allievo non può essere promosso? La domanda è stata posta all’ultimo collegio docenti nella scuola dove insegno (un liceo pubblico frequentato da un certo numero di ragazzi ebrei), e la risposta della Presidenza è stata netta: le festività ebraiche, in quanto riconosciute dalle Intese, a rigor di logica non devono neppure essere giustificate, e quindi non sono da contare. Quindi tecnicamente la questione è chiara. Tuttavia questa risposta ha sollevato qualche borbottio.Fermo restando che il principio è indiscutibile, e Cavaglion ha quindi perfettamente ragione, mi domando se sia opportuno per i ragazzi ebrei e per le loro famiglie insistere su questo diritto: in fondo cinquanta giorni sono già moltissimi, considerando che escono dal computo le assenze prolungate per malattia e la partecipazione ad attività culturali o sportive di particolare rilevanza. In pratica rimangono scoperti i giorni di malattia isolati, la partecipazione a manifestazioni studentesche e quelle che noi insegnanti chiamiamo “assenza strategiche” per evitare verifiche o interrogazioni. Considerando che dal punto di vista di un insegnante le assenze creano comunque qualche problema organizzativo e che per un allievo è difficile accettare che un compagno abbia diritto a stare assente di più, credo che tutto sommato sarebbe opportuno che i ragazzi ebrei evitassero di sollevare per primi il problema se non si pone e cercassero di limitare le “assenze strategiche” in modo da stare nei cinquanta giorni. In fin dei conti i giorni di moed non potrebbero essere più di 13 in tutto l’anno, e di solito sono molti meno (togliendo sabati, domeniche e giorni festivi per tutti). Se i ragazzi ebrei mostrano a compagni e insegnanti che sono disposti magari a venire a scuola poco preparati un giorno di più e prendersi il loro votaccio pur di poter stare a casa durante una festa, sarebbe una bella dimostrazione di coerenza e si diminuirebbe lo sgradevole pregiudizio per cui siamo quelli che pretendono sempre privilegi.Sentendo i commenti alla fine del collegio docenti ho notato un fatto curioso: i colleghi che avevano borbottato non avevano mai avuto allievi ebrei, o li avevano da pochi giorni, mentre chi ne aveva avuti e ne aveva (anche molto osservanti) dichiarava di non avere mai incontrato particolari problemi di assenteismo. Un piccolo esempio di come il comportamento responsabile degli ebrei in carne ed ossa possa contribuire a sconfiggere i pregiudizi di chi li conosce per sentito dire.Anna Segre, insegnante, moked.it


La signora delle sottilette tallona Michelle Obama

La seconda donna più influente del mondo è Irene Rosenfeld, presidente e amministratore delegato del gigante dell’industria alimentare Kraft food. Nella speciale classifica stilata dalla rivista Forbes, infatti, la Rosenfeld si è classificata sul secondo gradino del podio, dietro la first lady americana Michelle Obama e davanti alla celebre conduttrice televisiva Oprah Winfrey.Se si guardano le cifre della Kraft, non stupisce il posizionamento di Rosenberg: gestire un colosso da oltre 40 miliardi di dollari di fatturato l’anno che conta 98mila dipendenti in settanta paesi del mondo, non è cosa facile. In particolare Forbes ha virtualmente premiato la decisione del presidente Kraft di acquistare nel 2009, nonostante dure opposizioni interne, l’azienda dolciaria inglese Cadbury. Un affare da 19 miliardi di dollari che ha permesso a Rosenberg di balzare al secondo posto di un’altra speciale classifica, ovvero delle donne più pagate d’America. Il suo compenso è salito a 26,3 milioni di dollari, secondo solo a quello del capo di Yahoo! Carol Bartz.Nata a Brooklyn, New York, ma cresciuta a Westbury, Irene Blecker (prenderà il cognome Rosenberg dal primo marito) ha raccontato in un’intervista al Times di aver avuto un’idilliaca educazione suburbana ed ebraica. “L’ebraismo ha avuto e ha tuttora una grande importanza nella mia vita, influenzando anche alcune mie decisioni”, rivela la top manager.I genitori arrivarono in America con le rispettive famiglie dalla Romania e dalla Germania sui primi del Novecento. “Mio padre era uno sportivo appassionato, un uomo competitivo – racconta con il sorriso Irene nell’intervista al quotidiano londinese – però non aveva figli maschi con cui confrontarsi, solo due femmine. E così io diventai il suo compagno di giochi”. Anche per questo Rosenfeld, laureata in psicologia con un master in management, non ha mai avuto difficoltà a rapportarsi con i maschi. Competitiva e grintosa, il futuro presidente della seconda industria alimentare del mondo (la prima è Nestlé) è riuscita ad affermarsi in un settore a fortissima presenza maschile. “Il suo più grande talento – racconta uno dei vecchi capi di Irene, Jim Kilts – è l’avere una forte empatia con il consumatore; lei è bravissima nell’anticipare le tendenze e con la sua energia è riuscita a rivitalizzare alcuni grandi marchi”.La grande attenzione per il marchio o brand è una dei punti chiave della politica gestionale di Rosenfeld. In particolare, secondo lei, per ottenere un marchio di successo è necessario fare grande attenzione a cosa vogliono i consumatori; non imporre dall’alto ma ascoltare e imparare dalle necessità del cliente. Il marchio, inoltre, deve riuscire ad entrare nella dimensione famigliare, far parte della vita quotidiana del consumatore e contribuire al soddisfacimento delle sue necessità. “Sono sempre stata affascinata da cosa pensano la gente – spiega Rosenfed - Quando viaggio, ad esempio, potrei stare per ore negli aeroporti a guardare le persone attorno a me, cercando di capire cosa pensano e cosa li motiva. E’ una passione che ho sin da ragazza e che poi ho tradotto nel mio lavoro”. A chi le chiede se si sarebbe mai aspettata di arrivare così in alto, lei risponde sorridendo “quando lo domandano a mia madre, lei risponde sempre sì”.Daniel Reichel, moked.it



INSALATA D’AUTUNNO


INGREDIENTI: Ingredienti per 4 persone: 2 Funghi Porcini Freschi, 8 Gherigli Di Noci, 1 Cespo Insalata Scarola, 1 Cespo Radicchio Rosso, 1 Spicchio Aglio, Rosmarino, 1 Limone, Sale, Olio D'oliva.PREPARAZIONE: Pulire i funghi eliminando la parte terrosa dei gambi e affettarli sottili con un affettatartufi.Disporli in una insalatiera, aggiungere l'aglio tritato finemente, il rosmarino, olio e lasciar marinare per 30 minuti. Lavare le insalate, asciugarle, spezzettarle e porle in un'altra insalatiera. Tritare i gherigli. Versare i funghi con la marinata sulle insalate, salare e condire con il succo di limone. Mescolare delicatamente e guarnire con le noci.Sullam n.58


Ahmadinejad come Hitler. Marcia choc sul Libano

Il Giornale, 15 ottobre 2010, Fiamma Nirenstein
Il presidente iraniano: "I sionisti non dureranno a lungo". E i leader di Beirut si prostrano davanti a lui, ricordando l’Austria dell’AnschlussShimon Biton guarda sconsolato nella sera, che in Medio Oriente arriva prima, le luci rutilanti che il villaggio di Maroun a Ras spara per fare onore a Ahmadinejad in visita sul confine del Libano con Israele. Il villaggio è a pochi centinaia di metri, dalla guerra del 2006 gli agricoltori libanesi ostaggio degli Hezbollah, non sono più venuti, spiega Biton. Shimon con la sua maglietta a striscia insieme ai suoi compagni del moshav (una specie di kibbutz) di Revivim cerca di lanciare nel vento qualche pallone bianco e blu: ha beccato sulla testa insieme alla sua famiglia e i suoi compagni, con morti e feriti, le aggressioni missilistiche degli Hezbollah per decenni. Adesso guarda da lontano le luci, e non può credere che esse stiano illuminando proprio colui che progetta e proclama ogni giorno la distruzione di Israele, lo sterminio degli ebrei, che nega lo shoah; è stupefatto che sia venuto quasi in casa sua di fatto a ispezionare l’avamposto meglio armato dell’Iran, il Libano di Nasrallah, con i suoi 40mila missili: «Io non l’ho visto, se lo vedessi gli direi complimenti, qui ormai le bandiere del Libano non si vedono più da nessuna parte, ci sono solo le tue insieme a quelle gialle degli Hezbollah. Hai ucciso il Libano».Che ne pensa dell’idea di un deputato di estrema destra di tentare con qualche cecchino? Scuote la testa: «Non dimentichiamoci, dice, come cominciò la prima guerra mondiale». Ma qui viene da pensare non alla prima, ma alla seconda guerra, a Hitler e alla sua marcia di conquista che cominciò con l’Anschluss dell’Austria. Non ha usato mezze parole Arieh Eldad, deputato del partito dell’opposizione di destra Unione Nazionale, che ha proposto di approfittare della visita per assassinare Ahmadinejad. «Alla vigilia della seconda guerra mondiale, se un uomo avesse ammazzato Hitler, avrebbe cambiato il corso della storia», ha commentato.Ed è stata davvero una triste Anschluss la marcia trionfale che Ahmadinejad ha compiuto in questi due giorni fino a Bid Jbeil, a Maroun a Ras e a Kfar Qana sul confine di Israele con i suoi tremila guardiani della rivoluzione al fianco degli Hezbollah. L’esercito libanese è risultato cancellato, anche se gode di tanti finanziamenti internazionali; l’UNIFIL non ha competenze che possano fermare l’Iran. Tutti i leader libanesi moderati e onorevoli, quelli che dovrebbero semplicemente schivare, spingere lontano Ahmadinejad per avere preso il Libano prigioniero, invece sotto la minaccia costante delle armi di Nasrallah, lo hanno in questi giorni incontrato, dal presidente Michel Suleiman al primo ministro Sa’ad Hariri. Le foto li mostrano contratti, tristi.Ahmadinejad, che ha ripetuto di sentirsi proprio a casa sua facendo impallidire Suleiman, ha chiesto a Hariri di bloccare l’Alta Corte che a dicembre altrimenti dichiarerà che suo padre Rafik è stato ucciso dagli Hezbollah. Ad Hariri Ahmadinejad ha chiesto di dichiarare che il tribunale è corrotto e che Israele ha tramato contro Hariri. Il figlio dell’ucciso dovrebbe farlo per impedire una guerra sanguinosa fra sciiti, sunniti, cristiani e drusi. Il presidente dell’Iran ha dimostrato con la sua richiesta che l’obiettivo immediato del viaggio è il salvataggio della milizia che è la sua migliore amica che altrimenti verrà prossimamente giudicata e delegittimata.La scena di Ahmadinejad nel sud del Libano è paradossale per la facilità con cui una evidente rappresentazione di violenza e antisemitismo genocida può oggi avere luogo senza che nessuno batta ciglio. A sessanta anni dalla shoah il leader di un grande Paese come l’Iran, fra la folla plaudente di un Paese straniero ha urlato verso Israele, a duecento metri di distanza: «i sionisti sono responsabili per la crisi economica e l’inquinamento nel mondo»; «i sionisti non dureranno a lungo»; che «il mondo deve sapere che i sionisti sono destinati a sparire che non hanno altra scelta che arrendersi e tornare nei loro Paesi d’origine»; gli uomini di Dio stanno arrivando e l’ingiustizia finirà» dato che «i sionisti sono i nemici dell’umanità» e la lotta dei palestinesi può essere vinta solo con la forza. La mattina, mentre gli assegnavano una laurea honoris causa, Ahmadinejad accusava l’Occidente di aver bloccato gli altri Paesi dall’accesso alla tecnologia nucleare pacifica, di uccidere civili innocenti in Afghanistan con la scusa di combattere il terrorismo, e ha aggiunto che «investire speranze in Inghilterra, Usa e altri paesi è inutile, perché hanno aiutato a fondare il sionismo».Un gruppo di 250 politici, avvocati, attivisti in questo terribile panorama ha trovato il notevole coraggio di mandare una lettera aperta a Ahmadinejad: «Il tuo discorso che invita le forze di resistenza in Libano a spazzare via Israele dalla mappa fa sembrare che la tua visita sia quella di un comandante alla linea del fronte». Eh già, la linea avanza, altrimenti a che serve un’Anschluss?

venerdì 15 ottobre 2010


Chi volesse contattare Giovanni per aiutarlo in questa sua benemerita iniziativa, può scrivere a me ed io gli inoltrerò la posta. Grazie Chicca

Cara Chicca, come ho già avuto modo di dirti, seguo già dal suo nascere la questione del boicottaggio che alcuni supermercati italiani stanno più o meno facendo nei confronti dei prodotti ortofrutticoli israeliani. L’ultimissima notizia che ho avuto il “piacere” di leggere è quella riportata sul tuo blog ed è tratta dal Corriere di Bologna, al riguardo di un referendum che la Coop avrebbe effettuato tramite una raccolta firme, per dire no ad un contratto con la Agrexco. Ora, pur essendo io un laico e laburista impenitente, devo sottolineare ancora una volta che certe scelte mi amareggiano molto. Questa volta, se possibile, ancora di più. Al di là delle mie simpatie verso la terra di Sion, trovo ingiusto che per colpa di questi oltranzisti, chi si ispira alle idee socialdemocratiche venga in qualche modo accostato a certi atteggiamenti che poco a che fare hanno con queste idee ma molto ricordano altri socialisti, quelli che si definivano anche nazionali, di hitleriana memoria. Tralascio, poi , di parlare di quelli che al di là del Don si comportavano alla stessa maniera agghindandosi solo con un colore diverso. Per questo con alcuni amici di un circolo culturale di cui faccio parte e che si chiama “Genova-Acquisgrana”, abbiamo deciso di intraprendere una campagna per la giusta informazione, aprendo un blog, dove contiamo di raccogliere anche noi delle firme in rete, perché la commercializzazione dei prodotti agroalimentari israeliani possa svolgersi tranquillamente nel nostro paese. Coloro che vi si oppongono non capiscono che i primi ad essere danneggiati sono proprio i palestinesi che quelle terre coltivano. Credo che sarebbe più giusto, invece, pretendere che queste multinazionali dell’agricoltura siano eque in tema di salari corrisposti a tutti i loro dipendenti e che ci propongano prodotti di alta qualità, così come quelli che ho avuto modo di assaggiare (con mia grande soddisfazione e lo sai bene!) nel nostro bellissimo viaggio. Il Vicino Oriente e tutta quell’area che in occidente chiamiamo Terrasanta può e deve avere la sua pace giusta, conquistata con il rispetto più che con le armi, ma i paesi come il nostro, con grandi ed inscindibili legami con quella terra, non posso comportarsi come degli ottusi integralisti. Uno degli amici che mi sostengono in questa mia iniziativa, ed anche Presidente del Circolo, Enrico Canale è stato ed è ancora uno dei revisori dei conti della compagna marittima Zim, pertanto, anche se laicissimo come me, sa di cosa sto parlando e mi aiuterà concretamente a pubblicizzare questa iniziativa.
Spero che anche tu, in qualche piccolissimo angolo del tuo cliccatissimo blog , possa trovare il modo di propagandare questa campagna. Io mangio italiano, io mangio israeliano, io mangio palestinese. IO MANGIO NEL MONDO.Grazie per ora, non appena saremo pronti con la nostra pagina te ne darò notizia.A prestissimo. Giovanni


La peggior crisi dei pomodori costringe Israele a comprare dal “nemico” turco

Nemmeno il tempo di esultare per la nascita di Antonella, il super-pomodoro, nemmeno il tempo di vendere il brevetto all’estero che arriva la peggiore crisi israeliana dell’ortaggio rosso. Così tocca rivolgersi pure al “nemico” turco per rifornire i mercatini di Tel Aviv e Haifa.Se ne vedono così pochi, di pomodori, che i prezzi sono saliti alle stelle. L’estate della creazione di Antonella è stata – grazie alle temperatura sopra i 45 gradi centigradi – anche quella che ha ammazzato quasi il 90% delle piante. Così, per comprare un chilo si possono sborsare anche tre euro e mezzo. Quasi cinque volte il prezzo medio di maggio.Shalom Simhon, il ministro dell’Agricoltura, ha chiesto ai suoi funzionari di intervenire presso l’Autorità fiscale per revocare – almeno per qualche settimana – il dazio doganale per i pomodori (20 centesimi ogni chilo) importati da Turchia, Giordania, Egitto e Italia. E ancora: di trovare sul mercato estero almeno duemila tonnellate di ortaggio da distribuire subito nel paese e di sovvenzionare gli agricoltori danneggiati.E a cantare il De Profundis del pomodoro made in Israel ci ha pensato “2Eat”, un sito specializzato in cucina. In un sondaggio “2Eat” scrive che la carenza di pomodori ha costretto buona parte dei ristoranti a cambiare il menu. Nella regione dello Gush Dan – scrive il sito di Haaretz – «il 5% dei ristoranti ha tolto l’ortaggio dal menu e ha iniziato a servire ai clienti insalata senza pomodoro». Chi, invece, non ha fatto in tempo a ristampare i menu – continua “2Eat” – ha più che triplicato i prezzi (da 60 centesimi a 2 euro) dello shakshuka o della pasta col pomodoro.13 ottobre,http://falafelcafe.wordpress.com/


Arte, l’uomo ragno in mostra a Tel Aviv

Bastava pensarci. Chi meglio di un super eroe per risolvere i conflitti che riguardano Israele e il Medio Oriente?E’ da questa intuizione che nasce lo Spiderman project. L’uomo ragno corre lungo la barriera israeliana in Cisgiordania o si sdraia tra le tombe del monte degli ulivi.Una presenza spiazzante, ma anche un segnale di speranza, secondo il fotografo israeliano David Kassman, autore degli scatti in mostra alla Ferrate Art Gallery di Tel Aviv.Nel costume di Spiderman, suo fratello Ran, veterano della guerra in Libano del 2006: un’esperienza così brutale che non è riuscito a dimenticare.La realizzazione del progetto ha richiesto quattro anni di lavoro e molti viaggi. La mostra è aperta fino al 18 novembre.http://it.euronews.net/


Saviano difende Israele. Gli antisemiti de noantri: "Togliamogli la scorta"

Venerdì scorso durante il concerto romano degli U2, il cantante del gruppo Bono ha chiamato Roberto Saviano “beautiful spirit” ed ha elogiato il suo coraggio di fronte agli oltre settantamila fans. Infatti l’impegno civile dello scrittore e giornalista campano è ormai noto in gran parte del mondo. Gomorra, libro che gli è valso la condanna a morte da parte della criminalità organizzata, è stato il successo editoriale degli ultimi anni in Italia ed è tradotto in una cinquantina di lingue.
In poco tempo Saviano è diventato uno dei nuovi eroi della sinistra più legalitaria, accanto a Travaglio e Di Pietro. C’è voluto poco per trasformarlo in alfiere anti berlusconiano dopo la pubblicazione su “Repubblica” della sua lettera aperta al Presidente del Consiglio dove chiedeva il ritiro della “norma del privilegio”, ovvero la legge sul processo breve. Le sue apparizioni televisive in compagnia di Fabio Fazio, animatore del salotto di sinistra più visitato dagli spettatori, avevano ancora aumentato il suo carisma. Non per nulla, qualcuno lo vorrebbe governatore della Campania o addirittura prossimo leader del Partito Democratico, il “papa straniero” che potrebbe dare forma al caos in area progressista.Molti entusiasmi erano però cessati o si erano affievoliti nel dicembre del 2009 con l’apparizione su “Panorama” dell’intervista rilasciata a Pietrangelo Buttafuoco (testata ed intervistatore poco rassicuranti per un elettore medio di sinistra). In quel dialogo Saviano non solo dichiarava il suo debito culturale con scrittori e pensatori di destra come Jünger, Pound, Cèline ed Evola, ma riconosceva l’ottimo lavoro intrapreso dal Ministro degli Interni Maroni nel combattere i clan camorristici e mafiosi.
Un’altra doccia fredda era arrivata con la primavera scorsa dalle pagine del pamphlet di Alessandro Dal Lago, Eroi di carta. Il collaboratore de “il manifesto” aveva ammonito comunisti e postcomunisti: Saviano è l’altra faccia del berlusconismo, un fenomeno mediatico, con una forma mentis di destra poiché trasforma una questione sociale, l’illegalità meridionale, in questione morale. Il peggio, agli occhi di qualcuno, doveva ancora arrivare.Ed è arrivato, giovedì 7, in occasione della giornata celebrata a Roma “Per la verità, per Israele”. Come Pacifici, Aznar, Chicchitto, Veltroni, Bocchino, Caldarola, Della Vedova, Fassino, Ferrara, Pezzana, Battista, Sgarbi, Rosa Matteucci e molti altri, Saviano ha aderito all’iniziativa organizzata da Fiamma Nirenstein. Male hanno reagito alcuni (ex) estimatori, malissimo gli antisemiti travestiti da filopalestinesi che pubblicano i loro deliri in rete.Ancora all’acqua di rose il trattamento riservato dal Forum Palestina: Saviano, ormai stato cooptato dalla “lobby sionista”, va a braccetto con la “colona” Nirenstein. Ben di peggio troviamo su You tube, scorrendo i commenti al video caricato da Radio Radicale, intitolato “Le mie origini ebraiche”: Saviano è smascherato come “criminale camorrista al soldo di Israele”; la mafia, infatti, (almeno secondo il parere di un certo Marcello Gentile) è una “creazione sionista” ed ovviamente quella israeliana “controlla mezzo mondo”. Qualcun altro ci informa che il “sionismo è padre del nazismo”, che l’iniziativa romana ha radunato “il Mossad in pieno”. Segue invito: “schiacciamoli ‘sti piattoloni, con le idee … se necessario con altro”.Viene meno anche la solidarietà per le minacce di morte ricevute: “Io caro Saviano, ti toglierei la scorta”; oppure si salta a conclusioni complottistiche (“ecco perché non è ancora morto”). C’è invece chi la butta sul commerciale: “ha capito che appoggiando il terrorismo israeliano si vende di più”, “basta guardare per chi pubblica” (Mondadori, ovvero Berlusconi), “è un mostro mediatico creato dai potenti politici dittatori sionisti” che ha “preso per il culo” i lettori di sinistra. Un altro video gira su You Tube, messo non dai radicali ma da “antimafiamilitante”: il titolo è un programma: “Roberto Saviano sostiene il criminale stato d’Israele”. Anche su Facebook non mancano critiche né deliri. Esisteva già un gruppo chiamato “Roberto Saviano chieda scusa alla Palestina e ai palestinesi”, fondato dopo il viaggio in Israele dello scrittore nel febbraio 2009. Amministratore ne è Omar Suleiman, 350 sono gli iscritti; dopo l’ultima sortita del “sionista da strapazzo” gli si augura il Nobel per la pace con la motivazione che fu dato anche al degno “compare” Kissinger.Appena nata è invece la pagina, che forse si vorrebbe satirica, chiamata “Roberto Israeliano”. Per ora conta solo 48 iscritti, ma colleziona già qualche perla: Berardo Marco Caprini scrive: “non c’è da stupirsi … suo padre è ebreo”, Antonio Dangelo (un tizio che si presenta con un disegno raffigurante Lenin) augura a Saviano una “doccia quotidiana con saponette al fosforo”. Esiste anche un gruppo “Io odio Roberto Saviano”; al momento in cui scriviamo i membri sono solamente 4 (2 si dichiarano orgogliosamente comunisti, uno simpatizza per Forza Nuova,) ma può darsi che cresca nelle prossime ore.Certo non solo la presenza dell’autore di Gomorra ha deluso molti o confermato le idiozie nella testa di qualcun altro. Il movimento antagonista napoletano è sconvolto anche dalla medesima scelta di Raiz, ex voce degli Almamegretta, gruppo di culto in quell’area. Nessuna sorpresa è invece arrivata per Fassino: c’è chi dice che è sempre stato intrallazzato con gli ebrei torinesi (“lo hanno fatto studiare”). Per rimanere sulla teoria del complotto cara a tanti antisemiti, non manca chi afferma che i radicali sono “controllati” dai massoni “rosacroce”: basta guardare il loro simbolo.Non è il caso di allarmarsi, però. Gli sfoghi permessi dall’estrema democraticità della rete devono preoccupare meno del piombo promesso dalla camorra. Ma è bene non dimenticare che anche Hitler cominciò la sua carriera con un libro.http://www.loccidentale.it/ 12 Ottobre 2010


Guerra in Israele (fra i giornali)

La ‘’guerra’’ dei giornali in Israele sta diventando sempre più accesa. Ma’ariv si sta trasformando in un quotidiano semigratuito, cominciando a distribuire gratis le sue copie nei centri delle città, nelle stazioni ferroviarie e nei centri commerciali. E lo fa in concorrenza con Israel Today, quotidiano free, e con Yediot Ahronot, che ha cominciato a diffondere molte copie gratuitamente, mandandole anche agli abbonati ad altri giiornali.Inoltre, molti giornali israeliano stanno applicando forti sconti sui prezzi di copertina.Secondo una recente analisi del mercato, Israel Today e Yediot Ahronot vengono letti dal 35% della popolazione israeliana, mentre Ma’ariv raggiunge il 12.5% degli abitanti(fonti: Newspaper Innovation/Globes) 12 ottobre 2010

Israele, rilancio nella consegna di nuove auto nel 2010

Tuesday, 12 October 2010 Fonte: ICE - by Roberto Rais
Il rapporto periodico pubblicato dall’Associazione israeliana importatori d’Automobili - Israeli Vehicle Importers Association (IVIA) http://www.portalino.it/%22http://www.vehiclesnet.org.il//%22, evidenzia che nei primi nove mesi del 2010 sono state consegnate 156.425 nuove autovetture rispetto alle 123.848 nello stesso periodo del 2009, con una crescita del 26%. La casa Giapponese Mazda continua a dominare il mercato con oltre 22 mila unita’ vendute,seguita dai marchi Hyundai e Toyota. Anche i marchi italiani Fiat e Alfa Romeo, presenti sul mercato locale, hanno registrato una notevole crescita nelle vendite rispetto allo stesso periodo del 2009. La Fiat, infatti, si posiziona al 18° posto con 2.210 unita’ vendute (+83%), mentre l’Alfa Romeo, considerata in Israele una vettura della fascia “lusso”, ha venduto 366 veicoli rispetto ai 214 dell'anno scorso, posizionandosi al 29° posto.


Zubin Mehta: 50 anni d'amicizia con Israele

Il direttore d'orchestra indiano guarda anche al futuro e indica le 5 bacchette emergenti
TEL AVIV - Zubin Mehta non ha dubbi. ''Se domani scoppiasse la guerra in Israele, e io mi trovassi altrove, prenderei il primo aereo per Tel Aviv''. Le parole del celebre direttore d'orchestra indiano non sono chiacchiere vane, e fanno premio anche sul giudizio - largamente negativo - che non esita a esprimere sul governo attuale: la lunga amicizia tra lui e lo Stato ebraico, soprattutto con la Filarmonica israeliana, dura ormai da mezzo secolo ed e' stata cementata proprio dai molti conflitti che in questi decenni hanno segnato la storia del Medio Oriente.''Nel '67 - racconta il maestro all'ANSA, a margine di un concerto che da' in qualche modo il via alle celebrazioni di questo cinquantesimo anniversario -, mentre ero a Portorico per un festival, seppi che chi avrebbe dovuto condurre la Filarmonica di Tel Aviv, impaurito dalla prospettiva del conflitto imminente, era scappato, lasciando l'orchestra nei guai. Io non avevo una posizione politica, ma decisi di cambiare i miei programmi per aiutare i musicisti''.
Fu un momento chiave, mai dimenticato dagli israeliani, del suo rapporto con l'allora ventenne Paese del sionismo: cominciato del resto qualche anno prima, in giovanissima eta'. Mehta, in quel 1967, arrivo' a Tel Aviv con un cargo della El Al, la compagnia di bandiera israeliana; in seguito, gli avrebbero detto che le casse sulle quali si era accovacciato erano cariche di materiale esplosivo. Gli aerei presi da Zubin Mehta per venire a dare sostegno alla Filarmonica israeliana in momenti critici della sua storia, e della storia d'Israele, sono stati molti: nel '67, appunto, poi nel '73 (guerra del Kippur) e nel '91 (prima guerra del Golfo).''Nel '68 - prosegue sul filo dei ricordi - il sindaco di Gerusalemme del tempo, Teddy Koelleck, mi propose di condurre un concerto a Betlemme. Mi avviso' che il rischio di attentati era alto, e aggiunse: per favore, se senti degli spari continua a dirigere, perche' se scappi tu sara' il panico generale''. Il maestro tuttavia minimizza: ''Non ho fatto niente di speciale. Quella che si e' appena aperta e' la mia 50esima stagione con la Filarmonica di Tel Aviv, ho iniziato a 25 anni e quest'orchestra e' come la mia famiglia. Nei momenti difficili devo esserci''.Per ribadire che la musica e' piu' forte della guerra, ma anche per un dovere di amicizia. Un dovere che Mehta sente con forza, a dispetto della sua stessa opinione sul governo israeliano in carica. ''Non mi piace e non ne condivido le scelte'', taglia corto sull'argomento, riservando in particolare un giudizio caustico sul ministro degli Esteri (e tribuno della destra radicale), Avigdor Lieberman: ''Una vergogna - dice - che mette in imbarazzo il Paese di continuo''.''Anche in Italia - aggiunge - avete d'altronde qualche problema. I tagli alla cultura decisi dal vostro governo sono spaventosi, i migliori talenti scapperanno in Germania''. Tornando a Israele, Mehta si mostra attento (e un po' inquieto) rispetto ai mutamenti in corso: ''In questi 50 anni il Paese e' cambiato molto: si e' lasciato alle spalle l'ideologia del kibbutz, e' arrivata una nuova ondata di immigrati, che ha spostato gli equilibri politici, e poi c'e' la generazione dell'hi-tech. I giovani sono rampanti, vogliono fare soldi. Non vanno in direzione delle arti, ma verso le banche e le nuove tecnologie''.''Non che questo sia un male - sospira - pero'...''. Il direttore indiano in ogni modo non si arrende. E non si ferma. Oggi, da queste parti, gestisce due scuole di musica per studenti arabo-israeliani e organizza concerti in cui ''israeliani ebrei e arabi siedono fianco a fianco per due ore, ascoltando la musica''. '' A me sembra - conclude - che non ci sia niente di piu' sano''.MEHTA GUARDA A FUTURO, 5 LE BACCHETTE EMERGENTI - Una ''nuova generazione di direttori d'orchestra di grande talento si sta affacciando sul podio'' in giro per il mondo: parola di Zubin Mehta. E fra le bacchette 'in erba' da tenere d'occhio, il celebre direttore d'orchestra indiano, intervistato dall'ANSA a Tel Aviv, si dice pronto a scommettere su almeno cinque nomi. Eccone i profili. - Vasily Petrenko (Russia), 34 anni. E' stato il piu' giovane direttore d'orchestra a condurre la Royal Liverpool Philharmonic. Il settimanale britannico The Observer lo ha definito ''la rivoluzione russa''. - Andris Nelsons (Lettonia) e' nato a Riga nel '78. Di recente ha lavorato con la Royal Opera House Covent Garden di New York e con la Wiener Staatsoper, considerata da molti l'orchestra piu' importante d'Europa. Le copertine dedicategli da giornali di tutto il mondo (anche in virtu' del suo aspetto) non si contano. - Gustavo Dudamel (Venezuela), classe '81. Attuale direttore dell'orchestra sinfonica di Goteborg, dell'orchestra nazionale del Venezuela, della Filarmonica di Los Angeles. Nel 2009 e' stato inserito dal Time magazine nella lista dei 100 personaggi giovani piu' influenti al mondo. - Omer Wellber (Israele). Nato anche lui nel 1981, allievo di Daniel Baremboin. Nel 2010 e' stato nominato successore di un mostro sacro come Lorin Maazel, fondatore e direttore musicale della Orquesta de la Comunitat Valenciana. - Ryan McAdams (Usa). Il piu' giovane dei cinque, essendo nato nel 1982. Il New York Times ha definito il suo modo di condurre ''elettrizzante'', ''essenziale'', ''da lasciare senza fiato''. Lo scorso febbraio ha debuttato in Italia tra le ovazioni, dirigendo - proprio sotto l'ala protettrice di Mehta - l'orchestra del Maggio Musicale fiorentino.http://www.ansa.it/, 12 ottobre


Acco
Usa, Israele e' Stato ebraico

Washington, 13 ott. - (Adnkronos/Aki)- Israele "e' lo Stato del popolo ebraico, ma resta anche uno Stato per altri cittadini, di altre fedi". Lo ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Philip Crowley, confermando il sostegno di Washington alla richiesta del premier Benjamin Netanyahu di un riconoscimento di Israele come Stato ebraico in cambio di un nuovo congelamento degli insediamenti.


Giaffa 1920

La passeggiata di Ahmadinejad

"Israele è una minaccia perenne per il mondo". Ahmadinejad è arrivato in Libano, si è incontrato con gli Hezbollah e ha lanciato i suoi messaggi. I nostri adolescenti guardano e ascoltano senza dire nulla...sembra che non si interessino ma quando arriva il momento di preparare il programma radio settimanale di Beresheet LaShalom questo è il primo argomento che sollevano: parlano dell'impossibilità di un dialogo con chi non ti riconosce come entità e ne parlano scherzando per scacciare l'idea che l'uomo che ogni giorno minaccia di distruggere la loro casa è qui proprio a due passi, al di là del confine.Per i ragazzi arabi non è facile...molti di loro sono abituati a tenere accesa in casa la TV collegata con la Siria o con El Jazeera che trasmettono 24 ore su 24. I sentimenti sono contrastanti. I messaggi che ricevono sono difficili anche per chi come loro ha deciso di vivere un anno intero in casa con dei ragazzi ebrei, creare attività educative insieme a loro cercando di imparare le tradizioni e le usanze dell'altro e trasmettendo le proprie.Dana Saadi è una delle ragazze del gruppo ed è cresciuta in Italia.Ha scelto di provare un'esperienza diversa da quella dei compagni con cui ha condiviso i suoi primi diciotto anni e scrive: "Purtroppo molto spesso, come in questo caso, ci si dimentica che prima di appartenere ad una terra, prima di essere dei cittadini siamo degli esseri umani dotati di cuore, mente e anima. Colui che se ne è dimenticato è proprio un uomo. Cosa si può fare? Diversi sono i punti di vista e le opinioni riguardo Ahmadinejad e Israele. Dobbiamo combattere? rassegnarci? ragionare? difenderci? ignorare? E' affascinante e terribile allo stesso tempo come uno stato così piccolo possa contenere una tale concentrazione di mentalità, culture, religioni e forze differenti e contrastanti. La soluzione non ce l'abbiamo ancora, ma noi di Beresheet LaShalom ne discutiamo e guardiamo in faccia la realtà che ci riguarda.Tutti insieme, ognuno dal suo punto di vista." Vado a leggermi su Google il discorso del presidente iraniano.Accuse gravi ed incitamento all'odio verso Israele e il popolo ebraico. Non è facile mostrare ai ragazzi una verità diversa da quella che conoscono. Ma il fatto stesso che ne parlano, che ascoltano e discutono, che incontrano una ragazza musulmana che non la pensa come tutti gli altri, che ha il coraggio di dire ciò che si vede quando si esce dalla caverna di Platone, è un piccolo passo avanti.Angelica Calò Livne http://www.moked.it/


Questa o quella

Da qualche tempo il Tizio della Sera si domandava chi fossero i veri amici di Israele e del popolo ebraico, se quelli di Destra o quelli di Sinistra: lui non sapeva, lui non trovava risposta. Lui ricapitolava e pensava: la Sinistra è sempre stata amica degli Ebrei scomparsi nella Shoah, tanto i morti non ci sono e con poco sforzo si fa una bella figura da antifascisti. In seguito, considerava un certo giorno il Tizio, la Sinistra è stata molto gelosa della Destra che era divenuta proprio amica di Israele. In effetti, per la Sinistra Israele è come la Kriptonite per Superman, un'entità insopportabile che depotenzia. Poi, quello che faceva imbufalire la Sinistra, era che la Destra fosse diventata amica degli ebrei in genere, invece di mettersi intelligentemente d'accordo con la Sinistra: noi ci prendiamo Israele e voi gli ebrei morti. Anche se, pensava il Tizio, il signor Berlusconi confonde continuamente Israele con gli ebrei, e quando dice di essere amico di Israele pensa a un suo amico ebreo delle elementari che si chiamava Israele, e tutte le volte che sentiva degli ebrei dire "Ascolta Israele", credeva che parlassero del suo amico che a scuola non stava mai attento. Certo, pensava tempo fa il Tizio, un tempo tra Destra ed ebrei le cose erano diverse. Prima loro, rifletteva il Tizio, non avevano piacere di parlare delle persecuzione ebraica di cui erano stati attivi protagonisti, vedi alla voce "Fascismo". Poi c'è stata la visita di Fini allo Yad Vashem - e prima ancora quella solitaria amicizia del Foglio per Israele e per gli ebrei. Insomma, dai, pensa il Tizio, le cose erano tanto cambiate. E così sembrava che tutto andasse bene, la sinistra odiava tutti gli ebrei e la destra li amava tutti. Almeno avevo le idee chiare. Quando tutto a un tratto, borbotta il Tizio della Sera, zacchete, dopo l'outing ebraico di Saviano lo scrittore ebreo della sinistra che la sinistra non sapeva fosse ebreo, va al convegno "Per la verità, per Israele" e dice apertamente di amare Israele. Anche lui però: poteva dirlo in un codice cifrato. Non so: "Mi piacciono le uova al tegamino", così chi proprio voleva capire, un giorno tra duecento anni avrebbe capito. Non lo ha fatto, ha detto proprio di amare Israele. A quel punto, patapumfete, è crollato tutto. Per la sinistra è come se Saviano fosse passato a destra - perchè come dice D'Alema, gli ebrei devono assolutamente criticare Israele e non sostenerlo con la scusa della sopravvivenza. A quel punto, boing, Saviano è caduto in un'equanime imboscata di parolacce di destra e di sinistra. E chi si è messo a odiarlo perché è un ebreo di sinistra, e chi ha iniziato a odiarlo perché è un ebreo di destra, e chi ha iniziato a odiarlo perché è un ebreo e ce l'ha con la camorra. Il Tizio della Sera adesso è veramente soddisfatto: grazie agli Ebrei, la Destra e la Sinistra, e forse anche la camorra, si sono unite.Il Tizio della Sera, http://www.moked.it/


Raiz e i Radicanto chiudono il Festival di Letteratura

Repentino cambio di programma nell’ultima giornata del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica che in questi giorni ha presentato al pubblico romano alcuni degli intellettuali di spicco del panorama culturale ebraico internazionale e affrontato numerosi filoni letterari che spaziavano dalla narrativa amorosa alla filosofia, dal pensiero dei maestri della kabbalah allo humour askenazita. In apertura di serata era previsto un dialogo tra Alessandro Piperno e Howard Jacobson, ma lo scrittore britannico non ha potuto presenziare all’incontro perché impegnato in patria dopo aver vinto il Man Booker Prize, il più importante premio letterario del Commonwealth assegnatoli martedì scorso. Così sul palco invece di Jacobson è salito Shulim Vogelmann, responsabile della collana israeliana per la casa editrice Giuntina e curatore del Festival insieme a Raffaella Spizzichino e Ariela Piattelli, che ha analizzato insieme a Piperno le mille sfaccettature e dislocazioni della letteratura ebraica. Dalla straordinaria fertilità degli scrittori ebrei statunitensi con l’esempio classico di Philip Roth (dai libri del quale Piperno ha raccontato di attingere molti spunti) agli autori sempre attuali della vecchia Mitteleuropa, passando per alcuni grandi intellettuali italiani (“Moravia e Svevo vanno considerati scrittori ebrei pur avendo un rapporto teso con le proprie origini ebraiche?”, è la domanda che apre il dibattito) alla fiorente produzione letteraria israeliana, che grazie ad ambasciatori quali Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua ottiene un meritato successo globale. I due interlocutori si sono interrogati a lungo su quali caratteristiche debba avere un autore per essere considerato a pieno titolo un esponente della letteratura ebraica. Piperno era coinvolto in prima persona nel dibattito. Come ha spiegato con ironia, il grande successo ottenuto dal suo romanzo d’esordio Con le peggiori intenzioni (200mila copie vendute) si basa in parte su un equivoco: considerato un esponente del filone ebraico italiano, lo scrittore non è halachicamente ebreo in quanto nato da madre non ebrea. “Chissà cosa succederà quando lo scopriranno”, scherza con i presenti. Applaudita anche la conclusione di Vogelmann: “Cosa significa essere ebreo? Continuare a chiedersi cosa significa essere ebreo…”. Il Festival si è chiuso in tarda serata con un concerto del cantante Raiz e del gruppo barese Radicanto al Palazzo della Cultura. Davanti a un pubblico composto da giovani e meno giovani, l’ensemble ha catturato l’attenzione della platea proponendo un affascinante viaggio musicale nei quattro angoli del Mediterraneo. http://www.moked.it/


Il rav Rosen al Sinodo dei vescovi

È in corso di svolgimento nelle sale vaticane il Sinodo dei vescovi dedicato al Medio Oriente a cui partecipano anche rappresentanti religiosi ebrei e musulmani. Il Sinodo ha vissuto ieri uno dei suoi momenti più intensi con l’intervento del rabbino David Rosen, consigliere del Gran Rabbinato di Israele e direttore del dipartimento degli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee. Nel suo discorso Rav Rosen si è soffermato sui progressi in corso nelle relazioni ebraico-cristiane in Israele sottolineando come sia fondamentale garantire la crescita e lo sviluppo sereno delle comunità cristiane presenti sul territorio. "Il benessere delle comunità cristiane in Medio Oriente – ha spiegato Rosen – è una sorta di barometro della condizione morale dei nostri paesi. La possibilità per i cristiani di esercitare diritti civili e religiosi in libertà testimonia la salute o la malattia delle rispettive società del Medio Oriente". Non sono mancate alcune note negative nei confronti delle comunità cristiane dei paesi arabi che a suo modo di vedere agirebbero in contrasto con le linee guida della Chiesa nell'ambito delle relazioni con gli ebrei. “In un ampio contesto geografico – ha detto Rosen – l'impatto del conflitto ha troppo spesso portato a un distacco di molti cristiani dalla riscoperta operata dalla Chiesa delle proprie radici ebraiche e talvolta a una preferenza per pregiudizi storici". Apprezzamenti invece per il Consiglio delle istituzioni religiose della Terra Santa, a cui il Rav riconosce il merito di combattere le incomprensioni, il bigottismo e l’incitamento all’intolleranza e di puntare sulla promozione della riconciliazione e della pace “affinché due nazioni e tre religioni possano vivere nel paese con piena dignità, libertà e tranquillità”. Auspicando che una nuova primavera nelle relazioni tra ebrei e cristiani diventi sempre più palese in Medio Oriente come nel resto del mondo, Rosen ha analizzato i futuri scenari dell’area mediorientale mettendo il punto sul ruolo basilare svolto dai musulmani (che chiama “fratelli”) nel processo di pacificazione tra le varie identità in gioco. “La questione critica per il futuro delle nostre comunità – ha affermato il Rav – è legata al fatto che i nostri fratelli musulmani vedano la presenza cristiana ed ebraica come pienamente legittima e parte integrale della regione nel suo insieme”. Prima di intervenire al Sinodo Rav Rosen si è recato nella sede della Fnsi per una conferenza stampa e per un incontro con i vertici della Federazione. In questa occasione ha ribadito l’importanza simbolica delle due visite compiute in Israele da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI soffermandosi sul viaggio di Ratzinger e sul valore pedagogico delle parole utilizzate dal pontefice a proposito di antisemitismo e Shoah, puntualizzando che “mai è stato messo in dubbio l’impegno di Benedetto XVI nel dialogo con gli ebrei e nella condanna dell’antisemitismo”. Entrando poi nel merito di alcuni incidenti di percorso che avevano fatto salire la tensione (citati tra gli altri il caso Williamson e la preghiera del venerdì santo), Rosen li ha definiti episodi “sfortunati”. Su sollecitazione dei giornalisti il Rav è intervenuto anche sulla controversa questione del giuramento allo Stato ebraico recentemente approvato dal governo di Israele. “È una legge che mi rammarica – ha detto Rosen – ma rifiuto completamente l’interpretazione per cui questa legge mina il fondamentale carattere democratico di Israele. Il riferimento allo Stato ebraico non va inteso in senso religioso ma culturale. Tutte le persone sono ancora uguali davanti alla legge e la Corte Suprema può accogliere ricorsi se questo diritto non viene rispettato”.Adam Smulevich,http://www.moked.it/


Quell'uomo piccolo, magro, senza cravatta, con le occhiaie infossate, la pupilla catarifrangente e il sorriso incartapecorito che si affaccia davanti al recinto di filo spinato che separa il Libano da Israele ha appena raggiunto un obiettivo strategico molto importante: fare dell'Iran un paese mediterraneo. Attraverso il territorio della Siria – uno stato vassallo – e del Libano meridionale – ormai provincia sciita – l'Iran estende ora la sua presenza sulla costa orientale del Mare Nostrum, da dove potrà più incisivamente influenzare il discorso pubblico, la manovra politica, e i flussi economici. È sconcertante che una importante mutazione strategica come l'annessione di fatto del Libano da parte iraniana possa essere avvenuta sotto lo sguardo più o meno disinteressato di truppe dell'ONU provenienti soprattutto da altri paesi mediterranei, come la Francia, l'Italia, e la Spagna. È sperabile che le minacce rivolte dall'omino senza cravatta a un altro paese mediterraneo – Israele – inducano qualcuno a esprimere insoddisfazione, a riflettere e a smarcarsi, e magari a prendere qualche piccola precauzione.SergioDella Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme, http://www.moked.it/

giovedì 14 ottobre 2010


Gli studenti contro Raiz: «Sei sionista»E lui: faziosi, basta giocare a buoni e cattivi

L'ex leader Almamegretta e idolo della sinistra, accusato dal collettivo Cau per l'adesione all'evento pro Israele
«Caro Raiz perché hai aderito alla manifestazione pro Israele?». Se lo sono chiesti, non proprio con questo tono diplomatico, gli studenti napoletani del collettivo autorganizzato universitario (Cau), orbitante soprattutto all'Orientale di Napoli. La domanda l'hanno rivolta via Facebook direttamente a lui, Raiz, ex icona degli Almamegretta, gruppo dal forte messaggio sociale agli inizi dei '90, ora convertitosi all'ebraismo. Il collettivo - che sostiene la causa palestinese - ha reputato «vergognosa» l'adesione dell'artista all'evento (tenutosi sabato scorso a Roma), pubblicando anche una serie di strofe tratte dalle più famose canzoni del gruppo dal contenuto antirazzista.
LA REPLICA DEL CANTANTE - Raiz ha risposto online a «Giulia Valle», pseudonimo del Cau su Fb (Valle Giulia fu teatro degli scontri tra studenti e polizia nel '68, poi messi in versi da Pasolini): «Ti ricordo nel 1938 cosa hanno fatto i fascisti agli ebrei e cosa avrebbero cercato di fare ad Israele se fosse esistito allora -, forse - prosegue il cantante - perchè Raiz è ebreo ed amico di israele, che non vuol dire essere nemico per forza di qualcun altro, forse perchè non c'è niente di vergognoso nel voler forzare il manicheismo che caratterizza chi ha solo voglia di essere fazioso senza mai, dico mai cercare un minimo di obiettività. D'altronde, cara Giulia, per te sostenere la causa palestinese significa forse sostenere la bieca violenza di Hamas? O negare ogni diritto alle donne, agli omosessuali? Spendere ogni dollaro ricevuto dai progetti umanitari in stupidi missili da lanciare su Sderot invece di pensare alle migliaia di poveri del tuo paese? Non credo. Come ti sentiresti se per il solo fatto di sostenere tale causa qualcuno ti chiamasse fanatica integralista, antifemminista, omofobica, reazionaria? Perchè non provare ad uscire dalla logica del giochiamo ai buoni e cattivi e capire che se un conflitto dura 60 anni e passa evidentemente ci sono torti e ragioni come in ogni conflitto da parte di Tutti? A meno che non si pretenda sempre di avere ragione. E mi sa che dal tono categorico delle due righe che scrivi è proprio così...». «STORIA DEL SIONISMO E ZYCLON B» - La risposta pare non abbia convinto gli attivisti del collettivo Cau. Che hanno duramente controreplicato: «"Buoni e cattivi?" Ma quanti anni hai, e quanti me ne dai? io da quando ho 15 anni ragiono per cause ed effetti, così si approccia alla storia. La causa di questo lungo e confuso (?) conflitto è la nascita dello stato d'Israele. L'effetto è la disperata resistenza di un popolo schiacciato dall'occupazione». Segue un lungo batti e ribatti sulla storia del sionismo, le cause della nascita di Israele. Il tono si accende verso la fine dello scambio online. Il collettivo rimbalza le argomentazioni dell'ex Almamegretta commentando: «L’appoggio praticamente incondizionato di Usa e Ue ad Israele permette a Tel Aviv di perpetrare i peggiori crimini contro i palestinesi», con ironica chiosa finale: «Solo un’ultima cosa: parlare in terza persona di se stessi è cosa alquanto strana. Ma ti ispiri più a Cesare o ai tronisti di Maria De Filippi?». All'ironia Raiz ribatte col sarcasmo: «...Dai facciamo pace, ho trovato io la soluzione. Zyclon b per qualche mese e ci siamo sbarazzati del problema! Ciao faziosi. Ah... Cesare mi sembra antico, propendo per un bel tronista». Per la cronaca, sul profilo Facebook di Aaron Wolpa-Raiz campeggia l'immagine di due cagnolini marchiati con la stella di David.RAIZ AL CORRIERE: MAI SVENTOLATO BANDIERE - «Nelle canzoni che ho scritto con gli Almamegretta - commenta Raiz, contattato dal Corriere del Mezzogiorno - non ci sono mai, dico mai, bandiere da sventolare: si parla di convivenza, il messaggio non è mai stato settario. E questo perché sono un convinto assertore della multiculturalità». Poi cita Amos Oz, scrittore israeliano, sempre molto critico con Israele: «Nel pamphlet "Contro il fanatismo" scrive che, in sostanza, spesso quando uno ci attacca pensiamo che non abbia capito ciò che vogliamo dire, ché magari non ci siamo spiegati bene. Applicare, dice Oz, tale ragionamento al conflitto tra Palestina e Israele non ha senso, in quanto ci sono da entrambe le parti ragioni sacrosante e legittime. Mettersi sulle barricate dell'uno e del'altro schieramento non serve a nessuno, non smuove un bel niente. Crea soltanto sofferenza. Perciò - conclude il cantante - personalmente ho tentato di spiegare agli studenti del collettivo che ogni tanto i principi vanno messi in tasca per far sì che le questioni - e questa è storicamente la Questione delle questioni - possano davvero risolversi non in teoria ma concretamente».E IL CAU: «VIVERE È PARTEGGIARE» - Le ultime dichiarazioni dell'artista partenopeo suscitano un'ulteriore risposta, via mail, da parte del collettivo studentesco: «Ringraziamo ancora Raiz per i suoi illuminanti consigli… ma il problema qui è che stare “nel mezzo”, come ci suggerisce, non significa essere equidistanti. Come insegna Gramsci “vivere significa parteggiare” e noi saremo sempre di parte, essere equidistanti di fronte a un conflitto, come quello israelo-palestinese, che vede una tale sproporzione nei mezzi utilizzati e negli obiettivi, vuol dire “scegliere” e scegliere di stare dalla parte del più forte. Raiz, tu questa scelta l'hai fatta! ...hai deciso di stare dalla parte di chi utilizza, per mettere in ginocchio una popolazione, armi di distruzione di massa come il fosforo bianco che, informati, non uccide, brucia. Hai scelto di parteggiare per uno Stato che sperimenta le sue armi fatali su un popolo inerme che alle bombe 'Dime' risponde con le pietre raccolte dalle macerie che quelle stesse bombe hanno creato. Hai scelto di stare dalla parte di chi ogni giorno si macchia di crimini terribili, appoggiato dalle più grandi potenze mondiali. Dici che parliamo di principi e ti atteggi parlando di concretezza. Questo è concreto - prosegue il Cau nella missiva - non sono i princìpi che creano sofferenza, ma la solitudine di un popolo abbandonato, quello palestinese, che vive di solidarietà e aiuti umanitari. Questa è “realtà”, di teorico non c'è un bel niente».Alessandro Chetta 11 ottobre 2010(ultima modifica: 12 ottobre 2010)http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it



fermate d'autobus in Israele
Coop, dai soci 3 mila firmecontro prodotti da colonie israeliane

Contro l'ipotesi di accordo commerciale con l'Agrexco, esportatore israeliano di prodotti agricoli «No ai prodotti illegali nella mia Coop»: con questo slogan domani saranno presentate nella sede di Casalecchio 3.000 firme di soci Coop (pari a oltre il 50%) contro la conclusione di accordi commerciali tra Coop Italia e la Agrexco (esportatore israeliano di prodotti agricoli). Le firme, raccolte on line e anche nei supermercati di varie città italiane, saranno consegnate alle 11.30 dagli esponenti della Coalizione contro l’Agrexco e dal coordinamento Campagna Bds di Bologna. «Queste firme - spiegano gli organizzatori in una nota - testimoniano la preoccupazione di un numero consistente di soci e clienti per la decisione di Coop Italia di continuare a commercializzare i prodotti provenienti dalle colonie israeliane e di mantenere rapporti commerciali con aziende che traggono profitti dal regime di occupazione illegale dei territori palestinesi». Secondo i manifestanti, che chiedono alla Coop di non firmare il previsto accordo commerciale con l’Agrexco, «non può essere considerato legittimo né etico commercializzare merci prodotte in un regime di occupazione militare», a prescindere da come vengono etichettate. L’ eventuale accordo Coop-Agrexco infatti - spiega la nota - dovrebbe includere norme per garantire la tracciabilità dei prodotti provenienti dalla colonie e differenziarli da quelli prodotti in Israele. Ma questo - si sottolinea - «non risolverebbe la questione di fondo delle pratiche illegali di aziende come Agrexco».11 ottobre 2010 http://corrieredibologna.corriere.it/


Quando cedere alle pressioni americane può essere un tragico errore

Gli intriganti documenti sulla guerra dello Yom Kippur diffusi la settimana scorsa dall’Archivio di Stato israeliano contengono più di un indizio che il vero errore dell’allora primo ministro israeliano Golda Meir non fu quello di trascurare con arroganza le aspirazioni di pace dell’Egitto (come si è da più parti sostenuto fino ad ora), bensì quello di fare troppo assegnamento sulle promesse degli americani.Da uno dei verbali si apprende che Dayan spiegava come i sistemi missilistici anti-aerei egiziani rendessero impossibile garantire la copertura dell’aviazione israeliana agli avamposti sotto attacco sulla linea del fronte. Dayan rimarcava che egiziani e russi avevano avuto “tre anni di tempo per prepararsi”: con tutta evidenza si riferiva al periodo intercorso fra il cessate il fuoco imposto a Israele nell’estate del 1970 e lo scoppio della guerra il 6 ottobre 1973.Per chi non ricordasse: tre anni prima che gli egiziani attaccassero Israele attraversando il Canale di Suez nel giorno di Kippur del 1973, gli americani avevano formulato un accordo israelo-egiziano per porre fine alla Guerra d’Attrito (la sanguinosa guerra di posizione combattuta sulle sponde del Canale di Suez tra il giugno 1968 e l’agosto 1970). Golda Meir era angustiata, ma non poté resistere alle pesanti pressioni di Washington e alle contestazioni e proteste interne che la accusavano d’essere responsabile dei sodati israeliani che morivano sul canale. Menachem Begin, intervenendo alla Knesset, aveva ammonito che gli egiziani avrebbero sfruttato il cessate il fuoco per prepararsi alla guerra, ma il pacifista Uri Avnery lo accusò di fomentare il panico.Ancor prima che sorgesse l’alba del primo giorno dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, gli egiziani si affrettarono a violare l’accordo schierando decine di batterie di missili anti-aerei SAM sulle rive del Canale di Suez. Le forze aeree israeliane, che fino ad allora avevano fatto in modo di bombare e colpire sistematicamente ogni nuova batteria egiziana in quell’area, da quel momento furono costrette ad accontentarsi di fotografare i missili nemici.Grazie agli archivi nazionali israeliani, una volta ho avuto occasione di personalmente esaminare i verbali segreti di quei giorni e ho potuto rilevare la grande angoscia che li pervadeva. Golda Meir si lamentava che gli americani le puntavano praticamente una pistola alla tempia, per dirla con le sue parole, e le proibivano di attaccare quelle batterie missilistiche. In uno dei verbali, Golda Meir prevedeva con grande lucidità l’esito futuro di quella moderazione. Diceva: “guai a noi” il giorno in cui gli egiziani ci attaccheranno sotto la copertura dei loro missili. Uno dei diplomatici israeliani che stavano allora a Washington, Shlomo Argov, in una lettera riservata avvertì che “una umiliante capitolazione ai diktat americani” avrebbe significato più tardi “distruzione”.Ciò nondimeno Golda Meir capitolò. L’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon le promise di ricompensarla con sistemi d’arma avanzati e garanzie sulla sicurezza. Sono più o meno le stesse promesse fatte oggi dal presidente Barack Obama al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in cambio di ogni sorta di accordo con i palestinesi, di moratorie delle costruzioni in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e magari anche di un ritiro dalle Alture del Golan. Se saremo abbastanza stolti da acconsentire, gli arabi potrebbero prenderci ancora una volta di sorpresa, solo che questa volta accadrà a cinque minuti dal cuore stesso d’Israele.(Di Hagai Segal Da: YnetNews, 9.10.10) http://www.israele.net/


L'Albania amica di Israele ha protetto gli ebrei dal Nazismo

Difendere Israele vuol dire preservare il diritto all'esistenza di Israele. Esistenza che viene minacciata ogni giorno da alcuni regimi teocratici. Ci sono uomini e politici nel Medio Oriente che vogliono annientare lo stato ebraico, ma l’opinione pubblica occidentale spesso è lenta a capire la portata devastante di questa minaccia. Come pure non si accorgono che c'è una origine storica in tutto questo, il nazimo, l'idea del genocidio di un intero popolo. Ma in passato ci sono state persone coraggiose che, con pochi mezzi, riuscirono a fermare la macchina dello sterminio e della Grande Menzogna antisemita. Persone della mia terra, l'Albania.Venti anni fa vennero mostrati a una delegazione americana recatasi a Tirana alcuni dossier risalenti agli anni della dittatura comunista di Hoxha. Il rappresentante del Congresso, Joe Dioguardi, rese pubblici alcuni di questi documenti, che hanno grande importanza storica, relativi alle testimonianze di ebrei salvati dagli albanesi durante la II Guerra Mondiale. Dopo la scoperta il senatore Dioguardi spedì quei documenti a Tel Aviv e l'Albania venne inserita nell'elenco dei "Giusti tra le Nazioni", ovvero quei Paesi, quelle persone o enti, che si erano impegnate a salvare degli ebrei dall'Olocausto. L'Albania ha anche un altro primato: è l'unico Paese coinvolto nel secondo conflitto mondiale in cui non ci siano state deportazioni e che può vantare di aver salvato tutti gli ebrei presenti nel suo territorio. E’ infatti un dato storico acquisito come prima della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei in Albania fossero circa 200 mentre alla fine della guerra risultarono essere oltre 2mila.Come fecero a salvarsi? In parte per l'isolamento di cui godeva il nostro paese in un contesto europeo che al contrario era fortemente influenzato dall'ideologia fascista e nazista, ma soprattutto grazie alla cultura albanese - basata su un codice morale, il ‘Kanun’, e in particolare su una sua parte, la ‘Besa’ - che ritiene un dovere inderogabile difendere la vita umana di chiunque, anche a costo della propria incolumità. Da notare come, nel corso della storia, questo codice si sia a volte contrapposto al potere politico e si siano registrati casi in cui il Kanun veniva addirittura prima di altre forme del potere costituito. Il Kanun, infatti, contiene anche altri elementi inaccettabili come il delitto d'onore o il dovere di vendicare anche con l'omicidio i torti subiti. Su tutto, però, ha un grande merito, quello di non riconoscere la parola "straniero": esistono gli "ospiti" ma non gli "stranieri".Durante la Seconda Guerra Mondiale gli albanesi nascosero gli ebrei nel loro territorio sia per iniziativa privata, sia perché la autorità locali si rifiutarono di consegnare ai fascisti italiani arrivati nel loro paese nel 1939 - e ai tedeschi nazisti arrivati poi nel 1943 - le liste con i nomi degli ebrei presenti nel territorio. Il pericolo di ritorsioni, specie durante l'occupazione nazista, era molto alto, ma i cittadini e le autorità albanesi difesero gli ebrei totalmente: nascondendoli nelle case, procurando loro documenti falsi, travestendoli da contadini e spostandoli da un luogo all'altro per sfuggire alla morte.Tra le tante storie di "giusti" se ne ricordano alcune davvero incredibili, come quella di Ali Alia. Un negoziante che, per salvare un ebreo caduto nelle mani di un nazista, ospitò quest'ultimo a casa sua facendolo ubriacare. Ma ci sono anche testimonianze da cui si deduce che in certi casi furono gli stessi occupanti italiani a scongiurare lo sterminio. Era il segno che la macchina nazista si poteva fermare. Berlino infine si rese conto di non poter contare su Tirana per condurre a termine le sue operazioni. Se si pensa che, al di fuori dell'Albania, solo una ristretta parte di essi sia riuscita a sopravvivere all'Olocausto, la straordinaria importanza della repubblica schipetara negli anni dell'Olocausto risulta ancora più evidente. Anche gli albanesi del Kossovo, del Montenegro e della Macedonia avrebbero contribuito alla salvezza di molti ebrei aiutandoli a rifugiarsi in Albania.di Lavdrim Lita 12 Ottobre 2010, http://www.loccidentale.it/