sabato 11 ottobre 2008

Posto di blocco militare in Israele durante la guerra del Kippur

Israele celebra la festa del kippur I generali facevano scaricabarile

Festività ebraica ricordando la guerra di 35 anni fa
TEL AVIV - Lo Yom Kippur, che in Israele è cominciata ieri, è la festività ebraica più sentita. È il giorno dell’espiazione per i mali commessi e di propositi per l’anno appena iniziato. È anche pausa di riflessione e di bilanci, come quello sulla guerra del Kippur, di cui ricorre il 35esimo anniversario e sulla cui conduzione emergono ora lacune e giudizi non lusinghieri. Nella guerra del Kippur lo Stato ebraico fu attaccato in un’azione simultanea da Egitto e Siria. Il primo da sud, l’altra da nord. Israele, colto di sorpresa nel pieno della ricorrenza, inizialmente sembrò sul punto di soccombere. Poi lo spirito di sopravvivenza, la superiorità tecnica e la maggiore preparazione strategica ebbero ragione sulla preponderanza del nemico, che fu respinto su entrambi i fronti, subendo gravi perdite. Anche quelle israeliane furono alte, più di 2.600 morti e 7.000 feriti. A 35 anni di distanza, documenti sinora secretati dallo Stato ebraico hanno fatto emergere uno scaricabarile di responsabilità da parte di generali e uomini politici, assieme a molte lacune, anche di comportamento, fatte registrare anche nel conflitto del 2006 tra Israele e gli Hezbollah libanesi. Nel 1973 a ribaltare le sorti di un conflitto che per Israele inizialmente appariva perso, contribuì in misura decisiva Ariel Sharon. Fu lui, generale della riserva, a comandare la divisione che varcò il canale di Suez, aggirando le posizioni egiziane. In una deposizione da lui fatta al tempo e solo ora resa pubblica, Sharon attribuì «la maggior parte delle perdite e dei danni subiti all’assenza degli alti ufficiali dal campo di battaglia». Dai documenti è uscita ridimensionata anche la figura del ministro della Difesa Moshe Dayan, mitico capo di stato maggiore nella guerra contro l’Egitto nel 1956. Minimizzando il proprio ruolo nella rotta iniziale, Dayan sostenne di essere stato «solo un politico» e dal punto di vista tecnico militare “uno fra tanti generali ed ex generali che davano la propria opinione”. 2008-10-09 http://www.corriere.com/

Haifa - la metropolitana

Care amiche, cari amici,per l’ inizio del nuovo anno sociale abbiamo organizzato queste due gite riferite alla cultura israeliana:
Il Padiglione israeliano alla Biennale di Venezia: “Aggiunte – Architettura in continuum”Visita guidata da Giovanni Matteo Quer Domenica 19 ottobre 2008, ore 12 Punto di incontro: ingresso della Biennale a S. ELENAP.S. Disponiamo di alcuni biglietti d’ingresso offerti dal Padiglione israeliano. Per informazioni e prenotazioni scrivere al nostro nuovo indirizzo avii1975@gmail.com oppure telefonare. e ancora:Impressionisti e post-impressionistiCapolavori dall’Israel Museum di GerusalemmeMart di RoveretoMuseo di arte moderna e contemporanea Domenica 9 novembre 2008, ore 11Visita guidataP.S. Eventuale viaggio in pullman Verona-Rovereto e ritorno se il numero di adesioni è adeguato. Per informazioni e prenotazioni scrivere al nostro nuovo indirizzo avii1975@gmail.com oppure telefonare In attesa della vostra rapida risposta vi inviamo un cordiale saluto
ASSOCIAZIONE VERONESE ITALIA-ISRAELE

Tel Aviv

Giovinco: "Contro Israele è la partita della vita"

........."Contro Israele è la partita della vita e non possiamo fallire - ha spiegato oggi dal ritiro azzurro proiettandosi alla sfida di sabato ad Ancona - Ci sono in ballo due anni di lavoro, sarebbe assurdo buttare all'aria tutto quello che abbiamo costruito con il lavoro e il sacrificio. Ogni partita è un esame, si sa, ma noi questa volta non possiamo sbagliare"........Rispetto a qualche mese fa la formazione di Casiraghi ha ritrovato la fiducia nei propri mezzi: "La condizione del gruppo è buona - le parole di Giovinco - mentre contro la Croazia e la Grecia, reduci dalle Olimpiadi, non eravamo al meglio. Tutti ci chiedono di vincere e di dare spettacolo, ma non sempre è facile. E non lo sarà contro Israele, per la posta che c'è in palio e perchè quella israeliana è una nazionale tosta, con buonissime individualità. Il futuro? Adesso devo pensare all'Under, per la Nazionale maggiore c'è tempo". 9 ottobre 2008, http://quotidianonet.ilsole24ore.com/

giovedì 9 ottobre 2008

Betlemme - particolare pavimento Chiesa

Under 21: Acquafresca `Non sottovalutare Israele`

(AGM-DS) - 07/10/2008 16.10.43 - (AGM-DS) - Milano, 7 ottobre - Robert Acquafresca predica prudenza in vista della gara di Ancona in programma sabato contro Istraele. L’attaccante del Cagliari, appena rientrato da un infortunio, che nel novembre 2007 a Fermo ando` in gol contro l`Azerbaijan e vorrebbe ripetersi in maglia azzurra nelle Marche. `Il piu` grave errore sarebbe sottovalutare la partita. Non e` facile, se Israele e` arrivato fin qui dobbiamo essere preparati a tutto. Studieremo gli avversari guardando filmati. L`andata in casa? Speriamo di vincere entrambe le partite`.

ISRAELE: MONASTERO SOVRASTANTE SANTO SEPOLCRO RISCHIA IL CROLLO

Gerusalemme, 7 ott. - (Adnkronos) - Il monastero Deir Sultan, sul tetto della basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, rischia il crollo ma la ristrutturazione e' ostacolata dallo scontro sulla proprieta' del luogo sacro che da lunghissimo tempo oppone la Chiesa ortodossa etiope a quella copta. L'allarme appare oggi sul quotidiano israeliano "Haaretz" che cita un recente rapporto tecnico secondo il quale "il pericoloso stato" dell'edificio "mette in pericolo la vita dei monaci e dei visitatori" e pone un rischio anche per le chiese vicine, compreso la Basilica del Santo Sepolcro. Composto da due cappelle e 26 celle monacali, il Deir Sultan e' abitato da monaci etiopi, ma la Chiesa copta ne rivendica la proprieta'. Gia' nel 2004, prima che la situazione dell'edificio peggiorasse ulteriormente, il ministero israeliano degli Interni si era offerto di pagare i lavori a patto che i contendenti trovassero un accordo. Ora l'arcivescovo Matthias, capo della Chiesa etiope a Gerusalemme, ha inviato una lettera denunciando l'urgenza della situazione e chiedendo al governo israeliano d'intervenire come parte neutra e realizzare i lavori. La condizione di un'accordo con i copti "e' per noi inaccettabile"- scrive l'arcivescovo- "perche' noi non riconosciamo nessun diritto alla Chiesa copta su quest'area". La vicenda e' purtroppo un tipico esempio dei conflitti che oppongono le diverse confessioni cristiane sulla proprieta' e la gestione del Santo Sepolcro, tanto complessi da far si' che le chiavi di accesso alla Basilica siano affidate a musulmani.


Cucina/ Il Libano vuole Israele fuori dal mercato dell'hummus

Confidustria Beirut pronta ad andare in tribunale

Beirut, 7 ott. (Ap) - Il Libano all'attacco di Israele: per l'hummus, la deliziosa purea di ceci che ritiene un piatto nazionale e che gli intraprendenti imprenditori israeliani stanno commercializzando nel mondo. Il presidente della Confindustria libanese, Fadi Abboud, accusa lo Stato ebraico di "furto" e non ci va leggero: starebbe preparando un processo internazionale, per contestare l'uso del nome hummus e di altri piatti.
Secondo Abboud, il Libano avrebbe dovuto avere la preveggenza di registrare i nomi dei suoi piatti più famosi, ma Israele non ha il diritto di usurpare i nomi e i proventi della loro commercializzazione. Abboud ha detto alla Associated Press che sta seguendo il precedente della Grecia, che nel 2002 si vide riconosciuto il marchio "dop" per la feta. Quella sentenza però fu pronunciata dalla Corte europea del Lussemburgo e regola ovviamente una disputa fra stati Ue. Mentre non è chiaro davanti a quale tribunale gli imprenditori libanesi potrebbero portare il loro caso; Libano e Israele oltretutto sono paesi ufficialmente in guerra, e un libanese che abbia contatti con lo Stato ebraico è punibile con il carcere.
L'hummus è una pasta di ceci, sesamo, olio, aglio, limone e sale che viene consumata da secoli in Medio Oriente; l'origine esatta è ignota. Ma è diventato molto popolare anche in Israele.
Abboud spiega che gli industriali libanesi hanno chiesto al Ministero dell'Economia di avviare una procedura per registrare non solo il marchio "hummus" ma anche quello della crema di melanzane, "baba ghannouj", e della semola condita con pomodori e prezzemoli, il "tabouleh".


Testimoni del non provato. La terza generazione della Shoah

di Di Castro Raffaella, Ed Carocci, Prezzo: € 26.00

Siamo sicuri che l'inarrestabile scomparsa dei testimoni diretti della Shoah sia "il problema cruciale" della nuova era della memoria? Chi e come sarà il "nuovo testimone"? Non potrebbe rivelarsi un falso problema che rischia di mascherare e confondere idolatricamente altre questioni? Il volume lascia parlare coloro su cui sono puntati i riflettori dell'attenzione pubblica: l'ultima o terza generazione di ebrei ad aver ricevuto una trasmissione diretta della memoria delle persecuzioni fasciste e naziste. Le caratteristiche e le problematiche della terza generazione sono le stesse con cui la società post-Shoah per intero deve fare i conti: essere nati dentro una ferita che per quanto non vissuta comunque ci riguarda e ci richiede di ricostruire attorno ad essa un corpo, al tempo stesso individuale e collettivo.

mercoledì 8 ottobre 2008


David Grossman intervistato sul suo ultimo romanzoa "Che tempo che fa" di Fabio Fazio Testata: Rai 3 Lunedì 6 ottobre 2008

Il 7 ottobre uscirà il suo ultimo romanzo “A un cerbiatto somiglia il mio amore” edito dalla casa editrice Mondadori. David Grossman, uno fra gli scrittori israeliani più apprezzati in Italia, è stato ospite domenica sera del programma televisivo “Che tempo che fa” condotto da Fabio Fazio per presentare il libro che ha dedicato al figlio Uri morto nella seconda guerra del Libano. L’amore, la guerra, la tolleranza, il rispetto per l’altro, il valore della donna, i limiti della scrittura sono alcuni fra i temi che lo scrittore ha affrontato. Dopo un breve ricordo dei suoi primi passi nel mondo della radio con la partecipazione ad un quiz su Shalom Aleikem, le cui opere conosceva così bene grazie al padre che gli aveva donato i libri di questo importante scrittore ebraico della diaspora e che gli avevano consentito, fra l’altro, di conoscere l’infanzia del padre, Grossman si sofferma sui contenuti del romanzo, secondo alcuni critici “un’opera definitiva attraverso la quale è possibile conoscere Israele” e il cui titolo originale è “Una donna in fuga da una notizia”. Alla domanda del conduttore se la fuga dalla realtà sia l’unica possibilità di sopravvivere Grossman risponde che, invece, è indispensabile confrontarsi con la realtà perché fuggire è pericoloso come purtroppo vediamo fare ogni giorno nel mondo. Per Orah, la protagonista del libro, che intraprende un viaggio per allontanarsi dall’eventualità che le giunga la notizia della morte del figlio soldato, la fuga non è passiva; Orah non vuole assolutamente essere vittima della situazione e pertanto conoscendo i meccanismi della realtà israeliana e di come le notizie vengano portate dai rappresentanti dell’esercito pensa che allontanandosi da casa potrà salvare la vita del figlio. Durante il viaggio inizia a raccontare ad un suo vecchio amore adolescenziale che risulterà poi legato al figlio, tutto ciò che riguarda la vita del ragazzo, cosa significhi crescere un uomo e narrando questa storia vuole infondere vitalità ed essere di protezione al figlio sul campo di battaglia. Per David Grossman è stato un grande piacere descrivere questa donna. “In un libro d’amore si descrivono le cose fondamentali della vita. Una donna per sua natura è più vicina rispetto all’uomo a questi processi primigeni. Le donne dispongono di elementi che le fanno diventare delle sovversive impedendo loro di essere, per così dire, fedeli ai sistemi, alle religioni. Le donne sono più fedeli ai propri istinti primari”. “Volevo raccontare una storia d’amore – continua Grossman – nell’ambito di questo grosso contenitore che è la guerra. Esiste una contraddizione di fondo fra l’amore e la guerra e dovremmo ricordarci che l’amore è tutto ciò che rende un essere umano diverso da qualsiasi altra cosa. Con la guerra cerchiamo di disumanizzare il nostro prossimo e vivendo in Israele la contraddizione fra queste due situazioni è così forte che si riscontra in moltissime persone. Quando si vive la propria vita in una realtà catastrofica il primo istinto è rinchiudersi in se stessi. Per questo ho cercato di dimostrare il potere, la forza della vitalità esplorando la vita in tutte le sue sfaccettature”. Alla domanda di Fazio se ha mai avuto la tentazione di andar via da Israele Grossman risponde, come molte altre volte, che “Israele è l’unico luogo dove non sono straniero, dove posso sentirmi a casa”. “Sono stato fortunato – spiega lo scrittore – perché sono nato quando c’era già lo Stato, abbiamo creato la letteratura, la lingua e penso ad Israele come a un parente che non sta bene e proprio per questo non lo si abbandona ma si cerca di fare qualcosa per migliorare la sua situazione”. Nei suoi scritti Grossman ribadisce agli israeliani che esiste un’alternativa e che non “siamo condannati a vivere una vita sotto terra, passando da una guerra all’altra”. E la pace non significa soltanto risolvere i problemi pubblici con i palestinesi. “La pace è qualcosa di diverso: dobbiamo entrare in un'altra dimensione ed essere in grado di esplorare tutte le possibilità che la vita ci offre. Attualmente viviamo una vita parallela rispetto a quella che ci meritiamo di vivere. E per questo abbiamo bisogno della pace”. Sul “limite” consentito alle parole David Grossman non ha dubbi. “Ci sono molti limiti proprio perché le parole non sono sufficienti a descrivere le situazioni cruciali della vita. Dopo la catastrofe che ha colpito la mia famiglia due anni fa ricevo molte lettere di scrittori che pur volendo confortarmi scrivono di non essere in grado di esprimere i loro sentimenti. Sono convinto che quando ci troviamo ad esprimere le situazioni primarie della vita manchino le parole. Gli scrittori sanno che scrivere è avvicinarsi il più possibile all’indicibile, all’impronunciabile. Questo è il nostro compito” E leggere l’ultimo romanzo dello scrittore israeliano è davvero accostarsi all’indicibile.Greco Giorgia

Haifa - quartiere tedesco

La Suprema Corte israeliana sospende costruzione di un ponte nei pressi della Porta dei Magrebini.

Gerusalemme - Infopal. La Corte Suprema israeliana ha ordinato una sospensione temporanea nella costruzione di un ponte nell'area della Porta dei Magrebini, nella Spianata delle Moschee.
La Corte ha chiesto l'interruzione dei lavori a seguito della presentazione di numerosi esposti legali. La decisione della Corte obbliga il governo di Israele a interrompere gli scavi per il posizionamento di 88 colonne di supporto al ponte. 06-10-2008 http://www.infopal.it/

lunedì 6 ottobre 2008




Hiram "Harry Bingham IV

Bingham: L'uomo che portó in America Chagall, Thomas Mann e 2500 ebrei europei dalla Francia di Vichy
Una cara amica israeliana mi ha raccontato una storia straordinaria che ormai corre sul web ma che ha avuto bisogno di decenni per venire onorata. Nel maggio di quest'anno La posta americana gli ha dedicato un francobollo.Hiram "Harry Bingham IV era a Marsiglia come vice console degli Stati Uniti incaricato di emettere visti durante il regime di Vichy quando migliaia di rifugiati fuggivano verso la Francia meridionale dalle grinfie delle armate hitleriane.In un'intervista registrata nel lontano 1980 Bingham 8 anni prima di morire confermó di aver emesso migliaia di visti americani per i rifugiati alla nipotina tredicenne.Quello che non le disse é che ció che aveva fatto lo fece contro la politica ufficiale del Dipartimento di Stato.
kkassandra.blogspot.com/

animali in libertà nel Neghev

A Baku si è tenuta la mostra fotografica “Israel attraverso gli occhi degli azerbaigiani ”

Il 22 Settembre, a Baku, all’Istituto del Turismo dell’Azerbaigian con il supporto dell’Ambasciata dell’Israele in Azerbaigian è stata aperta la mostra fotografica “Israele attraverso gli occhi degli azerbaigiani”. L’Ambasciatore israeliano in Azerbaigian, Sig. Artur Lenk ha parlato della storia delle relazioni fra due I paesi. Anche i lavori di un gruppo di giovani azeri , che hanno visitato l’Israele lo scorso anno, sono stati erano esibiti alla mostra. Il Ministro della Cultura e del Turismo dell’Azerbaigian, Sig.r Abulfaz Garayev ha parlato delle attività dell’Istituto del Turismo dell’Azerbaigian (ATI) e dell’importanza di questa mostra. Il Ministro ha notato che il potenziale del turismo dell’Azerbaigian si sta sviluppando. A mostra sono stati esibiti 18 lavori dell’Israele.


Gennaro Verolino

Gennaro Verolino (Napoli, 3 novembre 1906 – Roma, 17 novembre 2005) è stato un arcivescovo cattolico italiano.
Vita
Visse la sua infanzia e giovinezza ad Acerra, paese di origine della madre. Studiò presso il seminario di Acerra, e poi, alla facoltà teologica dei Gesuiti di Napoli. Fu ordinato sacerdote il 23 dicembre 1928, nella cappella privata di monsignor Francesco De Pietro, vescovo della diocesi di Acerra.Dopo poco fu inviato a Roma dove studiò presso l'Apollinare. Conseguì la laurea in utroque iure, scegliendo di seguire la carriera diplomatica al servizio della Santa Sede. Come segretario della nunziatura apostolica, visse in Ungheria, retta allora dal nunzio Angelo Rotta, nel 1944.In quel periodo, in piena seconda guerra mondiale, rischiando la propria incolumità fisica, si distinse per aver salvato da morte certa migliaia di ebrei. I nazisti avevano deciso di attuare la loro eliminazione di massa, di deportarli nei campi di concentramento per sterminarli, essendo l'Ungheria occupata dalle truppe di Adolf Hitler. Il futuro arcivescovo li mise sotto protezione diplomatica, con passaporti falsi. Il tutto avvenne con l'appoggio determinante del Nunzio Apostolico di allora, e con il pieno assenso di papa Pio XII.
Nomina arcivescovile
Fu elevato al rango di arcivescovo, da papa Pio XII nel 1951. Fu Nunzio Apostolico in alcuni paesi dell'America Latina, El Salvador, Guatemala, Costa Rica. In seguito svolse la sua attività presso numerosi dicasteri della curia romana, come segretario delle cerimonie, carica oggi soppressa, e altri delicati incarichi in Città del Vaticano.Nel 1986 si dimise per raggiunti limiti di età come prescrive il codice di diritto canonico. Morì a Roma il 17 novembre 2005.Dal 2007 è sepolto nella cappella dei vescovi nel cimitero di Acerra.
Onorificenze
Per l'attività svolta a favore degli ebrei, nel 2004 ha ricevuto in Vaticano, alla presenza dell'allora segretario di Stato cardinale Angelo Sodano e dell'ambasciatore di Svezia, il premio "Per Anger". Recentemente è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni (Israele).


Angelo Rotta

Angelo Rotta (Milano, 9 agosto 1872 – Città del Vaticano, 1 febbraio 1965) è stato un arcivescovo cattolico e diplomatico italiano. È stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni dallo Yad Vashem per il suo eccezionale impegno nel sottrarre gli ebrei all'Olocausto perpetrato dai nazisti.
Vita
Fu ordinato sacerdote il 10 febbraio 1895.
Entrato a far parte della diplomazia vaticana, presso la quale rimase lungamente in servizio, fu nominato, poco più che cinquantenne, internunzio apostolico per il Centroamerica il 12 ottobre 1922 con il titolo di Arcivescovo di Tebe. L'ordinazione episcopale avvenne il 1º novembre 1922. Fu in Turchia come vicario apostolico di Costantinopoli dal 1925 al 1930, quando passò a prestare servizio nei Balcani, ove rimase sino allo scoppio e durante la Seconda guerra mondiale.
L'impegno per la salvezza degli ebrei
In qualità di membro del Corpo diplomatico vaticano in Bulgaria si prodigò per la salvezza degli ebrei minacciati di sterminio, fornendo loro, a questo scopo, falsi certificati di battesimo e persino passaporti che consentirono a numerose persone di riparare nell'allora Palestina britannica.
Tale attività a favore degli Ebrei gli valse la promozione a nunzio apostolico a Budapest (Ungheria) ove, tra il 1944 e il 1945 con fermo coraggio, elevò proteste contro la deportazione degli ebrei, unendosi agli sforzi compiuti con gli stessi mezzi e gli stessi obiettivi dal diplomatico svedese Raoul Wallenberg e dall'italiano Giorgio Perlasca (facente funzioni di addetto all'ambasciata spagnola). Mons. Rotta si attivo' in modo concreto per assicurare la salvezza degli ebrei perseguitati attraverso diverse misure eccezionali, che inclusero la distribuzione di ben quindicimila carte di protezione, che ponevano i relativi portatori direttamente sotto la protezione dello Stato Vaticano, oltre alla produzione di innumerevoli falsi certificati di battesimo, tesi a salvare i titolari dal lavoro forzato loro imposto dalle autorità collaborazioniste e dai nazisti.
Di particolare rilievo fu, tuttavia, la creazione di una intera rete costituita da numerose "case protette" le quali, godendo di extraterritorialità, costituirono un rifugio per centinaia di ebrei ricercati e minacciati di morte dai nazisti, questi ultimi guidati personalmente da Adolf Eichmann e dai fascisti ungheresi aderenti al movimento delle "Croci Frecciate".
Secondo la testimonianza oculare di Rafael Maria Stern, un ebreo ungherese poi deportato ad Auschwitz e successivamente emigrato in Israele, Angelo Rotta ospitò diversi ebrei direttamente nella Nunziatura e, in una occasione, si rese protagonista di un gesto eroico: personalmente presente presso la stazione ferroviaria, interpose la propria persona fisicamente per impedire temporaneamente la partenza di un convoglio di vagoni piombati carichi di deportati ebrei avviati allo sterminio. Distribuiti sul posto i passaporti vaticani che recava con sé ai prigionieri, ottenne il rilascio immediato di un centinaio di persone prima che il treno ripartisse.
Lasciati gli impegni diplomatici, Angelo Rotta prestò servizio presso la Curia romana sino all'età di oltre 84 anni, ritirandosi dalle attività pubbliche nel 1957. Morì, novantaduenne, in Vaticano, il 1º febbraio 1965. A Budapest, sull'edificio che durante la guerra ospitava la Nunziatura apostolica, in piazza Dísz, una lapide commemorativa ricorda la memoria del suo impegno umanitario.
Impegno della diplomazia vaticana a favore degli ebrei
A testimonianza del vasto impegno vaticano nell'assicurare la salvezza degli ebrei nell'Europa Orientale, va ricordato anche il ruolo, simile a quello di Angelo Rotta, svolto dai Nunzi apostolici Giuseppe Burzio in Slovacchia ed Andrea Cassulo in Romania. Importante fu anche il contributo di Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, il quale, nunzio in Turchia, più volte viaggiò verso l'Europa Orientale occupata dai nazisti per assicurare salvezza agli ebrei. http://it.wikipedia.org/





Chiune Sugihara

Uno dei meno noti tra i coraggiosi diplomatici che rischiarono la loro vita e carriera per salvare gli ebrei dalle persecuzioni naziste è il giapponese Chiune Sugihara (pron. "ciiùne sughihàra", 1900-1986). Chiamato "Lo Schindler giapponese", Sugihara nell'estate del 1940 salvò la vita di oltre 2000 profughi ebrei, fornendo loro un visto per il Giappone, contro l'ordine esplicito del suo governo. Pochi sanno che Sugihara era un cristiano ortodosso, e che la sua fede fu fondamentale nel gesto di coraggio che lo ha reso celebre. Come disse egli stesso, "posso avere disobbedito al mio governo, ma se non lo avessi fatto avrei disobbedito a Dio".
I primi anni di un eroe sconosciuto
“Onore” e “obbedienza” sono comunemente riconosciuti come valori fondamentali del carattere giapponese; le immagini di onore militare legati ai Samurai, il rispetto per gli anziani, l'orrore per la perdita della rispettabilità sono fissati nelle impressioni dello spirito giapponese. Eppure, da questa cultura e carattere è sorto un eroe la cui fede personale è stata superiore all'onore nazionale: Chiune Sugihara. I primi anni di Chiune Sugihara mostrano l'indipendenza e la grandezza di carattere che in seguito avrebbero guidato la sua sfida alle autorità del ministero degli esteri giapponese. Forse il suo carattere insolito era prefigurato dalla coincidenza della sua nascita a cavallo del nuovo secolo, il 1 gennaio del 1900. Chiune nacque nella piccola città di Yaotsu, nella Prefettura di Gifu, secondo figlio di una famiglia di cinque fratelli e una sorella. I suoi genitori erano di un livello sociale di una certa prominenza, dato che sua madre aveva antenati samurai e aristocratici; suo padre Yoshimizu era il locale funzionario delle tasse dell'imperatore, e sua madre Yatsu era famosa per la sua bellezza. Nel 1910, dopo l'annessione al Giappone della Corea, suo padre fu inviato a Seul come funzionario governativo. Lasciato il posto di governo nel 1915, il padre rimase a Seul a dirigere un albergo fuori città. La moglie lo raggiunse nel 1917. Nel 1912, Chiune uscì con il massimo degli onori dalla scuola Furuwatari, ed entrò alla scuola media superiore Nagoya Daigo Chugaku (ora scuola superiore Zuiryo). Come studente, a Chiune era richiesto di imparare e seguire lo spirito del Bushido, il codice di condotta dei Samurai, e di rispettare gli anziani. Tuttavia, ci fu un distacco tra lui e suo padre riguardo alla sua vocazione. Il padre di Chiune desiderava che suo figlio diventasse un medico. Chiune voleva diventare insegnante, e si radicò nel suo intento, fino al punto di fallire di proposito nell'esame per la scuola di medicina, scrivendo solo il suo nome sui documenti d'esame. A causa di questo persistente disaccordo, il padre finì per diseredare Chiune.
Nel 1919, Chiune si iscrisse all'unversità di Waseda (un'università progressista di Tokyo) per seguire il suo desiderio di studiare la letteratura inglese, e dovette farsi personalmente carico della propria istruzione e le spese. Si ritirò dall'Università dopo il primo semestre, apparentemente perché non poteva affrontare le spese. Nel tardo autunno del 1919, Chiune si iscrisse a un esame del ministero degli esteri che avrebbe permesso a 14 studenti di studiare all'estero con sussidi e borse di studio. Passò l'esame e scelse di studiare il russo, dopo che la sua prima scelta della Spagna fu assegnata a un altro studente. Nel 1924 fu assegnato all'istituto linguistico giapponese di Harbin, in Manciuria (Cina nord-orientale), dove ebbe un posto di lavoro come impiegato all'ambasciata giapponese. A quel tempo, Harbin era un coacervo di diversità religiose, etniche e politiche a causa della ferrovia recentemente costruita, e Chiune venne in contatto con persone di diversa origine nazionale, etnica e religiosa, inclusi gli ebrei.
Sembra che Chiune sia stato uno studente diligente, e imparò bene il russo oltre all'inglese, al cinese, al tedesco e al francese. Si diceva che fosse il miglior conoscitore del russo nel governo giapponese (e che fosse tanto immerso nella cultura russa da bere più vodka di qualsiasi commissario russo): è un fatto che riuscì a negoziare - in termini di gran lunga favorevoli al Giappone - l'accordo con l'Unione Sovietica che consentiva l'espansione della ferrovia giapponese nella Manciuria del nord, e che fece perdere ai sovietici somme colossali di interessi economici.
Matrimoni e conversione al cristianesimo
Chiune è ricordato come uomo gentile, generoso, rispettoso e socievole durante i suoi anni di studio e di lavoro a Harbin, e durante tutta la sua carriera al ministero degli esteri. Un'ulteriore testimonianza della sua indipendenza dalla tradizione fu il suo matrimonio nel 1924 con Klaudia Semionovna Apollonova, di una famiglia di russi bianchi. Chiune si convertì dal buddismo al cristianesimo ortodosso per sposare Klaudia. La moglie e la sua famiglia si spostarono nella residenza ufficiale che egli aveva per il suo ruolo a Harbin, un'insolita configurazione familiare per gli standard giapponesi di quel tempo. Vi sono alcune ipotesi che il matrimonio di questo ambizioso diplomatico di carriera possa avere aiutato ad aprire le porte per ottenere informazioni sui movimenti e il pensiero della comunità dei russi bianchi. Recenti ricordi della sua prima moglie parlano di un grande affetto reciproco, e non danno nessun indizio che il loro fosse un matrimonio di convenienza.
Nel 1932, dopo avere ottenuto il controllo militare di tutta la Manciuria, il Giappone vi stabilì una nazione nominalmente indipendente chiamata Manchukuo, e vi installò un governo fantoccio repressivo. Questo governo nominò Sugihara console generale. Ma nel 1934 Sugihara rassegnò le dimissioni, non riuscendo a sopportare il trattamento brutale inflitto ai cinesi, che lasciò milioni di civili morti o senza tetto. Il ministero non lo punì per questa presa di posizione, forse in considerazione del suo impegno personale, che lo aveva visto andare ben al di là dei compiti richiesti dal governo nell'organizzazione degli aiuti umanitari dopo un'inondazione nella Manciuria settentrionale.A questo periodo, e prima del suo rientro in Giappone, avviene il divorzio dalla moglie Klaudia. Da un'intervista con quest'ultima, morta a 93 anni in un pensionato russo a Sydney, in Australia, risultano alcuni dati interessanti della vita di Chiune Sugihara. Nonostante Klaudia Apollonova Sugihara Dorf si fosse risposata e non vedesse Chiune da 60 anni, aveva memorie vivide del primo marito, del quale si dichiarava "ancora pazzamente innamorata", e con cui era rimasta in corripondenza fino al 1980, quando Sugihara era già prossimo alla morte.
La prima signora Sugihara apparteneva a una famiglia di profughi della rivoluzione comunista, per le cui sventure Sugihara dimostrò una straordinaria compassione. Fu egli stesso a stemperare il carattere antisemita della famiglia della moglie. Il divorzio ebbe luogo interamente per iniziativa di Klaudia, che aveva un terrore di generare figli nato da orribili ricordi di parti di fortuna in carrozze cariche di profughi che fuggivano dai bolscevichi. Questo le aveva instillato la decisione di non avere figli, nonostante il desiderio di Sugihara di avere una famiglia. Quando il problema di formare una famiglia si fece nuovamente sentire dopo 12 anni di matrimonio, Klaudia disse a Chiune di sposare una donna del suo popolo, e lo lasciò. Tuttavia, Sugihara rimase in contatto con la prima moglie e aiutò economicamente lei e la sua famiglia.
Al rientro in Giappone, Chiune iniziò le preparazioni per la riassegnazione al servizio in Europa, e nel febbraio 1935 sposò Yukiko Kikuchi, incontrata durante una visita a Tokyo, e che era rimasta impressionata dai suoi modi sofisticati e dalla sua gentilezza di carattere. Nella sua autobiografia, Visas for Life, Yukiko Sugihara riconosce che, dato che il marito era stato battezzato come cristiano ortodosso, anche lei volle essere battezzata, prendendo il nome cristiano di Maria.
Nel 1936 nacque il figlio primogenito Hiroki (che prese il nome dal contemporaneo primo ministro giapponese Koki Hirota), quindi Chiaki e Haruki. Il quarto figlio Nobuki nacque nel 1951, quattro anni dopo la morte del terzo figlio, Haruki (nato in Lituania nel 1940, e morto in Giappone il 12 novembre 1947). La moglie raggiunse Chiune nei suoi incarichi all'estero. La sorella minore di Yukiko, Setsuko, visse con loro la maggior parte del tempo, in parte per assistere la sorella nella crescita dei figli: morì anche lei nel 1947.
Dalla costernazione al coraggio
Nel 1937 Sugihara fu inviato con la sua famiglia come traduttore all'ambasciata giapponese di Helsinki (il suo desiderio di essere assegnato a Mosca era stato respinto dai sovietici, evidentemente memori dei suoi successi diplomatici in Manciuria); sicuramente, la sua esperienza convinse il governo giapponese a sistemarlo non lontano dal confine dell'Unione Sovietica per osservare i movimenti russi nella regione. Sugihara fu scelto, nel marzo 1939, per aprire il primo consolato giapponese a Kovno (Kaunas) in Lituania. Il ministero degli esteri lo mantenne in un ruolo di basso profilo, e gli diede il titolo di vice-console. Non dipendeva dal console generale giapponese a Riga, ma direttamente dal ministero degli esteri a Tokyo. Questa assegnazione di una persona di poca preminenza diplomatica indicava il desiderio dei suoi superiori di raccolta di informazioni sulle intenzioni sovietiche e tedesche su questo confine cruciale tra la Russia e il fronte tedesco.
Dopo l'invasione tedesca della Polonia nel settembre 1939, un gran numero di profughi si riversò in Lituania. L'emissione di visti era cosa di poca importanza in un posto di sorveglianza come quello di Sugihara in Lituania. I suoi rapporti ai superiori e all'ufficio di Tokyo mostrano la sua consapevolezza della crescente presenza di profughi in Lituania, così come delle condizioni interne della Polonia, da parte dei suoi informatori polacchi. Famiglie di profughi ebrei e non ebrei divennero amici di Sugihara e di sua moglie, che udirono storie raccapriccianti di atrocità tedesche contro gli ebrei nei territori appena occupati.
Sugihara iniziò a concedere visiti di transito a profughi, inizialmente in linea con la politica diplomatica giapponese. I visti di transito erano emessi a favore di chiunque avesse una destinazione al di là del Giappone e il denaro per mantenersi durante la propria limitata permanenza in Giappone. Con l'intensificarsi della guerra e l'invasione sovietica della Lituania, file di profughi iniziarono a formarsi al di fuori dei consolati. Nel luglio 1940 il governo sovieticò chiese a tutti i consolati in Lituania di chiudere. Invece di partire, Sugihara chiese e ottenne un'estensione fino alla fine di luglio, che lasciava lui e il rappresentante olandese come gli unici due consoli stranieri in Lituania. Il console onorario olandese, un funzionario della Philips di nome Jan Zwartendijk, iniziò a stampare passaporti con un visto di destinazione finale per l'isola di Curaçao nelle Indie Occidentali Olandesi. Sfidando le consuete regole diplomatiche, Zwartendijk e il suo superiore de Decker, ambasciatore olandese in Lettonia, avevano certificato in una dichiarazione ufficiale che Curaçao non richiedeva un visto formale di ingresso (omettendo di proposito di menzionare la seconda parte della notizia, ovvero che l'ingresso richiedeva il permesso del governatore di Curaçao). Questi "visti" per Curaçao aprivano una possibilità ai profughi ebrei di certificare una meta finale oltre la Lituania ed erano sufficienti per Sugihara a emettere il visto di transito per il Giappone. Egli cercò e ottenne il permesso dei sovietici perché i profughi con i suoi visti di transito viaggiassero attraverso la ferrovia transiberiana fino a Vladivostok. Una volta là, potevano imbarcarsi su una delle navi che facevano la tratta da Vladivostok a Tsuruga, in Giappone. Tuttavia, Sugihara entrò chiaramente in conflitto con la politica ufficiale quando iniziò a concedere visti per ogni profugo minacciato che arrivava al suo consolato. Chiune telegrafò al suo governo almeno tre volte chiedendo il permesso di continuare a concedere visti, e il permesso gli fu negato. Dopo la risposta negativa da Tokyo, Chiune discusse la situazione con la famiglia. La decisione era difficile: se da una parte Chiune era un diplomatico di carriera che poteva essere licenziato e fatto cadere in disgrazia (cosa che avrebbe comportato estreme difficoltà finanziarie per la famiglia in futuro), dall'altra era un cristiano e un discendente di samurai cresciuto nell'etica dell'aiuto alle persone in difficoltà. Anche se Chiune e Yukiko temevano per le loro vite e quelle dei figli, alla fine poterono solo seguire le loro coscienze. I visti sarebbero stati firmati. Il figlio Hiroki ricorda in un'intervista: "Mio padre prese una decisione basata sulla pura umanità. Se tu avessi il potere di salvare degli uomini e non lo facessi, che specie di uomo saresti?" Yukiko ricorda nelle sue memorie che la decisione di continuare a concedere visti nonostante la proibizione ufficiale causò al marito costernazione e preoccupazione.
L'11 agosto 1940, nel periodo di prolungamento di 20 giorni ottenuto dalle autorità sovietiche di Kovno dopo il termine massimo di richiesta di chiusura del consolato, Sugihara iniziò a concedere visti di transito in Giappone senza permesso ufficiale, lavorando fino a 20 ore al giorno a scrivere meticolosamente i caratteri che formavano i visti (riuscì a produrne oltre 300 al giorno, equivalenti a una mole di lavoro che solitamente avrebbe richiesto un mese), con la moglie che lo aiutava a registrarli, e a rassicurare i sempre più numerosi richiedenti che si accalcavano davanti alla sede del consolato. I resoconti d'archivio mostrano che egli emise i tanto desiderati visti di transito per numerose persone che non avevano né il visto richiesto di destinazione finale né il denaro necessario. I beneficiari dei visti ricordano i suoi sofferti tentativi di trovare pretesti razionali per concedere loro un visto, quando questo era chiaramente in violazione del suo mandato. Oltre la metà dei profughi era sprovvista di passaporti, a causa delle condizioni drammatiche del loro espatrio, così alla fine Sugihara decise di accettare ogni genere di prova, inclusi fogli bianchi di carta con scritto a mano come destinazione ""Curaçao — nessun visto richiesto". Sugihara riuscì a produrre oltre 2000 visti (le ricerche storiche ne hanno rinvenuto 2.139, alcuni emessi a nome di più di una persona, con circa 300 altre persone incluse, per lo più bambini). Dal 20 agosto, Chiune iniziò a ricevere telegrammi dall'ufficio del ministero e dai capitani delle navi che parlavano di un numero sempre crescente di profughi polacchi che cercavano di imbarcarsi su navi giapponesi con i visti di transito da lui emessi. Vi si descriveva anche la situazione sempre più caotica presso Vladivostok e le città portuali giapponesi di Tsuruga, Kobe e Yokohama. Oltre a danneggiare la sua carriera, le azioni di Sugihara lo misero certamente a rischio di fronte ai governi tedesco, e sovietico, dalla cui benevolenza dipendeva. C'è la prova, da alcuni telegrammi di questo periodo, che alcuni tedeschi stavano diventando sospettosi delle azioni di Sugihara e della sua lealtà.
Dopo avere chiuso il consolato alla fine di agosto, Sugihara continuò a scrivere a mano e a emettere visti - prima dal salone dell'Hotel Metropolis, poi alla stazione ferroviaria, e perfino gettandoli dal finestrino della sua carrozza prima che questa uscisse dalla stazione. Mentre il treno partiva, Sugihara diede il timbro del consolato in mano a un profugo, che fu in grado di usarlo per salvare ancora altre vite. Yukiko ricorda di avere massaggiato le mani indolenzite del marito per tutta quella tarda estate e nel primo autunno.
Conseguenze
Gli oltre 2.000 profughi giunti dalla Lituania in Giappone arrivarono alla fine a Shanghai, in Australia, negli Stati Uniti e ad altre destinazioni. Incidentalmente, in Giappone questi profughi ebrei furono trattati umanamente, nonostante le simpatie giapponesi per la causa dell'Asse.
Ai primi di settembre del 1940, i Sugihara presero il treno per Berlino. Una volta arrivato, Sugihara fu assegnato come console a Praga (da dove risulta che abbia emesso altri 69 visti non autorizzati) e poi come console generale a Konigsberg in Germania. Quindi fu destinato come console generale a Bucarest. Qui, in seguito alla resa giapponese il 14 agosto 1945, Chiune e la sua famiglia furono internati dall'Armata Rossa (il Giappone era stato ufficialmente in guerra con l'Unione Sovietica, anche se per pochi giorni) e vissero in campi di internamento in Romania e in Russia durante i successivi 18 mesi. Fu loro permesso di ritornare in Giappone nell'aprile del 1947 attraverso la Russia orientale - ironicamente, la stessa strada presa dai profughi che avevano ricevuto i visti da Chiune. Il ritorno di Sugihara in Giappone fu tutt'altro che trionfale. Dopo il suo ritorno, cercò una nuova assegnazione post-bellica al ministero degli esteri, ma gli fu invece chiesto di dare le dimissioni il 7 giugno 1947. Alcuni, tra cui la moglie, hanno interpretato questo rifiuto come una punzione per la sua disobbedienza per "quell'incidente in Lituania", secondo lo stereotipo del conformismo giapponese, ma è altrettanto probabile che Chiune sia stato vittima del ridimensionamento del corpo diplomatico giapponese, che ridusse il proprio organico di un terzo nel periodo del protettorato americano.
Sugihara si stabilì a Fujisawa, nella prefettura di Kanagawa, e visse facendo diversi lavori, dalla gestione dell'ufficio postale americano a Tokyo, a impieghi part-time come traduttore e interprete, alla vendita di lampadine porta a porta. Nel 1960 ebbe un lavoro a Mosca in una società di esportazioni, lavoro che mantenne fino al suo pensionamento nel 1976, e visse separato dalla sua famiglia per la maggior parte del tempo, eccetto che per le sue visite a casa due volte all'anno. In quegli anni, usava lo pseudonimo di "Sempo" Sugihara (un artificio ottenuto leggendo in cinese i caratteri del suo nome "Chiune"), verosimilmente per evitare che il governo sovietico facesse una connessione con il nome del diplomatico che aveva causato problemi in Manciuria decenni prima. Gli amici, i conoscenti e i parenti lo descrivono in questo periodo come triste, scoraggiato e ritirato, come se avesse perso la dignità per se stesso e per la sua famiglia. Nonostante questo, il figlio Hiroki ha detto che suo padre può essersi sentito più a casa tra i russi che non tra i giapponesi del periodo post-bellico. Sugihara non parlava mai delle sue azioni in Lituania, e non sapeva, di fatto, se dal rischio che aveva corso era venuto alcun bene. Nel 1968 Yehoshua Nisri, che come adolescente polacco aveva ricevuto un visto di transito, riuscì a rintracciarlo. Impiegato come addetto commerciale all'ambasciata israeliana a Tokyo, Nisri raccontò a Sugihara dei molti ebrei che dovevano la loro sopravvivenza ai suoi visti. L'anno seguente, su invito del governo, Chiune visitò Israele con il figlio Nobuki, ma negli anni seguenti declinò ripetuti inviti.Nel 1976 Sugihara andò formalmente in pensione, trasferendosi con Yukiko in una piccola casa fuori Tokyo. Nel 1985, dopo avere raccolto centinaia di testimonianze, il governo israeliano gli concesse il titolo di “giusto tra le nazioni”, che onora chi ha compiuto sforzi eroici per salvare vite di ebrei a rischio della propria. Sugihara era troppo malato per viaggiare fino in Israele, e la moglie e il figlio Hiroki andarono ad accettare l'onore a suo nome. A Chiune e ai suoi discendenti fu data la cittadinanza perpetua israeliana.
Prima della sua morte (31 luglio 1986) un gruppo civico giapponese presentò scuse formali a Chiune, Yukiko e ai loro figli, e a Chiune fu conferito il premio Nagasaki per la pace. Un monumento è stato eretto in memoria delle sue azioni a Kaunas durante una celebrazione dell'independenza della Lituania nel 1991, e il suo nome è stato dato a una via della città. Anche una strada a Vilnius, un parco di Gerusalemme e l'asteroide 25893 Sugihara gli sono stati dedicati. Il memoriale Chiune Sugihara nella città di Yaotsu (suo luogo di nascita) è stato costruito dagli abitanti della città in suo onore. Nel 2000, il Giappone ha celebrato ufficialmente il centenario della nascita di Chiune Sugihara. In un periodo in cui il Giappone è accusato come perpetratore impenitente di atti di crudeltà prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, uno sguardo alla vita di quest'uomo di coscienza può servire ad alleggerire questa immagine oscura. Può anche essere una guida al popolo giapponese di oggi, una prova che un individuo può fare la differenza, anche nei tempi più difficili. http://www.ortodossia.org/


Feng Shan Ho

Feng Shan Ho, conosciuto anche come lo "Schindler cinese", era nato nel 1901 nella provincia centrale dello Hunan. Ridotto in povertà dalla morte del padre quando aveva sette anni, era stato aiutato negli studi da una missione luterana norvegese. Ebbe un’educazione occidentale e improntata all'arte (fu anche poeta), cosa che non sradicò il suo profondo attaccamento i principi confuciani. Nel 1932 conseguì un dottorato di ricerca in Politica economica presso l’università di Monaco di Baviera. Nel 1938 divenne console generale a Vienna del Governo nazionalista del Kuomintang. Capì subito il pericolo che gli ebrei correvano e nella sua posizione, nonostante l’opposizione dei nazisti, freschi padroni dell’Austria, rilasciò permessi di viaggio al ritmo di 500 al mese. I nazisti lo sfrattarono con la scusa che la sede del consolato era affittata da un proprietario ebreo. Lui, non fidandosi di loro, spedì la famiglia negli Usa e continuò imperterrito da un’altra sede, più piccola, fino al 1940, quando fu costretto ad andarsene. Morì a San Francisco nel 1997 sconosciuto ai più, anche a coloro che aveva beneficato. Quattro anni dopo, il riconoscimento dello Yad Vashem. (Ho recuperato la sua vicenda da più fonti in rete, non riuscendo a ritrovare il paginone a lui dedicato, che avevo letto cinque anni fa, sul Reinischer Merkur). http://toniokm.go.ilcannocchiale.it/


Aristides de Sousa Mendes

Aristides de Sousa Mendes (Cabanas de Viriato, 19 luglio 1885 – Lisbona, 3 aprile 1954) è stato un diplomatico portoghese. Insignito dell'Ordine Militare di Cristo. Rifiutandosi di eseguire gli ordini del suo governo (il regime di Salazar) e concedendo visti a rifugiati di tutte le nazionalità che dovevano fuggire dalla Francia nel 1940, anno dell'invasione della Francia da parte della Germania Nazista nella Seconda Guerra Mondiale Aristides salvò decine di migliaia di persone dall' Olocausto. Fu l'«Oskar Schindler portoghese» (paragone poco riconoscente, in quanto Aristides salvò un numero di persone molto maggiore).
Vita prima del 1940 Fu battezzato Aristides de Sousa Mendes do Amaral e Abranches nel piccolo villaggio della circoscrizione di Carregal do Sal, nel distretto meridionale di Viseu. Aristides apparteneva a una famiglia aristocratica con terreni, cattolica, conservatrice e monarchica. Il padre era membro del supremo tribunal. Aristides si trasferì a Lisbona nel 1907 dopo la laurea in giurisprudenza all'università di Coimbra, cosi come suo fratello gemello. Ambedue abbracceranno la carriera diplomatica; Aristides si occuperà di diverse delegazioni consolari portoghesi presenti nel mondo: Zanzibar, Brasile, Stati Uniti d'America. Nel 1929 viene nominato console generale di Anversa, carica che occuperà fino al 1938. Il suo impegno nella promozione della immagine del Portogallo non passa inosservata. Viene decorato per due volte da Leopoldo III, re del Belgio, venendo nominato ufficiale dell'Ordine di Leopoldo e commendatore dell'Ordine della Corona, la più alta onorificenza belga. Dopo quasi dieci anni di servizio in Belgio, Salazar, Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli affari esteri, nomina Sousa Mendes console di Bordeaux, Francia.Nel 1940, a 55 anni, si avvicina alla fine della sua carriera ed è padre di quattordici figli. Politicamente non si fa notare.
La Seconda Guerra Mondiale Aristides de Sousa Mendes era ancora console di Bordeaux quando ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale, e le truppe di Adolf Hitlr avanzano rapidamente in Francia. Salazar mantiene il Portogallo neutrale.Con la Circular 14, Salazar ordina ai consoli portoghesi presenti nel mondo di ricusare la consegna del visto alle seguenti categorie di persone: "stranieri di nazionalità indefinita, contestata o disputata; apolidi; ebrei, che sono stati espulsi dal paese di origine o dallo stato di cui hanno la cittadinanza".Nel 1940, il governo francese si rifugia temporaneamente nella città di Bordeaux, fuggendo da Parigi prima che sia occupata dalla truppe tedesche. Decine di migliaia di rifugiati in fuga dall'avanzata nazista si dirigono anch'essi sulla città. Molti si presentano al consolato portoghese chiedendo per un visto di entrata per il Portogallo o per gli Stati Uniti, mentre Sousa Mendes, il console, se seguisse le istruzioni del suo governo dovrebbe distribuire i visti con molta parsimonia.
Alla fine del 1939, Sousa Mendes ha già disobbedito alle istruzioni del suo governo e rilasciato alcuni visti. Tra le persone che decide di aiutare si trova il Rabbino di Anversa Jacob Kruger, che gli fa comprendere che bisogna salvare i profughi ebrei.Il 16 giugno del 1940, Aristides decide di dare un visto a tutti i rifugiati che lo richiedano: “A partire da ora, daremo visti a tutte le persone, senza riguardo a nazionalità, razza o religione”. Aiutato dai suoi figli e nipoti e dal rabbino Kruger, timbra passaporti, assegna visti, usando tutti i fogli di carta disponibili.
Di fronte ai primi richiami di Lisbona, tirerà diritto: “Se devo disobbedire, preferisco che sia agli ordini degli uomini piuttosto che agli ordini di Dio”.Quando Salazar prenderà dei provvedimenti contro il console, Aristides continuerà la sua attività dal 20 al 23 giugno a Bayonne (Francia), nell'ufficio di un viceconsole stupefatto e alla presenza di altri due funzionari di Salazar. Il 22 giugno 1940, la Francia chiede un armistizio alla Germania nazista. Durante il viaggio a Hendaye, Aristides continua a emettere visti per i profughi che percorrono con lui la strada per la frontiera, anche se il 23 giugno Salazar lo licenzia dalle sue funzioni di consoleMalgrado siano stati inviati dei funzionari con il compito di “prelevare” Aristides, lui guiderà con la sua auto una colonna di veicoli di rifugiati e li guida in direzione della frontiera, sapendo che dal lato spagnolo non esistono telefoni. Per questo motivo le guardie di frontiera nono sono state ancora avvisate della decisione di Madrid di chiudere le frontiere con la Francia. Sousa Mendes impressiona le guardie doganali, che acconsentono a lasciar passare tutti i profughi, che con i suoi visti potranno continuare il viaggio verso il Portogallo.
La punizione nel Portogallo di Salazar
L'8 luglio 1940, Aristides rientra in Portogallo. Sarà punito dal governo di Salazar: Sousa Mendes, padre di una famiglia numerosa, viene privato del suo impiego diplomatico per un anno, il suo stipendio viene dimezzato prima di venir messo in pensione. Oltre a ciò Sousa Mendes perde il diritto di esercitare come avvocato. La sua patente di guida, rilasciata all'estero, viene ritirata.Il console licenziato e la sua famiglia sopravvivono grazie alla solidarietà della comunità ebraica di Lisbona, che facilità ad alcuni dei suoi figli gli studi negli Stati Uniti. Due dei suoi figli parteciperanno allo Sbarco in Normandia.Frequentò, insieme ai famigliari, la sede dell'assistenza ebraica internazionale, dove causò sconcerto per i suoi buoni vestiti e la sua presenza. Alcuni giorni dichiarò “Anche noi siamo dei profughi”.Nel 1945 Salazar manifestò la sua soddisfazione per il fatto che il Portogallo avesse aiutato i profughi, rifiutando nello stesso tempo di reintegrare Sousa Mendes nel corpo diplomatico.La sua miseria sarà anche maggiore con: la vendita dei beni, la morte della moglie nel 1948, l'emigrazione di tutti i suoi figli con una sola eccezione.
Aristides de Sousa Mendes morì in povertà il 3 aprile 1954 nell'ospedale dei francescani di Lisbona. Non possedendo un vestito proprio, fu seppellito con una tunica dei francescani.
Le persone salvate da Aristides
Circa trentamila visti furono rilasciati dal console Sousa Mendes, dei quali diecimila a profughi di religione ebraica.Tra coloro che ottenerò un visto dal console portoghese ci sono:Politici:Otto di Asburgo, figlio di Carlo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria; il principe Otto era detestato da Adolf Hitler. Scappò con la sua famiglia dal suo esilio in Belgio per dirigersi negli Stati Uniti dove partecipò a una campagna per avvisare l'opinione pubblica. Vari ministri del governo belga in esilio Artisti:Norbert Gingold, pianista. Charles Oulmont, scrittore francese e professore dell'università della Sorbona.
Riconoscimenti
Nel 1966 il memoriale di Yad Vashem (memoriale dell'Olocausto con sede a Gerusalemme) in Israele, gli presta omaggio attribuendogli il titolo di “Giusto tra le nazioni”. Le condizioni indispensabili per riconoscere un «giusto» sono tre: aver salvato ebrei, averli salvati sotto la minaccia di un grave pericolo per la propria vita, non aver mai percepito alcun compenso. Nello stesso anno furono piantati venti alberi in sua memoria nei terreni del Museo Yad Vashem.
Nel 1987, diciassette anni dopo la morte di Salazar, la Repubblica Portoghese inizia il processo di riabilitazione di Sousa Mendes, insignendolo dell'Ordine della Libertà e porgendo alla sua famiglia scuse pubbliche.Nel 1994 il presidente portoghese Mário Soares scopre un busto in omaggio a Aristides de Sousa Mendes, cosi come una targa commemorativa nella Rue Louis-XVIII, 14, l'indirizzo del consolato del Portogallo a Bordeaux nel 1940.Nel 1995 l'Associação Sindical dos Diplomatas Portugueses (ASDP) crea un premio annuale a lui intitolato.Nel 1996, un gruppo di scout di Esgueira (Aveiro) l'onorano creando il CLÃ 25 ASM (Aristides de Sousa Mendes)
Nel 1998 lo stato portoghese, nel corso del processo di riabilitazione ufficiale delle memoria di Aristides de Sousa Mendes, lo insignisce a titolo postumo con la Croce al Merito per le sue azioni a Bordeaux.Nel 2006 fu realizzata l'azione di sensibilizzazione “Reconstruir a Casa do Cônsul Aristides de Sousa Mendes” (ricostruire la casa del console Aristides de Sousa Mendes), riguardo la sua antica casa a Cabanas de Viriato, Carregal do Sal e nella Quinta de Crestelo, Seia - São Romão.Nel 2007 fu votato come uno dei dieci maggiori portoghesi, tramite il programma Os Grandes Portugueses. Nella prosecuzione delle votazioni del programma Grandes Portugueses, sempre nel 2007, Aristides de Sousa Mendes si classificò al terzo posto, il primo ed il secondo andarono rispettivamente a Salazar e a Álvaro Cunhal.Aristides de Sousa Mendes non fu l'unico funzionario al quale il suo paese non perdonò la disobbedienza fatta per compiere atti di giustizia e umanità nella Seconda Guerra Mondiale. Tra le altre figure conosciute che si distinsero per coraggio ed umanità ci sono il console giapponese a Kaunas (Lituania) Chiune Sugihara e Paul Grüninger, capo della polizia del cantone svizzero di San Gallo. http://it.wikipedia.org/

Carl Lutz tra le rovine della residenza svizzera a Budapest
Carl Lutz

Carl Lutz (1895-1975) nel gennaio 1942 venne nominato vice console presso l'Ambasciata Svizzera a Budapest. In tale veste era incaricato di rappresentare gli interessi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d'America allora in guerra con l'Ungheria. Lutz aveva compreso da subito quale era il destino degli Ebrei europei sotto il nazismo e iniziò a lavorare con l'Agenzia Ebraica per la Palestina riuscendo a far emigrare diecimila bambini. Dopo il marzo 1944 Lutz si trovò nella difficile condizione di rappresentare il suo Paese in una Ungheria occupata dai nazisti. L'arrivo di Eichmann e dei suoi uomini diede il via alla massiccia deportazione degli Ebrei ungheresi. Il governo filotedesco presieduto dal primo ministro Sztojay chiuse le frontiere impedendo l'emigrazione degli Ebrei. Lutz ebbe l'idea di creare delle "Lettere di protezione" (Schutzbrief) ossia delle dichiarazioni ufficiali dell'ambasciata svizzera che ponevano il possessore sotto la tutela diplomatica del governo elvetico. Lutz ottenne dal governo ungherese di distribuire 8.000 lettere di protezione per Ebrei destinati ad emigrare nella Palestina britannica. In realtà Lutz interpretò questa concessione in senso molto estensivo: gli 8.000 permessi andavano intesi come inclusivi non di una sola persona ma di un intero nucleo familiare. In questo modo si è stimato che Lutz ed i suoi collaboratori dell'ambasciata svizzera distribuirono oltre 62.000 lettere di protezione. Per di più vennero create 76 cosiddette "Case protette" ossia palazzi ai quali veniva garantito uno status di extraterritorialità identico a quello che godeva l'ambasciata svizzera. In queste case trovarono rifugio centinaia di Ebrei che riuscirono a porsi in salvo dagli omicidi perpetrati dai fascisti ungheresi delle Croci Frecciate.Lutz lavorò in pieno accordo con il suo superiore, l'ambasciatore Maximilian Jaeger e coordinò la propria attività con quella di altri diplomatici attivi a Budapest nella operazione di salvataggio degli Ebrei: Friedrich Born della Croce Rossa Internazionale, Raoul Wallenberg dell'ambasciata svedese, monsignor Rotta nuzio apostolico a Budapest e Giorgio Perlasca che aveva assunto le funzioni di console spagnolo.L'operazione di salvataggio subito dopo la guerra non solo non venne premiata ma Lutz venne accusato dal Ministero degli Esteri svizzero di aver abusato delle sue funzioni e di aver travalicato le proprie competenze. Dopo anni la sua attività venne riconosciuta e grazie a libri e pubblicazioni storiche Lutz si vide riconoscere il proprio lavoro di salvatore.Nel 1964 venne nominato dallo Yad Vashem Giusto tra le nazioni. Nel 1991 gli è stato eretto un monumento nella città di Budapest. La sua azione di salvataggio venne sostenuta e resa possibile oltre che dall'ambasciatore Jaeger anche da Harald Feller, secondo segretario dell'ambasciata svizzera e da Peter Zürcher un uomo d'affari svizzero. http://www.olokaustos.org/

RIFUGIO


di SAMI MICHAEL Ed. Giuntina, 2008, €. 17,00

Dopo “Una tromba nello uadi” (2006) e “Victoria” (2007) l’Editore Giuntina pubblica, nella prestigiosa collana “ISRAELIANA”, il terzo romanzo di Sami Michael tradotto in italiano: “Rifugio”..“Rifugio” è stato scritto nel 1977 e narra una vicenda ambientata a Haifa -tranne alcune pagine nella prima parte- all’epoca della Guerra dello Yom Kippur (autunno 1973); la guerra ammantata di un alone tragico, perché successiva alla trionfante vittoria del Giugno 1967 e scoppiata per così dire alle spalle di una Nazione che si sentiva forte e sicura di sé. Questi sentimenti esprimeva, in un breve scambio di battute avuto anni fa, un giurista israeliano, nato in Italia e formatosi nella mia città, che l’ha combattuta, perdendovi molti amici.
In una Haifa, lontana dal fronte, ma nella quale si respira l’atmosfera di guerra e in cui tutti si sentono un tutt’uno: “Sotto l’ala della morte erano tornati ad essere un solo corpo….Andavano in fretta, ma nessuno brontolava…sapevano che non c’erano autobus perché stavano portando i loro figli e mariti al fronte…”; in questa città l’attenzione dello scrittore è posta su un gruppo di militanti del partito comunista israeliano, ebrei ed arabi. Il romanzo è giocato sull’intreccio delle vite e dei ricordi di ciascuno, sulla contrapposizione delle esperienze e delle storie, contrasto che rende difficile, anche se speriamo non impossibile, una vera comunicazione, una pace autentica, a prescindere dalle vicende politiche e militari che fanno da sfondo. Sami Michael sa penetrare con la sua caratteristica capacità di introspezione psicologica nell’animo di ciascuno, a cominciare dai personaggi femminili; ci appassionano i suoi ritratti di donna, come ad esempio, nei romanzi che già conosciamo, Huda o Victoria.Facciamo la conoscenza di una prima coppia di coniugi, entrambi ebrei: Marduch e Shula.L’A. presta -in parte- la propria drammatica esperienza politica e di vita alla figura di Marduch, nel racconto delle sue sofferenze psicologiche e fisiche nel Paese d’origine, l’Iraq. Vi è il racconto delle torture, della prigionia (a soli 16 anni), della successiva espulsione in Israele, l’unico luogo in grado di accoglierlo, anche perché i suoi correligionari iracheni, sparuti e terrorizzati, si erano dimostrati ben poco solidali con lui : “Capisci? Non che avessi niente contro Israele. Ma per me quella era un’altra espulsione, un altro esilio, un altro ordine arbitrario che decideva il mio destino…”. Affronta, solo, le difficoltà nel nuovo Paese, a cominciare da quelle linguistiche: non conosce l’ebraico e le ragazze si prendono gioco di lui. Nota con disagio che i compagni (comunisti) ebrei non fanno che denigrare il Paese. Allora, per contrapposizione, si rivolge ai compagni arabi. Nella città di Haifa, dove va a vivere, prova un senso di familiarità; fa amicizia con Fuad, arabo cristiano, e con Fatchi, arabo musulmano, per tutti il Poeta.
Marduch vive la contraddizione di essere, al contempo, Ebreo e Comunista. La moglie, Shula, quando allo scoppio della guerra, il marito si arruola, è in preda al timore che venga ucciso -ovviamente proprio da un arabo- e riflette sul travaglio di lui “I due arabi [Fuad e Fatchi] amavano in lui il comunista, ma odiavano l’ebreo e pretendevano che egli odiasse l’ebreo che era in lui; Marduch era diventato comunista in quanto ebreo, laggiù in Iraq, così come Fuad era diventato comunista, in quanto arabo, in Israele. Da Fuad ci si aspettava che fosse fiero di essere arabo, mentre da Marduch si pretendeva che negasse la sua ebraicità, ma lui si era rifiutato”.
Marduch è una persona solitaria, quel volto duro e segnato che “esprimeva l’intima sicurezza di un uomo che…da quando è venuto al mondo ha imparato a venire patti con la solitudine”.
Solitudine di cui è responsabile, almeno in una certa misura, Shula.Donna dal temperamento sensibile, a volte contraddittorio (..”quando arrossiva era capace di dire cose tremende…”), ma incapace di vivere fino in fondo i propri sentimenti e di far valere le proprie ragioni, salvo poi tormentarsi, è ancora innamorata di Rami Goldshmid, il suo primo amore, ora tenente colonnello nell’esercito, che ella identifica con Israele (non riusciranno ad annientare Israele, pensa un giorno tra sé e sé, distruggerlo significherebbe distruggere Rami). L’amore era cresciuto in segreto, osteggiato dalla madre di lei, Tova, dura militante di partito; dei due, era lui il ribelle, lei la ragazza obbediente; e Rami se ne rendeva conto. Alla fine ella aveva rinunciato al suo sogno (“..sono stata vigliacca e stupida…”), ma l’uno non dimentica l’altra. “Amava Marduch come una moglie può amare il marito dopo 11 anni, ma il suo ventre reclamava Rami”.
Di grande profondità e suggestione sono le pagine in cui viene raccontato, in occasione del matrimonio tra Shula e Marduch, il comportamento di lei e di Rami, invitato alla festa.
Marduch e Shula hanno un bambino handicappato, Idò, e, come spesso capita, essi temono di avere un altro figlio con gli stessi problemi. Idò è un ragazzo sensibile, che soffre perché a scuola è maltrattato; solo il padre, cui è legatissimo, riesce a calmarlo quando è agitato. Il padre e la musica.Anche Marduch ha un intenso rapporto con suo figlio; anzi è convinto che le tremende torture patite Iraq siano la causa dell’handicap di Idò.L’altra coppia di coniugi che incontriamo è costituita da Shoshana (ebrea) e Fuad (arabo, come sappiamo).
Fuad è bello e impetuoso, con uno speciale carisma che cattura uomini e donne; tra lui e Marduch nasce una solida amicizia. A seguito del suo matrimonio con un arabo, Shoshana era stata bandita dalla famiglia d’origine; ma ella ha una carattere forte e un temperamento ironico, che la induce, un bel giorno, a telefonare, di punto in bianco, al kibbutz dove risiede la sua famiglia e a parlare in tono scherzoso, dopo tanto tempo, con lo stupefatto fratello Avi. Shoshana vede sempre il lato comico della vita, dà giudizi taglienti sul prossimo e non risparmia frecciatine all’amica Shula. Solidarizza col marito con gesti affettuosi, quando, allo scoppio della guerra, egli si sente, per strada, guardato dai passanti con ostilità. Anche Shoshana -come Shula, del resto, ma Shula, bella e romantica, ha sempre subìto l’ambiente politico in cui è cresciuta, non l’ha mai sentito davvero parte di sé- è combattuta nel proprio intimo: avendo sposato -lei ebrea- un arabo, quale cammino scegliere? Le difficoltà sorgono sia quando ella intraprende una strada, sia allorché imbocca quella opposta: è respinta sia dagli Ebrei che dagli Arabi con conseguenze sui rapporti con i tre figli, che cercano ognuno la propria identità, senza peraltro che i genitori si immischino più di tanto. I ragazzi, come scrive l’A., si trovano a camminare sul terreno tortuoso che separa i due popoli, con rilevanti, conseguenti problemi, sia in famiglia che fuori, descritti con grande vivacità d’accenti. Allo scoppio delle ostilità, dopo che Marduch si è arruolato, giunge in casa di Shula Fatchi, il Poeta musulmano. A giudizio dei dirigenti del Partito, questi rischia, nel clima di guerra, l’arresto; e allora Fatchi cerca e trova “Rifugio” in casa di un’Ebrea. All’inizio Shula è perplessa, poi acconsente, poiché lo stesso Marduch, che nella sua vita è stato perseguitato (in Iraq), considera sacro il concetto di “Rifugio”.Dei diversi personaggi della vicenda forse, almeno a mio parere, Fatchi è quello più convenzionale, il meno vivo e palpitante. Egli, imbevuto dell’eterna retorica vittimistica, ma retto dall’illusoria convinzione che lo Stato ebraico sia agli sgoccioli, pare non credere affatto alla convivenza tra Arabi ed Ebrei (“o noi o loro”) e immagina, al sicuro in casa di Shula, di uccidere, liquidare, massacrare (“il soldato israeliano”), anche se poi ammette che in Israele nessuno è educato ad amare la guerra. Vede se stesso come il portavoce degli arabi israeliani: la sua poesia li riscatterà dalle umiliazioni e dal buio post 1948 e li porterà alla vittoria finale. L’Autore tratta con sarcasmo il Poeta quando, attraverso un personaggio secondario, il vicino di casa di Shula, il pensionato Tuvia -inframmettente, ma arguto ed orgoglioso del proprio essere ebreo-, evidenzia l’ignoranza di Fatchi in materia militare e ne rimprovera, durante vivaci scontri verbali, l’inazione, come del resto non manca di fare lo stesso Fuad. Tra Shula e il Poeta si crea, all’inizio loro malgrado, una certa intimità. Fatchi è giovane e bello, fidanzato con una ragazza araba di stampo tradizionale (ma non disdegna gli occasionali favori della spregiudicata ebrea Dafna); ma si scopre poco a poco innamorato di Shula, pur sentendosi in qualche modo oggetto di un gioco malizioso da parte di lei che, se, per un verso, gli aveva offerto un Rifugio, per altro verso lo respinge.
La loro storia non ha avvenire. Questa donna affascinante e contraddittoria, nell’attesa quotidiana di un marito che continua a non dare notizie di sé, non vuole abbandonare la casa di lui, a maggior ragione ora, nel momento in cui il pericolo sembra incombere sugli ebrei di Israele.
Dopo una parte iniziale ben descritta ma, a mio gusto, non particolarmente coinvolgente, il romanzo prende corpo e si intensifica soprattutto quando entrano in scena i personaggi femminili principali, Shoshana e Shula; o altre figure secondarie, come la madre di Shoshana e quella di Fuad: le due consuocere -l’una ebrea e l’altra araba- che familiarizzano e spettegolano, nel loro primo incontro, ai danni di quest’ultimo.La parola chiave o tema principale del romanzo è: RIFUGIO. Rifugio come luogo di riparo, ma anche occasione per iniziare una vita nuova.
Un giovane arabo, all’inizio della vicenda, cerca un “Rifugio” dalle angherie del boss del campo profughi. Israele è, come sappiamo, “Rifugio” per Marduch. Fatchi trova Rifugio nella casa di Shula; ma in lei, all’inizio, non cerca un vero Rifugio, bensì la rappresentante di un popolo, secondo il suo schema mentale, colpevole. Tuttavia ci penseranno i sentimenti a mescolar le carte.Rifugio è anche una barca abbandonata, trovata sulla spiaggia, dove Shula e Rami ragazzini entrano, in un gioco sensuale che lei richiama alla mente mentre pensa all’amore indimenticato.
Il linguaggio di Sami Michael è sensuale, ricco di accenti profumati (“…sai quante sfumature ci sono nel tuo corpo? Nero, grigio, bianco, rosa….”).Vi sono pagine di altissima drammaticità, come quelle in cui Shula si reca dalla famiglia di Rami dopo che, da un accenno della propria madre, intuisce che l’uomo è morto. Non si dimenticano la solitudine e la disperazione di Rami, riportate dalla testimonianza su di lui del fratello minore Ron, anch’egli sul campo di battaglia nel Golan.
Come stupenda è la riflessione di Marduch, riportata dal ricordo della moglie, sulla sua ribellione allo stato di ebreo come individuo perseguitato ed umiliato da tutti, che ora ha il coraggio di dire basta.A proposito di questa e altre tematiche, è importante tener presente che i libri di Sami Michael, che definisce se stesso “patriota israeliano” (ha svolto il servizio militare e ha fatto parte della riserva dell’esercito fino a cinquant’anni) vadano a ruba nei Paesi arabi, dove sono venduti al mercato clandestino.Il romanzo, che merita di essere conosciuto ed apprezzato da un vasto pubblico, non è un consolatorio inno alla pace e alla convivenza, ma un’analisi onesta e sofferta sulle differenze e i molteplici aspetti di una realtà complessa nella quale le vicende individuali vanno ben oltre le vicende storiche più ampie.
Mara Marantonio Bernardini, 5 ottobre 2008 http://www.mara.free.bm/ http://www.italiaisraele.free.bm/

Tel Aviv

Israele ha un’altra faccia: high tech

A Gerusalemme è guerra politica sullo sfondo di una tragedia greca. Accusato di corruzione, il premier Ehud Olmert, che voleva fare la pace con i palestinesi e la Siria, è stato costretto alle dimissioni 2 anni prima della scadenza naturale. È cominciato l’ennesimo, estenuante rito per formare una nuova maggioranza politica guidata dall’astro nascente, Tzipi Livni, con i partiti, grandi e piccoli, che pongono condizioni e mettono veti.A Tel Aviv, nell’Alta Galilea e nel deserto del Negev è invece pax economica con dollari ed euro che luccicano all’orizzonte. Gli affari, le acquisizioni e le fusioni, le ultime invenzioni, i nuovi prodotti: tutto procede come se nulla accadesse nella capitale. «Sono due mondi separati quello dell’economia avanzata e quello della politica vecchio stile. È così che Israele si afferma e cresce come potenza tecnologica» sorride nel suo ufficio di Herzliya, con vista strepitosa sul Mediterraneo, Ed Mvlasky, il fondatore e presidente del fondo Gemini, il primo israeliano di venture capital (1993), dedicato ai finanziamenti per le piccole aziende promettenti, appena costituite.Pensi a Israele e vedi i suoi mille conflitti: con i paesi arabi, con i palestinesi sull’uscio di casa, con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad che vuole spazzarlo via dalla carta geografica. Ma c’è un altro Israele, quello dell’economia, che mostra una resistenza a guerre, intifade e kamikaze. Nei 60 anni di vita dello stato ebraico il pil è cresciuto in media del 7 per cento l’anno, con il picco similcinese nel 2000 (8,9 per cento) e il tasso del 5,3 nel 2007. L’inflazione è bassa, di poco superiore al 3 per cento.Manuel Trajtenberg, che guida il consiglio economico nazionale, sintetizza questo miracolo basato sull’industria dell’innovazione: «Nel settore hi-tech dal 1990 la crescita è stata del 15 per cento l’anno, con 4 mila aziende, la maggior parte delle quali sono start-up. Israele è il secondo mercato per venture capital dopo gli Stati Uniti. È il quarto paese al mondo per brevetti. Ha un altro record mondiale: il rapporto fra pil e ricerca e sviluppo, pari al 4,6 per cento».Quando si va alla scoperta di questa realtà così poco conosciuta è come fare un viaggio nel mondo di là da venire. Una volta si diceva banalmente che questa era «la nuova Silicon Valley», modellata su quella della California. È un’etichetta già superata. Il salto di qualità è recente, da quando alla classica information technology (It) si è aggiunta la nuova realtà dell’energy technology (Et), vale a dire tutto quel promettente settore delle energie rinnovabili, a cominciare da quella solare. Senza dimenticare la bioingegneria e la nanotecnologia. In tutto 100 mila persone, fra scienziati, ingegneri, fisici, programmatori, top manager, stanno realizzando la profezia di Albert Einstein: «Israele può vincere la difficile battaglia della sopravvivenza solo sviluppando l’intelligenza, l’esperienza e la cultura dei suoi giovani nel campo della tecnologia».Einstein lo affermò nel 1924, dopo una visita al Technion, l’università tecnologica ebraica, appena fondata a Haifa. Da modesto edificio il Technion è diventato oggi una città di oltre 1 milione 200 mila metri quadrati, con 41 centri di ricerca, 600 docenti e 13 mila studenti (60 per cento uomini e 40 donne, che pagano una retta annuale di 1.700 dollari). «Il 70 per cento dell’industria ad alta tecnologia d’Israele è stato fondato da laureati del Technion» si compiace il rettore Yitzak Apeloig. E racconta che qui è stato creato l’algoritmo Lempel-Ziv, da noi tutti usato ogni giorno per spedire e ricevere le email; e che nel 2004 due professori del Technion hanno vinto il premio Nobel.È attorno a questo centro di eccellenza, uno dei primi 10 al mondo, che si è coagulato lo spirito scientifico e imprenditoriale. Con il risultato, conclude Apeloig, che «oggi il 60 per cento del nostro export viene da questo settore. È un giro d’affari di 30 miliardi di dollari».Una visita ad alcuni dipartimenti del Technion chiarisce il modello di business tipico di Israele: formazione di qualità, ricerca scientifica più applicazione, più commercializzazione. Prendiamo, per esempio, il laboratorio di ingegneria biomedica guidato da Dror Seliktar, professore, 36 anni. È il pioniere degli studi sulla rigenerazione dei tessuti. «Sei anni fa abbiamo sviluppato l’idea di ricreare le cartilagini, le ossa, i nervi e i muscoli combinando le cellule viventi con diversi materiali» racconta. «Due anni dopo abbiamo creato una piccola società che è stata inserita nell’incubatore del Technion e solo l’anno scorso abbiamo cominciato ad avere sufficiente visibilità per raccogliere 7,5 milioni di dollari». Con 12 dipendenti la Rigentics si accinge ora a iniziare in Europa la fase sperimentale.Un edificio più in là trovi l’équipe di Alon Wolf, che ha inventato i serpenti-robot. Si possono impiegare in grandi dimensioni, a bordo di automezzi teleguidati di esercito o polizia, per scoprire, per esempio, dove è nascosto l’esplosivo all’interno di un edificio. Oppure, dotati di minitelecamere, per trovare sotto le macerie le vittime di un terremoto. Ma, ridotti ai minimi termini, possono essere utilizzati per interventi chirurgici al cuore, come sta sperimentando all’Università americana di Pittsburgh il medico veronese Marco Zenati, socio di Wolf.Fuori dal campus Technion è tutto un fiorire di grattacieli. Sono i centri di ricerca e sviluppo di colossi mondiali: Intel, Microsoft, Google, Motorola, General Motors, Alcatel e Siemens. «Avete salvato la nostra società» ha riconosciuto Paul Otellini, il presidente dell’Intel, applaudendo i suoi ricercatori di Haifa che hanno inventato i processori Centrino 1 e 2.L’ondata di scienziati ebrei fuggiti dall’Urss a inizio anni 90 ha rappresentato la prima fucina di cervelli. A questi si sono aggiunti migliaia di giovani che hanno svolto il servizio militare nelle unità d’élite dell’esercito. Infine i nuovi immigrati, inclusi molti arabi, completano il «melting pot», il vero motore dell’industria tecnologica israeliana.Nella fabbrica della Iscar, ai confini con il Libano, lavorano tutti assieme. Quest’azienda, definita un «kibbutz capitalista» e presente in 60 paesi, con 5 società anche in Italia, produce strumenti ad altissima precisione. Due anni fa fece scalpore perché il miliardario Usa Warren Buffett ne acquistò l’80 per cento sborsando 4 miliardi di dollari. «Ora sono solo il presidente onorario» si schermisce Stef Wertheimer, 81 anni, fondatore della società, «e posso dedicarmi al mio sogno: aprire parchi industriali come questo, che è l’unico modo per fare pace con i nostri vicini. Perché se hai lavoro non hai tempo per la guerra».Dall’Alta Galilea a Tel Aviv, nel quartier generale del gruppo Rad, colosso delle comunicazioni, 3.750 dipendenti per 740 milioni di dollari di fatturato. Il presidente Zohar Zisapel riassume l’originalità del piano di sviluppo: «Ogni volta che nasce un’idea creiamo una start-up con manager propri: la società madre pensa solo a coordinamento strategico e condivisione del marketing». Rad lavora da anni in Italia e ha sviluppato soluzioni per Tim, Enel, EdisonTel e Teleunit.Ma la nuova frontiera dell’hi-tech d’Israele è l’energia verde. «Il solare è l’alternativa vera al petrolio, il male assoluto e la causa di tutti i guai del mondo» proclama il visionario Wertheimer. Nel deserto del Negev, nel parco industriale di Rotem, fra la centrale atomica di Dimona e i campi di addestramento delle unità speciali dell’esercito, è stato appena inaugurato l’impianto pilota della società Luz 2, 1.640 specchi installati che generano energia termica dal sole. Entro 2 anni, prevede il presidente Arnold Goldman, sorgeranno in California diversi impianti come questi, in grado di generare dai 100 ai 200 megawatt.Il sole, in un modo o in un altro, compare nelle sigle di un centinaio di altre aziende all’avanguardia, non solo nel termico ma sempre di più anche nel fotovoltaico. Accanto al sole c’è l’acqua. L’avveniristico stabilimento di Shafdan, guidato dalla giovane manager Nelly Icekson-Tal, è il più avanzato al mondo nel trattamento dei liquami. L’acqua ricavata ogni giorno serve in agricoltura per irrigare una parte del deserto del Negev.Tanto fervore imprenditoriale, tanta informalità nei rapporti sociali e tanta possibilità di fare soldi hanno spinto anche l’italiano Astorre Modena, general partner del fondo di capital venture Terra con sede a Gerusalemme, a scommettere su Israele. Con 25 milioni di dollari raccolti fra un gruppo di imprenditori italiani il giovane Modena ha investito in quattro società specializzate nell’acqua e nel sole. Dichiara: «Creare imprese da zero è diventato lo sport nazionale. I giovani imprenditori tecnologici sono oggi i nuovi eroi d’Israele».
5 Ottobre 2008, http://blog.panorama.it/


ISRAELE: LA DONNA CHE PRESE EICHMANN

TEL AVIV - Non è vero che i morti non parlano. Qualche volta lo fanno per decisione di altri, animati da gratitudine e consapevoli che certi racconti serviranno a completare pagine importanti di storia. Yehudit Nessyahu, scomparsa cinque anni fa all'età di 78 anni, fece parte, unica donna, della squadra del Mossad - i celebri servizi segreti israeliani - che nel 1960 scovò e riuscì a catturare Adolf Eichmann, nascostosi in Argentina sotto il falso nome di Riccardo Klement, altoatesino. Nel 1962 il criminale nazista, responsabile della morte di molte decine e forse centinaia di migliaia di deportati, fu condannato a morte e impiccato. Caso unico nella storia di Israele, dove le sentenze capitali vengono automaticamente commutate nell'ergastolo. Su Yehudit 'Haaretz' ha pubblicato un lungo servizio, basandosi su un suo memoriale sinora inedito, in possesso del fratello Ephraim, 92 anni, unico parente diretto sopravvissuto. L'uomo, rispettando la discrezione della protagonista, "rimasta un agente segreto sino alla fine", prima di morire ha deciso di divulgare alcuni particolari di quella esistenza avventurosa. Yehudit, oltre che per l'abitudine alla segretezza, non aveva mai voluto raccontare nulla, nel timore di mettere a rischio persone con cui aveva lavorato. "Quando Isser Harel, allora responsabile del Mossad, mi chiese di recarmi in Sud America, per una operazione che egli stesso doveva dirigere - ha scritto la donna - non feci domande. Chiesi soltanto quando sarei dovuta partire". "Certe volte - scrive - per chi come me era ebrea osservante era impossibile non infrangere i precetti. Come quando, dovendo mangiare con altri, non tenuti al rifiuto della carne di maiale, per non essere scoperta inventavo che ero a dieta e prendevo solo spremute di arancia. Certe volte, però, non avevo scelta. Ma so che il Signore di fronte allo stato di necessità ci perdona". Così questa donna laureata in storia e filosofia, con l'aria di una innocua professoressa e capace di padroneggiare svariate lingue, tra cui perfettamente olandese, inglese e tedesco, concorse a portare a termine una delle operazioni che hanno concorso all'edificazione del mito del Mossad, forse i servizi segreti più citati del mondo, sebbene non sempre a proposito. Fu lei, fra altri compiti, a comunicare l'identità di Eichmann agli membri del commando. E fu sempre lei che, dopo che gli era stata somministrata una iniezione con una sostanza dagli effetti psicotropi, probabilmente barbiturici, per rimuovere ogni remoto dubbio lo chiamò a bruciapelo col suo vero nome, sentendosi rispondere "sì, che c'è?". "Nei giorni che a Buenos Aires vivemmo con lui prigioniero - ha scritto - pensavamo che avremmo avuto di fronte l'angelo del male in persona. Invece era un ometto da niente, che seguitava a ripetere di avere solo obbedito agli ordini". Al processo, Yehudit e gli altri ebbero dall'allora premier David Ben Gurion il permesso di assistere in aula. Lo fecero però in incognito e senza parlare tra di loro, perché nessuno potesse anche solo sospettare che erano del servizio segreto. Gli ultimi anni di questa donna, che aveva raggiunto alti gradi nel Mossad e in altre istituzioni dove aveva lavorato lasciati i servizi, sono stati contrassegnati dal dolore. Nel 1994 Haimie, il suo unico figlio, fu stroncato all'improvviso da un malore. Ma neanche in quel caso vacillò la fede di Yehudit, che seguendo i dettami dell'ebraismo, non volle fosse effettuata l'autopsia, per preservare l'interezza della salma.
di Carlo Giacobbe, 2008-10-05, http://www.ansa.it/