sabato 14 gennaio 2012




Hamas leader Ismail Haniya visits Tunisia


http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3257.htm



Voci a confronto
Il gesto vergognoso di divellere le tre «pietre d’inciampo» collocate nei giorni scorsi tra i sampietrini nel selciato stradale della città di Roma, in ricordo delle sorelle Spizzichino e di don Pietro Pappagallo, si può dire che sia il segno di quanto quelle testimonianze, silenziose ma onnipresenti, siano d’intralcio per i nipotini di Eichmann. Non è quindi gioco di parole l’affermare che i tre piccoli simboli della memoria abbiano fatto inciampare qualcuno, sia pure in modo ben diverso da quelle che erano le intenzioni di chi le aveva poste a memento collettivo. Ne parlano un po’ tutti i quotidiani, tra i quali l’Avvenire, il Corriere della Sera nell’edizione romana, il Giornale (che menziona i «vandali»), Maria Lombardi in un ampio articolo per il Messaggero, così come Sara Grattoggi su la Repubblica, Fabio Perugia sul Tempo. Adachiara Zevi, coordinatrice del progetto nella capitale, denuncia il fatto in sé e la natura chiaramente premeditata, poiché al posto dei cubetti trafugati sono stati posti dei sampietrini di porfido. Stolpersteiner, per l’appunto pietre che si possono calpestare non potendone non vedere tuttavia la loro particolarità, sono la creazione, a suo modo geniale, di Gunter Demnig, che dal 1993 si è diffusa in molti paesi d’Europa, coinvolgendo una settantina di città. Si tratta di cubetti in ottone, inseriti nella pavimentazione stradale, dove sono riportati i dati anagrafici delle persone assassinate nei campi nazisti. Ad ogni pietra corrisponde un nome, ovvero una vita. A Roma sono già 72, distribuite in 7 municipi metropolitani. Peraltro, avvicinandosi il Giorno della Memoria, si intensificano gli articoli sulla Shoah, come nel caso di Laura Crinò per il Venerdì della Repubblica, dove si parla della famigliSa di Anne Frank, mentre Alessandro Zaccuri per l’Avvenire dà voce ai timori legati al negazionismo, che si accompagnano al lento declivio della memoria. Sulla medesima testata, Alessandra De Luca offre uno sguardo sul cinema che si interroga sulla deportazione, del pari a Roberto Escobar per l’Espresso e Gaetano Vallini sull’Osservatore Romano, che commentano il film di Gilles Paquet Benner «la chiave di Sara». Per quanto concerne l’attualità internazionale, tra le altre cose, piuttosto problematizzanti sono le valutazioni relative alla sentenza della Corte suprema israeliana che si è pronunciata sulla legittimità della legge che dal 2003 impedisce l’acquisizione automatica della cittadinanza israeliana, e il diritto alla residenza permanente, agli sposi palestinesi di cittadini israeliani. Così l’Avvenire, il Giornale e Aldo Baquis per il Mattino. Un lungo articolo di Ulrich Ladurner, in traduzione su l’Internazionale, fa il punto della situazione riguardo alla situazione politica del regime iraniano e alle tensioni economiche e sociali in atto nel paese, mentre Alberto Negri, per il Sole 24 Ore, parla della Siria come di un «mosaico in frantumi», dove la satrapia degli Assad sta perdendo sempre più terreno. Come già si è avuto modo di commentare in altra sede, sarà intorno al destino di Damasco che si giocheranno molte delle partire aperte in Medio Oriente durante l’anno da poco apertosi. Claudio Vercelli, http://moked.it/







Israele - Peres: "Estranei all'uccisione dello scienziato nucleare iraniano"


Il presidente israeliano, Shimon Peres, nella prima reazione ufficiale dello Stato ebraico all'attentato mortale condotto due giorni fa a Teheran nei confronti di Mustafa Ahmadi-Roshan ha dichiarato che Israele è estraneo all'uccisione dello scienziato nucleare iraniano. "So bene, ha dichiarato Peres, che va di moda imputare a Israele e agli Stati Uniti tutto quanto di negativo avviene in Iran"http://www.moked.it/

Jane Birkin in concerto a Tel Aviv, rifiuta di boicottare Israele

L’attrice e cantante Jane Birkin , che deve esibirsi questo fine settimana a Tel Aviv ha spiegato giovedì che ha resistito alle pressioni che le venivano fatte per boicottare Israele. “Non volevo boicottare Israele malgrado le molteplici chiamate che ho ricevuto in questi due ultimi mesi” ha dichiarato colei che fu la musa ispiratrice dell’autore compositore Serge Gainsbourg durante una conferenza stampa fatta alla residenza dell’ambasciatore di Francia a Tel Aviv. Israele è nel mirino di un boicottaggio economico, universitario e culturale organizzato da gruppi pro palestinesi che denunciano l’occupazione della Cisgiordania. Sotto la loro pressione, numerosi artisti stranieri annullano con regolarità le loro tournée previste nello Stato ebreo.“Ogni volta che un artista prevede un tour in Israele, è sistematicamente sottomesso a pressioni di gruppi pro palestinesi per annullarlo” ha dichiarato all’AFP una fonte diplomatica francese. Jane Birkin, che deve interpretare delle canzoni di Gainsbourg durante due concerti venerdì e sabato, spiega che ha esitato a venire per via dei suoi disaccordi con il governo di destra di Benjamin Netanyahu. “La sola questione un pò complicate per me era di sapere se avrei boicottato il governo israeliano” ha spiegato l’artista. “Poi mi sono detta perché fare soffrire la gente? Isolare ancora un Paese isolato, triste per la sua sorte, complicata, è una cattiveria della quale non sono capace” ha spiegato la donna. Ha precisato che si esibirà in aprile a Ramallah , in Cisgiordania – un concerto che finanzierà di tasca sua – non avendo potuto recarsi durante questo viaggio nella città palestinese . “Purtroppo , la situazione è tale che adesso e necessario che siano due viaggi diversi, separati (i concerti in Israele e nei territori palestinesi ) “ ha precisato , aggiungendo che per lei era “ essenziale andare da entrambe le parti”. Jane Birkin si é detta in modo “ingenuo” essere ottimista per la pace tra Israele e palestinesi, facendo un parallelo con il conflitto nord irlandese che ha conosciuto bene, essendo britannica. “Non voglio essere troppo ingenua, ma mi ricordo le bombe dell’IRA quando ero piccola, e alla fine siamo giunti ad un compromesso e alla pace. Alla fine anche qui ci sarà la pace, ci vorrà del tempo e servirà dare il meglio da parte degli israeliane e dei palestinesi , ma questo giorno arriverà. Questo è il mio messaggio molto innocente “ ha dichiarato l’artista. Questi due concerti della Birkin fanno parte di una tournée mondiale iniziata per venire in aiuto alle vittime del terremoto che ha colpito il Giappone a marzo e la donna sarà accompagnata sulla scena da un gruppo di musicisti giapponesi.http://www.focusmo.it/






Israele: soldatesse 'nude' sotto elmetto
Foto spopola sul web, aspra reazione del portavoce militare

(ANSA) - TEL AVIV, 13 GEN - Sta facendo furore su Facebook la immagine di 5 soldatesse fotografate all'interno di quella che sembra una base dell'esercito israeliano mentre indossano solo l'elmetto e cinturoni da combattimento. In Israele, secondo Canale 2, si sono subito creati due 'partiti' opposti: da un versante i moralisti, per cui le ragazze si sono comportate in maniera vergognosa; dall'altro gli entusiasti, secondo cui proiettano un'immagine allegra di Israele. Negativa la reazione del portavoce militare.



Iran/ Wsj: Piano di emergenza Usa in caso di attacco israeliano
Washington teme ritorsioni iraniane in Iraq

14 gen. (TMNews) - Gli Stati Uniti temono che Israele stia preparando un attacco militare contro l'Iran e hanno messo a punto un piano di emergenza per tutelare le strutture americane nella regione in caso di conflitto. E' quanto scrive oggi il Wall Street Journal, aggiungendo che il Presidente Barack Obama, il capo del Pentagono Leon Panetta e diversi alti funzionari americani hanno ammonito in più occasioni le autorità israeliane sulle gravi conseguenze di un eventuale attacco.Secondo il quotidiano, Obama ha avuto un colloquio con il premier israeliano Benjamin Netanyahu giovedì scorso, mentre il Capo di Stato maggiore Usa, generale Martin Dempsey, incontrerà i vertici militari israeliani la prossima settimana a Tel Aviv. Stando a quanto riferito da fonti Usa, Washington si sta preparando a diversi scenari possibili in caso di attacco israeliano, tra cui assalti delle milizie sciite iraniane in Iraq contro l'Ambasciata americana di Baghdad. L'ambasciata e altri siti diplomatici presenti in Iraq sono considerati i punti più vulnerabili, dopo il ritiro delle truppe Usa dal Paese. Sono 15.000 gli americani che dovrebbero rimanere in Iraq, tra diplomatici, dipendenti federali e contractor.Gli Stati Uniti hanno anche 15.000 uomini dispiegati in Kuwait come forza di deterrenza contro l'Iran e hanno inviato una seconda portaerei nell'area del Golfo Persico. Washington sta anche pre-posizionando aerei e altri dispositivi militari, secondo quanto riferito da fonti Usa, e sta accelerando il trasferimento di armi ai suoi alleati nella regione, quali Emirati arabi uniti e Arabia Saudita.http://www.tmnews.it/



Israele e le donne

Da bambina ero molto fiera di Israele, tra gli infiniti motivi, anche perché era l’unico Paese (per quanto ne sapevo) ad avere le donne soldato e perché il Primo Ministro era una donna. Mi sembrava per questo che fosse un passo avanti rispetto al resto del mondo, un modello positivo che tutti prima o poi avrebbero imitato. Le mie idee non nascevano dal nulla: quella fierezza che allora era mia e credo di molti altri bambini era alimentata consapevolmente dai racconti di amici e parenti, dalle maestre, dai filmini e dai poster del KKL; tutti ci presentavano il livello di uguaglianza raggiunto dalle donne in Israele come una straordinaria conquista, come uno dei fiori all’occhiello dello stato ebraico. Era così perché proprio perché ebraico? Forse questo non veniva detto esplicitamente, ma inevitabilmente lo pensavamo.Negli ultimi tempi si leggono e sentono notizie che stridono clamorosamente con l’immagine di allora: donne costrette ad occupare la zona posteriore degli autobus, marciapiedi separati, limitazioni alle voci o alle immagini femminili in pubblico. Possibile che quella fierezza che ci veniva trasmessa allora fosse un gigantesco equivoco? È stato un caso se proprio lo Stato ebraico, e non un altro, ha avuto la prima donna premier scelta per i suoi meriti e non per la famiglia di appartenenza? È stato un caso se proprio lo Stato ebraico fin dalla sua fondazione ha arruolato le donne nell’esercito, includendole così in un’istituzione fondamentale nella formazione dell’identità israeliana? È stato un caso, insomma, se proprio lo Stato ebraico fin dalla sua nascita ha voluto assegnare alle donne il ruolo di protagoniste e non di comparse?C’è chi dice che quelle cose di cui andavamo fieri erano solo un cedimento al laicismo allora dominante e a valori non ebraici. Personalmente non posso e non voglio crederlo, e spero di non essere l’unica.Anna Segre, insegnante http://www.moked.it/



Un israeliano alla corte di Mancini

Sarà stato un po’ come essere un bambino che fa il suo primo ingresso in un parco giochi. Le attrazioni però non si chiamavano zucchero filato o autoscontro. Avevano nomi ben più esotici: Balotelli e Dzeko, Silva e Yaya Touré. Il meglio (o quasi) che il calcio europeo è oggi in grado di offrire agli appassionati di pallone. Mostri sacri che Nir Biton, 20enne centrocampista israeliano in forza all’Ashdod FC, ha avuto modo di osservare a stretto contatto nel corso di una sessione di stage appena conclusasi in casa del Manchester City. “Un’esperienza pazzesca” ha affermato il diretto interessato al ritorno in patria, ancora frastornato per le emozioni vissute alla corte di Roberto Mancini. Certo non sarà facile mantenere l’umiltà necessaria per farsi largo nel mondo del calcio dopo aver trascorso alcune settimane fianco a fianco con i big della Premier ricevendo peraltro i complimenti di sir Mancio in persona. Ma Nir non sembra aver perso la lucidità necessaria per imporsi ad alti livelli: “Vado avanti per la mia strada, a testa alta ma consapevole che devo fare ancora molto per diventare un top player”. La favola di questo talentuoso mediano, che ha già esordito con la casacca della nazionale ed è atteso dagli ultimi mesi di leva obbligatoria, potrebbe comunque non essere finita qui. “Vi assicuro che Nir non è andato in Inghilterra col pensiero di farsi una vacanza” ha affermato infatti il suo agente, Dudu Dahan, rivelando l’interesse dei dirigenti dei Citizens ad una prossima contrattualizzazione del suo assistito. E così Israele inizia a sognare.Adam Smulevich,http://www.moked.it/



Eurovision - Turchia, una scelta inaspettata

"Non metterti in mostra di fronte alla gente, Pazzo/loro ti feriranno, ti frustreranno”. Così canta Can Bonono, astro nascente della musica pop in quel di Turchia, nel suo grande successo Meczup, Impazzito. Eppure lui a stare sotto le luci della ribalta deve ormai averci fatto il callo. E non gli è andata nemmeno così male, considerando che la Turchia lo ha appena designato come il cantante che la rappresenterà al prestigioso Eurovision Song Contest 2012, che si svolgerà a Baku, Azerbaijan, il prossimo maggio. Una sorpresa. Così i blogger e il popolo di internet commentano l’annuncio. Perché erano altri i nomi in pole position per la nomina. Ma in parte anche perché Can Bonono, ventiquattrenne nato a Izmir, cresciuto a pane e musica sin dai tempi delle prime lezioni di chitarra a otto anni, appartiene alla comunità ebraica turca. Una delle minoranze più antiche e radicate nella storia del paese, ma che da quando le relazioni con Israele sono deteriorate, sta attraversando un momento difficile.L’Eurovision è un concorso canoro europeo di grande prestigio, che ha lanciato negli anni grandi artisti e intramontabili successi. Il cantante che vince la competizione guadagna l’onore di ospitarla nel proprio paese l’anno successivo. Come accadde nel 1978 all’israeliano Izhar Cohen con il gruppo gli Alphabeta che vinsero il concorso con la loro A-Ba-Ni-Bi. Successo israeliano bissato in casa nell’edizione del 1979 con Hallelujiah, brano cantato da Gali Atari che è ormai annoverato tra i classici della musica ebraica di tutti i tempi. Edizione cui la Turchia scelse di non partecipare proprio perché ospitata in Israele.Bonomo, oltre 130 mila fan su Facebook, definisce le sue canzoni come tipica musica di Instanbul, pronta a fondersi con stili internazionali e in patria ha già raccolto diversi premi. Forse stavolta gli interessi in gioco sono ancora più alti, per se stesso, per la comunità ebraica e per il popolo turco. Rossella Tercatin http://www.moked.it/

1942

Così il Reich pianificò lo sterminio degli ebrei esiste ancora una copia del protocollo
Il documento uscito dalla riunione segreta del 20 gennaio 1942 sulla "soluzione finale" fu trovato per caso dopo la sconfitta del nazismo, fotocopiato e riprodotto in vari testi didattici, ma si pensava che l'originale non esistesse più. Invece c'è. E Welt online ha pubblicato quelle agghiaccianti 15 pagine dattiloscritte
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI,http://www.repubblica.it/e
BERLINO - Esiste ancora una copia del protocollo della riunione segreta in cui, il 20 gennaio 1942, alti ufficiali delle SS e dignitari d'alto rango del Partito nazionalsocialista (Nsdap) e dell'amministrazione del Terzo Reich discussero e organizzarono con precisione e metodicità industriale il genocidio del popolo ebraico. Per decenni, è stato custodito come documento storico negli archivi dello Auswaertiges Amt, il ministero degli Esteri tedesco. Il documento fu trovato per caso, dopo la disfatta dell'Asse, da ufficiali delle forze armate americane, e consegnato ai giudici del processo di Norimberga, la grande istruttoria degli Alleati contro i criminali nazisti. Fu più volte fotocopiato e riprodotto in testi storici e scolastici, ma si pensava che l'originale non esistesse più. Invece eccolo qui: in quelle 15 pagine dattiloscritte ingiallite dal tempo, pubblicate da Welt online 1 (edizione digitale del quotidiano liberalconservatore vicino al governo Merkel) oggi tutti, soprattutto i giovani, possono ritrovare la prova schiacciante della Shoah. E' l'ennesima smentita ai negazionisti, ai nostalgici e agli storici revisionisti che spudoratamente affermano che l'Olocausto sarebbe stato inventato a posteriori dai vincitori della seconda guerra mondiale (Usa, Regno Unito, Urss, la Polonia del governo in esilio a Londra, la Francia libera di De Gaulle e i molti Paesi e movimenti di resistenza loro alleati). Nossignore: tutto vero, confermato ancora una volta dalla lettura di quell'agghiacciante documento.FOTO LE 15 PAGINE DEL PROTOCOLLO 2 (Vai a questo link) Era il freddo 20 gennaio 1942 quando un gruppo di alti responsabili nazisti si riunirono in una bella, lussuosa villa nel quartiere elegante di Wannsee, nell'area sudovest di Berlino. "Geheime Reichsache!", cioè "top secret del Reich", dice il timbro in rosso in cima al documento. L'idea di redigere il protocollo della riunione e di stamparne trenta copie venne ad Adolf Eichmann, l'alto ufficiale delle SS che fu poi il progettista-ingegnere dell'esecuzione dell'Olocausto nei minimi dettagli anche tecnici, dal numero di treni-bestiame piombati alla cadenza delle esecuzioni di massa quotidiane col gas Zyklone-B in dosi ben calcolate prodotto dalla diligente, moderna azienda IG Farben, con colpi alla nuca, con criminali esperimenti "medici" in cui i deportati erano cavie destinate alla morte, fino alla "sinergia" con governi e polizie collaborazioniste esistenti ovunque tranne che in Polonia nell'Europa occupata dall'Asse.Già alla riga tre del documento, come si vede nelle immagini, una piccola frase chiarisce di cosa si trattava in quell'incontro al Wannsee: "die Endloesung der Judenfrage", cioè "la soluzione finale del problema ebraico", in esecuzione degli ordini del Fuehrer Adolf Hitler e del vertice della tirannide, a cominciare dallo spietato, sadico capo delle SS, Heinrich Himmler. Il testo del protocollo, redatto da Eichmann, parla chiaramente di "evacuazione verso l'Est". Annotazioni d'accompagno scritte dal suo stretto collaboratore Reinhard Heydrich spiegano che si tratta "dell'esecuzione pratica della soluzione finale del problema ebraico".Il protocollo su ordine di Eichmann fu dattiloscritto in trenta copie. Più tardi però, quando fu loro chiaro che la guerra da loro scatenata si sarebbe conclusa con la disfatta tedesca, i gerarchi nazisti, le SS, la Gestapo, tutti i singoli personaggi e istituzioni che ne avevano una copia, la distrussero. In marzo e aprile del 1945, il regime eliminò migliaia di documenti che contenevano le prove dei crimini contro l'umanità, in una corsa contro il tempo contro gli Alleati vittoriosi: a Ovest gli angloamericani di Patton, Eisenhower, Bradley e Montgomery, a est l'Armata rossa guidata dai marescialli Zhukov e Rokossovskij, le unità militari dell'Armia Krajowa polacca comandata dal governo in esilio a Londra e le divisioni polacche nelle forze armate sovietiche. Distrussero tutte le copie, tranne una, la numero sedici. Sembra che un funzionario del ministero degli Esteri, convinto nazista, e giudicato anche rozzo e corrotto, Martin Luther, riuscì a conservarla nel sogno di compromettere il suo ministro, Joachim von Ribbentrop. SS e Gestapo scoprirono i piani di Luther, che fu internato a Sachsenhausen. Ma nessuno distrusse la copia. Che restò negli archivi sotterranei del ministero. Dopo la disfatta del "Reich millenario", i sovietici che avevano preso Berlino, setacciarono insieme a inquirenti Usa, britannici e francesi ogni archivio delle istituzioni naziste. Così quel protocollo finì in mano a Robert Kempner, un esule antinazista tedesco divenuto cittadino e ufficiale americano. Kempner non volle credere ai suoi occhi, e la trasmise subito a Telford Taylor, il giudice americano capo della Corte alleata che giudicò i capi del regime nazista a Norimberga. "Oh Dio, ma è un documento vero?", disse il giudice Taylor sotto shock, poi lo esaminò subito coi colleghi britannico, sovietico e francese.Il processo di Norimberga si concluse con numerose condanne a morte. Alcuni dei capi del nazismo, come Hermann Goering, si suicidarono. Degli estensori del protocollo, uno era già caduto vittima dei suoi crimini, l'altro avrebbe reso conto più tardi al mondo del suo ruolo. Reinhard Heydrich fu il sadico governatore di Praga occupata, ogni giorno faceva affiggere nelle strade manifesti con le foto dei resistenti o dei sospetti assassinati. Un commando suicida della resistenza cecoslovacca si assunse l'incarico: si fece addestrare nel Regno Unito dalle truppe speciali britanniche, poi fu paracadutato presso Praga da aerei per missioni segrete della Royal Air Force. Uccisero Heydrich in un attentato, poi si tolsero la vita per non cadere prigionieri e non parlare sotto tortura.Eichmann era fuggito in Argentina, ma il Mossad, l'efficientissimo servizio segreto dello Stato d'Israele intanto sorto, lo scovò, e in una straordinaria missione lo rapì e lo portò in Israele con un quadrimotore DC 4 cargo con false registrazioni di volo trasporto merci. Al processo a Gerusalemme Eichmann ammise freddo ogni colpa, senza mostrare alcun pentimento. Fu condannato a morte e impiccato. Ma la caccia agli ultimi criminali nazisti continua, guidata da Efraim Zuroff al Centro Simon Wiesenthal con la collaborazione dei servizi americani, israeliani, tedeschi e di altri Paesi. Quelle pagine ingiallite con il piano del più orrido crimine della Storia incoraggiano a ricordare, e a non smettere di ricercarli.



Apple conferma l’acquisto di Anobit

Apple ha confermato di aver acquistato l’azienda di hardware Anobit con sede in Israele. L’azienda è specializzata nella produzione di memorie flash. C’è un velo di mistero su questa acquisizione perchè nessuna delle due aziende vuole parlare. Noi avevamo già dato la notizia di una possibile acquisizione mesi fa e adesso che è terminato il processo non si possono sapere neanche le cifre. Infatti ci si aspetta che Apple abbia sborsato una cifra tra i 400 e i 500 milioni di dollari.Un responsabile di Apple ha giustificato l’acquisizione dicendo che Apple di tanto in tanto acquisisce piccole o medie aziende e di solito non ne viene fatta menzione, almeno che non si tratti di aziende di grossa importanza strategica. L’azienda Anobit darebbe un forte aiuto ad Apple nel campo delle memorie per iPhone, iPod, iPad, MacBook Air. Pare scontato dire che quindi è stato un buon acquisto per Apple, come quello fatto con Nuance che ha dato vita a Siri, una delle principali caratteristiche di iPhone 4S.http://www.applemagazine.it/



Gilad Shalit ringrazia Nicolas Sarkozy e Angela Merkel

Gilad Shalit, il soldato israeliano detenuto per cinque anni dal Hamas palestinese, ha consegnato mercoledì delle lettere di ringraziamento per il presidente francese Sarkozy e ad Angela Merkel ai loro rispettivi ambasciatori in Israele. La lettera a Sarkozy di cui il contenuto non éP stato svelato era secondo l’ambasciatore francese, Christophe Bigot, “molto affettuosa”. “Sono molto colpito da questo gesto, che testimonia del riconoscimento di Gilad per gli sforzi portati avanti dalla Frnacia per la sua liberazione “ ha dichiarato Christophe Bigot, all’AFP. Gilad Shalit, che ha la anche la nazionalità francese, ha evocato con l’ambasciatore il suo stato di salute” che ha bisogno di un processo di rieducazione”. Sempre considerato come un soldato dall’esercito israeliano , il giovane uomo non è autorizzato a parlare alla stampa. Il padre Noam, che l’accompagnava, ha spiegato ai giornalisti che suo figlio aveva “consegnato una lettera all’ambasciatore francese per il presidente Sarkozy, nella quale lo ringraziava sia lui che il popolo francese per l’aiuto ricevuto durante la sua cattività . Si è poi recato all’ambasciata tedesca dove ha consegnato all’ambasciatore , Andreas Michaelis, una lettera di ringraziamento per la Merkel “Siamo felici che Gilad sia stato liberato e che sia venuto oggi a visitarci” ha affermato Andreas Michaelis, in un comunicato. La Germania ha partecipato ai negoziato indiretti tra Hamas e Israele per lo scambio di Shalit contro mille prigionieri palestinesi. Dalla sua liberazione il 18 ottobre Shalit non ha fatto apparizioni in pubblico. http://www.focusmo.it/sociale/



Turismo gay. Tel Aviv al top
di Marco Pasqua http://viaggi.repubblica.it/
Il sondaggio "Best of" lanciato sul web. La città israeliana surclassa Toronto e altre 50 mete. "In Israele comunità omosessuale libera come in nessun'altro Paese al mondo

Tel Aviv capitale mondiale del turismo gay, soffia lo scettro di "metropoli Glbt-friendly" a città come New York e San Francisco, tradizionalmente considerate tra le mete preferite dai turisti omosessuali. Il riconoscimento è arrivato attraverso la community virtuale americana di "GayCities", un sito attraverso il quale i viaggiatori condividono esperienze e consigli sulle loro vacanze. Lanciato nelle settimane passate, il sondaggio Best of Gay Cities 2011 ha registrato la partecipazione di decine di migliaia di internauti. In tutto nove categorie, con cinquanta città candidate, da Toronto a Santiago (passando per Roma). L'Italia non si è aggiudicata nessun premio. Quello più ambito, relativo alla "città dell'anno" rainbow, è andato a Tel Aviv, che ha raccolto il 43% dei consensi, distanziando di larga misura New York (14%). A seguire: Toronto, San Paolo, Madrid, Londra, New Orleans e, ultima, con il 4% di voti, Città del Messico. Tel Aviv viene definita dal sito come la "città che non riposa mai" - con le sue celebri feste in spiaggia - quella in cui "la comunità omosessuale, grazie anche alla tradizione democratica di Israele, gode di libertà politiche come in nessun altro Paese del Medio Oriente". Un riconoscimento che è stato comprensibilmente accolto con soddisfazione dalle autorità israeliane, in particolare da quelle della città di Tel Aviv, da tempo impegnate in un'attenta e meticolosa opera di promozione presso le comunità omosessuali di tutto il mondo. Campagne di stampa, sui social network, e persino appelli ai gay israeliani a trasformarsi in "ambasciatori" del loro Paese all'estero. Anno dopo anno, Israele ha puntato sull'inclusione, in un contesto, quello medio-orientale, contraddistinto da un atteggiamento di chiusura e condanna dell'omosessualità.
Nel 2007, ad esempio, il ministro del Turismo israeliano ha lanciato una campagna per attirare visitatori gay, servendosi di una foto che ritraeva due giovani ragazzi con la kippah, che si guardavano teneramente sullo sfondo di Gerusalemme. Pubblicità di Stato per difendere inclusione e tolleranza nei confronti di tutti i cittadini, israeliani e non, indipendentemente dall'orientamento sessuale. Due anni fa, l'ente del turismo ha investito oltre 80mila dollari per promuovere e veicolare l'immagine di una città gay-friendly, attraverso la campagna "Tel Aviv Gay Vibe". Sei mesi di messaggi diffusi attraverso i media e internet (con tanto di sito web dedicato). Più recentemente, il ministero israeliano per la diplomazia pubblica e per la diaspora ha anche nominato vari uomini e donne omosessuali come "volontari" incaricati di rappresentare il Paese nel mondo. Sul proprio sito web, il ministero ha incoraggiato le minoranze e i membri della comunità gay a farsi avanti per entrare a far parte degli inviati non ufficiali del Paese. Per il portavoce, Gal Ilan, un modo per "sottolineare le diversità che contraddistinguono Israele". Normale che la notizia del premio assegnato dal sito americano venga vista come un riconoscimento al lavoro svolto finora. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha salutato con entusiasmo il riconoscimento, su Facebook: "La vittoria in questa gara è una ulteriore dimostrazione che la nostra è una città che rispetta tutte le persone e offre a tutti la possibilità di vivere secondo i loro valori e desideri. Questa è una città libera, in cui ognuno può sentirsi fiero per ciò che è". (12 gennaio 2012)






RAZZO DA STRISCIA GAZA CONTRO ISRAELE

(AGI) Gerusalemme - Un razzo e' stato sparato da miliziani palestinesi in direzione del sud di Israele. Lo ha riferito l'esercito dello Stato ebraico. Il razzo e' partito dalla Striscia di Gaza e ha raggiunto la regione di Eshkol, dall'altra parte del confine, ma non ha ferito nessuno. E' il secondo razzo lanciato nel giro di 488 ore dopo un periodo di relativa calma tra le due parti. Il 2011 si era concluso con sporadici scambi d'arma da fuoco a distanza tra miliziani ed esercito.



Ortodossi, laici, religiosi… ma chi sono gli israeliani?

Il mondo degli ebrei ultra-ortodossi sta ricevendo molta attenzione in Occidente durante queste settimane, principalmente per gli incidenti avvenuti a Gerusalemme, che denotano una crescente tensione tra israeliani laici e religiosi. Termini come “ortodosso”, “ultra-ortodosso” e haredim oramai si trovano relativamente di frequente sulla stampa italiana e tra l’altro anche Panorama ha recentemente pubblicato un reportage sugli haredim: visto che si tratta di un universo complessissimo e di cui probabilmente sentirete spesso anche in futuro, ho pensato di spiegare alcune cose, stilando un piccolo dizionario. Prima di tutto, c’è da fare una premessa. Nonostante Israele sia un Paese relativamente piccolo, con poco meno di otto milioni di abitanti (molti meno della Lombardia, per intenderci), la società israeliana è molto frammentata in gruppi e sotto-gruppi su base etnica e religiosa. La distinzione più profonda, naturalmente, corre tra gli ebrei israeliani e gli arabi israeliani, che a loro volta possono essere cristiani o musulmani. Ma anche all’interno del mondo ebraico le distinzioni sono moltissime, ecco le principali.Sefarditi e ashkenaziti. Questa è una distinzione etnico-culturale che non riguarda il “grado di religiosità”. I sefarditi (detti anche mizrachi, ovvero “orientali”) sono i figli degli immigrati giunti da nazioni del Nord Africa e del Medio Oriente, soprattutto Marocco, Iraq, Yemen, Libia e Iran. Gli ashkenaziti sono i figli degli immigrati dall’Europa centrale e orientale, soprattutto Polonia, Russia e Germania. Dal punto di vista tecnico esistono comunità ebraiche “minori” che non rientrano rigidamente in queste due categorie, per esempio quella etiope e anche quella italiana, ma la distinzione tra ashkenaziti e sefarditi resta importante perché riflette una identità doppia della società israeliana, divisa tra chi ha una cultura “mediorientale” e chi una “occidentale”. Anche se va detto che la linea di demarcazione si sta facendo sempre più sottili a causa dei matrimoni misti - frequentissimi - e del fatto che le nuove generazioni stanno assumendo un’identità sempre più strettamente israeliana, che non è né “occidentale” né “orientale”.I laici (o hilonim). Nonostante tutta l’attenzione dedicata alle varie correnti ultra-ortodosse, secondo un sondaggio recente del governo, il 42% degli israeliani si definisce laico. In pratica, questo significa che quasi metà degli israeliani non ha uno stile di vita influenzato in maniera sensibile dalla religione: vestono nel modo che gli piace, prendono la macchina durante il sabato, non si preoccupano delle restrizioni alimentari. Anche se alcuni di loro non mangiano volentieri la carne di maiale - più che altro per abitudine - e le feste ebraiche sono molto festeggiate in Israele anche dai laici… Nello stesso modo in cui un italiano laico festeggerebbe il Natale. Uomini e donne fanno il servizio militare. La percezione comune è che la maggior parte dei laici sia ashkenazita, anche se non esistono statistiche in proposito e personalmente conosco molti laici sefarditi.I “tradizionalisti” (o massoratim). Una percentuale di israeliani di poco inferiore, ovvero il 38%, si dichiara “tradizionale” (25%) oppure “tradizional-religioso” (13%). Con sfumature diverse, questo significa che le regole rabbiniche non segnano rigidamente il loro stile di vita, ma che comunque le seguono in qualche misura. In genere i massoratim non hanno uno stile di vestiario distinguibile dai laici, non mangiano carne di maiale e tendono a passare il sabato in famiglia pur non osservando alla lettera il precetto del riposo, che prevederebbe la rinuncia all’elettricità. Uomini e donne fanno il servizio militare. La percezione comune è che la maggior parte dei “tradizionalisti” sia sefardita, anche se non esistono statistiche in proposito.Gli haredim (letteralmente “timorosi”, spesso tradotto come “ultra-ortodossi”) sono circa l’otto per cento della popolazione, anche se visto l’alto tasso di natalità questa percentuale è destinata a salire. Osservano strettamente un’interpretazione conservatrice della legge rabbinica: non lavorano, né prendono la macchina o utilizzano l’elettricità, durante il sabato, le donne indossano vestiti molto modesti (gonna lunga, manica lunga anche d’estate) e una volta sposate coprono i capelli con un foulard o una parrucca. Gli uomini non tagliano né barba né baffi, coprono il capo con cappelli o papaline scure, spesso vestono di nero. Vivono in quartieri popolati da altri haredim e fanno molti figli. Gli uomini dedicano moltissimo tempo allo studio dei testi sacri, cosa che in alcuni casi impedisce loro di compiere gli studi “laici” necessari a intraprendere professioni remunerative: per questo i haredim tendono a essere poveri. Moltissimi ottengono l’esenzione dal servizio militare per potersi dedicare allo studio della Torah e ad oggi la partecipazione dei haredim nell’esercito è bassa, anche se si sta lentamente alzando.Solo i gruppi più radicali praticano una separazione rigida tra i sessi, come l’assegnare posti diversi sull’autobus a uomini e donne. Gli haredim possono essere ashkenaziti o sefarditi.Gli hassidim (letteralmente “pii”, spesso tradotto come “ultra-ortodosso”) sono un importante sottogruppo degli haredim. È una corrente religiosa che pone un forte accento sul misticismo, oltre che sullo studio dei testi e un’osservanza rigida delle leggi. Le donne vestono indumenti modesti, gli uomini abiti scuri o costumi tradizionali dell’Europa orientale. Salve rarissime eccezioni, i hassiddim sono ashkenaziti.Gli “ortodossi moderni” (o datiim, letteralmente “religiosi”). Poco più numerosi degli haredim, rappresentano circa il 12% della società israeliana. Come gli haredim tendono a osservare in modo letterale i precetti rabbinici, come le restrizioni alimentari, il riposo sabbatico e un vestiario modesto. Ma tendono a essere più integrati nella società israeliana soprattutto grazie a un approccio “realistico” all’istruzione: sebbene anche loro dedichino molto tempo allo studio dei testi sacri, compiono anche studi e attività “laiche” e quindi possono fare qualsiasi mestiere, dal medico all’imbianchino. Esteriormente li si distingue dagli haredim perché indossano abiti assolutamente moderni e occidentali, anche se nel rispetto di alcune regole: gli uomini hanno sempre la papalina, spesso colorata e fatta a maglia - e per questo sono soprannominati “papaline all’uncinetto” dagli altri israeliani - le donne non portano la minigonna e indossano il foulard dopo sposate. Gli uomini fanno il servizio militare (altra differenza con gli haredim), mentre le donne compiono il servizio civile. Sono prevalentemente ashkenaziti, anche se non mancano i sefarditi.I nazional-religiosi sono un sottogruppo importante dei datiim. L’essere un “ortodosso moderno” non porta con sé alcuna connotazione politica: ci sono datiim di destra, di centro e di sinistra. Alcuni di loro però appartengono alla cosiddetta corrente nazional-religiosa, che combina l’ortodossia moderna a un’ideologia nazionalista incentrata sull’espansione dei territori. Un tempo avevano un partito tutto loro, che però è andato in crisi dopo il ritiro da Gaza nel 2005, e oggi votano per lo più a destra. Molte colonie nella Cisgiordania sono state fondate da gruppi nazional-religiosi. I loro figli spesso si arruolano nelle unità più impegnative dell’esercito.http://blog.panorama.it/


Israele si prepara alla caduta di Assad

Israele si sta preparando alla caduta del regime siriano di Bashar al-Assad cui potrebbe seguire un esodo di profughi dalla Siria.La comunicazione è stata fatta due giorni fa dal capo delle forze armate israeliane, il tenente generale Benny Gantz, durante una riunione della Commissione parlamentare per gli Affari Esteri e la Difesa. Secondo Gantz quando il regime di Assad cadrà, perché di questo si ritiene certo, i cittadini appartenenti alla minoranza musulmana degli alawiti (di cui fa parte la famiglia Assad) potrebbero essere oggetto di ritorsioni e per questo tenteranno in massa di lasciare il Paese: “Ci stiamo preparando ad accogliere i rifugiati alawiti sulle alture del Golan” ha affermato GantzI piani a cui sta lavorando Israele sono di assistenza umanitaria ma anche di misure difensive. Il territori del Golan sono infatti una zona strategica che Israele ha conquistato alla Siria nella guerra del 1967, ma che rimangono tuttora contesi perché formalmente i due paesi sono ancora in conflitto.Israele fino ad ora ha mantenuto un profilo basso rispetto alla rivolta popolare esplosa in Siria nel marzo scorso contro il regime del presidente Bashar al-Assad, e di fatto non ha assunto alcuna posizione. Tuttavia i funzionari israeliani stanno sempre più frequentemente sostenendo che il governo di Assad si trova in cattive acque.D’altronde Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, la settimana scorsa, ha detto apertamente che Assad “si sta indebolendo” prefigurandosi che sarebbe caduto entro quest’anno. “Non importa se ci vorranno sei settimane o 12 settimane, egli [Assad] ormai è destinato ad essere rovesciato e ascomparire “, ha detto Barak.http://www.iljournal.it/


Utili tattiche dilatorie
Come quelle dei tre scienziati prima di lui, l’uccisione dello specialista nucleare iraniano Mostafa Ahmadi Roshan, mercoledì a Tehran, non rappresenta altro che un’ulteriore tappa nell’incessante guerra delle ombre fra Iran e mondo occidentale. Mentre l’Iran continua a portare avanti il suo programma nucleare, si può presumere – come ha suggerito martedì il capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz – che esplosioni ed “eventi innaturali” continueranno a loro volta. Al punto in cui è arrivato il programma nucleare iraniano, in linea generale sono due i principali obiettivi che devono essersi posti coloro che hanno deciso di uccidere un altro scienziato a Tehran. Innanzitutto, è probabile che avessero motivo di credere che l’eliminazione di Roshan avrebbe avuto un impatto significativo sul programma nucleare iraniano, al punto da impedire al regime di procedere verso la bomba atomica. Gli iraniani hanno detto che Roshan era vicedirettore dell’impianto di Natanz per l’arricchimento del combustibile nucleare. Si può immaginare che la sua competenza e il suo grado di specializzazione fossero piuttosto rari. È anche possibile che Roshan fosse uno dei membri del cosiddetto “gruppo della bomba”, una piccola squadra di scienziati attentamente monitorati dai servizi di intelligence occidentali: quelli che alla fine dovrebbero avere il compito di realizzare concretamente la prima bomba nucleare iraniana, se e quando la Guida Suprema ayatollah Ali Khamenei prenderà la decisione.Il secondo obiettivo potrebbe essere quello di cercare di mettere paura agli altri scienziati, e alla stessa dirigenza iraniana, convincendoli che anche loro potrebbero essere in qualunque momento ammazzati, e questo allo scopo di creare un deterrente e inviare ai mullah il messaggio che l’occidente fa sul serio.Sul piano dell’intelligence, quest’ultima uccisione è stata di grande effetto, specie considerando che è la quarta che avviene contro uno scienziato iraniano nel giro di due anni. Oltretutto fa seguito a una serie di misteriose esplosioni registrate in varie parti dell’Iran, una delle quali lo scorso novembre ha causato la morte di un alto generale delle forze missilistiche delle Guardie Rivoluzionarie. Se dietro a tutti questi attacchi c’è la stessa organizzazione, ciò significa che essa è riuscita a stabilire una rete operativa estesa ed estremamente sofisticata sul territorio iraniano senza farsi scoprire. Negli anni scorsi sono circolate notizie circa una cooperazione fra Cia e Mossad insieme al MEK (Mujahedeen del Popolo), un gruppo che da anni si batte per abbattere il regime. Il principale interrogativo, tuttavia, è se le uccisioni e i sabotaggi sono in grado di impedire del tutto agli iraniani di dotarsi della bomba atomica. Secondo la valutazione dell’intelligence israeliana e americana, gli iraniani hanno ormai appreso tutta la tecnologia necessaria per costruirla. L’unica cosa che devono fare, ora, è prendere la decisione di procedere. Tenendo a mente questo fatto, è difficile immaginare che una sequela di uccisioni possa fermare gli iraniani per sempre. Il che, tuttavia, potrebbe non essere l’obiettivo. Forse quello che hanno in mente coloro che hanno deciso le uccisioni è di ritardare il programma iraniano più a lungo possibile, con l’obiettivo di offrire una finestra di opportunità alla diplomazia e/o alle sanzioni (unitamente all’opposizione interna iraniana) perché facciano la loro parte per arrivare al risultato desiderato.(Da: Jerusalem Post, 12.1.12)



Israele e Arabia Saudita, venti di cyber-guerra
Hacker israeliani e arabi si danno battaglia a suon di carte di credito rubate. Israele risponde piccata parlando di cyber-rappresaglia, mentre l'Arabia Saudita getta acqua sul fuoco

È vera e propria "cyber-crisi" tra Israele e Arabia Saudita, e la colpa è di un saudita noto come "OxOmar" apparentemente colpevole di aver rubato decine di migliaia di carte di credito (e relative credenziali) appartenenti ad altrettanti cittadini israeliani. Le autorità di Gerusalemme hanno tutta l'intenzione di non far passare sotto silenzio l'accaduto, anzi di combattere gli attacchi con vere e proprie "rappresaglie digitali".OxOmar si è autodescritto come un teenager abitante a Riyad, ben capace di penetrare istituti bancari e altri server israeliani oltre a nascondersi dai tentativi di identificazione. Tentativi che ci sono stati e che hanno portato a tracciare la posizione dell'hacker saudita in Messico, fatto però smentito da OxOmar come erroneo e lontano dalla realtà fattuale.Dopo l'attacco dello smanettone saudita, hacker israeliani sono partiti alla controffensiva rubando 1.000 carte di credito da diversi siti di e-commerce arabi. In tutta risposta, gli istituti bancari di Riyad hanno provato a raffreddare la faccenda parlando di numeri di carta errati e di danni a bassa potenzialità rispetto al volume di affari complessivo movimentato con le carte di credito nel paese.http://punto-informatico.it/



Il nunzio a Gerusalemme: progressi nel dialogo tra Chiesa e Stato israeliano

Alla vigilia della sua conclusione, il pellegrinaggio dei vescovi europei e americani del Coordinamento per la Terra Santa ha fatto questa mattina tappa a Ramallah. Nel frattempo, un comitato è al lavoro per preparare il Messaggio conclusivo che sarà reso noto domani. La nostra inviata, Philippa Hitchen, ha chiesto al nunzio apostolico in Israele, l’arcivescovo Antonio Franco, una valutazione del recente confronto avuto con le autorità israeliane: R. – Si cerca di trovare soluzioni alle nostre difficoltà, ai nostri problemi, per consentire alla Chiesa di poter continuare il suo lavoro a servizio delle comunità dei cristiani e anche per organizzare l’accoglienza dei pellegrini in maniera soddisfacente.D. – Quali sono le sue speranze per l'incontro con i vertici del governo israeliano, dopo tanti anni di negoziato?R. – Io credo si stiano facendo progressi. C’è una parte di rispetto e di comprensione per la realtà della Chiesa cattolica, nel senso che qui i fedeli sono pochi e non sono ricchi da poter sostenere la Chiesa, quindi si ha bisogno sempre del contributo della Chiesa universale e per alcune cose abbiamo ottenuto l’esenzione totale dalle tasse. Per altre cose, dobbiamo dare il nostro piccolo contributo.D. - Oltre alla situazione fiscale, c’è l’importante questione sull'uso del Cenacolo...R. - Sì, c’è anche l’uso del Cenacolo. Stiamo cercando di ottenere comprensione perché il Cenacolo e il Santo Sepolcro sono i tesori più preziosi che abbiamo, come memoria della vita di Gesù. Abbiamo fiducia.D. – Secondo lei, la presenza di questa delegazione internazionale e gli incontri con i responsabili del governo israeliano possono fare qualcosa in questo senso o no?R. – Questa è una presenza molto importante, perché è un segno sensibile dell’interesse della Chiesa universale per la Terra Santa. Ci sono tanti segni, tante manifestazioni. Questa è una ed è privilegiata, perché ci sono i rappresentanti della Conferenza episcopale di Europa e Nord America. Quindi, anche questi incontri servono soprattutto per creare un’atmosfera di fiducia reciproca, di rispetto e di comprensione, anche delle difficoltà degli uni e degli altri. Logicamente, i progressi si fanno con gli anni, con il tempo che è necessario, anche per abbattere certi muri di pregiudizi e certe eredità storiche. (bf)http://www.oecumene.radiovaticana.org/


La Molisana, miglior spaghetto in Israele


Si chiama "Food road" ed è una rivista gastronomica israeliana.Sull'ultimo numero ha organizzato un test in cui si sono misurati otto qualità di spaghetti italiani e israeliani, cucinati (senza condimento) da altrettanti chef. Al primo posto proprio La Molisana, che festeggia così nel migliore dei modi il suo centesimo compleanno.Soddisfatto l'Ad de La Molisana, Giuseppe Ferro: "Siamo fieri del risultato di Israele e questo per noi significa continuare sulla scia, impegnarci sempre di più, raggiungere altri obiettivi, lavorare al meglio delle nostre possibilità. Un banchetto di prova sicuramente importante che ci sprona a dare sempre di più al territorio, alla gente, all'Italia".http://www.primapaginamolise.com/




Shelly Yachimovich
Israele, movimenti in vista delle elezioni nel 2013

Le elezioni politiche in Israele si terranno nel 2013, ma già oggi si registrano i primi movimenti degli schieramenti in vista di una tornata elettorale che si preannuncia combattuta. Tantissimi i volti nuovi, sopratutto al centro e a sinistra. Yair Lapid, 48 anni, è la grande sorpresa. Secondo i sondaggi il popolare anchorman televisivo, messosi in gioco ufficialmente due giorni fa con l'ambizione di dar voce ai moderati, ai giovani, alla classe media e a quel mondo laico di cui suo padre (Tommy Lapid) fu a lungo il campione, potrebbe conquistare una quindicina di seggi alla Knesset. Per questo nel partito centrista Kadima c'è un clima di grande apprensione. Il neo-arrivato rischia infatti di cannibalizzare soprattutto l'elettorato di centro e di fare quindi indirettamente il gioco di Netanyahu. L'entrata in scena dell'ipotetica formazione di Lapid dimezzerebbe infatti il gruppo di Kadima, comprimendolo attorno a 14 seggi, e frenerebbe lo stesso Partito laburista , dato in leggera ripresa a quota 13 dopo la designazione a nuova leader della deputata ed ex giornalista Shelly Yachimovich e in attesa dell'effetto della candidatura di Noam Shalit, papà di Ghilad.Dalle file del Likud, il partito di destra che fa capo a Netanyahu, si è levata l'accusa a papà Shalit d'aver assestato "uno schiaffo in piena faccia" al premier e al suo governo, dopo che questi avevano accettato di mettere la firma sotto l'intesa - mediata dall'Egitto - per lo scambio fra Ghilad e 1.027 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Accuse che Noam Shalit ha subito respinto. "Io - ha detto al Jerusalem Post - sono grato a Netanyahu per aver riportato Ghilad a casa e glielo ho ripetuto in numerose occasioni. Ma la mia candidatura non ha nulla a che fare con il ruolo avuto dal premier in quella vicenda e rispecchia invece una visione politica diversa da quella del Likud. Saranno gli elettori israeliani a giudicare alla fine se ho fatto bene o male".http://www.cipmo.org/


Nissany, dall'Israele per vincere

Antonio Caruccio http://www.italiaracing.net/
Roy Nissany ha annunciato il prolungamento del proprio contratto con il team Mucke nel 2012, al fine di ripetere il campionato Formula ADAC Masters. Nato il 30 novembre 1994 è il primo pilota israeliano a correre in serie europee, seguendo le orme di suo padre, Chanoch, che nei primi anni del nuovo millennio era tester della Minardi in Formula 1.Come giudichi la tua stagione 2011?“È stata un’annata altalenante. Ci sono stati momenti positivi e negativi. Nella prima parte della stagione abbiamo fatto delle prove positive, con la consapevolezza di sapere qual è il nostro valore e aver appreso delle buone nozioni per il futuro della mia carriera”. Poi cos’è successo?“Nelle prime corse lottavo per il podio e la Top-5, poi al Nurburgring ho avuto un brutto incidente che ha portato alla rottura della scocca. Da lì in poi abbiamo fatto fatica a capire come sistemare la vettura, arrancando nella parte finale del campionato. Fortunatamente ad Hockenheim per l’ultima corsa abbiamo avuto modo di ritrovare la giusta via, che sarà un buon trampolino per il prossimo anno”.Quali sono quindi I tuoi piani per il 2012?“Prenderò ancora parte alla Formula Adac Masters con il team Mucke”.Hai riconfermato la stessa squadra dopo un anno e mezzo di collaborazione. Devi aver trovato un buon ambiente in cui lavorare…“Si esatto. Ho una grande intesa, mi sento a mio agio sia coi meccanici sia con gli ingegneri, credono in me ed io in loro. Mettono il pilota a proprio agio e al pari dei compagni. La macchina è sempre molto curata e competitiva quindi rinnovare con loro è stata una scelta naturale”.Come giudichi il livello della Formula Adac Masters?“Mi piace, è un bel campionato. C’è tanta competizione in pista, la possibilità di girare molto e ci sono tre gare nello stesso fine settimana. Il contesto in cui è inserito è poi decisamente spettacolare, insieme alla Formula 3 ed al GT, con tanto pubblico e gare molto avvincenti in ogni serie”.Qual è il tuo obiettivo per la prossima stagione?“Cercare di restare al top in ogni occasione e lottare sempre al vertice provando a conquistare il successo. Credo nel team ed in me stesso e sono convinto che potremmo riuscire in questo risultato”. Dove vivi? “Vivo a Tel Aviv, dato che ho iniziato gli sudi qui, ma durante le gare chiaramente mi sposto in Europa”.Come gestisci I tuoi viaggi in Europa?“Il volo dura quattro ore. Parto il mercoledì sera per non perdere giorni di scuola ed essere pronto in pista al giovedì. Poi domenica sera ho l’aereo di rientro che mi permette di arrivare presto a casa. Dormo qualche ora e poi vado a lezione”. Hai mei pensato di venire a vivere in Europa ?“Certo, ma Israele è la mia nazione, ho la mia bandiera, la mia famiglia e i miei amici. Vivo qui dove ho anche la mia residenza. Forse potrei trascorrere in Europa un breve periodo in estate tra una gara e l’altra, magari anche in Italia, ma per il momento continuo ad avere a Tel Aviv la mia base”.In Italia il nome Nissany è conosciuto grazie a tuo padre Chanoch che era tester per Minardi. Vedremo anche te in F1? “Lo spero, è chiaramente l’ambizione di ogni pilota. Lotterò duramente per arrivare al coronamento di questo sogno e vedremo cosa succederà…”Quali sono i tuoi progetti per il futuro?“Penso che dopo la Formula Masters il passo naturale sia la Formula 3. Con Mucke potremmo anche pensare alla GP3, ma sono quesiti che dovremmo porci alla fine di quest’anno, quindi abbiamo tempo”.Com’è il rapporto con tuo padre? “Anche lui è un pilota. Mi da consigli in modo molto professionale, ma non è un padre invasivo, non si intromette nel lavoro della squadra o dei meccanici. Mi aiuta solo dandomi dei preziosi suggerimenti dato che lui ha già passato questa situazione a suo tempo”.

giovedì 12 gennaio 2012


Le tante contraddizioni del signor Abu Mazen

Da un articolo di Khaled Abu Toameh, http://www.israele.net/
Sono passati sette anni da quando Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è stato eletto a succedere al defunto Yasser Arafat nella carica di presidente dell’Autorità Palestinese, e molti palestinesi appaiono quanto mai confusi circa le vere intenzioni del loro attuale leader.Abu Mazen si candidò alle elezioni presidenziali del gennaio 2005, per un mandato che avrebbe avuto essere di quattro anni, sulla base di un programma che prometteva grandi riforme e cambiamenti sia nell’Autorità Palestinese che in Fatah, la fazione allora dominante, anch’essa sotto la sua direzione. Un anno più tardi, però, la maggior parte dei palestinesi, essendosi resi conto che Abu Mazen non faceva sul serio su lotta alla corruzione e riforme in Autorità Palestinese e Fatah, alle elezioni parlamentari votarono per Hamas. Hamas riuscì a conquistare i cuori e le menti di tanti palestinesi correndo per lo più sotto lo slogan “cambiamento e riforma”. In pratica, prometteva esattamente le stesse cose che Abu Mazen si era impegnato a fare nella sua campagna elettorale per la presidenza.Diversi alti esponenti di Fatah attribuiscono ad Abu Mazen la sconfitta della loro fazione nelle elezioni parlamentari del gennaio 2006. Alcuni si sono spinti al punto di sostenere che egli avesse deliberatamente cercato la sconfitta di Fatah per via di suoi personali risentimenti verso parecchi alti esponenti di Fatah.Non basta. Abu Mazen viene anche ritenuto responsabile del crollo dell’Autorità Palestinese nella striscia di Gaza nell’estate 2007. L’accusa principale contro di lui è d’aver ordinato ai suoi uomini di arrendersi a Hamas e fuggire. Anziché concentrarsi sulla riforma di Fatah all’indomani dell’umiliante sconfitta nelle elezioni parlamentari, Abu Mazen preferì cercare il modo di rovesciare il regime di Hamas: una mossa che fallì, rafforzando ancor di più la statura del movimento islamista palestinese. Così, diversi dirigenti di Fatah e di Hamas reputano Abu Mazen personalmente responsabile del fatto che i palestinesi si ritrovano divisi in due entità separate, Cisgiordania e striscia di Gaza. Alla fine, commentano sarcastici i suoi critici, i palestinesi hanno davvero realizzato la soluzione “a due stati”.È vero che il fallimento del processo di pace con Israele ha contribuito a minare la posizione di Abu Mazen agli occhi di molti palestinesi. Ma certamente questa non è la ragione principale per cui tanti palestinesi hanno perso fiducia in lui e nella sua leadership. Negli ultimi anni Abu Mazen è riuscito a confondere molti palestinesi diffondendo messaggi contraddittori a loro e al resto del mondo. Ad esempio, aveva promesso che non si sarebbe ricandidato alle elezioni presidenziali, che sembra debbano tenersi nel prossimo mese di maggio. Ma ora i suoi collaboratori vanno dicendo che il leader 76enne è l’unico candidato di Fatah, lasciando intendere che cercherà di farsi eleggere per un altro mandato.Sebbene abbia ripetutamente proclamato negli ultimi due anni che i palestinesi non avrebbero ripreso i negoziati diretti con Israele finché il governo israeliano non congelerà tutte le attività edilizie negli insediamenti e a Gerusalemme est e non accetterà le linee pre-’67 come base per una soluzione a due stati, adesso Abu Mazen ha consentito che si tengano colloqui in Giordania fra rappresentanti dell’Olp e inviati israeliani.Abu Mazen ha gettato la sua gente nella confusione anche riguardo alla questione della riconciliazione e dell’unità con Hamas. Inizialmente la sua posizione era che non avrebbe mai avviato trattative con Hamas a meno che Hamas non ponesse fine al suo controllo sulla striscia di Gaza. Poi però ha cambiato posizione ed ha accettato di parlare con Hamas senza pretendere che fosse consentito a Fatah e Autorità Palestinese di tornare nella striscia di Gaza. L’anno scorso Abu Mazen ha annunciato che lui e il capo di Hamas, Khaled Mashaal, avevano raggiunto un accordo per porre fine alla controversia fra le due parti e “voltare pagina” nelle relazioni fra loro. Tuttavia, nello stesso momento in cui parlava di riconciliazione e unità, le sue forze di sicurezza in Cisgiordania continuavano ad arrestare i sostenitori di Hamas. I palestinesi sentono un sacco di discorsi sulla riconciliazione, sull’unità e sul porre fine alle divisioni in campo palestinese, ma sul terreno vedono adottare misure che dicono tutt’altro: vedono le forze di sicurezza di Abu Mazen che schiacciano gli attivisti di Hamas e vedono Hamas fare lo stesso con i rappresentanti di Fatah.Anche le mosse di Abu Mazen nell’arena internazionale hanno suscitato confusione fra i palestinesi. Prima di presentare, lo scorso settembre, la domanda di adesione unilaterale alle Nazioni Unite (senza negoziato né accordo con Israele), aveva fatto sapere che se il tentativo di raggiungere l’indipendenza per questa via fosse fallito avrebbe dato le dimissioni o avrebbe smantellato l’Autorità Palestinese. Ma ora che il tentativo è fallito, non sembra avere alcuna intenzione di dare corso alle sue minacce.Anche i discorsi di Abu Mazen circa una terza intifada sconcertano molti suoi elettori. Da una parte egli non manca di sottolineare la sua opposizione a una terza intifada, sostenendo di rimanere impegnato verso il metodo dei negoziati pacifici con Israele. Dall’altra, ha recentemente parlato di una “intifada popolare” che dovrebbe essere simile a quella che scoppiò nel dicembre 1987 quando i palestinesi utilizzavano pietre e bombe incendiarie per attaccare soldati e coloni ebrei nei territori (e intanto va ad omaggiare in Turchia alcuni fra i più feroci terroristi scarcerati da Israele sotto il ricatto di Hamas per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit).Con un simile approccio è difficile immaginare che Abu Mazen e la sua fazione Fatah possano guadagnarsi la fiducia della maggioranza dei palestinesi, se e quando si terranno le prossime elezioni di qui a quattro mesi.(Da: Jerusalem Post, 10.1.12)

Israele-Egitto; pellegrinaggio annullato per minacce

Cerimonia ricordo rabbino Yaakov Abuhatzera si farà in Israele

(ANSAmed) - TEL AVIV, 11 GEN - E' stato annullato per ragioni di sicurezza un pellegrinaggio che centinaia di ebrei sefarditi israeliani contavano di svolgere alla fine del mese, come ogni anno, a Damanhour (delta del Nilo) per pregare presso la tomba del rabbino Yaakov Abuhatzera. Uno degli organizzatori - il rabbino Yehiel Abuhatzera - ha detto alla stampa di aver deciso di sostituire il pellegrinaggio in Egitto con una cerimonia religiosa in Israele alla luce di gravi minacce nei confronti dei fedeli ebrei giunte negli ultimi giorni da parte di ambienti islamici fondamentalisti egiziani.Considerato uno dei rabbini più stimati degli ebrei del Marocco, il rabbino Yaakov Abuhatzera morì nel 1880 a Damanhour mentre via terra stava dirigendosi verso Gerusalemme


Pucce

Ingredienti per 4 persone:450 gr di farina 150 gr di semola di grano duro 1 cucchiaino di zucchero 1 panetto di lievito di birra ½ l di acqua calda 1-2 cucchiai di sale 1 cucchiaino di miele 4 cucchiai di olio 5 cipollotti 200 gr di olive taggiasche denocciolate 10 pomodorini
Procedimento 1. Mescolare la farina con la semola di grano duro. 2. Aggiungere lo zucchero e il lievito sbriciolato. 3. Unire poco alla volta l'acqua calda. 4. Salare e aggiungere anche il miele e l'olio. 5. Impastare per circa dieci minuti poi lasciare riposare coperto per circa un ora. 6. Affettare i cipollotti e rosolarli con olio olive e pomodorini. Cuocerli per 10 minuti poi lasciarli intiepidire.7.Incorporare il sugo alla pasta lievitata impastando bene e con un po di pazienza. 8. Formare delle pagnottine con un cucchiaio e disporle su una placca da forno foderata 9. Cuocere a 200-220 gradi per circa 15 minuti. http://imenudibenedetta.blogspot.com/

mercoledì 11 gennaio 2012

Voci a confronto

Le elezioni israeliane sono previste nel prossimo anno, ed un editoriale pubblicato sul Foglio ne rivela i preparativi partiti fin da ora: il ministro della difesa Barak passerebbe al partito di Netanyahu, il popolarissimo giornalista televisivo Yair Lapid scenderebbe in politica (già suo padre ebbe un forte successo personale nel 2003) creando un nuovo partito che potrebbe sottrarre a Kadima tra 15 e 20 seggi, ed il padre di Gilad Shalit, Noam, si candiderebbe coi laburisti, dei quali possiede la tessera fin da ’96, sfruttando la fama raccolta nei terribili anni della prigionia di Gilad.Una breve pubblicata su Avvenire riporta le cifre delle nuove costruzioni oltre la linea verde, pur riconoscendo che sono “non nuove in assoluto”; essendo state diramate da Peace now, vanno comunque divulgate perchè, mentre è in corso il tentativo “giordano” di sbloccare i negoziati, si vuole far credere che Israele gioca contro. Nella breve c’è spazio anche per scrivere di “Gerusalemme est, la parte a maggioranza araba della Città Santa”; ci vorrà ancora molto tempo per far capire al mondo che finalmente Gerusalemme è una città unica per ebrei, arabi e cristiani, nell’attesa che, eventualmente, possa essere anche la capitale di un futuro Stato palestinese”. A questo proposito segnalo la breve pubblicata sul Tempo, il cui contenuto, al momento, non appare del tutto chiaro a chi scrive: Sabri Ateyeh, già da 4 anni rappresentante in Italia dell’ANP, ha presenziato le sue credenziali al Presidente Giorgio Napolitano come Ambasciatore della Missione Diplomatica Palestinese.Sembra voler non comprendere le preoccupazioni e le pesanti responsabilità di Tsahal Marc Henry che, sul Figaro, parla dell’aumento di 780 milioni di dollari previsti nel nuovo bilancio israeliano per le spese militari; a parte il fatto che spesso gli investimenti militari israeliani hanno poi anche delle ricadute industriali positive per il paese, quegli impératifs de sécurité scritti in corsivo a fine articolo sembrano essere una incomprensibile presa di distanza. Tra l’altro il Figaro omette di parlare dell’aumento in favore della scuola materna previsto nello stesso bilancio preventivo, e al contrario riportato da le Monde nell’articolo di Laurent Zecchini dedicato allo stesso argomento: i bambini potranno godere di nidi gratuiti a partire dall’età di 3 anni, e non solo a partire dal quarto anno.David Harris su l’Opinione fa una panoramica di quanto devono sopportare le popolazioni non islamiche nei diversi paesi islamici, magari anche amici dell’Occidente; spesso si preferisce non vedere, ma la storia dovrebbe insegnare che tale cecità non paga mai.Il Financial Times pubblica una breve dalla quale traspare che, anche se i paesi dotati di armi nucleari sono sempre stati immuni da attacchi militari, Israele, come sostiene Tobias Buck da Gerusalemme, potrebbe essere in grado di colpire il programma nucleare iraniano anche dopo la sperimentazione della prima bomba che Ahmadinejad potrebbe sperimentare entro l’anno.La Gazzetta dello sport si occupa di Medio Oriente, e non solo di calcio o ciclismo, riportando, in una breve, alcune parole dette da Assad all’Università di Damasco ed in TV, in uno dei suoi rari discorsi pubblici; la colpa di quanto sta succedendo è dei sionisti, il paese negli ultimi mesi sta crescendo, e, prima dell’estate, con le previste elezioni (democratiche) tutto andrà benissimo. Nessuna spiegazione ai lettori? Molto più completo, su questo argomento, Lorenzo Cremonesi sul Corriere, e Antonio Panzeri che, su Libero, spiega anche che, nel frattempo, la Russia aumenta la presenza in Siria dei propri militari, e, insieme alla Cina, grazie al diritto di veto, rende impossibile qualsiasi mozione di condanna. Nel frattempo il capo della missione della Lega Araba, quel Ali al-Salem al-Dekbas troppo vicino da anni al dittatore sudanese, chiede di ritirare la missione perché non ammette che certi crimini vengano commessi sotto gli occhi della Lega Araba; verrebbe voglia di chiedergli se al contrario, dopo le leggere ferite riportate da alcuni suoi collaboratori, non sia piuttosto terrorizzato per la propria incolumità. Nonostante il fatto che la Siria sia da mesi chiusa ai giornalisti stranieri, stranamente Miriam Giannantina firma un articolo proprio da Damasco nel quale riesce ad intervistare amici ed avversari di Assad, compreso anche un giovane “alawita, dissidente e marxista” al quale è stata bruciata la casa. Davvero bravissima questa inviata, la quale tuttavia, pur parlando di “un (eventuale) futuro post Assad”, ignora in proposito le dichiarazioni del capo di stato maggiore israeliano Gantz che prevede, quando cadrà il regime di Assad, che molti alawiti scapperanno proprio in Israele e potrebbero trovare posto nel Golan. Per fortuna per i lettori del Manifesto queste affermazioni sono riportate nell’immancabile articolo di Michele Giorgio. Mi permetto di essere severo anche con Alberto Negri il quale, scrivendo su questo stesso tema sul Sole 24 Ore, al termine di un articolo privo di spunti interessanti, sospetta Israele di voler tramare chissà che cosa sul suo confine nord al momento della caduta di Assad. R. Cas, su Repubblica, rende noto che il regime siriano è arrivato a torturare perfino una bimbetta di 4 mesi, arrestata insieme al padre, il cui cadavere è stato restituito alla famiglia e mostrato su you tube coperto di evidenti tracce di violenze.You tube ha anche mostrato al mondo intero l’accoglienza tributata dal nuovo regime tunisino al capo di Hamas il quale, dopo aver visitato Egitto e Turchia, si è recato nelle principali città tunisine, accolto già all’aeroporto da centinaia di persone che gridavano “morte agli ebrei”. Isabelle Mandraud, su le Monde, scrive che, dopo la partenza di Haniyeh, che era stato spesso accompagnato nelle sue visite da Samir Dilou, ministro per i diritti dell’uomo (!), il capo del governo Hamadi Jebali ha ricevuto il presidente della locale, antichissima comunità ebraica Roger Bismuth al quale ha espresso il proprio “rincrescimento” per quanto avvenuto nel suo paese promettendo “reazioni forti e positive”.Infine una breve sul Corriere riferisce della visita fatta dal nostro ministro degli esteri Giulio Terzi al Quay d’Orsay; il prossimo 30 gennaio l’Italia riprenderà la guida della missione ONU in Libano, ma, oltre che di questo, i due ministri hanno parlato anche di Iran e delle sanzioni contro quel regime; l’Italia sembra frenare su certe decisioni, in nome dei soliti motivi economici, che alla fine, come dicevo più sopra, non pagano mai.Emanuel Segre Amar,http://moked.it/


Sindrome di Stendhal a Gerusalemme

"L'arte per l'arte" (Art for art's sake), "Beauty is truth, truth is beauty", fino al più folkloristico: "Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace", sono alcune delle frasi che vertono intorno al concetto di estetica. Non bisogna essere un grande conoscitore, un esimio professore, una gallerista in tailleur per apprezzare l'Israel Museum di Gerusalemme. Non bisogna sciorinare date, tecniche e committenze per essere a proprio agio. Fingiamoci un visitatore che nella sua vacanza nella città dorata si è ritagliato un po' di spazio tra preghiere e shwarma e iniziamo il nostro tour virtuale in un museo che non ha nulla da invidiare ai vari Moma e Metropolitan. Probabilmente indosseremo degli occhiali da intellettuale e una di quelle borse in materiale riciclabile in puro stile 'laureata no logo con un attico in centro'. Ma sappiate che adottare il look 'Barbie e Ken fanno una visita culturale' è perfettamente inutile. Perché questo non è un museo (non pensate subito al magrittiano Ceci n'est pas une pipe), è molto di più. E lo si capisce varcata la soglia. Dopo aver discusso per una riduzione sul biglietto e aver preso una audioguida fingendo di essere perfettamente anglofoni, eccoci pronti per un vero e proprio viaggio. Un viaggio che inizia all'esterno, preda dei venti. La solerte audioguida spiega infatti che ci troviamo davanti a Shrine of the book, costruito dopo il fortunato ritrovamento dei rotoli di Qumran (attualmente esposti a New York). Gli edifici e le opere realizzate appositamente per il museo tengono conto di Gerusalemme e dei suoi mille significati allegorici. Nulla è lasciato al caso. Nulla è lasciato al puro estro creativo. Tutto segue la tipica filosofia rabbinica: 'Una domanda, tante possibili risposte'. Ma smettiamola di osservare il muro nero e la buffa cupola, il cammino è ancora lungo. Dopo aver ammirato la ricostruzione in miniatura di Gerusalemme ai tempi del secondo Beit Ha Mikdash, siamo ancora ignari di cosa ci aspetta seguendo il cartello 'Art garden'. Un vero e proprio museo en plein air con opere di artisti israeliani e internazionali. I giardini che incorniciano le meraviglie sono frutto dell'architetto Noguchi (studioso dell'arte dell'Ikebana), che traspone la spiritualità zen nella città delle tre religioni monoteiste. Una commistione di diverse ramificazioni di spiritualità che rendono questo posto un luogo di pace assoluta. Sembra quasi di tornare ai tempi nei quali i giovani artisti toscani studiavano le sculture negli opulenti giardini medicei. Con la differenza che l'Israel Museum non è adornato da statue antiche o pseudo antiche ma da ingegnose opere. Picasso, Rodin (con l'inconfondibile torsione del corpo di matrice michelangiolesca), Calder e persino Anish Kapoor, l'indiano famoso per Cloud Gate (The bean) di Chicago. L'opera di Kapoor è stata realizzata appositamente per il museo e mostra la Gerusalemme celeste e quella terrestre in un gioco di specchi e riflessi. Robert Indiana ci propone invece la versione in ebraico, Ahava, del celeberrico LOVE. L'opera di Oldenburg (esponente della pop art), un grande torsolo di mela, tipico dell'artista che ha fatto del cibo fuori misura la caratteristica principale del suo lavoro, ci introduce nella galleria interna. E pensare che solamente il giardino ci ha invaso la mente di spunti di riflessione. All'interno si dislocano tre sezioni principali. Dopo una breve sosta per rifocillarci nel ristorante interno Mansfeld, si può esplorare l'area dedicata ai reperti archeologici. Un tuffo nel passato che ci farà sentire i protagonisti di un kolossal di Spielberg. Interessante osservare ad esempio l'evoluzione dei caratteri ebraici. Il nostro viaggio nel tempo continua poi con l'ala dedicata al mondo ebraico, una delle parti più suggestive e ben allestite del museo. Il ciclo della vita segnato dalle fasi principali (nascita, matrimonio, morte), gli antichi testi sacri con preziose miniature, le teche illuminate che contengono channukkioth da ogni parte del mondo, sono alcune delle attrazioni di questo luogo magico. Anche se probabilmente la parte più commovente è la minuziosa ricostruzione di sinagoghe come quella di Vittorio Veneto, di Cochin in India e nel Suriname. Per concludere, un meraviglioso video che mostra immagini di Yom Azmauth mescolando spezzoni degli anni '50 e quelli più recenti. Cinque minuti che raccontano Israele più di qualsiasi libro di storia. Ma arrivati a questo punto, anche il più ingenuo visitatore si chiede: "Dove sono i grandi nomi? Insomma è tutto bellissimo ma non c'è nemmeno un quadro da asta da Christie's!". E qui l'Israel Museum ci stupisce ancora, annoverando una ricchissima collezione dall'impressionismo di Monet e Pisarro in poi. Il Ready-made di Duchamp, l'avanguardia di Kokoschka fino al pop di Lichtenstein e Wesselmann. Non dimenticandoci della serie di Warhol intitolata "Ritratti di dieci ebrei del XX secolo", tra cui l'attrice teatrale Sarah Bernhardt, Franz Kafka, i Fratelli Marx e Golda Meir. Un proliferare di opere non troppo conosciute ma dalla firma preziosa. Un museo che deve tutto ai generosi donatori e finanziatori. Persino l'ascensore che conduce il nostro visitatore errante reca una targa che porta il nome di un benefattore. Ci troviamo quindi all'ultimo piano con i piedi gonfi e probabilmente in piena sindrome di Stendhal, ma non possiamo rinunciare alla nuova mostra sul design che farà perdere la testa agli appassionati del settore e non. E dopo aver salutato timidamente con la manina il quadro a pois colorati di Damien Hirst, possiamo davvero ritenerci soddisfatti. Lo so, vi gira un po' la testa, probabilmente il nostro visitatore avrà bisogno di rilassarsi al Mar Morto con i fanghi sul viso o di ritrovare un po' di sana superficialità in qualche nuova discoteca di Tel Aviv. Ma anche quando ballerà scatenato, i suoi occhi brilleranno ancora, illuminati dalla concentazione di tanta bellezza in un unico luogo.

Rachel Silvera,http://www.moked.it/

I Fratelli Musulmani fanno un'altra capriola

Dopo che Rashad al Bayoumi, vicepresidente dei Fratelli Musulmani, aveva dichiarato di voler mettere in discussione il Trattato di pace con Israele, Essam El Erian, uno dei principali esponenti del movimento, ha detto che «lo rispetteremo». I Fratelli Musulmani hanno ottenuto circa il 50 per cento dei seggi in Parlamento e già si accordano con i militari ..........

http://www.tempi.it/i-fratelli-musulmani-fanno-unaltra-capriola


Bottiglie

Cielo terso, sole splendente, aria fresca, neve dura ma non ghiacciata. La giornata ideale dello sciatore. Dopo una pista bellissima, e dopo aver fotografato un panorama mozzafiato, potevamo rinunciare al rifugio per un pranzo come si deve? Cibi squisiti, birra abbondante, chiacchere piacevoli. A un certo punto il discorso cade sulla Giornata della Memoria incombente, sulle prossime iniziative e sul senso di questo appuntamento. «Dai un’occhiata lì», mi dice uno dei commensali. Alzo lo sguardo e scorgo, tra le molte bottiglie, due etichette particolari: una con il volto di Mussolini e una con il volto di Hitler. Per poco non mi strozzo. Chiamo la cameriera e le chiedo spiegazioni su quell’arredo quantomeno insolito, cercando di rimanere tranquillo. Mi risponde candidamente che è un vezzo di un loro amico produttore di vini (pare che ne esistano anche serie con l’effige di Stalin) e che non sono il primo avventore a non apprezzare. Palesemente non si rende conto della questione che le pongo, e le chiedo di chiamarmi il proprietario. Dopo un po’ si presenta la madre a cui rivolgo lo stesso quesito. Uguale reazione di divertito stupore e di totale inconsapevolezza, sostanzialmente - io credo - sincera. Mi scaldo un po’ e le intimo di toglierle, che non è permesso esporre materiale simile in un locale pubblico e che per molto meno potrebbero finire sui giornali. La sua faccia è talmente stralunata che è inutile continuare la discussione. A parte l’umore rovinato, due dubbi: come è possibile che, in questo profluvio di celebrazioni della Memoria, vi siano ancora sacche di ignoranza così diffuse e tanto abissali? Non stiamo parlando di negazionisti o di estremisti politici, ma di onesti lavoratori di montagna! E poi, che cosa conviene fare in casi come questi? Sollevare il caso mediatico, con il rischio-paradosso di favorire un’involontaria pubblicità, oppure sperare nei tempi lunghi e faticosi dell’educazione?Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas. http://www.moked.it/


72 pietre per ricordare

Continua a Roma l’installazione delle stolpersteine, le pietre d’inciampo ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig per essere poste nei luoghi dove l’attraversamento di un portone significò, per decine di migliaia di persone in tutta Europa (ad oggi si contano circa 33mila stolpersteine), la deportazione verso i lager, l’assassinio a sangue freddo, il plotone di esecuzione. È il terzo anno consecutivo che questo innovativo e apprezzato lavoro sulla Memoria, coordinato dalla storica dell’arte Adachiara Zevi, arriva sui marciapiedi della Capitale. La terza edizione prevede la messa a dimora di 72 sampietrini. Il primo, ieri mattina, è stato posto di fronte all’abitazione di don Pietro Pappagallo, sacerdote pugliese vittima della repressione nazifascista alle Fosse Ardeatine il cui coraggio e la cui disinteressata opera di nascondimento dei perseguitati “di ogni fede e condizione”, come recita la targa che lo ricorda in via Urbana, furono tra gli altri magnificamente resi da Aldo Fabrizi nel film Roma città aperta.
(Nella foto la pietra d'inciampo posta questa mattina in ricordo di Amadio Sabato Fatucci in Lungotevere Sanzio. Alla cerimonia hanno partecipato tra gli altri la responsabile del progetto Adachiara Zevi, il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, il vicepresidente Anselmo Calò e il segretario generale Gloria Arbib)http://www.moked.it/


Israele continua a porci di fronte a interrogativi disturbanti. Francesco Lucrezi commenta una mia nota affermando che Israele ha molti avversari, spesso per cause indipendenti dalla sua politica, e ha quindi bisogno assoluto di essere difeso. E ha ragione. Devo dunque chiudere gli occhi di fronte a quello che vedo e che sento? È questo il modo migliore di difendere la causa di Israele? E su queste premesse è possibile stabilire un dialogo? Capita a volte di sentirsi 'diversamente umani' solo perché si crede nella giustizia sociale, nell'equità fiscale, nel dovere di ciascuno - individui e istituzioni, senza distinzione -, di rispondere delle proprie azioni e delle proprie menzogne, in Italia o in Israele. Talora, di fronte a certi dibattiti, si è colti da un dubbio: se si contesta una politica di destra in Italia, e magari anche in Israele, si è per questo ebrei meno sensibili alla causa di Israele? E quale giudice potrà assolvere da questa ‘colpa’? E se i miei dubbi etici nei riguardi delle nostre alleanze con la destra in Italia o nei riguardi del comportamento di Israele vengono poi strumentalizzati dagli antisemiti e dai nemici pregiudiziali di Israele, dovrò sentirmi colpevole per aver espresso un’eccessiva sensibilità etica? Questa, naturalmente, non è una risposta implicita all’interrogativo, come qualcuno sarà tentato di intendere, è semplicemente un ulteriore interrogativo lacerante, che si auspica nessuno sia tentato di strumentalizzare. Mi si dice che come ebreo italiano ho il dovere di sostenere Israele a tutti i costi. Anche le azioni dei coloni? Anche la discriminazione delle donne ad opera degli integralisti religiosi? E intanto Sandro Di Castro, israeliano di Haifa, si chiede su Moked perché il rabbinato italiano non dica la sua su quanto sta accadendo in Israele.Dario Calimani anglista, http://www.moked.it/