sabato 9 gennaio 2010


Gerusalemme

Medio Oriente, una pace infinita

Nelle pagine del Jerusalem Post di dieci anni fa, all’esordio del nuovo millennio, le speranze volavano alte
Lunedí 04.01.2010 Di David Horovitz , Da Jerusalem Post
Nelle pagine del Jerusalem Post di dieci anni fa, all’esordio del nuovo millennio, le speranze volavano alte. Tony Blair, allora primo ministro britannico, firmava uno editoriale speciale per il nuovo millennio che aveva inviato simultaneamente all’israeliano Jerusalem Post, al giornale palestinese Al-Quds e a un imprecisato quotidiano siriano. Intitolato “Guardare il lato positivo delle cose”, l’editoriale asseriva che “grazie al coraggio del primo ministro Ehud Barak, del presidente Yasser Arafat e del presidente (siriano) Hafez Assad, una pace complessiva e durevole è oggi una prospettiva concreta”. Blair prometteva inoltre il sostegno britannico, europeo e internazionale alla causa della pace in Medio Oriente. In un articolo a fianco, il suo ambasciatore in Israele Francis Cornish sottolineava quanto Blair ammirasse la “determinazione di Barak di cogliere l’occasione”.Determinato davvero. Il secondo giorno del nuovo millennio, Barak volava a Shepherdstown, West Virginia, per allettanti colloqui col ministro degli esteri di Assad, Farouk Shara. Il titolo a caratteri cubitali del Jerusalem Post del 3 gennaio prometteva “Clinton giocherà un ruolo attivo nei negoziati”, e citava il segretario di stato Usa Madeleine Albright che prometteva di “rimboccarsi le maniche” per un accordo israelo-siriano. “La cosa più importante – si infervorava la Albright – è che le parti stesse sono pronte a rimboccarsi le maniche”.Beh, un decennio più tardi, quei mondiali titani dell’anno 2000 risultano un bel po’ ridimensionati, quando non tagliati fuori del tutto. Blair è stato spodestato dal suo stesso partito di governo laburista per una varietà di colpe, vere o presunte, ma soprattutto per il crimine, in una Gran Bretagna ostinatamente cieca, d’aver introiettato la minaccia posto all’occidente dal fondamentalismo islamista, e per aver cercato di contrastare tale minaccia. Non amato in patria, da molti addirittura vituperato, e recentemente bocciato come presidente della Unione Europea, Blair ha lavorato indefessamente come inviato di pace del Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia) cercando di costruire dal basso verso l’alto uno Stato per un pubblico palestinese che, quando ha avuto opportunità di eleggere una dirigenza dedita all’edificazione di uno stato, ha optato piuttosto per un gruppo fedele a malefici “valori” religiosi che garantiscono la perpetuazione delle loro sofferenze.Anche Bill Clinton se n’è andato dai vertici del potere e, sebbene tuttora incomparabilmente facondo e carismatico, è oggi fortemente limitato. Fino all’anno scorso poteva per lo meno di scherzare sui pro e contro dell’essere un ex presidente: il vantaggio di poter dire tutto quel che si vuole, contro il fatto che nessuno ti dà più molto ascolto. Oggi non può più nemmeno dire quello che vuole perché sua moglie, la signora segretario di stato, dovrebbe poi fare i conti con le ricadute.Ehud Barak è ancora in gioco, naturalmente, sebbene non più come primo ministro. Rispettato come ministro della difesa ma mal sopportato come leader dei laburisti, ha ben poche chance di tornare alla massima carica: persino in un paese come Israele che, come può testimoniare Binyamin Netanyahu, è unico nel perdonare chi ha fallito nel primo incarico come premier.Arafat se n’è andato del tutto, con gran sollievo – diremmo – di tutti quanti. Ed anche Assad, in qualche infernale palazzo presidenziale, sta senza dubbio somministrando al suo Creatore lezioni smodatamente lunghe sulla nobilissima storia della Siria.Nel frattempo quella “concreta prospettiva di pace” appare più distante che mai, e ben pochi leader mondiali sarebbero oggi tanto ingenui da esortarsi a “guardare il lato positivo delle cose”. Quel che è cambiato in meglio, tuttavia, è che gli inevitabili contorni della nostra tanto a lungo sospirata normalità in Medio Oriente sono diventati più chiari agli occhi della maggior parte degli israeliani. Abbiamo ancora tanti partiti politici quante sono le nostre università, i nostri ospedali e i nostri stadi sportivi, ma una terrificante quantità di questi partiti sostengono essenzialmente la stessa visione di Israele. […]Il fatto è che, generalmente parlando, circa due terzi del nostro parlamento, presumibilmente in rappresentanza di due terzi del nostro elettorato, vorrebbe realizzare quella vana speranza espressa da Blair dieci anni fa. Israele vorrebbe un accordo con la Siria e col resto del mondo arabo ma se, e soltanto se, ciò significa una pace duratura, senza esporre Israele ad accresciuti rischi per la sua sicurezza. Vorremmo che al regime iraniano, che persegue implacabilmente la distruzione di Israele, venisse impedito di dotarsi di armi nucleari e, meglio ancora, che venga rimosso del tutto dal potere ad opera della sua popolazione oppressa e tradita. All’interno, vorremmo preservare quello status quo pressoché miracoloso che in qualche modo coniuga il moderno stato di Israele con il tradizionale codice religioso che per intere generazioni ha sorretto l’esistenza stessa del nostro popolo.E con molta maggiore chiarezza di un decennio fa, riconosciamo che vogliamo essere uno Stato ebraico e democratico, che ha bisogno di separarsi dai palestinesi. Non vogliamo essere costretti a tornare sulle linee pre-’67, quelle su cui fummo attaccati senza sosta nei precedenti diciannove anni e che ci rendevano così insostenibilmente vulnerabili. Ma sappiamo anche, per lo meno la maggior parte di noi, che non possiamo allargare il governo sovrano d’Israele fin dentro la Giudea e la Samaria (Cisgiordania), per quanto legittimi possano essere le nostre rivendicazioni storiche. I nostri obiettivi sono diventati più chiari, e la nostra leadership ben più unita attorno ad essi. Ma ciò non rende il loro conseguimento più lineare.La dipartita di Arafat non ha aperto la strada a vistosi progressi. Né l’ha fatto la sostituzione di Assad col figlio inaspettatamente cocciuto. E l’Iran ha impiegato tutto lo scorso decennio a radicalizzare e destabilizzare l’intera regione, e non solo.Oggi, poi, proteggere la relativa sicurezza di cui godiamo è diventato ancora più complicato: i nostri nemici impongono lo scontro su teatri civili dove la natura delle battaglie che ne conseguono mette a dura prova la nostra moralità. Ed anche se ci battiamo per disarmare i nostri aggressori nel corso di guerre che con tutta evidenza scoppiano a causa delle loro aggressioni, veniamo rappresentanti in modo distorto e giudicati in modo scorretto; e intanto quel sostegno internazionale che era stato promesso va sfumando sempre più.Eppure, pur acuendosi la delegittimazione di Israele, le ambizioni rapaci e sanguinarie degli islamisti mettono in crisi in modo sempre più perentorio la fasulla affermazione secondo cui vi sarebbe Israele alla radice di tutti gli attriti del Medio Oriente e del rancore islamico. Nel 2001 l’America ha visto nell’11 settembre quella dichiarazione di guerra fondamentalista e quella formidabile sfida alle libertà occidentali che in effetti era, in modo così evidente. Viceversa la Gran Bretagna nel 2005 si è rifiutata di credere che le bombe del 7 luglio sui mezzi di trasporto pubblici di Londra rappresentassero la stessa cosa su scala ridotta. E molte altre nazioni nel mondo cercano ancora allo stesso modo di ignorare la minaccia islamista al loro interno e di eludere ciò che è manifesto, cercando di gettare la colpa su qualcun altro, a cominciare da Israele.Ma prima a poi, anche quelli come gli inglesi – molti dei cui accademici e sindacalisti e chierici e politici e insegnanti e giornalisti sembrano considerare l’estremismo islamista una comprensibile reazione al fatto stesso che Israele esiste – non potranno più tenere gli occhi chiusi. Non potranno più eludere a chiacchiere il fatto evidente che giovani fanatici assassini come Umar Farouk Abdulmutallab, già presidente della Società Islamica all’University College di Londra, non diventano i potenziali stragisti del giorno di Natale sul volo 523 delle Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit per via del fatto che il processo di pace in arabo-israeliano è incompiuto.Prima o poi, abbiamo detto? Sarebbe meglio prima che poi. […]Guardare semplicemente al lato positivo delle cose non basta. Ciò che dobbiamo fare, tutti noi che riconosciamo la vera natura delle sfide che Israele e il resto del mondo libero si troveranno ad affrontare nei prossimi anni, è adoperarci per far avanzare autentici sforzi di riconciliazione. E faremmo bene, ciascuno nel proprio campo, a lavorare duramente per svelare la minaccia posta da coloro per i quali riconciliazione è una parolaccia: e impedire che prevalgano. Il che significa un’azione concertata e unificata – nella sfera legale ed economica, nella diplomazia convenzionale e pubblica, nelle aree della difesa e della sicurezza – senza permettersi il logorante lusso di meschine liti e rivalità. Non c’è imperativo più vitale, in questo nuovo e cruciale inizio di decennio.



ISRAELE-ANP: DIPLOMAZIA ALL'OPERA PER RIPRESA NEGOZIATI

(di Giorgio Raccah) (ANSAmed) - GERUSALEMME - L'inizio del nuovo anno porta con se' un risveglio di attivita' diplomatiche per rilanciare i negoziati di pace israelo-palestinesi e vede leader arabi impegnati in una serie di incontri, come quello di oggi a Sharm El-Sheikh, dove il presidente Hosni Mubarak ha ricevuto il presidente dell'Autorita' palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) e re Abdallah di Giordania. E mentre a Gerusalemme il premier israeliano Benyamin Netanyahu dice ''di avvertire nelle ultime settimane un cambiamento nell'aria che spero possa maturare e portare alla ripresa del processo di pace'' il quotidiano Maariv di Tel Aviv riferisce che gli Stati Uniti avrebbero formulato un piano per portare entro due anni israeliani e palestinesi a un accordo su tutto il contenzioso e alla fine del conflitto. Secondo il giornale, gli Stati Uniti propongono l'immediata ripresa delle trattative: nei primi nove mesi dovrebbero stabilire i confini di un futuro stato di Palestina e nei successivi 15 mesi risolvere le altre questioni chiave, come il futuro di Gerusalemme e la questione dei profughi palestinesi. Gli Stati Uniti darebbero ai palestinesi una lettera di garanzia che il periodo di due anni non sara' prorogabile e che in caso di insuccesso delle trattative Washington sosterra' la richiesta palestinese di un territorio la cui superficie in Cisgiordania - nell'eventualita' di uno scambio di terre - non sia inferiore a quella di questa regione prima dell'occupazione israeliana nel 1967. A Gerusalemme il premier Netanyahu ha detto di essere pronto all'immediata e incondizionata ripresa delle trattative mentre il suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha detto ''di non ritenere realistica'' la prospettiva di un accordo con i palestinesi in due anni. L'odierno colloquio di Mubarak con Abu Mazen appare legato a quello che egli ha avuto la scorsa settimana con Netanyahu. Quest'ultimo si era recato al Cairo con sue proposte per facilitare la ripresa dei negoziati che avevano, a quanto pare, favorevolmente colpito i governanti egiziani. Non e' chiaro quali esiti abbia avuto l'odierno colloquio. Abu Mazen non ha dato indicazioni di una prossima ripresa delle trattative e non ha segnalato un ammorbidimento della richiesta palestinese di totale - non solo parziale - arresto dell' edilizia negli insediamenti ebraici in Cisgiordania come condizione per il ritorno al tavolo delle trattative. Fonti palestinesi, commentando le voci di un piano Usa e di altre iniziative, hanno detto che si tratta solo di idee in via di formazione e nulla di piu'. Mubarak ha ricevuto anche re Abdallah di Giordania che voleva essere aggiornato sugli ultimi sviluppi diplomatici in campo israelo-palestinese. Nella regione e' atteso l'arrivo dell' inviato Usa George Mitchell, ma prima di lui saranno a Washington due inviati di Mubarak per riferire sui colloqui con Netanyahu e Abu Mazen.



Israele: collaudato con successo sistema antirazzi

Un sistema di difesa da razzi di diverso tipo, sviluppato in Israele e denominato "Cupola di ferro", è stato collaudato con "grande successo" negli scorsi due giorni ed è riuscito a distruggere in volo salve di razzi di tipo Grad. Lo ha riferito oggi nel telegiornale la tv privata Canale 10.
Secondo l'emittente, "Cupola di Ferro" ha superato le più rosee aspettative dei progetttori ed è stato perfino in grado di distinguere tra razzi diretti su centri abitati - da distruggere - e quelli diretti in aree aperte e disabitate, da lasciar passare. Il sistema è in grado di distruggere in volo razzi aventi un raggio d'azione di 4-70 km. La prima batteria di "Cupola di Ferro" sarà operativa tra quattro mesi e sarà piazzata a difesa di aree del sud di Israele minacciate dai razzi sparati dalla Striscia di Gaza. In seguito altre batterie saranno piazzate anche nel nord del paese, minacciato dai razzi di diverso tipo in possesso degli Hezbollah libanesi. 06/01/10 http://www.bluewin.ch/


Telepace tra Israele e la Palestina Servizi in arabo a favore della pace

RELIGIONE E NOTIZIE. L'emittente cattolica ha tre redazioni di corrispondenza a Gerusalemme e nei territori occupati L'ultima sfida della televisione veronese sono i servizi in lingua e sui diversi mondi religiosi Don Arcaini: «Proposta di fede»
Gerusalemme. Nei territori contesi da israeliani e palestinesi e a Gerusalemme ci sono piccoli avamposti dell'informazione cattolica veronese. Le redazioni di Telepace Holy Land (Terra Santa), l'emittente che ha sede a Cerna in Lessinia e fondata da don Guido Todeschini, nell'ultimo anno hanno lanciato la campagna di news per il mondo arabo cristiano, ultima sfida di un'avventura incominciata cinque anni fa. Ogni mattina, don Paolo Arcaini e don Francesco Zampini, partono con il furgoncino della tv da Betlemme, territorio dell'autorità palestinese, dove vivono in un appartamento, accanto a una redazione. Poi attraversano il muro del confine con Israele e vanno a Gerusalemme. Si fermano davanti alla New Gate, una delle porte della città santa, come la chiamano i credenti delle tre religioni monoteiste con il maggior numero di fedeli nel mondo. Quindi, fanno pochi passi lungo El-Jawalida ed entrano nel Knights Palace, l'antico palazzo del Patriarcato latino dove c'è la sede della tv. Qui lavorano anche due giornaliste, Sara Fornari di Roma e la veronese Stefania Sboarina. Questo Natale è stato pieno di cose da fare per il gruppo di Telepace. La sera della vigilia c'era da «coprire» la celebrazione della nascita di Gesù dalla chiesa della Natività a Betlemme, ma uno sbalzo di corrente ha bruciato un cavo di fibra ottica e la diretta è saltata. In onda è andata poi la registrazione dell'evento, con l'arrivo del patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal accolto dal presidente dell'autorità palestinese Abu Mazen.Don Paolo, originario di San Giovanni Lupatoto ed ex parroco di Bovolone, da marzo 2008 è il responsabile degli uffici di Telepace Holy Land e del cenacolo Maria Stella dell'evangelizzazione. Don Francesco, nato a San Pietro in Cariano, invece si occupa dell'area tecnica, impegnato costantemente tra telecamere, cavetti, spinotti e antenne paraboliche. È arrivato a Betlemme meno di un anno fa.Non è facile operare tra le tre redazioni di Betlemme, Nazareth e Gerusalemme. «Siamo pochi», spiega don Paolo, «ma ci diamo da fare». A dar man forte alla missione mediatica di Telepace ci sono anche due volontarie, Marta Scandola di Sona ed Emanuela Compri di Chievo. E, infine, il primo collaboratore di origini arabe, l'operatore Johny Michel. «Lui però», dice don Paolo, «non ha il permesso per lavorare in territorio israeliano e, pertanto, non può attraversare il confine». I servizi da assicurare ogni settimana sono due per il telegiornale di Telepace e uno speciale. Niente cronaca politica, si parla soltanto di religione. E di argomenti ce ne sono a non finire. Per esempio, si va dalla richiesta di riprese che arriva dalla parrocchia dei campi di pastori di Beit Sahur che festeggia i 150 anni di attività, al servizio sui salesiani che si riuniscono nell'orto dei Getsemani. Ma nelle immagini che vanno in onda via satellite non c'è soltanto cattolicesimo. Ad agosto, ogni giorno c'è un servizio sulla chiesa ortodossa che celebra l'inno a Maria (l'Akatistos). Un rabbino ha poi spiegato cos'è la festa della luce per gli ebrei. In un kibbutz è stato realizzato un servizio su uno spettacolo interculturale. D'altronde questa terra è piena di confessioni. Basta entrare nella basilica del Santo sepolcro per capire come le diverse chiese cristiane di latini, armeni, greci, copti, etiopi e siriaci si dividono piccoli spazi ed edicole votive, secondo l'editto del 1852 (Status quo) che mise fine a un'infinità di dispute sulla proprietà della chiesa.«Noi raccontiamo soprattutto la vita della chiesa cristiana, in prevalenza araba», spiega don Paolo, «e, con l'intervento del patriarca latino che ha parlato quattro minuti in arabo in occasione dell'ultima Quaresima, è stato aperto questo nuovo filone di comunicazione». Ma l'impresa è pure aprire un canale con le altre realtà religiose. A grandi linee, i passaggi di Telepace Holy Land sono quattro. «Bisogna pensare che qui ci sono una dozzina di chiese cattoliche diverse (il significato è uguale, ma cambia la liturgia)», spiega don Paolo, «Poi stiamo entrando in contatto con il mondo ortodosso. Il terzo obiettivo è la religione ebraica. Il quarto dovrebbe essere la realtà musulmana, anche se non siamo ancora riusciti ad avere un contatto per i nostri servizi perché la mentalità è molto diversa».Guardando dal balcone della dimora di don Paolo le case di Betlemme che formano un presepe su una collina, viene in mente il gospel di Jesus Crhist Superstar, quando Giuda chiede a Gesù come mai scelse di venire in «questa strana terra» proprio in un tempo in cui Israele non aveva mezzi di comunicazione di massa con i quali Cristo avrebbe potuto conquistare l'intera nazione. Allora la domanda: don Paolo, la vostra attività risponde a un progetto di evangelizzazione attraverso i moderni mezzi della televisione? Lui riflette un attimo. poi risponde: «Noi facciamo una proposta di fede, ma senza un piano, non imponiamo nulla. Più semplicemente ci piace l'idea di far entrare qui. in Terra Santa, le persone, i fedeli che qui non possono venire». 06/01/2010 http://www.larena.it/


Mar Morto

Sesso, problemi a letto? Basta viagra: da Israele arrivano gli ultrasuoni

Per tutti quei maschietti che hanno qualche problemino a letto, arriva un nuovo metodo contro la disfunzione erettile : gli ultrasuoni.
Questa nuova tecnica, sviluppata dal Rambam Medical Centre di Haifa (Israele), consiste nel bombardare i genitali con ultrasuoni che stimolano la crescita di nuovi vasi sanguinei nell'area genitale, dunque migliorano l’irrorazione e riducendo i problemi di erezione.Gli esperti, prima di confermare la validità degli ultrasuoni, hanno eseguito un esperimento su 20 volontari, che normalmente facevano uso di viagra. Risultato: su 15 di loro, i problemi erettili hanno avuto un netto miglioramento. «I risultati sono stati particolarmente buoni: misurando la disfunzione sessuale su una scala da 0 a 30 punti, il loro punteggio era tra 20 e 12 punti, mentre in seguito al trattamento era sceso a 5 punti», parla l’esperto.Tuttavia, tale tecnica dovrà essere oggetto ancora di altri esami, però si pensa che potrebbe essere un'ottima alternativa al viagra. Inoltre, c’è da dire, che le onde sono indolori e passano attraverso la pelle senza prevedere un trattamento invasivo. Quindi non resta che aspettare!http://www.barimia.info/



Gerusalemme



Peccato molestare i cristiani, dicono i rabbini

E' questa la decisione di uno dei più importanti tribunali rabbinici di Gerusalemme. Il comunicato dell'Ambasciata di Israele.
Uno dei più alti tribunali rabbinici ortodossi di Israele interviene nella vicenda delle “molestie” subite da fedeli e sacerdoti cristiani da parte di alcuni esponenti dell’ultraortodossia ebraica a Gerusalemme. Ne dà notizia l’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede diffondendo il seguente comunicato: “In seguito alle lamentele causate dalle molestie dirette verso sacerdoti e luoghi cristiani nella capitale d’Israele, il consigliere del sindaco di Gerusalemme per le comunità religiose, il signor Jacob Avrahmi, ha preso delle iniziative intese a mobilitare il sostegno della comunità ultraortodossa degli Haredim per combattere la tensione lungo la linea di separazione tra gli ebrei ultraortodossi e i loro vicini cristiani. In un incontro tra i rappresentanti del Ministero degli Affari esteri e la municipalità di Gerusalemme con il Rabbino Shlomo Papenheim della comunità degli Haredim, è stata presentata una lettera di denuncia verso gli attacchi e che cita come i saggi di tutte le epoche hanno sempre proibito di molestare i gentili. Qui di seguito si riporta la traduzione della lettera del Beth Din Tzedek (il Tribunale della Comunità ebraica Ortodossa e la più alta istanza della comunità ebraica ultraortodossa a Gerusalemme), scritta in un ebraico piuttosto originale”. “‘Recenti e ripetute lamentele sono state fatte da gentili a proposito di reiterate molestie ed insulti diretti verso di loro da giovani irresponsabili in vari luoghi della città, specialmente nei pressi di Shivtei Yisrael street e nei pressi della tomba di Shimon il Giusto. Oltre a dissacrare il Santo Nome, che già di per sé rappresenta un peccato assai grave, provocare i gentili, secondo i nostri saggi, (benedetta sia la loro santa e virtuosa memoria), è proibito e può portare tragiche conseguenze sulla nostra comunità, possa Dio avere pietà. Noi, quindi invochiamo chiunque abbia il potere di porre fine a questi vergognosi incidenti, attraverso la persuasione, di attivarsi per rimuovere questi pericoli, affinché la nostra comunità possa vivere in pace. Possa il Santissimo, che sia benedetto il Suo Nome, diffondere il tabernacolo di una vita misericordiosa e pacifica su di noi e sulla Casa d’Israele e Gerusalemme, poiché noi aspettiamo la venuta del Messia prontamente e nel nostro tempo, Amen’ (Firmato il 13 di Tevet 5770 - 30 dicembre 2009 - dal Tribunale di Giustizia della comunità Haredim di Gerusalemme)”.5/1/2010, http://www.lastampa.it/


Rehovot - Istituto Weizmann


Immobiliare: Impresa spa vince commessa da 150 mln in Israele

MILANO (MF-DJ)--La societa' di costruzioni Impresa spa, guidata dal presidente Raffaele Raiola e dall'a.d. Maurizio De Lieto, si e' aggiudicata una commessa da oltre 150 mln per la realizzazione di una galleria idraulica in Israele, nei pressi di Gerusalemme. L'opera, lunga complessivamente 13 km sara' realizzata in tandem con Solel Boneh, una delle maggiori societa' israeliane specializzate nella realizzazione di infrastrutture e grandi opere.
E' quanto si apprende in un articolo di MF in cui si afferma che le attivita' di scavo saranno realizzate con le tbm (tunnel boring machine), "talpe" in grado di eseguire ogni tipo di operazione necessaria alla realizzazione della galleria, dallo scavo alla finitura. ......January 05, 2010





Troops blindfolding Polish adventurers doing sabotage for Arabs. May 1948

Il commento Il pilastro dello Stato ebraico è l’economia in salute

Quanto durerà la bonaccia che, contro ogni previsione, Israele sta godendosi? Forse più di quanto i soliti profeti catastrofici immaginano, a causa di una congiunzione di fatti, in parte dovuti a Israele stesso, in parte fuori dal suo controllo. Incominciamo dalla situazione interna. L'economia tira con crescenti investimenti di ricerca (5% del Pil), l'immobiliare e l'immigrazione sono in crescita; lo shekel fa aggio sul dollaro; la crescita prevista per il 2010 è del 2,5% con l'alta tecnologia a trainare l'economia. Due avvenimenti sono decisivi: l'entrata sul mercato nel 2011 del gas sottomarino scoperto davanti alla costa di Haifa e l’avvio del terzo centro di desalinizzazione, grazie al quale l'acqua dolce tratta dal mare supererà quella del lago di Tiberiade e dell'acquedotto nazionale. Le ricadute sono anche politiche, perché Israele si rende indipendente dalla Turchia per l'importazione di acqua e dall'Egitto per il gas.Netanyahu controlla una irriverente ma sicura coalizione di 74 deputati (sui 120 della Knesset) che erode l'opposizione di centrosinistra della signora Livni. La tensione coi coloni non lo preoccupa, dal momento che il fronte dei religiosi è diviso e disposto a compromessi. Sul piano estero la principale preoccupazione di Israele un anno fa non erano gli arabi e l'Iran, ma Obama, a tutt'oggi sospetto per il suo terzomondismo e per alcuni pericolosi stretti consiglieri (Ram Emanuel e Axelrod). Le sconfitte subite dal presidente americano sui fronti diplomatico e militare hanno ridimensionato il pericolo - vero o no - del nuovo corso della Casa Bianca, e rivalutato il peso di Israele come il solo alleato su cui può contare l'America nel Medio Oriente. La rivolta in Iran ha allontanato un intervento militare solitario di Israele contro Teheran e aumentato a Gerusalemme l'influenza dei sostenitori della strategia difensiva elettronica su quella dell'attacco preventivo. Nella contabilità politica regionale restano però in rosso i rapporti incoerenti con l'alleata storica: la Turchia.Sul piano palestinese le ricadute dell'operazione contro Gaza di un anno fa si sono rivelate negative, soprattutto sul piano giuridico, dove la minaccia di vedere i responsabili politici e militari israeliani incolpati dalla Corte Internazionale di Giustizia resta intatta. Il governo si è visto obbligato ad ammettere che la condotta di quella guerra è stata viziata da una mancanza di sensibilità tanto per l'opinione pubblica internazionale quanto per la debolezza del controllo politico sull'impiego della forza militare. La tensione fra i responsabili militari della difesa e quelli civili della sicurezza resta viva anche nel negoziato per lo scambio del caporale Shalit, in mano a Hamas da 4 anni, con mille prigionieri palestinesi in mano a Israele, impegnando l'autorità e il fisico del premier in inconcludenti, interminabili sedute del governo che hanno inciso sulla sua salute.La guerra di Gaza è però servita a fare abbassare le richieste di Hamas da 1500 a 1000 prigionieri, a mettere fine al lancio dei suoi missili contro il sud di Israele, a dettare prudenza agli Hezbollah e a indurre gli egiziani a creare una barriera metallica sotterranea lungo la loro frontiera con Gaza per limitare il contrabbando di armi attraverso la rete di tunnel scavati dai palestinesi nella sabbia. Paradossalmente Gerusalemme trae vantaggio dal rifiuto del presidente palestinese Abu Mazen di riprendere i negoziati. In assenza di pressioni americane, lo stallo è benvenuto per Netanyahu, che probabilmente si augura, assieme al Paese, che questa calma non sia quella che precede la tempesta. http://www.ilgiornale.it/ 06.1.2010


TENNIS: PEER IN CAMPO, PROTESTE ANTI-ISRAELE AD AUCKLAND

La presenza in campo dell'israeliana Shahar Peer ha provocato per il secondo anno consecutivo problemi di ordine pubblico ad Auckland, sede di un torneo del circuito femminile Wta: la tennista ha infatti subito una protesta anti-Israele da parte di un gruppo attivista con slogan, striscioni e bandiere della Palestina. "Come vedete, sono di nuovo qui - ha detto la Peer -. Questo torneo mi piace molto, comunque è una vergogna che ci sia qualcuno che ancora mi ritiene responsabile dei problemi che ha il mondo. Per me la cosa più importante è stata aver vinto, nonostante io abbia dovuto ascoltare cori non certo piacevoli". (05/01/2010) (Spr)



Jason Lezak – Il vecchio leone che nuota contro crisi finanziaria e anagrafe

Continuano ad arrivare in redazione commenti sul Pagellone, la classifica di un anno di sport ebraico recentemente pubblicata su l'Unione informa. È ancora Vittorio Pavoncello, presidente della Federazione Italia Maccabi, a segnalarci un nome che non era stato preso in considerazione e sul quale è invece importante soffermarsi, anche per ragioni extrasportive. Quello di Jason Lezak, plurititolato nuotatore statunitense. Sì, perché la sua storia è molto diversa da quella di tanti atleti di successo, abituati a vivere nel benessere e generalmente non sfiorati più di tanto da crisi e turbolenze finanziarie. Ma il 2009 di Lezak, vincitore di due medaglie (un oro e un bronzo) agli ultimi giochi olimpici, è stato un anno terribile, sicuramente il più difficile della sua lunga carriera. Dall’oggi al domani, infatti, si è ritrovato senza uno sponsor. E senza soldi. Colpa della drammatica situazione dell’economia americana, che non ha concesso sconti neanche a uno degli eroi di Pechino 2008 e che ha spinto molte aziende a disinvestire dal settore. Compresa la Nike, da cui Jason riceveva centomila dollari all’anno. Una bella cifra, adesso completamente volatilizzata. E probabilmente, per il povero Lezak, non si tratta di una situazione temporanea. Non gioca certo a suo favore avere trentacinque anni, in un ambiente in cui, superata l’asticella dei trenta, sei considerato vecchio. Fortunatamente, comunque, in vasca scendono ancora esseri umani in carne ed ossa e non banconote e assegni bancari. Anche se il denaro, in un ambiente competitivo come quello del professionismo, gioca indubbiamente la sua parte. Però Jason è una forza della natura. E un uomo tutto di un pezzo, fiero in particolare delle sue solide radici ebraiche. Tanto che nello scorso luglio, mentre a Roma si disputavano i Mondiali di nuoto, ha preferito partecipare alle Maccabiadi. E in Israele non è andato con l’intenzione di farsi due settimane di vacanza. No, Lezak, ha mostrato a tutti di che pasta è fatto. Quattro titoli e, soprattutto, un 47"78 nei 100 metri stile libero. Tempo che fino al 2008 gli sarebbe valso il record del mondo. Un modo per dire che il vecchio leone non è morto, ma che punta con decisione a disputare, da protagonista, le Olimpiadi del 2012. L’ultimo obiettivo di una carriera straordinaria. Alla faccia dei soldi e dell’età che inesorabilmente avanza.Adam Smulevich


Tel Aviv

Ecco come si vive con la paura dei kamikaze

di Fiamma Nirenstein, http://www.ilgiornale.it/
In un altro mondo, quello in cui il terrorismo è vita quotidiana, come accade in Israele, l’eventuale bomba si chiama semplicemente «hefez hashud», oggetto sospetto. Quando lo si scopre sotto l’apparenza di un pacco, di una valigia, di qualsiasi cosa, si avverte la polizia che viene con un piccolo robot a farla saltare. È un’unità molto occupata. Un «hefez hashud» non fa urlare di paura, non induce a fughe inconsulte, non spinge a investigare con occhi ansiosi dove sia il rifugio più vicino, mentre ti chiedi semmai come passare sopra la testa dell’anziana signora in piedi dietro di te. Dove il terrorismo delle bombe è uno slalom quotidiano, capita di fare tardi a un appuntamento. Sì, mi scusi tanto, c’era un «hefez hashud» sull’autostrada Tel Aviv-Gerusalemme. Sei fermo da un’oretta di fronte all’entrata di un ufficio, o di una scuola, di un grande magazzino dove hai lasciato un pacco e non puoi entrare finché non arriva il robot e danno il via libera? Pazienza, a volte capita, in una giornata puoi incontrarlo anche due volte. La radio annuncia con voce piatta durante le notizie sul traffico: «Rallentamenti sulla strada numero 6 per la presenza di un hefez hashud vicino a Bacha el Garbiya». Non lo dice mai durante le notizie. Ok, si sa, speriamo non ci siano altri contrattempi, altrimenti faccio tardi.Si può vivere con la minaccia costante del terrore; è un pensiero remoto, una serie di comportamenti che diventano regolari, familiari, uno sguardo circolare che si fa abitudine, una veloce occhiata dietro la schiena. Ma anche una maggiore fame di vita, un indicibile gusto di incontrare, di parlare, di prendere l’autobus, di godersi gli amici nei posti pubblici. Mi ricordo, quando ogni angolo di Gerusalemme scoppiava, come, in visita a Roma, mi piaceva prendere l’autobus per Largo Argentina, godermi la folla in piedi, le curve in cui ci si attacca alle maniglie, chiedermi alle fermate, guardando i passeggeri che salivano, se magari ci fosse, lusso di un pensiero un po’ vano, un qualche ladro. Non dei terroristi. Che sollievo. Nel Paese dell’«hefez hashud» impari a farti automaticamente verificare la borsa a ogni ingresso in un locale pubblico, scuola o supermarket; persino sulla porta della clinica ti frugano, e hanno ragione, alcuni si sono fatti scoppiare dal dottore; impari la tenerezza verso quei ragazzi che siedono sul panchetto fuori del caffè e per due lire fanno da scudo col proprio corpo al prossimo terrorista. Impari a tornare al tuo caffè, al tuo tavolo preferito dopo che è già saltato per aria una volta facendo una strage; anzi, ti piace di più tornarci per sberleffo, e per tigna vuoi il tavolo nella prima fila dopo l’ingresso. E anche se la seconda Intifada è finita, quando entra qualcuno con una giacca troppo voluminosa lo guardi bene, lo segnali al cameriere, valuti se allontanarti.Durante l’Intifada chi poteva accompagnare a scuola i figli in macchina o a piedi evitava di prendere l’autobus, ma anche il contatto parafango a parafango in una città che è esplosa a ogni angolo ti fa ricordare che un tuo amico è rimasto ucciso nell’onda del fuoco quando è esploso l’autobus davanti al suo veicolo. Quando il terrorismo diviene parte della vita quotidiana, nel tuo mondo entrano feriti e famiglie orbate e che tali resteranno per sempre, perché il terrorismo comincia, non finisce con lo scoppio e resta con te per sempre.Diventano normali episodi incredibili in cui c’è chi ci resta preso due, tre volte nella stessa città, bambini rimangono senza genitori, genitori senza i loro bambini, qualcuno perché mangiava una pizza, qualcuno perché faceva la spesa... Questo è il terrorismo, la guerra peggiore del mondo, quella contro i soli civili innocenti. E tuttavia si disegna una mirabile compensazione psicologica, ogni cena fuori è preziosa, ogni film che vedi al cinema è un godimento, il senso di solidarietà e la forza d’animo che si disegna fra la gente è speciale. Ognuno resta attaccato con le unghie e con i denti alla propria normalità, e quella normalità, quella mancanza di paura, quel restare vivo e attivo è la sua vittoria.Una volta ho intervistato un cameriere del Café Cafit al Quartiere Tedesco, il quartiere bohémien di Gerusalemme: era uno studente bello e quieto che scoprì sul cancello del bar un terrorista carico di esplosivo, gli prese lo zaino e lo portò lontano dal pubblico.Quando gli chiesi se aveva avuto paura disse che gli avventori erano cinquanta, lui uno solo, il resto veniva da sé. Mi raccontò anche che quando arrivò a casa, la mamma che aveva sentito tutto alla radio non gli dette il tempo di salutarla: gli tirò uno schiaffone. Ho sentito mille di queste storie. Così si fa quando si vive in mezzo aglii hefez hashud: si cerca di essere eroi, e di restare persone normali.


Il dolce sapore del maiale sa di peccaminoso in terra d'Israele

Giovedì 31 Dicembre 2009, http://www.alibionline.it/
Addentare una braciola di maiale cotta alla griglia è generalmente considerata un'esperienza piacevole e gustosa: la tenera carne del maiale ben si presta per le cotture alla brace. Per accrescere l'intensità dell'esperienza (e renderla quasi peccaminosa), consiglio di farlo sul suolo d'Israele e vedere l'effetto che fa, come diceva qualcuno. "Ti va una bella braciola di maiale? Conosco un posto dove le fanno benissimo" mi propone Guy, stereotipo dell'ebreo laico israeliano. "Maiale? Ma si può?" rispondo io a metà fra l'incerto e l'incuriosito. "Certo, vieni con me" chiude lui, e si infila in macchina.La Casherut (letteralmente adeguatezza) indica l'idoneità di un cibo ad essere consumato da un ebreo, nel rispetto delle regole alimentari stabilite nella Torah, interpretate dall'esegesi nel Talmud e codificate nello Shulchan Aruch. La complessità di tali norme è veramente impressionante e assai variabile a seconda della locazione geografica. Per quello che riguarda gli animali la regola è però molto precisa: si possono mangiare solo animali ruminanti e con lo zoccolo spaccato. Quindi niente maiale. Ma perchè proprio il maiale?Marvin Harris, nel suo bellissimo saggio Cannibali e re. Le origini delle culture, prova a spiegare perchè nel corso dei secoli siano sorte dottrine religiose volte a inculcare la credenza che il consumo di piante fosse più "gradito" agli dei del consumo di carne: "Le culture tendono a imporre sanzioni di ordine sovrannaturale sul consumo di carne animale quando il rapporto fra benefici comuni e costi connessi all'uso di una particolare specie subisce uno squilibrio. Specie economiche e abbondanti, la cui carne può essere mangiata senza compromettere il sistema generale con cui il cibo viene ottenuto, raramente divengono oggetto di divieti soprannaturali, che colpiscono principalmente animali che in un dato momento presentano elevati benefici e bassi costi, ma in seguito divengono più costosi. Le restrizioni tendono a diventare più severe quando una specie importante per l'alimentazione non solo diviene più costosa, ma il suo consumo continuato mette in pericolo il modo di sussistenza esistente. Il maiale è una di queste." A partire dal 7000 a.C., l'evoluzione dei metodi di coltivazione in Palestina comportò la trasformazione delle foreste caratteristiche delle zone montane del Medio Oriente in praterie. Ciò rese sempre più difficile e soprattutto costosa l'alimentazione del maiale, che ha come suo habitat naturale proprio la foresta e si nutre originariamente di tuberi, radici, frutti e nocciole caduti per terra. Harris sostiene quindi che "Il divieto ecclesiastico contenuto nel Levitico [...] aveva lo scopo di scoraggiare la pericolosa tentazione di allevare grandi quantità di porci". Riassumendo, i divieti religiosi sono inizialmente dovuti ad esigenze sanitarie o economiche, e solo in secondo luogo a motivi etici o sociali.Nell'Israele di oggi l'allevamento dei suini è un'attività limitata e (semi)nascosta, ma è comunque una solida realtà, anche grazie alla forte immigrazione dalle repubbliche dell'ex Unione Sovietica, che ha generato a partire dagli anni '90 un netto aumento della domanda di carne di maiale. Essa non può però essere importata: la legge, a partire dal 1962, consente il consumo di maiale solo se allevato in Israele e solamente nella parte nord del Paese, dove gli arabi cristiani sono la maggioranza: sono proprio loro a gestire la maggioranza degli allevamenti. Esiste un solo - incredibile - caso di allevamento gestito da ebrei: si trova in un kibbutz a una quarantina di chilometri da Beersheba, nel deserto del Negev, e deve la sua stessa esistenza al fatto che per legge all'interno di un kibbutz ... la legge non si applica. Il genio ebraico ha inoltre partorito un'idea semplice ma funzionale per urtare il meno possibile la sensibilità religiosa: i maiali sono allevati su delle pedane di legno sollevate da terra, quindi tecnicamente non a contatto con il suolo sacro di Eretz Ysrael. Altro che barzellette ebraiche!Guy guida la sua fiammante cabrio rossa in direzione di un sobborgo di Tel Aviv dove si trova il suo ristorante preferito che serve carne di maiale. Mi racconta che le attività di questo tipo sono spesso soggetti ad attacchi (anche fisici) da parte degli ortodossi, che osteggiano in ogni modo la diffusione della pratica "immonda". Mi rendo conto che il mangiare maiale, per un laico israeliano, è un pò come celebrare la propria diversità, opporsi al mainstream religioso, sottolineare la propria esistenza. Insomma molto di più di un succulento morso.Per la cronaca: il maiale era tenerissimo, ma ammazzato dalla troppa paprika per i miei gusti. Comunque molto meglio dell'unico altro posto dove si può mangiare carne di maiale in Israele: gli immancabili cinesi...Alessandro Pecci


In Israele la prima campagna tv contro l’omofobia

Pubblicato da joker569 in Cultura Gay, Vita da Gay,Giovedì, 31 Dicembre 2009.
L’omosessualità in Israele è stata decriminalizzata nel 1988, e in questo paese la prima coppia “sposata” si ha nel 2007. Le donne lesbiche possono adottare bambini sin dal 2005. La situazione é dunque -per certti versi- positiva, ma come accade in tutti i Paesi, gli stupidi e gli intolleranti ci sono sempre, ed è per questa ragione che in Israele, per la prima volta, si attua una campagna contro l’odio basato sul diverso orientamento sessuale. La campagna contro l’omofobia consta di decine di film e videoclip, trasmessi alla televisione.



Gerusalemme

LOTTERIE: ISRAELE, ASSEGNATA LA PIU' ALTA VINCITA DELLA STORIA


Giovedi, 31 Dicembre 2009, Affaritaliani.it
Finisce in tasca ad un solo fortunato giocatore la più grande vincita di tutti i tempi in Israele. Risale a lunedì la mega vincita da 74 milioni di Nuovi Sheqel (circa 13,6 milioni di euro) assegnata dalla Mifal Hapais, la lotteria nazionale israeliana, ad un ancora sconosciuto giocatore. Dopo 22 settimane di attesa senza vincitori, dunque, qualcuno ha centrato la combinazione vincente 6-8-14-21-23-24 più il numero speciale 7. Dall'avvio della nuova formula della lotteria nel febbraio del 2009, sono 49 le persone premiate con premi milionari, circa una a settimana, per un significativo incremento delle vincite che nel 2008 (con il vecchio sistema) si fermarono a 30.


Shalit, Hamas pronto a rispondere all'offerta israeliana

Roma, 31 dic. (Apcom) - I leader di Hamas a Damasco hanno concluso le loro consultazioni sull'offerta israeliana per l'accordo di scambio di prigionieri, che prevede la scarcerazione di centinaia di palestinesi detenuti in Israele in cambio della liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano ostaggio del gruppo palestinese da oltre tre anni. Lo riporta il giornale arabo con sede a Londra, Al Hayat, secondo quanto scrive il sito web del quotidiano Haaretz. La delegazione di Hamas dovrebbe consegnare la sua risposta al mediatore tedesco al Cairo in giornata. Israele si opporrebbe ancora al rilascio di 22 detenuti palestinesi, coinvolti in alcuni dei più sanguinosi attentati terroristici, tra cui il leader del Tanzim, Marwan Barghouti, il segretario generale del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmed Saadat, e due capi dell'ala militare di Hamas in Cisgiordania, Ibrahim Hamad e Abdullah Barghouti.



NEL 2009 ATTACCHI IN ISRAELE AI MINIMI DALL'INTIFADA

Gerusalemme, AGI 31 dic,. - Nel 2009 gli attacchi contro cittadini e militari israeliani sono scesi ai minumi dalla seconda Intifada palestinese, nel 2000. Lo rivela un rapporto dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni. In totale nell'ultimo anno sono stati uccisi 15 israeliani (contro i 36 del 2008), di cui ben nove nell'offensiva di gennaio nella Striscia di Gaza.(allora la tanto criticata barriera difensiva è davvero un buon deterrente alle incursioni di terroristi. n.r.)

Le ragioni della barriera difensiva spiegate da Magdi Allam

Corriere della Sera 29 maggio 2006 di Magdi Allam
Dall'alto, colpisce la costruzione a forma di testuggine delle città israeliane. Le case in prima linea dispiegate a semicerchio come scudi levati a protezione della retrovia. Concepite come delle roccaforti che devono essere sempre pronte a difendersi da un nemico onnipresente che le assedia da ogni lato. Un insieme urbanistico compatto e rinchiuso su se stesso. In stridente contrasto con il panorama che offrono le città italiane, distribuite a goccia sull'insieme del territorio, con una distribuzione abitativa in cui prevale la separazione e la distinzione del singolo, anziché l'unione e l'omogeneità della collettività.La paura dell'aggressione terroristica che permea la vita degli israeliani in ogni sua manifestazione e in ogni suo minimo dettaglio ha impresso il suo indelebile marchio nella progettazione urbanistica. Era inevitabile che questo muro della paura, a fronte della crescita del livello della minaccia, dalla sua dimensione psicologica interiore si trasformasse in una realtà oggettiva esteriore. Che gli israeliani non chiamano «wall», muro, come è in voga tra i suoi critici, e neppure «barrier», barriera, come usano le Nazioni Unite, ma semplicemente «fence», recinto. Per la precisione «recinto di sicurezza anti-terrorismo». Perché correttamente al 94% consta di tralicci e reti metalliche facilmente rimovibili. Soltanto il 6% del tracciato è costituito da un muro in cemento, esclusivamente laddove si è ritenuto indispensabile separare fisicamente dei centri israeliani e palestinesi contigui.Da bordo di un piccolo elicottero dell'«Israel Project» la vista dell'insieme del «recinto di sicurezza», che una volta completato si svilupperà per 670 km, non offre quell'immagine criminalizzante accreditata da gran parte dei mass media internazionali. Soprattutto quando, cifre alla mano, si prende atto che la sua costruzione ha salvato innumerevoli vite umane, sia israeliani sia palestinesi. E' sufficiente considerare che nel 2005 le vittime israeliane per attentati terroristici sono calate a 45, rispetto alle 117 del 2004, il 60% in meno. Nello stesso periodo, secondo i dati della Mezzaluna rossa palestinese, i palestinesi uccisi in azioni militari israeliane sono calati a 255, rispetto agli 881 del 2004, il 62% in meno.La separazione fisica tra israeliani e palestinesi si è resa inevitabile nel momento in cui è apparso del tutto evidente il fallimento di un progetto di pacifica convivenza basato sul mantenimento dello status quo. Che si presentava come una inestricabile contiguità e compenetrazione territoriale, urbanistica, demografica ed economica. Ricordo come la prima volta che mi recai in Israele nel gennaio del 1988, all'indomani dell'esplosione della prima Intifada delle pietre, era praticamente impossibile individuare il confine tra Gerusalemme e, rispettivamente, Betlemme e Ramallah. Perché vi era una continuità abitativa e un'assenza di confini naturali, eccezion fatta per i posti di blocco israeliani che cominciavano a spuntare per controllare il territorio. Una realtà che aveva fatto immaginare a Abba Eban, l'ex ministro degli Esteri israeliano, e anche al suo successore Shimon Peres, che si potesse dar vita a una sorta di Benelux mediorientale, creando un'entità politico-economica integrata tra Israele, la Giordania e il futuro Stato palestinese. Un sogno che si è tragicamente infranto dopo il tradimento di Arafat nel 2000, che ha privato i palestinesi di un'opportunità storica per avere il loro Stato.Chi di voi sa che il 75% della popolazione israeliana è rinchiusa nella stretta fascia costiera che va da Hadera a Ashdod, ampia non oltre 10 chilometri? Un ghetto nel ghetto che lo stesso Abba Eban definì la «Auschwitz di Israele», dato l'assedio e la minaccia di morte costante che grava sullo Stato ebraico. Come non comprendere la priorità della sicurezza di Israele?Piaccia o meno, ma il tanto diffamato «muro» non solo ha salvato tante vite umane, ma rappresenta la base certa di un'identità nazionale, per gli israeliani e per i palestinesi, che finora non aveva un riferimento territoriale. Non perché il «muro» costituisce il tracciato dei confini definitivi, ma perché per la prima volta permette di individuare concretamente dei confini. La separazione fisica è un passaggio inevitabile, un trauma che non si è potuto evitare, per consentire ai due popoli di accreditare una identità nazionale chiaramente autonoma e definitiva, ponendo delle nuove basi per accettarsi come Stati indipendenti, ma non più nemici.




BREVI DA ISRAELE.NET

01/01/2010 Porgendo il suo saluto per il nuovo anno civile, il presidente israeliano Shimon Peres ha colto l'occasione per invitare i palestinesi a riprendere i colloqui di pace, auspicati sia dal governo che dall'opposizione. "Il nuovo anno potrebbe portare l'apertura di un nuovo capitolo tra noi e i palestinesi, mentre l'alternativa alla pace è solo distruzione, morte e violenza", ha detto Peres.01/01/2010 Due razzi Qassam palestinesi lanciati giovedì sera dalla striscia di Gaza verso Israele si sono abbattuti su terreni non edificati a Netivot.01/01/2010 Contrariamente alle previsioni pessimistiche di un anno fa dovute alla crisi economica mondiale, nel 2009 il Pil di Israele è cresciuto dello 0,5%. Lo ha comunicato giovedì l'Ufficio Centrale di Statistica.
Per le altre brevi, link esterno: http://www.israele.net/

venerdì 8 gennaio 2010



David Horovitz



Non basta ''guardare al lato positivo''

di David Horovitz , Jerusalem Post, 31.12.09
Nelle pagine del Jerusalem Post di dieci anni fa, all’esordio del nuovo millennio, le speranze volavano alte. Tony Blair, allora primo ministro britannico, firmava uno editoriale speciale per il nuovo millennio che aveva inviato simultaneamente all’israeliano Jerusalem Post, al giornale palestinese Al-Quds e a un imprecisato quotidiano siriano. Intitolato “Guardare il lato positivo delle cose”, l’editoriale asseriva che “grazie al coraggio del primo ministro Ehud Barak, del presidente Yasser Arafat e del presidente (siriano) Hafez Assad, una pace complessiva e durevole è oggi una prospettiva concreta”. Blair prometteva inoltre il sostegno britannico, europeo e internazionale alla causa della pace in Medio Oriente. In un articolo a fianco, il suo ambasciatore in Israele Francis Cornish sottolineava quanto Blair ammirasse la “determinazione di Barak di cogliere l’occasione”.Determinato davvero. Il secondo giorno del nuovo millennio, Barak volava a Shepherdstown, West Virginia, per allettanti colloqui col ministro degli esteri di Assad, Farouk Shara. Il titolo a caratteri cubitali del Jerusalem Post del 3 gennaio prometteva “Clinton giocherà un ruolo attivo nei negoziati”, e citava il segretario di stato Usa Madeleine Albright che prometteva di “rimboccarsi le maniche” per un accordo israelo-siriano. “La cosa più importante – si infervorava la Albright – è che le parti stesse sono pronte a rimboccarsi le maniche”.Beh, un decennio più tardi, quei mondiali titani dell’anno 2000 risultano un bel po’ ridimensionati, quando non tagliati fuori del tutto. Blair è stato spodestato dal suo stesso partito di governo laburista per una varietà di colpe, vere o presunte, ma soprattutto per il crimine, in una Gran Bretagna ostinatamente cieca, d’aver introiettato la minaccia posto all’occidente dal fondamentalismo islamista, e per aver cercato di contrastare tale minaccia. Non amato in patria, da molti addirittura vituperato, e recentemente bocciato come presidente della Unione Europea, Blair ha lavorato indefessamente come inviato di pace del Quartetto (Usa, Ue, Onu, Russia) cercando di costruire dal basso verso l’alto uno Stato per un pubblico palestinese che, quando ha avuto opportunità di eleggere una dirigenza dedita all’edificazione di uno stato, ha optato piuttosto per un gruppo fedele a malefici “valori” religiosi che garantiscono la perpetuazione delle loro sofferenze.Anche Bill Clinton se n’è andato dai vertici del potere e, sebbene tuttora incomparabilmente facondo e carismatico, è oggi fortemente limitato. Fino all’anno scorso poteva per lo meno di scherzare sui pro e contro dell’essere un ex presidente: il vantaggio di poter dire tutto quel che si vuole, contro il fatto che nessuno ti dà più molto ascolto. Oggi non può più nemmeno dire quello che vuole perché sua moglie, la signora segretario di stato, dovrebbe poi fare i conti con le ricadute.Ehud Barak è ancora in gioco, naturalmente, sebbene non più come primo ministro. Rispettato come ministro della difesa ma mal sopportato come leader dei laburisti, ha ben poche chance di tornare alla massima carica: persino in un paese come Israele che, come può testimoniare Binyamin Netanyahu, è unico nel perdonare chi ha fallito nel primo incarico come premier.Arafat se n’è andato del tutto, con gran sollievo – diremmo – di tutti quanti. Ed anche Assad, in qualche infernale palazzo presidenziale, sta senza dubbio somministrando al suo Creatore lezioni smodatamente lunghe sulla nobilissima storia della Siria.Nel frattempo quella “concreta prospettiva di pace” appare più distante che mai, e ben pochi leader mondiali sarebbero oggi tanto ingenui da esortarsi a “guardare il lato positivo delle cose”. Quel che è cambiato in meglio, tuttavia, è che gli inevitabili contorni della nostra tanto a lungo sospirata normalità in Medio Oriente sono diventati più chiari agli occhi della maggior parte degli israeliani. Abbiamo ancora tanti partiti politici quante sono le nostre università, i nostri ospedali e i nostri stadi sportivi, ma una terrificante quantità di questi partiti sostengono essenzialmente la stessa visione di Israele. […]Il fatto è che, generalmente parlando, circa due terzi del nostro parlamento, presumibilmente in rappresentanza di due terzi del nostro elettorato, vorrebbe realizzare quella vana speranza espressa da Blair dieci anni fa. Israele vorrebbe un accordo con la Siria e col resto del mondo arabo ma se, e soltanto se, ciò significa una pace duratura, senza esporre Israele ad accresciuti rischi per la sua sicurezza. Vorremmo che al regime iraniano, che persegue implacabilmente la distruzione di Israele, venisse impedito di dotarsi di armi nucleari e, meglio ancora, che venga rimosso del tutto dal potere ad opera della sua popolazione oppressa e tradita. All’interno, vorremmo preservare quello status quo pressoché miracoloso che in qualche modo coniuga il moderno stato di Israele con il tradizionale codice religioso che per intere generazioni ha sorretto l’esistenza stessa del nostro popolo.E con molta maggiore chiarezza di un decennio fa, riconosciamo che vogliamo essere uno Stato ebraico e democratico, che ha bisogno di separarsi dai palestinesi. Non vogliamo essere costretti a tornare sulle linee pre-’67, quelle su cui fummo attaccati senza sosta nei precedenti diciannove anni e che ci rendevano così insostenibilmente vulnerabili. Ma sappiamo anche, per lo meno la maggior parte di noi, che non possiamo allargare il governo sovrano d’Israele fin dentro la Giudea e la Samaria (Cisgiordania), per quanto legittimi possano essere le nostre rivendicazioni storiche. I nostri obiettivi sono diventati più chiari, e la nostra leadership ben più unita attorno ad essi. Ma ciò non rende il loro conseguimento più lineare.La dipartita di Arafat non ha aperto la strada a vistosi progressi. Né l’ha fatto la sostituzione di Assad col figlio inaspettatamente cocciuto. E l’Iran ha impiegato tutto lo scorso decennio a radicalizzare e destabilizzare l’intera regione, e non solo.Oggi, poi, proteggere la relativa sicurezza di cui godiamo è diventato ancora più complicato: i nostri nemici impongono lo scontro su teatri civili dove la natura delle battaglie che ne conseguono mette a dura prova la nostra moralità. Ed anche se ci battiamo per disarmare i nostri aggressori nel corso di guerre che con tutta evidenza scoppiano a causa delle loro aggressioni, veniamo rappresentanti in modo distorto e giudicati in modo scorretto; e intanto quel sostegno internazionale che era stato promesso va sfumando sempre più.Eppure, pur acuendosi la delegittimazione di Israele, le ambizioni rapaci e sanguinarie degli islamisti mettono in crisi in modo sempre più perentorio la fasulla affermazione secondo cui vi sarebbe Israele alla radice di tutti gli attriti del Medio Oriente e del rancore islamico. Nel 2001 l’America ha visto nell’11 settembre quella dichiarazione di guerra fondamentalista e quella formidabile sfida alle libertà occidentali che in effetti era, in modo così evidente. Viceversa la Gran Bretagna nel 2005 si è rifiutata di credere che le bombe del 7 luglio sui mezzi di trasporto pubblici di Londra rappresentassero la stessa cosa su scala ridotta. E molte altre nazioni nel mondo cercano ancora allo stesso modo di ignorare la minaccia islamista al loro interno e di eludere ciò che è manifesto, cercando di gettare la colpa su qualcun altro, a cominciare da Israele.Ma prima a poi, anche quelli come gli inglesi – molti dei cui accademici e sindacalisti e chierici e politici e insegnanti e giornalisti sembrano considerare l’estremismo islamista una comprensibile reazione al fatto stesso che Israele esiste – non potranno più tenere gli occhi chiusi. Non potranno più eludere a chiacchiere il fatto evidente che giovani fanatici assassini come Umar Farouk Abdulmutallab, già presidente della Società Islamica all’University College di Londra, non diventano i potenziali stragisti del giorno di Natale sul volo 523 delle Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit per via del fatto che il processo di pace in arabo-israeliano è incompiuto.Prima o poi, abbiamo detto? Sarebbe meglio prima che poi. […]Guardare semplicemente al lato positivo delle cose non basta. Ciò che dobbiamo fare, tutti noi che riconosciamo la vera natura delle sfide che Israele e il resto del mondo libero si troveranno ad affrontare nei prossimi anni, è adoperarci per far avanzare autentici sforzi di riconciliazione. E faremmo bene, ciascuno nel proprio campo, a lavorare duramente per svelare la minaccia posta da coloro per i quali riconciliazione è una parolaccia: e impedire che prevalgano. Il che significa un’azione concertata e unificata – nella sfera legale ed economica, nella diplomazia convenzionale e pubblica, nelle aree della difesa e della sicurezza – senza permettersi il logorante lusso di meschine liti e rivalità. Non c’è imperativo più vitale, in questo nuovo e cruciale inizio di decennio.http://www.israele.net/


Gerusalemme

BREVI DA ISRAELE.NET

04/01/2010 La commissione ministeriale israeliana per la legislazione ha respinto domenica un progetto di legge del deputato Dalia Itzik (Kadima) inteso ad annullare l'esame psicometricod'ingressoall'università.04/01/2010 Domenica il governo israeliano ha deciso di stanziare un budget di 350 milioni di shekel per le località ai confini con la striscia di Gaza. Verranno invece rimosse alcune agevolazioni fiscali.04/01/2010 Terroristi palestinesi hanno sparato domenica un obice di mortaio dalla striscia di Gaza verso il valico di Kerem Shalom.04/01/2010 La commissione ministeriale israeliana per la legislazione ha respinto domenica una proposta di legge volta ad aumentare il numero dei giudici della Corte Suprema. Il ministro della giustizia Yaakov Neeman, fortemente contrario al progetto, aveva minacciato di dimettersi se il testo fosse stato adottato.Per le altre brevi, link esterno: http://www.israele.net/



Gerusalemme

Il sangue dei bambini palestinesi spacca Israele

Tra polemiche in tv e proposte di legge, e' tornata alla ribalta in Israele la questione della "fedelta" allo "Stato ebraico" da parte della minoranza araba.Nel torpore dell'educativa televisione israeliana, una pacata intervista pomeridiana si e' bruscamente infiammata quando il leader del partito arabo Balad, Jamal Zahalka, ha affermato che durante la operazione Piombo Fuso il ministro della difesa EhudBarak "ascoltava musica classica e al tempo stesso uccideva bambini palestinesi"."Il loro sangue urla dalla terra", ha insistito il parlamentare. "Sfacciato" e' esplosol'intervistatore Dan Margalit, direttore del quotidiano (filo-Likud) Israel ha-Yom. "Lasci subito questo studio". Ad alcuni giorni dall'episodio, il video dell'intervista troncata resta uno dei piu' visionati nei siti internet di Israele. Oggi, su richiesta del partito 'Israel Beitenu' di Avigdor Lieberman, la questione della "fedelta"' allo stato di Israele dei deputati arabi alla Knesset e' stata esaminata da una commissione ministeriale.L'anno scorso la questione era stata uno dei punti qualificanti della campagna elettorale di Israel Beitenu. Idealmente, sul 'banco degli accusati' con Zahalka ora siede un altro deputato arabo della Knesset, Taleb a-Sana del partito Raam-Taal. Durante una recente manifestazione di protesta contro il blocco della striscia di Gaza, a-Sana ha rilanciato col proprio cellulare un messaggio di saluto agli arabi israelianidel leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh: un nemico giurato dello stato ebraico."Quel telefono e' pagato dai contribuenti israeliani!", si e' indignato il deputato David Rotem (Israel Beitenu). "E' inammissibile che i leader di Hamas sobillino gli arabiisraeliani, e per giunta con i nostri soldi". Un altro dirigente di Israel Beitenu, il ministro della polizia Yitzhak Aharonovic, ha chiesto al consigliere legale del governo di verificare se sia possibile revocare l'immunita' di a-Sana.Israel Beitenu ha gia' messo a punto una proposta di legge che intende emendare la formula di giuramento dei deputati della Knesset. Finora essi dovevano impegnarsi "ad essere fedeli allo stato di Israele e alle sue leggi". Rotem propone una formulapiu' incisiva: "Mi impegno ad essere fedele ad Israele come Stato ebraico, sionista e democratico, fedele ai suoi valori, fedele ai suoi simboli".In parlamento ci sono tre partiti prevalentemente arabi, forti di 11 deputati su un totale di 120: e se per loro quella formula fosse inaccettabile? "Chi non se la sente di essere fedele - ha tagliato netto Rotem - faccia il favore di non fare il deputato".Sentite queste parole, e' stato a-Sana ad indignarsi a sua volta. L'emendamento di Israel Beitenu, ha dichiarato, "e' un tentativo di legittimare quell'essere immondo rappresentato dal connubio di fascismo e razzismo". Come si puo' pretendere dagli arabi israeliani, circa il 20 per cento della popolazione - si e' chiesto retoricamente - che siano animati da uno spirito sionista?Deludendo Israel Beitenu, la commissione ministeriale non ha tuttavia concesso oggi l'atteso via libera all'emendamento proposto da Rotem. La questione e' stata delegata alla 'direzione della coalizione', dove potrebbe arenarsi. Ma la collera provocata da Zahalka e a-Sana fra gli israeliani ebrei resta elevata. Secondo un sondaggio solo indicativo del sito web 'Walla' l'80 per cento ritengono come Rotem che i deputati arabi siano troppo acquiescenti di fronte a Hamas, e vadano fermati.




Beitar Nes Tubruk Netanya

La Federcalcio iraniana invia gli auguri di buon anno, fra i destinatari la lega calcistica israeliana, era solo un errore

Roma, 2 gen - Un augurio di buon anno partito per errore. Il mittente la Federazione calcio iraniana (Ffi), il destinatario la Lega calcistica israeliana. L’alto funzionario Mohammad-Manour Azimzadeh, responsabile per le relazioni internazionali della Ffi, dopo aver chiarito che si era trattato di uno sbaglio, è stato costretto a dimettersi. In un comunicato, citato dall’agenzia iraniana Fars, la Ffi ha fatto sapere che messaggi di auguri vengono inviati ogni anno a tutti i membri della Fifa "ad eccezione della federazione di calcio del regime sionista", che per questo motivo era stata eliminata dalla lista di indirizzi per gli auguri. Lo stesso comunicato attribuisce la colpa a un dipendente della federazione, israeliano ma di origini iraniane, che ha inoltrato comunque un messaggio alla federazione israeliana. Per questo “terribile” errore Azimzadeh ha presentato le sue dimissioni.

Gerusalemme - Yad Vashem



La Sinagoga di Papa Ratzinger

Sulle spalle degli ebrei romani incombe una grande responsabilità: accogliere Papa Benedetto XVI con calore e diplomazia quando verrà alla Sinagoga il prossimo 17 gennaio, dopo la firma di un documento che, proclamando le eroiche virtù di Pio XII, lo spinge sulla via della beatificazione. E’ impensabile che nelle stanze vaticane non abbiano messo sulla bilancia la prevedibile costernazione dell'ebraismo romano, né il tempismo della proclamazione, che avrebbe messo in seria difficoltà gli ebrei romani ad un mese dalla visita di Benedetto XVI al Tempio maggiore di Roma. Però era anche prevedibile che l'invito a Benedetto XVI non sarebbe stato cancellato. Sarebbe prevalso, si sapeva, il dovere di ospitalità verso la persona del Papa, ma anche il dovere di curare i preziosi rapporti ebraico-cristiani così faticosamente costruiti dal Concilio in poi. Per il bene comune bisognava superare lo sconcerto per questa mossa a sorpresa, percepita come una mancanza di considerazione verso le ripetute richieste dal mondo ebraico di sospendere la causa di beatificazione di Pio XII, fino all'apertura degli archivi del suo papato che permetterebbe uno studio indipendente sul suo operato nel contesto storico dell'epoca. Sull'altro piatto della bilancia della decisione vaticana c'era il cammino intrapreso da Papa Ratzinger, pieno di ostacoli e trappole, verso il recupero dell'ala destra tradizionalista della Chiesa, e non solo lefebvriana. Tra loro c'è anche chi chiede perché gli ebrei interferiscano negli affari interni della Chiesa, dato che non credono nemmeno ai santi. Vero, gli ebrei non hanno santi, ma hanno i giusti, le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarne un'altra. A Yad Vashem a Gerusalemme file e file di alberi onorano la memoria dei giusti della Seconda Guerra Mondiale, i tanti non ebrei che hanno osato, con coraggio estremo, mettere in gioco la propria vita per salvare quella altrui. Per la maggioranza degli ebrei - e anche molti cattolici - Pio XII non era un giusto. Era il capo spirituale e morale del cattolicesimo mondiale oppresso da responsabilità travolgenti nell'epoca più buia del Novecento. Non aveva le “divisioni” da comandare (come notava Stalin), ma la sua voce poteva influenzare i destini di milioni di esseri umani. Scelse la via della prudenza (una delle eroiche virtù della teologia cattolica). Per gli ebrei italiani, una data cardine per un giudizio su Pio XII rimane quella del 16 ottobre 1943, giorno della razzia nazista al ghetto che portò ad Auschwitz 1021 persone, di cui solo 17 tornarono vive. Dal Vaticano, quel giorno, si sentì solo il silenzio. Fu una scelta ponderata, saggia, giusta? Forse una risposta definitiva non ci sarà mai. Le trattative ci furono, ma non furono seguite da un grido di protesta quando i nazisti tradirono la fiducia posta nella diplomazia da parte del Vaticano. Secondo i documenti disponibili i fatti andarono così: subito dopo i rastrellamenti, il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Luigi Maglioni convocò l'ambasciatore tedesco Ernst von Weizsaecker. Dalle note del Cardinale si legge che “pregò l'ambasciatore di salvare tutti questi innocenti. E’ doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire, che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono ad una stirpe determinata”. Weizsaecker gli chiese: “Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?” . Risposta: “La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione”. Prima della partenza per Auschwitz i 1021 ebrei romani rimasero imprigionati a Roma altri due giorni senza che una voce di allarme uscisse dal Vaticano. In una lettera successiva ai fatti l'ambasciatore Weizsaecker scrisse: “Nonostante le pressioni esercitate su di lui da diverse parti, il Papa non si è lasciato indurre a nessuna dichiarazione di protesta contro la deportazione degli ebrei di Roma”. Dopo questa tragedia, migliaia di ebrei trovarono rifugio fra le strutture della Chiesa e perfino dentro il Vaticano. Un comunicato del 19 dicembre scorso degli ebrei italiani ne dà atto ribadendo che il mondo ebraico “continua ad essere riconoscente ai singoli e alle istituzioni della Chiesa che si adoperarono per salvare gli ebrei perseguitati”. Ma quest'opera umanitaria e coraggiosa, sicuramente voluta da Pio XII, non può , per gli ebrei, sostituirsi ad un giudizio complessivo sul suo operato storico. Torniamo dunque alla domanda: perché gli ebrei si intromettono nel dibattito su Pio XII? Innanzitutto Papa Pacelli era una figura pubblica, un attore importante nel dramma della Seconda Guerra Mondiale: la sua memoria appartiene alla storia. Poi i santi “sono modelli di vita cristiana” dell'educazione cattolica con ripercussioni sulla convivenza interreligiosa. Nel caso di Pio XII, una beatificazione senza ulteriori approfondimenti storici potrebbe avere riflessi negativi verso chi si permette di criticare il suo operato in futuro. Pesano anche incomprensioni teologiche. I confini tra scelte di vita e di fede per gli ebrei sono inesistenti: le virtù umane vengono giudicate dall'agire. Le “eroiche virtù” del cattolicesimo, invece, sono prettamente quelle religiose: “fede, speranza e carità; prudenza, giustizia, fortezza e temperanza”. Un candidato per la beatificazione che abbia manifestato queste “virtù in grado superiore”, dice il padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, “può essere proposto come modello di vita cristiana… la continua ricerca della perfezione evangelica e non la valutazione della portata storica di tutte le sue scelte operative”. Sia il rabbino David Rosen, direttore per gli affari interreligiosi dell'American Jewish Committee e Consigliere per il Gran Rabbinato di Israele, sia il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, sottolineano l'esigenza dialogica per una sensibilità, e un ascolto reciproco che oggi si traduce nella richiesta di rimandare il processo di beatificazione fino a quando gli storici indipendenti non avranno potuto fare una ricerca più completa negli archivi ancora indisponibili. Gli ebrei chiedono al Vaticano solo che la verità sui fatti storici che li riguardano non sia riscritta in modo da gettare le basi per l'oblio. Lisa Billing, il Fatto quotidiano, 2 gennaio 2010


Il 2010 comincia bene... ma Israele ha davvero bisogno di tutti questi campi da golf?

Va bene che il 2009 è stato un anno record per gli attentati (nel senso che ce ne sono stati pochi, ci informa lo Shin Bet, il che per Israele è un record). Va bene che anche il lancio di razzi sul Sud del Paese è diminuito del novanta per cento rispetto allo scorso anno (di questo ci informa Tsahal) e va bene anche che la ripresa economica si comincia a intravedere anche in Israele (i dati danno le esportazioni in aumento). Abbiamo capito, i numeri sono dalla nostra parte e dobbiamo essere tutti ottimisti per il 2010.Ma a tutto c'è un limite. E, onestamente, l'ultima decisione del governo israeliano più che basata sull'ottimismo mi sembra un tantino azzardata. Di che cosa stiamo parlando? Il ministero del Turismo e l'Autorità per l'amministrazione del territorio hanno stanziato la bellezza di 760 milioni di shekel per costruire 16 campi da golf nei prossimi 15 anni. L'obiettivo? Promuovere il turismo golfistico in Israele. Domanda: siamo sicuri che, con tutte le cose interessanti che ci sono da fare da Rosh Pinà fino ad Eilat, ci siano così tanti turisti che muoiono dalla voglia di mettersi a giocare a golf? E siamo sicuri che Gerusalemme si possa permettere questa spesa?Ora, Israele è un Paese davvero meraviglioso. Ma ha alcune lacune con cui, piaccia o no, bisogna fare i conti. Nello specifico, mancano due cose: l'acqua e lo spazio. Che, guarda caso, sono anche le due cose che più servono per costruire dei campi dal golf. Per carità, io sono di parte perché questo sport non l'ho mai praticato, né mi interessa molto. Ma mi piace pensare che il 2010 sarà un buon anno per Israele anche senza campi da golf. Anna Momigliano, http://www.moked.it/



Giorgio Perlasca


Il 2010 sarà un anno importante in quanto ricorre il centenario della nascita di Giorgio Perlasca (Como 31.1.1910-Padova 15.8.1992) ed è prevista l'uscita di un nuovo libro e soprattutto di un francobollo che le Poste italiane gli dedicheranno in occasione del centenario e la cui prima uscita è prevista in contemporanea il 31 gennaio a Padova e Como.Ricordare Giorgio Perlasca e assieme a lui tutti i "Giusti" è importante in questo periodo ove l'indifferenza sembra prevalere sulla solidarietà, ricordando il suo testamento spirituale: "Vorrei che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre a quello che è successo, a quello che potrebbe accadere e sapere opporsi, eventualmente, a violenze del genere”. Giorgio Perlasca (intervista di Giovanni Minoli per Mixer, 1990). http://www.giorgioperlasca.it/


“Il canto delle spose” di Karin Albou: ebrei o musulmani, comunque “maschilisti”

di Gianfranco Cercone, http://www.radicali.it/newsletter/
Le ragioni di interesse di un film non sono sempre soltanto artistiche. Per esempio “Il canto delle spose”, della regista francese Karin Albou ha anche il merito di raccontare una realtà storico-sociale dimenticata o ignota ai più. Il suo film è ambientato a Tunisi, nel corso della seconda guerra mondiale, e precisamente al momento dell’occupazione nazista della città. La Tunisia era allora una colonia francese. E in Francia era stato instaurato il governo collaborazionista del maresciallo Petain. Così anche a Tunisi soldati tedeschi e francesi “collaboravano”: per esempio, al rastrellamento degli ebrei. Nel contempo la Tunisia veniva bombardata dagli aerei statunitensi.Tale contesto storico interessa la regista in particolare per mettere in luce come la guerra abbia lacerato l’armonica convivenza, fino ad allora consolidata, tra ebrei e musulmani. Una convivenza conforme ad almeno un passo del Corano, citato nel film: quello che predica la concordia tra religioni monoteiste. E invece, ecco che i nazisti fomentano l’antisemitismo degli arabi; inveiscono, già allora, contro gli intrusi ebrei in Palestina; additano gli ebrei come i responsabili della guerra e delle disuguaglianze sociali in Tunisia; e accusano gli americani di difenderli. Convincono così una parte della popolazione musulmana a collaborare con loro denunciando la presenza di ebrei sul territorio.I collegamenti di questa pagina di storia con l’attualità sono evidenti; senza tuttavia che la regista ne tragga esplicite conclusioni. Le affida alla riflessione dello spettatore. Di certo le sta a cuore un invito alla tolleranza, di cui è emblema nel film l’amicizia fra due ragazze, una ebrea, l’altra musulmana. Un’amicizia che – dopo qualche scossone – resiste alla propaganda nazista. Non è un caso che le protagoniste siano proprio fra due ragazze; perché l’altro tema portante del racconto è l’oppressione della donna nella società dell’epoca, tanto fra i musulmani quanto fra gli ebrei.Si parla dei matrimoni combinati, nei quali la ragazza veniva mercanteggiata dal futuro sposo con i suoi genitori (e il suo consenso non era determinante); e dell’obbligo per la donna di presentarsi vergine alla prima notte di nozze. Si assiste a una scena molto cruda: la rasatura del pube della ragazza ebrea, richiesta dal marito, appunto per la prima notte di nozze (secondo l’uso orientale, viene detto). Tale rasatura è praticata da una donna matura, evidentemente esperta in queste faccende, applicando sulla parte del corpo interessata, del caramello fuso. E’ un procedimento doloroso, che viene descritto nei dettagli e in tutte le fasi, finendo così per assumere il valore di un simbolo: il simbolo di una violenza contro le donne che è più generale e ha tante sfaccettature.Ho anticipato che “Il canto delle spose” ha forse più ragioni di interesse storico-politico, che artistico. Ma beninteso, non è per nulla un brutto film. Forse, come accade ai film dove l’interesse dell’autore per il contenuto prevale sul piacere di raccontare, i personaggi e i fatti sono a volte un po’ schematici; proprio perché in funzione di un messaggio da comunicare; di un male “civile” da denunciare.Eppure il film annovera alcuni momenti senz’altro belli. Fra gli altri, quelli in cui si descrive la società femminile dell’epoca. Dico: “società femminile”, perché in un contesto così rigidamente maschilista, le donne hanno riti, costumi e spazi, separati da quelli degli uomini. Che ci si trovi nella piscina dell’hammam (il bagno turco), o fuori dalla camera da letto dove si celebra il primo amplesso coniugale (nell’attesa che lo sposo ne esca esibendo il lenzuolo macchiato di sangue), le donne appaiono spesso ingenuamente festose, in maggioranza ancora non sfiorate dalla coscienza della propria oppressione; oppure rassegnate al dolore come se si trattasse di un destino naturale.Nel bagno turco, poi, tra i balli e gli scherzi, prende corpo, soltanto allusa, tra i corpi delle donne, una tensione omosessuale; di quella particolare omosessualità che è incentivata dalla repressione dei rapporti eterosessuali.